Diplomazia all’italiana: bombe sulla Libia, pasticcio sulla Palestina

Per avere un’idea del perché l’Italia sia ai margini del panorama internazionale, basta dare un’occhiata a questi due esempi.

Il Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militareil generale Giuseppe Bernardis, in un libro intitolato “Missione Libia 2011. Il contributo dell’Aeronautica Militare”, svela che i bombardamenti dei caccia italiani sulla Libia sono stati tenuti nascosti per motivi politici. Ora, che i nostri caccia abbiamo colpito il suolo libico non è mai stato un mistero – benché il governo Berlusconi abbia sempre ufficialmente smentito -, ma a distanza di un anno, il generale Bernardis rivela pubblicamente i numeri della missione:

Negli oltre sette mesi di guerra in Libia, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, “è stata fatta un’attività intensissima – racconta – che è stata tenuta per lo più nascosta al padrone vero dell’Aeronautica Militare, che sono gli italiani, per questioni politiche, per esigenze particolari. C’erano dei motivi di opportunità, ci veniva detto, e noi chiaramente non abbiamo voluto rompere questo tabù che ci era stato imposto. Questo è il motivo per cui questo volume esce solo adesso, un anno dopo”.
Oggi dunque apprendiamo che velivoli italiani hanno condotto in sette mesi circa 1.900 sortite, per un totale di più di 7.300 ore di volo. Le missioni di bombardamento vero e proprio – autorizzate dal governo Berlusconi il 26 aprile, la prima venne effettuata il 28 nell’area di Misurata – sono state 456, solo considerando quelle di “attacco al suolo contro obiettivi predeterminati” (310) e quelle di “neutralizzazione delle difese aeree nemiche” (146), senza contare gli “attacchi a obiettivi di opportunità”, il cui numero è stato minore.

Parlando a braccio, il generale è però meno diplomatico e attribuisce questa carenza di informazione ad una precisa volontà politica di “non dire quello che si faceva”. “A volte per questioni di politica interna – ha detto Bernardis – si impedisce al Paese di svolgere al meglio il suo ruolo di politica estera e questo non è possibile: non si voleva che si parlasse di questa missione perché c’era una situazione critica di politica interna”.

E sempre dei motivi di opportunità imposero al governo di richiedere con insistenza che le operazioni belliche fossero condotte sotto l’ombrello della NATO, causando un duro confronto diplomatico con la Francia, contraria a conferire il mandato all’Alleanza Atlantica. Allora Berlusconi dichiarò di aver ottenuto un successo diplomatico; in realtà si trattò di un copione già visto: il classico ricorso al “vincolo esterno” con cui i vari governi sono soliti annunciare al pubblico le cose politicamente impresentabili. Con la differenza che invece del solito “ce lo chiede l’Europa”, l’esecutivo disse: “ce lo chiede la NATO”. E poco importava che fossimo stati noi (perdonate il bisticcio di parole) a chiedere di chiedercelo.

Altro capitolo: la Palestina. L’Italia, che dapprima aveva annunciato di astenersi, alla fine ha votato per il sì.
Secondo Europa,la scoperta di un’autonomia forte italiana nell’arena internazionale sta diventando un tratto distintivo di questo governo:

L’Italia, se vuole essere una nazione credibile sul piano economico, e con la quale dunque fare business, deve dimostrare di avere un alto profilo politico riconosciuto. Non più paese “minore” e quasi sotto tutela americana – a distanza di ventitré anni dalla caduta del Muro! – ma attore forte e autonomo, nazione-cerniera tra due sponde del Mediterraneo, come si addice alla sua posizione geografica e alla sua storia. Monti è apparso consapevole, fin dall’inizio del suo mandato, dello stretto nesso che deve esserci tra capacità di fare politica sul piano internazionale, crescita dello status dell’Italia e della sua credibilità, e possibilità di uscire dalla crisi economica, restando nel club delle potenze mondiali.

In questo quadro va visto il sì italiano all’innalzamento dello status della Palestina all’Onu. Va visto come innanzitutto una prova di forte soggettività italiana, che in molti non si aspettavano. In passato si sono mitizzate le posizioni mediterranee dei Moro, degli Andreotti e dei Craxi, ma nessuno prima di questo governo aveva “osato” tanto, smarcandosi apertamente da Washington e da Tel Aviv. E questo non è avvenuto in ossequio a una scelta “filoaraba”, come sarebbe apparso evidente in passato, ma in virtù di una capacità nuova di usare pienamente la propria forza politica e diplomatica su tutti i fronti, sapendo anche dire no a richieste irricevibili di amici e alleati storici.

Peccato che, per essere credibili, bisogna essere innanzitutto coerenti. Una qualità di cui il nostro Paese sembra non disporre.
Lettera 43 svela questo retroscena:

Poteva essere il momento del riscatto per il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi di Sant’Agata. E, invece, il modo rocambolesco con cui l’Italia ha annunciato sul palcoscenico internazionale il suo sì all’ingresso della Palestina come Stato osservatore alle Nazioni unite è stata la dimostrazione dell’estrema debolezza del suo mandato.
LA POSIZIONE DELL’ASTENSIONE. Il nobile bergamasco, arrivato al ministero nel novembre del 2011 dopo la caduta del governo di Silvio Berlusconi, sosteneva la posizione ambigua dell’astensione, discostando Roma dalla linea non ufficiale dell’Unione europea. Una scelta diplomaticamente debole e strategicamente miope.
Dopo anni di discredito internazionale, infatti, l’Italia sta cercando di guadagnare peso a Bruxelles. E proprio il Medio Oriente trasformato dalla Primavera araba offre l’occasione di cambiare rotta, ottenendo importanti ritorni sul piano geopolitico.
SCAVALCATO DA MONTI. La posizione del ministro era perdente in partenza e ha lasciato poche strade al premier Mario Monti e al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La soluzione – necessaria – è stata presa senza grosse remore: Monti ha chiamato Tel Aviv per annunciare il sì, dopo che lo stesso ambasciatore israeliano a Roma aveva ottenuto tutt’altre rassicurazioni.
Pur nel linguaggio felpato della diplomazia, la lettura è univoca: la Farnesina è stata scavalcata e l’autorevolezza del ministero messa in discussione di fronte al mondo.

Petrolio all’italiana: alle compagnie i profitti, a tutti gli altri i costi (ambientali e non solo)

Corleto Perticara è un ridente comune di 2.712 anime dell’entroterra potentino, nella valle del fiume Sauro, al confine con la provincia di Matera. Ha dato i natali a Pietro e Michele La Cava, e Carmine e Tommaso Senise, illustri coppie di fratelli legate al periodo storico del Risorgimento. Visitandolo, si possono ammirare la Chiesa Chiesa Matrice di Santa Maria Assunta e i resti del Castello Normanno, ora sede municipale. Tuttavia, non è per questi aspetti che, da circa un mese, questo piccolo comune lucano è conosciuto più all’estero che in Italia.

Nei primi di novembre un articolo sul Guardian (tradotto qui) si è concentrato su Perticara. Il motivo? il prossimo avvio dell’estrazione di petrolio attraverso una serie di pozzi aperti lungo le pendici dell’Appennino. Si tratta del cosiddetto progetto Tempa rossa, approvato dal governo Monti lo scorso maggio, partecipato al 75% dalla compagnia francese Total e per il restante 25% da Shell, in un campo di estrazione che sarà operativo dal 2016 e che dovrebbe fornire una  produzione giornaliera di 50 mila barili di petrolio, 230 mila m3 di gas naturale, 240 tonnellate di GPL e 80 tonnellate di zolfo. Lo scorso 23 marzo anche il CIPE ha quantificato il finanziamento totale dell’opera in 1,3 miliardi di euro.
Secondo il quotidiano britannico, Goldman Sachs considera il piano uno tra i 128 progetti più importanti al mondo: uno di quellicapaci di cambiare gli scenari mondiali dell’energia estrattiva. Ne è convinta anche il sindaco Roasaria Vicino, sicura che  le royalties che entreranno nelle casse dell’amministrazione locale garantiranno un netto miglioramento della vita dei corletani.

Al di là delle buone intenzioni riguardo allo sviluppo delle fonti rinnovabili e al miglioramento dell’efficienza energetica degli edifici, resta il fatto che il piano energetico nazionale ruota attorno ai combustibili fossili. Dunque, all’estrazione di petrolio e di gas naturale, di cui il governo intende raggiungere il raddoppio della produzione nazionale, per un incremento che dovrebbe fornire all’Italia il 7% del suo fabbisogno totale di energia. E che a detta del ministro Passera contribuirà a creare 25.000 nuovi posti di lavoro – argomento sempre di grande appeal, soprattutto ora che la disoccupazione ha toccato i massimi storici.

Peccato che lo slancio entusiastico del governo non tenga conto dell’altra faccia della medaglia, ossia dei rischi derivanti dalle estrazioni nonché da tutte le attività connesse. In estate concludevo un articolo domandandomi, a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa ci fosse di strategico nelle trivellazioni.
E non solo l’unico a chiederselo, soprattutto perché la corsa all’oro nero potrebbe mettere a repentaglio l’altra e più importante risorsa custodita sotto il suolo lucano: l’oro blu. L’estrazione petrolifera in Basilicata infatti si concentra spesso in prossimità di dighe e sorgenti. Qualche dato da Canalenergia:

La Regione considerata “strategica” dal Governo per aumentare la produzione nazionale di idrocarburi, non ha soltanto il petrolio. Nella sola Val d’Agri si contano 600 sorgenti. Il fiume Agri alimenta l’invaso del Pertusillo che fornisce ogni anno 153 milioni di metri cubi di acqua a Puglia Basilicata. Secondo i dati dell’Autorità Interregionale di Bacino della Basilicata, oltre il 65%dell’acqua erogata, pari a quasi 103,5 milioni di mc, tra il 1992 e il 2002 verso la Puglia è stato destinato ad uso umano.

Sul petrolio in Basilicata si veda questo spezzone della puntata de Gli Intoccabili del 27 febbraio scorso. La triste sintesi è che l’arrivo delle trivelle in terra lucana non ha portato né occupazione né benessere. In compenso, la gente del luogo deve fare quotidianamente i conti con i danni ambientali e sanitari che la bonanza del petrolio comporta.
Tutte circostanze che, secondo l’OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista), l’autore dell’articolo sul Guardian evidentemente non conosce:

Ci perdoni, Mr Hooper! Lei ha perso però una occasione per descrivere qualcosa di reale, oltre il pittoresco paesaggio che l’ha impressionato. Non ha visto, forse non ha voluto vedere più a fondo oltre la superficie oleografica e pittoresca. Ha preferito scrivere il suo articolo riportando le voci ufficiali che presentano la Basilicata come il Texas d’Italia.  La voce di Mrs Vicino, sindaco di Corleto Perticara, nonchè  Assessore all’Edilizia Scolastica e Pubblica Istruzione della Provincia di Potenza, ripete da sempre il ritornello dello sviluppo petrolifero come unica occasione di riscatto. Mrs Vicino continua a far finta di credere nello sviluppo petrolifero e non vuole vedere cosa accade a pochi chilometri dal comune che amministra da sindaco, a Viggiano, dove il petrolio, dopo 15 anni, non ha creato nè occupazione nè ricchezza, ma solo disoccupazione e inquinamento, nonostante le royalties.
Nel suo articolo accenna ma non approfondisce la cosiddetta “moratoria petrolifera bluff”, fatta approvare dal Consiglio Regionale della Basilicata dal presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo. Non ha voluto ascoltare le testimonianze di chi abita a poca distanza dal pozzo petrolifero Gorgoglione 2, che la Total sta perforando e da dove fuoriescono gas mortali e velenosi, come l’ H2s. Non ha chiesto alla Total, ad esempio, se è vero che il progetto prevede che le acque acque di strato provenienti dai pozzi di petrolio e quelle oleose del costruendo centro olio di Corleto Perticara, debbano essere riversate nel torrente Sauro. Avrebbe potuto approfondire le questioni dei fanghi petroliferi seppelliti illegalmente sotto i campi dove i contadini hanno coltivato il grano, che ancora aspettano di essere bonificati. Chiedere infine, perchè a Corleto Perticara si ci ammala più che in qualsiasi altra area urbana ed industriale d’Italia, pur essendo un’area agricola.

Dello stesso tenore il commento della prof.ssa D’Orsogna sul suo blog.
Ma non c’è solo la Basilicata. Da mesi, in tutto l’arco ionico si è levato un coro di voci preoccupate per un probabile aumento delle emissioni inquinanti dovute all’attività estrattiva. Nel porto di Taranto - l‘Ilva non è poi così lontana – sarà necessario costruire due serbatoi da 180.000 m3 per stoccare il greggio, ampliare il pontile della raffineria ENI e supportare l’aumento del traffico da 45 a 140 navi l’anno. In un momento, quello attuale, di rinnovato interesse per l’esplorazione petrolifera lungo le coste pugliesi.

E’ inutile sottolineare che tra il governo e le compagnie petrolifere sussista un’innegabile (e preoccupante) convergenza di interessi. Una cosa è certa: oggi si scopre che la riforma al Titolo V della Costituzione, pur avendo conferito maggiore autonomia alle Regioni, le ha praticamente spogliate dell’autodeterminazione a decidere le azioni da adottare sul proprio territorio in materia di energia. E così il Governo ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la legge della Regione Basilicata che ha bloccato le nuove ricerche di petrolio e gas. Certo, si dirà, la legge viola il principio di leale collaborazione, che sempre deve presiedere ai rapporti tra lo Stato e la Regione. Il testo del ricorso, però, lascia quanto meno perplessi.

UPDATE: Alcune mappe:

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Italia, affogata nel cemento prima e nell’acqua dopo

Partiamo da un punto: i cambiamenti climatici sono in atto. Molti lo negano, finanche a negarne l’evidenza, ma sono in atto. E la correlazione tra questi fenomeni e l’aumento abnorme delle precipitazioni è un fatto ormai dimostrato. Il MIT stima che per ogni aumento di 1°C della temperatura globale, le regioni tropicali vedranno il 10% in più di precipitazioni estreme, con sempre più probabili inondazioni nelle regioni densamente popolate. E tra gli effetti collaterali del cambiamento climatico potrebbe emergere un fenomeno che fin qui non era stato preso in considerazione: ci sarà meno vento. Si avranno pochi uragani, ma più forti. Sandy è l’esempio lampante di questa drammatica evoluzione.

L’intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi ha conseguenze anche nel nostro Paese: sull’Italia piove in modo sempre più fitto. Nelle ultime 48 su Liguria e Toscana è piovuta tanta acqua quanta ne cadeva in sei mesi solo pochi anni fa. E per le due regioni, come spiega Il Cambiamento, si tratta di una catastrofe annunciata:

Le due regioni sono fra le peggiori: il 98 per cento dei comuni toscani, 280 in totale, ed il 99 di quelli liguri, 232, sono a rischio idrogeologico. Significa che in caso di forti precipitazioni, come quelle avvenute durante il fine settimana alluvioni e inondazioni sono praticamente inevitabili. In Liguria è a rischio tutta la fascia costiera, che occupa una frazione minima del territorio della regione (il 5 per cento) ma ospita il 90 per cento della popolazione. In Toscana 680mila persone sono quotidianamente esposte al pericolo di frane e alluvioni.
Al resto della penisola non va poi così meglio. Secondo Legambiente sono 6.633 i comuni italiani in pericolo per la fragilità del suolo. 8 comuni su 10. L’82 per cento delle amministrazioni ha a che fare con questo problema e in ben 5 regioni la minaccia riguarda il 100 per cento del territorio: Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta. Oltre 5 milioni di persone sono in pericolo in tutta Italia.
Il clima impazzito mette a nudo tutte le miserie del genere umano. il cambiamento climatico è una enorme lente d’ingrandimento , che ingigantisce i problemi, li rende più visibili e più pericolosi. Diventa così evidente, d’un tratto, tutto il potenziale distruttore della cementificazione selvaggia, vera e propria piaga italiana, concentrato di tutti i mali della nostra nazione (mafia, politica collusa, cattiva urbanistica, disinteresse per l’ambiente).

Negli ultimi 30 anni abbiamo cementificato circa 6 milioni di ettari: praticamente un quinto del territorio italiano. Oggi si contano 10 milioni di case vuote. Eppure si continua a costruire, consumando i suoli fertili. Perché? In Italia il cemento è sempre l’unica forma di sviluppo prevista.
Senza edilizia non c’è crescita, non c’è occupazione, non c’è il segno + davanti al dato sul PIL. Si può dire che l’Italia è una repubblica fondata sul cemento. O sarebbe meglio dire af-fondata, come ho spiegato un anno fa. Troppe licenze edilizie concesse con troppa disinvoltura da parte delle amministrazioni comunali. Ma su un territorio instabile come quello del Belpaese, privo di una qualunque elementare forma di pianificazione, certi spropositi provocano tragiche conseguenze.
Gli allagamenti in Toscana (dove sono stati battuti tutti i record di precipitazioni) sono il frutto di cinquant’anni di abusi. Stesso discorso per la Liguria, che secondo Greenreport:

è l’esempio dello sfascio pendulo nel quale la rendita edilizia, non sempre e non necessariamente illegale, ha trasformato il territorio italiano, delle “messe in sicurezza” solo per costruire ed appesantire il territorio con nuovo cemento ed infrastrutture che cambiano la situazione e generano nuovi rischi, dell’edilizia “contrattata”, delle “varianti, delle deroghe, che non tengono conto né delle mutate condizioni ambientali all’era del Global warming né delle mutazioni subite da un territorio a rischio abbandonato a monte e saturato a valle dall’uomo, privo di vera e sistematica manutenzione, mentre si investe in grandi opere, Tav, strade che finiscono sott’acqua… e tutto questo come se nelle fosse accaduto, nulla accadesse e nulla potesse accadere.

A tutto ciò si aggiunge l’inchiesta della procura di Genova sulla falsificazione dei dati riguardanti l’alluvione del novembre 2011 e in particolare la tempistica di esondazione del Fereggiano.
Quale sarà la prossima regione colpita dalle bombe d’acqua? Forse l’Abruzzo, dove i cantieri si sprecano, e dove nei giorni scorsi è stato lanciato l’allarme per le grandi piogge in arrivo. Ma ciò non ha minimamente sensibilizzato i politici locali a fare una prudente riflessione sull’opportunità di frenare l’avanzata del cemento.

E chi pensava che il governo dei tecnici potesse scrivere la parola fine a questa piaga si è dovuto ricredere. E’ vero che pochi giorni fa governo e le regioni hanno raggiunto l’accordo sul ddl contro il consumo di suolo agricolo, in cui è stata peraltro introdotta una moratoria che impedisca il consumo di superficie terriera, ma… fatta la legge, trovato l’inganno. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: “il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni“. Da qui il concreto “rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto, e addirittura a produrne di nuovo.
Inoltre, un articolo di un ddl “sulla semplificazione” apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Sottolinea Il Fatto Quotidiano: Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico.

Se l’Italia viene lasciata (metaforicamente) affogare nel cemento prima, non possiamo stupirci che poi affoghi (concretamente) nelle valanghe d’acqua che ad ogni autunno irrompono nelle zone più instabili. Un anno fa Ermete Realacci denunciava:

Mentre ancora si scava nel fango per cercare i dispersi dell’alluvione ha colpito Liguria e Toscana, mentre la fragilità del territorio accresce con eventi meteorologici sempre più estremi, l’incapacità del Governo nel far fronte alle priorità del paese, come quella di mettere in sicurezza il territorio dal rischio frane e smottamenti, è diventata intollerabile”.

Ok, il governo in questione era quello Berlusconi, ma con i tecnici la musica è rimasta la stessa. Il problema è tanto chiaro quanto di difficile soluzione. Perché i cambiamenti climatici sono troppo rapidi per la proverbiale lentezza della nostra classe dirigente. Tecnica o politica che sia.

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[UPDATE 14 novembre]

Linkiesta pubblica questa analisi: La buona urbanistica può salvarci dai cambiamenti climatici

Conti truccati ed effetti recessivi. Ecco come il governo Monti sta peggiorando l’economia italiana

Pochi giorni fa ho spiegato che: l‘Italia non era a rischio di default, che secondo i dati macroeconomici è anzi il Paese più solido dellEurozona, che il governo Monti non l’ha salvata da un bel niente e non ha “messo in sicurezza i conti”, che in compenso ha sbagliato tutte le previsioni economiche e con lo sciagurato aumento della pressione fiscale ha minato le condizioni per una pronta ripresa.
A complemento di quanto detto – e se mai ce ne fosse ancora bisogno – Globalist spiega perché la strategia di risanamento finora seguita si è rivelata del tutto fallimentare:

L’effetto palla di neve (snow ball effect) è l’espressione con cui si identifica sostanzialmente l’impatto sui saldi dei conti dello Stato determinato dal volume degli interessi passivi che va ad influire sul risultato del bilancio.
Ciò vuol dire che anche se si raggiunge un risultato positivo nella differenza tra il totale delle entrate e delle spese primarie necessarie al funzionamento dello Stato nel suo complesso, il flusso degli interessi che matura sullo stock di debito accumulato può trasformare quel risultato positivo in uno negativo, determinando, anno dopo anno, l’aumento del debito in valore assoluto.
Se questo aumento non è compensato da un aumento del PIL in valore nominale, il maggiore indicatore della situazione dell’economia e della finanza pubblica e cioè il rapporto Debito/PIL del Paese peggiora.

E’ facile comprendere che è proprio questa la situazione italiana, verso cui sia il governo Berlusconi che il governo Monti hanno scelto di adottare la medesima strategia di base
- alzare il muro (l’avanzo primario) a livelli sempre più alti per contenere la palla di neve; 
- tentare di sostenere la crescita del PIL attraverso le riforme.

Tuttavia il risultato conseguito da entrambi i governi è stato complessivamente non positivo; in particolare quest’anno il livello dell’avanzo primario sarà significativamente inferiore al livello atteso e le riforme non porteranno alcun beneficio sul fronte della crescita.

L’effetto congiunto determinerà un incremento del rapporto debito/PIL che si attesterà al livello del 126,6% (comprensivo dei contributi al Fondo salva Stati). Il problema è che purtroppo questa situazione proseguirà inesorabilmente, per due ragioni: 
- la palla di neve si avvia a diventare una valanga di dimensioni mostruose visto che lieviterà dai 70 miliardi del 2010 ai 105 miliardi del 2015 (+50% in cinque anni), così come le stesse previsioni governative indicano e l’incidenza sul PIL supererà il 6%, un livello più del doppio rispetto ai maggiori paesi europei; 
- e la necessità di alzare il muro per contrastarla, oltre a non produrre l’effetto principale a cui tende la strategia del governo, e cioè di produrre un deficit zero per evitare l’aumento del livello del debito, provocherà un ulteriore soffocamento dell’economia generato dalle risorse che vengono sottratte progressivamente ai contribuenti per realizzare un avanzo primario sufficiente.

Aggiungo due cose.
1) Benché i fondamentali del nostro Paese siano ottimi, il governo ha comunque fatto ricorso ad operazioni di cosmesi contabile per far apparire i nostri conti migliori di quanto siano in realtà. Questo per due ragioni: far vedere all’Europa che stiamo facendo i “compiti a casa”; occultare gli effetti recessivi delle politiche fiscali fin qui implementate.
2) Già, le politiche fiscali. In realtà, non solo il governo non ha salvato nulla, ma sta addirittura infliggendo il colpo di grazia alla già claudicante economia italiana.

I conti taroccati

Oltre a formulare previsioni inattendibili, il governo trucca palesemente i conti. Rischio Calcolato analizza i risultati ottenuti dal governo tecnico in quest’ultimo anno. Partendo dall’analisi del DEF, RC afferma che i nostri conti pubblici sono taroccati, in quanto nasconderebbero un buco di ben 10 miliardi di euro. Il succo è che il documento sovrastima (ancora una volta) il PIL 2012 atteso e le entrate dello Stato, senza considerare l’effetto della recessione si farà vedere nella seconda parte dell’anno specie per quello che riguarda gli anticipi sulle tasse e i contributi 2013. Rinviando all’articolo per i dettagli tecnici, qui mi limito a riportarne la premessa e le ferali conclusioni:

L’Italia sta dichiarando ai partner europei obbiettivi palesemente impossibili da raggiungere, sia il PIL atteso che i rapporti di Deficit/Pil e di Debito/Pil sono attesi per la fine del 2012 sono una evidente operazione di cosmesi.

Il Governo Monti
a) Ha fatto crollare il PIL: nel 2012 chiuderemo al -2,5/-2,7% (ben il 2,0-2,5% meno della media UE, mentre da 15 anni crescevamo meno della UE dello 0,7/1,0%)
b) Ha creato 800.000 nuovi disoccupati, 200.000 nuovi cassaintegrati, fatto passare 400.000 lavoratori al full time al part time
c) Ha fatto crollare la produzione industriale, i consumi, gli investimenti
d) Ha fatto peggiorare brutalmente le finanze pubbliche: il debito cresceva nel 2010 e 2011 di circa il 2% all’anno, con lui +7% (dal 120 al 127%), ed il deficit e’ sempre quello.
Il Governo Monti e’ una sciagura. La sciagura sta nelle politiche suicide adottate (manovra recessiva basata all’85% sulle tasse).
E per buon peso: Preparatevi perché tra pochi mesi noi cittadini e l’Europa ci renderemo conto che il Governo Monti tarocca palesemente i conti e che abbiamo un ulteriore BUCO di BILANCIO di 10 miliardi di euro non ancora rendicontato. 

I nefasti effetti delle politiche montiane

Altri tre interventi sempre su RC prendono in esame gli effetti dell’azione di governo sotto gli aspetti del PIL, della disoccupazione e del debito pubblico. Rinviando ai singoli contributi per i grafici esplicativi, le conclusioni sono:

PIL: coi governi di Centro Destra e Centro Sinistra perdavamo l’1,0% di PIL all’anno (equivalenti a 250 euro di ricchezza in meno all’anno per ogni Italiano), con Monti il 2,0% (circa 500 euro all’anno a persona, neonati inclusi)
DISOCCUPAZIONE: coi governo di Centro Destra e Centro Sinistra il Tasso annuo di Disoccupazione ha avuto uno scostamento medio annuo dello 0,1% migliore della media UE (equivalente a 20.000 disoccupati in meno), con una performance media leggermente migliore negli anni dei governi di Centro Destra. Con Monti la Disoccupazione ha avuto un aumento di ben l’1,5% in piu’ della media Europea. Come dire, dei circa 500.000 disoccupati in piu’ registrati in Italia nella media dei primi 8 mesi del 2012 rispetto al 2011, ben 380.000 sono responsabilita’ del Governo Monti (il dato a fine anno sara’ assai peggiore, visto che in estate siamo a variazioni annue di circa 750.000 disoccupati in piu’).
DEBITO PUBBLICO: coi governo di Centro Destra e Centro Sinistra l’Italia ha ridotto dal 53% al 38% il differenziale di rapporto tra Debito e PIL rispetto alla media Europea (dello 0,9% all’anno medio). Con Monti la forbice riprendera’ a riaprirsi, seppur leggermente (0,2%) interromendo una tendenza alla riduzione che durava da 5 anni ininterrotti. Monti fa il quarto peggior risultato degli ultimi 15 anni (solo i governo pre-elettorali del 2001, 2005 e 2006 fecero peggio)

Cari Monti e Fornero, voi tecnici non avete salvato proprio nulla

In agosto il ministro Fornero ha affermato che “noi tecnici abbiamo salvato l’Italia, ora tocca alle imprese“. Pochi giorni prima Monti aveva sostenuto di vedere “la luce in fondo al tunnel” .
Tralasciamo per un attimo cosa ne pensano precari e esodati, e che al momento ciò che si vede alla fine del tunnel sono solo meno salari, meno consumi e meno compravendite immobiliari, e vediamo in concreto cosa è cambiato da quando il governo tecnico è salito al potere.

Partiamo da una premessa. Nell’estate dello scorso anno l’aumento immediato del famigerato spread sui Bund tedeschi ha rivelato la debolezza della nostra economia e della nostra finanza pubblica. Si è detto che l’Italia è troppo grande per fallire, ma allo stesso tempo è troppo grande per essere salvata.
C’è però un dato da considerare: il debito pubblico italiano è sempre stato molto elevato, eppure i mercati hanno decretato la pericolosità dei nostri squilibri solo da una quindicina di mesi a questa parte. Cosa era cambiato rispetto a prima? Quali ulteriori lacune erano emerse? Su questo punto le opinioni si sono subito divise. Ma tutte hanno avuto in comune il fatto di drammatizzare oltremodo la situazione – anche per ragioni di opportunità politica: senza lo spread, le opposizioni sarebbero mai riuscite detronizzare Berlusconi? In ogni caso, il risultato è stato quello di esasperare gli stereotipi di un’Italia sprecona, incapace, inefficiente e inaffidabile. Quelli che ci sono valsi un posto d’onore nel vituperato acronimo PIIGS.

Luoghi comuni a parte, i numeri mostrano una realtà ben diversa; i nostri conti non sono così disastrati come le pressioni dei mercati fanno pensare.
Un’analisi, originariamente pubblicata da Limes a firma dell’economista Pietro Modiano e riproposta da Linkiesta, restituisce un quadro diverso: la finanza pubblica italiana non è fuori controllo e l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil al 60% in vent’anni è più realistico da noi che in altri Paesi.  Modiano prende in esame i dati del Fondo Monetario Internazionale, pubblicati nel Fiscal Monitor trimestrale, e della Banca d’Italia (novembre 2011) che riprende a sua volta dati elaborati dalla Commissione Europea. I dati riportati evidenziano che le prospettive di riduzione del nostro debito pubblico, su un orizzonte temporale 2010-2030, sono migliori rispetto a quelle della Francia e, per certi aspetti, anche a quelle della Germania. Una conclusione sorprendente se rapportata ai gridi d’allarme che stampa e tv hanno quotidianamente lanciato nei mesi scorsi.
Scrive Modiano:

Per quanto riguarda il Fondo Monetario, il documento che periodicamente analizza e compara lo stato della finanza pubblica dei diversi Paesi nell’ottica della sostenibilità del debito è il Fiscal Monitor trimestrale, sulla cui scorta gli ispettori del Fondo Monetario verranno in Italia avendo a mente, oltre che l’evidenza delle difficoltà di rifinanziamento dello stock del nostro debito, anche le tavole seguenti. La prima tavola (dal Fiscal Monitor di settembre), qui riportata in originale, è il quadro sinottico dei cosiddetti Fiscal Fundamentals nei principali Paesi. È un quadro di sintesi grafica, nel quale quanto più alti sono gli istogrammi che misurano i diversi indicatori, tanto peggio sta il Paese di riferimento.
Ebbene, l’Italia sta male su tre fronti: ovviamente il debito (121,1% del Pil, secondi dopo il Giappone), ovviamente i fabbisogni finanziari annui lordi (GFN, 22,8%, terzi dopo Usa e Giappone), ovviamente la differenza fra costo del debito e tasso di crescita del Pil (in cui siamo primi). Ma da qui in poi la realtà si dissocia dagli stereotipi, ed è necessario provare a ristabilirla.
L’Italia risulta largamente la più virtuosa per disavanzo pubblico al netto delle componenti cicliche (CAPD, l’Italia è l’unico Paese in surplus); l’Italia risulta il terzo Paese più virtuoso (dopo Giappone e Francia e molto meglio della Germania) per quanto riguarda le pensioni e addirittura il primo in materia di equilibri nella spesa sanitaria (con la Francia e gli Stati Uniti, dopo la recente riforma, a larga distanza). C’è di più.

La seconda tavola, qui sopra riportata in italiano, dà di questo quadro una rappresentazione numerica ancora più sintetica, e ancora più lontana dagli stereotipi e dalle opinioni correnti. Gli uffici del Fondo hanno misurato (in termini “illustrativi”) lo sforzo che ogni Paese deve fare da qui al 2030 per raggiungere un rapporto debito/Pil del 60%, identificato come soglia di sostenibilità di lungo termine. Lo sforzo, che è misurato in termini di punti percentuali di riduzione del disavanzo pubblico annuale rispetto all’anno di partenza necessario per raggiungere l’obiettivo, è tanto maggiore quanto più alti sono i debiti e i deficit di partenza, e quanto meno favorevoli le tendenze demografiche e di crescita economica in campo pensionistico e sanitario, a legislazione data. Ebbene, per raggiungere il 60% del rapporto debito/Pil lo sforzo aggiuntivo dell’Italia rispetto al 2010 consiste nell’aumento di 3,11 punti percentuali dell’avanzo primario da conseguire entro il 2020 e nel mantenimento di tale più elevato livello fino al 2030. Includendo pensioni e sanità, l’Italia deve migliorare di un punto in più, cioè del 4,1%. In base alla prima misura l’impegno dell’Italia è più gravoso di quello della Germania (2,3) ma molto meno di quello della Francia (6,3); includendo sanità e pensioni, l’Italia risulta essere addirittura il paese meno disequilibrato, il più virtuoso, almeno fra quelli di maggiori dimensioni con i quali si confronta, quello con minori oneri di aggiustamento per raggiungere la sostenibilità del debito.
C’è di più: lo sforzo aggiuntivo che dobbiamo fare per raggiungere in vent’anni il 60% di rapporto debito/Pil, è realistico più di quanto non lo sia quello necessario per l’aggiustamento di altri Paesi. L’Italia è uno dei pochi Paesi ad aver già sperimentato avanzi primari di una certa consistenza. Commenta il Fondo: «Beyond the large size of needed adjustment, for several advanced economies the required primary surplus is well above levels they have sustained in the past. In particular, among the advanced economies that will need to run primary surpluses exceeding 4 percent of GDP under the illustrative scenario, only Italy (…) and Ireland (…) have ever run average primary surpluses over a 10-year period that are close to the target in the illustrative scenario». Con ciò affermando – sempre il Fondo Monetario – che un aggiustamento dell’entità descritta sia alla portata dell’Italia più che di altri paesi, che nell’ultimo decennio non sono mai riusciti a portare in surplus i propri saldi primari, mentre l’Italia ha già sfiorato il 4% di surplus primario nel 2002. Fin qui, la diagnosi del Fondo Monetario.
Il giudizio tecnico della Commissione europea è del tutto analogo. Il Rapporto sulla stabilità finanziaria presentato da Banca d’Italia di recente (Novembre 2011) compara tre indici di sostenibilità finanziaria: quello del Fmi già descritto, e due indicatori elaborati appunto dalla Commissione europea, l’uno riferito alla vulnerabilità, e cioè al rischio che un Paese sia colpito da crisi finanziaria e l’altro, analogo a quello del Fondo, relativo all’aumento del rapporto avanzo primario/Pil (rispetto al valore del 2010) necessario, date le proiezioni demografiche e macroeconomiche, «a soddisfare il vincolo di bilancio intertemporale delle Amministrazioni Pubbliche». L’indice di vulnerabilità dell’Italia (nel quale il peso dello stock di debito è determinante) è comprensibilmente elevato, sia pure sotto la soglia critica che «segnala la possibilità di una crisi fiscale»; l’indice di sostenibilità, del tutto in linea con le stime del Fondo, è largamente ai livelli più alti dell’area Euro, con una distanza da Francia e Germania, sotto questo profilo, ancor più accentuata. Come si vede dalla tabella:

Il Rapporto della Commissione Europea sulla Finanza Pubblica nel 2010 afferma del resto con chiarezza che il problema è di debito, e non di deficit tendenziale:«For Italy (…) neither the budgetary position nor the long term cost of ageing are particularly high. However the initial levels of debt give cause for concern. In both Italy and Hungary, rapid budgetary consolidation is required to ensure a steady reduction of the currently very high level of debt, although it will need to be undertaken at a time when it does not adversely affect the recovery from the economic and financial crisis» e riporta calcoli sull’onere di aggiustamento necessario all’Italia per conseguire la sostenibilità del debito del tutto in linea (e su un orizzonte temporale più breve: 2010-2020) con le citate stime del Fondo Monetario.

Sono evidenze e valutazioni importanti, che basterebbero per ribaltare – con la forza delle istituzioni che le certificano – gli stereotipi negativi sull’economia italiana, o meglio sulle tendenze della sua finanza pubblica, che contribuiscono ogni giorno a minarne il merito di credito.
Il fatto è che chi ci ha rappresentato nei primi lunghi mesi della crisi, fino al suo culmine di inizio novembre, non ha avuto la forza e la credibilità per rimontare la china e smontare gli stereotipi, per mettere sul tavolo queste evidenze con energia e autorevolezza sufficiente. Ci siamo così trovati disarmati di fronte ad osservatori e policy makers stranieri, in molti casi non obiettivi e non disinteressati. Tutto questo ha complicato la comprensione della realtà dei fatti e dell’origine dei problemi, e non ha giovato alla saggezza ed efficacia delle terapie, e forse alle stesse aspettative del mercato.

L’analisi, dalle conclusioni ancora attuali, è del dicembre 2011. Ne consegue che l’Italia aveva dei fondamentali solidi già allora, quando il governo Monti si è insediato. Un recente paper della Banca d’Italia conferma queste conclusioni.
La riforma (dolorosa) delle pensioni e quella (simbolica) dell’art.18 non hanno dunque cambiato di una virgola una situazione già sotto controllo. L’unico provvedimento di rilievo sulla finanza pubblica assunto dal governo è stato l’impegno a raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2013, il quale avrà conseguenze molto negative sul piano della crescita.

Già, la crescita. Esaurito l’esame dell’economia pubblica, le prospettive future dell’economia privata (dove Monti & soci hanno messo le mani solo attraverso provvedimenti di facciata) sono tutt’altro che incoraggianti.
Quasi un anno fa ho provato (senza pretese di completezza) a sintetizzare i mali dell’economia italiana così:

3. La paralisi sul piano politico è tuttavia poca cosa rispetto a quella, ben più invalidante, sul piano economico. Mesi fa, il rapporto After the Crisis: Assessing the Damage in Italy, commissionato dal Fmi, ha rigorosamente dimostrato come l’economia italiana abbia subito delle perdite permanenti nella crescita potenziale dopo la crisi del 1992 e poi dopo quella del 2007. Il calcolo sommario conferma una dinamica che in molti già sospettavano: dopo ogni crisi l’Italia riprende a crescere, ma ogni volta a ritmi più tardi. Nel dettaglio, il nostro Paese è cresciuto in media dello 0,7% trimestrale negli anni Ottanta fino al 1992, quando ha rallentato allo 0,56% dopo la crisi della lira, per poi frenare allo 0,37% dopo la recessione del 2001 e ulteriormente allo 0,28% dopo quella del 2008. Se quella attuale è una ripresa, è a passo di lumaca. E le prospettive future sono poco incoraggianti, se pensiamo che le risorse drenate da qui al 2013 dalle manovre a raffica dell’ultima estate toglieranno linfa ad un sistema già debilitato – col rischio che il bilancio pubblico ne risucchi ulteriori per pagare gli interessi sul debito cresciuti a causa dello spread.
La conclusione del rapporto è scoraggiante: benché uscita quasi indenne dalla crisi bancaria, l’Italia arriverà al 2015 con un Pil inferiore dell’11-15% rispetto a quello che si sarebbe potuto raggiungere senza le parentesi della recessione. E parliamo di danni permanenti, che faranno sentire i loro effetti al di là delle riforme e dei provvedimenti pomposamente annunciati.
Per gli esperti il Paese ha un problema complessivo di produttività. Negli anni precedenti l’ultima recessione, la quantità di lavoro è aumentata, ma il contributo del capitale è rimasto stabile. In altre parole, è caduta la produttività totale dei fattori, la quale non dipende dal lavoro ma dall’innovazione, la burocrazia, la fiscalità e le infrastrutture. Le riforme intervenute negli ultimi vent’anni non hanno fatto quasi nulla per invertire questa rotta, come invece è stato fatto in Germania, al fine di mantenere alta la competitività dei nostri prodotti (in Germania la propensione all’export è al 53%, da noi al 32%). E ora ne paghiamo il prezzo, in una fase congiunturale in cui proprio le esportazioni sarebbero la più valida cinghia di trasmissione per dare impulso ad un’economia stagnante. Col paradossale risultato che l’Italia, pur vantando la seconda industria manifatturiera d’Europa, non riesce ad agganciare la crescita che proviene dai Paesi emergenti, e anzi viene scavalcata da alcuni di questi (Brasile, India, Corea del Sud) proprio nella classifica delle attività industriali.

4. A frenare la crescita è il peso intollerabile di un sistema asfissiante e inefficiente – ma solo per alcuni. Anni di cattiva gestione politica, improntata più al clientelismo che alla tutela del bene comune, hanno quasi incessantemente dilatato, insieme al debito, le forme di privilegio garantite alle più varie corporazioni, a danno del sistema. E la conseguenza di questa prassi di mantenere ampi settori al riparo da ogni stimolo competitivo non può che essere la decrescita, visto che l’intera economia ne paga i costi in termini di performance inadeguata.
Posta così somiglia ad una scoperta dell’acqua calda, ma le cifre al riguardo offrono un’idea di quanto ci costi questa inefficienza. Nella sua ultima relazione da Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi ha fornito una stima di due piaghe tipiche che affliggono il sistema Italia, l’inefficienza del sistema giudiziario e di quello educativo: ciascuna di esse ci costerebbe l’1% del Pil potenziale. Quasi 30 miliardi di euro in tutto, praticamente una manovra finanziaria.
Poco tuttavia rispetto al lavoro sommerso, che ci costa nove volte tanto: circa 275 miliardi secondo l’Istat, il 17,5% del Pil. Nel 2010 l’evasione media degli italiani si è attestata al 13,5% del reddito dichiarato (2.093 euro a contribuente).
Inefficienza ed evasione hanno un tratto comune con la produttività. E in ciascuno caso l’unica svolta possibile si ottiene solo attraverso l’innovazione. Strumenti come l’informatizzazione e la ricerca, sia nel pubblico che nel privato, sono la chiave per il pronto rilancio dell’economia. Certamente più di opere inutili come la TAV, di licenziamenti più facili, dell’aggiunta di un paio di frasette nella Costituzione.

Condizioni che l’attuale governo governo non ha minimamente ritoccato, se non in peggio – ad esempio aumentando ulteriormente le accise sulla benzina, nonostante si tratti della misura più recessiva che esista.
Ma le pecche non finiscono qui.

E’ una costante di questo Paese che le previsioni del governo (sia questo che il precedente) siano sempre state smentite dalla realtà dei fatti. Con l’aggravante, per l’attuale esecutivo, di essere formato da tecnici, dunque da gente che in teoria dovrebbe capirne più dei politici.
Globalist spiega perché le proiezioni del DEF sono inattendibili:

Nella nota di aggiornamento del DEF presentata dal Governo il 20/09/2012 si prende atto che la riduzione del PIL prevista in -0,4% nei dati che accompagnavano la manovra del “Salva Italia” corretta poi in aprile a -1,2% è divenuta ora di -2,4%.
a) il volume delle esportazioni che ha limitato la caduta del PIL nel 2012 su livelli superiori a quelli complessivamente registrati, è altamente probabile che a causa del rallentamento del ritmo di sviluppo in molti paesi chiave dell’economia mondiale sia destinato a contrarsi in misura significativa nel 2013; la crescita ipotizzata quindi del 2,4% è di assai dubbia attendibilità;
b) la spesa delle famiglie per effetto della crescita della disoccupazione, del restringimento dei redditi disponibili che conseguirà agli ulteriori adempimenti fiscali e all’erosione dell’inflazione diminuirà in misura ben superiore al -0,5% previsto nel documento; pertanto anche questa previsione appare assai carica di addolcimenti;
c) gli investimenti fissi non potranno registrare una variazione incrementale positiva perché mancano le condizioni di base per la loro ripresa: rilancio dei consumi e dell’attività creditizia delle banche; sono destinati pertanto a contrarsi ulteriormente anche dopo il crollo del -8,3% del 2012. Se a queste valutazioni aggiungiamo che:
- l’aumento delle sofferenze delle banche, destinate ad aumentare considerevolmente a causa delle oggettive difficoltà di molte imprese a reggere il grave indebolimento del quadro economico-finanziario sotto ogni profilo, a cui si accompagna la sempre più vicina necessità di adeguamento ai nuovi criteri patrimoniali e finanziari di Basilea III, renderà, inevitabilmente, ancora più selettiva l’erogazione del credito, togliendo benzina al motore della crescita;
- le tensioni internazionali in alcune aree critiche e la necessità di riequilibrare il bilancio pubblico americano post elezioni (fiscal cliff) non lasciano intravedere nulla di buono dai venti che potranno formarsi e indirizzarsi verso di noi;
allora appare chiaro che la miscela fatta da una domanda interna ed estera in calo, livelli di fiducia di famiglie e imprese sempre più bassi ed un sistema finanziario in affanno, porterà la recessione del 2013 ancora su livelli elevati; per questo il -0,2% previsto dal documento del MEF non è credibile e con esso tutte le altre previsioni correlate.
Peraltro se, come appare altamente probabile, la Spagna dovesse chiedere gli aiuti al Fondo Salva Stati per sostenere le proprie finanze pubbliche, allora per l’Italia le possibilità di evitare un simile epilogo (che considero devastante, vedi articolo del 11settembre 2012 su Globalist.it) diventeranno assai scarse, soprattutto se il quadro macroeconomico disegnato dal governo si rivelerà non aderente o addirittura lontano dalla realtà.
Un’ultima considerazione: è davvero difficile comprendere come nelle attuali condizioni di mercato possa risultare credibile l’ipotesi di cedere sul mercato beni pubblici per un valore di un punto percentuale di PIL all’anno come confermato nel DEF dopo le dichiarazioni pubbliche del Ministro Grilli (vedi articolo del 13 agosto 2012 su Globalist.it)

Cara “ministra” Fornero e caro presidente Monti, sareste così gentili da chiarirci sotto quale aspetto potete affermare di aver salvato l’Italia?

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Nota di chiusura: compito primario del governo Monti doveva essere quello di abbassare lo spread.
In novembre il differenziale Btp/Bund aveva toccato quota 540 punti, per poi scendere fino a dimezzarsi a 270 il 9 febbraio. In questo Monti non c’entra. Il merito va a Draghi e ai 1000 miliardi che la BCE ha messo a elargito alle banche ad un tasso dell’1%. In tanti si sono lamentati del fatto che tali risorse non sono state poi iniettate nell’economia reale attraverso il credito a famiglie e imprese, per essere invece investiti in titoli di Stato. In realtà era proprio quello il patto non scritto tra BCE e banche.
Lo spread è poi nuovamente sceso nelle scorse settimane, e anche qui la ragione va cercata non in Italia, ma fuori. Come ho spiegato qualche settimana fa, il minore differenziale sui titoli è dovuto al peggioramento del merito creditizio della Germania, non al miglioramento dell’Italia.
In entrambi i casi, il governo Monti non può rivendicare alcun merito.