“Facciamo come il Belgio,” l’ultima bufala dei grillini

Il populismo vive di ignoranza: è ignoranza. Così, dopo un ventennio imbevuto del populismo di Berlusconi (al proclama di “un milione di posti di lavoro “, “meno tasse per tutti” e “vi restituirò l’Imu”), e quello di Bossi (“Padania”, “secessione” conditi dall’immancabile dito medio), l’ultimo pifferaio magico che lo sfacelo della nostra politica ci ha consegnato è Beppe Grillo con il suo populismo 2.0.
Dopo aver contribuito per mesi alla disinformazione in rete  invocando di “fare come l’Islanda” – senza rendersi conto che in realtà a Rejkjavik non c’è mai stata nessuna rivoluzione – oggi per risolvere lo stallo politico generato dalle ultime elezioni il padre-padrone del M5S lancia un nuovo grido di battaglia: “fare come il Belgio“. O meglio, come rilanciato anche su Twitter, #SiPuòFare.

E dire che basterebbe un pò di cultura, educazione e istruzione per saper discernere le proposte serie dalle baggianate.
I grillini vantano la più alta percentuale di laureati tra i propri eletti in Parlamento: l’88% (Marta Grande compresa?). Tuttavia, se davvero fossero “istruiti” e “informati” come millantano (e come Le Iene hanno ampiamente smentito), dovrebbero sapere alcune cose:

1) Se anche si arrivasse all’approvazione di alcune leggi senza il governo, ci vorrebbe comunque un potere esecutivo perché queste vengano messe in pratica, come ricordato, tra gli altri, da autorevoli costituzionalisti come Michele Ainis e Marco Olivetti.
Secondo Il Post:

Al di là dei tecnicismi, ci sono due considerazioni da fare di carattere molto concreto, nel caso in cui si avesse un Parlamento che legifera e che fa riforme senza un governo.
La prima è che, mentre il Parlamento approvasse autonomamente delle leggi, i colloqui per formare un governo andrebbero avanti, come prevede il ruolo del presidente della Repubblica. Questi gestisce le consultazioni e dà l’incarico di governo, per cui teoricamente in qualsiasi momento un governo potrebbe presentarsi davanti al Parlamento e giurare. Oppure, in assenza della possibilità di fare un governo, scioglie le camere. Questo si lega al secondo problema: che cioè un eventuale governo in disaccordo con le riforme approvate prima del suo insediamento – magari da una maggioranza diversa da quella che lo sostiene – potrebbe impedirne di fatto l’applicazione.
Il governo, infatti, fa le cose che abbiamo ricordato prima dell’approvazione delle leggi, ma poi deve farne altre dopo: tra queste, cose essenziali come trovare i soldi per le riforme o stendere i regolamenti attuativi o esecutivi. È proprio per questo suo ruolo essenziale e questa sua capacità di bloccare – di fatto – norme già approvate dal Parlamento che, quando cambia il governo dopo un’elezione, spesso le riforme avviate da un’altra maggioranza non vengono portate a compimento (cosa successa diverse volte negli ultimi anni).

2) il modello belga, ai belgi, non è piaciuto affatto. Come ricorda l’Huffington Post:

I cittadini hanno dato vita, nel corso della crisi quasi biennale, a numerose forme di protesta contro lo stallo. Tra le più bizzarre si ricorda quella lanciata dallo speaker radiofonico Nicolas Buytaers, che nel gennaio 2011 propose ai belgi di lasciarsi crescere la barba fino a quando i politici non avessero trovato l’accordo. Molti personaggi dello spettacolo diedero man forte a Buytaers e la protesta prese quota, registrando molti aderenti. Circa ottocento, si dice. Tra questi un’altra voce della radio, Koen Fillet, che al momento della nascita dell’esecutivo fu lieto di farsi riprendere e fotografare nella bottega del suo barbiere (link alla foto), dove era andato a radersi.
Sempre in quei giorni decine di migliaia di belgi scesero in piazza a Bruxelles, reclamando la fine dello stallo e chiamando i politici a mettere da parte giochi e veti incrociati.
Alcune settimane dopo, invece, si tenne una singolare manifestazione. I partecipanti scesero nelle strade della capitale seminudi. Solo mutande per gli uomini; mutande e reggiseno per le donne. Il ritornello fu sempre quello: «Vogliamo un governo, un governo vero». No, ai belgi il “modello belga” proprio non è piaciuto.

3) Il Belgio ha una struttura politica complessa, che discende dal suo status di amministrazione federale: il governo centrale svolge sì un ruolo importante, ma non sempre decisivo. Durante la lunga vacatio di 540 giorni, gli altri livelli di governo (comunitario, regionale e provinciale) hanno continuato a funzionare normalmente; le parti sociali non hanno mai smesso di dialogare – in virtù di una lunga tradizione di concertazione sociale – e il governo dimissionario di Lenterme, seppur in carica unicamente per il disbrigo degli affari correnti, ha  sempre potuto contare su ampie maggioranze parlamentari, non essendovi una vera e propria opposizione. Un esempio: la decisione di partecipare alla guerra in Libia.
Secondo Linkiesta, che ricostruisce la cronologia dei 540 giorni di impasse:

Umori popolari a parte, c’è una cosa che l’Italia non può ignorare: se il Belgio ha funzionato anche senza governo è soprattutto per il suo assetto fortemente federale. La massima parte delle competenze non è dello Stato centrale (responsabile di questioni d’interesse nazionale, come la Difesa, la Politica estera, il sistema pensionistico), ma delle regioni federali (Fiandre, Vallonia e Regione Bruxelles Capitale), responsabili di sanità, trasporti, istruzione, politiche economiche e per il lavoro, persino del commercio estero, con i rispettivi parlamenti locali. E tutte e tre le regioni hanno avuto per tutta lunga crisi federale governi regolarmente in carica e funzionanti. Per l’Italia, tuttora lontana dal vero federalismo, è tutta un’altra storia.

In nota, diceva Beppe Severgnini, recentemente ospite delle Invasioni Barbariche di Daria Bignardi: “Tanta gente che incontro è incavolata nera perché questi signori [i grillini, appunto] sono lì da un mese e ancora non hanno fatto nulla, non dovrebbero essere pagati sino a che non cominciano a lavorare”. E in fondo la gente ha anche ragione: il tempo delle chiacchiere dovrebbe essere finito da un pezzo.

Requiem della Seconda Repubblica. L’incerto destino dell’Italia dopo le ultime elezioni politiche

Nel linguaggio aziendale si chiama Worst case: ossia il peggiore scenario possibile. Quello dellingovernabilità. Nessuna maggioranza chiara ma tre grandi minoranze zoppe. Nella storia repubblicana non era mai successo.
Il PD è il primo partito alla Camera, ma non è in grado di formare un governo; dall’altra parte il PDL ha perduto quasi la metà dei voti rispetto al 2008, eppure  quel una vittoria. Monti c’è ma è come se non ci fosse. Grillo, al contrario, è presente ma non c’è per nessuno. Al momento tutte le ipotesi di alleanze e combinazioni sono irrealistiche e contraddittorie, come gli pseudo-programmi dei partiti durante la campagna elettorale. E se i mercati sono il termometro dei nostri tempi, il crollo della Borsa di Milano (e di riflesso degli altri listini europei) non lascia molto spazio all’ottimismo.
E’ il quadro che risulta all’indomani delle elezioni. Le ultime della Seconda Repubblica. Una Terza non ci sarà e, al momento, tra la crisi dei partiti, il boom del voto di protesta, gli scandali di tangenti e gli attacchi speculativi al nostro debito pubblico, sembriamo ripiombati di colpo nella Prima.

Il dato saliente è che il PD è riuscito a perdere un elezione che si diceva vinta già da un anno e mezzo. Colpa dello scarso appeal di Bersani, dell’immortalità di Berlusconi o della convincente (?) irruenza di Grillo, si dirà. Non è solo questo.
La non-vittoria del PD è anche frutto del caso Monte Paschi, certo. Ma in questi due anni il partito ha perso l’occasione di rinnovarsi e, soprattutto, darsi un programma di interventi concreti che convincesse gli elettori di centrosinistra delusi a tornare alle urne. Troppo complicato. Si è preferito continuare con la retorica dell’antiberlusconismo, contribuendo di fatto alla resurrezione dell’avversario. E dimenticando che i problemi dell’Italia sono ben altri.
Ci voleva Renzi, si dice oggi. Peccato che a dirlo siano gli stessi ipocriti che durante le primarie lo definivano come un “uomo di sinistra che parla come uno di destra”, o come “l’infiltrato di Berlusconi”, senza rendersi conto che l’endorsement (parola tanto brutta quanto di moda) del Cavaliere serviva proprio a screditare il sindaco di Firenze agli occhi dell’elettorato, evitando così il confronto alle urne con un rampante candidato che lo avrebbe messo in difficoltà certamente più del “comunista” Bersani.

Dall’altra parte, Berlusconi è riuscito a non perdere, nonostante i sei milioni di  voti in meno rispetto al 2008. Per strada, nei bar, al mercato sentiamo il sig. Rossi domandarsi “come hanno fatto gli italiani a votarlo ancora”, usando la terza plurale anziché della prima. Come se lui beneficiasse della nazionalità svedese o australiana.
Anche qui, le promesse da marinaio sull’Imu e l’affare Balotelli c’entrano poco. Troppo spesso si dimentica che l’Italia è un tessuto sociale le cui diramazioni spesse volte sfuggono alla nostra percezione. Così non ci sono soltanto padri e madri di famiglia, giovani precari, tronisti e veline, ma anche i proprietari di uno o più immobili da condonare, gli evasori con capitali all’estero da scudare e i disoccupati pronti a vendere il proprio voto per 20 euro ai candidati suggeriti dalla locale “famiglia”. Una galassia che non ha ideali da inseguire, ma interessi da difendere. A cui si aggiungono i tanti, troppi anziani che votano a simpatia e le persone medie che non leggono i giornali e si informano solo dalla tv.
I 117 seggi conquistati al Senato faranno del PDL l’ago della bilancia nel quadro della configurazione politica appena uscita dal voto. Una moneta di scambio che assicurerà la stabilità del futuro governo in di fronte di precise garanzie per quanto riguarda gli interessi e le aziende di chi sappiamo.

E poi c’è Grillo. Ennio Remondino su Globalist:

Su una cosa Beppe Grillo ha avuto indubbiamente ragione: “Sconquasseremo tutto il vecchio sistema partitico”. Bersaglio centrato. Ora occorre capire come evitare che questo voto sconquassi quanto resta degli equilibri economici e sociali di una Italia già in fortissime difficoltà. Certamente il vecchio sistema politico che ci era noto è scardinato. Conta poco che Bersani non abbia vinto e che Berlusconi non abbia perso, e che Monti si sia scoperto un ben piccolo centro. Conta la necessità di andare oltre. Perché la rabbia che ha mosso il voto a 5stelle c’è, e brucia qualsiasi altra memoria o prassi consolidata di protesta politica o di forma di aggregazione ideologica.

Davvero è tutto merito di Grillo? Il voto di protesta esiste in tutti i Paesi democratici: nelle ultime presidenziali in Francia Marine Le Pen ha preso il 18%. Ma oltralpe – come altrove – il sistema politico è in grado di assorbire questo voto senza subirne la deflagrazione. Da noi no. Perché il  problema del sistema Italia (Casta a parte) sono le istituzioni e le leggi che le regolano.

Della legge elettorale abbiamo detto tutto il male possibile. I difetti non risiedono soltanto nelle tanto vituperate liste bloccate, bensì anche nell’irrazionale sproporzione che c’è tra il premio di maggioranza per il primo partito alla Camera e quello su base regionale al Senato. In un sistema a bicameralismo perfetto, ciò si traduce nel caos. In quale altro Paese al mondo  al primo partito – per mezzo punto percentuale – spettano cento seggi più del secondo in un ramo del Parlamento, mentre nell’altro ne racimola appena due in più?
Linkiesta, partendo da un’analisi dei flussi di voto dell’Istituto Cattaneo, trae queste conclusioni:

quello che dicono i dati è chiaro: l’Italia è cambiata. Ora non si tratta tanto di capire chi abbia vinto di più (o piuttosto perso di meno). La débacle dei due maggiori partiti, e la crescita di un terzo, del tutto nuovo, soggetto politico, dicono tante cose. Lo scontento degli italiani, l’impopolarità della classe politica, la difficoltà delle riforme sono tutte cose vere e importanti. Ma il punto nodale sembra uno solo: di fronte alle difficoltà del Paese, il modello del bipolarismo, più o meno perfetto, non ha funzionato. Non sono bastate né primarie né cavalcate televisive. Questa tornata elettorale d’inverno spazza via l’ultimo suo sogno perseguito per vent’anni. Le cose sono cambiate, Berlusconi c’è ancora, il Pd anche. Ma la seconda Repubblica finisce qui.

Già, le difficoltà del Paese. Ho già spiegato che la debolezza strutturale dell’economia italiana è data da un sistema burocratico troppo legato agli interessi di pochi, piuttosto che quelli della collettività. Sono 20 anni che si discute di riforme, liberalizzazioni, misure per liberare il potenziale di crescita inchiodato da un decennio a percentuali da prefisso. Cosa si è fatto di concreto? Nulla, ovviamente. Da un lato, il populismo. Dall’altro, la pochezza di idee concrete per affrontare i mali che affliggono l’Italia. In mezzo, l’incertezza e la sensazione, bruciante, di aver perso l’ennesima occasione per presentare qualcosa di realmente nuovo.

O per proseguire lungo una strada già intrapresa. Come voleva l’Europa.

Come già avvenuto in Grecia, le elezioni italiane sono lo spartiacque di quello che sarà il futuro dell’eurozona e, di conseguenza, della stessa Unione dei 27. Con la differenza che l’Italia – in termini di PIL e debito – “pesa” molto, ma molto più di Atene. Da qui le preoccupazioni della stampa estera per i possibili riflessi del voto sulla stabilità dell’euro.
Non a caso, come l’anno scorso all’ombra dell’Acropoli, quest’anno a Roma sono transitati i leader europei in cerca di risposte. L’obiettivo minimo doveva essere quello di avere una maggioranza abbastanza forte per continuare con la strada fatta finora. Ma il risultato delle elezioni politiche parla di un chiaro rifiuto della politica di rigore portata avanti da Monti, grande sconfitto di questo scrutinio. Un vero e proprio avvertimento all’Europa (leggi: alla Germania).
Secondo il Guardian, per il quale le elezioni italiane sono state un “trionfo della democrazia che farà uscire il paese, e l’Europa, dal dogma dell’austerità”, le prospettive per il Belpaese sono due: uscire dall’euro e incamminarsi verso la ripresa economica; o restare definitivamente nelle mani dei banchieri europei. In entrambi i casi l’Europa ricorderà questo momento. E anche noi. Rimane il fatto che, sommando i voti di Grillo e quelli del PDL, più della metà degli italiani appoggia formazioni dichiaratamente contro Bruxelles.
Lucio Caracciolo su Limes:

Vista dal resto del pianeta, e soprattutto dell’Eurozona, l’Italia è una mina vagante. Ora più che mai emergono le sue dimensioni sistemiche. L’ingovernabilità dell’Italia equivale al rischio di crisi della costruzione europea, a cominciare dall’euro. Finora abbiamo sopperito alle vaghezze del sistema istituzionale nostrano e all’inesistenza di efficienti meccanismi politici e partitici con forme di eterodirezionesoft.
Un nome sopra tutti: Mario Draghi. Senza la sua peculiare interpretazione dello statuto della Banca Centrale Europea l’Italia sarebbe andata in default già nella scorsa estate. L’exploit di Draghi è stato reso possibile da due condizioni convergenti: la faticosa intesa fra Stati Uniti, Germania e altri partner europei che ha dato via libera agli acquisti massicci di bond italiani da parte di Francoforte; e la presenza in Italia di un bottone da premere, l’esecutivo Monti.
Ora chiunque volesse teleguidare la politica economica e fiscale italiana, per limitarne gli effetti catastrofici sul sistema euro, non saprebbe quale tasto spingere.

Quando un governo sarà formato – non è detto che ciò avvenga presto – ci accorgeremo che il bipolarismo del prossimo futuro non sarà più tra centrodestra e centrosinistra (vale a dire, tra i pro e i contro Berlusconi, stella polare dell’ultimo ventennio tricolore), ma tra chi sarà a favore delle politiche della UE e chi invece sarà contro. Tutto a beneficio dell’incertezza.
Recita un’antica maledizione cinese: “possa tu vivere in tempi interessanti“. I nostri, certamente, lo sono.

La Sicilia del Grillopardo

Termometro Politico offre una puntuale analisi quantitativa del voto in Sicilia. Ma più che dai numeri, il migliore sunto delle recenti elezioni è essere espresso dalle lettere. Non tanto, cioè, dalla percentuale di voto del Movimento 5 Stelle (che rasenta il 15%) o da quella degli astenuti (53%), quanto dal giudizio con cui l’agenzia Fitch ha declassato la Sicilia quando lo spoglio aveva ormai superato il 50% delle elezioni e i risultati si erano consolidati: BBB. Praticamente spazzatura. E per di più con un outlook negativo. Questo perché (e qui torniamo ai numeri) la somma di voti ottenuti dal Pd, dall’Udc e dalle liste civiche che sostengono il neoeletto presidente Rosario Crocetta non va oltre i 40 seggi; ben lontani dai 46 necessari che garantirebbero alla sua coalizione la governabilità dell’isola. O, più prosaicamente, la sopravvivenza politica.

Per giorni si è ripetuto che il voto siculo era importante perché l’isola anticipa le tendenze nazionali, dunque poteva contribuire a chiarire un quadro politico nazionale sconfortante e imprevedibile a sei mesi dalle prossime elezioni politiche. Tutte chiacchiere. I media “tradizionali” (leggi: in mano ai partiti) dicevano la stessa cosa delle amministrative a Milano dello scorso anno, probabilmente solo per spingere la gente al voto nella ragionevole previsione di un astensionismo di massa. Certo, il resto d’Italia ha seguito la campagna elettorale sicula con un mix di attenzione, curiosità e timore, chi (i cittadini) con la speranza che l’isola possa essere il punto di partenza per un nuovo corso, e chi (i politici) con il timore di perdere le proprie rendite di posizione sotto la spinta di Grillo e degli altri movimenti di protesta. E oggi si parla, fantastica e ipotizza sulle ripercussioni che il responso delle urne avrà sullo scenario nazionale e in particolare su un PDL sempre più al tramonto. Ma il quadro che viene fuori dal voto non è confortante.
Secondo Agnese Licata su Altrenotizie:

Della serie: quando un risultato elettorale dice tutto (sul disgusto degli elettori verso la politica) e dice niente (sul futuro governo della Sicilia). L’astensione oltre il 50% e l’esplosione del Movimento 5 Stelle fino al 18% dei voti raccontano di cittadini che in partiti vecchi e nuovi non credono più. Soprattutto, non pensano che uno o l’altro cambi qualcosa. “Su’ tutti ‘na cosa” – ossia “sono tutti uguali” – è una delle frasi più ricorrenti in Sicilia a tempo di elezioni. Stavolta, i grillini hanno ridotto almeno in parte il ricorso a questa massima dell’anti-politica, ma è il pessimismo a prevalere, almeno tra la metà degli isolani.

I risultati di questa elezione potranno cambiare davvero la politica regionale oppure generare una fotocopia dell’ultima, disastrosa, instabile legislatura? Ad oggi, entrambe queste alternative hanno la stessa possibilità di realizzarsi.

Più facile, invece, che il Pd trovi una qualche sponda nell’Mpa e in Miccichè. Ed eccoci qui a una musica già suonata, quella che dal 2010 ha visto alla guida della Sicilia una coalizione  Mpa-Pd come unica soluzione per avere una maggioranza all’Assemblea. Questo è il rischio più forte: ritrovarsi punto e a capo. Crocetta ha dichiarato che lui non intende compromettere se stesso e il partito con inciuci vari, piuttosto si torna tutti a votare. Ma il suo partito la penserà allo stesso modo, soprattutto considerando il fatto che è composto dalle stesse persone che appoggiarono fino all’ultimo l’ex governatore Raffaele Lombardo, rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e voto di scambio?
Insomma, da queste elezioni in Sicilia si aspettavano tante risposte, ma arrivano più che altro domande.

Il candidato sconfitto Nello Musumeci già ipotizza un pronto ritorno alle urne, non tanto per lungimiranza politica quanto per provare a strappare una second chance nella corsa al trono dell’isola.
Tra le tante domande senza risposta, ce ne è una che meriterebbe un’attenzione immediata ma che nessun candidato, grillini compresi, ha mai neppure avuto il coraggio di approcciare: come tappare la voragine di denaro pubblico – generato da favoritismi, compravendita di voti, interessi personali e chi più ne ha più ne metta… insomma, tutto tranne il bene comune – che ha portato il debito strutturale della Sicilia a toccare quota 18 miliardi di euro. Per il 2013 saranno disponibili 1,9 miliardi che non basteranno per pagare precari, forestali, trasferire fondi ai comuni, per il trasporto pubblico locale e per i collegamenti con le isole minori, mentre le imprese continuano a vantare crediti per 5 miliardi di euro.
I maligni hanno individuato una chiave di lettura dell’elevato astensionismo proprio nella crisi dei conti della Regione: finiti i soldi è finito il voto di scambio. La gente è rimasta a casa perché i politici non avevano più nulla da offrire. Anche se le accuse di compravendita elettorale non sono mancate, al di là della dubbia presentabilità di chi le ha lanciate.

E a proposito di voto di scambio, merita una menzione un’inchiesta dell’Espresso secondo cui la mafia si sarebbe “astenuta” da queste ultime elezioni:

Non sappiamo cosa possono aver fatto i mafiosi a piede libero, su quali scelte politiche si sono indirizzati. L’Espresso può però affermare con certezza che i boss detenuti hanno preferito non votare. E di solito i mafiosi detenuti fanno ciò che viene indicato da quelli ancora liberi. L’astensione così massiccia in tutta la Sicilia non era mai avvenuta anche fra i detenuti, tanto che i seggi aperti nelle carceri sono andati deserti. Nessuno di loro si è presentato a votare. Anche i mafiosi fanno dunque parte del popolo degli astensionisti che ha toccato quota 53 per cento.
Per far comprendere meglio ciò che è accaduto in Sicilia basta dire che su 7.050 detenuti hanno votato solo in 46: si tratta di carcerati comuni e non di mafia. All’istituto di pena di Pagliarelli a Palermo dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1.300 detenuti solo uno si è presentato al seggio elettorale, ed è in custodia cautelare per reati che non sono quelli per mafia. Stesso identico atteggiamento a Catania, Agrigento e Caltanissetta. Uno scenario che ribalta, anzi trasforma ciò che in passato è stato fatto proprio dai detenuti che facevano la fila in carcere per votare il proprio candidato che in gran parte dei casi risultava essere quasi sempre lo stesso o dello stesso partito.
Forse adesso i mafiosi sono rimasti a guardare. Si sono allontanati da questa competizione probabilmente per tanti motivi che forse un giorno qualche collaboratore di giustizia potrà spiegare.

Lo scorso maggio i detenuti delle carceri Pagliarelli e Ucciardone a Palermo si sono astenuti dal voto per eleggere consiglieri comunali e sindaco del capoluogo. Era il primo segnale lanciato nell’ultimo decennio dalla mafia a questa “nuova” politica. Adesso qualcosa sembra essere cambiato. E la cosa stupisce, perché Cosa nostra non si arrende così facilmente. Forse questa volta i mafiosi hanno intuito che a vincere poteva essere Rosario Crocetta che fin da subito, anche per la sua storia personale, ha tuonato contro Cosa nostra, e allora forse non era il caso di avvicinarlo. Sta di fatto che a questa tornata elettorale dalle carceri è arrivato un segnale diverso. Stare lontani da questi politici. Forse vogliono stare a guardare alla finestra e imboccare la porta d’ingresso dei politici quando sarà il momento di fare affari. Si spera, in quel caso, che la politica abbia la forza di tenersi lontana dalla mafia.

Chi invece non ha saputo per nulla cogliere il senso delle elezioni siciliane è la stampa estera in generale. Visto da fuori, il voto ha semplicemente decretato la caduta del PDL, quindi la fine di Berlusconi. Un tantino scontata, banale e partigiana come retorica; autorevoli testate come Die Welt, Liberation ed El Mundo potevano sforzarsi un pò di più. Se non altro accorgendosi che alle piazze riempite dal Movimento 5 Stelle facevano da contraltare quelle vuote dei politici di professione, di qualunque schieramento politico. Piazze piene a cui sono seguite urne riempite solo a metà.

Se questo può essere il punto di partenza per una svolta storica, c’è da chiedersi come questa potrà proseguire sorretta dalle gambe di meno della metà della popolazione. Le urla di Grillo non sono evidentemente bastate a restituire speranza a chi è già arrivato al limite della sopportazione.
Finito il tempo dei facili slogan e della demagogia, c’è bisogno di qualcuno che si impegni seriamente a ricostruire una Regione, e poi un Paese, ormai abbandonato a sé stesso. Altrimenti sarà stato l’ennesimo fuoco di paglia. L’ultimo di una lista di occasioni in cui ci si è illusi di poter cambiare tutto, col risultato alla fine di non cambiare nulla.