Honduras, il Paese più violento del mondo

A poche ore dall’incendio che ha ucciso almeno 377 prigionieri nel carcere di Comayagua (80 km dalla capitale Tegucigalpa), El Pais segnala che ci sono più morti ammazzati per km2 in Honduras che in qualsiasi altro paese non in guerra al mondo: 86 omicidi ogni 100.000 abitanti, a fronte di una media mondiale di 8,8. Nel 1999 il tasso di omicidi era 42,1. Per fare un paragone, è quasi otto volte oltre il livello che l’OMS considera come epidemia.
Il quotidiano honduregno El Heraldo parla di 3.418 morti nel 2008. Poi, in seguito al colpo di Stato nel giugno 2009 – che ha deposto l’allora presidente deposto Manuel Zelaya, sostituito da Porfirio Lobo – i livelli di violenza sono aumentati in misura esponenziale. A farne le spese sono stati anche coloro che questa guerra hanno cercato di fermarla. Sempre nel 2009 gli omicidi politici hanno lasciato sul terreno 43 leader di comunità, 13 giornalisti e più di una dozzina di attivisti.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC, in Honduras vengono uccise circa 20 persone al giorno, per il 90% uomini. Ormai San Pedro Sula, seconda città del Paese, è considerata la più pericolosa al mondo, al pari di Ciudad Juarez (Messico) e Caracas. In totale, nel 2011 i morti sono stati oltre 6.000, tantissimi per un Paese di appena otto milioni di abitanti.

Tra le cause di questa guerra non dichiarata, un posto d’onore spetta al traffico di droga. Nel 1980 l’Honduras divenne un corridoio per il flusso di droga tra i produttori dell’America Latina e gli Stati Uniti, il più grande mercato di stupefacenti del mondo. Col tempo il suo ruolo strategico nei traffici si è gradualmente accresciuto, al punto da tessere delle reti proprie collegate ai cartelli messicani e colombiani. Secondo la DEA, il 95% del traffico di droga in viaggio dal Sud America al Nord si ferma in Mosquitia, sulla costa atlantica dell’Honduras. Nel 2011, i radar degli Stati Uniti hanno rilevato più di 90 voli illegali nei cieli honduregni, più del triplo rispetto all’anno precedente.
I timori che Honduras potesse diventare un narcostato (come poi è accaduto) avevano spinto le autorità di Washington a collaborare con quelle locali per concentrarsi su una strategia volta a bloccare l’infiltrazione dei cartelli della droga. La visita del vice Segretario di Stato per l’International Narcotics e Law Enforcement Affari, David Johnson, in Honduras e Guatemala, nell’ottobre 2010, dimostra quanto Washington consideri le due nazioni centroamericane importanti nella guerra contro la droga.
Johnson disse che gli strumenti e gli obiettivi comuni di questa sfida dovevano essere concordati nell’ambito dell’Iniziativa Merida, un programma di assistenza multimiliardario promosso dagli USA per il Messico e l’America Centrale. Tuttavia i risultati non sono finora stati incoraggianti, se pensiamo che i cartelli messicani si stanno spingendo sempre più a sud proprio per approfittare della cronica instabilità dei Paesi centroamericani.

La violenza dilagante è la punta dell’iceberg di un Paese allo sfascio. Secondo l’ultimo rapporto di Transparency International, la corruzione in Honduras mostra un livello superiore a quella di tutti gli Stati vicini ed è paragonabile a quella della Sierra Leone o dello Zimbabwe. La gente è abituata a vivere in un costante stato d’assedio e anche le Ong stanno abbandonando il Paese.
Per finire, la tragedia di Comayagua c’è anche la realtà di un sistema carcerario obsoleto e corrotto, come altri Paesi centroamericani. La struttura distrutta dall’incendio ospitava 850 detenuti a fronte di una capacità di soli 250. In generale, il sistema penitenziario è omologato per 8.000 posti, ma la popolazione carceraria conta 12.000 detenuti, con un esubero del 50%. Ed è un esempio di ciò che accade in tutta la regione: in El Salvador, ad esempio, si contano 20.000 prigionieri per 8.500 posti.