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Nicos Anastasiades è il nuovo presidente di Cipro dopo aver vinto il ballottaggio con il 57,48% delle preferenze. Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Stavros Malas, si è fermato al 42,52%.

Eleggendo Anastasiadis i cittadini ciprioti hanno scelto una nuova via. Non poteva essere altrimenti: per la prima volta nella storia recente del Paese, la campagna elettorale non è stata monopolizzata dal problema della divisione dell’isola, ma dal rischio di fallimento. Il salvataggio di questo piccolo Stato europeo non dovrebbe fare notizia, se non fosse per la resistenza opposta dalla Germania e da altri Paesi della zona euro.

L’ultimo meeting dell’Eurogruppo a Bruxelles lunedì 21 gennaio ha rinviato il confronto tra Cipro e la troika è rinviato a metà marzo, ossia a dopo le presidenziali e la formazione di un nuovo governo. L’Osservatorio Balcani e Caucaso offre una lunga e approfondita analisi sul tema, da leggere dall’inizio alla fine. A proposito della riluttanza tedesca, c’è un passaggio che vale la pena sottolineare:

Le critiche e le condizioni poste dalla Germania hanno diffuso a Nicosia l’impressione che il “tesoriere europeo” stia attaccando gratuitamente la Repubblica di Cipro per provocare uno spostamento di capitali stranieri dall’isola verso altre destinazioni, Germania compresa.

Contando che le chiavi del salvataggio sono in mano alla Germania, il voto dei ciprioti – come quello dei loro fratelli greci dello scorso giugno – non poteva non essere esente da pressioni da parte di Berlino.
Secondo Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio:

O fate come diciamo noi o i soldi non arrivano. Che poi tradotto significa: “O eleggete il candidato che ci va bene, oppure le cose si mettono male”. A sette mesi dalle ultime elezioni in Grecia la storia si ripete e la Germania conferma le proprie intenzioni. Questa volta però parliamo di Cipro, del piano di salvataggio che la terzultima economia europea ha chiesto nel giugno scorso e delle elezioni che devono tenersi, il 17 febbraio. Ma lo schema resta lo stesso: prima votate, possibilmente come vogliamo noi, poi per i soldi si vedrà.
A chiarirlo, l’11 gennaio, proprio a Cipro, è stata Angela Merkel, volata nella città di Limassol con lo stato maggiore del Ppe per discutere del budget europeo e tirare la volata al candidato conservatore alle elezioni, Nicos Anastasiades. Una riunione a cui hanno partecipato i leader conservatori di mezza Europa (specie quella del Nord). La Merkel ha spiegato a tutti i delegati che del piano di salvataggio dell’economia cipriota, travolta da una pesante crisi bancaria, non si parlerà prima di marzo. E che Cipro non avrà “un trattamento di favore”.

 Ma oltre alla consueta ortodossia in tema di austerità finanziaria c’è dell’altro:

Riciclaggio e denaro russo, quindi. Non un tema secondario, specie per i tedeschi: secondo dati ottenuti dai servizi segreti di Berlino, e pubblicati dalla stampa tedesca a novembre le banche cipriote avrebbero in pancia qualcosa come 20 miliardi di euro di depositi provenienti da poco chiari investitori russi. Cipro naturalmente nega tutto, ma il dato resta. E d’altra parte basta andare a farsi un giro proprio a Limassol, dove c’è la più grande comunità russa dell’isola, forte di 10mila persone e che può vantare una stazione radio in russo, giornali in russo, scuole russe, cartelli stradali in cirillico, per farsi venire qualche sospetto.
Da qui la contrarietà tedesca ad andare a inettare nel settore bancario soldi che andrebbero a beneficio degli investitori moscoviti.

Non stupisce che, secondo il quotidiano cipriota Politis, la vittoria di Anastasiades sia stata “un sollievo per la maggior parte dei leader UE, compresa Angela Merkel“, che non vedevano di buon occhio le trattative con la Russia per il salvataggio delle banche cipriote condotte dal presidente comunista uscente, Dimitri Christofias. La verità è che i risparmiatori dell’Europa del nord non vogliono che il loro denaro serva a garantire i depositi dei ricchi russi che approfittano dei vantaggi finanziari dell’isola, oltre che del buon clima.

Per i russi, Cipro rappresenta un paradiso – naturale per alcuni, fiscale per altri. E tra questi ultimi vi sono soggetti tutt’altro che raccomandabili. Molti dei quali legati alla criminalità organizzata, ai quali l’Europa, salvando Nicosia, potrebbe involontariamente fare un grosso favore. In novembre scrivevo:

Data la sua posizione geograficaCipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.

In Europa, forse nessun Paese ha un così alto sentimento della propria storia come la Francia, dove l’espressione “Grandeur” non esprime solo i fasti napoleonici, ma l’idea stessa di una missione universale. Solo un altra nazione ha una concezione di sé altrettanto elevata: la Germania. Da qui l’ossessione di Parigi per la vicina Berlino, che la vittoria nel 1945 ha solo parzialmente sopito.
Pertanto, il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo (firmato il 22 gennaio 1963) rappresenta un’occasione per esaminare non solo l’aria che tira sulle due sponde del Reno, ma anche il ruolo che entrambi rivestono all’interno della UE, e cosa intendono fare insieme per Bruxelles.
Possiamo partire dalla recente intervista dell’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, nella quale si parla di un “necessario riequilibrio nel rapporto tra Francia e Germania“. In che senso il rapporto di oggi si può definire squilibrato? E soprattutto, dietro alla riflessione di Védrine si cela forse il rammarico per i “bei tempi che furono”, ossia quelli della Francia come unica potenza politica in Europa e della Germania soltanto locomotiva economica?

Parigi + Berlino = sempre Europa?

Europa significa, di fatto, Germania più Francia. In Europa, da un lato niente viene deciso senza la Germania; dall’altro la Germania non può comunque decidere da sola. Nell’ultimo mezzo secolo non c’è riforma in campo europeo che non sia stata promossa senza l’imprimatur franco-tedesco. Come scrivevo un anno fa, l‘Europa stessa è una costruzione franco-tedesca.
Dal Trattato dell’Eliseo (1963) fino alla caduta del Muro (1989) la relazione tra Parigi e Berlino ha viaggiato a gonfie vele, benché su un piano asimmetrico. I dissapori, peraltro mai ammessi, sono iniziati dopo. Lo spartiacque è stato il Trattato di Maastricht, estremo tentativo – attraverso la creazione della moneta unica – dei francesi di tenere ancorata a sé una Germania pronta a prendere di nuovo il largo dopo l’unificazione. Da quel curioso testo (dove i principi illuministici, di ispirazione francese, si alternano a parametri di tecnica monetaria, di ispirazione tedesca) i rapporti non sono più tornati quelli di prima. Ed ecco che le parole di Védrine acquistano un senso.

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La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta - la Svizzera non è più una meta così gettonata - ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti - anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

Nella tarda mattinata del 24 ottobre il ministro delle Finanze greco Yannis Stournaras annuncia l’accordo raggiunto con la Trojka sulle nuove misure di austerity indispensabili per ottenere, da un lato, un’ulteriore tranche di aiuti da 31,5 miliardi e, dall’altro, una proroga di due anni - dal 2014 al 2016 – per ripianare il proprio deficit di bilancio. Notizia smentita poco più tardi dai diretti interessati. Basta questo per avere un’idea della confusione che regna quando si parla della crisi greca.

Nel frattempo, la Germania avrebbe messo a punto un piano per il salvataggio della Grecia che prevede l’impiego di una task-force internazionale di esperti da affiancare al governo greco e un conto vincolato per il versamento degli aiuti al Paese. Tutto ciò non avrebbe nulla a che vedere con gli aiuti finanziari, e in alcun modo la presenza degli esperti internazionali sarebbe una contropartita in cambio di risorse. Secondo il Financial Times (accessibile solo su abbonamento, ma da qui qualcosa si riesce pure a leggere), che cita il documento tedesco Enhanced governance and control mechanism (si veda qui), di fatto Berlino punta a rendere più stringente il controllo su Atene. Come se due anni di effetto garrota – con il lento strangolamento dell’economia greca in ragione delle pretese tedesche – non avessero martoriato l’infelice Grecia già a sufficienza.

Ma quando si parla di Grecia, si parla non solo di rigore, ma altresì di speculazione. Il Wall Street Journal racconta che da quando è stata completata la ristrutturazione del debito in marzo, che ha trasformato 200 miliardi di euro di bond greci in 60 miliardi di euro, gli hedge funds (i fondi altamente speculativi) stanno comprando la Grecia praticamente a prezzi di saldo. Perché? I titoli greci sono rischiosi e il mercato in cui agire è limitato, posto che solo il 20% dei 300 miliardi di euro di debito greco è in mano a investitori privati – tutto il resto è della Trojka. Spiega l’IBTimes:

Partiamo da un semplice dato: l’obbligazione con scadenza nel 2023 ha registrato un tasso del 16.53%, circa tre punti percentuali in meno rispetto ai dati di inizio Ottobre. Questo semplice dato è alla base della mossa speculativa degli hedge fund: tassi di interesse in netto calo significano, di fatto, prezzi delle obbligazioni in aumento.
Prendiamo un’obbligazione greca con scadenza nel 2042: il prezzo di vendita, prima delle elezioni dello scorso Giugno, era di 12 centesimi di euro. Ad oggi, passati pochi mesi, con una situazione dal futuro leggermente meno incerto, i rendimenti sono crollati ed il prezzo è salito a quasi 24 centesimi per ogni bond.
L’estrema economicità dei bond greci è, al tempo stesso, l’elemento principe del loro valore. La congiuntura europea rende l’obbligazione greca una vera “merce rara” nell’ottica della gestione e dell’approccio puramente speculativo degli hedge fund. Il portafoglio del fondo Greylock è composto, al 20%, da titoli di Stato greci. ”Non ci sono molte occasioni come questa” ha dichiarato Hans Humes di Greylock. La stessa Third Point ha realizzato una piccola fortuna comprando tali bond in Luglio ed Agosto.
I rischi, ovviamente, sono sempre dietro l’angolo. Se una previsione forse troppo rosea dei fondi afferma che anche l’eventuale uscita dall’euro porterebbe benefici sul prezzo delle obbligazioni, il rischio di default ne farebbe crollare il prezzo. Ma anche qui i fondi si sentono padroni della situazione affermando che, anche in tal caso, sarebbe difficilmente ipotizzabile un prezzo troppo inferiore i 10 centesimi (e quindi poco inferiore al prezzo d’acquisto a 12 centesimi di euro).

Morale della favola: il banco vince sempre. E mentre a Bruxelles discutono, Atene continua ad affondare.

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio - qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi - i primi a fuggire - sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.

Draghi ha fatto la sua parte: aveva promesso che la BCE avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro ed è stato di parola. Ne è scaturito l’Outright Monetary Transactions (OMT), in pratica il vecchio Securities Markets Programme (SMP) sotto una rinnovata veste, grazie al quale l’istituto di Francoforte potrà comprare - senza limitititoli di Stato fino a 3 anni dei Paesi che ne facciano richiesta, a patto che rispettino determinate condizioni necessarie per accedere all’aiuto (cd. “condizionalità“). In sostanza, quest’ultimo sarà concesso dietro cessione di sovranità – per essere più chiari, significa più tasse e più austerity.
Dietro la proverbiale apparenta pacatezza, Draghi è un uomo tenace. Un osso duro. Ha proposto la sua idea e ne ha ottenuto la generale approvazione, nonostante la Bundesbank si fossa messa di traverso. Ora la BCE potrà dispiegare la sua potenza di fuoco per abbattere i tassi di interesse sulle emissioni di debito degli Stati in difficoltà, ma solo dopo che i governi richiedenti avranno paesi hanno sottoscritto i loro programmi di riaggiustamento strutturale. Inoltre, sul piano operativo Francoforte acquisterà i titoli attraverso risorse ritirate da altre parti  del sistema per assicurarsi che non ci sia alcun aumento dell’offerta di moneta. Chiamasi sterilizzazione, ed è una piccola vittoria per la Bundesbank.
La ragione per cui il piano Draghi sembra andar bene a tutti è spiegata dall’economista Giorgio Arfaras su Limesonline:


L’uscita della Grecia dall’euro area costerebbe 323 miliardi di euro,
 di cui 118 per la Germania. Col rischio di un allargamento della crisi alla Spagna, all’Irlanda, al Portogallo, e a Cipro. In questo caso il costo sarebbe di 1.155 miliardi di euro, di cui 496 a carico della Germania.

Non aver fatto tutto il possibile per evitare una crisi di questa entità (la perdita sarebbe pari a quasi il 10% del pil europeo) potrebbe essere un costo politico molto alto da giustificare agli occhi degli elettorati europei.
Ecco il bivio. Se non si aiutano i paesi “mal messi”, si ha una perdita secca subito e non si hanno oneri futuri nei loro confronti.
Se li si aiuta, non si ha una perdita secca subito, ma si avranno dei trasferimenti permanenti verso questi paesi che potrebbero non decollare mai.
La scelta perciò è fra i trasferimenti permanenti spalmati nel futuro (e quindi poco visibili) e una crisi violenta (e magari incontrollabile) nell’immediato. Il maggior rischio è che la crisi si trasferisca prima all’Italia e poi alla Francia. Una decisione “avversa al rischio” sceglierà la prima strada.
All’origine della catena d’intervento fondi “salva Stati” –> “Banca centrale” che Draghi – e non solo – vuole approntare si ha quindi la scelta di spalmare nel futuro gli eventuali oneri dei trasferimenti per evitare una crisi maggiore.

La domanda è: basterà l’OMT a salvare la moneta unica? In tanti sono convinti di no.

Secondo il Guardian l’ostacolo maggiore alla riuscita del piano è proprio il suo presupposto: la condizionalità. Se la Grecia è in depressione, Spagna quasi e l’Italia sembra avviarsi in quella direzione, una nuova andata di austerity darebbe loro il colpo di grazia. La BCE sembra credere che la ragione per cui gli investitori non si fidano delle tre economie mediterranee è che i rispettivi governi (due dei quali non eletti) non stiano tagliando abbastanza duro e abbastanza in fretta. In realtà, i mercati richiedono tassi di interesse alti perché preoccupati per l’impatto della recessione permanente sulle finanze pubbliche di Atene, Madrid e Roma e sui loro sistemi bancari.

Business Week elenca 4 ragioni:

  • Miopia: l’acquisto di titoli a breve scadenza manterrà bassi i tassi di interesse sul breve periodo, ma il nocciolo della questione sono i tassi sui prestiti a lungo termine, collegati ai costi dei mutui ipotecari, che invece non rientrano nell’OMT;
  • Spirale recessiva: come già sostenuto dal Guardian;
  • Speculazione: benché l’obiettivo del piano Draghi sia quello di ridurre la pericolosa interdipendenza tra banche e governi, in concreto l’azione della BCE potrebbe avere l’effetto contrario, poiché le banche potrebbero essere incoraggiate a caricare il debito dei paesi in cui sono stanziate.
  • Disarmonia fiscale: il problema fondamentale dell’Eurozona è che ad una moneta unica corrispondono 17 diversi sistemi fiscali.

The Week, pur ammirando il coraggio di Draghi, ne aggiunge altre due:

  • per quanto la Germania, come gli altri Paesi, abbia un solo voto nel board della BCE, si tratta comunque di un primus inter pares e l’ostilità di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, avrà il suo peso;
  • C’è sempre la possibilità di un moral hazard da parte dei governi richiedenti, ossia il rifiuto di avvire le riforme statuite nei patti di riaggiustamento una volta che gli aiuti saranno stati erogati.

A proposito di Germania, ci sono tre cose da dire.
La prima. :on dobbiamo dimenticare che il responso della corte di Karlsrhuer sulla compatibilità del Fiscal compact con la costituzione tedesca, previsto per il 12 settembre, pende sul destino della politica europea come una spada di Damocle.
La seconda. Nonostante l’asta dei titoli decennali tedeschi di ieri sia andata tecnicamente fallita, il rendimento dei Bund non è salito. Questo perché i titoli inoptati sono stati sottoscritti dalla Bundesbnak, che provvederà poi a collocarli a scaglioni sul mercato secondario. In tal modo il rendimento è rimasto sotto l’1,50%, come i banchieri tedeschi volevano ad ogni costo. Ma la misura ha avuto effetti benefici anche per noi italiani, in quanto ha contribuito alla discesa del nostro spread. E tutto ciò ben prima che la conferenza stampa di Draghi iniziasse.
La terza. La ragione per cui Berlino non ha fatto le barricate al piano Draghi potrebbe essere meno rassicurante di quanto crediamo. Secondo il blog Idea Trading:

Considerando che, come da dati Reuters al 31 marzo 2012 l’esposizione della Germania ai titoli di stato spagnoli e italiani ammontava a 273,4 mld ( 133,5 mld vs l’Italia e 139,9 vs la Spagna) una stima ragionevole, considerando che dal marzo 2011 a marzo 2012 ne hanno venduti per 69,4 mld e ipotizzando un accelerazione nella vendita degli stessi negli ultimi mesi, porta alla conclusione che oggi potrebbero avere in portafoglio ancora circa 200/230 mld di Bonos e BTP.

Sostanzialmente quindi la Germania si sta muovendo su 2 direttive.
La prima che vede una progressiva riduzione del rischio Italia e Spagna dal portafoglio fino a sterilizzarne gli effetti di una ristrutturazione. (e per questo come dicevo prima al momento non può alzare la voce contro Draghi e il uso piano di acquisto)
La seconda che la vede impegnata a sostituire i mercati ormai asfittici del sud Europa con i mercati dei paesi emergenti Sud Est Asiatico con Cina in testa. La visita della Merkel in Cina di pochi giorni fa lo confermerebbe.
Oggi Draghi ci racconta che l’acquisto di Bonos e BTP sarà illimitato, ma sarà davvero illimitato anche quando la Germania si sarà liberata del suo fardello? Ho i miei dubbi.
E una Germania isolata e senza più legami di debito nè di mercato col resto d’Europa, potrebbe salutare tutti e tornarsene al marco? Probabile.

Non dobbiamo sopravvalutare il peso della Cina. L’Europa pesa ancora troppo, e Pechino ancora troppo poco, nelle strategie commerciali di Berlino perché essa decida di sostituire quella con questa così a cuor leggero. Tuttavia, come ho già spiegato, essendo l’euro una creatura tedesca, durerà fino a quando vorrà la Germania. Allora ho aggiunto salvare le proprie banche in caso di default dell’euro sarebbe costato molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS. Oggi, invece, Berlino presta il proprio assenso agli acquisti illimitati di titoli delle periferie da parte della BCE in attesa di alienare quelli che ha in portafoglio. Nell’uno e nell’altro caso, le scelte tedesche sono mosse da un calcolo razionale.
Pertanto, è meglio ricordare che, per quanto le decisioni della Germania possano avere delle apparenti ricadute positive anche per noialtri, in realtà sono sempre e comunque nel proprio esclusivo interesse.

Con gli accordi di Bruxelles, per la prima volta i leader europei hanno si sono trovati d’accordo intorno a misure concrete e significative volti a porre fine alla crisi del debito della zona euro, rispetto ai vaghi progetti a cui eravamo abituati. Si tratta di un passo importante, ma i timori per il futuro permangono.
Se per un attimo mettiamo da parte le questioni prettamente economiche per addentrarci in una riflessione meno convenzionale, ci farebbe comprendere il legame diretto tra le vicissitudini della moneta unica, all’apparenza materia di esclusivo dominio degli economisti, e i nuovi equilibri geopolitici sorti dopo il 1989.


Perché nacque l’euro

Oggi a dire che “L’euro non dovrebbe esistere” è la prima, lapidaria riga del rapporto “Fine dell’euro”, a firma del servizio studi di UBS. L’idea di fondo è che lo spazio di circolazione della moneta unica disegna un’area meno che omogenea per cultura e tradizione fiscale, struttura economica, vocazioni e dinamiche sociali – es., cosa hanno da spartire i ciprioti con gli olandesi?
Fino allo scoppio della crisi greca, i cittadini dei diciassette Paesi aderenti all’euro, come pure buona parte degli ambienti economici, non hanno mai riflettuto a fondo su cosa significhi spendere una moneta – caso unico al mondo – priva di uno Stato sovrano. Peggio ancora, che ha diciassette pseudosovrani. Ma il destino dell’euro come divisa senza un governo è scritto nel suo dna.
Come altre unioni monetare succedutesi nella storia, quella europea non è stata dettata da una necessità tecnica, bensì da logiche esclusivamente (geo)politiche. Essa è frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare alla Francia – e, di riflesso, all’Europa – una Germania che, dopo la riunificazione e complice la fine della cortina di ferro, pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente, in virtù di un indiscutibile primato economico espresso dalla supremazia del marco. Da qui l’idea, messa in piedi in fretta e furia, di una moneta unica a parole volta ad assicurare una maggiore integrazione all’interno del mercato unico, in realtà tesa ad imbrigliare la locomotiva tedesca, rendendola inoffensiva.

Prova della genesi franco-teutonica del progetto monetario europeo è la carta su cui esso fu scritto: il Trattato di Maastricht, nelle cui pagine notiamo come accanto ai principi illumistici si alternino passaggi di politica economica, direttamente mutuati dalla dalle teorie di Milton Friedman e dalla scuola monetarista di Chicago. Il cui fine ultimo è il controllo della stabilità dei prezzi attraverso l’azione della Banca Centrale, elevata a cane da guardia dell’inflazione. Idee che trovarono terreno fertile negli ambienti economici e finanziari tedeschi, ancora scottati della disastrosa esperienza di Weimar in cui l’inflazione arrivò a toccare livelli a sei cifre.
Oltre alla memoria storica, l’ossessione di Berlino per l’inflazione era dovuta alle pretese di rivalsa di una Bundesbank che un riforma monetaria l’aveva già conosciuta e accettata a denti stretti due anni prima di Maastricht. Quella che aveva portato alla blasfema parità tra il marco orientale e la Deutsche Mark dell’Ovest, attraverso cui la riunificazione monetaria anticipò di qualche mese quella politica. Anche in quel caso, l’unione monetaria fu il frutto di una convenienza politica a dispetto delle necessità tecniche. Mal digerito l’episodio, nella concezione di Maastricht la Banca Centrale tedesca si dimostrò più che mai decisa ad imporre alla nuova BCE la propria ferrea ortodossia monetaria.
L’euro fu dunque il frutto di un reticolo di compromessi, un progetto politico in veste monetaria. La cui fine o salvezza saranno la fine o salvezza di un’ambizione politica. Perché se l’euro fu, in un certo senso, creato contro la Germania, è anche vero che la sua nascita richiedeva il necessario benestare di questa. D’altra parte, ho già spiegato come tutta la costruzione europea, dalla Dichiarazione Schuman in poi, è frutto del desiderio di Parigi di ancorare a sé Berlino. Processo di cui la moneta unica rappresenta solo l’ultima stadio.
A Maastricht Berlino sacrificò sull’altare europeo i suoi gioielli più preziosi: il marco e la Bundesbank, simboli del suo riscatto morale, prima ancora che di una rinnovata primazia economica. In cambio strappò alla Francia l’adozione dei famigerati parametri tecnici, criteri che i vari Stati – compresi i meno virtuosi partner mediterranei – sono tenuti a rispettare per poter aspirare ad un posto nell’euroclub. In altre parole, l’integrazione europea sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania.


…E perché non ha funzionato

Che la politica deflazionistica sostenuta da Berlino sia del tutto incompatibile con le economie dell’Europa meridionale, meno efficienti sul piano fiscale e storicamente avvezze alle svalutazioni competitive, non è mai stato un mistero. I tedeschi questo punto lo avevano ben chiaro – da qui le loro resistenze all’ingresso dei loro cugini mediterranei -, ma come detto all’inizio, l’euro è stato un progetto politico, non economico, e non c’è da stupirsi che nella scelta dei Paesi da includere nell’area valutaria il rigore teutonico abbia dovuto cedere il passo alle logiche di opportunità e convenienza. In base alle quali era impossibile escludere l’Italia, in quanto membro fondatore della CEE, così come pure la Grecia, il cui ingresso nella moneta unica era stato sostenuto dagli Stati Uniti – e, di conseguenza, dal Regno Unito – in quanto sede di importanti basi militari USA, indispensabili in un momento di rinnovato interesse americano per il quadrante mediorientale.
La successiva partecipazione all’esperimento delle economie dell’Est fu anch’essa il frutto di un calcolo politico formulato al di là dell’Atlantico, stavolta in funzione anti-Mosca. Qui l’euro è stato – e tuttora è – lo strumento strategico per tenere i russi alla larga dall’ex giardino di casa.


Perché l’Eurozona è in crisi

La crisi greca ha dimostrato quanto un’area valutaria così improvvisata fosse velleitaria. Perché se la bancarotta di fatto di Atene è innanzitutto il risultato di come i greci (non) gestiscono le proprie finanze, essa è il risultato degli effetti distorsivi indotti da un’unione monetaria caratterizzata da forti squilibri sul piano della competitività.
Il regime di crescita della Germania ruota intorno alle esportazioni di propri prodotti dalla qualità riconosciuta e dai costi unitari imbattibili, favorite anche – e questo è il punto nodale – dalla debole concorrenza all’interno del mercato unico. Se il mercato comune consentiva alle merci tedesche di avere uno sbocco assicurato sugli scaffali del Vecchio continente (i dazi doganali per scoraggiarne l’acquisto non sono consentiti), l’euro e l’allargamento ad Est hanno assicurato a Berlino l’ulteriore vantaggio di appaltare alcuni fasi produttive nei Paesi della Mitteleuropa per poi reimportare a basso costo le componenti ivi prodotte. In queste condizioni, le esportazioni tedesche hanno messo le ali.
In Grecia, invece, a livelli salariali relativamente contenuti non corrisponde una qualità delle merci tale da poter competere con il superiore livello qualitativo del made in GermanyL’assenza di competitività dei prodotti greci sul mercato europeo ha indotto i governi succedutisi all’ombra dell’Acropoli ad impiegare le finanze pubbliche per sostenere la domanda di prodotti nazionali, che altrimenti non sarebbe stata sufficiente a mantenere in piedi l’industria ellenica – e dunque, l’occupazione, con risvolti sociali e politici facili da immaginare. Ecco perché la Grecia si è indebitata.
Ancora. Data la stretta relazione che esiste tra il saldo della bilancia delle partite correnti (ossia il controvalore degli scambi commerciali da e verso un Paese) e il saldo della bilancia dei movimenti di capitale, l’avanzo commerciale di Berlino è cresciuto di pari passo con gli investimenti finanziari tedeschi verso la periferia dell’Eurozona. D’altra parte, la caduta dei tassi d’interesse in Grecia, Spagna, Portogallo – e Italia -, artificiosamente allineati a quelli della più virtuosa Germania in virtù dell’unione monetaria, hanno indotto i residenti ad espandere il volume dei crediti bancari con cui finanziare sia le spese correnti (come in Grecia) che gli investimenti immobiliari (come in Spagna).
Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni questi ultimi hanno approfittato delle opportunità che offerte dai titoli ellenici. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).


…E perché è in crisi secondo Berlino

Riporto quanto ho scritto due settimane fa:

La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.
In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.

Ecco spiegata la nuova equazione di potere all’interno dell’Europa. Più la Germania esporta, più i Paesi periferici si indebitano. Più la Germania investe all’estero, più il debito cresce. E una volta che il debito diventa insostenibile, Berlino offre il suo aiuto in cambio di precise garanzie – eterodizione dei conti pubblici e cessione degli asset strategici.  Se l’euro era nato per ancorare la Germania all’Europa, l’effetto concreto è stato quello di ancorare l’Europa alla Germania. Se questa ricostruzione è esatta, l’Eurozona ha tutta l’aria di un circolo vizioso.


L’incerto destino della moneta unica

Se la crisi dell’uro ha messo a nudo tutte le contraddizioni di un progetto perseguito per ragioni politiche a scapito delle variabili economiche, non si può dire che la reazione dei leader europei sia stata meno confusionaria.
Sulla deludente capacità di governance delle nostre leadership pesano fattori contingenti. In ogni Paese democratico che si rispetti, ad ogni classe dirigente corrisponde un’opinione pubblica a cui rendere conto, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E in un’Europa a 27 le elezioni sono un fatto tutt’altro che raro, pur limitandoci a considerare i Paesi maggiorenti. La Germania ha dovuto affrontare l’emergenza greca a poche settimane dalle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia, il Land più popoloso del Paese, in cui le elezioni regionali equivalgono ad un’anticamera di quelle politiche. Da qui le esitazioni di Angela Merkel davanti ai problemi finanziari di Atene.
Il problema è che l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, deve esserci qualcun’altro che perde. Se la matematica non è un’opinione, nel quadro europeo ciò significa che ad una Germania virtuosa e competitiva devono corrispondere una periferia (Grecia, Spagna, Portogallo) pronta ad importare – e indebitarsi - con eccessiva disinvoltura. In mancanza di meccanismi perequativi che compensino tale squilibrio, il disastro è assicurato.
Certo, i tedeschi obiettano che la Germania potrebbe mantenere un sostanzioso attivo commerciale grazie alle esportazioni nei mercati emergenti: innanzitutto la Cina, di cui Berlino è sempre più partner privilegiato. Ma al momento Pechino è meta solo del 6% dell’export tedesco. Se poi aggiungiamo che gli altri Paesi BRICS hanno capacità d’importazione ancora limitate e che l’America importa soprattutto dalla Cina (in quanto principale creditore di Washington), non c’è da stupirsi come mai il 90% dell’interscambio tedesco avvenga con il resto d’Europa.
In queste condizioni, quanto può durare l’euro? Essendo nato (anche) per volontà di Berlino, la moneta unica esisterà fin quanto Berlino vorrà. Se nelle prime battute la Germania (cioè Angela Merkel) si è mostrata molto indecisa – e per questo gli speculatori non la ringrazieranno mai abbastanza -, almeno fino all’ultimo vertice di Bruxelles è sembrata agire in base ad un attento calcolo razionale. Quello di proseguire sulla strada del rigore come chiave per la concessione di aiuti, forte del fatto che, senza l’elemosina di Berlino, Atene e compagnia sarebbero già fallite da un pezzo. D’altra parte, Merkel sembra aver capito che salvare le banche tedesche in caso di default dell’euro costerebbe molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS - dunque, Italia compresa. Più che un calcolo, è un azzardo, perché non tiene conto delle dolorosissime conseguenze sul piano sociale che l’Eurozona si troverebbe ad affrontare; senza contare che, in un’Europa di poveri e disoccupati, chi avrebbe più i soldi per comprare i prodotti tedeschi?
L’Europa ha bisogno di una Germania consapevole delle proprie responsabilità. Se il rigore non funziona, bisogna cercare un modello alternativo. In altre parole, mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i difetti congeniti del Trattato di Maastricht. Churchill una volta osservò che gli Stati Uniti avrebbero fatto certamente la cosa giusta, dopo aver tentato tutto il resto. Se vivesse oggi, direbbe lo stesso dei tedeschi.

Battere la Germania era francamente un’utopia, e in ogni caso una simbolica vittoria contro la nazionale di Angela Merkel – presente in tribuna – non avrebbe in alcun modo alleviato le sofferenze di Atene. Ciononostante, un successo avrebbe dato ai greci un’occasione di scendere in piazza per un motivo diverso da quello consueto, ossia protestare contro le misure draconiane imposte loro dall’alto.
Ma la sfida non è ancora finita.Fuori da Euro 2012, la Grecia gioca adesso un’altra partita – e questa sì, spera di vincerla.
Secondo IlSole24ore (grassetti miei):

Rigore, predica la Germania. Rigore, ritorcono i greci, il cui secondo gol, appunto, su rigore, sottolinea che c’è un “fallo” nei ragionamenti tedeschi.
La Grecia – l’economia e la società – merita qualche sollievo nella camicia di forza in cui è stata costretta da una governance europea capitanata dalla Germania? Certamente, la Grecia ha fatto molto. Dal 2009 al 2012 il suo deficit pubblico si è ridotto di 8,3 punti di Pil, la più grossa restrizione di bilancio nella storia dell’eurozona. Il disavanzo primario (esclusi gli interessi) si è ridotto in misura ancora maggiore (dal 10,4% del Pil all’1%) e si avvia oggi a essere più basso di quello di molti Paesi dell’eurozona, come Francia, Spagna e Olanda (sia detto per inciso, il primato appartiene all’Italia, cui le stime della Ue assegnano per quest’anno un avanzo primario del 3,4%, superiore a quello tedesco dell’1,7%).
Per un’altra grandezza chiave – il saldo con l’estero – la Grecia nel 2011 ha registrato per la prima volta da quando è entrata nell’euro, un surplus commerciale di beni e servizi (esclusi energia e noli).
Il settore pubblico ha subito uno scossone inaudito, con una riduzione di 130mila dipendenti (e il dimezzamento del numero di amministratori eletti). Sono state rimosse le restrizioni alla concorrenza in 150 professioni regolate (come descritte nella direttiva Ue sui servizi). Sono state digitalizzate le prescrizioni mediche, con grossi risparmi di spesa. Il sistema pensionistico è stato profondamente riformato, traformando in uno dei più sostenibili (all’orizzonte 2060) della Ue, come attestato dalla “peer review” degli altri Stati membri. Infine, la trasparenza è stata incoraggiata con la pubblicazione obbligatoria online di tutte le decisioni di spesa e di reclutamento.
La Grecia ha pagato a caro prezzo queste riforme. Il Pil ellenico è oggi inferiore di quasi il 20% rispetto al livello di prima della Grande recessione. L’austerità ha minato la coesione sociale ed è già un miracolo che i greci nelle ultime elezioni abbiano dato la maggioranza alle forze che hanno appoggiato lo scambio aiuti/rigore. Oggi il premier Samaras mira a un altro gol: una rinegoziazione, non solo simbolica, dei termini e delle scadenze del programma di risanamento. Si tratta di un match che la Grecia merita di vincere.

Il governo guidato da Antoni Samaras vuole rinegoziare i termini dell’accordo di salvataggio, prolungando di almeno due anni l’arco temporale per l’applicazione del piano di austerità imposto dalla Troika. Una notizia che, come prevedibile, ha provocato il gelo a Bruxelles e il subuglio sui mercati. Non è possibile discutere di questioni di questo tipo, ha replicato il commissario UE Olli Rehn.
Eppure, l’estensione del periodo di almeno due anni – ovvero fino al 2016 – era uno dei punti chiave del programma elettorale di Samaras. L’obiettivo è quello di raggiungere l’equilibrio dei conti pubblici attraverso una revisione del piano di salvataggio che risparmi allo Stato greco ulteriori riduzioni di salari, pensioni e investimenti pubblici, oltreché di licenziamenti. Secondo la stampa, la possibilità di sedersi di nuovo al tavolo dei negoziati c’è. Secondo la Merkel, ovviamente, nein.
Tuttavia, i margini di manovra del premier greco sono veramente stretti. Con le casse statali quasi vuote, i pagamenti di stipendi e pensioni a rischio già da luglio, la vera priorità sarà convincere i funzionari della Troika a concedere al più presto la prossima tranche di aiuti economici prevista dal memorandum. Se la richiesta di 11 miliardi di tagli nei prossimi anni dovesse rimanere in piedi, Samaras non avrebbe la forza politica di mantenere in vita il suo già stravagante esecutivo, con un ulteriore rafforzamento della sinistra di Syriza. Dunque la Grecia si trova in una (doppia) scomoda posizione: da un lato vorrebbe chiedere ai suoi creditori di rivedere le condizioni da usura da loro imposte; dall’altro, in mancanza di liquidità non può fare a meno del loro sostegno. In questo senso, un cambio di marcia rispetto ai recessivi tagli alla spesa sarebbe come ossigeno. Ma tale boccata non è assolutamente auspicabile, nel breve periodo, dalla Germania merkeliana.
Atene vuole tirarsi fuori dalla spirale recessiva, ma è troppo in basso nella catena alimentare dell’economia globale per poter discutere nuove condizioni. Eppure la Germania non è invincibile. Dopo tutto, se ieri ha vinto 4-2 vuol pur sempre dire che ha preso due gol.

Il premier Monti ricorda che la partita per il destino dell’Europa (ormai sull’orlo del precipzio, secondo il FMI) si gioca a Bruxelles tra una una settimana esatta, ma stasera l’attenzione di tutti sarà concentrata su un’altra partita, stavolta (solo?) di calcio: Germania-Grecia.
A poche ore dal quarto di finale di Euro 2012 - l’unico ad avere un significato ulteriore rispetto a quello meramente sportivo -, il National Post pubblica questa interessante infografica che riassume i dati macroeconomici dei due Paesi. I primi e gli ultimi della classe.

Come mai Germania e Grecia sono i due estremi della crisi? Mesi fa ho provato a spiegarlo attraverso questi due paragrafi, tuttora incardinati nell’attualità:

2. La crisi greca è frutto di problemi che la affliggono da quando essa è indipendente: scarsa produttività, sistema pubblico inefficiente, clientelismo politico, evasione fiscale iperbolica e scarsamente contrastata. Lacune colmate dal continuo trasferimento di risorse dall’estero. Non a caso è fallita ripetutamente (soprattutto nell’Ottocento) nel corso della sua storia. A questo aggiungiamo un’alternanza politica puramente formale, visto che da decenni al timone del Paese si alternano due dinastie politiche: i Karamanlis e i Papandreou.
Date queste premesse, la crisi è (l’inevitabile?) risultato di un circolo vizioso. Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni costoro hanno approfittato delle opportunità che questo debito offriva. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).
Sul fronte interno, la Grecia continuava ad emettere il debito per ragioni di clientelismo politico. Prima di entrare in Europa, la Grecia era un piccolo Paese con una modesta economia. Lo Stato incassava poco dalle imposte e spendeva altrettanto per i servizi. Solo le spese militari erano elevate, a causa delle tensioni (vere o presunte) con la Turchia. La rete sociale era ridotta all’essenziale. Poche famiglie controllavano le costruzioni, la navigazione e il turismo.
Poi trent’anni fa la Grecia entrò in Europa (e vent’anni fa nell’euro). I fondi europei che affluivano ad Atene per migliorare la rete infrastrutturale divennero merce di scambio con il governo, il quale dispensava appalti alle ricche oligarchie in cambio di voti e consenso. Gli agricoltori venivano favoriti dalla politica agraria comunitaria. Il governo si indebitava per sostenere la domanda interna, d’altra parte il denaro arrivava dall’estero a tassi contenuti. Il popolo greco non sembra essersi accorto di tutto questo: a parte qualche contentino al loro orgoglio tetramillenario (come le Olimpiadi del 2004), i greci non hanno avuto benefici visibili. Per questo ora è così difficile imporre loro le misure draconiane richieste dall’Europa.

3. E’ interessante esaminare la questione dall’altra parte della barricata, quella della Germania. Oggi l’Europa è vista come una morsa dalla quale molti tedeschi vorrebbero liberarsi. Ma la stessa Europa soffre la vicinanza con questo gigante economico che risucchia tutto intorno a sé.
Le motivazioni nascoste dietro la decisione (sia pur di controvoglia) di aiutare la Grecia sottende i termini di un’equazione di potere: la Germania finanzia il debito pubblico degli Stati in crisi in cambio dell’eterodirezione delle loro politiche fiscali e della vendita dei loro asset nazionali. Nel marzo 2010 la Grecia ha ottenuto uno scontro dell’1% sugli interessi in cambio di un lauto banchetto di privatizzazioni. L’Irlanda invece ha dovuto aspettare fino a luglio, perché fino a quel momento rifiutava di aumentare la corporate tax sulle imprese, che sottrae investimenti alla Germania. Dopo Grecia e Irlanda è finito sotto tutela anche il Portogallo. Ora l’osservata speciale è l’Italia, a cui è stato coscienziosamente suggerito un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni.
La risposta di Angela Merkel è stata tanto semplice quanto raggelante: “Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali“, con buona pace della solidarietà europeista. Qui la Germania mostra il suo vero volto in politica estera. l’Europa non è più un fine, come nei bei tempi andati della Guerra Fredda, ma un mezzo. Ieri Berlino competeva per le quote nel mercato comune, oggi per lasovranità nazionale (degli altri) e gli asset strategici (idem). Anni di surplus commerciale all’interno dell’Unione sono serviti a rafforzare un Paese mai sceso dal trono continentale.
E dire che l’euro era stato voluto su iniziativa dell’allora presidente francese Mitterand proprio per imbrigliare la Germania post unificazione, impedendole di coltivare ambizioni neoimperiali. Ora gli imbrigliati siamo noi. Preoccupante, se pensiamo che nella storia tedesca il confine tra potere e abuso di potere è sempre stato labile.

Senza mai dimenticare, al di là delle rispettive mancanze, che la crisi greca è in realtà una crisi europea.

I fatti salienti del G20 di Los Cabros sono essenzialmente due. Innanzitutto, per la prima volta i leader mondiali non hanno ostentato il solito buonismo di facciata con tanto di sorrisi e  ”foto di famiglia”, dove contrasti e i litigi trovano spazio, con discrezione, dietro le quinte e non emergono nel comunicato finale, già scritto prima che la riunione abbia inizio. Stavolta, al contrario, confronti  e polemiche sono affiorati alla luce del sole.
In secondo luogo, i leader extraeuropei, concentrandosi sulla crisi dell’euro come la più grande minaccia per la rirpesa globale, hanno apertamente esortato i loro omologhi europei ad agire rapidamente per risolvere i problemi di casa propria, presupposto necessario per il rilancio dell’economia. Per tutta risposta, Barroso ha dichiarato che l’Europa non doveva ricevere lezioni da nessuno, tanto meno da Paesi non democratici. Ma l’Europa è una costruzione meno democratica di quanto sembri. E al giorno d’oggi le ragioni che ne erano alla base si sono rivelate insufficienti per legittimare ulteriori passi (leggi: sacrifici?) nel tortuoso processo di unificazione politica.

Stimolare la crescita, garantire la stabilità finanziaria e sostenere il progetto di  un’unione fiscale europea sono la ricetta. Il punto è vedere se e come queste parole potranno mai tradursi in azioni efficaci. Se gli ultimi due anni rappresentano un indizio, la risposta non può che essere negativa.
Secondo l’ultimo editoriale di Presseurop:

Da oltre due anni i famosi summit dell’ultimo momento per salvare l’euro e la Grecia non hanno trovato un rimedio alla crisi. La Grecia è ancora fortemente indebitata e gravata da uno stato decadente e da una classe politica che si aggrappa alle proprie abitudini. Spagna e Italia paiono più che mai vicine a scivolare nella spirale infernale dell’indebitamento.
Ne consegue che i bailout non funzionano. Sarebbe ora di trovare soluzioni a lungo termine. Lo si sente ripetere un po’ ovunque, in Europa, e di questo si parlerà al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Il risultato delle politiche di austerità, condicio sine qua non per la concessione dei piani di salvataggio, sono stati una recessione più profonda, maggiori disordini sociali e sconvolgimenti politici nelle economie più deboli del Vecchio Continente. Il tutto condito da un generale senso di sfiducia verso l’integrazione europea, fino a vent’anni fa sbandierata come la nuova l’Eldorado. Di fatto, la risposta alla crisi greca sono state ulteriori crisi in Irlanda, Portogallo e Spagna. Cipro sarà la prossima, in attesa che i dardi della speculazione puntino nuovamente sul bersaglio più grosso – l’Italia. Il tutto per la mancanza di soluzioni di lungo periodo – meglio ancora, per la scarsa volontà politica di elaborarle.

In tale contesto, i leader mondiali hanno cercato di premere su Angela Merkel affinché fornisca un sostegno più forte e (soprattutto) più flessibile alle economie in difficoltà – ad esempio, accettando di rinegoziare col nuovo governo greco i termini del salvataggio di Atene, oppure aprendo la strada agli Eurobond. Ma la cancelliera, come sempre, si è mostrata irremovibile.
La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.

In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.
A prima vista anche Angela Merkel sembra essere consapevole della necessità di una nuova Europa. Così la cancelliera ha annunciato la presentazione di un piano di lavoro per far avanzare il processo di unificazione politica del continente. Maggiore integrazione per maggiori aiuti, è il messaggio. Ma la mancanza di unità potrebbe essere una scusa per ritardare le misure necessarie per garantire che gli aiuti siano messi a disposizione in condizioni praticabili.
La verità è che nel quadro politico europeo, la Germania vive una paradossale condizione: è troppo debole per esercitare una leadership sul continente, ma abbastanza forte per turbarne l’equilibrio. Se il peccato originale dell’euro è quello di essere una moneta senza sovrano, alla quale cioè non corrisponde nessuno Stato, la creazione dei famosi eurobond sarebbe lo sbocco più logico verso l’integrazione richiesta – a parole – dalla Merkel.
Ed ora che l’asse Merkozy non c’è più, la Francia, un tempo il migliore alleato della Germania, di colpo sembra diventato  il primo avversario.
Conclude l’editoriale di Presseurop, citato all’inizio:

Due progetti antitetici si fronteggiano: il presidente François Hollande, sostenuto ora da una maggioranza assoluta in Parlamento, vuole una politica di crescita da affiancare all’austerity in vigore in Europa, in previsione di una maggiore integrazione economica e politica. La cancelliera tedesca Angela Merkel, invece, vuole dar vita a un’unione economica e politica per aumentare il controllo sulle politiche di bilancio dei paesi Ue, in previsione di misure per la crescita e per un’eventuale rateizzazione del debito. Insomma, la rottura rispetto a “Merkozy” è netta e si ignora per il momento se Hollande – che ha trovato in Mario Monti un alleato – riuscirà a modificare l’equilibrio dei poteri nel quale finora Merkel ha sempre prevalso.

Genericamente, il termine Europa può significare tante cose. I confini del Vecchio continente sono infatti suscettibili di allargarsi o restringersi a molla a seconda dell’ambito nel quale facciamo riferimento: l’Unione Europea, il Consiglio d’Europa, l’Europa di Schengen, l’Eurozona e la Uefa sono esempi della geometria variale in cui la sponda nord del Mediterraneo si dipana.
Parlando di “Europa”, dunque, più che un soggetto dall’identità ben definita invochiamo una moltitudine di espressioni. Ma l’Europa intesa come Unione di Stati ha una data di nascita ben precisa.
Il 9 maggio 1950, l’allora ministro degli esteri francese Robert Schuman rendeva pubblica una dichiarazione con la quale proponeva di: “mettere l’intera produzione francese e tedesca del carbone e dell’acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri Stati europei.
Lo sfruttamento dei ricchi giacimenti della Renania e della Saar era stato spesso il motivo scatenante di guerre tra Parigi e Berlino. Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Europa occidentale perseguiva due scopi: da un lato, evitare un nuovo isolamento dei tedeschi – i quali stavano già rimettendo in piedi la propria economia ad appena cinque anni da una sconfitta che l’aveva ridotta in macerie –, favorendone la riabilitazione agli occhi della comunità internazionale; dall’altro, contrastare l’affermarsi del blocco sovietico nell’Europa centro-orientale.
L’esperienza proposta nella Dichiarazione Schuman era del tutto originale perché, a differenza delle altre organizzazioni, in questo caso ogni Stato accettava di cedere una parte della propria sovranità ad un altro organismo, che avrebbe gestito in modo autonomo la politica comune del settore. Il successo dell’iniziativa incoraggiò gli Stati aderenti a promuovere nuove forme di integrazione.
Con la Dichiarazione Schuman l’Europa emise il suo primo vagito.

L’Europa – meglio: l’integrazione europea – fu dunque la risposta diplomatica – della Francia – alla necessità di contenere l’inarrestabile ascesa di una Germania piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, evitando che la teutonica araba fenice spiccasse nuovamente il volo come aveva fatto vent’anni prima.
Parigi si incaricò di tenere per mano Bonn verso la riabilitazione dinanzi alla comunità internazionale – beninteso, sotto l’influenza delle potenze vincitrici. L’idea di fondo del Trattato di Roma del 1957 fu quella di non ripetere l’errore commesso a Versailles quarant’anni prima: quello di umiliare la potenza tedesca, la cui mortificazione fu il germe di quel sentimento pangermanista poi alla base del nazionalsocialismo. Ai tedeschi questo stato di cose andava bene. Per oltre mezzo secolo, sull’impulso di Konrad Adenauer, la Germania di Bonn ha coltivato il sogno europeista – probabilmente come emancipazione all’incubo nazista.
Tuttavia, se da un lato la Francia ebbe il lodevole merito di assumere l’iniziativa della riconciliazione, dall’altro finì per stabilire con l’ex nemico un legame imperfetto, per cui Parigi e Bonn avrebbero camminato insieme lungo il sentiero indicato dall’ultimo conflitto mondiale, ma con l’Eliseo sempre un passo avanti e dotato di adeguati strumenti di pressione (come le armi nucleari) per avere l’ultima parola nel dialogo con l’alleato.
Ma l’Europa non è stata solo Francia più Germania. Nelle intenzioni dei suoi padri fondatori – Schuman, Adenauer e De Gasperi, tutti e tre cattolici e germanofoni – doveva essere qualcosa di più di una semplice esternalizzazione del rapporto franco-tedesco. Per loro, l’Europa rappresentava un pensiero ideale che tentava di sovrapporsi sul luogo reale dove avrebbe messo le radici. L’Unione Europea, così come configurata, sarebbe stata una formazione originale, che sfugge ad ogni tentativo di classificazione. Ben oltre un semplice partenariato tra Stati, seppur ben al di qua di una confederazione. L’integrazione doveva essere un cammino verso l’orizzonte: una marcia fiduciosa verso un traguardo che si spostava sempre in avanti. Il foro comune a cui sottoporre la propria idea di futuro.
È bene ricordare tutte queste cose, oggi che i tedeschi (e non soltanto loro), nel sogno europeo, sembrano non crederci più. Non solo per l’incapacità di Bruxelles di forgiare un’identità collettiva tra i popoli che ha preteso di unire.

Le ragioni per cui tale progetto è entrato in crisi sono diverse.
Innanzitutto, la Germania di oggi non è più quella di allora. Non soltanto perché adesso il suo confine orientale è segnato dall’Oder e non più dal Reno. Per decenni l’impegno all’integrazione europea ha preso il posto della coscienza nazionale tedesca, ma in seguito alla riunificazione è divenuta un Paese in continuo divenire, ricco di sfaccettature ma al contempo insicuro e senza bussola. Ci si è accorti che l’idea di Europa era frutto di una sopravvalutazione storica, un tempo necessaria ma adesso non più sostenibile. La politica estera non ha abdicato al posto d’onore nel dibattito interno, sostituito da un nazionalismo economico che la crisi greca (complice l’irresponsabile gestione del cancelliere Merkel) ha contributo a cementare. Così l’Unione Europea, un tempo tabù, è divenuta una palla al piede dalla quale i tedeschi vorrebbero volentieri liberarsi, per affrancarsi dai vincoli incondizionati che essa impone.
In secondo luogo, cambiata la Germania è cambiato il suo rapporto con la Francia. Se fino al 1989 la simbiosi tra Parigi e Berlino è stata alla base della normalità europea, con la Caduta del Muro le posizioni dei rispettivi governi hanno conosciuto non pochi strappi. Diverse erano le idee sulla Politica europea di difesa e sicurezza, così come sul maxiallargamento ad Est del 2004 o sulla Costituzione europea – che il no francese nel referendum in merito contribuì ad affossare. L’ascesa dei Paesi emergenti, dal punto di vista occidentale pericolosi concorrenti commerciali, ma allo stesso tempo giganteschi mercati da conquistare, ha infine inaugurato una potenziale concorrenza tra i due partner.
Ma non è solo questo. È l’equilibrio di potere ad essere mutato: oggi la Francia non ha più la forza politica di imporre la proprie idee alla Germania. E la necessità di mantenere buoni rapporti ha indotto i due Paesi a stringere i propri accordi prescindendo da cosa ne pensa il resto d’Europa – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.
Nell’eurodeclino anche l’Italia ha le sue colpe. Per decenni, come è stato per i tedeschi, l’impegno europeista ci aveva esonerato dal compito di elaborare una coscienza nazionale. Ma finita la stagione in cui il nostro Paese si faceva promotore delle grandi battaglie verso l’integrazione, abbiamo ripensato l’Europa come un tutore al quale fare appello per far rendere “vendibile” agli elettori i provvedimenti più impopolari. “Ce lo chiede l’Europa” è diventato l’alibi con cui la nostra debole classe politica ci ha fatto ingoiare le pillole più amare senza correre il rischio di prendere sonore batoste alle successive elezioni.
Inoltre, va detto che se l’asse franco-tedesco è stato il pilastro dell’integrazione europea, è anche vero che è stato l’asse italo-tedesco a farla camminare. Ma da qualche anno i due Paesi hanno smesso di dialogare, non soltanto per la malcelata ripugnanza personale che Angela Merkel nutriva verso Silvio Berlusconi. Negli ultimi anni il Belpaese è di fatto è scomparso dagli schermi radar del resto del mondo, troppo indaffarato a bisticciare sui conflitti d’interessi (e cronache boccaccesche) del suo primo ministro e su poco altro.
Ma la ragione principale del deragliamento europeo sono stati i rapidi cambiamenti intervenuti ad Est, al di là del Muro di Berlino, e culminati nella Caduta dello stesso. L’Europa non più minacciata dalla scomparsa Unione Sovietica aveva bisogno di nuove basi sulle quali fondare la propria idea di integrazione. Nacque il Trattato di Maastricht. Ancora una volta, la strategia francese puntava a diluire la futura superpotenza tedesca in una cornice istituzionale di tipo federale. Invece, nel corso dei negoziati le autorità tedesche – governo e Bundesbank – la spuntarono sulla questione essenziale: l’integrazione europea (di cui la moneta unica rappresenta l’estrema evoluzione, ma ne riparleremo) sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania. Il trionfo del modello germanico è scritto a chiare lettere nei famosi cinque parametri di convergenza, che impongono politiche deflazionistiche; nell’articolo 105, secondo cui “l’obiettivo principale” della politica monetaria europea “è la stabilità dei prezzi”; nello statuto della BCE, che ha ereditato dalla Bundesbank la forte ispirazione monetarista. È stato il prezzo necessario per strappare l’ok di Berlino. Ma l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, qualcun altro deve perdere. Se la Germania registra surplus commerciali da record, è perché i tanto vituperati PIGS hanno progressivamente accumulato deficit. Non tutti possiamo chiudere in attivo. Ma questo Berlino non lo capirà mai.

Oggi l’integrazione europea appare serenamente avviata allo sfascio, schiacciata sotto il peso dei debiti sovrani. Nel 2010 il sessantesimo anniversario della Dichiarazione Schuman è conciso con il divampare dell’incendio greco, peraltro non ancora spento. Atene ha di colpo scoperchiato il vaso di Pandora dentro il quale le lacune e le contraddizioni dell’europrogetto erano state frettolosamente confinate. Se negli anni Cinquanta l’Europa rappresentò la soluzione ai problemi dei singoli Stati, oggi invece è percepita come la causa.
Le questioni materiali si sovrappongono più ideali di un’identità collettiva mai veramente forgiata. “Unità nella diversità”, il motto ufficiale della UE, più che una dichiarazione programmatica fondata sulla ricchezza culturale che ciascun Paese membro esprime sembra come un alzare le braccia di fronte allo sciame di particolarismi che aleggia sui Paesi membri, peraltro alimentato da quanti (come la Lega qui in Italia) speculano sulla scarsa coesione di questi. E che ronza nelle orecchie anche di chi ingenuamente intravedeva all’orizzonte gli Stati Uniti d’Europa, mera trasposizione del melting pot americano al di qua dell’oceano.
Eppure l’Europa non è da buttare. I negoziati necessari per costruire questa delicata impalcatura sono stati lunghi e complessi, ma hanno avuto il merito di obbligare gli Stati a discutere alla luce del sole, ascoltando l’opinione di tutti. Che senso avrebbe vanificare tanti sforzi? Ma non si tratta solo di questo. Le ragioni di Schuman, Adenauer e De Gasperi sono tuttora valide, specialmente da quando l’integrazione ha (formalmente) ampliato i propri scopi dalla mera cooperazione economica alla tutela dei diritti umani.
La riconciliazione tra Francia e Germania dopo mille anni di guerre è di per sé sufficiente ad affermare che l’Europa non è stata un fallimento. E un’altra riconciliazione, quella tra Est e Ovest con i paesi dell’ex blocco sovietico, potrà realizzarsi attraverso la partecipazione ad un comune progetto di integrazione. Progetto che per mezzo del mercato unico ha garantito prosperità e benessere a quasi quattrocento milioni di persone. L’impiego delle risorse nel mercato comune anziché nella guerra, la convergenza degli sforzi diplomatici sulla promozione della democrazia, dei diritti umani e degli ideali dello stato di diritto, anziché nei ricatti e nelle minacce ottocenteschi, hanno permesso a tutti i Paesi che hanno condiviso l’esperienza europea un salto di qualità che le sole proprie forze non avrebbero mai reso realizzabile.
Per tutte queste ragioni, l’anniversario del 9 maggio conserva ancora un senso. A prescindere dall’opportunità di festeggiarlo o meno.
Sarebbe un peccato se tutto questo fosse polverizzato dal tritacarne della crisi, complici una classe di politicanti che, parafrasando De Gasperi, si mostrano interessati più alle prossime elezioni che alle future generazioni – ogni riferimento al (defunto) duo Merkozy (non) è puramente casuale.

1. C’è una cosa che accomuna Gheorghe Papandreou ad Angela Merkel: il talento di complicare anche le cose più semplici. Entrambi sono totalmente assorbiti dalle miserie della politica interna da non avere coscienza di come le decisioni assunte in casa propria possa avere conseguenze disastrose sulla pelle degli altri.
Non è ben chiaro cosa il premier greco volesse ottenere con la sparata del referendum. Se voleva mettere l’Europa con le spalle al muro, inducendola a concedere ulteriori aiuti, ha fatto male i calcoli. Se invece cercava di guadagnare tempo per prepararsi al voto di fiducia, si è dato la zappa sui piedi. L’unico effetto è stato quello di aggiungere caos al caos, mandando gli indici di borsa a picco.
Solo frau Merkel era riuscita a fare di peggio, quando un anno e mezzo fa si rifiutò di affrontare la crisi greca per non compromettere l’esito delle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia. Col risultato di aggravare la prima e perdere le seconde. Due piccioni con una fava.
A parte questa comune tendenza all’entropia, Papandreou e Merkel (e per estensione Grecia e Germania) sono divisi da tutto.  Mettiamo un pò d’ordine.

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Atlante della destra in Europa

di Luca Troiano

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