Con la vittoria dei conservatori in Giappone, il braccio di ferro con la Cina non potrà che continuare

Come era nelle previsioni, Shinzo Abe ha vinto le elezioni anticipate in Giappone.

Dopo tre anni il Partito liberaldemocratico (Ldp o Jiminto) torna dunque al potere. La formazione di Abe ha conquistato 296 seggi su 480 che insieme ai 32 dell’alleato Nuovo Komeito gli garantiscono una maggioranza di due terzi, sufficiente per rivedere la costituzione imposta dagli Usa nel 1947 (in particolare l’art.9, che consente l’uso delle forze armate solo in funzione di autodifesa) e scavalcare gli ostacoli all’azione di governo da parte della Camera Alta, dove non c’é una maggioranza ben definita.
Il Partito democratico (Dpj o Minshutō) del premier uscente Yoshihiko Noda, invece, ha ottenuto solo 65 seggi, con bocciature clamorose come quella dell’ex premier Naoto Kan.
Si segnala l’emergere di nuove forze, che rompe il bipolarismo.
Va evidenziato il crollo del 10% dei votanti, al 59%, rispetto alle elezioni del 2009.

Matteo Dian su Limes offre un ottimo riassunto dello scenario che ha preceduto queste consultazioni (ne avevo parlato qui). Tra le altre cose, l’analisi cerca di individuare le possibili linee guida del prossimo governo Abe:

il suo programma è centrato sulla lotta alla deflazione: il Giappone ha infatti un tasso negativo di inflazione che pesa sulla crescita. Abe propone una politica monetaria espansiva mirata a raggiungere il 3% di inflazione attraverso il quantitative easing, ossia stampando moneta e abbassando i tassi di interesse. L’espansione monetaria dovrebbe essere accompagnata da un ampio programma di opere pubbliche. Questo tipo di politica, secondo i conservatori del Ldp, generando un minimo di inflazione dovrebbe favorire il deprezzamento dello yen e rilanciare le esportazioni. Il partito propone una piattaforma di politica estera decisamente anti-cinese, a favore di un definitivo superamento del pacifismo postbellico e di un ruolo più attivo del Giappone nel campo della sicurezza. Abe inoltre vuole rivedere i negoziati di accesso alla Trans-Pacific Partnership. La Tpp, prevedendo un abbattimento radicale delle tariffe sulle importazioni, colpirebbe agricoltori e settore ittico, constituencies elettorali del Partito liberaldemocratico.
Questa piattaforma è centrata su due proposte principali: il Giappone deve poter esercitare il diritto di autodifesa collettiva (ovvero difendere un alleato se necessario e poter partecipare a operazioni di difesa collettiva multilaterali). Ciò può essere fatto attraverso una riforma dell’articolo 9, la clausola pacifista della Costituzione giapponese che proibisce l’autodifesa collettiva e limita strettamente la legittimità dell’uso della forza, o attraverso una sua reinterpretazione sostanziale. Inoltre il nome delle Forze di autodifesa (Jeitai, “Japan Self-Defese Force”) dovrebbe essere cambiato in Esercito nazionale. Questo cambiamento avrebbe un valore simbolico enorme, in quanto equivarrebbe a dichiarare ufficialmente chiusa l’epoca del “pacifismo in un paese solo” del Giappone. Parte della leadership del Partito democratico ha accolto con favore queste proposte: ad esempio il ministro della Difesa Morimoto Satoshi ha definito “naturale” un dibattito su questi temi.
In politica estera il partito di Abe si trova a dover bilanciare due esigenze opposte: da un lato la concorrenza da destra del Japan Restauration Party, partito nazionalista e revisionista guidato dal governatore di Tokyo Ishihara Shintaro. Dall’altro il possibile partner di coalizione, i buddhisti del New Komeito, che spinge per il mantenimento del pacifismo e dell’articolo 9 nella sua attuale interpretazione. Abe ha annunciato inoltre che sotto la sua guida il paese manterrebbe una condotta inflessibile nelle dispute territoriali, in particolare in merito alla questione delle isole Senkaku/Diaoyu.
Un fattore determinante per la politica estera del possibile futuro governo giapponese è il fatto che Abe, nipote dell’ex primo ministro Nobosuke Kishi (già ministro tra il 1941 e il 1943 e criminale di guerra di “classe A” per il Tribunale dei Tokyo) abbia assunto posizioni marcatamente revisioniste sulla storia giapponese. Ha addirittura pubblicato un libro intitolato “Toward a Beautiful Country” (Utsukushii kuni) nel quale sostiene che i criminali di guerra giapponesi erano stati ingiustamente dichiarati colpevoli dalla “giustizia dei vincitori” americana. A ciò si aggiunga che ha più volte visitato il tempio scintoista di Yasukuni, simbolo più controverso della memoria del periodo bellico, dove vengono commemorati i soldati morti in difesa dell’imperatore, compresi diversi criminali di guerra [2]. Anche su questo punto il Lpd deve destreggiarsi tra la concorrenza da destra del Japan Restauration Party e di Ishihara Shintaro che arriva a sostenere che il Massacro di Nanchino è “un’invenzione della propaganda cinese.”
Abe, diversamente da praticamente tutti gli altri candidati, non è anti-nuclearista.

Sul fronte interno, l’economia giapponese sta attraversando un periodo difficile: a ottobre 2012 la bilancia commerciale del Giappone ha registrato un rosso di 5,5 miliardi di euro, il debito pubblico è al 230% del PIL (salirà al 245% nel 2013), la natalità è ferma mentre avanza il precariato.
Abe ha sempre ribadito che l’economia è una priorità su tutto, ma onestamente non si capisce come farà il Giappone a rilanciare le esportazioni in una fase di raffreddamento dei rapporti col suo partner commerciale più prossimo, ossia la Cina, che da sola assorbe un quinto dell’export nipponico.
Il 13 dicembre, proprio nel giorno dell’anniversario del massacro di Nanchino, un aereo da ricognizione cinese ha sorvolato le isole Senkaku/Diaoyu e il Giappone ha risposto con aerei da caccia F-15 che si sono diretti verso l’arcipelago. Secondo quanto dichiarato dal Ministro della Difesa giapponese, questa è la prima violazione conosciuta dello spazio aereo giapponese degli ultimi 50 anni. Episodio che mette a nudo la debolezza della difesa di Tokyo e riaccende – per l’ennesima volta – le tensioni tra i due colossi asiatici. Con possibili risvolti in campo economico.

I pericoli di una guerra commerciale tra Tokyo e Pechino sono notevoli, posto che il boicottaggio di prodotti stranieri da parte sia dei consumatori di un Paese che delle sua aziende può assumere le forme più disparate. Ad esempio, una ricerca dell’Università di Goettingen, in Germania, ha dimostrato che quando uno Stato riceve il visita il Dalai Lama, le esportazioni dei propri prodotti verso Pechino subisce un calo compreso tra l’8,1% e il 16,9% (a seconda dei criteri di misurazione) almeno per i due anni successivi. Ad essere penalizzati sono soprattutto macchinari pesanti e mezzi di trasporto, beni che in Cina sono acquisiti soprattutto da aziende statali.
in ogni caso, la Cina ha già fatto sapere di essere “molto preoccupata” per la possibile evoluzione della posizione internazionale del Giappone.

Sul ritorno del nazionalismo in Giappone, si veda questa analisi su Lettera43dove si segnala questo passaggio:

Il partito per la Restaurazione del Giappone (alleato del Lpd; si veda qui) è nato solo a novembre, il mese in cui il Sol levante è entrato ufficialmente in recessione, e ha già  incassato 54 seggi alla Camera. Il fulcro del  suo programma è uno Stato snello e aggressivo.
La sua influenza sul dibattito pubblico e sull’agenda della politica giapponese è in costante aumento. In aprile il padre di Shintaro Ishihara, ex governatore di Tokyo e leader ultranazionalista, propose di comprare le isole Senkaku contese dalla Cina e istituì un fondo per i contributi dei cittadini. Risultato: ha raccolto oltre 1,5 miliardi di dollari e talmente tanto consenso che a settembre l’ex governo – socialista – si è deciso davvero ad acquistare alcune delle isole.
BASTA AFFARI CON LA CINA. I ‘restauratori’ vorrebbero meno burocrazia e stato sociale, ma un controllo maggiore sulla banca centrale. Chiedono che il Giappone si svincoli dal rapporto di stretta interdipendenza economica con la Cina. E il 40% degli imprenditori nipponici con investimenti nella Terra di Mezzo sembra d’accordo con loro. Stando a un sondaggio Reuters la crisi diplomatica sulle Senkaku li sta convincendo a spostare le produzioni in India, Indonesia e Vietnam.
PUNTARE SULL’EXPORT DELLE ARMI. Per risollevare un’economia in crisi i nazionalisti puntano su un settore ad alto contenuto tecnologico e perfetto per l’export: le armi.
«Se le nostre armi venissero commercializzate in varie parti del mondo (ora lo sono solo verso gli Usa, ndr) e noi mantenessimo il controllo della tecnologia militare, la nostra sicurezza ne uscirebbe rafforzata», ha dichiarato Toru Hashimoto, sindaco di Osaka e animatore del partito.
L’investimento in equipaggiamento per la difesa però non aiuterebbe solo il commercio. Il partito propone la revisione della Costituzione imposta dagli americani, che con l’articolo 9 impedisce a Tokyo l’aggressione militare. Dal canto suo il primo ministro Abe si è già detto disponibile a rendere più semplice il processo di revisione costituzionale e appena eletto ha dichiarato con fierezza: «Proteggeremo i nostri mari».

Il programma anticinese di Abe passa necessariamente per un più stretto riannodo dei legami con le potenze contrapposte che si contrappongono a Pechino. Ad esempio, Abe è convinto che il Giappone “dovrà ricostruire le relazioni con gli Usa, a suo parere rovinate nei tre anni di governo dei Democratici. E certamente il futuro premier rilancerà le relazioni con l’India, come aveva annunciato già nel 2006.

E’ comunque singolare che Tokyo, sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale, abbia ancora dei contenziosi territoriali con i suoi vicini. Il problema è che quando si scherza col fuoco del nazionalismo spesso si corre il rischio di scottarsi. Soprattutto in questo periodo storico, con il mondo ingabbiato dalla crisi e le cui speranze di ripresa sono legate a doppio filo alla forza trainante delle economie delle (irrequiete) tigri asiatiche.

Giappone, sette governi in sette anni

Il premier giapponese Yoshihiko Noda ha sciolto la Camera bassa e indetto le elezioni anticipate: si voterà il 16 dicembre, anziché nel gennaio del 2013 (fine naturale della legislatura). Se il Partito Democratico – formazione di centrosinistra di cui Noda è leader – dovesse perdere, come è verosimile, il Giappone nominerebbe il settimo primo ministro in sette anni.
Noda è al governo dall’agosto 2011. Il suo governo è stato oggetto di forti contestazioni, principalmente per non aver saputo risollevare il Giappone dalla crisi economica che lo ha colpito dopo la catastrofe dell’11 marzo 2011. In estate, per contenere il debito pubblico del Paese (il più elevato al mondo) ha sostenuto una legge che ha raddoppiato le imposte sui consumi, portandole al 10% entro il 2015, nonostante gli effetti distorsivi che tale misura comporterà. Inoltre ha ricevuto severe critiche anche per le posizioni ondivaghe sull’energia nucleare dopo il disastro di Fukushima: dopo aver sospeso tutti i reattori del Paese, accontentando le richieste dell’opinione pubblica, li ha progressivamente rimessi in funzione.

Noda avrebbe già dovuto sciogliere il parlamento in virtù di un accordo stretto con l’opposizione. L’estate scorsa aveva promesso il voto anticipato in cambio del sostegno al raddoppio dell’imposta sui consumi, ma in autunno si sarebbe rimangiato la promessa – nonostante le numerose pressioni per indire le elezioni. Tuttavia nei giorni scorsi ha avuto nuovamente bisogno del sostegno dell’opposizione, tanto che la crisi del governo si è consumata il 14 novembre quando l’opposizione guidata da Shinzo Abe non ha appoggiato il progetto di riforme economiche proposto dal primo ministro.
Lo scioglimento della Camera bassa è avvenuto dopo l’approvazione di un piano di aumento del bilancio a 92 trilioni di yen attraverso l’emissione di obbligazioni. Soldi necessari per andare avanti fino a marzo 2013 e senza i quali le casse dello Stato si sarebbero svuotate già alla fine di novembre.

Molto probabilmente il suo successore sarà proprio Abe, scelto (non senza polemiche) lo scorso settembre come leader del Partito Liberaldemocratico, già primo ministro nel 2006 per poi dimettersi l’anno seguente per motivi di salute.
Il ritorno di Abe non entusiasma nessuno: è considerato più o meno direttamente responsabile della prima sconfitta elettorale nella storia del suo partito, ininterrottamente al potere nel Sol Levante dal 1955 al 2009 (salvo una breve parentesi di 11 mesi). I sondaggi danno i liberaldemocratici per favoriti, ma probabilmente non otterranno una grande maggioranza. Sullo sfondo ci sono alltri partiti minori, come quello fondato dall’ex governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, o quello che sta formando il governatore di Osaka, Toru Hashimoto, che sfruttando il clima d’incertezza e insoddisfazione popolare potrebbero ottenere un qualche significativo consenso. Non è da escludere un governo di larga coalizione.

Per quanto riguarda il futuro energetico del Paese, il prossimo responso delle urne potrebbe rimettere in discussione l’abbandono dell’atomo (entro il 2050) annunciato da Noda in settembre, visto che i liberaldemocratici non hanno mai sostenuto il piano di phase put promosso dall’attuale governo.

L’America preme affinché il Giappone riattivi le centrali nucleari

Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric - furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…

Il triangolo delle Senkaku

Questo post è la naturale continuazione del mio precedente contributo sull’argomento.

Di nuovo rispetto ad allora ci sono la proposta del governo di Tokyo di acquistare le isole e le conseguenti reazioni della Cina: proteste degli attivisti e invio di 1000 pescherecci verso le isole.
La situazione non è per niente in discesa e anche i mercati finanziari cominciano a soffrire per il prolungarsi di questa crisi, proprio nel momento in cui il mondo si aspetta che l’Asia ricopra un ruolo di primo piano nella ripresa economica globale. Ad intricare le cose si è anche aggiunto l’improvviso decesso del nuovo ambasciatore giapponese in Cina, nominato solo due giorni prima.

Vediamo il quadro generale. Un articolo di Francesco Sisci sull’Asia Times, tradotto da Limes, aggiunge alcuni elementi al background che già conosciamo. Si parte dalla premessa che spiega come mai l’onda lunga della disputa nippo-cinese è suscettibile di far dispiegare i suoi effetti nel resto del mondo:

In tempi normali, una lite tra la seconda e la terza economia più grande del mondo è importante. In tempi di crisi, quando la potenza numero 2, la Cina (Prc), è il maggior contribuente alla crescita economica del resto del mondo, diventa fondamentale per tutti.

L’articolo è da leggere tutto. Ma c’è un passaggio in particolare che introduce un attore nuovo sulla scena. Argomentando – tra le varie ipotesi – che il rinfocolare della disputa non sia altro che un piano di Pechino per mobilitare l’opinione pubblica a Hong Kong e Taiwan e poi fare pressione su Tokyo, Sisci afferma:

Paradossalmente, la disputa sui confini con il Giappone potrebbe accorciare la distanza tra Cina e Stati Uniti. In verità, gli americani sono estremamente attenti a tutte queste polemiche in uno dei mari più trafficati del mondo, e sono ancor più preoccupati dalla crescente presenza militare della Cina nella regione. Ma gli attuali sviluppi creano una situazione in cui per Washington non è facile prendere una posizione, perché deve scegliere tra due vecchi alleati, Taiwan e Giappone, mentre un terzo alleato, la Corea del Sud, è sempre più riluttante a partecipare a un’ennesima alleanza per difendere solo qualche isolotto.

Se davvero, come scrivevo l’altra volta, l’oggetto del contendere non sono i (presunti) giacimenti energetici nei fondali circostanti gli isolotti, bensì la posizione strategica degli stessi,b l’esame della situazione deve tener conto anche della posizione americana. La disputa sulle Senkaku diventa così un triangolo di cui Washington è il terzo vertice.

Il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, in una visita a Tokyo di due giorni, si è limitato ad invitare le parti alla moderazione. Formula in diplomatichese che trasfigura le incertezze degli USA nell’assumere una posizione sulla vicenda. The Diplomat ricorda che all’inizio era stato il Giappone ad invocare il sostegno degli USA – d’altra parte, la scelta di assegnare le Senkaku a Tokyo era stata presa da Washington nel 1972. In effetti, alcuni analisti non hanno mancato di notare che le tensioni con la Cina sono aumentate in concomitanza di una serie di esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Giappone. Nel frattempo, Hillary Clinton si è recata a Pechino per rinsaldare i legami tra le due superpotenze.
In altre parole, gli Stati Uniti hanno rimescolato le carte, mantenendo un’ambiguità non dissimile da quella che ha caratterizzato la loro politica nei confronti di Taiwan per più di tre decenni. Non hanno alzato la voce in favore di Tokyo come quest’ultima si aspettava. O almeno, non pubblicamente, il che peraltro non esclude un tacito avallo della causa nipponica. Oppure, più prosaicamente, può darsi che Obama non stia facendo nulla perché non sa cosa fare. Le due ipotesi aprono due opposti scenari: nel primo, l’America sta tentando di destabilizzare la regione per indebolire la Cina, nel secondo, l’America si ritrova risucchiata in una disputa da cui non sa come uscire.

Per azzardare una risposta, diamo uno sguardo ad un ultimo dettaglio da esaminare. Un articolo del Financial Times, tradotto da Linkiesta, svela un retroscena:

Le tensioni regionali sono aumentate quando gli Stati Uniti hanno annunciato i piani per lo spostamento della propria forza navale dall’Atlantico al Pacifico da un 50/50 di divisione delle risorse fino a un 60/40 entro il 2020. I funzionari del Pentagono hanno descritto questa mossa come uno sforzo per concentrare maggiormente le proprie forze su una regione dove la crescente influenza economica e militare sta causando attriti con i vicini.
La Cina e le Filippine sono in stallo da aprile sul Reef di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale, isole su cui pendono le pretese di entrambi i paesi.
Un sistema di radar missilistico sarà posizionato da qualche parte nel sud del Giappone, aggiungendosi al già esistente radar X-band situato a Shariki, nel nord dell’isola di Honshu. Un funzionario statunitense ha insistito sul fatto che la decisione di espandere le capacità delle difese missilistiche fosse una risposta all’«aggressione nord-coreana». Oltre ad aver aumentato l’arsenale di missili balistici, il Nord-Corea, in aprile, ha testato, fallendo, missili a lungo raggio.
Comunque in Cina crescono i sospetti che il vero obiettivo del nuovo radar siano i suoi investimenti pesanti in nuovi missili e la creazione di un deterrente nucleare.
«Le accresciute capacità anti-missilistiche sviluppate dagli Stati Uniti sono, così pare, finalizzate ad opporsi alla capacità di Pechino di limitare l’influenza del potere statunitense sulla Cina» ha detto Li Bin, un esperto cinese sulle questioni nucleari che lavora ora presso il Carnegie Endowment.

La strategia di containment voluta da Obama inizia a mostrare le sue crep.

Asia Orientale, il Grande Gioco delle isole/1: l’arcipelago delle Senkaku

Le Isole Senkaku sono un arcipelago formato da cinque isole maggiori e tre scogli, con un’estensione totale di circa 7 km quadrati, a nordest di Taiwan e molto a sud rispetto al Giappone. Quando le navi della marina inglese le avvistarono nelle acque del Mare cinese orientale, le segnarono sulle mappe nautiche battezzandole Pinnacle Island (in inglese: punta), perché altro non sembrarono che punte di roccia emersa. Le isole sono infatti spoglie e disabitate.
Ufficialmente, l’arcipelago appartiene al Giappone, che amministra le isole dalla fine dell’Ottocento. Senkaku è infatti il nome che Tokyo le ha dato nel 1895, quando le ha occupate per la prima volta al termine della prima guerra sino-giapponese, per poi perderle durante la Seconda Guerra Mondiale in conseguenza dell’occupazione degli Stati Uniti e infine riprenderle nel 1971 per concessione di Washington. Ma da tempo le isole sono reclamate dalla Cina e da Taiwan. Le quali sostengono che fanno parte del territorio sinico da centinaia di anni e le chiamano, rispettivamente, Diaoyu e Tiaoyutai.

Periodicamente, la controversia sulla sovranità delle isole riemerge (qui la cronologia completa), aumentando la tensione diplomatica tra Tokyo e Pechino. L’ultima parentesi di questa disputa si è aperta in aprile, quando il governatore (nazionalista) della prefettura di Tokyo, Shintaro Ishihara, ha lanciato la proposta di acquistare le isole dal miliardario Kunioki Kurihara, a cui tre di queste isole appartengono e che le affitta allo Stato nipponico. La trattativa si è poi arenata, ma ha avuto l’effetto di riaprire vecchie ferite tra i Paesi contendenti, rinfiammando i sentimenti nazionalistici delle gioventù locali. Al punto che il 15 agosto la Kai Fung 2, una piccola imbarcazione partita da Hong Kong, ha portato un gruppo di 14 attivisti sulle isole contese con l’intento di piantarvi bandiere cinesi e contestare il possesso dell’arcipelago da parte del Giappone. Gli attivisti (7 dei quali sbarcati effettivamente sull’isola di Uotsuri) sono stati arrestati e rimpatriati, per essere poi accolti a Hong Kong da centinaia di sostenitori galvanizzati per l’impresa. Pochi giorni dopo l’azione cinese è stata emulata da un gruppo di attivisti giapponesi, sbarcati sulle Senkaku per ribadire l’appartenenza a Tokyo delle isole.
In teoria, l’episodio della Kai Fung 2 sarebbe ben poca cosa rispetto a quanto accaduto nel novembre 2010, quando un peschereccio cinese speronò due motovedette nipponiche creando un incidente diplomatico con tanto di cortei in entrambi i Paesi e dichiarazioni al vetriolo di politici e commentatori. Il capitano dell’imbarcazione fu arrestato e il premier cinese Wen Jiabao ne chiese la liberazione del capitano minacciando “ripercussioni” sui rapporti commerciali con Tokyo. Dopo circa un mese il capitano fu scarcerato, ma l’opinione pubblica nipponica accusò il proprio governo di essersi asciato “umiliare” per aver ceduto alle pressioni di Pechino.
Eppure l’incidente della Kai Fung 2 ha avuto un impatto parimenti forte all’interno dei due Paesi.

Com’è possibile che nel 2012 due potenze come Cina e Giappone possano ancora litigare per degli isolotti? Molti commentatori hanno notato che la contesa sulle isole ha cominciato a farsi più accesa quando si è ipotizzato che sotto quelle acque siano nascoste immense riserve di gas naturale. I primi studi risalgono agli Anni Settante, ma ad oggi non ci sono certezze sulla reale esistenza di tali giacimenti. Pertanto, diversamente dal caso delle isole Spratly, la questione energetica non basta da sola a giustificare le tensioni.
La spiegazione va cercata altrove.

L’ardore mostrato dai giovani attivisti di ambo le parti denota il grande peso che il sentimento nazionalista ha nella vicenda. A noi europei può sembrare esagerato, per non dire “folcloristico”, ma  in Asia al contrario questo aspetto è molto importante. In Estremo Oriente l’occupazione giapponese durante l’ultimo conflitto mondiale  è stata molto sofferta, e Paesi come Cina, Taiwan e Corea ancora oggi aspettano dal Giappone delle scuse ufficiali per i crimini commessi e che i giapponesi non hanno mai pubblicamente riconosciuto.
E le fiammate nazionalistiche non divampano mai a caso: lo scontro diplomatico tra Cina e Giappone arriva infatti in un periodo delicato per entrambi Paesi. Ad ottobre è fissato il congresso del Partito comunista cinese in cui si deciderà il successore del presidente Hu Jintao, proprio in una fase in cui il partito è costretto ad affrontare lo scandalo Bo Xilai, la fronda dei neomaoisti e nuove tensioni interne. In Giappone, il Partito democratico del primo ministro Nashihito Noda non gode di una maggioranza forte in parlamento, e l’opposizione ne chiede la caduta. Sia per Tokyo che per Pechino, spostare l’attenzione alle isole Senkaku, facendo leva sul sentimento nazionale, è un modo per riaffermare la propria forza e la solidità in chiave interna.

Il contesto regionale offre un altro interessante spunto. Secondo China Daily, nel 1971 gli USA restituirono le Senkaku al Giappone, anziché alla Cina, per evitare che i due Paesi potessero “avvicinarsi” troppo, mantenendo una sfera d’influenza nella regione. Esisterebbe anche un patto tra Tokyo e Washington, per cui l’America sarebbe autorizzata ad intervenire militarmente in caso di conflitto.
In seguito all’incidente del 2010, Wang Xiangsui, direttore del Centro per la strategia di sicurezza presso l’Università di Pechino di Aeronautica e Astronautica, dichiarò al New York Times che il Giappone vuole far accettare alla Cina il fatto che le Senkaku sono e resteranno giapponesi. In altre parole, l‘intento di Tokyo è il containment dell’espansione regionale di Pechino.
In effetti, le isole Senkaku costituirebbero per il Giappone un importante avamposto militare dal punto di vista strategico, soprattutto nel caso in cui la Cina decidesse (con le buone o le meno buone) di riprendere il controllo su Taiwan. Pechino si sta dotando di mezzi aeronavali sempre più notevoli, in grado di intervenire rapidamente nelle zone marittime asiatiche dove sono proiettati i suoi interessi economici. Uno scenario che preoccupa il governo di Taipei, il quale, oltre ad acquistare massicciamente armi dall’America, propone di sfruttare congiuntamente le risorse delle Senkaku, sia ittiche che energetiche,  per evitare che una probabile escalation di tensioni nella zona dia un pretesto alla Cina per rimettere le mani sull’isola di Formosa.

Ring of Fire, la grande polveriera

File:Pacific Ring of Fire.svg

A differenza del 26 dicembre 2004, stavolta l’onda anomala non c’è stata. L’Indonesia, e il mondo intero, hanno tirato un sospiro di sollievo.
Tuttavia, mentre l’attenzione globale era concentrata sul terremoto di magnitudo 8,6, a largo di Sumatra, e sulle sue potenziali catastrofiche conseguenze, è sfuggito a tutti che non si è trattato dell’unico sisma di una certa grandezza intervenuto in quelle 24 ore.
Nell’arco di un giorno se ne sono registrati almeno altri quattro:
- Messico, stato di Michoacan 7,0, terzo in ordine di intensità solo nell’ultimo mese;
- sempre in Messico, Golfo della California, 6,9;
- costa dell’Oregon, 5,9, nessun danno segnalato;
- costa di Honshu, Giappone, 5,6, non lontano da Fukushima;

Cosa hanno in comune tutti questi eventi, all’apparenza lontani tra loro? Sono tutti localizzati lungo il cosiddetto Ring of Fire dell’oceano Pacifico. Nome macabro e poetico allo stesso tempo, e in effetti un po’ entrambe le cose. Una regione del mondo dal perimetro di oltre 40.000 km, che va dal Cile per proseguire lungo tutto la costa ovest del continente americano e poi in quella orientale del contiente asiatico, comprendendo Giappone, Filippine, Indonesia per poi toccare anche Australia e Nuova Zelanda. Qui si sono verificati l’81% dei maggiori terremoti e il 90% di quelli totali censiti dove sono seduti, e dove si trova il 90% dei 1500 vulcani attivi al mondo.
In quest’area, diretto risultato del continuo movimento piastre litosferiche, le attività geologiche sono così intense da essere state identificate e descritte ben prima che la stessa teoria delle tettonica delle placche fosse formulata.
Qui sono avvenuti alcuni dei più grandi sismi – i cosiddetti megathrust earthquakes – che gli esperti ricordino, come quello di Valdivia del 1960 (magnitudo 9,5; provocò 5000 vittime). Qui hanno avuto luogo anche le eruzioni più disastrose: quelle dei vulcani Tambora (1815), Krakatoa (1883) e soprattutto Toba (ca. 70.000 a.c.), che secondo un’accreditata teoria avrebbe portato l’umanità ad un passo dall’estinzione.

Secondo i dati del National Geophysical Data Center, il trend dei terremoti nella regione di magnitudo 6,0 o superiore è aumentato del 50% negli ultimi 110 anni.
Siamo dunque vicini al Big One, tema ricorrente del catastrofismo hollywoodiano? Secondo l’US Geological Survey, si direbbe di no. L’istituto riconosce che l’aumento statistico del numero di terremoti negli ultimi anni è (almeno in parte) dovuto all’ausilio di migliori rilevazioni. Prima molti fenomeni non erano rilevati perché colpivano zone remote o che comunque sfuggivano ad una adeguata misurazione: pensiamo ad esempio ai terremoti sottomarini. Il miglioramento dei sistemi di monitoraggio e prevenzione dopo il maremoto del 2004 ha permesso di tracciare un quadro più fedele delle attività geologiche in corso. In altre parole, con l’aumento e la migliore distribuzione dei sismografi, è statisticamente aumentato il numero dei terremoti.
Resta il fatto che i Paesi affiancati o attraverati da questa linea così turbolenta corrono rischi molto seri. Gli effetti dei cataclismi in Indonesia nel 2004 e in Giappone nello scorso anno sono ancora ben impressi nella nostra memoria, ma soprattutto in quella di coloro che li hanno subiti. Considerato che le calamità naturali non si possono evitare né prevedere, a fare la differenza tra una piccola e una grande tragedia è soprattutto la nostra capacità di prevenzione. E nonostante questo l’impatto degli eventi, in ogni caso, può sempre superare qualsiasi diligenza o cautela (Fukushima docet), fino a vanificarle.
La domanda non è se o quando, ma come.

Il mondo dopo Fukushima

L’11 marzo 2011 un’onda anomala (preferisco chiamarla così; lo tsunami è un fenomeno naturale, quella no) generata da un terremoto sottomarino si abbatte sulla costa orientale giapponese, investendo in pieno la centrale nucleare di Fukushima Daiichi.
Qui troviamo una slideshow e qui una cronologia sintetica di quei drammatici momenti.
Dallo scorso dicembre, nove mesi dopo l’incidente, la situazione appare stabile, con i reattori in stato di chiusura fredda, una condizione che esclude ragionevolmente rischi immediati. In parole povere, la centrale non sta più rilasciando isotopi radioattivi come iodio-131 e cesio-137. In ogni caso, è stato il peggiore incubo atomico che la storia ricordi e l’unico altro incidente, insieme a Chernobyl, classificato come livello 7 della scala Ines.

A tutt’oggi non è chiara quale sia stata la reale portata della contaminazione. In maggio è atteso un rapporto del Committee on the Effects of Atomic Radiation delle Nazioni Unite che dovrebbe fare un pò di chiarezza. Gli studi finora condotti sui luoghi dell’incidente non lasciano presagire niente di buono.
I primi dati sull’inquinamento resi noti da Greenpeace lo scorso dicembre dimostrano che a un anno dall’incidente, la radioattività è ancora una seria minaccia per la popolazione locale.
Nel dettaglio, una squadra di ricercatori ha rilevato la radioattività nel centro della città di Fukushima e nel vicino sobborgo di Watari (qui la mappa del monitoraggio), trovando valori di oltre mille volte superiori alla radioattività di fondo registrata nell’area prima dell’incidente dell’11 marzo. In un anno i livelli di radioattività non si sono ridotti in modo significativo, il che dimostra come contaminazione sarà cronica e duratura. Per bonificare l’area in modo che la radioattività scenda sotto i 5 millisivert (mSv) sarà necessario asportare una quantità di terreno dello spessore di almeno 5 cm per svariati kmq. Basta questo per rendere l’idea di quanto sia profondo il contagio provocato dall’incidente.
Le autorità hanno costretto all’evacuazione oltre 100.000 persone residenti nel raggio di 40 km dalla centrale, ma l’organizzazione indipendente Rebuild Japan Initiative Foundation, costituitasi allo scopo di indagare sugli effetti dell’incidente, ha rivelato che nei drammatici giorni dopo l’11 marzo il governo considerò perfino l’ipotesi di evacuare Tokyo in ragione della sua vicinanza (250 km) a Fukushima .
Non va dimenticato che nei mesi caldi dell’emergenza il governo giapponese aveva più volte cercato di minimizzare l’incidente. Oggi sappiamo che poteva essere una catastrofe.

Proprio a proposito dell’evacuazione, il rapporto di Greenpeace non risparmia accuse di inefficienza alle autorità locali. Mentre il lavoro di decontaminazione viene condotto a macchia di leopardo, gli abitanti ricevono pochi e inadeguati aiuti per spostarsi in zone meno a rischio. A tal fine Greenpeace Giappone ha richiesto una serie di misure di protezione e decontaminazione affinché i cittadini siano aiutati ad allontanarsi da aree ad elevato rischio come Watari, se lo desiderano. Secondo l’organizzazione gli abitanti saranno esposti alle radiazioni ancora a lungo a causa della lentezza e inefficienza evidenziati nell’opera di decontaminazione.
Non è chiaro nemmeno quali saranno gli effetti ultimi sulla loro salute. I dati ufficiali della Fukushima Medical University dichiarano che l’esposizione della popolazione alle radiazioni sia stata minima: il 99,3% dei 10.000 residenti vicino alla centrale sottoposti a screening avrebbero ricevuto meno di 10 mSv di radioattività nei primi quattro mesi dopo l’incidente. La dose più alta registrata è stata di 23 mSv, un quarto della soglia di 100 mSv connessa ad un più elevato rischio di cancro. Un gruppo di ricercatori americani ha concluso che persino i lavoratori dentro la centrale sono stati esposti a livelli di radiazioni 10 volte inferiori rispetto alle 500mila persone che costruirono il sarcofago sdi Chernobyl. A Fukushima, il rischio di ammalarsi di tumore potrebbe aumentare dello 0,002%, e la probabilità di morire dello 0,0001%. Percentuale troppo esigua perché si possa distinguere i casi di tumore connessi alle radiazioni rispetto all’incidenza sulla popolazione generale.
Resta il fatto che nelle fasi iniziali dell’incidente molte persone vulnerabili sono state esposte a radiazioni di alcuni ordini di grandezza maggiori rispetto al limite internazionale di esposizione di 1mSv per anno, le cui conseguenze potranno valutarsi solo nel lungo periodo. Questo rapporto smentisce le rassicuranti previsioni di cui sopra affermando che in conseguenza dell’esposizione potranno registrarsi circa 420.000 casi di tumore nei prossimi anni cinquant’anni. Solo il tempo dirà chi ha ragione.
Per adesso abbiamo la testimonianza in prima persona di quel presentatore tv che mangiò l’insalata raccolta nei pressi della centrale. Voleva rassicurare la gente, ora ha la leucemia.

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