Artide e Antartide. Poli opposti, stesso destino

Uno studio della NASA, che prende in esame i dati satellitari e dalla Terra degli ultimi 20 anni, mostra l’evolversi un fenomeno apparentemente contraddittorio in capo al mondo: nell’Artico il ghiaccio si ritrae, mentre in Antartide si espande sempre di più.  In altre parole, i ghiacci che che ricoprono il Mar Glaciale Artico hanno toccato un minimo di estensione, fenomeno che dura da oltre 30 anni ed è ora arrivato a un punto giudicato preoccupante per l’equilibrio del Polo Nord così come lo conosciamo. In Antartide, al contrario, dal 1978 al 2010 l’estensione totale del ghiaccio marino è incrementata di circa 18.000 kmq l’anno: una superficie paragonabile a quella del Veneto.
Il processo in corso è lo stesso, sebbene comporti due risultati differenti. Al nord, infatti, l’aumento della temperatura media scioglie i ghiacci esponendo le acque dell’oceano alla luce del sole, che di conseguenza si riscaldano accelerando il processo di scioglimento del ghiaccio. Al Sud, l’aumento del ghiaccio ha reso l’ambiente più “freddo”, e dunque più ghiacciato. In entrambi i casi, in sostanza, si tratta di un fenomeno che da un certo punto in poi ha finito per autoalimentarsi.
I due estremi del mondo, dunque, condividono lo stesso destino. Non soltanto dal punto di vista climatico. Entrambi sono oggetto delle stesse dinamiche politiche, nonché obiettivo degli stessi Stati.

Polo Nord

A fine ottobre la Russia, per bocca di Aleksandr Popov, direttore dell’agenzia federale per lo sfruttamento del sottosuolo Rosnedra, ha sollecitato (nuovamente) le Nazioni Unite a riconoscerei nuovi confini della piattaforma artica che accrescerebbero la parte russa di oltre di 1,2 milioni di kmq. Le ricerche geologiche condotte dai geologi di Mosca nell’ultimo biennio potrebbero consentirle di sostenere la richiesta davanti alla commissione ONU sui limiti della piattaforma continentale; l’unico organismo internazionale adibito a consacrare tale riconoscimento. In caso di risposta affermativa, la Russia potrebbe sfruttare maggiormente i ricchi giacimenti di idrocarburi, terre rare e metalli preziosi celati sotto i fondali.
Un’insistenza che ci ricorda, se mai ce ne fosse bisogno, che la guerra – “fredda”, di nome e di fatto – per l’Artico è già in corso. Lo ha capito la Danimarca, che pochi giorni fa ha fondato il Comando della Difesa per il Polo Nord a Nuuk, capitale della Groenlandia. Nel discorso inaugurale, la Regina Margherita II ha affermato che “Compito primario dell’Arctic Command sarà quello di dirigere e coordinare il dispiegamento di unità militari nel Nord Atlantico e nell’Artico. Il progetto è parte dell’attuazione dell’accordo Difesa 2010-2014“. Si tratta dell’ultimo e più tangibile esempio del crescente fenomeno di militarizzazione dell’area. Sull’altra faccia della medaglia, la strategia delle grandi potenze nella regione Artica si impernia su una logica spartitoria.
Interessante questa analisi su Rinascita, che racconta come nel corso del 2012 le esercitazioni militari nell’Artico si siano alternate agli incontri ad alto livello dei rappresentanti delle Forze armate di Stati Uniti, Russia, Canada, Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Finlandia per discutere la spartizione dell’area. Avvenimenti questi che avranno un peso enorme sul futuro del Polo Nord. Futuro che in ogni caso, come ho più volte ricordato, sarà comunque appannaggio non degli Stati, bensì delle Oil companies (qui, qui e qui).

Polo Sud

Qui la situazione non è molto diversa. In attesa di saccheggiare i giacimenti energetici (50 miliardi di barili di petrolio), oggetto delle mire predatorie dei grandi Stati sono le riserve di pesca. Pochi giorni fa, a Didney, è fallito il tentativo di creare un “santuario marino” nell’Oceano Antartico con l’intento di proteggere la biodiversità dell’area. La Commissione per la conservazione delle risorse viventi marine dell’Antartico ha infatti chiuso i lavori senza adottare alcuna decisione a riguardo, rinviando la questione al vertice annunciato per il prossimo luglio in Germania.
Composta da 24 Paesi e dall’Unione Europea, la Commissione ha valutato due proposte riguardanti altrettante zone nelle acque dell’Antartico meridionale: una da 1,6 milione di kmq per la tutela del mare di Ross (l’ecosistema marino meglio conservato al mondo), e un’altra da 1,9 milione di kmq lungo la zona costiera nell’Antartico orientale, sostenuta da Australia e Unione europea. Ma i timori di Cina e Russia per le restrizioni che ne sarebbero derivate alla pesca ha bloccato tutto.
Gli ambientalisti riuniti nell’Alleanza per l’Oceano Antartico hanno espresso forte delusione. “La Commissione si è comportata come un’organizzazione ittica piuttosto che un’organizzazione di tutela delle acque dell’Antartico“, ha commentato Farah Obaidullah, portavoce di Greenpeace. Ma come già accaduto in altri vertici su temi ambientali (come il Rio+20), non ci si poteva aspettare un esito differente. Troppo forti gli interessi commerciali perché le questioni ambientali potessero avere il loro peso.

Italia, largo alle trivelle

Un recente documento di Confindustria energia, in collaborazione con Assoelettrica, traccia le linee guida di come l’associazione vorrebbe il piano energetico nazionale: maggior efficienza, contenimento dei costi, apertura alle fonti rinnovabili e… rilancio dell’estrazione di gas e petrolio. Dunque, nuove opere di trivellazioni in mare e sulla terraferma.

Anche il governo, che per bocca del ministro Passera, ostenta entusiasmo all’idea di trapanare il Belpaese – dichiarazioni a cui la prof. Maria Rita D’Orsogna risponde così.
Siamo di fronte a un’ambigua interpretazione di sviluppo e di crescita da parte della nostra classe dirigente. Se da un lato l’esecutivo ribadisce la necessità di avviare un’immediata transizione verso le rinnovabili – salvo poi ostacolarne il decollo per mezzo dei lacci e lacciuoli della burocrazia -, dall’altro ammette che l’unica politica energetica possibile in questo Paese consiste nel saccheggio del territorio.
In realtà non scopriamo nulla di nuovo. Il governo aveva aperto la strada alle perforazioni già dallo scorso anno attraverso il decreto Cresci Italia. In gennaio scrivevo:

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova ilsecondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.
La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costarende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.

A proposito di Legambiente. Il 30 luglio l’associazione ha pubblicato un dossier – il cui titolo è tutto un programma: Trivella selvaggia – dove espone i rischi che corre un’Italia bucherellata dalle perforazioni.
In sintesi, lungo la penisola sono già attive piattaforme di estrazione, a cui presto potrebbero aggiungersene almeno altre 70 trivelle. Questo grazie ai colpi di spugna normativi dell’ultimo anno, a partire da quello previsto dal recente decreto Sviluppo (art. 35), promosso dal ministro Passera e in via di approvazione definitiva dal Parlamento.
Attualmente sono già stati rilasciati 19 permessi di ricerca, le cui attività coinvolgono un’area di 10.266 kmq di mare italiano. Altri 41 permessi sono in attesa di valutazione e autorizzazione da parte del ministero dello Sviluppo economico, per ulteriori 17.644 kmq interessati. 29.700 kmq in tutto: una superficie più grande della Sardegna.
Abbastanza da ipotecare seriamente il futuro del mare italiano e delle attività economiche connesse (pesca, turismo), evidenzia Legambiente. Il tutto per un gioco che non vale la candela: le ultime stime del ministero indicano come certa la presenza nei fondali marini di soli 10,3 milioni di tonnellate di petrolio che, ai consumi attuali, coprirebbero il fabbisogno nazionale per sole 7 settimane. Se guardiamo invece al totale delle riserve certe – comprese quelle presenti a terra – arriviamo appena a 13 mesi.

Solo nel Canale di Sicilia si concentrano ben 29 richiesta di perforazione: la metà di tutta Italia, frutto di un regime fiscale agevolato. E proprio la Sicilia corre i rischi maggiori per quanto riguarda la pesca, il turismo e la biodiversità. Il tutto a fronte di irrisori guadagni, come denunciato da Greenpeace nella campagna U mari non si spirtusa promossa in luglio.
Secondo la testata catanese Ctzen:

Come evidenziato nel rapporto Meglio l’oro blu dell’oro nero di Greenpeace, le imposte dirette sulla produzione per gli idrocarburi estratti in mare sono solo del quattro per cento. Non dovute per le prime 50mila tonnellate di petrolio prodotte ogni anno. Meno della metà di quanto i petrolieri sono costretti a pagare in Australia o negli Stati Uniti. E non va meglio con il canone annuo dovuto dalle compagnie per l’utilizzo del sottosuolo: per l’estrazione dalle 80mila alle 120mila lire – normativa mai aggiornata – per chilometro quadrato e dai 6 ai 27 euro per le concessioni di ricerca. Secondo i calcoli dell’associazione, per le quattro piattaforme già attive in Sicilia – a Gela e Scicli – nelle casse dello Stato e della Regione siciliana sono entrati appena 48.826 euro.

Una cifra irrisoria a fronte del preoccupante impatto delle trivellazioni per la biodiversitàdel Canale, avvertono da Greenpeace. A farne le spese, infatti, saranno tonno rossopesce spadaaliciacciughesardinenasello,triglia e varie specie di gamberi. Tra cui le uova del gambero rosa. Insieme a loro, ad essere penalizzati saranno il settore della pesca e del turismo. Soprattutto nelle zone al largo delle isole Egadi, nel tratto di costa tra Sciacca e Gela e nel mare di Pozzallo, le più interessate dalle richieste. «Per fortuna la risposta dei cittadini è stata davvero incoraggiante – commenta Maria Chiara Mascia dello staff di Greenpeace – Sin dalla nostra prima tappa, Palermo, i volontari sulle spiagge non riuscivano nemmeno ad andare via, perché erano gli stessi bagnanti a fermarli di continuo per chiedere di firmare la petizione». Più di 25mila le adesioni raccolte sulla battigia e nei gazebo cittadini, che si uniscono alle oltre 30mila raccolte on line.

Una domanda per Monti e i suoi “tecnici”: a fronte di risorse misere e danni potenziali enormi, cosa c’è di strategico nelle trivellazioni? 

Perché la crisi istituzionale in Romania ci riguarda molto da vicino

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Venerdì 6 luglio il Parlamento romeno ha approvato in seduta comune una mozione di “impeachment” contro il presidente della Repubblica, Traian Basescu, presentata dalla coalizione che sostiene il premier Victor Ponta, gettando il Paese nel caos istituzionale. L’impeachment è stato etichettato dalla società civile di Bucarest come un “golpe bianco“, posto che a prima vista non c’è alcun motivo che lo giustifichi. L’intera vicenda è riassunta su East Journal.
L’ultima parola sul destino politico del presidente Traian Basescu spetterà ai cittadini romeni, attraverso un referendum che sancirà o meno la destituzione del capo di Stato.
L’Agenzia Nova, citando il Washington Post, riporta la preoccupazione degli USA per gli eventi in corso:

In molti paesi dell’Unione europea è in atto una preoccupante “erosione del rispetto politico e dei controlli e contrappesi costituzionali, guidata da populisti che sfruttano l’insoddisfazione dei cittadini in difficoltà economiche: l’ultimo esempio è la Romania, dove un nuovo primo ministro di sinistra sta premendo per rimuovere i controlli al suo governo, spingendo il presidente della repubblica a lasciare l’incarico”. E’ quanto scrive oggi il quotidiano statunitense “Washington post” in un’editoriale. “Victor Ponta, salito al potere nel mese di maggio senza vincere le elezioni dopo il crollo di due coalizioni di centrodestra, ha allarmato gli altri governi dell’Unione europea, così come l’amministrazione di Barack Obama, cercando di consolidare rapidamente il potere”, scrive il quotidiano statunitense

Chi ne guadagna da tutto questo? Il sito Rumeni in Italia ha le idee ben chiare: la Russia, il quale nota che tra i provvedimenti d’emergenza disposti dal Governo Ponta c’e anche la forte limitazione per il voto al referendum ai romeni all’estero, da sempre ostili all’attuale esecutivo. Ma probabilmente tale giudizio è influenzato dai precedenti storici più che da un’approfondita disamina.
Tuttavia la Russia ha da guadagnarci davero.

Il rischio che Bucarest scivoli lentamente nel baratro dell’autoritarismo, dal quale è uscita dopo la caduta di Ceausescu, potrebbe non essere senza conseguenze per il resto d’Europa. I timori con cui Bruxelles guarda all’evolversi della crisi romena non sono dettati dalla mera volontà di difendere la democrazia all’interno dell’UnionePochi sanno che in seguito alle recenti scoperte di giacimenti nel Mar Nero, la Romania vanta oggi le terze riserve di gas naturale dell’Unione Europea -  secondo gli esperti in via d’esaurimento in 10-15 anni, ma che tuttavia hanno già attirato l’attenzione di giganti come Exxon.
La Voce Arancione spiega cosa c’è dietro:

La questione energetica dietro l’impeachment al Capo di Stato romeno

Oltre che per ragioni politiche, il contrasto tra Basescu e Ponta riguarda anche questioni di natura energetica. Il Capo dello Stato, favorevole ai progetti della Commissione Europea di diversificazione delle forniture di gas, e determinato a diminuire la forte dipendenza del suo Paese dalle forniture della Russia, ha varato un piano per lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu nelle acque territoriali romene del Mar Nero.

Inoltre, Basescu ha avviato consultazioni con la vicina Bulgaria per la messa in comune dei gasdotti dei due Paesi – come previsto dalle clausole del Terzo Pacchetto Energetico UE – e ha dato il via libera alle indagini di verifica della presenza sul terrotorio nazionale di riserve di gas Shale.

Appena salito al potere, nel Maggio del 2012, Ponta ha cavalcato l’onda ecologista, ed ha posto una moratoria sui lavori per l’individuazione dei giacimenti di gas shale. Inoltre, il premier socialista ha rallentato l’erogazione dei finanziamenti per l’individuazione delle riserve di oro blu nel Mar Nero, lasciando così il Paese ancora fortemente dipendente dai rifornimenti di Mosca, e lontano dalla realizzazione delle clausole previste dalle leggi dell’Unione Europea.

La crisi politica romena si lega strettamente al domanda energetica europea. Con la possibile caduta di Basescu, la UE perderebbe un alleato chiave nei propri piani di diversificazione delle fonti. Tra l’altro, la Romania è molto interessata al gasdotto Nabucco, progetto fortemente sostenuto dalla UE, A dichiararlo è stato lo stesso presidente Basescu, a cui va aggiunto quanto riportato nei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. La sezione romena del gasdotto dovrebbe richiedere un investimento compreso tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro. Ma la possibile destituzione del Capo di Stato romeno potrebbe rimettere in forse ogni proposito. Più in generale, l’arresto di tutte le attività inerenti agli idrocarburi priverebbe l’Europa della più prossima tra le possibili fonti di approvvigionamento.
E’ ancora presto per dire se Mosca abbia avuto un ruolo nella bagarre in corso a Bucarest. Di certo, l’episodio segna un punto in favore del Cremlino. L’ennesimo nell’eterna partita Europa-Russia sul gas.

la Mongolia tra ricchezza virtuale e problemi reali

Nella settimana della Conferenza di Ginevra sulla Siria, dell’escalation di tensioni tra Ankara e Damasco e dell’insediamento di Mohammed Morsi alla guida dell’Egitto e dell’inaspettatamente proficuo vertice di Bruxelles, la stampa internazionale si è mala pena accorta che giovedì 28, in Mongolia, si sono tenute le elezioni parlamentari (per chi fosse interessato ai risultati, consiglio il blog Mongolia Today).
Con tutto quello di cui c’è da scrivere, ha senso occuparsi proprio di questo? Si. Perché la Mongolia rappresenta un caso esemplare della distanza che corre tra ricchezza teorica e ricchezza effettiva di una popolazione.

La Mongolia conta quasi 3 milioni di abitanti, che vivono in un territorio nelle cui viscere si trova qualcosa come 3.000 miliardi di dollari in oro, rame e carbone, uranio e minerali vari (per approfondire consiglio questo sito). Risorse, che se ben amministrate, trasformerebbero Ulan Bator, fino a vent’anni fa satellite di Mosca, in un nuovo Qatar. O al contrario, se mal gestite, in una nuova Nigeria.
A giudicare dal risentimento popolare dovuto al crescente divario tra ricchi (pochi) e poveri (tutti gli altri), i mongoli sembrano incamminati lungo la seconda strada. Oggi un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Eppure, Gucci, Prada e Burberry, fra i marchi di lusso, non soffrono certo la mancanza di clienti presso i loro negozi recentemente aperti.
Non è un caso che entrambi i principali partiti politici – Partito popolare della Mongolia e il Partito Democratico – in campagna elettorale, oltre alla retorica nazionalista hanno promesso di investire le rendite minerarie in favore dei propri cittadini. I quali finora non hanno visto alcun vantaggio dal boom minerario, nonostante l’economia nazionale abbia registrato una crescita del 17,3% nel 2011. In compenso, il Paese paga gli alti costi ambientali e sociali dovuti alle estrazioni. Un esempio? Oyu Tolgoi, complesso minerario che potrebbe contribuire ad un terzo del PIL del Paese, ma che l’Huffington Post ha definito “uno dei 10 bei posti che le trivellazioni potrebbero distruggere“.
Già alla fine del 2010 Peacereporter descriveva uno scenario tutt’altro che roseo:

Dello sviluppo minerario beneficiano soprattutto imprese straniere. L’esempio forse più eclatante è la canadese Ivanohe Mines che ha in appalto l’enorme giacimento di rame e oro di Oyu Tolgoi, nel deserto del Gobi. Pochi giorni fa, il gigante ha collocato sulla borsa di Toronto nuove azioni che serviranno a finanziare l’ulteriore ampliamento della miniera mongola.  Le installazioni si potenziano, le materie prime pompano il motore delle economie manifatturiere in crescita, gli investitori confidano in un buon ritorno economico e i proventi tornano inCanada e non solo, dato che a Oyu Tolgoi Ivanohe Mines è partecipata anche dall’anglo-australiana Rio Tinto. Questo è uno schema classico.
Che cosa ne resta alla popolazione mongola? Briciole. Gli ex nomadi sono spossessati dei pascoli dalle grandi compagnie minerarie straniere e integrati a fatica nel tessuto urbano di una capitale, Ulan Bator, dove ormai risiede oltre la metà degli abitanti di tutto il Paese: circa un milione e mezzo su un totale di tre scarsi. Vendono tutto il loro bestiame e ci provano magari con una piccola attività commerciale, ma spesso finisce male. Non esiste una struttura industriale che possa dare lavoro a tutti, quindi molti tornano da dove erano venuti, ma in veste diversa: da pastori nomadi a minatori. A volte da salariati nei grandi giacimenti,a volte da abusivi nelle miniere d’oro abbandonate dalle grandi compagnie, perché non più redditizie. Ecco dunque i cercatori d’oro Ninja con il loro catino sulle spalle.
Il problema sociale si salda quindi con quelloambientale, perché chi scava per sopravvivere non si cura certo di immetterecianuro e mercurio - necessari per separare l’oro dalle rocce - nel ciclo naturale.
In parallelo alla disgregazione socialecresce l’alcolismo. Tra i titoli quotati alla borsa di Ulan Bator, la lunga lista di imprese minerarie o delle costruzioni è interrotta proprio dai produttori di alcolici, come laApu e la  Spirit Bal Buram. Il cerchio si chiude.
Per capodanno, il presidente Elbegdorj ha però promesso di brindare con un bicchiere di latte, niente vodka. Ha invitato tutti i cittadini mongoli a fare lo stesso.
Ecco come funziona l’economia del Paese che possiede la borsa più performante del 2010; che promette nuove ricchezze agli investitori di tutto il mondo nell’anno che verrà.

Pochi mesi dopo, sempre Peacereporter aggiungeva un altro inquietante dettaglio:

La più grande discarica nucleare del mondo. Così potrebbe diventare laMongolia, se andasse in porto un patto segreto tra il governo di Ulan Bator, Stati Uniti e Giappone, rivelato dal quotidiano di Tokyo Mainichi Shimbun.

Ed ecco la Mongolia, cioè il Paese con la minore densità demografica al mondo dopo la Groenlandia - 1,7 abitanti per chilometro quadrato – nonché un’economia a caccia di investimenti e tecnologia. È proprio il suo spazio a essere in vendita: in cambio di tecnologie nucleari – rivela il Mainichi Shimbun - il ministero degli Esteri e del Commercio (significativa fusione di funzioni) inizia a settembre 2010 le trattative con il dipartimento dell’Energia Usa e il ministero dell’Economia giapponese per concedere come discarica nucleare l’ex base militare sovietica di Bayantal, circa 200 chilometri a sud-est di Ulan Bator. 

Ed ecco che il lato oscuro del miracolo mongolo è servito.
Il primo nodo da sciogliere nella nuova legislatura sarà la ridiscussione della legge sugli investimenti esteri, che rappresentano il 62% del PIL, per decidere se le restrizioni ora imposte possono essere rimosse. Al momento è necessaria l’approvazione sia del governo che del parlamento per dare il via ad investimenti superiori ai 75 milioni di dollari o che possono permettere il controllo del 49% di imprese considerate strategiche (minerario, industria, telecomunicazioni), sull’analogo esempio dello Zimbabwe. Mossa da interpretare in funzione anticinese dopo che la Chalco – la maggiore compagnia carbonifera di Pechino – aveva dimostrato interesse per un giacimento nel deserto del Gobi, a sud del Paese. Benché l’attuale disegno di legge appaia molto annacquato rispetto al testo originario, il provvedimento permetterà di mantenere la metà dei proventi generati dalle estrazioni all’interno del Paese. Ma è anche un segnale di come il Paese inizi a sentirsi a disagio con gli investimenti stranieri. La corsa ai giacimenti ha determinato un massiccio afflusso di capitali che ora il governo non sa ancora come impiegare.
La redistribuzione di una parte dei profitti alla popolazione farebbe della Mongolia uno Stato rentier sul modello dei Paesi mediorientali, dove la rendita (energetica) sostituisce il reddito (reale): invece di avviare un processo di sviluppo, si preferisce mantenere la gente a spese del bilancio pubblico. I moti della (cosiddetta) Primavera araba hanno messo questo sistema, mettendone a nudo l’intrinseca fragilità.
In conclusione, che prezzo deve essere disposta a pagare una comunità in nome dello sviluppo del proprio Paese? E’ una domanda controversa. Le miniere provocano un effetto altamente negativo sull’ambiente e le forme di vita delle comunità del posto, e laddove le istituzioni democratiche non sono ancora radicate e non hanno potere o semplicemente in cui domina la corruzione – nella classifica di Transparency International la Mongolia si colloca 120esima su 183 nazioni - i danni possono moltiplicarsi rapidamente.

Grecia: sotto le ceneri, gas e petrolio

Dopo l’accordo con i creditori della scorsa settimana, la Grecia cerca ora altre strade per ridurre il proprio ipetrofico debito pubblico.
Diversi anni fa alcune ricognizioni geologiche lungo le coste occidentali determinarono l’eventualità che sotto i fondali potesse celarsi un discreto giacimento di idrocarburi. L’idea è stata ripresa in considerazione, e oggi il governo greco sta esaminando le offerte di otto compagnie per i diritti di esplorazione in un’area di circa 220.000 kmq compresa tra il Mar Ionio e l’isola di Creta. Le prime concessioni dovrebbero essere approvate entro aprile e l’investimento iniziale previsto dalle aziende di ricerca si aggira sui 40 milioni di dollari. Sfruttare tali risorse rappresenterebbe una vera boccata d’ossigeno per le esangui finanze greche, posto le importazioni di petrolio ogni anno equivalgono a circa il 5% del PIL di Atene.

L’idea di sviluppare i giacimenti offshore risale al dicembre 2010, quando pareva che la crisi greca potesse ancora risolversi senza ridurre il popolo greco alla fame con manovre lacrime e sangue o saccheggiare il settore pubblico con un banchetto di privatizzazioni. Alcune stime preliminari redatte da un gruppo di esperti su incarico del Ministero dell’Energia solo un anno prima parlavano di un potenziale di 22 miliardi di barili nel Mar Ionio al largo della Grecia occidentale e più di 4 miliardi di barili nel Nord Egeo. E tali numeri sono passibili di essere ritoccati al rialzo, se pensiamo che il Sud dell’Egeo e il Mare di Creta non sono ancora stati sondati. Anzi, secondo gli esperti la Grecia è ancora uno dei Paesi meno esplorati d’Europa per quanto riguarda la ricerca di fonti fossili, con potenziali giacimenti da svariati miliardi di dollari.
Casualmente, proprio quando il governo tira fuori questo rapporto dal cassetto le agenzie di rating si scatetano con la loro raffica di declassamenti. Il resto è storia nota.

L’idea che la Grecia possa ridimensionare la crisi del proprio debito – se non proprio risolverla del tutto – grazie ai propri giacimenti non è un mero wishful thinking. Anche se solo una frazione delle risorse in questione fosse effettivamente disponibile la situazione finanziaria ellenica cambierebbe radicalmente.
Il prof. David Hynes della Tulane University, esperto di petrolio e fonti di energia, sostiene che gli idrocarburi nascosti sotto i fondali delle coste elleniche permetterebbero alla Grecia di ripagare quasi interamente il suo debito. Egli stima che lo sfruttamento delle riserve già scoperte potrebbero portare il paese più di 302 miliardi di dollari (302 seguito da nove zeri!) nell’arco di 25 anni – ricordo che prima dell’accordo con i creditori il debito nominale toccava quota 350 miliardi.
Per salvarsi dalla bancarotta, invece, il governo greco è stato costretto ad accettare licenziamenti, tagli salariali e pensionistici e un’ondata di aumenti fiscali per accedere ai prestiti elemosinati dalla UE e dal FMI, noncuranti questi ultimi del declino economico a cui tali misure draconiane stanno spingendo il Paese, con il PIL al -6,8% nel 2011.

Le speranze di ripresa per mezzo delle ricchezze nei fondali stanno ora sfumando grazie al piano di privatizzazioni imposto dall’Europa. Nei giorni scorsi Atene ha messo sul piatto la prima delle sei imprese che si è impegnata a vendere: Depa, monopolista ellenico del gas, di cui lo Stato detiene il 65% del capitale. L’obiettivo è incassare subito 4,5 miliardi per arrivare, attraverso altre dismissioni, ad un totale di 19,5 miliardi entro dicembre del 2015. Spiccioli, in confronto al tesoro custodito in fondo al mare. È forse un caso che il primo gioiello di famiglia ad essere sacrificato sull’altare dei mercati sia proprio un’azienda energetica? Non sarà forse che l’Europa stia cercando di mettere le mani sui giacimenti di Atene per garantirsi un’alternativa a buon mercato a quelli norvegesi in via di esaurimento?

Tra l’altro, il primo vero boccone messo sul piatto dal governo greco potrebbe conquistarlo la Russia. Depa è stato il principale sostenitore – con l’italiana Edison – del progetto Itgi (Interconnettore Italia-Grecia), la struttura proposta in alternativa al Nabucco (che non si farà più) per trasportare in Italia il gas dal Mar Caspio, affrancando (in parte) il Sud Europa dal monopolio russo di Gazprom. Il consorzio che sta sviluppando il bacino di Shah Deniz aveva deciso di accantonare il progetto proprio per i timori sulla situazione finanziaria della Grecia: troppe le incognite sulla vendita di Depa, sui futuri proprietari, sulla volontà di proseguire nell’investimento. A fine febbraio i dirigenti di Gazprom hano avviato i primi contatti col governo di Atene per l’acquisizione dell’azienda. Se Depa finirà in mani russe, l’Itgi tramonterà del tutto. E con esso, probabilmente, la speranza che l’alimentazione delle nostre stufe in inverno non sia condizionata dai capricci di Putin.
Ora sappiamo che la crisi greca non riguarda solo le banche franco-tedesche, bensì anche le oil companies del Vecchio continente. Tuttavia, alla fine Bruxelles potrebbe aver fatto male i calcoli. A vantaggio di Mosca.

Falklands, trent’anni dopo. Adesso quella forte è l’Argentina

Ho già spiegato come mai la contesa delle Falklands si sia riaccesa proprio adesso, a trent’anni dalla guerra che ne decretò l’appartenenza al Regno Unito. La ragione è il petrolio, ma in politichese si preferisce non dire certe cose apertamente, preferendo ammantarle con motivazioni storico-sociologico-culturali – vere o presunte – che conferiscano un’aura di rispettabilità alle proprie pretese.
Chi volesse ripercorre la vicenda dal principio può dare uno sguardo a questo esauriente excursus.

Soffermandoci sul presente, la tensione diplomatica tra i contendenti ha subito una brusca impennata l’apice nelle ultime settimane. L’Argentina ha reagito con rabbia alla decisione della Royal Navy di inviare il suo distruttore Dauntless nell’Atlantico meridionale. Parimenti ha mal digerito la visita del principe William in “uniforme da conquistatore, giudicata una provocazione. Alle rimostranze politiche si sono poi aggiunte quelle di piazza, culminate nella manifestazione del 20 gennaio di fronte all’amabasciata di Londra, in cui alcune persone hanno anche incendiato una bandiera britannica.
Eventi a cui Londra ha replicato accusando Buenos di colonialismo e – fatto più significativo – rafforzando la difesa dell’arcipelago con l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare Trafalgar, dotato di missili da crociera Tomahawk e siluri Spearfish. In proposito il ministero britannico della difesa ha rifiutato ogni commento ufficiale.
In ogni caso le Falklands sono ben guarnite.

L’aspetto sul quale vale la pena riflettere è che, rispetto al 1982, le parti sono invertite: ora quella forte è l’Argentina. Confortata da indicatori macroeconomici favorevoli (crescita tra il 7% e il 10%, povertà all’8.3% e disoccupazione al 7,2%), Buenos Aires sta vivendo un momento favorevole, benché in mezzo a tante luci non manchino le ombre (inflazione e surplus commerciale previsto in ribasso). Lo Stato è tornato ad essere protagonista della vita economica, dopo la scellerata parentesi liberista targata Menem. L’incremento dei prezzi di materie prime e prodotti agroalimentari hanno contribuito al rilancio dell’export, mentre l’istituzione di restrizioni all’import ha avviato il mercato interno verso la quasi totale autosufficienza.
L’economia di Londra, al contrario, è ancora in stallo a causa della crisi, anche perché appesantita da un debito (pubblico e privato) che cresce a vista d’occhio. Le estrazioni petrolifere sono diminuite di un terzo rispetto all’anno, e il referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il 2014 rischia di portare via anche ciò che resta dei giacimenti nel Mare del Nord.

Anche a livello internazionale la bilancia pende dalla parte dell’Argentina. Pressoché tutti i Paesi dell’America Latina sono schierati con Buenos Aires. Lo si era capito in dicembre, quando il presidente Cristina Kirchner, nel discorso di insediamento alla presidenza del Mercosur, ha ringraziato i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni delle Falklands. La prima di una serie di iniziative volte a tagliare fuori i keplers (gli abitanti delle isole) dal resto del mondo.
Londra, invece, parteggia da sola. Cameron è politicamente sempre più isolato dall’Europa. L’America mantiene un profilo neutrale, limitandosi all’augurio che le parti raggiungano un accordo attraverso il dialogo bilaterale.
Elementi che rispecchiano i mutati rapporti di forza sullo scacchiere globale. Non solo tra Argentina e Regno Unito.

Negli ultimi anni la fiducia del Sud America nelle proprie possibilità viaggia di pari passo con l’ascesa della sua economia. Il continente è riuscito a crescere a ritmi lusinghieri nonostante la crisi. I Paesi latinoamericani hanno capito che al mondo non ci sono solo Washington, Londra o Berlino. Così si sono impegnati a stringere solidi legami con le altre economie emergenti (Cina in primis), nonché a rafforzare i rapporti intracontinentali attraverso una serie di riuscite iniziative diplomatiche: Unasur e Celac su tutte.
Contemporaneamente sono cresciute le spese militari, motivata da ragioni diverse da Paese a Paese ma in definitiva volta a ridimensionare le mire straniere sui giacimenti del continente. Nel periodo 2003-2010 Il bilancio della difesa in America Latina è cresciuto con una media annua del 8,5%, fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari. L’Argentina spenderà 5 miliardi di euro nel 2012, contro i 3,2 miliardi dello scorso anno. Oltre al completamento del programma di modernizzazione del TAM (Tanque Argentino Medium), Buenos Aires ha deciso di acquistare una cinquantina di elicotteri dalla Cina e di avviare i preparativi per la costruzione di un sottomarino nucleare (in un chiaro esempio di imitazione e/o deterrenza rispetto al Brasile). Previsto anche un programma di sviluppo nel settore dei droni.

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Cina, India, Occidente. Le miniere afghane sono una torta e tutti ne vogliono una fetta

In attesa di calare il sipario sulla missione Isaf nel 2014, le potenze occidentali sono già pronte a sollevarne un altro, quello sui ricchi giacimenti nel sottosuolo afghano.
Non tutti sanno che l’Afghanistan costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra. Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].
Non va infine sottovalutato il ruolo logistico dell’Afghanistan per il transito di futuri gasdotti (come il TAP) e oleodotti provenienti dai ricchi giacimenti dell’Asia centrale e diretti ai terminal sull’Oceano Indiano.

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Leviathan, un casus belli nel levante mediterraneo. Libano e Israele si contendono le sue ricchezze


di Luca Troiano

1. Da quando è stata ufficializzata la sua scoperta, il giacimento Leviathan ha alimentato più discordie che speranze. Questo perché i 16 trilioni di metri cubi di gas contenuti nelle sue viscere si trovano a cavallo tra le rispettive aree marittime di Israele e Libano, i quali stanno già affrontando la questione con toni piuttosto accessi.
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