Hamas e Fatah, tutto cambia affinché nulla cambi

Le due più importanti fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, hanno annunciato mercoledì di avere raggiunto un accordo per tentare di formare un governo di unità nazionale entro il 1° giugno prossimo. L’intesa è stata raggiunta al termine di colloqui tenutesi nella notte a Gaza a casa del premier di Hamas, l’islamista Ismail Haniye, ed è stata conclusa dopo anni di importanti divisioni, iniziate nel 2007 a causa della decisione di Hamas di prendere il controllo di Gaza e formare un governo rivale a quello palestinese guidato da Fatah.

Le due fazioni hanno annunciato l’indizione di elezioni su base nazionali sei mesi dopo un voto di fiducia da parte del parlamento palestinese. Significa che l’era di Mahmoud Abbas (Abu Mazen) è destinata a concludersi entro il 2014. Due i nomi più accreditati per la successione: l’attuale capo dell’ufficio politico di Hamas, quel Khaled Meshaal oggi sostenuto dai petrodollari del Qatar, e il leader di Fatah Marwan Barghouti, da anni detenuto nelle carceri israeliane. 

La stampa internazionale ha salutato l’accordo con l’iperinflazionato aggettivo “storico”, dimenticando di sottolineare alcuni importanti elementi. Continua a leggere

Israele ha ucciso il comandante militare di Hamas

Mercoledì Israele ha lanciato uno dei più feroci attacchi aerei su Gaza sin dai tempi dell’operazione Piombo Fuso, tra il dicembre 2008 e il gennaio seguente, aprendo il fuoco su almeno una ventina di bersagli sensibili.
Uno di questi era l’auto su cui viaggiava Ahmed Jabari, comandante dell’ala militare di Hamas, morto sul colpo. Al-Jabari, che era nella lista israeliana dei più ricercati militanti palestinesi, è il più alto funzionario del gruppo a essere ucciso dagli israeliani dall’invasione di quattro anni fa ad oggi.

Limes propone il video dell’attacco corredato da una serie di link per approfondire il contesto. Si veda anche Channel4. Haaretz ha iniziato un liveblog della situazione, dove si legge che secondo esponenti di Hamas “l’aggressione di Israele porterà alla guerra” e che fonti militari israeliane hanno dichiarato che l’esercito è pronto a operazioni di terra a Gaza in caso di necessità.
L’agenzia di sicurezza israeliana Shin Bet considerava Jabari responsabile di tutte le attività terroristiche antiisraeliane provenienti da Gaza. In passato Israele aveva tentato di ucciderlo in più di un’occasione. Con la sua morte, si rinnova la prospettiva di un’ulteriore escalation nella rinnovata ostilità tra Israele e Hamas, visto che l’organizzazione ha già annunciato che lo Stato ebraico “pagherà il prezzo per questo vile assassinio“.

Poco dopo l’omicidio di Jabari, ci sono stati diversi altri attacchi aerei israeliani nella città di Gaza. Finora fonti palestinesi parlano di sei persone uccise negli attacchi di oggi. I loro obiettivi principali, ha detto l’esercito israeliano in una conferenza stampa, erano i depositi e le strutture per il lancio di missili a lungo raggio individuati dai servizi segreti militari.
La possibilità di una nuova campagna di omicidi mirati contro comandanti e alti gradi di Hamas era stata ipotizzzata diversi funzionari della difesa israeliani negli ultimi giorni, in particolare dopo gli scontri iniziati il 10 novembre in cui sono morti almeno sei civili palestinesi e sono stati sparati molti razzi verso gli insediamenti del sud di Israele.

Ora la situazione rischia seriamente di degenerare. Ma perché Israele ha deciso di colpire proprio adesso? Lettera43 offre questa interpretazione:

Al Jabari, 46 anni, era infatti il più importante esponente delle milizie di Hamas che dal 2007 controllano Gaza: formalmente il numero due dell’ala armata, da almeno due anni il vero capo del gruppo, incolpato da Israele di una lunga sequela di attacchi.
Perché Tel Aviv abbia deciso di colpirlo proprio adesso si può forse spiegare con il nervosismo delle forze armate, allertate su più fronti: le turbolenze siriane hanno rimesso in discussione la pace di fatto delle Alture del Golan, i palestinesi tornano alla carica con la richiesta di riconoscimento all’Onu e, soprattutto, il fronte Sud di Gaza e del Sinai è in piena ebollizione.
L’ATTACCO CONTRO LE FORZE ISRAELIANE. Dal campo di addestramento delle fazioni palestinesi di Gaza, infatti, soltanto martedì 13 novembre era trapelato un video, orgogliosamente postato su YouTube, in cui si mostrava un attacco contro le forze israeliane. La novità stava nel lancia razzi montato su un camioncino e capace di lanciare missili ad una gittata senza precedenti. Forse, hanno valutati gli esperti militari, persino fino a Tel Aviv.

In prima linea contro Israele non solo gli uomini di Hamas

Il rischio della guerra in casa, nei confini impenetrabili della più animata città israeliana, avrebbe convinto Israele ad agire. Era dalla fine dall’operazione Piombo Fuso, l’assedio della Striscia da parte degli israeliani consumatosi tra dicembre 2008 e gennaio 2009, che l’esercito con la Stella di Davide non si spingeva così in là.
SOSTENERE UNA NUOVA INTIFADA.Non a caso la prima risposta delle brigate al Qassam è stata una promessa nefasta:  «Apriremo le porte dell’inferno per Israele». E nel giro di poche ore, l’assassinio del martire al Jabari è già diventato materia di propaganda per spingere l’opinione pubblica a sostenere una nuova intifada o nuovi attacchi contro Israele.
MORSI E I SERVIZI SEGRETI DEL CAIRO. L’escalation della tensione, d’altronde, era nell’aria da giorni. E soffiava con il vento caldo della penisola del Sinai. Tanto che secondo alcune fonti il presidente egiziano Mohamed Morsi aveva mandato i servizi segreti del Cairo a cercare di mediare tra Hamas e Israele per arrivare ad una tregua su Gaza.
La novità degli ultimi giorni di novembre è in fatti che il lancio di razzi sui villaggi israeliani parte proprio dalla penisola egiziana, trasformatasi, dopo la caduta del raìs Hosni Mubarak, in una vera polveriera, terra di nessuno popolata da delinquenti, jihadisti e trafficanti di ogni tipo.
GLI ATTACCHI DEI GRUPPI JIHADISTI. Da mesi si susseguono gli attacchi dei gruppi jihadisti contro le forze di polizia egiziane che cercano di arginare il passaggio di uomini e armi.  Il varco sono 1.200 i tunnel  che uniscono Gaza al Sinai, necessaria alla Striscia isolata dal resto del mondo e soffocata da un interminabile assedio per rifornirsi di generi di prima necessità. Ma canale privilegiato anche per trafficanti e terroristi.
L’ESCALATION DI VIOLENZE. Non ci sono infatti solo gli uomini di Hamas in prima linea contro Israele. Secondo fonti di sicurezza egiziane, anche la Jihad islamica e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina sono impegnati in prima linea negli attacchi. Proprio quest’ultimo gruppo ha rivendicato l’attacco compiuto la prima settimana di novembre nella striscia di Gaza contro una jeep militare israeliana, che ha provocato il ferimento di quattro soldati.
L’episodio ha fatto scalpore non tanto perché il video che lo riprendeva è finito subito su internet, bensì perché, secondo quanto riferiscono fonti militari all’emittente libanese al Maiadin, il razzo che ha colpito la jeep era un missile anti-carro del tipo Kornet di fabbricazione russa. Un genere mai usato prima, che mostra come stiano arrivando a Gaza armi sempre più sofisticate e pericolose.
Ora Israele ha deciso di rispondere. Ma la pioggia di razzi che infuoca il cielo mediorientale in queste ore non promette nulla di buono.

L’eventualità di una nuova guerra Hamas – Israele è ormai la convinzione di molti.

Israele avrebbe colpito il Sudan per avvertire l’Iran e Hamas

Il 27 ottobre l’Associated Press ha pubblicato delle foto satellitari che mostrano come una fabbrica di armi a Yarmuk (Sudan) sia stata bombardata, forse da aerei militari. L’attacco sarebbe avvenuto nella notte del mercoledì precedente e il regime sudanese ha subito accusato Israele, il quale però non conferma né smentisce. In particolare si parla di un’operazione condotta con quattro cacciabombardieri.
Secondo il Guardian quei container contenevano armi e munizioni dirette ad Hamas e ad Hezbollah per conto dell’Iran. Da quando molti carichi di armi spediti direttamente sono stati intercettati da Israele, Teheran ha cominciato ad inviare i rifornimenti bellici tramite il Sudan. L’attacco quindi sarebbe stato mirato a interrompere il flusso di armi diretto ai gruppi terroristici che operano ai confini di Israele. Non è neppure la prima volta che il regime di Khartoum accusa Tel Aviv di essere responsabile di bombardamenti ai suoi danni: era già accaduto in altre due occasioni, nel 2009 e nel 2011.
E’ probabile che l’operazione avesse anche un obiettivo secondario. Secondo alcuni analisti Israele non solo sarebbe in grado di portare a termine un attacco simile: in linea d’aria il Sudan dista circa 1.600 km da Israele, dunque i caccia israeliani ne avrebbero percorsi più di tremila in volo tra andata e ritorno. Più o meno la distanza che separa Israele dalla centrale sotterranea di Fordow, il più lontano dei siti nucleari iraniani. In realtà, grazie grazie ai rifornimenti in volo di carburante,  l’aviazione israeliana è in grado di raggiungere e colpire tali obiettivi, come era già stato dimostrato a livello teorico da alcuni esperti. L’attacco di Yarmuk lo confermerebbe anche a livello pratico.

Tuttavia, la situazione è ancora più complessa. Il Time raccoglie le opinioni di alcuni analisti scettici riguardo alla versione di Khartoum: se gli aerei erano invisibili ai radar, le autorità sudanesi come possono affermare che i velivoli fossero proprio quattro? Potrebbe anche essersi trattato di una esplosione accidentale nel magazzino, come era stato inizialmente riferito dal governatore dello stato di Khartoum. Ma in un momento di gravi tensioni sociali all’interno del Paese, Israele rappresenta un facile capro espiatorio per canalizzare la rabbia popolare distogliendola dalle miserie quotidiane.
Un analista sudanese parla di un attacco avvenuto con un drone, il cui obiettivo era un deposito di munizioni per droni accanto alla fabbrica, la quale sarebbe stata accidentalmente colpita. C’è anche la possibilità che l’obiettivo non erano le armi, bensì qualcosa di più importante: secondo un altro analista (stavolta israeliano), non si inviano quattro aerei fino a 1.900 km di distanza solo per distruggere una fabbrica che produce razzi Grad.

Interessante il contributo di Amin Rosen sull’Atlantic, che esordisce così: “Non capita spesso che un governo annunci con enfasi che una struttura militare nella sua capitale è stata distrutta da un attacco a sorpresa, anche alla luce di plausibili elementi di prova contrari.” L’idea di fondo è quella: incolpare un nemico esterno per unire una popolazione frammentata e irrequieta, come già avvenuto la scorsa estate in occasione degli scontri di frontiera col neonato Sud Sudan.
Nondimeno, ci sono indizi che l’attacco aereo sia effettivamente avvenuto, come la testimonianza di un giornalista della AFP e un video su Youtube che mostra esplosioni – benché non sia possibile stabilire cosa le abbia causate. Inoltre, Rosen ricorda che Sudan e Iran hanno firmato un “accordo di cooperazione militare” nel 2008, e che il Paese africano ha ricevuto e ospitato il personale della Guardia Rivoluzionaria iraniana. Le voci sul transito per le armi destina ad Hamas sono  state confermate in un incontro tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Scott Gration e il capo dei servizi segreti sudanesi Salah Ghosh, che però ha negato il diretto coinvolgimento del suo governo.

Israele non attraversa un momento  favorevole. La scorsa settimana, lo sceicco Hamad bin Khalifa al-Thani, emiro del Qatar, è stato il primo capo di Stato a visitare la Striscia di Gaza da cinque anni a questa parte, rompendo così l’isolamento diplomatico di Hamas (qui la mia analisi e qui quella di Limes). Fatto inquietante, la visita di al-Thani ha coinciso con una ripresa di lanci di razzi di Hamas contro i civili israeliani che vivono nelle zone intorno a Gaza. Alla luce di questo aspetto, l’attacco di Yarmuk potrebbe essere un avvertimento di Tel Aviv all’Iran – e a questo punto, anche ad Hamas – che la sua capacità di reazione è sempre e comunque pronta ed efficace. E devastante.

Il Qatar annette anche Gaza

Che il Qatar sia emerso come un attore influente nello scacchiere mediorientale non è un mistero. Prima le intercessioni per conto della diplomazia iraniana verso l’Occidente, poi l’attivismo guerrafondaio in Libia e il sostegno smaccato alla Fratellanza Musulmana in Egitto e Tunisia, infine la sfrenata partigianeria anti-Assad nel marasma siriano. Oggi il potente emiro al-Thani mira più in alto, volgendo le sue attenzioni al punto più caldo della geografia levantina: Gaza.
Per anni la causa palestinese è stata un pò il principale collante delle popolazioni arabe, almeno dal punto di vista mediatico. Tutti a sbraitare contro Israele, ma nessuno a dare un sostegno concreto a Gaza e alla Cisgiordania. Se i Paesi del Golfo avessero donato anche solo un giorno all’anno di introiti petroliferi ai Territori occupati, forse oggi i palestinesi se la passerebbero un pò meglio. Invece nulla. Tante parole (e tutte contro Israele), ma fatti zero.

Solo la Turchia ha provato a smuovere quest’inerzia. La spedizione della Freedom Flottilla del 2010, condita dall’incidente della Mavi Marmara (n cui nove cittadini turchi persero la vita sotto il fuoco israeliano), è bastata ad Erdogan per accattivarsi molte simpatie in questo lato del mondo. Ma non è bastato. Perché Ankara non ha saputo sfruttare l’opportunità offerta dalla Primavera araba di divenire il nuovo faro della galassia islamica sunnita. E perché – dato non indifferente – non ha le risorse finanziarie di Doha.

In questo quadro la visita a Gaza dell’emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa al-Thani, assume un importante significato. L’emiro è stato accolto in modo trionfale, e non soltanto perché ha annunciato l’avvio di una serie di progetti per un investimento complessivo di 400 milioni di euro. Come spiega Lettera43:

IL QATAR ROMPE L’ASSEDIO PALESTINESE. Ma Hamad bin Khalifa ha portato in dote anche un altro ‘regalo’ non meno rilevante.
Lo ha sottolineato a uso della Comunità internazionale il ministro Ismail Haniyeh nell’accogliere l’ospite: «Con questa visita lei ha ufficialmente rotto l’ingiusto assedio politico ed economico imposto a Gaza per più di cinque anni», ha detto all’emiro, ricordano la battaglia di Gaza del 2007 seguita alla vittoria elettorale del 2006 di Hamas, inserito nella lista delle «organizzazioni terroristiche» da gran parte delle cancellerie occidentali, tra cui Usa, Unione europea e Giappone.
La visita contribuirà certamente a rafforzare la posizione di Haniyeh, vincitore del confronto con Meshal per la leadership del movimento, ma sottoposto al nevralgico compito di gestione del cessate il fuoco rispetto a una popolazione a dir poco insoddisfatta delle condizioni di vita che si trova a sopportare.
FATAH-HAMAS, RICONCILIAZIONE DIFFICILE. Ma non solo. Il viaggio, comunicato al telefono solo domenica 21 ottobre a Abu Mazen, il leader dell’antagonista Fatah, sembra anche lasciar trasparire un maggior favore dell’emiro nei confronti di Hamas; quasi che da Doha si ritenga ormai al tramonto il processo di riconciliazione tra le due formazioni palestinesi, con ciò che ne potrebbe derivare sulla prospettiva della creazione di un solo Stato nazionale palestinese.
Forse è prematuro ipotizzare questo sbocco, vista l’attenzione con la quale il Qatar si è impegnato in favore di tale processo di riconciliazione nel passato – un’urgenza cui ha fatto rifermento lo sceicco nella sua visita – ma va tenuta comunque presente. Tanto più in considerazione della caduta di consenso di Fatah nelle elezioni amministrative in Cisgiordania.
È altresì verosimile che il movimento sfrutterà le credenziali dell’emiro per sollecitare il Cairo – che con il presidente Mohamed Morsi ha già mostrato di voler seguire una linea di significativa apertura – ad assumere una posizione più proattiva a favore del superamento del suo isolamento internazionale.

La sostanza sta nel giro di boa effettuato da Hamas allorché, a marzo, ha denunciato, per bocca del primo ministro, la politica repressiva del regime siriano di Bashar al Assad, collocandosi dunque al fianco dei ribelli sunniti (sostenuti proprio dal Qatar).
Si è trattato di un gesto forte con il quale il presidente di Damasco ha perso un ventennale alleato. Con l’aggravante, per il regime siriano e dunque anche per Teheran, di una serie di conseguenze a catena, quali l’inaugurazione da parte di Hamas di una nuova stagione di rapporti anche con Arabia Saudita, Turchia e Giordania: quasi il tracciato di un innovativo fronte transnazionale sunnita.
A RISCHIO IL RAPPORTO CON HEZBOLLAH. Il deterioramento degli storici rapporti tra Hamas e Teheran ne è un altro corollario, anche se non ancora definitivamente sanzionato, e fa supporre che gli sceicchi abbiano manifestato concreta disponibilità a surrogare l’apporto di risorse tradizionalmente assicurato dagli iraniani ad Hamas. Al momento, restano in piedi le relazioni tra lo stesso Hamas e il libanese Hezbollah, ma c’è da chiedersi fino a quando.
Il riposizionamento di Hamas, che ha sempre giocato un rilevante ruolo regionale, assume dunque una valenza geopolitica di cruciale sensibilità in questa fase di fermentazione dell’area mediorientale.
Sullo sfondo di questa realtà geostrategica può apparire stonato l’appellativo «umanitaria» associato alla visita dello sceicco del Qatar.
GAZA, PEDINA DELLA PRIMAVERA ARABA. Ma per la popolazione palestinese di Gaza, paradossalmente di entità similare a quella del Qatar ma incommensurabilmente più povera, la visita ha rappresentato il modo migliore per festeggiare l’importante festa religiosa islamica dell’Aid al Adha che da venerdì 26 è destinata a portare alla Mecca la gigantesca fiumana di qualche milione di pellegrini.
Il Golfo, d’altronde, è stato paradossalmente il principale beneficiario della Primavera araba, con l’affermazione delle forze politiche di ispirazione islamica sunnita. Gaza ne risulta ora una piccola, ma nevralgica tessera aggiuntiva.

Gaza è l’ultimo e forse più importante tassello del mosaico geopolitico qatariota. Dopo l’annessione de facto della nuova Libia liberata (?),  le accuse di ingerenze da parte di mezzo mondo arabo, i tentativi di corruzione della Russia affinché lasciasse Assad al suo destino, la controversa iniziativa di ospitare un ufficio di rappresentanza dei taliban, e più di recente le opere umanitarie (tutt’altro che disinteressate) nel Nord del Mali, la martoriata città palestinese può essere il punto di arrivo, e insieme di partenza, dell’ascesa di Doha a potenza regionale.
Se non altro perché il momento della visita non è casuale. L’America è distratta dalle battute finali della campagna presidenziale, la Turchia è indecisa di entrare in guerra contro la Siria o no, la Russia deve fare i conti (in tutti i sensi) con le ristrettezze di bilancio e Israele (rectius: Netanyahu) è alle prese con la paranoia iraniana. Con i principali attori geopolitici in altre faccende affaccendati, l’emiro al-Thani ha avuto campo libero per mettere le mani su Gaza.
Anche a costo di inimicarsi Israele, che – come era facile immaginare – non ha mancato di stigmatizzare l’arrivo di al-Thani nella Striscia, col rischio di incrinare i già incerti rapporti tra Doha e Tel Aviv – benché l’emiro sia giunto a Gaza scortato da 12 caccia israeliani. In ogni caso, la visita di al-Thani non ha fermato gli attacchi israeliani sulla città.
Per finire, c’è da chiedersi se la politica estera del Qatar, così come avviata, possa essere sostenibile nel lungo periodo.

Sale la tensione tra Egitto e Israele

border of Rafah with Egypt Gaza Strip Palestine Israel

di Luca Troiano

Israeliani e palestinesi stanno osservando una tregua dopo cinque giorni di combattimenti nel sud del Sinai, ma gli scontri dimostrano tutta la precarietà della sicurezza lungo il confine israelo-egiziano. Da quando il presidente Hosni Mubarak è stato rovesciato l’ombra del conflitto torna ad aleggiare sulla regione.

Continua a leggere

Iran – Occidente: la nuova partita si gioca in Africa

Il sequestro di un carico di armi in Nigeria, di provenienza iraniana, ha allarmato le autorità di Lagos. Per Israele le armi erano dirette a Gaza. Per Lagos erano destinate ai dissidenti interni. Intanto il Gambia interrompe le relazioni con Teheran. Ma lo scenario potrebbe allargarsi a tutto il continente. La partita in Africa tra Iran e Occidente è appena iniziata.

Continua a leggere