Germania e Stati Uniti, c’eravamo tanto amati (e spiati)

È successo tutto in pochi giorni. Mercoledì 2 luglio i procuratori federali di Berlino fanno irruzione in casa di un impiegato dei servizi segreti tedeschi, che viene arrestato con l’accusa di aver passato più di 200 documenti riservati alla Cia, incluse le informazioni di una commissione di indagine parlamentare che si era occupata del caso Snowden. Cinque giorni dopo, la polizia tedesca perquisisce abitazione e ufficio di Berlino di un uomo, che secondo i media locali è un funzionario militare tedesco che – anche lui – avrebbe passato informazioni segrete agli Stati Uniti. Il gran finale arriva giovedì 10, quando la Germania annuncia l’allontanamento di un funzionario della Cia da Berlino.

Tecnicamente non è stata un’espulsione – al dirigente è stato solo consigliato di rientrare in patria e secondo la Sueddeutsche Zeitung, l’uomo in questione, accreditato come diplomatico, avrebbe lasciato il Paese in data 18 luglio – ma le conseguenza sono le stesse: siamo di fronte alla più grave crisi fra Germania e Stati Uniti dallo scontro Schröder-Bush sull’invasione in Iraq, e le ragioni sono profonde di quello che si può immaginare. Continua a leggere

L’Europa pensa alla Germania, Berlino a sé stessa

Per avere un’idea del contesto in cui il recente voto in Germania si è svolto, basta leggere le prime righe di questo articolo su El Pais (via Presseurop):

L’anno politico europeo 2013-2014 si aprirà con le elezioni tedesche del 22 settembre prossimo e si concluderà con le elezioni del Parlamento europeo del 25 maggio 2014. In teoria, le prime dovrebbero passare in secondo piano dietro alle elezioni europee, ma a causa dei paradossi tipici della vita politica europea la situazione si è capovolta: la consultazione elettorale tedesca è ritenuta di importanza cruciale per il futuro dell’Europa, mentre quella europea sarà marginale.

Questa situazione riflette la profonda scissione sulla quale si regge l’Unione europea: se i beni, i servizi, i capitali e le persone circolano liberamente in un territorio vastissimo che si articola attorno a una moneta comune, la struttura politica continua a fare affidamento su una serie di entità nazionali estremamente frammentate, le cui dimensioni e competenze sono assai differenziate.

Mai prima d’ora le elezioni tedesche avevano suscitato tanto interesse nel continente. Analisi più approfondite seguiranno; per adesso limitiamoci ad alcune considerazioni di base.

Merkel ha fatto il vuoto

L’Europa sperava in un pareggio tra Angela Merkel e lo sfidante Peer Steinbrück, e invece la cancelliera uscente ha stravinto – anche qui, come domenica scorsa in Baviera, a spese di tutti gli altri, alleati compresi.
Il risultato era tutto sommato atteso; ora si cerca di capire con chi dividerà il potere Angela III. Con i liberali mestamente fuori dal Bundestag, si dice probabile una nuova Grosse Koalition con i socialdemocratici, o un’alleanza con i Verdi. La SPD è un partito del passato, così come il socialismo europeo. Ai Verdi manca l’intelligenza politica e lo slancio di un tempo; inoltre, l’avvio dell’Energiewende (la svolta energetica che prevede l’abbandono dell’energia nucleare) promosso dalla cancelliera ha sottratto ai Grünen il loro principale cavallo di battaglia. Oltre a cannibalizzare i suoi avversari, la cancelliera è stata abile nell’esautorare gli astri nascenti all’interno del suo stesso partito. Lasciando dietro di sé un grande vuoto in una CDU in cui non spiccano personalità carismatiche. Dunque, sarà in ogni caso Angela a dettare l’agenda e a gestirla: non c’è alternativa alla sua linea.
Frau Merkel scrive così la storia, conquistando il terzo mandato alle elezioni federali; un obiettivo che centrato solo due volte dalla nascita della Repubblica Federale, con Konrad Adenauer e con Helmult Kohl, entrambi cristiano democratici come la cancelliera. Ma con una differenza: loro, almeno, erano europeisti convinti.

L’Europa in ostaggio di Berlino 

Contrariamente a quanto la stampa europea (non senza ingenuità) si augurava, è improbabile che Berlino si impegni a ridare slancio alla costruzione dell’Europa politica. Dell’Europa, in campagna elettorale, non si è proprio parlato. Più in generale, si è parlato poco di temi concreti. L’ampio vantaggio che i sondaggi riservavano alla CDU ha consentito alla formazione ora al potere di tralasciare completamente i contenuti. Mentre l’Europa è ancora avvolta dalla crisi e il conflitto siriano infiamma ai suoi confini, in Germania si discute del divieto di fumare. Ma ai tedeschi va bene così.
Bruxelles è preoccupata. Non soltanto perché il voto tedesco è da un paio d’anni a questa parte la scusa per bloccare qualsiasi cosa. Il più grande timore della Commissione Europea è la crescente insistenza del cancelliere Angela Merkel sul ridimensionamento dei poteri dell’esecutivo UE a favore degli Stati nazionali. La stessa Merkel che aveva giustificato l’austerity imposta ai Paesi in difficoltà dicendo “abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali”. Dissolvendo in cinque parole decenni di retorica europeista.
E pensare che l’intero processo di integrazione europea non è stato altro che l’estremo tentativo della Francia di imbrigliare la potenza tedesca, piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, e che perfino il tanto vituperato euro è stato il frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare a Parigi – e, di riflesso, all’Europa – una Berlino che dopo la riunificazione pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente.

La storia ha smentito tutti questi propositi: la campagna elettorale ha paralizzato il continente, e grazie alla moneta unica i tedeschi hanno vinto la guerra mondialeGood job, Europe.

I problemi della Germania che Angela Merkel vuole nascondere

Infine, che il modello teutonico sia perfetto e che i tedeschi siano un popolo felice e contento, sono solo una leggenda.
Quella che ha votato ieri è una Germania caratterizzata da profonde divisioni sociali: secondo uno studio dello dell’Istituto Forsa e la Fredrich-Ebert-Stiftung, del totale degli elettori chiamati alle urne in questa tornata, il 9% guadagna meno di mille euro al mese. Tra gli astenuti, lo stesso dato raggiunge il 20%. La conclusione è che quanto più basso è il reddito, maggiore si rivela l’astensione. Inoltre, tra chi si astiene sono più frequenti coloro che non hanno studiato o hanno solo una formazione secondaria professionale. Il 57% di coloro che si asterranno è disoccupato. E non sono le uniche magagne della Germania di oggi.
Il mercato del lavoro presenta molti lati oscuri: precarizzazione crescente, mancanza di salari minimi e scarsa mobilità sociale sono aspetti che il governo ha sempre cercato di nascondere.
A partire dal 2030 chi avrà lavorato per ben 35 anni con uno stipendio medio di 2.500 euro lordi, si vedrà riconosciuta una pensione di appena 688 euro al mese – esattamente alla soglia del minimo legale di sussistenza.
Le Landesbanken (banche territoriali) hanno 637 miliardi di crediti dubbi, colpa di rapporti torbidi con la politica, e il principale motivo per cui la Germania si è sempre opposta all’Unione bancaria, che implica una pesante cessione di potere decisionale a Bruxelles, sembra sia proprio lo stato di salute delle proprie banche.

Il lato oscuro del miracolo tedesco

In tedesco si dice Wirtschaftswunder; in italiano si traduce «miracolo economico». È il fenomeno che descrive la rapida ricostruzione e lo sviluppo dell’economia della Germania Ovest nel dopoguerra, nonché l’espressione con cui gli organi d’informazione sono soliti sintetizzare la vitalità dell’apparato produttivo di Berlino, in stridente contrasto con un resto d’Europa tuttora impantanato nella crisi. Il parallelo con gli anni della rinascita appare giustificato, se pensiamo che, fino a dieci anni fa, le finanze tedesche non godevano affatto di buona salute. Nel 2003, Berlino fu la prima in Europa a sforare quel Patto di Stabilità e Crescita da essa fortemente voluto. Inoltre, nel triennio 2002–05, la sua economia è cresciuta in media dello0,37%, e il rapporto debito/PIL è passato dal 60% al 68%. Eppure, la Germania è tornata a esser la locomotiva d’Europa, attraversando gli anni della crisi praticamente indenne.

La ripresa è avvenuta soprattutto grazie alle misure dell’Agenda 2010, un pacchetto di riforme voluto dall’allora Cancelliere, il socialista Gerhard Schröder, il cui nucleo centrale è noto come Hartz IV, dal cognome di Peter Hartz, all’epoca capo del personale dellaVolkswagen, incaricato di presentare proposte per la riduzione della disoccupazione. L’Agenda intendeva modernizzare sia il mercato del lavoro sia lo Stato sociale, e negli effetti pratici si risolveva in una cura da cavallo da propinare al Paese. La quale sarebbe costata la rielezione al suo fautore, ma avrebbe consentito all’apparato produttivo tedesco uno spettacolare recupero di competitività. Questo mentre nel resto d’Europa si dava spazio a politiche demagogiche – come la «legge delle 35 ore» in Francia – sull’onda degli ultimi anni di vacche grasse che precedettero la crisi. Il risultato è che oggi la quota di disoccupati in Germania è del 5,4%, in costante discesa rispetto al 6,7% del 2011 e al 7,5% del 2010, a fronte d’una media europea del 12,2%. Di questo passo, Berlino s’avvia a raggiungere il traguardo della piena occupazione entro il 2015. Ed ecco che orde di disoccupati vi si riversano da ogni angolo del Vecchio Continente, in particolare dalla sua sponda mediterranea. Tantoché, nel marzo 2012, il Premio Nobel per l’economia MichaelSpence sosteneva che gli americani avessero molto «da imparare dalla Germania» in merito alle politiche occupazionali.

Questo è il lato luminoso del «miracolo» tedesco. Sennonché le riforme di Schröder hanno generato anche dei lati oscuri, di cui si parla poco o nulla. Ciò che le statistiche nascondono è che dietro al miracolo occupazionale si cela una forte polarizzazione delle situazioni lavorative, coi precari da una parte e gli assunti con contratto dall’altra, e con scarsissime possibilità di mobilità sociale per i giovani.

Innanzitutto, in Germania non esiste alcun salario minimo, per cui è normale che un lavoratore percepisca un reddito di 2 euro l’ora o perfino di 0,55 centesimi, come segnalato dalla stampa estera già nel 2012. Berlino ha la piú alta quota di lavoratori a basso reddito d’Europa: addirittura il 20% dei lavoratori a tempo pieno, contro il 13,5% in Grecia e l’8% in Italia. In totale, nel 2010, oltre quattro milioni di persone hanno lavorato per meno di 7 euro l’ora. Per scomparire dalle statistiche di disoccupazione, basta che il lavoratore accetti un impiego pagato fino a 165 euro al mese. La riforma Hartz IV ha cancellato milioni di persone dalle liste di disoccupazione per poi farle riapparire nelle liste di «lavoratori poveri» – piú d’un milione e mezzo di persone che si recano almeno settimanalmente alle mense di beneficenza, nonostante abbiano formalmente un lavoro.

Ma perché c’è gente che accetta di lavorare a meno d’un euro l’ora? Perché altrimenti perderebbe i sussidi previsti dallo Hartz IV. Prima della riforma, i disoccupati che durante il lavoro avevano versato i contributi avevano il diritto a un’indennità di disoccupazione (Arbeitslosengeld I ALG I) che durava due – o, in certi casi, tre – anni. I disoccupati di lunga durata che avevano esaurito il diritto all’ALG I potevano poi ricevere l’ALG II, benché piú modesto, oltre a una pubblica assistenza (Sozialhilfe, «aiuto sociale») per le persone con maggiori difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro. Col pacchetto Hartz, la durata dell’ALG I è stata ridotta a un anno soltanto, mentre l’ALG II e la Sozialhilfe sono stati fusi in un unico sussidio. Il sistema ha cosí favorito la proliferazione di lavoretti da meno di 15 ore settimanali e pagati anche meno di 400 euro, limite al di sotto del quale lo Stato non esige il versamento dei contributi previdenziali e sanitari. Ecco spiegata la convenienza per i datori di lavoro, come ricostruito da un rapporto del Comité d’études des relations franco-allemandescomparso nella primavera del 2012.

E si tratta solo d’un primo sguardo s’una realtà scarsamente divulgata, con buona pace della retorica filotedesca.

Altri numeri testimoniano come in Germania vi sia anche una scarsa mobilità sociale. Secondo i più recenti dati OCSE, appena il 20% dei giovani tedeschi raggiunge un livello professionale superiore a quello dei genitori, a fronte d’una media europea praticamente doppia. Tra le contraddizioni del miracolo occupazionale tedesco v’è poi il fatto che, nonostante la disoccupazione diminuisca, il numero di disoccupati cronici – cioè quelli che da più di 24 mesi non lavorano nemmeno per una settimana – negli ultimi anni è praticamente rimasto inalterato: circa tre milioni di persone, su quattro milioni di disoccupati totali. Dilaga poi il precariato: i lavoratori interinali hanno ormai superato quota un milione, praticamente il triplo rispetto al 2007.

La verità è che in Germania i ricchi accrescono il proprio patrimonio privato, mentre i poveri scivolano in una povertà sempre piú pesante, aggravata dalla mancanza di chance. Ma, questo, il governo tedesco non vuol farlo sapere. Nel settembre scorso, Business Insider rivelava il contenuto d’un documento commissionato dal governo tedesco, il «Rapporto sulla povertà» (Lebenslagen in Deutschland – Armuts- und Reichtumsbericht der Bundesregierung, noto – appunto – coll’abbreviazione Armutsbericht), consultabile qui. Preparato e diffuso dal Ministero del Lavoro guidato da Ursula von der Leyen (CDU) in collaborazione con altri dicasteri, esso ci offre la fotografia d’un Paese ricco e allo stesso tempo in fase di sfaldamento sociale. Per la verità, si tratta d’una pubblicazione periodica a cura del Ministero: lo scoop di Business Insider sta nell’averne divulgata la bozza originaria, poi ritoccata dal governo Merkel prima della sua diffusione.

Secondo lo studio, tra il 1992 e il 2012 il patrimonio netto privato delle famiglie tedesche è aumentato da 4.600 a circa 10.000 miliardi d’euro: 250.000 euro a famiglia, in teoria. In pratica, invece, se nel 1998 il 50% piú povero della popolazione tedesca possedeva il 4% della ricchezza, dieci anni dopo è arrivato a possederne appena l’1%, mentre il 10% piú ricco è passato dal 45% al 53%. Nel mezzo sta il 40% «di ceto medio» (la definizione è riduttiva, vista la variegata composizione economico-sociale, ma preferiamo indicarla cosí per ragioni di mera comodità), che nel 2008 possiede il restante 46% del patrimonio privato, in calo rispetto al 48% del 2003 e al 52% del 1998. Non va meglio per quanto riguarda le retribuzioni, separate da una forbice salariale in costante aumento: mentre i salari piú alti sono cresciuti, quelli piú bassi sono crollati. Il divario diventa abissale se consideriamo il solo lavoro dipendente: mentre le retribuzioni reali sono aumentate appena, i profitti delle aziende sono cresciuti del 50%.

Il preoccupante aumento della disuguaglianza dimostra che il modello tedesco è imperfetto, nonostante le statistiche sul rischio di povertà collochino la Germania in una posizione migliore rispetto alla media europea. Un problema d’iniquità sociale esiste, ed è per questo che nello scorso autunno l’Alleanza Umfairteilen (gioco di parole tra il tedesco umverteilen, «ridistribuire», e l’inglese fair, «equo»), un cartello d’associazioni e organizzazioni religiose, politiche, economiche e sindacali, ha lanciato un appello per chiedere di ridurre il crescente divario tra ricchi e poveri attraverso una maggiore tassazione sulla ricchezza privata. Il Parlamento, secondo l’Alleanza, deve porre fine all’ostruzionismo contro l’innalzamento delle aliquote verso i ricchi – esattamente come avviene nel Senato americano, dominato dalla maggioranza Repubblicana, vicina a quell’«1%» contro cui i giovani d’Occupy Wall Streeterano scesi in strada.

La denuncia dell’Umfairteilen non poteva non avere riflessi sul dibattito pubblico, ora che i partiti scaldano i motori in vista dell’imminente campagna elettorale. E qui torniamo al succitato Armutsbericht. La versione definitiva del documento è stata oggetto d’un duro scontro tra il vicecancelliere Philipp Rösler, liberale, e la Ministra del Lavoro von der Leyen. Rösler e il suo partito – tradizionalmente vicino agl’interessi delle fasce di reddito piú alte – non hanno gradito il passaggio del rapporto in cui si parla d’una maggiore tassazione sulla ricchezza. Col pretesto che il rapporto non era «concordato col suo dicastero» e che «non rappresentava l’opinione del governo», il vicecancelliere ha fatto la voce grossa,minacciando di non approvarne la bozza cosí come inizialmente formulata. Quando anche la cancelliera Merkel s’è schierata coll’esponente liberale, la ministra von der Leyen s’è vista costretta a scendere a piú miti consigli.

L’esito del confronto Rösler–von der Leyen è stato, per l’appunto, la pubblicazione d’una variante edulcorata dell’Armutsbericht, in cui alcune espressioni scomode, come rischi socialiricchezza privata ripartita in modo iniquo, sono scomparse. Tantoché, a marzo, quando il rapporto è stato approvato, la stessa stampa tedesca ha apertamente accusato il governo d’aver truccato i dati nella versione definitiva.

Difficile esprimere un giudizio complessivo sulle riforme avviate da Schröder, nell’anno in cui cade il decimo anniversario dell’Agenda 2010. La razionalizzazione della spesa pubblica e la graduale diminuzione della disoccupazione non sembrano tener conto degli elevati costi sociali che la riforma ha riversato sulle fasce meno abbienti. È vero che in Germania il costo della vita è inferiore a quello di Francia e Italia (per inciso, anche grazie alla presenza d’un mercato ad hoc per i sottoccupati). Tuttavia, la fetta di popolazione a rischio di povertà è passata dal 15,2% del 2008 al 15,8% del 2011. E l’esistenza di quei «disoccupati mascherati» che prendono meno d’un euro l’ora o ingrossano le file della Caritas getta un’ombra sinistra sugli altri numeri, quelli piú lusinghieri sulla disoccupazione ai minimi storici, che il governo tedesco tende a esibire con orgoglio.

La vera domanda è: che cosa succederebbe se la Germania interrompesse il proprio ciclo di crescita, fondato principalmente sull’esportazione (poiché la domanda interna si mantiene tradizionalmente bassa)? Il successo del modello tedesco, infatti, dipende fin troppo dalla salute dei mercati esteri – e in particolare di quelli europei. La Cina non potrà mai sostituire il Vecchio Continente in cima alle destinazioni del made in Germany: Pechino assorbe appena il 15% dell’esportazioni tedesche, mentre il resto dell’UE ne riceve oltre il 40%. Essendo l’Europa alle prese con la trappola dell’«austerità», le merci tedesche tendono sempre piú a rimanere sugli scaffali. Già nel medio termine, un’eventuale flessione del saldo commerciale – coi suoi inevitabili riflessi sul piano occupazionale – potrebbe metter a nudo le contraddizioni del tanto decantato miracolo tedesco, squarciando cosí il velo s’un inquietante scenario che le statistiche del governo hanno fin qui occultato.

——–

English versionThe dark side of miracle-Germany

In German it is calledWirtschaftswunder; in English it translates as «economic miracle». This phenomenon describes the rapid reconstruction and development of the economy of Western Germany after the war, as well as the expression with which the media synthesise the vitality of Berlin’s productive apparatus, in a striking contrast with the rest of Europe, which remains stuck in the undergoing crisis. The parallelism with the years of rebirthseems justified considering that, up to ten years ago, German finances did not enjoy a proper health. In 2003,Berlin was the first in Europe to exceed the Stability and Growth Pactlimit, a pact it had strongly requested. Moreover, in the three years between 2002 and 2005, its economy grew at an average of 0.37%, and the debt/GDP ratio rose from 60% to68%. Yet, Germany has returned to being the European locomotive, wading through the crisis unscathed.

The recovery occurred mainly because of the 2010 Agenda, a set of reforms wanted by the former Chancellor, the socialist Gerhard Schröder, which core is known as Hartz IV, from the surname of Peter Hartz, former Volkswagen staff chief, in charge of making proposals on unemployment reduction. The Agenda was intent on modernising both the labour market and the welfare state, and the practical effects resolved into a strong cure to which the country would be subjected. Said cure would cost the re-election to its advocate, but it would grant the German productive apparatus competitiveness recovery. In the meanwhile, the rest of Europe made ​​room for populist policies – such as the «35 hour law» in France – in the wake of the recent prosper years which preceded the crisis. The result is that, today, unemployment in Germany is 5.4%, constantly decreasing compared to the 6.7% in 2011 and the 7.5% in 2010, whilst the European average rests at 12.2%. At this rate, Berlin runs towards achieving the goal of total workforce employment by 2015. And this is how hordes of unemployed will flock from every corner of the continent, especially from Mediterranean countries. Insomuch that, in March 2012, the economics Nobel Prize MichaelSpence argued that Americans had quite a lot to «learn from Germany» in respect to employment policies.

This is the bright side of the German «miracle». Schröder’s reforms, however, have also created a dark side, on which little or nothing has been said. What statistics conceal beneath the miracle veil is the fact that employment has a strong polarisation of work positions, with the precarious on one side and the contract workers on the other, with small chances of social mobility for the young.

Firstly, in Germany the minimum wage does not exist, thus it is normal that a worker may receive an income of 2 Euro per hour, or even 0.55 cents, as reported by foreign press as early as 2012. Berlin has the highest number of low-income workers in Europe: as much as 20% of full-time workers, compared to the 13.5% of Greece and the 8% of Italy. In 2010 as many as four million people have worked for less than 7 Euro per hour. To disappear from unemployment statistics, it is sufficient for a worker to accept an employment of up to 165 Euro per month. The Hartz IV reform wiped out millions of people from the unemployment lists to have them, subsequently, reappear in the lists of the «working poor» – more than a million and a half people go, at least weekly, to charity canteens, despite – officially – having a job.

How come there are people who agree to work for less than 1 Euro per hour? Because if they didn’t, they’d lose the benefits provided by the Hartz IV. Before the reform, the unemployed who had paid taxes during their employed period were entitled to unemployment benefits (Arbeitslosengeld I or ALG I) which lasted for about two – or, in some cases, three – years. The long-term unemployed, who had used up the ALG I, were entitled to the ALG II – although a more modest benefit – as well as a welfare support (Sozialhilfe or «social assistance») for people who experience greater difficulty in re-entering the job market. The Hartz reduced the duration of ALG I to a year, whilst the ALG IIand Sozialhilfe were merged into a single benefit. The system has, thus, encouraged the proliferation of jobs below 15 hours per week and paid less than 400 Euro, the limit beneath which the State doesn’t require the payment of social security and health insurance contributions. This explains why the system is convenient for employers, as reconstructed from a report of the Comité d’études des relations franco-allemandes released in the spring of 2012.

And this is but a first look at a poorly disclosed reality, regardless of pro-German rhetoric.

Other numbers prove that Germany lacks a fluid social mobility. According to the most recent OECD data, only 20% of young Germans reach a professional level higher than that of their parents, compared to a European average which is almost double the percentage. Amongst the contradictions of the German miraculous employment there is the fact that, despite an unemployment decrease, the number of the chronically unemployed – i.e. those who for more than 24 months do not even work for a week – in recent years has practically remained unchanged: almost three million people on four million of total unemployed.Precariousness rampages: temporary workers have exceeded one million, almost three times the figures of 2007.

The truth is that in Germany the rich increase their private wealth, whilst the poor slip into deeper poverty, aggravated by lack of chances. The German government does not want it known. In September 2012, Business Insider revealed the contents of a document commissioned by the German government, the «Report on Poverty» (Lebenslagen in Deutschland – Armuts- Reichtumsbericht und der Bundesregierung, known – in fact – abbreviated as Armutsbericht), available here. Prepared and published by the Ministry of Labour, led by Ursula von der Leyen (CDU) in collaboration with other departments, it offers the photograph of a rich country, which, at the same time, undergoes social disintegration. In truth, it is a periodical publication by the Ministry: Business Insider’s scoop lays in the fact that it disclosed the original draft, which was afterwards retouched by theMerkel government, prior to its release.

According to the study, the net asset of private households in Germany between 1992 and 2012 has increased from 4,600 to about 10,000 billions of Euro: € 250,000 per family, theoretically. Practically, instead, if in 1998 the poorest 50% of the German population owned 4% of the wealth, ten years later it owned only 1%, whilst the richest 10% increased from 45% to 53%. In the middle is the 40% «middle class» (the definition is faulty, given the varied socio-economic composition, but we prefer to indicate it as such for the sake of mere convenience), which in 2008 owns the remaining 46% of private assets, decreasing compared to the 48% in 2003 and the 52% in 1998. It’s no better on salaries, divided by a steadily increasing income gap: whilst wages have grown higher, the lowest have plummeted. The gap becomes abysmal if we consider only the employee: whilst real wages have slightly increased, corporate profits have grown by 50%.

The alarming increase in inequality shows that the German model is imperfect, althoughstatistics on poverty risk position Germany in a better rank than the European average. The problem of social inequity exists, and that’s why last Autumn the Umfairteilen Alliance (a wordplay between German umverteilen, «redistribute», and the English fair), a group of associations and religious, political , economic and trade unions, launched anappeal demanding the reduction of the growing gap between rich and poor, by the application of an increased taxation on private wealth. The Parliament, according to the Alliance, must end the filibuster against a tax rate increase for the rich – the same occurs in the U.S. Senate, dominated by the Republican majority, close to that «1%» against which the young of Occupy Wall Street protest.

The complaint of Umfairteilen had an impact on the public debate, seeing as the parties warm up their engines for the forthcoming election campaign. And here we go back to the aforementioned Armutsbericht. The final version of the document was the subject of asevere conflict between the Vice-Chancellor Philipp Rösler, libertarian, and Labour Minister, von der Leyen. Rösler and his party – traditionally close to the interests of the high income groups – did not like the passage of the report in which higher taxes on wealth are contemplated. With the pretext that the relationship was not «in agreement with his Ministry» and that «it didn’t represent government’s opinion» the Vice-Chancellor remarked his position by threatening to not approve the draft as initially formulated. When Chancellor Merkel deployed with her vice executive, the Minister von der Leyen saw herself forced to retreat on a milder report.

The outcome of the contrast Rösler–von der Leyen was, as a matter of fact, the publication of a sweetened version of the Armutsbericht, in which some thorny expressions, such associal risks and private wealth distributed unfairly, simply disappeared. Insomuch that, in March, when the report was approved, the very same German press openly accused the government of rigging the data in the final version.

It is quite difficult to express an overall opinion on the reforms initiated by Schröder, in the year that marks the tenth anniversary of 2010 Agenda. The rationalisation of public spending and the gradual decrease in unemployment do not seem to account for the high social cost that the reform has burdened upon the poorer segments. It is true that in Germany the cost of living is lower than in France and Italy (also because of the presence of a market specifically intended for the underemployed). However, the portion of population at risk of poverty increased from 15.2% in 2008 to 15.8% in 2011. And the existence of those «disguised unemployed» who earn less than one euro per hour or swell the queues of the Caritas, cast sinister shadows on the other numbers, the more flattering ones on unemployment at historical lows, which the German government tends to proudly display.

The real question is: what would happen if Germany interrupts its growth cycle, which is mainly based on export (since domestic demand remains traditionally low)? The success of the German model, in fact, depends too much on the health of foreign markets – and in particular to those in Europe. China will never replace the old continent as the top destination of the made ​​in Germany: Beijing absorbs only 15% of the German exportation, whilst the rest of the EU receives more than 40%. Seeing as Europe is struggling with the «austerity» trap, German goods are left – more and more – on the shelves. In the medium term, a possible decline in the trade balance – with the inevitable impact on employment – could bare the contradictions of the much praised German miracle, tearing the veil on a disturbing scenario that government statistics have so far duly concealed.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder; in versione inglese qui.

In Germania la vittoria di Angela Merkel sarà una sconfitta per l’Europa

Salvo eclatanti sorprese, le elezioni federali tedesche in programma per domenica prossima coroneranno nuovamente Angela Merkel alla guida del Paese.
In Baviera i conservatori della CSU – il partito gemello dei cristiano-democratici del cancelliere Merkel - hanno vinto le elezioni con il 47,7% dei voti, aggiudicandosi 101 seggi nel parlamento regionale, quando per avere la maggioranza assoluta ne bastavano 91. Horst Seehofer, si conferma presidente del Land.
Questo trionfo in una delle regioni più vaste, ricche e popolose della Germania,  in aggiunta alle proiezioni fornite dagli ultimi sondaggi, non fa che confermare le ottime chance dell’attuale cancelliere di vedere riconfermato il suo mandato.
Uno scenario che tuttavia trascura alcuni elementi di fondo.

In primo luogo, la CSU guida questo Land cattolico senza discontinuità dal 1956: ne è praticamente un feudo. Al punto che il 43% dei voti ottenuto nelle precedenti consultazioni del 2008 (che aveva costretto il partito ad allearsi con il FDP, i liberali oggi al governo con Merkel) era considerato una sconfitta. Neppure uno scandalo di parentopoli portato alla luce nei mesi scorsi è riuscito a scalfire la fiducia dei bavaresi in questa formazione. Non c’è dunque nulla di strabiliante nella vittoria dei cristiano-sociali nella terra di cui sono storicamente espressione: sarebbe come stupirsi della vittoria dell’Union Valdôtaine in Valle d’Aosta.

In secondo luogo, la vittoria dei conservatori ha significato la sconfitta di tutti gli altri. compresi i liberali, fermi al 3,3% quando per entrare nel parlamento del Land era necessario superare la soglia del 5%, e che i i sondaggi vedono a rischio anche a livello federale.  Secondo la Südeutsche Zeitung “lo scenario di una grande coalizione a Berlino si avvicina sempre più”.
Se i liberali non riuscissero a ottenere alcun seggio in Parlamento, Merkel potrebbe essere costretta ad allearsi con la SPD e costituire nuovamente la famosa Große Koalition che ha governato il paese tra il 2005 e il 2009. Benché secondo alcuni analisti la sconfitta dei liberali in Baviera potrebbe spingere molti elettori della CDU a votare invece il FDP per aiutarlo a superare lo sbarramento, è indubbio che il partito più vicino alla grande industria abbia registrato un’inarrestabile emorragia di consensi. Evidentemente gli elettori non hanno perdonato ai liberali la scarsa attenzione ai temi sociali.
Nei mesi scorsi il vicecancelliere Philipp Rösler, liberale, ha avuto un duro scontro con la ministra del lavoro Ursula von der Leyen (CDU) sull’opportunità di introdurre una maggiore tassazione sulla ricchezza. Contesa che il cancelliere Merkel ha risolto in favore del suo vice, ma che non ha giovato all’immagine della FDP.

In terzo luogo, sono in molti a notare come la transizione alle rinnovabili - voluta proprio da Angela Merkel - stia costando sempre più cara ai cittadini senza produrre i risultati speratiDal 2000 il sostegno dello stato per le fonti di energia rinnovabili è passato da 0,9 a 20 miliardi di euro, di cui quasi un quinto (5,3 cent per chilowattora) viene pagato dal consumatore. I partiti si rinfacciano reciprocamente la responsabilità del fallimento, senza tuttavia riuscire a spiegarne le ragioni. E in campagna elettorale certi aspetti pesano.

La sviolinata che l’Economist ha dedicato alla cancelliera in settimana, definendola come “la persona giusta per guidare il suo paese e di conseguenza l’Europa”, testimonia il favore degli inglesi rispetto ad una conferma della donna forte di Berlino,
Dall’altro lato, invece, la maggioranza della stampa europea si mostra più inquieta. Del resto viene da chiedersi come il Vecchio continente possa essere guidato da una leader sempre più isolazionista e scarsamente interessata alle questioni di politica estera, come abbiamo visto nel recente fallimento tedesco sulla crisi in Siria, argomento che tuttavia non ha scosso più di tanto gli animi degli elettori tedeschi.

Per quanto ci riguarda più da vicino, c’è un aspetto da considerare. In Germania l’accoppiata CDU-CSU (diremmo noi: la grande famiglia democristiana) rappresenta da decenni l’architrave della vita politica nazionale, La CSU è espressione di un Land, la Baviera appunto, ricco e profondamente diffidente verso i presunti “sprechi” del governo centrale, a cui ad esempio non ha mai perdonato gli elevati costi della riunificazione con l’ex DDR (ad oggi un trilione di euro circa) che non sono bastati a riequilibrare il divario economico preesistente tra l’Est e l’Ovest. Tale diffidenza si esprime, tradizionalmente, in un’attenzione ossessiva all’inflazione, come antidoto alle scarse virtù fiscali rimproverate a Berlino. Non sono mancati casi in cui questa dinamica ha generato degli aspri confronti all’interno della politica tedesca, soprattutto nei primi anni Novanta, quando la riunificazione era in pieno svolgimento e l’euro era ancora in fase di gestazione.

La cancelliera Merkel vincerà, non ci sono molti dubbi al riguardo; il punto è come e a quali condizioni. La rinnovata maggioranza in quel di Baviera dei cristiano-sociali, forti della loro fama di inveterati fustigatori dell’indisciplina fiscale e monetaria, rappresenta per noi europei del Sud un pessimo auspicio. La politica di austerity a cui Berlino sottopone l’Europa da anni non potrà che continuare, a dispetto di quanti prefiguravano un allentamento della presa dopo che Angela Merkel si fosse confermata alla guida della Germania.

Cipro, la vittoria di Anastasiades fa contenta Berlino. E anche la mafia russa.

Nicos Anastasiades è il nuovo presidente di Cipro dopo aver vinto il ballottaggio con il 57,48% delle preferenze. Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Stavros Malas, si è fermato al 42,52%.

Eleggendo Anastasiadis i cittadini ciprioti hanno scelto una nuova via. Non poteva essere altrimenti: per la prima volta nella storia recente del Paese, la campagna elettorale non è stata monopolizzata dal problema della divisione dell’isola, ma dal rischio di fallimento. Il salvataggio di questo piccolo Stato europeo non dovrebbe fare notizia, se non fosse per la resistenza opposta dalla Germania e da altri Paesi della zona euro.

L’ultimo meeting dell’Eurogruppo a Bruxelles lunedì 21 gennaio ha rinviato il confronto tra Cipro e la troika è rinviato a metà marzo, ossia a dopo le presidenziali e la formazione di un nuovo governo. L’Osservatorio Balcani e Caucaso offre una lunga e approfondita analisi sul tema, da leggere dall’inizio alla fine. A proposito della riluttanza tedesca, c’è un passaggio che vale la pena sottolineare:

Le critiche e le condizioni poste dalla Germania hanno diffuso a Nicosia l’impressione che il “tesoriere europeo” stia attaccando gratuitamente la Repubblica di Cipro per provocare uno spostamento di capitali stranieri dall’isola verso altre destinazioni, Germania compresa.

Contando che le chiavi del salvataggio sono in mano alla Germania, il voto dei ciprioti – come quello dei loro fratelli greci dello scorso giugno – non poteva non essere esente da pressioni da parte di Berlino.
Secondo Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio:

O fate come diciamo noi o i soldi non arrivano. Che poi tradotto significa: “O eleggete il candidato che ci va bene, oppure le cose si mettono male”. A sette mesi dalle ultime elezioni in Grecia la storia si ripete e la Germania conferma le proprie intenzioni. Questa volta però parliamo di Cipro, del piano di salvataggio che la terzultima economia europea ha chiesto nel giugno scorso e delle elezioni che devono tenersi, il 17 febbraio. Ma lo schema resta lo stesso: prima votate, possibilmente come vogliamo noi, poi per i soldi si vedrà.
A chiarirlo, l’11 gennaio, proprio a Cipro, è stata Angela Merkel, volata nella città di Limassol con lo stato maggiore del Ppe per discutere del budget europeo e tirare la volata al candidato conservatore alle elezioni, Nicos Anastasiades. Una riunione a cui hanno partecipato i leader conservatori di mezza Europa (specie quella del Nord). La Merkel ha spiegato a tutti i delegati che del piano di salvataggio dell’economia cipriota, travolta da una pesante crisi bancaria, non si parlerà prima di marzo. E che Cipro non avrà “un trattamento di favore”.

 Ma oltre alla consueta ortodossia in tema di austerità finanziaria c’è dell’altro:

Riciclaggio e denaro russo, quindi. Non un tema secondario, specie per i tedeschi: secondo dati ottenuti dai servizi segreti di Berlino, e pubblicati dalla stampa tedesca a novembre le banche cipriote avrebbero in pancia qualcosa come 20 miliardi di euro di depositi provenienti da poco chiari investitori russi. Cipro naturalmente nega tutto, ma il dato resta. E d’altra parte basta andare a farsi un giro proprio a Limassol, dove c’è la più grande comunità russa dell’isola, forte di 10mila persone e che può vantare una stazione radio in russo, giornali in russo, scuole russe, cartelli stradali in cirillico, per farsi venire qualche sospetto.
Da qui la contrarietà tedesca ad andare a inettare nel settore bancario soldi che andrebbero a beneficio degli investitori moscoviti.

Non stupisce che, secondo il quotidiano cipriota Politis, la vittoria di Anastasiades sia stata “un sollievo per la maggior parte dei leader UE, compresa Angela Merkel“, che non vedevano di buon occhio le trattative con la Russia per il salvataggio delle banche cipriote condotte dal presidente comunista uscente, Dimitri Christofias. La verità è che i risparmiatori dell’Europa del nord non vogliono che il loro denaro serva a garantire i depositi dei ricchi russi che approfittano dei vantaggi finanziari dell’isola, oltre che del buon clima.

Per i russi, Cipro rappresenta un paradiso – naturale per alcuni, fiscale per altri. E tra questi ultimi vi sono soggetti tutt’altro che raccomandabili. Molti dei quali legati alla criminalità organizzata, ai quali l’Europa, salvando Nicosia, potrebbe involontariamente fare un grosso favore. In novembre scrivevo:

Data la sua posizione geograficaCipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.

Francia e Germania, nozze d’oro per una coppia in crisi

In Europa, forse nessun Paese ha un così alto sentimento della propria storia come la Francia, dove l’espressione “Grandeur” non esprime solo i fasti napoleonici, ma l’idea stessa di una missione universale. Solo un altra nazione ha una concezione di sé altrettanto elevata: la Germania. Da qui l’ossessione di Parigi per la vicina Berlino, che la vittoria nel 1945 ha solo parzialmente sopito.
Pertanto, il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo (firmato il 22 gennaio 1963) rappresenta un’occasione per esaminare non solo l’aria che tira sulle due sponde del Reno, ma anche il ruolo che entrambi rivestono all’interno della UE, e cosa intendono fare insieme per Bruxelles.
Possiamo partire dalla recente intervista dell’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, nella quale si parla di un “necessario riequilibrio nel rapporto tra Francia e Germania“. In che senso il rapporto di oggi si può definire squilibrato? E soprattutto, dietro alla riflessione di Védrine si cela forse il rammarico per i “bei tempi che furono”, ossia quelli della Francia come unica potenza politica in Europa e della Germania soltanto locomotiva economica?

Parigi + Berlino = sempre Europa?

Europa significa, di fatto, Germania più Francia. In Europa, da un lato niente viene deciso senza la Germania; dall’altro la Germania non può comunque decidere da sola. Nell’ultimo mezzo secolo non c’è riforma in campo europeo che non sia stata promossa senza l’imprimatur franco-tedesco. Come scrivevo un anno fa, l‘Europa stessa è una costruzione franco-tedesca.
Dal Trattato dell’Eliseo (1963) fino alla caduta del Muro (1989) la relazione tra Parigi e Berlino ha viaggiato a gonfie vele, benché su un piano asimmetrico. I dissapori, peraltro mai ammessi, sono iniziati dopo. Lo spartiacque è stato il Trattato di Maastricht, estremo tentativo – attraverso la creazione della moneta unica – dei francesi di tenere ancorata a sé una Germania pronta a prendere di nuovo il largo dopo l’unificazione. Da quel curioso testo (dove i principi illuministici, di ispirazione francese, si alternano a parametri di tecnica monetaria, di ispirazione tedesca) i rapporti non sono più tornati quelli di prima. Ed ecco che le parole di Védrine acquistano un senso.

Continua a leggere

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi / 2

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta - la Svizzera non è più una meta così gettonata - ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Anche in Francia i ristoranti non sono più così pieni

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti - anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

Tra il martello e l’incudine: la Grecia tra rigore e speculazione

Nella tarda mattinata del 24 ottobre il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras annuncia l’accordo raggiunto con la Trojka sulle nuove misure di austerity indispensabili per ottenere, da un lato, un’ulteriore tranche di aiuti da 31,5 miliardi e, dall’altro, una proroga di due anni - dal 2014 al 2016 – per ripianare il proprio deficit di bilancio. Notizia smentita poco più tardi dai diretti interessati. Basta questo per avere un’idea della confusione che regna quando si parla della crisi greca.

Nel frattempo, la Germania avrebbe messo a punto un piano per il salvataggio della Grecia che prevede l’impiego di una task-force internazionale di esperti da affiancare al governo greco e un conto vincolato per il versamento degli aiuti al Paese. Tutto ciò non avrebbe nulla a che vedere con gli aiuti finanziari, e in alcun modo la presenza degli esperti internazionali sarebbe una contropartita in cambio di risorse. Secondo il Financial Times (accessibile solo su abbonamento, ma da qui qualcosa si riesce pure a leggere), che cita il documento tedesco Enhanced governance and control mechanism (si veda qui), di fatto Berlino punta a rendere più stringente il controllo su Atene. Come se due anni di effetto garrota – con il lento strangolamento dell’economia greca in ragione delle pretese tedesche – non avessero martoriato l’infelice Grecia già a sufficienza.

Ma quando si parla di Grecia, si parla non solo di rigore, ma altresì di speculazione. Il Wall Street Journal racconta che da quando è stata completata la ristrutturazione del debito in marzo, che ha trasformato 200 miliardi di euro di bond greci in 60 miliardi di euro, gli hedge funds (i fondi altamente speculativi) stanno comprando la Grecia praticamente a prezzi di saldo. Perché? I titoli greci sono rischiosi e il mercato in cui agire è limitato, posto che solo il 20% dei 300 miliardi di euro di debito greco è in mano a investitori privati – tutto il resto è della Trojka. Spiega l’IBTimes:

Partiamo da un semplice dato: l’obbligazione con scadenza nel 2023 ha registrato un tasso del 16.53%, circa tre punti percentuali in meno rispetto ai dati di inizio Ottobre. Questo semplice dato è alla base della mossa speculativa degli hedge fund: tassi di interesse in netto calo significano, di fatto, prezzi delle obbligazioni in aumento.
Prendiamo un’obbligazione greca con scadenza nel 2042: il prezzo di vendita, prima delle elezioni dello scorso Giugno, era di 12 centesimi di euro. Ad oggi, passati pochi mesi, con una situazione dal futuro leggermente meno incerto, i rendimenti sono crollati ed il prezzo è salito a quasi 24 centesimi per ogni bond.
L’estrema economicità dei bond greci è, al tempo stesso, l’elemento principe del loro valore. La congiuntura europea rende l’obbligazione greca una vera “merce rara” nell’ottica della gestione e dell’approccio puramente speculativo degli hedge fund. Il portafoglio del fondo Greylock è composto, al 20%, da titoli di Stato greci. “Non ci sono molte occasioni come questa” ha dichiarato Hans Humes di Greylock. La stessa Third Point ha realizzato una piccola fortuna comprando tali bond in Luglio ed Agosto.
I rischi, ovviamente, sono sempre dietro l’angolo. Se una previsione forse troppo rosea dei fondi afferma che anche l’eventuale uscita dall’euro porterebbe benefici sul prezzo delle obbligazioni, il rischio di default ne farebbe crollare il prezzo. Ma anche qui i fondi si sentono padroni della situazione affermando che, anche in tal caso, sarebbe difficilmente ipotizzabile un prezzo troppo inferiore i 10 centesimi (e quindi poco inferiore al prezzo d’acquisto a 12 centesimi di euro).

Morale della favola: il banco vince sempre. E mentre a Bruxelles discutono, Atene continua ad affondare.

Senza una visione politica l’Europa non avrà futuro

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio - qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi - i primi a fuggire - sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.