Non solo Alba Dorata, ora in Grecia torna l’incubo del terrorismo anarchico

Ora la Grecia ha paura. Nella serata di venerdì 1° novembre, due persone su una moto di grossa cilindrata hanno aperto il fuoco davanti alla sede di Alba Dorata, nel quartiere Neo Eraklio di Atene, uccidendo due militanti e ferendo un terzo, A prima vista sembra una vendetta contro il movimento squadrista per l’omicidio del rapper Pavlos Fyssas, avvenuto lo scorso settembre, ma c’è già chi parla di una “strategia della tensione” in atto. Perché l’attentato fa ripiombare la Grecia, già stremata dalla gravissima crisi economica e dai conseguenti sacrifici ad essa imposti, nel buio e nei misteri che sono stati i fantasmi del suo recente passato.
L’attentato è stato rivendicato solo pochi giorni fa da parte delle cosiddette “Squadre rivoluzionarie popolari combattenti”, una sigla di estrema sinistra mai sentita prima. Fatto spiega come anche la minaccia anarco-insurrezionalista torni a farsi strada, con la Grecia ora in mezzo a due fuochi.

Alba Dorata, istruzioni per l’uso

Per capire Alba Dorata consiglio la lettura di due articoli dell’Osservatorio Balcani e Caucaso che provano a spiegarne la genesi. Nel primo si tratteggia, tra le altre cose, la figura di Nikos Michaloliakos, fondatore del gruppo; nel secondo si illustra come il movimento si sia minacciosamente fatto strada nel cuore della società greca, sia prima che dopo l’ingresso in parlamento. Diventando una sorta di neonazismo quotidiano.

Nell’ultimo anno i membri del gruppo si sono resi responsabili di decine di assalti a immigrati, soprattutto quelli irregolari. Solo nel 2012 si registrano 154 episodi, ma secondo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani gli incidenti sarebbero in realtà molti di più. Fa scalpore l’omicidio di un diciannovenne iracheno, ucciso fuori da una moschea improvvisata durante il mese sacro del Ramadan. Si registrano anche aggressioni a disabili omosessuali. ma anche a giornalisti accusati di essere “conniventi” col sistema. 

Le autorità greche, tuttavia, ancora fino all’estate di quest’anno mostrano un atteggiamento conciliante nei confronti della formazione estremista, nonostante i ripetuti moniti di un’Europa preoccupata dalla crescente intensità delle violenze. Lo scorso maggio, ad esempio, il governo annuncia di voler varare una legge che inasprisca le pene per i crimini razzisti, ma poi non se ne fa nulla perché i tre partiti della coalizione non riescono a trovare un accordo.

Le cose cambiano con l’assassinio del rapper Pavlos FyssasNon è la prima volta che Alba Dorata uccide qualcuno, ma è la prima volta che a cadere vittima della violenza è un greco, In realtà ci manca veramente poco che l’omicidio rimanga un episodio isolato, subito archiviato senza conseguenze. Tutto si deve ai riflessi di un poliziotto, pronto a cogliere l’ultimo gesto di Fyssas intento ad indicare il suo aggressore. La giustizia scopre molto presto che Georges Roupakias, l’assassino arrestato, è iscritto ad Alba dorata. Controllando il suo cellulare si scopre anche che poco prima di commettere l’omicidio e subito dopo ha telefonato a parecchi responsabili del partito. da cui risultava peraltro stipendiato.

Il fatto costringe una Grecia attonita ad interrogarsi sulle cause di tanto imbarbarimento. L’ondata di turbamenti suscitata è tale da indurre le autorità di Atene a svelare il vero volto di Alba Dorata. E dietro la maschera della formazione politica scoprono un lungo elenco di violenze ed estorsioni, ma soprattutto vengono alla luce le prove di inquietanti rapporti con alcune mafie straniere – in particolare quella albanese – nonché con esponenti della polizia e del potere economico.

Questi due aspetti gettano più di un’ombra sulla rete di favori e connivenze che si cela dietro il movimento. Alba Dorata è molto popolare presso la polizia: quasi la metà dei poliziotti greci ha votato in massa per questa formazione. Si scopre che un poliziotto di Rodi ne ha addestrato alcuni membri, e che gli uomini in divisa hanno partecipato a diversi attacchi perpetrati contro gli stranieri. Spunta fuori un video in cui si vedono dei membri del partito mentre aiutati i poliziotti durante l’assalto ad una manifestazione.
Emergono anche i legami con gli armatori e con i grandi industrialicon i quali avvengono riunioni più o meno segrete vengono rivelate dalla stampa. Si sa che il movimento neofascista si è infiltrato da tempo nelle vecchie roccaforti operaie come il porto del Pireo, sfruttando la disoccupazione e l’odio per i sindacati e i partiti di governo, ma le inchieste sul finanziamento di Alba dorata, aperte dopo la morte di Pavlos Fyssas, confermano il coinvolgimento di almeno due armatori, sponsor regolari dei neonazisti. E nell’abitazione di un terzo viene addirittura trovato un arsenale.

Quando iniziano a circolare voci anche sui preparativi in corso di un possibile colpo di Statoil governo si attiva finalmente per mettere Alba Dorata fuorilegge.
Il 23 settembre il ministro della protezione civile Nikos Dendias annuncia l’avvio di un’inchiesta sui legami tra le forze dell’ordine e l’organizzazione. Due alti funzionari di polizia si dimettono,i quattro ufficiali vengono sospesi e altri sette trasferiti.
L’operazione più clamorosa si ha il 29 settembre, quando vengono arrestati i vertici del movimento: Il leader del Nikos Michaloliakos, insieme al portavoce Ilias Kassidiaris, i deputati Ilias Panaglotaros, Ioannis Lagos e al responsabile della sezione di Nikea, (quartiere di Atene) Nikos Patells cadono in una retata che vede 36 ordini di arresto. A proposito di Lagos: già informato dell’imminente omicidio di Fyssas, il parlamentare risulta indagato anche per riciclaggio di denaro, ricatto e possesso illegale di armi.
Infine il 23 ottobre il parlamento greco sospende il finanziamento pubblico al movimento.

Alla fine, quando si è deciso di agire contro Alba dorata, il governo di Antonis Samaras ha sorpreso tutti per rapidità e determinazione. Purtroppo il ritardo nell’azione ha avuto pesanti conseguenze, fra cui diversi omicidi e il peggioramento della reputazione di un Paese già in ginocchio. Inoltre, tutti in Grecia si stanno interrogando sulle conseguenze politiche del giro di vite sull’estrema destra, visto che Alba dorata non sembra ancora sul punto di scomparire dalla scena politica ellenica. Il partito è frutto della crisi, soprattutto fra i giovani che non hanno lavoro né prospettive di averlo. Nessuno sa dove si orienteranno i suoi elettori, ora il partito sta per essere smantellato dalle autorità greche, ma una cosa è certa: a beneficiarne non saranno i partiti di governo.

Gli anarchici tornano in azione

In Grecia pericoli per la sicurezza interna non arrivano solo da destra. Oltre ai neonazisti, Atene si ritrova a fare i conti anche con il terrorismo di ispirazione anarchica o di estrema sinistra, che nel Paese vanta una lunga tradizione. Dopo anni di letargo, il momento di svolta arrivò il 6 dicembre 2008, agli albori della crisi, quando un giovane anarchico di 15 anni, Alexandros Andreas Grigoropoulos, venne assassinato dalla polizia scatenando violente proteste e attacchi ai simboli dello Stato e del capitalismo.

I movimenti anarchici vantano una lunga tradizione ad Atene. E’ dallo storico quartiere di Exarchia, nel centro della città, che sono partite le prime manifestazioni contro l’occupazione dell’Asse e il regime dei colonnelli. Oggi Exarchia è un laboratorio politico dove lo Stato non esiste, autodiretto da regole proprie, sulle quali spiccano due principi: la violenza come strumento di lotta (ma mai se gratuita) e la solidarietà come sistema di welfare. Ma accanto a questo esempio di “anarchia organizzata”, vari gruppi si sono affacciati sulla scena, minando la sicurezza della già fragile società greca.

Negli ultimi 24 mesi l’anarco-insurrezionalismo greco ha compiuto una vera e propria escalation, mettendo a segno almeno 18 attentati di un certo rilievo (quasi uno al mese), per fortuna facendo solo danni ma nessuna vittima. Ora lo scenario cambia, e si teme che i gruppi anarco-insurrezionalisti stiano preparandosi a colpire la Troika, i cui rappresentanti si recano spesso ad Atene, prendendo a bersaglio non più gli edifici- simbolo, bensì le persone. L’allarme è scattato lo scorso 2 settembre, quando una busta contenente polvere da sparo è scoppiata ad Atene nella casa del giudice di Corte d’Appello Dimitris Mokkas, che si occupa di processi a terroristi. La busta proveniva dalla Cospirazione dei Nuclei di Fuoco (Spf), sigla storica dell’estremismo anarchico greco, non nuova a questo genere di intimidazioni e responsabile di  tre attentati incendiari ad Atene nello scorso gennaio, in conseguenza dell’apertura di procedimenti giudiziari contro alcuni suoi membri.

Un fatto inquietante è che a fianco della Spf – che ha stretti legami con la Federazione anarchica italiana (Fai) – sono emerse altre sigle mai sentite prima, come Tolleranza Zero (tre attentati contro altrettanti politici a fine 2011), Movimento 12 Febbraio (una bomba non esplosa il 25 febbraio 2012 sul metro’ di Atene), e la Squadra dei Combattenti del Popolo (attacco a colpi di Kalashnikov contro il quartier generale del partito Nea Dimokratia lo scorso 14 gennaio). Infine le Squadre rivoluzionarie popolari combattenti, responsabili dell’attentato ad Alba Dorata di inizio novembre.

Tra il martello e l’incudine: la Grecia tra rigore e speculazione

Nella tarda mattinata del 24 ottobre il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras annuncia l’accordo raggiunto con la Trojka sulle nuove misure di austerity indispensabili per ottenere, da un lato, un’ulteriore tranche di aiuti da 31,5 miliardi e, dall’altro, una proroga di due anni – dal 2014 al 2016 – per ripianare il proprio deficit di bilancio. Notizia smentita poco più tardi dai diretti interessati. Basta questo per avere un’idea della confusione che regna quando si parla della crisi greca.

Nel frattempo, la Germania avrebbe messo a punto un piano per il salvataggio della Grecia che prevede l’impiego di una task-force internazionale di esperti da affiancare al governo greco e un conto vincolato per il versamento degli aiuti al Paese. Tutto ciò non avrebbe nulla a che vedere con gli aiuti finanziari, e in alcun modo la presenza degli esperti internazionali sarebbe una contropartita in cambio di risorse. Secondo il Financial Times (accessibile solo su abbonamento, ma da qui qualcosa si riesce pure a leggere), che cita il documento tedesco Enhanced governance and control mechanism (si veda qui), di fatto Berlino punta a rendere più stringente il controllo su Atene. Come se due anni di effetto garrota – con il lento strangolamento dell’economia greca in ragione delle pretese tedesche – non avessero martoriato l’infelice Grecia già a sufficienza.

Ma quando si parla di Grecia, si parla non solo di rigore, ma altresì di speculazione. Il Wall Street Journal racconta che da quando è stata completata la ristrutturazione del debito in marzo, che ha trasformato 200 miliardi di euro di bond greci in 60 miliardi di euro, gli hedge funds (i fondi altamente speculativi) stanno comprando la Grecia praticamente a prezzi di saldo. Perché? I titoli greci sono rischiosi e il mercato in cui agire è limitato, posto che solo il 20% dei 300 miliardi di euro di debito greco è in mano a investitori privati – tutto il resto è della Trojka. Spiega l’IBTimes:

Partiamo da un semplice dato: l’obbligazione con scadenza nel 2023 ha registrato un tasso del 16.53%, circa tre punti percentuali in meno rispetto ai dati di inizio Ottobre. Questo semplice dato è alla base della mossa speculativa degli hedge fund: tassi di interesse in netto calo significano, di fatto, prezzi delle obbligazioni in aumento.
Prendiamo un’obbligazione greca con scadenza nel 2042: il prezzo di vendita, prima delle elezioni dello scorso Giugno, era di 12 centesimi di euro. Ad oggi, passati pochi mesi, con una situazione dal futuro leggermente meno incerto, i rendimenti sono crollati ed il prezzo è salito a quasi 24 centesimi per ogni bond.
L’estrema economicità dei bond greci è, al tempo stesso, l’elemento principe del loro valore. La congiuntura europea rende l’obbligazione greca una vera “merce rara” nell’ottica della gestione e dell’approccio puramente speculativo degli hedge fund. Il portafoglio del fondo Greylock è composto, al 20%, da titoli di Stato greci. “Non ci sono molte occasioni come questa” ha dichiarato Hans Humes di Greylock. La stessa Third Point ha realizzato una piccola fortuna comprando tali bond in Luglio ed Agosto.
I rischi, ovviamente, sono sempre dietro l’angolo. Se una previsione forse troppo rosea dei fondi afferma che anche l’eventuale uscita dall’euro porterebbe benefici sul prezzo delle obbligazioni, il rischio di default ne farebbe crollare il prezzo. Ma anche qui i fondi si sentono padroni della situazione affermando che, anche in tal caso, sarebbe difficilmente ipotizzabile un prezzo troppo inferiore i 10 centesimi (e quindi poco inferiore al prezzo d’acquisto a 12 centesimi di euro).

Morale della favola: il banco vince sempre. E mentre a Bruxelles discutono, Atene continua ad affondare.

Senza una visione politica l’Europa non avrà futuro

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio – qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi - i primi a fuggire - sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.

Italia e Grecia, dove la solidarietà è la migliore propaganda

Mercoledì primo agosto Libero riporta la sintesi di un’intervista rilasciata da Adolf Hitler ad un cronista del La Stampa nel 1932. Il messaggio del Fuhrer era che la frustrazione dovuta alla crisi economica e la stretta fiscale, amplificata dall’incapacità della classe dirigente di offrire alla gente delle risposte adeguate, avrebbe spinto il popolo tedesco a favorire la sua ascesa politica. Come è poi avvenuto:

Il Führer «deplora il disordine che nell’economia mondiale si crea impiantando in tutti i Paesi tutte le industrie – mentre prima i Paesi prosperavano ciascuno sviluppando le sue industrie speciali». Infine, il pezzo forte. Hitler chiarisce in che modo le circostanze lo favoriscono. L’intervistatore gli domanda «se le sue schiere non si ingrossano anche per effetto del disagio economico, che spinga la gente disperata ad invocare una soluzione estrema». La risposta è affermativa: «Quante volte nel mondo si parla di disagio politico, non va dimenticato che esso dipende dalle condizioni economiche».

Ovviamente, lo scopo dell’articolo non è gettare ombre sul futuro attraverso la premonizione di un ritorno al passato, bensì alimentare la campagna populista che da mesi il quotidiano di Belpietro ha ingaggiato contro il governo Monti, colpevole di aumentare le tasse e non tagliare gli sprechi.

Tuttavia, l’idea di fondo ha una sua verità. In tempi di crisi chiunque tenda una mano ai disperati è un benefattore. Allora fioccano gli elogi, a prescindere dalla sua identità o da qualunque indagine sulle intenzioni che lo spingono al nobile gesto, dunque senza domandarsi se si tratta di altruismo o non ci sia anche qualcos’altro sotto. Neppure quando la mano in questione appartiene a movimenti con chiare finalità politiche.

L’esempio lampante di questo meccanismo è l’iniziativa lanciata da Forza Nuova a Pescara pochi giorni fa: la distribuzione gratuita di 100 kg di pane a famiglie italiane indigenti. Sottolineo: solo italiane.
Manco a dirlo, è stato un successo:

pane gratis per tutti ma a patto che si tratti di ‘veri italiani‘. Il gruppo di estrema destra, dopo aver ampliamente pubblicizzato l’evento con manifesti in giro per la città, ha quindi montato un banchetto 2 giorni fa, nel mercato rionale di via Pepe.

La distribuzione ha avuto successo: 100 kg di pane in 30 minuti. Grande la soddisfazione del gruppo politico. Marco Forconi esponente di Forza Nuova, ha così commentato: “Nonostante il caldo asfissiante e la scontata incredulità iniziale, al banchetto c’è stato un vero e proprio assalto quando si è sparsa la voce che un gruppo di persone, legate ad un movimento politico, stavano distribuendo gratuitamente delle pagnotte di pane, ben sigillate e ben etichettate. Irremovibili sui principi che regolavano l’iniziativa,non state cedute pagnotte a stranieri ed a rom, nonostante le non poco numerose richieste.

E utile mantenere per ultimo, sottolineandolo, questo ulteriore pensiero di Marco Forconi espresso dopo la fine della distribuzione di pane: ”Poche chiacchiere e molti fatti: questo manca alla politica oggi, incapace di dare risposte e sorda alle grida di dolore degli italiani, questo possiede Forza Nuova, un faro di patriottismo e nazionalismo in un mare di opportunisti ed invertebrati”.

Ed anche in Grecia, dove la gente se la passa molto peggio che in Italia, c’è  un partito estremista in rapida ascesa che non ha perso tempo a fare la stessa cosa:

«Questo cibo è greco, prodotto da aziende greche e produttori greci», ha detto il portavoce di Alba Dorata Ilias Kasidiaris, «e allora lo diamo solo a greci». Il gruppo neonazista greco mercoledì ha distribuito gratis, in piazza Syntagma di fronte al parlamento, beni alimentari di prima necessità. Latte, pasta, olio e patate, «tutti prodotti in Grecia da greci», e solo per Greci. Agli stranieri, niente. Chi si presentava, veniva allontanato. Una scelta che le persone in coda, circa duecento, hanno mostrato di apprezzare. Uno di loro, Panayotis Panagiotopoulos, ha dichiarato alla stampa di essere «grato per il loro aiuto». E che «Alba Dorata rappresenta l’anima del popolo greco».

Alba Dorata, nelle ultime elezioni, ha vinto il 7% dei voti proprio cavalcando il sentimento xenofobo del paese. Una delle sue ultime proposte, cioè quella di far donare il sangue dei greci solo ai greci, è stata bloccata dalle autorità sanitarie, che l’hanno giudicata inumana e razzista

Di fronte alla disperazione della gente e all’immobilità della politica, le formazioni estremiste hanno gioco facile nel guadagnare consensi attraverso queste iniziative-spettacolo.
Morale della favola: è sempre necessario distinguere tra solidarietà e propaganda, ora che sappiamo quanto è facile veicolare la seconda sotto le mentite spoglie della prima.
Dopo tutto, se da piccoli ci insegnavano che niente si fa per niente, qualcosa vorrà pur dire.

Il peccato originale dell’euro. Perché la moneta unica non funziona

Con gli accordi di Bruxelles, per la prima volta i leader europei hanno si sono trovati d’accordo intorno a misure concrete e significative volti a porre fine alla crisi del debito della zona euro, rispetto ai vaghi progetti a cui eravamo abituati. Si tratta di un passo importante, ma i timori per il futuro permangono.
Se per un attimo mettiamo da parte le questioni prettamente economiche per addentrarci in una riflessione meno convenzionale, ci farebbe comprendere il legame diretto tra le vicissitudini della moneta unica, all’apparenza materia di esclusivo dominio degli economisti, e i nuovi equilibri geopolitici sorti dopo il 1989.


Perché nacque l’euro

Oggi a dire che “L’euro non dovrebbe esistere” è la prima, lapidaria riga del rapporto “Fine dell’euro”, a firma del servizio studi di UBS. L’idea di fondo è che lo spazio di circolazione della moneta unica disegna un’area meno che omogenea per cultura e tradizione fiscale, struttura economica, vocazioni e dinamiche sociali – es., cosa hanno da spartire i ciprioti con gli olandesi?
Fino allo scoppio della crisi greca, i cittadini dei diciassette Paesi aderenti all’euro, come pure buona parte degli ambienti economici, non hanno mai riflettuto a fondo su cosa significhi spendere una moneta – caso unico al mondo – priva di uno Stato sovrano. Peggio ancora, che ha diciassette pseudosovrani. Ma il destino dell’euro come divisa senza un governo è scritto nel suo dna.
Come altre unioni monetare succedutesi nella storia, quella europea non è stata dettata da una necessità tecnica, bensì da logiche esclusivamente (geo)politiche. Essa è frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare alla Francia – e, di riflesso, all’Europa – una Germania che, dopo la riunificazione e complice la fine della cortina di ferro, pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente, in virtù di un indiscutibile primato economico espresso dalla supremazia del marco. Da qui l’idea, messa in piedi in fretta e furia, di una moneta unica a parole volta ad assicurare una maggiore integrazione all’interno del mercato unico, in realtà tesa ad imbrigliare la locomotiva tedesca, rendendola inoffensiva.

Prova della genesi franco-teutonica del progetto monetario europeo è la carta su cui esso fu scritto: il Trattato di Maastricht, nelle cui pagine notiamo come accanto ai principi illumistici si alternino passaggi di politica economica, direttamente mutuati dalla dalle teorie di Milton Friedman e dalla scuola monetarista di Chicago. Il cui fine ultimo è il controllo della stabilità dei prezzi attraverso l’azione della Banca Centrale, elevata a cane da guardia dell’inflazione. Idee che trovarono terreno fertile negli ambienti economici e finanziari tedeschi, ancora scottati della disastrosa esperienza di Weimar in cui l’inflazione arrivò a toccare livelli a sei cifre.
Oltre alla memoria storica, l’ossessione di Berlino per l’inflazione era dovuta alle pretese di rivalsa di una Bundesbank che un riforma monetaria l’aveva già conosciuta e accettata a denti stretti due anni prima di Maastricht. Quella che aveva portato alla blasfema parità tra il marco orientale e la Deutsche Mark dell’Ovest, attraverso cui la riunificazione monetaria anticipò di qualche mese quella politica. Anche in quel caso, l’unione monetaria fu il frutto di una convenienza politica a dispetto delle necessità tecniche. Mal digerito l’episodio, nella concezione di Maastricht la Banca Centrale tedesca si dimostrò più che mai decisa ad imporre alla nuova BCE la propria ferrea ortodossia monetaria.
L’euro fu dunque il frutto di un reticolo di compromessi, un progetto politico in veste monetaria. La cui fine o salvezza saranno la fine o salvezza di un’ambizione politica. Perché se l’euro fu, in un certo senso, creato contro la Germania, è anche vero che la sua nascita richiedeva il necessario benestare di questa. D’altra parte, ho già spiegato come tutta la costruzione europea, dalla Dichiarazione Schuman in poi, è frutto del desiderio di Parigi di ancorare a sé Berlino. Processo di cui la moneta unica rappresenta solo l’ultima stadio.
A Maastricht Berlino sacrificò sull’altare europeo i suoi gioielli più preziosi: il marco e la Bundesbank, simboli del suo riscatto morale, prima ancora che di una rinnovata primazia economica. In cambio strappò alla Francia l’adozione dei famigerati parametri tecnici, criteri che i vari Stati – compresi i meno virtuosi partner mediterranei – sono tenuti a rispettare per poter aspirare ad un posto nell’euroclub. In altre parole, l’integrazione europea sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania.


…E perché non ha funzionato

Che la politica deflazionistica sostenuta da Berlino sia del tutto incompatibile con le economie dell’Europa meridionale, meno efficienti sul piano fiscale e storicamente avvezze alle svalutazioni competitive, non è mai stato un mistero. I tedeschi questo punto lo avevano ben chiaro – da qui le loro resistenze all’ingresso dei loro cugini mediterranei -, ma come detto all’inizio, l’euro è stato un progetto politico, non economico, e non c’è da stupirsi che nella scelta dei Paesi da includere nell’area valutaria il rigore teutonico abbia dovuto cedere il passo alle logiche di opportunità e convenienza. In base alle quali era impossibile escludere l’Italia, in quanto membro fondatore della CEE, così come pure la Grecia, il cui ingresso nella moneta unica era stato sostenuto dagli Stati Uniti – e, di conseguenza, dal Regno Unito – in quanto sede di importanti basi militari USA, indispensabili in un momento di rinnovato interesse americano per il quadrante mediorientale.
La successiva partecipazione all’esperimento delle economie dell’Est fu anch’essa il frutto di un calcolo politico formulato al di là dell’Atlantico, stavolta in funzione anti-Mosca. Qui l’euro è stato – e tuttora è – lo strumento strategico per tenere i russi alla larga dall’ex giardino di casa.


Perché l’Eurozona è in crisi

La crisi greca ha dimostrato quanto un’area valutaria così improvvisata fosse velleitaria. Perché se la bancarotta di fatto di Atene è innanzitutto il risultato di come i greci (non) gestiscono le proprie finanze, essa è il risultato degli effetti distorsivi indotti da un’unione monetaria caratterizzata da forti squilibri sul piano della competitività.
Il regime di crescita della Germania ruota intorno alle esportazioni di propri prodotti dalla qualità riconosciuta e dai costi unitari imbattibili, favorite anche – e questo è il punto nodale – dalla debole concorrenza all’interno del mercato unico. Se il mercato comune consentiva alle merci tedesche di avere uno sbocco assicurato sugli scaffali del Vecchio continente (i dazi doganali per scoraggiarne l’acquisto non sono consentiti), l’euro e l’allargamento ad Est hanno assicurato a Berlino l’ulteriore vantaggio di appaltare alcuni fasi produttive nei Paesi della Mitteleuropa per poi reimportare a basso costo le componenti ivi prodotte. In queste condizioni, le esportazioni tedesche hanno messo le ali.
In Grecia, invece, a livelli salariali relativamente contenuti non corrisponde una qualità delle merci tale da poter competere con il superiore livello qualitativo del made in GermanyL’assenza di competitività dei prodotti greci sul mercato europeo ha indotto i governi succedutisi all’ombra dell’Acropoli ad impiegare le finanze pubbliche per sostenere la domanda di prodotti nazionali, che altrimenti non sarebbe stata sufficiente a mantenere in piedi l’industria ellenica – e dunque, l’occupazione, con risvolti sociali e politici facili da immaginare. Ecco perché la Grecia si è indebitata.
Ancora. Data la stretta relazione che esiste tra il saldo della bilancia delle partite correnti (ossia il controvalore degli scambi commerciali da e verso un Paese) e il saldo della bilancia dei movimenti di capitale, l’avanzo commerciale di Berlino è cresciuto di pari passo con gli investimenti finanziari tedeschi verso la periferia dell’Eurozona. D’altra parte, la caduta dei tassi d’interesse in Grecia, Spagna, Portogallo – e Italia -, artificiosamente allineati a quelli della più virtuosa Germania in virtù dell’unione monetaria, hanno indotto i residenti ad espandere il volume dei crediti bancari con cui finanziare sia le spese correnti (come in Grecia) che gli investimenti immobiliari (come in Spagna).
Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni questi ultimi hanno approfittato delle opportunità che offerte dai titoli ellenici. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).


…E perché è in crisi secondo Berlino

Riporto quanto ho scritto due settimane fa:

La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.
In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.

Ecco spiegata la nuova equazione di potere all’interno dell’Europa. Più la Germania esporta, più i Paesi periferici si indebitano. Più la Germania investe all’estero, più il debito cresce. E una volta che il debito diventa insostenibile, Berlino offre il suo aiuto in cambio di precise garanzie – eterodizione dei conti pubblici e cessione degli asset strategici.  Se l’euro era nato per ancorare la Germania all’Europa, l’effetto concreto è stato quello di ancorare l’Europa alla Germania. Se questa ricostruzione è esatta, l’Eurozona ha tutta l’aria di un circolo vizioso.


L’incerto destino della moneta unica

Se la crisi dell’uro ha messo a nudo tutte le contraddizioni di un progetto perseguito per ragioni politiche a scapito delle variabili economiche, non si può dire che la reazione dei leader europei sia stata meno confusionaria.
Sulla deludente capacità di governance delle nostre leadership pesano fattori contingenti. In ogni Paese democratico che si rispetti, ad ogni classe dirigente corrisponde un’opinione pubblica a cui rendere conto, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E in un’Europa a 27 le elezioni sono un fatto tutt’altro che raro, pur limitandoci a considerare i Paesi maggiorenti. La Germania ha dovuto affrontare l’emergenza greca a poche settimane dalle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia, il Land più popoloso del Paese, in cui le elezioni regionali equivalgono ad un’anticamera di quelle politiche. Da qui le esitazioni di Angela Merkel davanti ai problemi finanziari di Atene.
Il problema è che l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, deve esserci qualcun’altro che perde. Se la matematica non è un’opinione, nel quadro europeo ciò significa che ad una Germania virtuosa e competitiva devono corrispondere una periferia (Grecia, Spagna, Portogallo) pronta ad importare – e indebitarsi - con eccessiva disinvoltura. In mancanza di meccanismi perequativi che compensino tale squilibrio, il disastro è assicurato.
Certo, i tedeschi obiettano che la Germania potrebbe mantenere un sostanzioso attivo commerciale grazie alle esportazioni nei mercati emergenti: innanzitutto la Cina, di cui Berlino è sempre più partner privilegiato. Ma al momento Pechino è meta solo del 6% dell’export tedesco. Se poi aggiungiamo che gli altri Paesi BRICS hanno capacità d’importazione ancora limitate e che l’America importa soprattutto dalla Cina (in quanto principale creditore di Washington), non c’è da stupirsi come mai il 90% dell’interscambio tedesco avvenga con il resto d’Europa.
In queste condizioni, quanto può durare l’euro? Essendo nato (anche) per volontà di Berlino, la moneta unica esisterà fin quanto Berlino vorrà. Se nelle prime battute la Germania (cioè Angela Merkel) si è mostrata molto indecisa – e per questo gli speculatori non la ringrazieranno mai abbastanza -, almeno fino all’ultimo vertice di Bruxelles è sembrata agire in base ad un attento calcolo razionale. Quello di proseguire sulla strada del rigore come chiave per la concessione di aiuti, forte del fatto che, senza l’elemosina di Berlino, Atene e compagnia sarebbero già fallite da un pezzo. D’altra parte, Merkel sembra aver capito che salvare le banche tedesche in caso di default dell’euro costerebbe molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS – dunque, Italia compresa. Più che un calcolo, è un azzardo, perché non tiene conto delle dolorosissime conseguenze sul piano sociale che l’Eurozona si troverebbe ad affrontare; senza contare che, in un’Europa di poveri e disoccupati, chi avrebbe più i soldi per comprare i prodotti tedeschi?
L’Europa ha bisogno di una Germania consapevole delle proprie responsabilità. Se il rigore non funziona, bisogna cercare un modello alternativo. In altre parole, mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i difetti congeniti del Trattato di Maastricht. Churchill una volta osservò che gli Stati Uniti avrebbero fatto certamente la cosa giusta, dopo aver tentato tutto il resto. Se vivesse oggi, direbbe lo stesso dei tedeschi.

Deutschland uber Hellas

Battere la Germania era francamente un’utopia, e in ogni caso una simbolica vittoria contro la nazionale di Angela Merkel – presente in tribuna – non avrebbe in alcun modo alleviato le sofferenze di Atene. Ciononostante, un successo avrebbe dato ai greci un’occasione di scendere in piazza per un motivo diverso da quello consueto, ossia protestare contro le misure draconiane imposte loro dall’alto.
Ma la sfida non è ancora finita.Fuori da Euro 2012, la Grecia gioca adesso un’altra partita – e questa sì, spera di vincerla.
Secondo IlSole24ore (grassetti miei):

Rigore, predica la Germania. Rigore, ritorcono i greci, il cui secondo gol, appunto, su rigore, sottolinea che c’è un “fallo” nei ragionamenti tedeschi.
La Grecia – l’economia e la società – merita qualche sollievo nella camicia di forza in cui è stata costretta da una governance europea capitanata dalla Germania? Certamente, la Grecia ha fatto molto. Dal 2009 al 2012 il suo deficit pubblico si è ridotto di 8,3 punti di Pil, la più grossa restrizione di bilancio nella storia dell’eurozona. Il disavanzo primario (esclusi gli interessi) si è ridotto in misura ancora maggiore (dal 10,4% del Pil all’1%) e si avvia oggi a essere più basso di quello di molti Paesi dell’eurozona, come Francia, Spagna e Olanda (sia detto per inciso, il primato appartiene all’Italia, cui le stime della Ue assegnano per quest’anno un avanzo primario del 3,4%, superiore a quello tedesco dell’1,7%).
Per un’altra grandezza chiave – il saldo con l’estero – la Grecia nel 2011 ha registrato per la prima volta da quando è entrata nell’euro, un surplus commerciale di beni e servizi (esclusi energia e noli).
Il settore pubblico ha subito uno scossone inaudito, con una riduzione di 130mila dipendenti (e il dimezzamento del numero di amministratori eletti). Sono state rimosse le restrizioni alla concorrenza in 150 professioni regolate (come descritte nella direttiva Ue sui servizi). Sono state digitalizzate le prescrizioni mediche, con grossi risparmi di spesa. Il sistema pensionistico è stato profondamente riformato, traformando in uno dei più sostenibili (all’orizzonte 2060) della Ue, come attestato dalla “peer review” degli altri Stati membri. Infine, la trasparenza è stata incoraggiata con la pubblicazione obbligatoria online di tutte le decisioni di spesa e di reclutamento.
La Grecia ha pagato a caro prezzo queste riforme. Il Pil ellenico è oggi inferiore di quasi il 20% rispetto al livello di prima della Grande recessione. L’austerità ha minato la coesione sociale ed è già un miracolo che i greci nelle ultime elezioni abbiano dato la maggioranza alle forze che hanno appoggiato lo scambio aiuti/rigore. Oggi il premier Samaras mira a un altro gol: una rinegoziazione, non solo simbolica, dei termini e delle scadenze del programma di risanamento. Si tratta di un match che la Grecia merita di vincere.

Il governo guidato da Antoni Samaras vuole rinegoziare i termini dell’accordo di salvataggio, prolungando di almeno due anni l’arco temporale per l’applicazione del piano di austerità imposto dalla Troika. Una notizia che, come prevedibile, ha provocato il gelo a Bruxelles e il subuglio sui mercati. Non è possibile discutere di questioni di questo tipo, ha replicato il commissario UE Olli Rehn.
Eppure, l’estensione del periodo di almeno due anni – ovvero fino al 2016 – era uno dei punti chiave del programma elettorale di Samaras. L’obiettivo è quello di raggiungere l’equilibrio dei conti pubblici attraverso una revisione del piano di salvataggio che risparmi allo Stato greco ulteriori riduzioni di salari, pensioni e investimenti pubblici, oltreché di licenziamenti. Secondo la stampa, la possibilità di sedersi di nuovo al tavolo dei negoziati c’è. Secondo la Merkel, ovviamente, nein.
Tuttavia, i margini di manovra del premier greco sono veramente stretti. Con le casse statali quasi vuote, i pagamenti di stipendi e pensioni a rischio già da luglio, la vera priorità sarà convincere i funzionari della Troika a concedere al più presto la prossima tranche di aiuti economici prevista dal memorandum. Se la richiesta di 11 miliardi di tagli nei prossimi anni dovesse rimanere in piedi, Samaras non avrebbe la forza politica di mantenere in vita il suo già stravagante esecutivo, con un ulteriore rafforzamento della sinistra di Syriza. Dunque la Grecia si trova in una (doppia) scomoda posizione: da un lato vorrebbe chiedere ai suoi creditori di rivedere le condizioni da usura da loro imposte; dall’altro, in mancanza di liquidità non può fare a meno del loro sostegno. In questo senso, un cambio di marcia rispetto ai recessivi tagli alla spesa sarebbe come ossigeno. Ma tale boccata non è assolutamente auspicabile, nel breve periodo, dalla Germania merkeliana.
Atene vuole tirarsi fuori dalla spirale recessiva, ma è troppo in basso nella catena alimentare dell’economia globale per poter discutere nuove condizioni. Eppure la Germania non è invincibile. Dopo tutto, se ieri ha vinto 4-2 vuol pur sempre dire che ha preso due gol.

Germania vs Grecia, la partita dell’euro

Il premier Monti ricorda che la partita per il destino dell’Europa (ormai sull’orlo del precipzio, secondo il FMI) si gioca a Bruxelles tra una una settimana esatta, ma stasera l’attenzione di tutti sarà concentrata su un’altra partita, stavolta (solo?) di calcio: Germania-Grecia.
A poche ore dal quarto di finale di Euro 2012 – l’unico ad avere un significato ulteriore rispetto a quello meramente sportivo -, il National Post pubblica questa interessante infografica che riassume i dati macroeconomici dei due Paesi. I primi e gli ultimi della classe.

Come mai Germania e Grecia sono i due estremi della crisi? Mesi fa ho provato a spiegarlo attraverso questi due paragrafi, tuttora incardinati nell’attualità:

2. La crisi greca è frutto di problemi che la affliggono da quando essa è indipendente: scarsa produttività, sistema pubblico inefficiente, clientelismo politico, evasione fiscale iperbolica e scarsamente contrastata. Lacune colmate dal continuo trasferimento di risorse dall’estero. Non a caso è fallita ripetutamente (soprattutto nell’Ottocento) nel corso della sua storia. A questo aggiungiamo un’alternanza politica puramente formale, visto che da decenni al timone del Paese si alternano due dinastie politiche: i Karamanlis e i Papandreou.
Date queste premesse, la crisi è (l’inevitabile?) risultato di un circolo vizioso. Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni costoro hanno approfittato delle opportunità che questo debito offriva. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).
Sul fronte interno, la Grecia continuava ad emettere il debito per ragioni di clientelismo politico. Prima di entrare in Europa, la Grecia era un piccolo Paese con una modesta economia. Lo Stato incassava poco dalle imposte e spendeva altrettanto per i servizi. Solo le spese militari erano elevate, a causa delle tensioni (vere o presunte) con la Turchia. La rete sociale era ridotta all’essenziale. Poche famiglie controllavano le costruzioni, la navigazione e il turismo.
Poi trent’anni fa la Grecia entrò in Europa (e vent’anni fa nell’euro). I fondi europei che affluivano ad Atene per migliorare la rete infrastrutturale divennero merce di scambio con il governo, il quale dispensava appalti alle ricche oligarchie in cambio di voti e consenso. Gli agricoltori venivano favoriti dalla politica agraria comunitaria. Il governo si indebitava per sostenere la domanda interna, d’altra parte il denaro arrivava dall’estero a tassi contenuti. Il popolo greco non sembra essersi accorto di tutto questo: a parte qualche contentino al loro orgoglio tetramillenario (come le Olimpiadi del 2004), i greci non hanno avuto benefici visibili. Per questo ora è così difficile imporre loro le misure draconiane richieste dall’Europa.

3. E’ interessante esaminare la questione dall’altra parte della barricata, quella della Germania. Oggi l’Europa è vista come una morsa dalla quale molti tedeschi vorrebbero liberarsi. Ma la stessa Europa soffre la vicinanza con questo gigante economico che risucchia tutto intorno a sé.
Le motivazioni nascoste dietro la decisione (sia pur di controvoglia) di aiutare la Grecia sottende i termini di un’equazione di potere: la Germania finanzia il debito pubblico degli Stati in crisi in cambio dell’eterodirezione delle loro politiche fiscali e della vendita dei loro asset nazionali. Nel marzo 2010 la Grecia ha ottenuto uno scontro dell’1% sugli interessi in cambio di un lauto banchetto di privatizzazioni. L’Irlanda invece ha dovuto aspettare fino a luglio, perché fino a quel momento rifiutava di aumentare la corporate tax sulle imprese, che sottrae investimenti alla Germania. Dopo Grecia e Irlanda è finito sotto tutela anche il Portogallo. Ora l’osservata speciale è l’Italia, a cui è stato coscienziosamente suggerito un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni.
La risposta di Angela Merkel è stata tanto semplice quanto raggelante: “Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali“, con buona pace della solidarietà europeista. Qui la Germania mostra il suo vero volto in politica estera. l’Europa non è più un fine, come nei bei tempi andati della Guerra Fredda, ma un mezzo. Ieri Berlino competeva per le quote nel mercato comune, oggi per lasovranità nazionale (degli altri) e gli asset strategici (idem). Anni di surplus commerciale all’interno dell’Unione sono serviti a rafforzare un Paese mai sceso dal trono continentale.
E dire che l’euro era stato voluto su iniziativa dell’allora presidente francese Mitterand proprio per imbrigliare la Germania post unificazione, impedendole di coltivare ambizioni neoimperiali. Ora gli imbrigliati siamo noi. Preoccupante, se pensiamo che nella storia tedesca il confine tra potere e abuso di potere è sempre stato labile.

Senza mai dimenticare, al di là delle rispettive mancanze, che la crisi greca è in realtà una crisi europea.

Grecia, quando le elezioni sono la fine della democrazia

I greci hanno votato sotto una pressione internazionale che ha assunto sempre più i connotati del ricatto. Per giorni qualunque politico di un qualunque Paese europeo si è arrogato il diritto di “suggerire” (“ordinare” se si trattava di politici tedeschi) ai greci per quale partito votare. Uno scenario inimmaginabile prima del memorandum firmato da George Papandreou e dai suoi collaboratori mesi fa, e in ogni caso inconcepibile all’interno dell’Europa, alfiere della democrazia.
Per giorni l’idea che Syriza potesse conquistare il primo posto alle elezioni di domenica 17 giugno è stata l’incubo dell’eurocrazia – e della Germania. Per la prima volta dal 1950 un governo di sinistra avrebbe preso le redini di un Paese dell’Europa occidentale. Ciò non è successo, e all’indomani del voto che ha sancito la vittoria dei partiti “pro-memorandum”, la stampa europea ha potuto tirare un sospiro di sollievo.
Eppure non ha vinto nessuno. Non ha vinto Samaras, che avrà il difficile compito di formare un governo che avrà una missione impossibile. Non ha vinto l’Europa, lungi dal risolvere una crisi sempre più incancrenita. Non ha vinto Angela Merkel, la cui intransigenza sta contribuendo ad alienarle pure le residue simpatie. E, infine, non ha vinto la Grecia, sempre per l’intransigenza della Merkel.
Esaminando l’andamento dell’euro di ieri, nel day after, notiamo come l’illusione dei mercati sia durata veramente poco. Addirittura meno rispetto ad una settimana fa, dopo la notizia dei 100 miliardi di euro elargiti alla Spagna.
In generale, ci sono almeno tre ragioni per non essere troppo felici per l’esito di queste elezioni:

  1. il dramma politico interno in atto ad Atene;
  2. le elezioni da sole non cambiano un quadro di per sé angosciante;
  3. le attuali difficoltà di Spagna (e Italia) dimostrano che la crisi dell’Eurozona non è mai stata assorbita, anzi.

In altre parole, l’Europa ha salvato la faccia, ma non il futuro.

I greci non hanno avuto la possibilità di decidere la loro sorte. Si è imposta loro la logica profonda del sistema di potere europeo attraverso le elezioni, ossia quello strumento che una volta manifestava l’espressione ultima della democrazia rappresentativa e che invece oggi hanno rimesso in discussione il concetto stesso di sovranità nazionale.
Le elezioni hanno dimostrato che nulla cambierà, e ormai quasi tutti in Grecia sono convinti che il debito che pende come una spada di Damocle sulla testa dei greci non sarà mai rimborsato, né rimborsabile. In compenso, Questo articolo del Daily Telegraph, tradotto per Presseurop, ci ricorda che l’idea della storia come inarrestabile progresso economico e politico è relativamente recente, e che come una marea può ritirarsi da un momento all’altro e senza che nessuno possa prevederlo, trascinandoci verso l’oscurità, lo squallore e la violenza. L’illusione del progresso, nel caso di Atene, si è concretizzata nel medioevo della democrazia:

Da Atene ogni giorno ci arrivano notizie sconvolgenti: quelle che un tempo erano orgogliose famiglie borghesi fanno la fila per un tozzo di pane, e negli ospedali ci sono malati in agonia perché il governo non ha i soldi per pagare i farmaci contro il cancro. Le pensioni vengono tagliate, le condizioni di vita precipitano, la disoccupazione cresce e il tasso di suicidi – fino a poco tempo fa il più basso dell’Unione europea – è oggi il più alto.
Osserviamo un’intera nazione subire una devastante umiliazione politica ed economica, e quali che siano i risultati delle elezioni di ieri sembra che le cose peggioreranno. Non c’è un piano per gestire l’abbandono dell’euro da parte della Grecia, almeno che io sappia. Nessun leader europeo osa ammettere che uno scenario del genere è una possibilità concreta, perché altrimenti profanerebbe la religione dell’Unione sempre più stretta. Da noi ci si aspetta che siamo complici di un piano per creare un’unione fiscale, che se davvero avrà un effetto sarà soltanto quello di minare le fondamenta della democrazia occidentale.

Pur di tenere in vita una moneta unica in stato terminale siamo pronti a massacrare la democrazia, proprio nella terra in cui è nata. Per quale motivo chiediamo a un elettore greco di votare un programma economico, se quel programma economico è stato deciso a Bruxelles – anzi, a Berlino? Qual’è il senso della libertà greca – la libertà per cui ha combattuto lord Byron – se la Grecia torna a una sorta di dipendenza ottomana ma con la Sublime porta trasferita nella capitale tedesca?

Intanto – senza una risoluzione e senza chiarezza – ho paura che le sofferenze continueranno. Il modo migliore di procedere sarebbe provocare un’ordinata divisione nella periferia tra vecchia eurozona e nuova eurozona. Ogni giorno di esitazione allontana la prospettiva di una ripresa globale. La soluzione proposta, invece – unione fiscale e politica – spingerà il continente verso un medioevo della democrazia

Intanto, mentre la stampa e i politici tedeschi ripetono che i contribuenti tedeschi non pagheranno i debiti altrui senza ricevere in cambio precise garanzie (leggi: eterodirezione dei conti pubblici e cessione degli asset virtuosi), sempre più osservatori esterni notino quanto sia triste vedere che a capo di questa crisi si trovi una cancelliera a cui non importa nulla dell’Europa. Merkel, dimenticando le sue colpe, tenta di proteggere le tasche dei suoi cittadini – e le sue chances di rielezione – senza rendersi conto che il discorso della “Germania bancomat d’Europa” non solo è falso – perché Berlino ha beneficiato dell’euro più di chiunque altro, – ma anche pericoloso per l’esistenza stessa dellUnione.
E’ questo atteggiamento a mettere a in forse la democrazia
, non il riemergere degli estremismi.

Grecia: sotto le ceneri, gas e petrolio

Dopo l’accordo con i creditori della scorsa settimana, la Grecia cerca ora altre strade per ridurre il proprio ipetrofico debito pubblico.
Diversi anni fa alcune ricognizioni geologiche lungo le coste occidentali determinarono l’eventualità che sotto i fondali potesse celarsi un discreto giacimento di idrocarburi. L’idea è stata ripresa in considerazione, e oggi il governo greco sta esaminando le offerte di otto compagnie per i diritti di esplorazione in un’area di circa 220.000 kmq compresa tra il Mar Ionio e l’isola di Creta. Le prime concessioni dovrebbero essere approvate entro aprile e l’investimento iniziale previsto dalle aziende di ricerca si aggira sui 40 milioni di dollari. Sfruttare tali risorse rappresenterebbe una vera boccata d’ossigeno per le esangui finanze greche, posto le importazioni di petrolio ogni anno equivalgono a circa il 5% del PIL di Atene.

L’idea di sviluppare i giacimenti offshore risale al dicembre 2010, quando pareva che la crisi greca potesse ancora risolversi senza ridurre il popolo greco alla fame con manovre lacrime e sangue o saccheggiare il settore pubblico con un banchetto di privatizzazioni. Alcune stime preliminari redatte da un gruppo di esperti su incarico del Ministero dell’Energia solo un anno prima parlavano di un potenziale di 22 miliardi di barili nel Mar Ionio al largo della Grecia occidentale e più di 4 miliardi di barili nel Nord Egeo. E tali numeri sono passibili di essere ritoccati al rialzo, se pensiamo che il Sud dell’Egeo e il Mare di Creta non sono ancora stati sondati. Anzi, secondo gli esperti la Grecia è ancora uno dei Paesi meno esplorati d’Europa per quanto riguarda la ricerca di fonti fossili, con potenziali giacimenti da svariati miliardi di dollari.
Casualmente, proprio quando il governo tira fuori questo rapporto dal cassetto le agenzie di rating si scatetano con la loro raffica di declassamenti. Il resto è storia nota.

L’idea che la Grecia possa ridimensionare la crisi del proprio debito – se non proprio risolverla del tutto – grazie ai propri giacimenti non è un mero wishful thinking. Anche se solo una frazione delle risorse in questione fosse effettivamente disponibile la situazione finanziaria ellenica cambierebbe radicalmente.
Il prof. David Hynes della Tulane University, esperto di petrolio e fonti di energia, sostiene che gli idrocarburi nascosti sotto i fondali delle coste elleniche permetterebbero alla Grecia di ripagare quasi interamente il suo debito. Egli stima che lo sfruttamento delle riserve già scoperte potrebbero portare il paese più di 302 miliardi di dollari (302 seguito da nove zeri!) nell’arco di 25 anni – ricordo che prima dell’accordo con i creditori il debito nominale toccava quota 350 miliardi.
Per salvarsi dalla bancarotta, invece, il governo greco è stato costretto ad accettare licenziamenti, tagli salariali e pensionistici e un’ondata di aumenti fiscali per accedere ai prestiti elemosinati dalla UE e dal FMI, noncuranti questi ultimi del declino economico a cui tali misure draconiane stanno spingendo il Paese, con il PIL al -6,8% nel 2011.

Le speranze di ripresa per mezzo delle ricchezze nei fondali stanno ora sfumando grazie al piano di privatizzazioni imposto dall’Europa. Nei giorni scorsi Atene ha messo sul piatto la prima delle sei imprese che si è impegnata a vendere: Depa, monopolista ellenico del gas, di cui lo Stato detiene il 65% del capitale. L’obiettivo è incassare subito 4,5 miliardi per arrivare, attraverso altre dismissioni, ad un totale di 19,5 miliardi entro dicembre del 2015. Spiccioli, in confronto al tesoro custodito in fondo al mare. È forse un caso che il primo gioiello di famiglia ad essere sacrificato sull’altare dei mercati sia proprio un’azienda energetica? Non sarà forse che l’Europa stia cercando di mettere le mani sui giacimenti di Atene per garantirsi un’alternativa a buon mercato a quelli norvegesi in via di esaurimento?

Tra l’altro, il primo vero boccone messo sul piatto dal governo greco potrebbe conquistarlo la Russia. Depa è stato il principale sostenitore – con l’italiana Edison – del progetto Itgi (Interconnettore Italia-Grecia), la struttura proposta in alternativa al Nabucco (che non si farà più) per trasportare in Italia il gas dal Mar Caspio, affrancando (in parte) il Sud Europa dal monopolio russo di Gazprom. Il consorzio che sta sviluppando il bacino di Shah Deniz aveva deciso di accantonare il progetto proprio per i timori sulla situazione finanziaria della Grecia: troppe le incognite sulla vendita di Depa, sui futuri proprietari, sulla volontà di proseguire nell’investimento. A fine febbraio i dirigenti di Gazprom hano avviato i primi contatti col governo di Atene per l’acquisizione dell’azienda. Se Depa finirà in mani russe, l’Itgi tramonterà del tutto. E con esso, probabilmente, la speranza che l’alimentazione delle nostre stufe in inverno non sia condizionata dai capricci di Putin.
Ora sappiamo che la crisi greca non riguarda solo le banche franco-tedesche, bensì anche le oil companies del Vecchio continente. Tuttavia, alla fine Bruxelles potrebbe aver fatto male i calcoli. A vantaggio di Mosca.

Anatomia delle agenzie di rating. Gli interessi della speculazione dietro gli oracoli della finanza mondiale

Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch continuano ad abbassare la valutazione del debito dei Paesi in crisi, mettendo a rischio non solo stabilità dell’Eurozona ma la sua stessa esistenza.
L’ultimo assalto è avvenuto perché gli Stati europei avevano osato pensare a una partecipazione volontaria delle istituzioni finanziarie private (banche, assicurazioni, fondi di gestione, ecc) al salvataggio della Grecia, il cui fallimento è dato quasi per certo. Una soluzione alla quale le tre Parche del rating hanno imposto il loro veto con un’ecatombe di declassamenti (qui i rapporti esplicativi), alimentando così il clima di nervosismo dei mercati finanziari.
Che le agenzie di rating siano venute meno ai loro compiti di fornire un’informazione corretta è ormai un sospetto molto diffuso.  Benché il rating sia un servizio importante fornito agli investitori, in realtà nel tempo è diventato un meccanismo poco trasparente e monopolizzato dalle tre grandi società che oggi si accaparrano il 95% del mercato. Il settore è oggi uno dei più segreti e sconosciuti al mondo, ma anche uno dei più redditizi, se pensiamo che  negli ultimi tempi i profitti delle agenziesi sono spinti fino al 50% del loro giro d’affari (1,3 miliardi di euro per S&P’s nel 2010).
Anche se le agenzie rispondono che fanno il loro lavoro e che il mercato non ha bisogno di loro per farsi un’opinione, due studi (uno del FMI, l’altro della BCE) dimostrano la loro responsabilità diretta nell’attuale instabilità finanziaria. In entrambi casi la conclusione è che i ripetuti downgrading hanno un effetto diretto sugli investitori, che chiedono automaticamente dei tassi di interesse più alti in ragione del premio di rischio. Spesso queste agenzie seguono le paure del mercato, ma talvolta le anticipano, creando delle previsioni che si autoavverano. Mobilitando diverse decine di miliardi di euro per mettere interi Paesi (Grecia, Irlanda e Portogallo) al riparo da un fallimento peraltro non ancora scongiurato. In un mercato integrato come quello dell’euro, questi declassamenti hanno un effetto destabilizzante sull’insieme degli altri Paesi, compresi quelli dell’esclusivo club della tripla A.

Da un punto di vista storico, i dati devono far riflettere. Per anni le agenzie hanno sistematicamente ignorato i problemi strutturali legati alla bolla immobiliare USA e alle economie periferiche europee, nonostante da tempo mostrassero segni inquietanti. Questa lunga analisi del Sole 24 ore ricostruisce nel dettaglio il caso greco. Ai primi di dicembre 2009 un report di Moody’s scriveva ancora che i “timori degli investitori sulla Grecia era malposti”. Solo dopo che il governo di Atene ha ammesso di aver mentito sulla portata del debito greco, è cominciato il ciclo di declassamenti. Un allarme più tempestivo avrebbe potuto ridurre il flusso di denaro investito verso Atene ed evitare così il super haircut del 50% deciso il 26 ottobre a Bruxelles, che oggi costerà 100 miliardi di euro di perdite nei bilanci della maggiori banche del mondo.
Sulla Grecia Moody’s si è difesa dicendo che la sua estrema prudenza è stata determinata dalla convinzione che l’ingresso di Atene nella zona euro avrebbe evitato per sempre qualsiasi ipotesi di bancarotta. In compenso l’agenzia ha percepito cifre varianti da 330.000 a 540.000 dollari ogni anno per dare il rating al debito pubblico ellenico.
E poi ci sono gli altri casi consegnati agli annali. Lehman Brothers, che ha mantenuto la tripla A fino al giorno stesso del fallimento. Enron, anch’essa tripla A fino ad un secondo prima del collasso. Il downgrading degli Stati Uniti, dovuto ad un errore di 2.000 miliardi di dollari nelle stime di riduzione del debito e motivato da affermazioni politicamente molto orientate alle critiche del Tea Party. Il downgrading della nuova Tunisia, proprio il giorno dopo la cacciata di Ben Alì. In ultimo gli Eurobond, affondati prima ancora di vedere la luce (se mai la vedranno) perché marchiati da un voto basato sulla più bassa valutazione del credito tra quella dei Paesi partecipanti – se fosserogarantiti per il 27% dalla Germania, per il 20% dalla Francia e per il 2% dalla Grecia, il rating sarebbe CC, quello della Grecia
Gli infortuni delle agenzie hanno contribuito ad innescare quel disastro finanziario del 2008 costato finora ben 7.700 mld di dollari di finanziamenti della Federal Reserve allo 0,1% di interesse alle grandi banche americane, secondo quanto ricostruito da Bloomberg. Dopo aver affondato l’economia americana, ora pare che le agenzie vogliano la pelle dell’euro, unendo così in un unico tragico destino le due sponde dell’Atlantico

La questione del controllo delle società di rating si lega strettamente a quella del (presunto) anonimato dei cosiddetti “mercati”. A prima vista, infatti, la speculazione appare un fenomeno fisiologico, insito alla natura stessa della finanza e dovuto all’azione congiunta della generalità degli investitori; in realtà dietro le quinte si celano nomi e volti. Sempre gli stessi.
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