Vecchie ferite si riaprono nell’ex Jugoslavia

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.

Con Nikolic la Serbia ha votato per l’instabilità?

L’elezione di Tomislav Nikolić a nuovo presidente della Serbia ha colto di sorpresa un pò tutti. Soprattutto perché quasi il 60% dei cittadini serbi interrogati nei vari sondaggi dava Miroslav Tadić vincitore. Invece il presidente uscente, liberale ed europeista, non ha ottenuto il terzo mandato, lasciando lo scranno all’avversario conservatore. E pensare che Tadic aveva già vinto due ballottaggi, nel 2004 e nel 2008, in entrambi i casi proprio contro Nikolic. Di fatto, a sconfiggere Tadic è stata l’astensione: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne.

Cosa cambia per la Serbia, e di riflesso per l’Europa? A paroole nulla, posto che Nikolic ha dichiarato di voler proseguire il cammino europeo. In realtà, molti commentatori non ne sembrano così sicuri.
E’ vero che, negli anni, le posizioni di Nikolic si sono ammorbidite molto, soprattutto dopo la creazione del suo nuovo Partito Progressista nel 2008, tanto che qua e là si legge che affibbiargli la patente di “ultranazionalista” rappresenti un giudizio eccessivo rispetto alla prova dei fatti.
Ma sono proprio i fatti, più delle parole, a spiegare la diffidenza di Bruxelles nei suoi confronti. A pochi giorni dal ballottaggio ha stretto un accordo con il Partito democratico della Serbia (Dss) dell’ex premier conservatore Vojislav Kostunica, apertamente antieuropeista e avvicinatosi a Nikolic con la promessa di un referendum sulla possibile “neutralità” della Serbia nei confronti sia dell’Europa sia della Nato. A complicare i rapporti con l’Unione c’è anche il capitolo Kosovo: Nikolic renderà probabilmente più aspro il conflitto tra la Serbia e la sua ex provincia, la cui indipendenza è peraltro già stata riconosciuta dalla UE. Nondimeno, per completare il quadro ha detto che con lui la Serbia si riavvicinerà decisamente anche alla Russia. Una prospettiva che molti in Europa temono.
Riassumendo,  Nikolić ha detto che il cammino verso la UE va bene, ma non dovrà avvenire ad ogni costo. Il messaggio tra le righe è: non riconosceremo il Kosovo in cambio di un posto nei 27, come ribadito (guarda caso) a Mosca, nel suo primo viaggio ufficiale da presidente. Se prima si diceva che forse Belgrado non si fida più di Bruxelles, da oggi anche Bruxelles tornerà a diffidare di Belgrado. Sullo sfondo c’è una Serbia con un tasso di disoccupazione al 25% e una corruzione politica tra le più alte del Vecchio Continente.

Se il ritratto fin qui mostrato appare a tinte fosche, è comunque ben poca cosa in confronto a quello tratteggiato da Jeffrey T. Kuhner sul New York Times di giovedì 24 maggio, secondo il quale l’elezione di Nikolic avrebbe posto le basi per una nuova era di instabilità nella regione balcanica. Non soltanto per lo spettro del nazionalismo. Nikolic è apertamente accusato di aver rivestito un ruolo non secondario nei tragici eventi che hanno insanguinato l’ex Jugoslavia negli anni Novanta, dai massacri in Bosnia alla pulizia etnica in Kosovo:

Mr. Nikolic supported Belgrade’s genocidal project. In fact, he became the deputy leader of the Serbian Radical Party, run by the odious Vojislav Seselj and his band of nationalist fanatics. It called for the expulsion of all non-Serbs from Kosovo and large swaths of Bosnia and Croatia. It sought to unify all ethnically cleansed Serbian territories along with Macedonia and Montenegro into a Great Serb state. The Radicals were the heirs of Mihailovic’s Chetniks.
In 1999, Mr. Nikolic served as the deputy prime minister to Serbian strongman Slobodan Milosevic. As NATO bombed Serbia, Mr. Nikolic and his fellow Radicals sought to implement their final solution: the annihilation of ethnic Albanians in Kosovo. He helped unleash a sweeping military invasion of the southern Serbian province. He also enabled Milosevic to crack down on domestic dissent, including murdering journalists and imprisoning anti-war activists.
For years, Mr. Nikolic has railed against the West – especially the United States. He blames America for Serbia’s woes and wants to diminish Washington on the world stage. He is an Orthodox Slavophile who seeks close ties with Moscow. An admirer of Russian President Vladimir Putin, Mr. Nikolic hopes to emulate the Kremlin’s rule. He wants to expand Moscow’s influence in the Balkans. In the past, he has suggested that Serbia become a province of Russia.
In short, he is not some flinty Serbian patriot but a radical nationalist whose election threatens the region’s security. Mr. Nikolic has not abandoned the dream of a Greater Serbia. He claims, however, that he wants to achieve it “peacefully.” He demands that Kosovo be restored to Belgrade’s control; that the Bosnian Serb Republic secede from Sarajevo; and that Croatia relinquish areas claimed by Serbian revanchists. No wonder nationalists celebrated his victory, unfurling Chetnik flags and symbols, including the skull and bones.
Yet his policies will lead to only one outcome: war. He is challenging the national sovereignty and territorial integrity of Serbia’s neighbors. Mr. Nikolic is a political thug with delusions of grandeur. Serbia is eerily reminiscent of Weimar Germany. Defeated, humiliated and sliding toward an economic abyss, Serbian voters have opted for a neo-Nazi. He is not their savior. Rather, he is leading the Serbs – again – to doom and disaster.

Giudizio eccessivo, probabilmente. Ma che fa comunque riflettere.

Un piede in Europa e l’altro nel baratro: il vento delle proteste soffia anche in Croazia

 

A vent’anni dall’indipendenza, il Paese si appresta ad entrare nell’Unione all’ombra di una situazione sempre più difficilIn febbraio la Croazia è stata scossa da una serie di manifestazioni di piazza contro il governo Kosor, giudicato responsabile della difficile situazione economica. Accanto alle proteste dei giovani, organizzate su Facebook, ci sono quelle dei veterani di guerra che accusano lo stesso governo di tradimento degli interessi nazionali.


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