Francia, la facile retorica e il vuoto della sinistra dietro il successo del Front National

Il 30 marzo era una data cerchiata di rosso dalle cancellerie europee: quella delle elezioni locali in Francia. I cui risultati (crescita dell’astensione e una netta “vittoria” del Front National), pur largamente prevedibili, non hanno mancato di provocare turbamenti sia in Europa che nella sinistra francese. Eppure, non si tratta che di un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee, quando gli strilli delle sirene antifasciste si leveranno più acuti che mai.

“Un terremoto politico”: la Francia si è svegliata con le stesse parole che furono pronunciate da Lionel Jospin nel 2002 quando l’allora capo del Partito Socialista fu buttato fuori al primo turno dal fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. A livello nazionale infatti il Front National ha raccolto quasi un milione di voti e a livello nazionale potrà essere presente nel 6% dei comuni con più di 1.000 abitanti, un risultato sei volte superiore a quello delle municipali del 2008. Se si pensa poi che alle ultime elezioni amministrative del 2008 il partito di Marine Le Pen aveva collezionato su scala nazionale un misero 0,93% al primo turno e addirittura uno 0,28% al secondo turno con l’elezione di solo 60 consiglieri municipali, la differenza con quanto accade oggi è abissale. E il terremoto, alla fine, c’è stato davvero: il presidente François Hollande ha deciso di annunciare la nomina del più telegenico Manuel Valls alla guida del governo francese. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault e il suo esecutivo hanno rassegnato le dimissioni e l’ex ministro dell’Interno è stato scelto dal capo dello Stato come nuovo premier.

La presidenza Hollande è in piena crisi e la bilancia politica si sta spostando oramai a destra dove trionfa il populismo, la xenofobia e l’antieuropeismo. E come sempre accade in periodi di crisi e di transizione, il Front National emerge prepotentemente, raccoglie consensi e incarna il voto di protesta. In un sondaggio di Le Monde di metà febbraio, il 34% dei francesi aderiva alle idee del Front National. Ma c’è davvero di che preoccuparsi? Continua a leggere

Il Grande gioco della Repubblica Centrafricana

Ciò che sta succedendo nella Repubblica Centrafricana presenta aspetti inquietanti e addirittura misteriosi. Accanto ad una situazione umanitaria disastrosa (ampiamente denunciata da Amnesty International e documentata anche grazie all’uso di immagini satellitari), gli eventi susseguitisi nelle ultime settimane restituiscono un quadro molto più ingarbugliato di quanto appariva alcuni mesi fa.

I fatti

Come sappiamo, la rivolta è iniziata il 10 dicembre 2012, quando la formazione Séléka (alleanza, in lingua sango), una coalizione di gruppi ribelli di cui facevano parte anche molti dei combattenti precedentemente coinvolti nella guerra civile degli anni Duemila, hanno accusato il governo del presidente François Bozizé di non voler rispettare gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011. La coalizione, partita dal nord del Paese, ha via via occupato importanti città nelle regioni centrali e orientali fino a giungere nella capitale Bangui il 24 marzo 2013, obbligando Bozizé a lasciare il Paese – il 31 maggio l’ex presidente sarebbe stato incriminato per genocidio e crimini contro l’umanità.

Il 18 aprile, il capo delle milizie Séléka, Michel Djotodia, autoproclamatosi presidente, è stato riconosciuto come il capo di transizione di governo nel corso di un vertice regionale a N’Djamena (capitale del Ciad, sostenitore occulto dei ribelli). Ma il neo presidente non è riuscito a riportare il Paese alla normalità, la cui situazione è invece precipitata in estate. Oggi i rapporti di osservatori esterni parlano di gravi violazioni dei diritti umani (compreso l’uso di bambini soldato), stupri, torture, esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate nonché della presenza di oltre 460.000 sfollati: il 10% su una popolazione di 4,6 milioni di abitanti.

In risposta alle violenze perpetrate da Séléka, in varie zone del Paese hanno fatto la loro comparsa dei gruppi cd. di Autodifesa chiamate “anti balakas” (anti machete) con il compito di respingere la presenza dei miliziani dai rispettivi territori, soprattutto nell’ovest.

Le domande

Tali sviluppi hanno avuto un’evoluzione molto strana rispetto alle premesse. Le milizie Séléka non dovrebbero più esistere. Il loro obiettivo era obbligare il governo di Bozizé a rispettare gli accordi di pace oppure a lasciare il potere in caso di rifiuto, dopodiché il neo presidente Djotodia le ha ufficialmente sciolte. Da allora, invece, le loro fila sono state ingrossate da criminali comuni e mercenari provenienti da Ciad e Sudan e, soprattutto, circa 6.000 bambini soldato. Oggi Séléka conta circa 20.000 effettivi.

Anche i gruppi di Autodifesa hanno fatto registrare un salto di qualità. Recentemente hanno conquistato l’aeroporto di Bouar, nel sudovest del Paese, andando dunque ben oltre quella che era la normale difesa dei propri villaggi. In questo caso hanno ingaggiato battaglia con milizie molto ben armate e preparate, vincendo.

Inoltre, a luglio l’Unione africana ha annunciato l’invio di una forza di peacekeeping (chiamata MICOPAX: 3500 soldati previsti, appena 2600 quelli arrivati alla fine di ottobre) per proteggere la popolazione civile ma da allora le violenze sui civili sono aumentate, anziché diminuire.  

Così le domande si accumulano: perché la forza multinazionale non è intervenuta? Perché Séléka è ancora attiva e armata? E infine, come si spiega il mutamento dei gruppi di Autodifesa da formazione volontaria ad organizzazione paramilitare? Chi c’è dietro gli uni e gli altri contendenti?

La partita di Bangui

L’impressione è che nella Repubblica Centrafricana si stia giocando una partita che va ben oltre le forze in campo.

La partita vede impegnata innanzitutto la Francia, che aveva scaricato Bozizè colpevole di aver manifestato l’intenzione di cedere diritti di prospezione e sfruttamento di materie prime minerarie a potenze esterne (in primo luogo la Cina) ma anche ad una potenza coloniale come il Sudafrica, che aveva già un contingente di militari sul posto.

Lo scorso gennaio, con la scusa dell’imminente operazione Serval in Mali, a cui negli stessi giorni si sovrapponeva l’improvvisato (quanto demenziale) tentativo di liberare un agente segreto prigioniero in Somalia, l’Eliseo ha tacitamente abbandonato Bozizé al proprio destino, di fatto appoggiando l’avanzata di Séléka. Già qualche mese dopo, però, i francesi si sono resi conto che i guerriglieri sono in realtà una accozzaglia di movimenti più che rissosi e soprattutto portatori di interessi esterni.

Tutto questo a scapito proprio di Parigi, ex madrepatria, che ha sempre attinto alle ricchezze centrafricane a prezzi di favore ma che adesso rischia di perdere posizioni. Da qui la decisione di Hollande di spedire un contingente di oltre 1.000 uomini per cercare di ristabilire l’ordine.

La conseguenza più preoccupante di tale coinvolgimento esterno è che, accanto alle più tradizionali tensioni interetniche, si registra anche un netto aumento degli scontri tra gruppi religiosi. Si tratta di un fatto nuovo in Centrafrica, dove la maggioranza della popolazione è cristiana, come lo erano Bozizè e tutti gli altri presidenti che l’avevano governata fin dall’indipendenzaLa maggior parte dei miliziani di Séléka, così come il presidente Djotodia, sono invece musulmaniMolti di loro rispondono ai richiami religiosi che arrivano da attori più o meno occulti come alcuni Paesi arabiE dove ci sono le forze dell’integralismo islamico, ci sono anche lauti finanziamenti – quasi sempre in partenza dal Golfo – a cui, in questo caso, si aggiungono il sostegno militare logistico di attori regionali come il Sudan e il Ciad. 

Ancora, lo scenario vede la presenza, nemmeno troppo mascherate, delle potenze emergenti asiatiche e della principale potenza continentale, il Sudafrica, che ha forti interessi in Centrafrica - primo fra tutti: strappare il controllo del mercato dei diamanti dalle mani di Séléka. “Soluzioni africane per problemi africani” è il mantra di Pretoria, la cui agenda odierna è però diversa da quella che aveva ai tempi di Mandela, in quanto più interessata alle risorse naturali che al progresso dei diritti umani nel continente. Così la mossa del Sudafrica è letta come un’azione di contrasto alla presenza militare francese nell’Africa subsahariana, dove Parigi gioca ancora un ruolo dominante in quella che fu la Françafrique.

E’ infine da notare come la reazione delle Nazioni Unite sia praticamente nulla, se si eccettua la proposta del Segretario generale Ban Ki-moon di inviare una missione di peacekeeping nel Paese.

Niente di nuovo sotto il sole d’Africa, dove le guerre si fanno come al solito per procura e le forze locali sono solo comparse.

Golpe a Bangui

La crisi nella Repubblica Centrafricana era iniziata in dicembre. Subito però il governo di Bozizé e i ribelli della formazione Seleka erano giunti ad un accordo e gli eventi in corso a Bangui erano stati accantonati dai media, concentrati sui più intricati sviluppi dell’operazione francese nel Mali.
A due mesi di distanza, i ribelli hanno ripreso l’offensiva. Ufficialmente perché delusi dalle concessioni di Bozizé, giudicate troppo modeste benché il presidente avesse comunque acconsentito sia alla liberazione dei prigionieri politici che alla revoca del coprifuoco e dei blocchi stradali lungo la nazione, ossia due tra le principali condizioni richieste da Seleka.
Ora Bangui è sotto il controllo dei ribelli. Bozizé è fuggito in Congo. Il comandante di Seleka Michel Djotodia (qui il suo profilo) ha dichiarato sospesa la costituzione, autoproclamandosi presidente ad interim e promettendo di indire delle elezioni democratiche entro tre anni. Anche se non è ben chiaro come lui e il suo manipolo di soldati possano governare il Paese durante questo periodo di transizione.
Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha criticato la “presa di potere incostituzionale” da parte dei ribelli. Dello stesso tenore le dichiarazioni del Dipartimento di Stato USA, del Ministero degli Esteri britannico, e del presidente francese Francois Hollande.
L’Unione Africana ha sospeso la RCA. Intanto il caos in corso nella capitale peggiora la già profonda crisi umanitaria del Paese.

Quello della Repubblica Centrafricana era un collasso politico atteso e inevitabileche rischia di turbare i già precari equilibri della regione.
L’endemica fragilità del Paese si basi su una gestione autoritaria e personalistica del potere da dopo l’indipendenza del 1960. Come i suoi predecessori, a cominciare dal dittatore Jean-Bedel Bokassa, Bozizé non ha fatto nulla per sollevare i 4,5 milioni suoi concittadini dalla condizione di miseria in cui versano, nonostante le risorse di cui la RCA gode (tra le quali oro, diamanti, uranio, avorio, ma anche olio e legname) sarebbero sufficienti ad avviare un percorso di sviluppo. Gli unici a beneficiarne sono i bracconieri e coloro che sfruttano le miniere di contrabbando, in molti casi grazie all’impunità gentilmente offerta proprio dal governo. La porosità dei confini e la quasi totale assenza di strade asfaltate garantiscono lo svolgimento dei traffici illeciti.
Non a caso, l’International Crisis Group Think Tank ha definito la RCA come uno uno Stato fantasma che esiste solo sulle mappe.

E’ ancora da chiarire perché la Francia, ex madrepatria e così attiva nel Continente nero (vedi Costa d’Avorio, Libia, Somalia e Mali), non abbia invece mosso un dito per Bangui. Parigi aveva già 250 militari dislocati sul posto, a cui se ne sono aggiunti altri 300 sabato scorso, ma il cui mandato è limitato alla protezione dei 1.250  cittadini francesi residenti nel Paese e al presidio dell’aeroporto internazionale.
A fronteggiare i ribelli della Seleka sono stati i circa 200 soldati sudafricani inviati sul posto in gennaio per addestrare le deboli forze armate della RCA. Almeno 13 sono stati uccisi negli scontri lungo le strade di Bangui.
L’attenzione della Francia è al momento concentrata su ben altre crisi. In primis nel Mali, ma poi anche in Somalia, teatro del fallito blitz per liberare l’agente speciale Denis Allex (poi giustiziato), e in Camerun, dove sette cittadini francesi sono stati rapiti in febbraio. L’offensiva della Seleka deve aver colto l’Eliseo alla sprovvista; non c’è da stupirsi che abbia preferito abbandonare Bozizé al suo destino per tenersi le mani libere in futuro, in attesa di disimpegnarsi dagli altri scenari in cui è attiva.
Prima o poi il Quai d’Orsay si ricorderà della sua ex colonia, o piuttosto dei ricchi giacimenti e di uranio che custodisce nel sottosuolo. Per scendere a patti con Djotodia e il suo “governo” c’è sempre tempo.

Francia e Germania, nozze d’oro per una coppia in crisi

In Europa, forse nessun Paese ha un così alto sentimento della propria storia come la Francia, dove l’espressione “Grandeur” non esprime solo i fasti napoleonici, ma l’idea stessa di una missione universale. Solo un altra nazione ha una concezione di sé altrettanto elevata: la Germania. Da qui l’ossessione di Parigi per la vicina Berlino, che la vittoria nel 1945 ha solo parzialmente sopito.
Pertanto, il cinquantenario del Trattato dell’Eliseo (firmato il 22 gennaio 1963) rappresenta un’occasione per esaminare non solo l’aria che tira sulle due sponde del Reno, ma anche il ruolo che entrambi rivestono all’interno della UE, e cosa intendono fare insieme per Bruxelles.
Possiamo partire dalla recente intervista dell’ex ministro degli Esteri Hubert Védrine, nella quale si parla di un “necessario riequilibrio nel rapporto tra Francia e Germania“. In che senso il rapporto di oggi si può definire squilibrato? E soprattutto, dietro alla riflessione di Védrine si cela forse il rammarico per i “bei tempi che furono”, ossia quelli della Francia come unica potenza politica in Europa e della Germania soltanto locomotiva economica?

Parigi + Berlino = sempre Europa?

Europa significa, di fatto, Germania più Francia. In Europa, da un lato niente viene deciso senza la Germania; dall’altro la Germania non può comunque decidere da sola. Nell’ultimo mezzo secolo non c’è riforma in campo europeo che non sia stata promossa senza l’imprimatur franco-tedesco. Come scrivevo un anno fa, l‘Europa stessa è una costruzione franco-tedesca.
Dal Trattato dell’Eliseo (1963) fino alla caduta del Muro (1989) la relazione tra Parigi e Berlino ha viaggiato a gonfie vele, benché su un piano asimmetrico. I dissapori, peraltro mai ammessi, sono iniziati dopo. Lo spartiacque è stato il Trattato di Maastricht, estremo tentativo – attraverso la creazione della moneta unica – dei francesi di tenere ancorata a sé una Germania pronta a prendere di nuovo il largo dopo l’unificazione. Da quel curioso testo (dove i principi illuministici, di ispirazione francese, si alternano a parametri di tecnica monetaria, di ispirazione tedesca) i rapporti non sono più tornati quelli di prima. Ed ecco che le parole di Védrine acquistano un senso.

Continua a leggere

Il fallimento della Francia in Somalia

Il 17 gennaio il gruppo terrorista somalo al-Shabaab ha detto di aver ucciso l’agente dell’intelligence francese Denis Allex in segno di rappresaglia per il fallito blitz di pochi giorni prima nel tentativo di liberarlo. Allex era stato rapito il 14 luglio 2009 mentre si trovava a Mogadiscio durante un’operazione in appoggio al governo di transizione somalo. Nell’occasione era stato catturato anche un collega, poi riuscito a fuggire (benché non manchino le voci circa l’avvenuto pagamento di un riscatto).
Lo scontro a fuoco intorno a Bulo Marer, circa 75 km a nordovest della capitale Mogadiscio, luogo dove i francesi ritenevano fosse tenuto prigioniero, è durato tra i 45 minuti e alcune ore, secondo le diverse versioni diffuse finora. L’operazione si è conclusa con la morte di due militari francesi e di 17 combattenti somali (almeno 27 secondo altre fonti). In ogni caso, è stato lo stesso presidente francese Hollande ad annunciare che l’intervento militare “non ha avuto successo.
Lunedì 14, un account di Twitter associato ad al-Shabaab aveva messo pubblicato alcune immagini di uno dei due militari francesi caduti nell’operazione, col messaggio François Hollande, ne valeva la pena?

Il blog Somalia News Room riporta un’approfondita analisi sulla fallita operazione francese.
In sintesi, Bulo Marer è una località ancora controllata dalle milizie Shabaab, nonostante l’esercito somalo e la forza AMISOM siano d’istanza ad appena 28 km. Le forze speciali francesi hanno raggiunto la località a bordo di almeno sei elicotteri partiti da due navi a largo nell’Oceano Indiano. Fonti aggiuntive parlano di altre presunte forze speciali sbarcate nella città di Daydoog, a 5 km da Buulo Mareer. Il mancato successo dell’operazione può essere spiegata attraverso questi fattori:
1) I francesi non hanno avuto una buona attività d’intelligence: la velocità con cui sono stati respinti e la conclusione della loro goffa ritirata (lasciando addirittura dei soldati indietro) suggerisce che essi abbiano sottovalutato i potenziali ostacoli che avrebbero potuto incontrare. Rapporti aggiornati parlano di uno scontro tra 50 soldati speciali francesi contrapposti ad almeno 100 miliziani al-Shabaab pesantemente armati. La Francia ha dunque sottovalutato sia la consistenza numerica del nemico che la sua capacità di reazione, nonostante l’assistenza logistica della CIA (che a Mogadiscio mantiene una propria installazione) avrebbe potuto fornire informazioni dettagliate in tal senso –  benché non sia ancora chiaro il contributo dell’intelligence americana nell’operazione.
2) La scarsa esperienza francese in territorio somalo: già in passato la Francia si era avventurata in operazioni di salvataggio contro gruppi terroristici: riportando un successo totale contro i pirati somali qui, uno parziale sempre contro i pirati somali qui, e un fallimento totale contro al-Qa’ida nel Maghreb Islamico qui. Ma in Somalia le forza speciali d’oltralpe non erano mai intervenute a terra, dove le operazioni sono ben più complicate di quelle in mare aperto.
Il fallimento di Bulo Marer rappresenta comunque un cattivo presagio per la Francia, tuttora impegnata nel più difficile teatro del Mali.

La morte delle tre attiviste curde e quell’accordo di pace con Ankara sempre più lontano

Il Post:

Da alcuni giorni si continua a parlare in Francia del caso delle tre attiviste curde uccise nella notte tra mercoledì e giovedì all’interno di un centro culturale a Parigi. Una di loro, Sakine Cansiz, era stata nel 1978 tra le fondatrici del PKK, il Partito Curdo dei Lavoratori, considerato un gruppo terrorista dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Tutte e tre sono state uccise con colpi di arma da fuoco: due di loro con colpi alla nuca, la terza con un colpo alla pancia e uno alla testa. Diverse migliaia di curdi – 15 mila solo oggi a Parigi, scrive Le Monde – hanno manifestato in questi giorni davanti al centro culturale dove sono avvenuti gli omicidi e in altre città della Francia. Le tre donne si chiamavano Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Soylemez e il loro omicidio è accaduto nelle stanze del Centro d’informazione del Kurdistan, nel X arrondissement di Parigi. I tre corpi sono stati trovati giovedì, ma è probabile che gli omicidi siano avvenuti il giorno prima. Il presidente della repubblica francese, François Hollande, ha descritto gli omicidi come «orribili» e ha dichiarato che conosceva personalmente una delle vittime – probabilmente si riferiva a Fidan Dogan, rappresentante in Francia del Congresso nazionale curdo. Il ministro degli interni ha dichiarato che si è «certamente» trattato di un’esecuzione. Su chi possa averla organizzata sono emerse finora due teorie.

Una larga parte dei 150.000 curdi di Francia è accorsa da ogni dove nella capitale per dimostrare la propria solidarietà alle famiglie delle vittime e agli altri militanti, altre proteste si sono svolte contemporaneamente anche a Marsiglia e a Strasburgo.
Al di là della cronaca, è interessante notare la tempistica in cui il fatto è avvenuto. L’eccidio a Parigi della co-fondatrice del PKK Sakine Cansiz pesera’ sulle possibilita’ di attuazione del piano che i negoziati segreti turco-curdi avevano faticosamente messo a punto poco prima che le attiviste fossero uccise. Globalist:

Le agenzie di stampa internazionali ci dicono che da qualche giorno esisterebbe una “roadmap” per avviare un soluzione del conflitto tra autorita’ turche e il popolo curdo che prevede anche il disarmo del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Molti sono i punti in sospeso da analizzare per cogliere la reale portata di quello che sta accadendo.

Secondo fonti giornalistiche il piano prevederebbe che, in una prima fase, il PKK ritiri le sue forze dal sud della Turchia e, successivamente, deponga tutte le armi ancora in suo possesso. In seconda battuta ad alcuni verrebbe concesso l’esilio in Europa, mentre per altri, stanziati perlopiù nell’area dei Monti Qandil (nord-Iraq), sarebbe prevista un’amnistia generale che permetta loro di tornare in Turchia e di reinserirsi nella vita politica del Paese. Coloro che sono incarcerati in terra turca per connivenza con il PKK dovrebbero, invece, essere progressivamente rilasciati. Infine dovrebbe essere stanziata una forza di pace nel sud del Paese che garantisca la sicurezza dell’area durante la fase di transizione. Parallelamente dovrebbero essere promosse iniziative a sostegno del riconoscimento dell’identità curda e dovrebbe essere garantito il voto popolare per i governatori locali.
Questo piano lascia, però, alcuni problemi irrisolti senza la cui soluzione non si potrà proseguire nella messa in atto della tregua. In primo luogo è necessario sciogliere il nodo delle condizioni di detenzione di Ocalan. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha escluso la possibilità di ammorbidimento delle condizioni di isolamento o di concessione di arresti domiciliari per il leader curdo.

Ankara si è affrettata a dichiarare che si tratta probabilmente di un regolamento di conti tra fazioni curde, di cui la Turchia non è responsabile, e che in ogni caso l’episodio non interferirà con il processo di pace in corso. Ma la comunità curda in Francia punta il dito contro i Lupi grigi o i servizi segreti turchi. Ipotesi confermata da questa analisi del New York Times, dove oltre all’intelligence turca e alle fazioni curde che si oppongono alla pace con Ankara, si parla anche di un coinvolgimento dei servizi segreti siriani e iraniani.
In effetti, Damasco e Teheran ospitano entrambe una copiosa comunità curda avrebbero tutto l’interesse a destabilizzare Ankara dall’interno, in ragione dell’attivismo di quest’ultima nella crisi siriana. E’ sempre stato un gioco comune dei tre suddetti Paesi: reprimere i propri curdi e aizzare quelli degli altri. Il tutto sullo sfondo della crescente rivalità strategica tra Iran e Turchia, acuita il mese scorso dal dispiegamento di missili NATO lungo il confine turco-siriano.
In ogni caso, l’ipotesi “esterna” circa la responsabilità del massacro di Parigi, al di là dell’attuale quadro geopolitico e delle congetture che potrebbe suggerire, è ancora tutta da dimostrare.

Un background dell’irrisolta questione curda in Turchia si trova su Limes:

Le radici dello scontro tra curdi e turchi risalgono alla fine della prima guerra mondiale, nel massimo momento di affermazione del principio dell’autodeterminazione dei popoli.

I curdi hanno caratteristiche socio-culturali che li distinguono nettamente dai turchi. La loro lingua è legata più al persiano che al turco; lo stesso si può dire per le loro origini, mentre i turchi hanno radici mongole; la loro organizzazione sociale fa di loro l’anima rurale (e, sotto alcuni punti di vista, ancora tribale) della Turchia.

A determinare probabilmente la polarizzazione delle posizioni tra Stato turco e comunità curda e la progressiva escalation dello scontro è stato l’approccio di Ankara alla questione. Le autorità turche non sono apparse in grado di affrontare la problematica da un punto di vista politico-diplomatico e socio-economico, relegandola a una questione di sicurezza nazionale e reprimendo con la forza le manifestazioni di dissenso della comunità curda. Nonostante le aperture promesse dall’attuale primo ministro Erdoğan, i curdi sono ancora privi di rappresentanza politica, in quanto i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione turca.

Il nodo della questione è di natura socio-economica: il sud-est della Turchia (il Kurdistan turco) ha un reddito pro-capite pari al 40% della media nazionale, un settore industriale ancora molto arretrato e carenti servizi di sanità e istruzione.

Il Pkk è considerato un’organizzazione terroristica dalla Turchia e da tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Non è un mistero che, dal punto di vista di molti curdi, esso sia il rappresentante delle istanze della comunità nei confronti di Ankara, e che sia legittimato a ricorrere alla lotta armata di fronte alle politiche – percepite come discriminatorie – che la Repubblica fondata da Ataturk persegue nei loro confronti.

In una simile cornice, l’emigrazione è diventata una valvola di sfogo.

La differenza tra i primi anni del Novecento e oggi è che all’epoca a “emigrare” (sarebbe più corretto dire “auto-esiliarsi”) era la borghesia colta

I curdi che oggi vivono in Europa, al contrario, sono l’estensione naturale delle comunità rurali anatoliche. I legami con la propria terra sono molto forti e il senso di appartenenza alla comunità è accentuato.

È probabile che se il governo di Ankara ingaggiasse un dialogo più costruttivo con le comunità curde, includendo e non escludendo le formazioni partitiche che ambiscono a uscire dalla spirale di violenza e ad affrancarsi dallo stesso Pkk, molti cittadini curdi avrebbero un’alternativa valida tra i due tipi di violenza.

Cosa succede nella Repubblica Centrafricana

A un mese dal riesplodere della crisi nel Congo, un altro Paese nel cuore dell’Africa rischia ora di precipitare nel caos. Dal 10 dicembre i Seleka, un gruppo di ribelli da anni stanziati nel nord della Repubblica Centrafricana, hanno iniziato un’avanzata verso la capitale Bangui. Essi hanno già occupato alcune città strategiche per il commercio di oro e diamanti come Bria, Bambari Kaga Bandorò.

I Seleka combattono contro il presidente François Bozizé. Questi è un ufficiale militare che prese il potere nel 2003 con un colpo di stato contro l’ex presidente Ange-Félix Patassé e fui poi eletto per due mandati consecutivi (2005 e 2011), ora accusato dai ribelli di non aver onorato un accordo di pace siglato nel 2007 in base al quale i combattenti che avessero deposto le armi avrebbero ricevuto una ricompensa.
Il gruppo è stato costituito il 20 agosto di quest’anno dall’unione di tre gruppi politico-militari attivi in precedenza: la Convention des Patriotes du Salut et du Kodro (CPSK), la Convention des Patriotes pour la Justice et la Paix (CPJP) e l’Union des Forces Démocratiques pour le Rassemblement (UFDR).
Le richieste del gruppo si sostanziano nella corretta esecuzione degli accordi del 2007, compresa la parte relativa ai pagamenti promessi ai combattenti che hanno deposto le armi e al rilascio dei prigionieri.

I media internazionali hanno iniziato a seguire la vicenda solo pochi giorni fa, quando centinaia di manifestanti filogovernativi hanno assaltato l’ambasciata francese a Bangui. Parigi si è immediatamente mossa per riportare in sicurezza l’ambasciata attivando gli oltre 200 militari presenti nel Paese, per proteggere i circa 1.200 cittadini francesi presenti nella capitale.
Al centro degli interessi commerciali della Francia c’è il giacimento di uranio di Bakouma, nel sud del Paese (già bersaglio di attacchi in passato).

La forza multinazionale dell’Africa centrale (Fomac), finanziata anche dall’Unione europea e costituita da 500 uomini provenienti da Gabon, Rcd e Ciad, non sembra in grado di mantenere la stabilità nell’area.
Così ieri Bozizé ha chiesto l’aiuto di Stati Uniti e Francia, ma il presidente Hollande ha respinto ogni ipotesi d’intervento nell’ex colonia, spiegando che Parigi potrebbe agire solo su mandato dell’ONU. Hollande, infatti, ha precisato che il dispiegamento dei soldati a Bangui e nel suo scalo internazionale è finalizzato esclusivamente alla protezione dei cittadini francesi, negando così qualsiasi interferenza negli affari interni del Paese.

BBC descrive la battaglia per il controllo della città di Ndele. Il 20 dicembre i ribelli hanno dichiarato conclusa l’avanzata, dichiarandosi disponibili ad un dialogo col governo. Ma la tensione resta alta. Sullo sfondo, si profila già una crisi umanitaria, visto che i combattimenti hanno già causato lo sfollamento di migliaia di persone.

Anche in Francia i ristoranti non sono più così pieni

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti - anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

La Francia prepara una guerra ombra nel Mali

il 28 giugno scorso Ansar Dine e altri gruppi collegati ad al-Qa’ida – tra i quali il Movimento unito per il jihad in Africa Occidentale, responsabile del rapimento di Rossella Urruhanno annunciato di aver preso il pieno controllo del Nord del Mali, sconfiggendo i combattenti tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA) nella battaglia di Goa.

Oggi l’Azawad è visto come la versione africana dell’Afghanistan di metà degli anni Novanta, ossia come base di addestramento e rifugio di formazioni jihadiste. Ma anche se il governo francese si è espresso pubblicamente a favore di un intervento armato nel nord del Mali, ha negato le voci di un invio di truppe francesi nel Paese. Invece, Parigi favorisce ufficialmente l’intervento da parte dell’esercito del Mali sostenuto da truppe dell’Unione Africana col supporto logistico fornito dall’ECOWAS, a cui l’Algeria ha già dato la sua tacita approvazione. In realtà, dietro le quinte il governo francese sta seriamente cercando di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali a sostenere un intervento (in)diretto. Parigi invierà droni di sorveglianza per la raccolta di informazioni di sicurezza, ma girano voci che i francesi stiano arruolando mercenari da utilizzare contro le milizie islamiste.

Un intervento sul campo comporta molti rischi, se non altro per la complessità del quadro internazionale intorno al Mali. Secondo Linkiesta:

Il conflitto è ormai alle porte e il ruolo della Mauritania è centrale, assieme a quello dell’Algeria. Algeri, che in patria persegue una lotta senza quartiere contro le “katibat” islamiste, non vuole però impegnarsi oltre confine e spinge per una soluzione negoziale. Nouakchott, invece, si sta progressivamente allineando alle posizioni di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Nigeria, e soprattutto del principale sostenitore dell’intervento, la Francia.
A tessere le trame nell’area è l’ex potenza coloniale. Parigi non può permettersi il lusso di scendere in campo direttamente con la propria armée, sia per evitare accuse di neo-imperialismo – Hollande ha più volte preso le distanze dal concetto di Françafrique – sia per non mettere a rischio le vite dei propri ostaggi, tuttora in mano ad Aqmi. Non resta che affidarsi alle organizzazioni regionali, in primo luogo alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha deciso di dispiegare una forza di circa 3.300 soldati.
Che l’intervento sia «materia di settimane, non di mesi», come ha detto esplicitamente il ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves le Drian, si è capito da vari segnali. L’ultimo, in ordine di tempo, è stata la decisione, da parte di Parigi, di inviare in Niger, entro la fine dell’anno, i droni Male Harfang rientrati dall’Afghanistan, in modo da sorvegliare la zona. Ma sono soprattutto i movimenti di truppe e di materiale bellico a mostrare che il countdown è partito.
Secondo il quotidiano algerino El-Khabar, il piano d’azione sarebbe stato già definito e prevederebbe l’immediata occupazione militare delle principali città e delle aree residenziali del Nord Mali, da parte di un contingente africano armato dai francesi. Una volta conquistate le roccaforti jihadiste, si provvederebbe poi a smantellare l’intera rete fondamentalista.
Il primo carico – veicoli pesanti, armi leggere e strumenti di comunicazione, per un totale di 80 milioni di euro – è stato spedito da una base transalpina in Senegal ed è sbarcato nel Nord del Burkina Faso, lungo i confini con il Niger. L’impegno di Parigi copre anche l’aspetto logistico. Le forze africane dovrebbero sobbarcarsi un’impresa onerosa, gestendo il controllo di un’area più grande della stessa Francia, per cui l’ex potenza coloniale sta studiando la costruzione di una propria base nel Mali centro-settentrionale, da realizzare una volta cacciati gli islamisti. Esercitazioni militari congiunte, a cui partecipano le forze speciali d’Oltralpe – 200, tra soldati e ufficiali – e un contingente formato da unità dell’esercito nigerino e di quello mauritano, si tengono da settimane in una zona lungo il confine tra il Niger e lo stesso Mali. È la conseguenza di un accordo di cooperazione tra la Francia e l’Ecowas, che mira a preparare l’adattamento dell’armée alle difficili condizioni del deserto africano.
Gli Stati Uniti, in piena campagna per le presidenziali, sono più prudenti. Il generale Carter Ham, comandante di Africom, la struttura creata nel 2008 per gestire le relazioni militari con il continente nero, ha dichiarato «che non esistono piani per un intervento diretto americano in Mali», ma che Washington sosterrebbe operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo. Obama ha autorizzato una serie di missioni segrete di intelligence nel continente, come rivelato a giugno dal Washington Post. Uno dei principali obiettivi è proprio Aqmi. Da tempo i droni a stelle e strisce sorvolano il Sahel alla ricerca delle basi operative degli jihadisti.
La missione di Romano Prodi, neo-inviato speciale dell’Onu per l’area, si annuncia spinosa. Tutti gli intrighi dell’Africa occidentale trovano oggi nel Mali un palcoscenico ideale per le loro sceneggiature. Un esempio? Secondo un recente report delle Nazioni Unite, i sostenitori dell’ex presidente ivoriano Gbagbo – attualmente in custodia all’Aja dopo un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale – stanno cercando un’alleanza con Aqmi per destabilizzare l’intera area e riprendere il potere, cacciando il rivale del loro leader, Alassane Ouattara.

Un centinaio di membri delle forze speciali francesi sono già dispiegati nella regione. Non rimane che convincere i partner europei e gli Stati Uniti ad agire. Per adesso il Vecchio Continente ha dimostrato un tiepido sostegno. Il terrorismo nell’Africa occidentale è un problema europeo: lo è nel Mali – come nel Nord della Nigeria, dove Boko Haram continua a far saltare in aria chiese cristiane con sempre maggiore disinvoltura.
Il problema è questo. Lo scorso anno la Francia è stata promotrice (leggi: istigatrice) e capofila dell’intervento armato in Libia a sostegno delle milizie ribelli. I risultati li conosciamo: guerra costosa e destabilizzazione di un Paese già instabile, con preoccupanti conseguenze sull’equilibrio regionale – di cui la rivolta dei tuareg nel Mali, antefatto all’affermazione dei gruppi islamisti nell’area, è solo l’effetto collaterale più evidente. Dopo un’esperienza così sconfortante, Europa e America saranno ancora disposte a seguire Parigi in una nuova guerra tra le sabbie del Nord Africa?

Gheddafi fu ucciso da un agente segreto francese. Dov’è la notizia?

La non-notizia di oggi è che l’assassino di Gheddafi era un agente segreto straniero mischiato alle brigate rivoluzionarie. Indovinate di quale nazionalità…

Tra gli ambienti diplomatici occidentali nella capitale libica il commento ufficioso più diffuso è che, se davvero ci fu la mano di un sicario al servizio degli 007 stranieri, questa «quasi certamente era francese». Il ragionamento è noto. Fin dall’inizio del sostegno Nato alla rivoluzione, fortemente voluto dal governo di Nicolas Sarkozy, Gheddafi minacciò apertamente di rivelare i dettagli dei suoi rapporti con l’ex presidente francese, compresi i milioni di dollari versati per finanziare la sua candidatura e la campagna alle elezioni del 2007. «Sarkozy aveva tutti i motivi per cercare di far tacere il Colonnello e il più rapidamente possibile»

Secondo il Corriere, fu Assad a passare alla NATO il numero del telefono satellitare di Gheddafi agli 007 francesi. In cambio il presidente siriano avrebbe ottenuto che Parigi chiudesse un occhio sulla repressione contro la popolazione in rivolta, limitando così la pressione internazionale su Damasco.

Per capire perché questa rivelazione è un pò la scoperta dell’acqua calda dobbiamo fare un salto indietro a metà febbraio 2011. La narrativa ufficiale di quella che poi sarebbe degenerata nella guerra civile libica parla di una rivolta nata in Cirenaica, e presto estesa in tutto il Paese, in seguito alla brutale repressione di manifestazioni popolari spontanee.
A questa versione se ne affianca un’altra, più articolata e meno “vendibile” al grande pubblico. La repentina degenerazione della crisi libica dalle manifestazioni di piazza alla guerra civile ha da subito alimentato  i sospetti che si sia trattato di un colpo di Stato in fieri. Tale golpe, raccontava l’analista Karim Mezran sulle pagine di Limes un anno fa, sarebbe stato deciso pochi mesi prima  in un albergo di Parigi dai servizi segreti francesi con la complicità di Nuri al-Mismari, ministro del cerimoniale di Gheddafi. Le rivolte avrebbero poi costretto gli organizzatori ad accelerare il piano. Le defezioni dei militari e degli alti gradi del governo (su tutti: il ministro della Giustizia Mustafa Abdel Jalil e quello dell’Interno Abdel Fattah Yunis), stranamente rapide e a macchia di leopardo, la rapida genesi del CNT, la diffusione di cos’ì tante armi leggere in mano a così tanta gente, e soprattutto la frenetica attività diplomatica della Francia in favore dell’intervento armato troverebbero spiegazione proprio in questa imprevista accelerazione.
Qualcuno si è chiesto come mai la Francia ha premuto con tutte le sue forze per convincere le altre potenze della necessità di un intervento armato, poi consacrato dalla risoluzione 1973 del CdS? Oppure perché è stata la prima a riconoscere il CNT - sorto dal nulla da un giorno all’altro – come unico interlocutore in Libia? O come mai Parigi non ha neppure atteso l’avvio ufficiale della missione Unified Protector, inviando i propri caccia nei cieli libici con un giorno d’anticipo?
Sugli interessi francesi in Libia e sul piano messo in atto per strapparla all’Italia si veda questa analisi su Il Sussidiario.

A un anno di distanza i fati dimostrano che la Francia ha fatto male i calcoli. Se mai ce ne fosse bisogno, questo articolo sul blog di Alex Thurston spiega perché l’intervento NATO in Libia è stato un errore. E gli effetti collaterali provocati dal rovesciamento di Gheddafi sono sotto gli occhi. Innanzitutto l’insorgenza dei tuareg nel Nord del Mali, che avrebbe poi condotto alla dichiarazione d’indipendenza dell’Azawad e alla sua successiva caduta in mano ai qaidisti. Senza contare l’afflusso di profughi in Ciad, Tunisia, Egitto ed Europa (via Lampedusa) e un ruolo non secondario nella crisi alimentare che tuttora affligge la regione del Sahel.

Nel 1307 Filippo IV il Bello, re di Francia, espose una serie di accuse infamanti contro i cavalieri Templari – con cui era stato in affari e di cui era debitore – per azzerare i propri debiti e mettere le mani su gran parte del patrimonio dell’ordine. Sette secoli più tardi, la storia si è ripetuta nella figura di Nicolas Sarkozy, esecutore del suo ex amico e socio Muammar Gheddafi.
In tanti hanno bevuto la storiella dell’intervento umanitario. In realtà Sarkozy ha voluto la caduta di Gheddafi per strappare la Libia all’influenza italiana, guadagnando posizioni nel Nord Africa. L’eliminazione fisica dell’ex alleato era necessaria per evitare che quest’ultimo fosse tradotto davanti ad un tribunale internazionale per crimini di guerra, dove avrebbe meritato un posto d’onore ma all’interno del quale avrebbe rivelato alcuni segreti che, per il bene delle cancellerie occidentali, sarebbe stato meglio che restassero tali.