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A due anni dalla rivoluzione, la Libia è ancora  fuori controllo. Pareva almeno che gli interessi italiani fossero garantiti: il primato di ENI nell’estrazione di idrocarburi, in particolare, era rimasto invariato, e nuovi contratti erano stati siglati sia col cane a sei zampe che con altre nostre grandi aziende (es: Iveco, Sirti, Salini).
Già, pareva.

Sabato 2 marzo la Mellitah Oil & Gas, joint venture paritetica fra la libica NOC e l’ENI, ha bloccato il locale impianto di trasformazione del gas a causa di alcuni scontri a fuoco nel distretto di Nuqat al Khams. La struttura, che tratta circa 100.000 barili al giorno prodotti dal pozzo di El Feel e che rifornisce clienti come Edison, Gaz de france e Sorgenia ha arrestato la produzione e di mettere in sicurezza il personale e le installazioni, con la conseguente interruzione del flusso di gas attraverso il gasdotto Greenstream. Tale conduttura, anch’essa in comproprietà tra NOC ed ENI, convoglia tutto il gas che l’Italia importa dalla Libia (circa 150 mln m3 al giorno).

L’impianto è stato riavviato lunedì 4, ma il ripristino dei flussi di gas attraverso  il Greenstream non sarà immediato. Per ENI il danno è stato tutto sommato limitato.
Secondo Linkiesta, però, c’è molto di che preoccuparsi:

in zona è presente un gruppo armato il quale “da giorni opera con l’obiettivo di fermare la produzione petrolifera e gasifera in particolare dal giacimento di al Wafa che si trova all’interno del sito e che rifornisce l’Italia e l’Unione Europea con 8 milioni di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto South Stream che arriva in Italia. Questa milizia ha chiesto il pizzo al governo. Vuole dei soldi in cambio dei quali è disposto a garantire la sicurezza dell’area desertica della Libia”.

E’ un copione già visto: alla fine di una guerra civile, le varie tribù cercano di accaparrarsi le rendite che possono. Pretendendo un compenso dal governo – e probabilmente anche dalle compagnie – per garantire la “protezione” dell’impianto.

Il governo di Tripoli ha subito schierato l’esercito a difesa dell’impianto. Sempre Linkiesta - che riporta in tabella le importazioni italiane di gas per Paese di provenienza dal 1990 al 2011 -   interpreta questa mossa sotto un duplice profilo.
Da un lato, la Libia teme di perdere le sue preziose rendite, più che mai fondamentali in un periodo di cronica instabilità come quello in corso. Dall’altro – e questo è interessante – tale mossa può servire per dimostrare ai vari fornitori nazionali in che modo si stia muovendo il settore del gas, per tentare di rinegoziare alcuni contratti dopo il brusco calo dei consumi dal dopo-crisi. E qui entra in gioco la Russia:

Eni è ancora legata a contratti del tipo “take-or-pay” con la Russia: se i volumi “prenotati” non vengono ritirati, Eni deve corrispondere una penale. Molti dei contratti libici, poi, sono legati a strutture contrattuali estremamente onerose, in cui il partner locale riceve una percentuale altissima del profitto (tra le più alte al mondo). Rinunciare al gas libico serve per dimostrare ai libici che di Libia si può fare a meno; e serve per dimostrare ai russi che di gas ce n’è così tanto, che ci si può permettere di chiudere un rubinetto a piacimento. Nel frattempo, se poi il rubinetto si chiude, si compra più gas dalla Russia, evitando di corrispondere onerose penali.

Del resto, se i consumi in Italia sono crollati, la Russia ci ha rimesso molto in termini di volumi esportati. Nel 2006 in Italia si consumavano ancora 83,5 miliardi di metri cubi di gas, di cui 22,5 di provenienza moscovita. Nel 2011 la domanda è scesa a 76,7 miliardi, coperti per 19,6 dai russi. Anche dall’Algeria le importazioni sono diminuite nello stesso periodo, passando da 25 a 21,3 miliardi. La Libia in periodi “normali” rappresenta il 12,5% delle importazioni italiane di gas. Ecco la mappa dei gasdotti e dei rigassificatori:

In merito a questo presunto “bilanciamento” del Cane a sei zampe tra Libia e Russia si scatena lo scetticismo degli operatori del settore. La voce tra gli addetti è che Eni, che controlla tutti gli accessi per l’importazione di gas in Italia, sfrutti le vicende libiche per ottenere vantaggi in chiave russa – come sarebbe già successo con la precedente chiusura di Greenstream in occasione della guerra civile libica. Le chiusure rappresenterebbero eventi dalla gestione difficile per molti operatori nazionali che operano su base geografica più limitata. Per fortuna, stavolta l’interruzione è durata poco e ha avuto luogo in un finesettimana, quando i consumi sono più bassi. Così, in poco tempo i malumori si sono chetati, e l’Eni ha un esercito in più a proteggerla.

Con il Greenstream a secco, e l’Italia è energicamente più vulnerabile.
E questo aspetto, soprattutto ora che Gazprom è vicina al controllo del gas di Israele, che Rosnerft ha rafforzato la sua alleanza con ENI e che le compagnie russe sono in piena corsa per acquisire le aziende energetiche greche DEPA e DESFA a prezzi di saldo, sta favorendo la realizzazione dei piani di Mosca nella geopolitica energetica italiana ed europea.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l'analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

Nel sesto anniversario della morte di Anna Politkovskaya, Matteo Cazzulani dedica un ricordo alla coraggiosa giornalista (la ventesima assassinata in Russia da quando Putin è al potere), illustrando  il legame tra la sua uccisione e la politica energetica di Mosca:

Ricordare la coraggiosa giornalista significa non solo mantenere vivo il ricordo di una personalità esemplare, ma anche rendersi conto di come il gas sia utilizzato dalla Russia per scopi politici, sopratutto nei confronti di un’Europa che Mosca ha tutto l’interesse a mantenere debole e divisa.
Se, come progettato dalla Commissione Europea, nel Vecchio Continente sarà creato un mercato unico del gas con forniture diversificate – che non esclude l’oro blu della Russia, ma attinge da più fonti di approvvigionamento – l’UE, e i singoli Paesi che oggi pongono gli affari con Mosca su un piano privilegiato rispetto a quello dei diritti civili e dell’interesse generale dell’Europa, si sentiranno meno succubi di un regime autoritario.
Forse, anche i Governi degli Stati dell’Unione Europea avranno il coraggio di nominare piazze, vie ed edifici alla Politkovskaya, come già fatto dal Parlamento Europeo e, in Italia, da alcune Amministrazioni Locali come quelle di Milano, Brescia, Genova e Ferrara.
Per chi invece si occupa di informazione, è bene arrestare per un giorno la routine della continua informazione per dedicare il sesto anniversario dall’assassinio di Anna Politkovskaya al ricordo di questa Donna dallo straordinario coraggio: per non dimenticare chi ancor oggi soffre la mancanza di libera espressione sotto regimi “gasati”.

Ricordate quando nel 2007 una bandiera russa venne piantata sui fondali del Polo Nord? Ora Mosca, per riaffermare la propria influenza nella regione artica, si affida addirittura ad una benedizione ortodossa. Secondo il Barents Observer, la Russia vuole che il “Polo sia ortodosso” e, pertanto, lo ha fatto “battezzare” martedì 18 settembre, nel corso di una spedizione organizzata da Russian Arctic e dell’Antarctic Research Institute.
Misura simbolica a cui ne è seguita una più concreta: la progettazione di una nuova nave rompighiaccio a propulsione nucleare per assicurarsi la massima mobilità nella regione.

Per comprendere le ragioni di un gesto a prima vista strampalato dobbiamo fare un salto indietro di alcune settimane.
Per i russi l’Artico presenta grandi potenzialità sul piano energetico. Questo in teoria, perché in pratica lo sfruttamento delle risorse del profondo Nord presenta non difficoltà forse insormontabili. A fine agosto Gazprom ha interrotto i lavori per l’estrazione di gas dallo Shtokman, il giacimento più capiente d’Europa, dopo l’abbandono del progetto da parte del colosso norvegese Statoil e della compagnia francese Total, entrambe partecipanti con una quota del 25%. l’impennata dei costi, il calo della domanda europea e il conveniente shale gas americano hanno indotto la compagnia russa ad accantonare il progettoMosca nega, ma lo stop rappresenta un duro colpo ai suoi piani energetici.
OroNero illustra le ragioni che hanno condotto alla rinuncia:

I costi altissimi, legati al fatto che da scoperta a produzione nell’Artico passano anche 25 anni, l’impossibilità di lavorarci per più di tre mesi l’anno senza mettere a rischio la vita di chi ci lavora e l’integrità delle strutture, e i problemi connessi all’assenza di infrastrutture nell’artico, ha costretto Gazprom a togliere il tappo al progetto Shtokman.
Shtokman era stata scoperta negli anni ’80 quandi l’esplorazione della zona iniziò seriamente. Si tratta di uno dei più grandi giacimenti al mondo in termini di risorse con 3,9 mila miliardi di metri cubi. Il campo è grando più di 1400 km2 a 550 km di distanza dalla peninsula Kola. La prima fase di produzione doveva estrarre 23,7 mld di metri cubi all’anno, un terzo del consumo annuale italiano (BP, 2011). La seconda fase prevedeva 48 mld mc e la terza 71 mld di metri cubi.
La mancata partenza delle operazioni significa che Gazprom ha speso miliardi, non si sa quanti per la sopra citata intrasparenza, nel progetto che però non comincerà a produrre guadagni entro i tempi previsti. Se si tratta di un decennio o due di ritardi non importa, infrastrutture saranno da rimpiazzare, staff da formare, progetti da adattare a nuove condizioni climatiche e a nuove legislazioni.
Gazprom ha continuato a sottovalutare la rivoluzione shale gas negli Stati Uniti, che fa pressione sui prezzi e che potrebbe ridurre la domanda per gas russo. Inevitabile a questo punto che la Russia faccia di tutto per evitare uno sviluppo dello shale in Europa.

Eccoci ad un punto che ci riguarda da vicino. In Europa, quando si parla di shale gas, si parla della Polonia. Paese retto da un governo fortemente europeista e da sempre ostile a Mosca. Invitato all’incontro degli Ambasciatori tedeschi nella giornata di sabato 26 agosto il Ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorski, ha illustrato un piano per aiutare l’Europa ad uscire dalla crisi e rilanciarla a livello globale: riforme politiche riguardanti la Commissione Europea ed il sistema elettorale del Vecchio Comtinente, unione bancaria e finanziaria. E in più un concreto piano di sfruttamento dello shale gas polacco.
La Polonia calcola che le riserve di shale, agli attuali ritmi produttivi, potrebbero fornire gas per i prossimi 360-440 anni e creare 155.000 nuovi posti di lavoro. Già nel 2010 Sikorski dichiarò che nel giro di 10-15 la Polonia sarebbe diventata la nuova Norvegia. Per Varsavia il gas di scisto potrebbe rappresentare una fortuna e per l’europa un’alternativa al monopolio russo. In altre parole, il gas di scisto potrebbe ridefinire l’equilibrio di potere nell’Europa centro-orientale.

Secondo La Voce Arancione:

Oltre che per il sostegno del processo di integrazione europea, la Polonia ricopre un ruolo di primo piano per altri due motivi. Il primo e legato al sostegno fornito al processo di allargamento dell’Unione Europea ad Ucraina, Moldova, Georgia e Bielorussia: Paesi dell’Unione Europea che per motivi geopolitici non appartengono all’UE nonostante culturalmente e storicamente appartengano di diritto all’Europa.
In secondo luogo, Varsavia possiede nel suo territorio un ampio giacimento di gas Shale, il cui sfruttamento consentirebbe all’Unione Europea di soddisfare il suo fabbisogno energetico senza più dipendere dalle forniture della Russia.
Tuttavia, lo sfruttamento dei giacimenti shale e contrastato da due fattori. Il primo e legato alle tecnologie necessarie per l’estrazione di questo tipo di oro blu, ubicato a profonda profondità: necessari sono infatti macchinari provenienti dagli USA – dove lo shale e sfruttato normalmente – molto costosi, e, prima ancora, studi sul campo parecchio approfonditi.
Il secondo fattore contrastante lo sfruttamento del gas shale e legato alla protesta ambientalista, che si oppone ai lavori di ricerca per presunti danni all’equilibrio geologico del Paese in cui e ubicato il giacimento.
Secondo indiscrezioni provenienti da fonti molto accreditate, i movimenti che si schierano contro lo sfruttamento dello shale sono appoggiati politicamente dalla Russia, che mal sopporta la possibilità di perdere il proprio monopolio sulla compravendita di gas in Europa.

Persa la carta artica, con lo sviluppo dell’industria del gas di scisto in Polonia la Russia rischia di veder scemare la sua posizione di forza all’interno del Vecchio Continente. Almeno fino alle prossime contromosse.

Non tutti sanno che il Lago Malawi e il Lago Niassa sono la stessa cosa. Ma il nome non è l’unico oggetto del contendere, e nemmeno il più importante. Da alcune settimane è in atto un acceso scontro diplomatico tra Tanzania e Malawi, due dei tre Stati rivieraschi (il terzo è il Mozambico) in ordine alla partizione della sua superficie.
Si tratta di una disputa annosa, risalente all’epoca coloniale. La Tanzania sostiene che il confine sia situato al centro del lago, così come risultava fino al 1914, quando l’allora Tanganica era colonia tedesca (e il Malawi colonia britannica). Ma dopo il passaggio del territorio sotto la sovranità britannica al termine della Prima Guerra Mondiale, gli inglesi assegnarono le acque del lago alla giurisdizione del Malawi - eccetto, ovviamente, per la porzione spettante al Mozambico, allora colonia portoghese.

Da allora questa controversia è periodicamente riesplosa, talvolta dando luogo perfino ad azioni belliche. Negli ultimi anni il Malawi ha messo da parte le proprie rivendicazioni sul lago, almeno fino a quando il suo Geological Survey Department non ha annunciato la scoperta di ricchi giacimenti di idrocarburi sotto i fondali.
L’ultimo vertice bilaterale, svoltosi a Dar es Salaam lo scorso 29 luglio, non ha migliorato la situazione. Secondo Greenreport:

La grande Tanzania, che ha ambizioni da potenza regionale, si comporta di conseguenza con il piccolo Malawi e Membe [ministro degli esteri e della cooperazione internazionale della Tanzania] ha alzato la tensione con nuove rivelazioni: «Le autorità di sicurezza della Tanzania hanno anche individuato alcuni velivoli che affermavano di appartenere ad aziende per la ricerca di petrolio e gas del Malawi che volavano nello spazio aereo della Tanzania senza un permesso da parte della Tanzania aviation authority».

Il Malawi sostiene di non essere a conoscenza dell’incidente, ma evidentemente il summit di Dar es Salaam  non è andato bene. La Tanzania reclama il 50% del lago Niassa, mentre il Malawi dice che il lago gli appartiene al 100% in virtù dei confini coloniali tracciati dagli inglesi quando il Malawi si chiamava appunto Niassa.

Comunque vada, da questa lite di frontiera che potrebbe rivelarsi un pericoloso focolaio di un nuovo conflitto, al Malawi ed alla Tanzania resteranno comunque le briciole e a guadagnarci davvero saranno i vecchi colonizzatori che hanno pasticciato sui confini del lago. Nel settembre 211 il Malawi ha concesso alla britannica Surestream Petroleum il “Rift Valley acreage of Blocks 2 and 3″ nel lago Niassa (che I malawiani chiamano naturalmente Malawi), preferendola a Tullow Oil, New Age, Ophir Energy, Kosmos Energy e  Lonrho Group. Si tratta della stessa multinazionale che nell’aprile 2013 inizierà le prospezioni sismiche nella parte del lago Tanganica, blocchi B e D, appartenente al Burundi.

Ma Tanzania e Malawi sui sono scordati di un terzo pretendente: il vicino Mozambico che, all’inizio di quest’anno, ha avvato piani per offrire alle compagnie petrolifere la parte della superficie del lago Malawi che rivendica. L’Instituto nacional de petróleo del Mozambico prevedeva di avviare una gara per le concessioni all’inizio di giugno ma questo è stata rinviato a causa di “motivi imprevisti”. Probabilmente Maputo aspetta di vedere cosa uscirà dalla lite tra Tanzania e Malawi.

Lunedì 6 agosto la Tanzania ha espulso tutte le compagnie petrolifere titolari di licenze d’esplorazione  rilasciate dal governo del Malawi. In attesa che la disputa sia risolta, il Paese ha deciso di interrompere ogni attività di ricerca al fine di “proteggere gli interessi del popolo“. Formula generica in virtù della quale la Tanzania, secondo le parole di Edward Lowassa, il presidente della commissione parlamentare per la difesa, la sicurezza e gli affari esteri. potrebbe persino giustificare un’escalation militare.
Più conciliante, per ovvie ragioni è il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale del Malawi, Ephraim Mganda Chiume, secondo cui “Il fatto che i nostri due paesi sono impegnati in discussioni aperte e cordiali sulla questione è un segnale molto buono“, stemperando così la minaccia di tensioni.
In conclusione, la disputa sul lago Malawi/Niassa non è che una delle tante ferite lasciate aperte dagli inglesi in fuga dal loro insostenibile impero, di cui il Kashmir – conteso tra India e Pakistan – è di certo la più incancrenita. Ma non l’unica.

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Venerdì 6 luglio il Parlamento romeno ha approvato in seduta comune una mozione di “impeachment” contro il presidente della Repubblica, Traian Basescu, presentata dalla coalizione che sostiene il premier Victor Ponta, gettando il Paese nel caos istituzionale. L’impeachment è stato etichettato dalla società civile di Bucarest come un “golpe bianco“, posto che a prima vista non c’è alcun motivo che lo giustifichi. L’intera vicenda è riassunta su East Journal.
L’ultima parola sul destino politico del presidente Traian Basescu spetterà ai cittadini romeni, attraverso un referendum che sancirà o meno la destituzione del capo di Stato.
L’Agenzia Nova, citando il Washington Post, riporta la preoccupazione degli USA per gli eventi in corso:

In molti paesi dell’Unione europea è in atto una preoccupante “erosione del rispetto politico e dei controlli e contrappesi costituzionali, guidata da populisti che sfruttano l’insoddisfazione dei cittadini in difficoltà economiche: l’ultimo esempio è la Romania, dove un nuovo primo ministro di sinistra sta premendo per rimuovere i controlli al suo governo, spingendo il presidente della repubblica a lasciare l’incarico”. E’ quanto scrive oggi il quotidiano statunitense “Washington post” in un’editoriale. “Victor Ponta, salito al potere nel mese di maggio senza vincere le elezioni dopo il crollo di due coalizioni di centrodestra, ha allarmato gli altri governi dell’Unione europea, così come l’amministrazione di Barack Obama, cercando di consolidare rapidamente il potere”, scrive il quotidiano statunitense

Chi ne guadagna da tutto questo? Il sito Rumeni in Italia ha le idee ben chiare: la Russia, il quale nota che tra i provvedimenti d’emergenza disposti dal Governo Ponta c’e anche la forte limitazione per il voto al referendum ai romeni all’estero, da sempre ostili all’attuale esecutivo. Ma probabilmente tale giudizio è influenzato dai precedenti storici più che da un’approfondita disamina.
Tuttavia la Russia ha da guadagnarci davero.

Il rischio che Bucarest scivoli lentamente nel baratro dell’autoritarismo, dal quale è uscita dopo la caduta di Ceausescu, potrebbe non essere senza conseguenze per il resto d’Europa. I timori con cui Bruxelles guarda all’evolversi della crisi romena non sono dettati dalla mera volontà di difendere la democrazia all’interno dell’UnionePochi sanno che in seguito alle recenti scoperte di giacimenti nel Mar Nero, la Romania vanta oggi le terze riserve di gas naturale dell’Unione Europea -  secondo gli esperti in via d’esaurimento in 10-15 anni, ma che tuttavia hanno già attirato l’attenzione di giganti come Exxon.
La Voce Arancione spiega cosa c’è dietro:

La questione energetica dietro l’impeachment al Capo di Stato romeno

Oltre che per ragioni politiche, il contrasto tra Basescu e Ponta riguarda anche questioni di natura energetica. Il Capo dello Stato, favorevole ai progetti della Commissione Europea di diversificazione delle forniture di gas, e determinato a diminuire la forte dipendenza del suo Paese dalle forniture della Russia, ha varato un piano per lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu nelle acque territoriali romene del Mar Nero.

Inoltre, Basescu ha avviato consultazioni con la vicina Bulgaria per la messa in comune dei gasdotti dei due Paesi – come previsto dalle clausole del Terzo Pacchetto Energetico UE – e ha dato il via libera alle indagini di verifica della presenza sul terrotorio nazionale di riserve di gas Shale.

Appena salito al potere, nel Maggio del 2012, Ponta ha cavalcato l’onda ecologista, ed ha posto una moratoria sui lavori per l’individuazione dei giacimenti di gas shale. Inoltre, il premier socialista ha rallentato l’erogazione dei finanziamenti per l’individuazione delle riserve di oro blu nel Mar Nero, lasciando così il Paese ancora fortemente dipendente dai rifornimenti di Mosca, e lontano dalla realizzazione delle clausole previste dalle leggi dell’Unione Europea.

La crisi politica romena si lega strettamente al domanda energetica europea. Con la possibile caduta di Basescu, la UE perderebbe un alleato chiave nei propri piani di diversificazione delle fonti. Tra l’altro, la Romania è molto interessata al gasdotto Nabucco, progetto fortemente sostenuto dalla UE, A dichiararlo è stato lo stesso presidente Basescu, a cui va aggiunto quanto riportato nei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. La sezione romena del gasdotto dovrebbe richiedere un investimento compreso tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro. Ma la possibile destituzione del Capo di Stato romeno potrebbe rimettere in forse ogni proposito. Più in generale, l’arresto di tutte le attività inerenti agli idrocarburi priverebbe l’Europa della più prossima tra le possibili fonti di approvvigionamento.
E’ ancora presto per dire se Mosca abbia avuto un ruolo nella bagarre in corso a Bucarest. Di certo, l’episodio segna un punto in favore del Cremlino. L’ennesimo nell’eterna partita Europa-Russia sul gas.

Agli inizi di giugno ho scritto che il prossimo Paese a richiedere l’aiuto del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) sarebbe stato Cipro:

L’esposizione complessiva delle banche cipriote ammonta a ben 23 miliardi di euro: per noi equivalgono ad una manovra, ma per l’isola si tratta del 130% del PIL (che è di 17,3 miliardi)

Nei giorni seguenti, la Spagna – o meglio, i 100 miliardi che l’Europa ha messo sul tavolo per salvarne il sistema bancario – hanno catturato l’attenzione degli osservatori, distogliendola dal Levante Mediterraneo per tre settimane. Ora il ricorso alla procedura di bailout sembra ormai scontato. Il punto – ed è qui la novità – è che l’aiuto potrebbe non venire dalla UE, bensì da Mosca. Nicosia, infatti, “porta avanti negoziati paralleli per trovare una fonte di finanziamento alternativa”, particolare che irrita non poco Bruxelles.
Curioso Stato, Cipro. Paradiso fiscale, vicino alla bancarotta, retto da un presidente - Demetris Christofias - comunista, l’ultimo del Vecchio Continente. Dulcis in fundo, dal 1° luglio assumerà la presidenza di turno dell’Unione Europea. Ossia il giorno dopo aver sciolto la riserva se accettare l’aiuto di Bruxelles o quello di Mosca. In pratica, sceglierà se diventare provincia germanica o vassallo del Cremlino. E pensare che i russi, con l’isola levantina, hanno stretto un rapporto speciale. 50.000 persone di origine russa hanno scelto di stabilirvisi. Ci sono scuole e persino una radio che si esprimono nella lingua di Dostojevsky.
Linkiesta svela i retroscena di questa relazione speciale:

Il sostegno di Mosca, secondo il viceministro cipriota per gli Affari Europei, Andreas D. Mavroyannis, è tanto economico quanto politico, in opposizione alle rivendicazioni turche sulla parte orientale dell’isola, dopo l’invasione di Ankara del 1974. Malgrado l’emergere di sentimenti anti-russi, soprattutto per via dell’inflazione immobiliare provocata dall’afflusso dei magnati, la mano tesa dal governo in direzione di Putin riscuote un certo consenso. Molti sottolineano come l’eventuale preferenza per Mosca sarebbe dettata unicamente dall’analisi dei numeri. L’ex presidente George V. Vassiliou taccia le critiche di pura e semplice russofobia: «E’ un residuo della guerra fredda. Se Citibank ci avesse proposto un prestito, nessuno ci avrebbe accusato di essere vassalli degli Stati Uniti».
Gli analisti si chiedono che cosa chieda Mosca, in cambio dei fondi. Cipro non è solo il destinatario di ingenti investimenti diretti, un ruolo prima svolto da alcuni Paesi arabi, ma soprattutto un avamposto di straordinaria importanza all’interno del Mediterraneo, a maggior ragione in una fase come questa, in cui il Cremlino rischia di perdere l’unico vero alleato sul Mare Nostrum, la Siria. Lo scorso gennaio un cargo russo diretto a Damasco, con 20 tonnellate di armamenti, fu autorizzato a sbarcare nell’isola, anche se alla fine fu costretto a cambiare la propria rotta, per via dell’embargo europeo sulle armi ad Assad. Alcuni sottolineano anche che Cipro, per via della sua posizione, sia tuttora la base operativa di molte spie, in servizio tra Occidente e Oriente.
Bruxelles non nasconde la sua preoccupazione per le mire di Putin

Gli esperti sanno che quando si parla di Russia, si parla di gas, e viceversa. Non soltanto il gas di casa propria, custodito nel sottosuolo del proprio sconfinato territorio. A Mosca interessa anche l’oro blu dei vicini, non certo per sé ma per sottrarlo alla famelica Bruxelles, sempre più conscia della propria insicurezza energetica. Come ho spiegato un mese fa, i giacimenti del Levante Mediterraneo non fanno eccezione:

Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

Dunque dopo Grecia e Israele, la terza tappa del cammino di Mosca verso la monopolizzazione delle fonti di gas più prossime all’Europa è Cipro. La quale, in cambio del generoso prestito russo, non dovrebbe avere particolari remore nel concedere a Gazprom i diritti di esplorazione ed estrazione delle proprie riserve offshore. Per il Cremlino sarebbe l’ennesimo punto a favore nella partita con Bruxelles.
Pochi giorni fa, i russi ne hanno registrato uno di sicuro rilievo. Nell’ultimo Forum Economico di Pietroburgo, terminato lo scorso 24 giugno, Gazprom & company hanno incassato un ricco bottino di contratti con le più importanti compagnie energetiche europee, destinati a garantire a Mosca l’egemonia nel settore per un’altra decina di anni.
Cipro è solo l’ennesimo tavolo di questa eterna partita.

Negli ultimi mesi in tanti hanno ingenuamente creduto che il Myanmar (ex Birmania) fosse finalmente avviato lungo un percorso di apertura e di (sia pur lenta) democratizzazione. L’avvicinamento diplomatico con Washington, l’elezione di Aung San Suu Kyi nel Parlamento nazionale e la sospensione delle sanzioni economiche da parte di Europa e Australia sono stati i segnali più tangibili dell’avvio di questo processo di riforma.
L’entusiasmo ha però distolto l’attenzione sui non pochi ostacoli disseminati lungo il cammino, sinteticamente illustrati da un articolo su Diplomat:

  1. l’ascesa politica di Aung San Su Kyi dopo anni di prigionia sta portando di fatto alla personalizzazione della politica birmana, dove si è passati dalla figura di un uomo forte, il generale Than Shwe, alla stretta relazione tra l’attuale presidente Thein Sein e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di San Suu Kyi;

  2. Il Myanmar presenta un tessuto sociale variegato ed eterogeneo, composto da etnie molto diverse tra loro. La democratizzazione potrebbe favorire le spinte centrifughe tuttora in corso all’interno del Paese, col rischio che le periodiche violenze tra gruppi degenerino in una situazione di emergenze sistematica;

  3. In Myanmar cominciano ad affluire gli investitori stranieri, ma l Stato birmano, tradizionalmente povero a causa della dittatura socialista, non è abituato a gestire molti soldi. C’è la possibilità che i futuri denari in entrata finiscano per arricchire le gerarchie di potere anziché essere investiti per l’ammodernamento del Paese, favorendo il rafforzamento del regime invece del processo democratico.

Il secondo punto è al momento il più urgente. Domenica scorsa il regime ha dichiarato lo stato di emergenza in seguito ai ripetuti scontri tra buddhisti e islamici nello Stato del Rakhine, una lingua di costa al confine con il Bangladesh. Il presidente Thein Sein ritiene che si tratta di fatti gravi, al punto che la rivolta in corso potrebbe arrivare a minacciare lo stesso processo di democratizzazione, dando così ragione ai timore del Diplomat.
Tuttavia, ci sono alcune cose che Thein Sein evita di menzionare.

La capitale del Rakhine è Sittwe, 181.000 abitanti. Di fronte alla città, sotto i fondali, è situato un giacimento di gas naturale che il governo birmano intende sviluppare attraverso il progetto Shwe (“d’oro”, in birmano); un piano che fa gola a molti, a cominciare dal grande vicino del Myanmar: la Cina.
Nel dicembre 2005 Pechino ha concluso un accordo col regime birmano per l’acquisto di gas per i successivi trent’anni. Da allora Pechino e Napydaw hanno inaugurato grandi progetti nel settore dell’energia: attualmente, la cinese China National Petroleum Corporation (CNPC), in accordo con la Myanmar Oil and Gas Enterprise (MOGE) e le forze di sicurezza dello Stato del Myanmar, è impegnata nella costruzione di un oleodotto da 982 km dal porto di Kyaukpyu, non lontano da Sittwe, alla località cinese di Kunming, nella provincia dello Yunnan.  Il progetto dovrebbe essere ultimato entro il 2015. Allo stesso tempo, è la compagnia sta costruendo un gasdotto, in grado di erogare 12 miliardi m3 di gas naturale all’anno, dal campo di Shwe fino a Kunming. E’ inoltre in fase di realizzazione un sito di deposito di petrolio presso l’isola di Maday, futuro capolinea per le petroliere provenienti dal Medio Oriente  e dall’Africa orientale, principali fonti di approvvigionamento di Pechino. Infine, entro il 2015 sarà pronta anche una nuova ferrovia, sempre da Kyaukpyu a Kunming.
L’obiettivo di Pechino è garantirsi un posto al sole nell’oceano Indiano, bypassando lo Stretto della Malacca.

Ora è chiaro quanto la stabilità del Rakhine sia importante per il Myanmar – e di riflesso per la Cina. Peraltro, non si tratta dell’unica zona turbolenta all’interno del Paese. A Nord, le condutture si ricongiungono alla Cina attraverso lo Stato del Kachin, dove da oltre cinquant’anni il KIA (Kachin Indipendece Army) lo tta per l’indipendenza dell’area. Negli anni, per mantenere il controllo del territorio, l’esercito birmano ha lanciato diverse offensive nella zona, compiendo svariate atrocità contro la popolazione. Dopo 17 anni anni di relativa calma in seguito ad un cessate-il-fuoco, le violenze sono riprese a fine 2011, ma il governo birmano ha assicurato che, nonostante i combattimenti, il gasdotto si farà comunque.

Torniamo a Sittwe. Nel 2007 l’India ha annunciato l’intenzione di potenziare il porto cittadino allo scopo di farne uno sbocco naturale per gli Stati Nordorientali (le cosiddette Sette Sorelle). Per realizzare l’opera, il governo di Delhi ha messo sul tavolo 120 milioni di dollari. La costruzione rientra nel Kaladan Multi-modal Transit Transport Project, un progetto intrapreso dai governi indiano e birmano per migliorare la rete infrastrutturale dei trasporti tra i due Paesi, punto di partenza per future e proficue relazioni economiche. Non solo. Anni fa si era parlato perfino di un gasdotto da Shwe verso l’India. Come si vede, anche l’India nutre forti interessi nel Rakhine.

Sono questi interessi ciò che le violenze stanno mettendo in forse. Ma alla stampa è meglio parlare di “minaccia alla democrazia“. Altrimenti come farebbe il regime a giustificare lo stato di emergenza, presupposto formale per una probabile nuova ondata di repressioni?

Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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Dopo mesi di trattative sottobanco (ma ben note ai meglio informati), nell’anniversario della morte di bin Laden i presidenti Obama e Karzai hanno sottoscritto un accordo in base al quale l’impegno militare degli Stati Uniti si estende fino al 2024.
A parte l’iniziale cortocircuito comunicativo dello staff della Casa Bianca – che prima nega e poi ammette l’arrivo di Obama a Kabul, senza spiegare il perché della bugia -, nel merito l’accordo offre più domande che risposte.
Se da un lato gli USA forniranno un sostegno allo sviluppo delle forze di sicurezza afghane, dall’altro non c’è nessun aiuto finanziario concreto per il bilancio della difesa di Kabul. Ancora, si dice che l’Afghanistan si impegna a fornire accesso alle proprie basi oltre il 2014, ma non è chiaro se gli americani manterranno delle basi permanenti nel Paese – un’ambiguità non certo casuale: benché i funzionari USA insistano che il ritiro definitivo sarà completato entro il 2014, la realtà sul campo dice gli americani resteranno ben oltre tale data.
Un anno fa scrivevo che per l’America il ritiro dall’Afghanistan comporterà solo un riposizionamento delle truppe nel cuore dell’Asia Centrale:

Contrariamente a quanto sostenuto da Obama, secondo Mosca gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di ritirarsi dall’Asia centrale. Anzi, la Casa Bianca starebbe cercando di rinforzare la propria presenza nella regione trasferendovi parte delle strutture militari ora d’istanza a Kabul.
La presunta trattativa con le maggiori fazioni dei taliban volta a negoziare la fine del conflitto, in linea con la strategia del Grande Medio Oriente voluta dagli Usa, comporterà un profondo riassestamento dentro e fuori i confini del Paese. Nel primo caso, si va verso una ripartizione di fatto dell’Afghanistan sulla base di principi etnici; nel secondo, gli americani manterranno la propria influenza in loco da una nuova posizione, proprio dirimpetto ai giganti Russia e Cina.
L’offerta alle repubbliche ex sovietiche di un ruolo di sostegno alla coalizione in Afghanistan non sarebbe che il primo passo verso il collocamento di contingenti supplementari proprio nel cuore della regione. Un progetto noto fin dal settembre del 2009 e confermato da una successione di elementi circostanziali, di cui il potenziamento delle rotte verso Kabul è solo il più recente.

Insomma la longa manus del Pentagono non lascerà la regione.  C’è chi parla dell’Afghanistan come di una nuova OkinawaCome mai per l’America è così importante rimanere in Afghanistan? Per rispondere a questa domanda è necessario indagare sul campo. Intendo dire, su ciò che sta realmente accadendo sul campo, oltre le considerazioni di carattere strategico segnalate su tutti i siti e blog che si occupano di geopolitica.
Al di là della selva di incertezze e supposizioni, c’è qualcuno che le idee sul perché gli americani sono – e resteranno – a Kabul le ha ben chiare: è il sito Peacereporter (ora confluito in quello di E-Mensile, la rivista di Emergency), che nella pagina esplicativa sul conflitto afghano (corredata dalle relative fonti), dopo aver confermato che l’intervento militare Usa in Afghanistan era stato pianificato mesi prima degli attacchi a New York e Washington, rivela:

Un’altra interpretazione, meno nota ma degna di approfondimento, spiega la decisione Usa di occupare l’Afghanistan con la necessità di riavviare la produzione di oppio che nel luglio del 2000 il Mullah Omar aveva vietato nella speranza di guadagnarsi il riconoscimento internazionale.
L’unica vera ricchezza dell’Afghanistan (povero di risorse naturali, petrolio e gas, e tagliato fuori dalle rotte dei gasdotti proprio a causa della sua instabilità – il progetto Unocal della pipeline transafgana è stato abbandonato a favore della più sicura rotta caucasica: quella della pipeline Baku-Tbilisi-Cheyan) è infatti l’oppio, fonte del 90 per cento dell’eroina smerciata nel mondo e di un giro d’affari annuo da centinaia di miliardi di dollari l’anno.

La coltivazione su vasta scala di papaveri da oppio in Afghanistan era iniziata negli anni ’80 nei territori controllati dai mujaheddin antisovietici armati dalla Cia, raggiungendo livelli altissimi negli anni ’90 sotto il regime talebano sostenuto da Usa e Pakistan e rimpiazzando le piantagioni del Triangolo d’Oro in Indocina (sviluppatesi sotto controllo Cia negli anni ’70 durante la guerra in Vietnam).
Dopo l’invasione del 2001 la produzione e lo smercio di oppio afgano (e dell’eroina) sono ripresi a livelli mai visti, polverizzando in pochi anni i record dell’epoca talebana. Le truppe Usa e Nato si sono sempre rifiutate di impegnarsi nella lotta al narcotraffico, continuando a sostenere noti signori della droga, tra cui il fratello di Karzai, Ahmed Wali, risultato poi essere sul libro paga della Cia. L’agenzia d’intelligence americana avrebbe in sostanza appaltato produzione e lavorazione di droga al ‘narco-Stato’ guidato da Karzai, proteggendo le rotte di smercio via terra (Pakistan, Iran e Tajikistan) e gestendo direttamente il trasporto aereo all’estero su cargo militari Usa diretti nelle basi americane in Kirghizistan, Turchia e Kosovo (6, 7), salvo appaltarlo a contractors privati.
Che la Cia abbia sempre promosso la produzione e il traffico di droga nelle aree in cui operava è un dato storico acquisito, per quanto poco ricordato.
Quello che non si sapeva, e che svela forse la vera ragione della guerra in Afghanistan, è che gli enormi capitali derivanti dal riciclaggio dei proventi del narcotraffico costituiscono la linfa vitale che garantisce la sopravvivenza del sistema economico americano e occidentale in momenti di crisi, come spiegato dal direttore generale dell’Ufficio Onu per la droga e la criminalità (Unodc), Antonio Maria Costa

Fantascienza? No, se pensiamo che l’America, sia pur indirettamente, sta ricoprendo un ruolo tutt’altro che secondario nella narcoguerra in Messico. Un’inchiesta del New York Times ha rivelato che agenti della Dea americana (Drug Enforcement Administration) e forze dell’ordine messicane hanno aiutato i cartelli della droga messicani a riciclare denaro proveniente dal traffico di droga, nel tentativo di infiltrarsi nel cartello. Denaro riciclato anche grazie alla compiacenza delle banche USA.
Ancora. Contrariamente da quanto affermato in questa ricostruzione, in Afghanistan alcune risorse naturali ci sono eccome. Come scrivevo mesi orsono, secondo alcune ricerche della US Geological Survey il Paese costituisce forse la regione mineraria più ricca della Terra:

Fino al 2006 tali risorse erano relativamente inesplorate e non esistevano dati certi al riguardo (benché la US Geological Survey avesse stilato un rapporto già nel 2001). La cronica instabilità del Paese, la conformazione geomorfologia del territorio, le elevate distanze coperte da una rete di trasporti carente, il sistema infrastrutturale inadeguato hanno a lungo ostacolato ogni attività di ricerca.
Poi nel 2010 una squadra di geologi americani, assistita da funzionari del Pentagono, ha annunciato la scoperta di una serie di giacimenti ancora intatti per un controvalore di mille miliardi di dollari, sufficienti a cambiare radicalmente volto all’economia afghana. Secondo altre stime, il valore sarebbe addirittura triplo. I dati odierni parlano di 89 campi minerari immediatamente sfruttabili, la maggior parte dei quali inalterata.
Nel dettaglio, l’Afghanistan ospita miniere di rame, ferro, cobalto, piombo, zinco, litio, bario, cromo, oro e metalli preziosi, minerali ferrosi, terre rare, rubini, lapislazzuli nonché altre pietre preziose e semipreziose. Se prendiamo il litio, ad esempio, si stima che l’Afghanistan ne contenga il più vasto giacimento al mondo, al punto che il presidente Karzai ha affermato che “Se l’Arabia Saudita è la capitale mondiale del petrolio, l’Afghanistan sarà la capitale del litio”. All’appello delle ricchezze non mancano gas e petrolio, ovviamente [per tutti i dati si rinvia al rapporto della USGS e a quello dell'Isitituto di Sicurezza e Diplomazia Ambientale della Vermont University].

Nel sottosuolo afghano c’è praticamente di tutto. Mancherebbe solo il petrolio. Sorpresa: c’è anche quello!
La presenza di oro nero nel Paese è stata accertata fin dal 1959, come spiegato dalla US Geological Survey in questa pagina - visibile solo tramite Wayback Machine, perché l’originale è stata rimossa. Che motivo c’era di occultarla?
Il governo Karzai ha concesso le prime licenze d’esplorazione già nel 2010 (interessante questa analisi della Reuters). I giacimenti di oro nero hanno una consistenza stimata di circa 1,6 miliardi di barili: non è molto, ma abbastanza per promuovere dei progetti di estrazione.
Paresntesi. Fino ad oggi l’importanza dell’Afghanistan sotto il punto di vista energetico era nota come luogo di transito per oleodotti o gasdotti. Progetti come la Trans-Afghanistan Pipeline e Afghanistan Oil Pipeline che vedevano coinvolta la compagnia UNOCAL, di cui l’attuale presidente afghano Karzai era stato consulente e collaboratore. Il triangolo Bush-Karzai-UNOCAL è illustrato su Globalresearch, dove si spiega che la scelta di Karzai alla guida del Paese era stata dettata proprio dai suoi trascorsi nella compagnia.
Meno note, per l’appunto, sono le potenzialità del Paese come produttore di idrocarburi. Ragione alla base della frenetica attività diplomatica per dare stabilità alla neonata democrazia afghana, secondo questa analisi pubblicata dieci anni fa – in tempi non sospetti:

As the war in Afghanistan unfolds, there is frantic diplomatic activity to ensure that any post-Taliban government will be both democratic and pro-West. Hidden in this explosive geo-political equation is the sensitive issue of securing control and export of the region’s vast oil and gas reserves. The Soviets estimated Afghanistan’s proven and probable natural gas reserves at 5 trillion cubic feet – enough for the United Kingdom’s requirement for two years – but this remains largely untapped because of the country’s civil war and poor pipeline infrastructure.
More importantly, according to the U.S. government, “Afghanistan’s significance from an energy standpoint stems from its geographical position as a potential transit route for oil and natural gas exports from central Asia to the Arabian Sea.”
To the north of Afghanistan lies the Caspian and central Asian region, one of the world’s last great frontiers for the oil industry due to its tremendous untapped reserves. The U.S. government believes that total oil reserves could be 270 billion barrels. Total gas reserves could be 576 trillion cubic feet.

Il paradigma è sempre lo stesso. Esportiamo la “democrazia”, in cambio di gas e petrolio.
Gli USA hanno fretta che questa “democratizzazione” dia i suoi frutti perché non sono gli unici ad essere a conoscenza del petrolio afghano. Lo scorso dicembre la Cina National Petroleum Corporation è diventata la prima azienda straniera ad ottenere una concessione per l’estrazione di petrolio e gas in Afghanistan. I funzionari stimano che l’accordo potrebbe essere un valore di oltre 700 milioni di dollari (dieci volte tanto, secondo altre stime).
Non c’è da stupirsi come mai gli americani puntino a rimanere inchiodati a Kabul il più a lungo possibile.

La scorsa settimana un rapporto del Department of Homeland Security americano ha rivelato che diverse società di gestione della rete gas sono state colpite da attacchi informatici:

A campaign of cyber attacks has been targeting US natural gas pipeline operators, officials acknowledged Tuesday, raising security concerns about vulnerabilities in key infrastructure.
The Department of Homeland Security “has been working since March 2012 with critical infrastructure owners and operators in the oil and natural gas sector to address a series of cyber intrusions targeting natural gas pipeline companies,” DHS spokesman Peter Boogaard said in an email to AFP.
He said the attack “involves sophisticated spear-phishing activities targeting personnel within the private companies” and added that the FBI and other federal agencies are assisting in the probe.
Spear-phishing is a technique used to target a specific company or organization by sending fake emails    designed to get employees to divulge passwords or other security information.

Il servizio ICS-CERT (Industrial Control Systems Cyber Emergency Response Team) del Dipartimento di Siurezza ha lavorato dal marzo 2012 con i gestori delle infrastrutture sensibili e gli operatori del settore energetico per affrontare una serie di intrusioni informatiche volte a carpire informazioni riservate tramite attraverso sofisticate attività di phishingChristian Science Monitor, che della vicenda offre un ampio resoconto, segnala che gli attacchi sono iniziati iniziati lo scorso dicembre.
Il timore è che sia stato possibile ingannare qualcuno all’interno di una società del gas per depositare qualche trojan o malware nell’archivio informatico della stessa, capace di rubare files o di sabotare l’operatività della gestione. Un pò come ha fatto il virus Stuxnet con l’impianto nucleare di Bushehr, in Iran.
Quello della sicurezza informatica è un problema comune un pò a tutte le aziende: attraverso le reti pubbliche o sfruttando canali non protetti, l’attacco è sempre possibile. Vulnerabilità nei sistemi di controllo sono state rinvenute nella rete elettrica, in quella idrici nonché in altre società di servizi e public utilities. Rimane da capire come mai tali attacchi abbiamo finora colpito soltanto i gestori di gasdotti. Perché questi episodi stanno interessando la maggior parte delle infrastrutture gassifere degli Stati Uniti. Al momento non si sa neppure se il bersaglio delle incursioni siano i sistemi informatici in sé o addirittura le tubazioni. In altre parole, gli esperti conoscono la natura della minaccia, ma non l’intento.

La domanda su chi si nasconda dietro gli attentati potrebbe avere già trovato una risposta. Sempre Christian Science Monitor rivela in esclusiva che, analizzando le tracce lasciate dai tentativi d’intrusione, gli inquirenti hanno trovato interessanti somiglianze con un attacco ad una società di sicurezza informatica avvenuto un anno fa. Un episodio per il quale un funzionario del governo degli Stati Uniti aveva apertamente accusato la Cina:

Investigators hot on the trail of cyberspies trying to infiltrate the computer networks of US natural-gas pipeline companies say that the same spies were very likely involved in a major cyberespionage attack a year ago on RSA Inc., a cybersecurity company. And the RSA attack, testified the chief of the National Security Agency (NSA) before Congress recently, is tied to one nation: China.

Along with the alerts, DHS supplied the pipeline industry and its security experts with digital signatures, or “indicators of compromise” (IOCs). Those indicators included computer file names, computer IP addresses, domain names, and other key information associated with the cyberspies, which companies could use to check their networks for signs they’ve been infiltrated.
Two independent analyses have found that the IOCs identified by DHS are identical to many IOCs in the attack on RSA, the Monitor has learned. RSA is the computer security division of EMC, aHopkinton, Mass., data storage company.

Discovery of the apparent link between the gas-pipeline and RSA hackers was first made last month by Critical Intelligence, a cybersecurity firm in Idaho Falls, Idaho. The unpublished findings were separately confirmed this week by Red Tiger Security, based in Houston. Both companies specialize in securing computerized industrial control systems used to throw switches, close valves, and operate factory machinery.
“The indicators DHS provided to hunt for the gas-pipeline attackers included several that, when we checked them, turned out to be related to those used by the perpetrators of the RSA attack,” says Robert Huber, co-founder of Critical Intelligence. “While this isn’t conclusive proof of a connection, it makes it highly likely that the same actor was involved in both intrusions.”

Gen. Keith Alexander, chief of US Cyber Command, who also heads the NSA, told a Senate committee in March that China was to blame for the RSA hack in March 2011.

Le potenzialità del Dragone in campo informatico sono note da tempo. L’8 aprile 2010 il 15% di tutto il traffico internet statunitense è stato dirottato in Cina per 18 minuti. Tempo sufficiente per registrare e poi decriptare la massa di informazioni trasmesse, comprese quelle, da e verso siti del Pentagono, del Senato, della Nasa o dei servizi di intelligenze.
Si sa anche che in Cina alcune società private e gruppi di hacker hanno promosso diverse operazioni con lo scopo di acquisire informazioni sensibili su progetti tecnologici stranieri, vere e proprie campagne di spionaggio informatico contro le aziende ed i governi di altre nazioni.
Secondo la Reuters, la guerra informatica cinese costituirebbe un rischio reale per l’esercito americano in un eventuale conflitto. Ipotesi tutt’altro che fantascientifica viste le crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale e lungo il confine tra le due Coree. Senza contare Taiwan, che Pechino sogna di riportare sotto il proprio controllo.
Non a caso, anche il Segretario di Stato Hillary Clinton, nel corso dell’annuale Dialogo Strategico ed Economico con i leader cinesi ha sottolineato che Pechino e Washington devono sviluppare norme comuni sulle questioni informatiche. Una sorta di mutua deterrenza sul piano cibernetico.

Non possiamo ancora sapere se dietro gli attacchi ci sia davvero la mano di Pechino. In ogni caso il pericolo dall’etere esiste. Nell’ultimo quaderno speciale di Limes intitolato “Media come armi” si affronta anche il tema della guerra informatica. Scott Borg, in un articolo dal titolo “Logica della guerra cibernetica”, chiarisce che gli attacchi informatici riguardano principalmente non le reti di comunicazione, bensì i software dei sistemi di controllo. Se, come detto in precedenza, quasi tutti i processi produttivi sono regolati e coordinati tramite computer che eseguono istruzini, vi è la possibilità che i sistemi possano essere alterati da agenti nocivi in grado di manipolarli. Cosiderato che gli attacchi informatici possono aggirare tutte le difese militari convenzionali, i danni materiali potrebbero essere incalcolabili. E non vi sarebbe alcun modo per risalire con certezza all’autore o al Paese di provenienza.
Il Pentagono considera il cyberspazio il quinto dominio operativo dopo la terra, il mare, il cielo e lo spazio, ma si tratta di un’interpretazione fuorviante. L’Information Technology non è che una nuova modalità che si inserisce nelle operazioni militari tradizionali, non una tipologia di operazione. Un caso di guerra informatica lo abbiamo avuto quattro anni fa, nella guerra russo-georgiana: il 7 agosto 2008, giorno precedente all’attacco, i siti governativi di Tbilisi furono resi inaccessibili probabilmente da un gruppo di hacker russi, paralizzando le capacità di reazione dei georgiani.

Oggigiorno quasi tutti i processi industriali si basano sui computer, per cui assumendo il controllo remoto di una centrale diventa possibile gestire lo snodo del gas attraverso le condutture, arrivando persino a sabotarne il trasporto. Teoricamente, sarebbe possibile arrestarne il flusso, lasciando intere città a secco.
Negli Stati Uniti la rete gas si estende lungo 200.000 chilometri di tubature, che forniscono al Paese un quarto dell’energia consumata ogni giorno. E’ facile intuire come l’integrità e il corretto funzionamento dei gasdotti costituiscano una questione di sicurezza nazionale.

Lo scorso 26 dicembre Turchia e Azerbaijan hanno firmato un memorandum per la costruzione del gasdotto Tanap (Trans Anational Pipeline), che nella fase iniziale trasporterà 16 miliardi di m3 all’anno, di cui sei miliardi destinati al mercato turco, e i restanti dieci all’Europa, provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz II. Al consorzio partecipano la compagnia statale per l’energia azera Socar (80%) e due compagnie turche, quella per la gestione degli oleodotti turca Botas quella petrolifera Tpao (20%), a cui in futuro potranno aggiungersi anche altre imprese. I lavori per l’infrastruttura, che avrà un costo stimato di 3,8 miliardi di euro, inizieranno nel 2012 e dovrebbero concludersi a fine 2017. La capacità del gasdotto con il tempo potrà essere aumentata a 24 miliardi di m3.
Tale accordo avrà molte conseguenze per l’Europa. Il Tanap conferma il ruolo della Turchia come incrocio delle vie di approvvigionamento tra l’Asia e il vecchio continente, ma farà tramontare forse definitivamente il progetto Nabucco, sostenuto dalla Ue, perché non c’è più abbastanza gas nei giacimenti azeri per alimentarlo.

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Moscaha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.
Nel 2010 Mosca importava da Baku 800 milioni di m3 all’anno; nel 2011 la quantità è raddoppiata a 1,5 miliardi e la scorsa settimana le due parti hanno firmato un accordo che prevede un ulteriore raddoppio a 3 miliardi di m3 all’anno per il 2013 “a condizioni molto favorevoli per noi”, ha dichiarato Rovnag Abdullayev, presidente di Socar.
Anche in Iraq, altro possibile fornitore, la russa Lukoil è un importante attore nei progetti di esplorazione ed estrazione.

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La carta, pubblicata dalla Prof. Maria Rita D’Orsogna, mostra i siti minerari in concessione nel nostro Paese.  In molti casi le aree interessate coincidono o sfiorano quelle dichiarate protette.
E non è ancora chiaro se il nuovo decreto “Cresci Italia”, quello sulle liberalizzazioni, consentirà alle compagnie di aggirare il divieto di trivellazione in qeste aree sancito dal TU sull’ambiente del 2006. Se la nuova norma contenuta nell’art. 17 del decreto fosse confermata, le ricerche petrolifere in queste aree del Mediterraneo meridionale potrebbero continuareanche dopo il decreto di delimitazione delle zone protette. A conferma della volontà di trapanare il Paese alla ricerca di nuovi giacimenti, nel (presunto) tentativo di ridurre a noi cittadini la bolletta del gas, il decreto  ha previsto incentivi per le località che accettano le trivellazioni. In proposito, c’è già chi come la Puglia, promette di alzare le barricate.

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova il secondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

Questo articolo su Il Cambiamento ci racconta come il nostro Paese stia diventando un far west di trivellazioni. Citando un dossier del WWF, si rileva che su 136 concessioni onshore e 70 offshore attive in Italia nel 2010, rispettivamente solo 21 e 28 hanno pagato le relative royalties alle amministrazioni interessate. Su 59 società che nel 2010 operavano in Italia, solo 5 avevano pagato il canone: ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi.
Apprendiamo inoltre che al 2011 sono 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi offshore (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al Ministero dello Sviluppo economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca onshore.
E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.

La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costa rende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.
Analogo discorso vale per gli Appennini, dove le companies americane si contendono il diritto a trivellare, nonostante la ferma opposizione dei sindaci locali. Per non parlare della Basilicata, devastata dai petrolieri e ricompensata a suon d’elemosina.
Tutto ciò anche a seguito della depenalizzazione dovuta ad una legge del governo Berlusconi. Governo che voleva privatizzare i beni pubblici in nome del libero mercato anche e nonostante una volontà popolare contraria, come abbiamo visto in occasione dei quesiti referendari di giugno. Con l’aggravante di non ricavarne che briciole.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.
Sebbene il documento si soffermi in particolare sulla gestione dei rifiuti e sul ciclo del cemento, che assorbono quasi la metà dei reati ambientali, il testo offre un’idea delle dimensioni del problema. Una misura che sfugge ai dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente, i quali si basano su autodichiarazioni rilasciate dalle ditte per poi essere elaborati secondo modalità espressamente sconsigliate dalla Ue, perdendo così la fetta di rifiuti illegali prodotti dalle stesse.

Sempre alla ricerca di nuove fonti energetiche e tallonata dalla concorrenza di Pechino, l’India spunta ad espandere la propria presenza su un territorio tanto vasto quanto ricco di risorse: la Siberia.
La visita di tre giorni a Mosca del Ministro degli Esteri indiano Ranjan Mathai è stata l’occasione per rafforzare la partecipazione dell’India al progetto Sakhalin-3 per lo sfruttamento di un giacimento da 2.000 km2 nel Mare di Okhotsk, nella Siberia orientale.
Nel frattempo, la compagnia indiana OVL (Oil and Natural Gas Explorator Corp.) sta negoziando con le russe Rosneft e Novatek la costituzione di una joint venture per l’estrazione di petrolio e gas.
Attualmente OVL ha una quota del 20% nel Sakhalin-1, giacimento gestito da Exxon Mobil, per un valore da 1,7 miliardi di dollari.
Già in maggio OVL, insieme a GAIL India e Petronet LNG Ltd., stava progettando un’offerta non vincolante per una quota del 20% nei giacimenti dello Yamal, 418 miliardi di m3 di gas stimati.

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