Francia, la facile retorica e il vuoto della sinistra dietro il successo del Front National

Il 30 marzo era una data cerchiata di rosso dalle cancellerie europee: quella delle elezioni locali in Francia. I cui risultati (crescita dell’astensione e una netta “vittoria” del Front National), pur largamente prevedibili, non hanno mancato di provocare turbamenti sia in Europa che nella sinistra francese. Eppure, non si tratta che di un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee, quando gli strilli delle sirene antifasciste si leveranno più acuti che mai.

“Un terremoto politico”: la Francia si è svegliata con le stesse parole che furono pronunciate da Lionel Jospin nel 2002 quando l’allora capo del Partito Socialista fu buttato fuori al primo turno dal fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. A livello nazionale infatti il Front National ha raccolto quasi un milione di voti e a livello nazionale potrà essere presente nel 6% dei comuni con più di 1.000 abitanti, un risultato sei volte superiore a quello delle municipali del 2008. Se si pensa poi che alle ultime elezioni amministrative del 2008 il partito di Marine Le Pen aveva collezionato su scala nazionale un misero 0,93% al primo turno e addirittura uno 0,28% al secondo turno con l’elezione di solo 60 consiglieri municipali, la differenza con quanto accade oggi è abissale. E il terremoto, alla fine, c’è stato davvero: il presidente François Hollande ha deciso di annunciare la nomina del più telegenico Manuel Valls alla guida del governo francese. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault e il suo esecutivo hanno rassegnato le dimissioni e l’ex ministro dell’Interno è stato scelto dal capo dello Stato come nuovo premier.

La presidenza Hollande è in piena crisi e la bilancia politica si sta spostando oramai a destra dove trionfa il populismo, la xenofobia e l’antieuropeismo. E come sempre accade in periodi di crisi e di transizione, il Front National emerge prepotentemente, raccoglie consensi e incarna il voto di protesta. In un sondaggio di Le Monde di metà febbraio, il 34% dei francesi aderiva alle idee del Front National. Ma c’è davvero di che preoccuparsi? Continua a leggere

Il fallimento della Francia in Somalia

Il 17 gennaio il gruppo terrorista somalo al-Shabaab ha detto di aver ucciso l’agente dell’intelligence francese Denis Allex in segno di rappresaglia per il fallito blitz di pochi giorni prima nel tentativo di liberarlo. Allex era stato rapito il 14 luglio 2009 mentre si trovava a Mogadiscio durante un’operazione in appoggio al governo di transizione somalo. Nell’occasione era stato catturato anche un collega, poi riuscito a fuggire (benché non manchino le voci circa l’avvenuto pagamento di un riscatto).
Lo scontro a fuoco intorno a Bulo Marer, circa 75 km a nordovest della capitale Mogadiscio, luogo dove i francesi ritenevano fosse tenuto prigioniero, è durato tra i 45 minuti e alcune ore, secondo le diverse versioni diffuse finora. L’operazione si è conclusa con la morte di due militari francesi e di 17 combattenti somali (almeno 27 secondo altre fonti). In ogni caso, è stato lo stesso presidente francese Hollande ad annunciare che l’intervento militare “non ha avuto successo.
Lunedì 14, un account di Twitter associato ad al-Shabaab aveva messo pubblicato alcune immagini di uno dei due militari francesi caduti nell’operazione, col messaggio François Hollande, ne valeva la pena?

Il blog Somalia News Room riporta un’approfondita analisi sulla fallita operazione francese.
In sintesi, Bulo Marer è una località ancora controllata dalle milizie Shabaab, nonostante l’esercito somalo e la forza AMISOM siano d’istanza ad appena 28 km. Le forze speciali francesi hanno raggiunto la località a bordo di almeno sei elicotteri partiti da due navi a largo nell’Oceano Indiano. Fonti aggiuntive parlano di altre presunte forze speciali sbarcate nella città di Daydoog, a 5 km da Buulo Mareer. Il mancato successo dell’operazione può essere spiegata attraverso questi fattori:
1) I francesi non hanno avuto una buona attività d’intelligence: la velocità con cui sono stati respinti e la conclusione della loro goffa ritirata (lasciando addirittura dei soldati indietro) suggerisce che essi abbiano sottovalutato i potenziali ostacoli che avrebbero potuto incontrare. Rapporti aggiornati parlano di uno scontro tra 50 soldati speciali francesi contrapposti ad almeno 100 miliziani al-Shabaab pesantemente armati. La Francia ha dunque sottovalutato sia la consistenza numerica del nemico che la sua capacità di reazione, nonostante l’assistenza logistica della CIA (che a Mogadiscio mantiene una propria installazione) avrebbe potuto fornire informazioni dettagliate in tal senso –  benché non sia ancora chiaro il contributo dell’intelligence americana nell’operazione.
2) La scarsa esperienza francese in territorio somalo: già in passato la Francia si era avventurata in operazioni di salvataggio contro gruppi terroristici: riportando un successo totale contro i pirati somali qui, uno parziale sempre contro i pirati somali qui, e un fallimento totale contro al-Qa’ida nel Maghreb Islamico qui. Ma in Somalia le forza speciali d’oltralpe non erano mai intervenute a terra, dove le operazioni sono ben più complicate di quelle in mare aperto.
Il fallimento di Bulo Marer rappresenta comunque un cattivo presagio per la Francia, tuttora impegnata nel più difficile teatro del Mali.

Anche in Francia i ristoranti non sono più così pieni

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti – anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

La Francia non ha votato per Hollande ma contro Sarkozy

Grafico tratto dall'Economist

E’ ancora presto per proclamare Francois Hollande come nuovo presidente di Francia. In attesa del 6 maggio, quando si conoscerà il nome del prossimo inquilino dell’Eliseo, adesso le luci della ribalta sono tutte per Marine Le Pen, elevata dai media  a vincitrice morale delle elezioni.
A conti fatti, la vittoria di Hollande era prevedibile. Una così ampia affermazione dell’estrema destra, no.
Ciò su cui gli analisti farebbero meglio ad interrogarsi non è tanto verso quale candidato deciderà di indirizzare il proprio bacino di voti (qui un sondaggio presso i suoi elettori: 40% Sarkozy, 27% Hollande e 33% astenuti), quanto piuttosto come mai così tanti francesi abbiano scelto di votare per lei. Il 17,9% dei voti per Le Pen in Francia, assieme alla caduta del governo in Olanda (dove il partito antiislamista di Geert Wilders vanta 24 seggi su 150 in parlamento) rappresentano l’ultimo capitolo di una crescita progressiva e inarrestabile delle forze politiche di destra xenofobe e in molti casi apertamente antieuropeiste.
Anche se può apparire semplicistico, il legame tra la risposta europea alla crisi – caratterizzata da un’eccessiva austerità che sta spingendo il continente verso la recessione – e l’ascesa dei populismi di destra è più che tangibile. Dal 2008 i governi europei hanno mostrato attenzione più per le banche, principali responsabili della crisi, che per i popoli, principali vittime. Normale, dunque, che la gente sia diventata più sensibile ai messaggi semplici e di primo acchito maggiormente vicini ai loro desideri: no austerity, no euro, no immigrazione. Come se la ricetta magica per la ripresa fosse tutta lì. Non è un caso che il 30% dei voti degli operai sia andato alla bionda avvocatessa del Fronte Nationale, mentre solo il 12% ha votato per il candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Le classi povere sono sempre più povere, quelle più ricche sempre più ricche e quella media si sta assottigliando sempre di più, trascinando verso il basso chi finora si era sentito al sicuro. Normale  – e preoccupante – assistere al riemergere dei nazionalismi. Fenomeno sul quale diversi studi avevano già lanciato l’allarme.

Passando a Sarkozy, probabilmente, diventerà il secondo presidente  in 50 anni di storia della Quinta Repubblica francese (dopo Valéry Giscard d’Estaing nel 1981) a non essere rieletto per un secondo mandato. Non tanto a causa delle sue gaffes imbarazzanti. Ad alienargli le simpatie di quello stesso elettorato che lo aveva acclamato nel 2007 è stato il suo stile, impetuoso, autoritario e irascibile, messo in risalto dagli scarsi risultati ottenuti nel quinquennio del suo mandato. Più volte ha annunciato grandi provvedimenti (talvolta senza neppure consultare il governo) per poi rimangiarsi tutto il giorno dopo. E’ stato invischiato in situazioni inopportune (come la tentata nomina di un figlio alla presidenza di un’agenzia pubblica) se non addirittura gravi e compromettenti (come la vicenda dei finanziamenti occulti alla sua campagna). Aveva sobillato il popolo dietro lo slogan lavorare di più per guadagnare di più. Invece ha tagliato le tasse ai ricchi, ha aumentato l’età pensionabile e non è riuscito a contenere un tasso di disoccupazione ormai al 10%, più alto che nelle altre economie più avanzate dell’Eurozona. Dimenticato qualcosa^ Ah, già: la tripla A persa in estate. In politica estera è stato il principale artefice di quella guerra in Libia le cui ripercussioni stanno mettendo a rischio la stabilità dell’intera regione sahariana.

Probabilmente gli elettori hanno votato Hollande più per punire il presidente in carica che per premiare il candidato socialista (qui un profilo su IlSole24ore). E l’evidente frammentazione delle intenzioni di voto – il centrista Bayrou, solo quinto classificato, ha preso ben il 9% – testimonia il clima di incertezza che domina la politica (non solo francese) in questo periodo.
Sullo sfondo ci sono i mercati, ai quali la designazione di Hollande (il quale è favorevole alla riforma del Fiscal Compact)  pare proprio non essere piaciuta.