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Da tre anni l’Europa (rectius: il Nord dell’Europa, con la Germania in testa) pretende che tutti i Paesi dell’Eurozona soddisfino esattamente le stesse condizioni, e che i risultati economici di ciascuno siano  misurati sulla base degli stessi criteri. E poco importa se le tradizioni economiche europee sono molto diverse da Paese a Paese.
Invece l’Europa impone la stessa medicina a tutti i malati, a prescindere dalle loro condizioni e soprattutto dall’effettivo grado di tolleranza al farmaco somministrato.

Un argomento comunemente diffuso a sostegno di tale monoliticità di pensiero è che la crescita economica soffre gravemente quando il debito pubblico di un paese raggiunge il 90% del PIL, per arrestarsi del tutto oltre quella soglia. A sostenerlo è una ricerca del 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff dal titolo “Crescita al Tempo del Debito”, le cui conclusioni sono spesso state nel corso degli ultimi anni come una delle ragioni per cui i paesi dovrebbero tagliare i loro deficit – anche se le loro economie sono ancora deboli.

Ora, però, quelle conclusioni non sono più così certe. Anzi.

Un recente studio a firma di tre ricercatori dell’Università del Massachusetts (Thomas Herndon, Micheal Ash e Robert Pollins) ha rimesso lo studio di Reinhart e Rogoff in discussione. Per la verità non è la prima critica rivolta a tale lavoro; in ogni caso, il trio ha preso in esame i dati di base della ricerca, trovandovi due problemi di metodo (l’esclusione di alcuni dati dal computo e il metodo di calcolo delle medie ) e un imbarazzante errore di impostazione in una tabella Excel.
Una sintesi dello studio è offerta dal Washington Post, tradotto da Linkiesta. In particolare, Reinhart e Rogoff  hanno trascurato tre episodi di Paesi con alto debito e alta crescita – Canada, Nuova Zelanda e Australia – a fine anni Quaranta. Secondo, le assunzioni fatte dai due economisti sulla ponderazione dei diversi episodi storici sono contestabili.

Reinhart e Rogoff hanno ammesso l’errore, ribadendo comunque la tesi di fondo del loro lavoro: più elevato è il debito pubblico minore è la crescita.
Eppure, come spiega il prof. Andrea Terzi, docente di economia monetaria al Franklin College Switzerland:

Riaffermando questo principio, gli autori sembrano non voler prendere in considerazione la spiegazione più plausibile della correlazione (se c’è) tra debito e crescita.
Si tratta di un semplice meccanismo ben noto a chi mastica un po’ di macroeconomia. Quando siamo in recessione, i redditi imponibili si riducono e calano le entrate dello stato, proprio mentre la disoccupazione fa crescere le spese per gli ammortizzatori sociali. Cresce dunque il fabbisogno dello stato e il debito sale. Si tratta di un ammorbidimento automatico delle conseguenze della recessione che aiuta l’economia a trovare il punto di svolta per ripartire.
Le politiche di austerità fanno esattamente il contrario. Basta guardare all’esperimento fatto sulla pelle degli europei dal 2010 in poi. Quando le entrate fiscali calano e gli ammortizzatori sociali richiedono più risorse, si introducono nuove tasse e la caduta del reddito non vede la fine. Invece di toccare il fondo, continuiamo a scavare.
Non credo che aver segnalato questi errori cambierà le radicate (ed errate) convinzioni che per far crescere l’economia occorra in primo luogo ridurre il fabbisogno dello stato. Lo studio di Reinhart e Rogoff ha limiti anche maggiori di quelli segnalati dai tre ricercatori, come ad esempio il fatto di mettere nello stesso calderone paesi con cambi flessibili, cambi fissi, e addirittura col sistema aureo. Ma non sarà l’ennesimo studio empirico sugli effetti del debito a fermare l’austerità. Occorre invece che una nuova leadership politica, convinta che la piena occupazione meriti la priorità rispetto alle cifre del debito pubblico, si faccia finalmente avanti.

Alcuni mesi fa il prof. Alberto Bisin su Noise from Amerika, ha provato a sfatare il mito dell’austerità come radice di tutti i mali. Secondo l’esperto, il problema non è il rigore in sé, ma il contesto in cui viene applicato – ossia la situazione esistente nel singolo Paese destinatario. Certo, una politica fiscale restrittiva deprime l’attività economica, almeno nel breve periodo; tuttavia:

Lo scivolone logico sta nell’assumere che l’affermazione che politiche di austerita’ peggiorino la recessione implichi che esse non siano desiderabili. E’ uno scivolone che potrebbe infatti darsi il caso che le altre politiche non siano implementabili o siano ancora peggio. Et voila’, la forza della logica.

La recessione non e’ necessariamente esogena (non viene dal cielo) – non e’ affatto detto che l’austerita’, per quando dolorosa, non sia necessaria a farla terminare. Se fosse cosi’, aspettare ad intervenire allungherebbe la recessione. Ed in parte lo e’ certamente cosi’, in Italia, oggi: la stretta e’ determinata dai mercati che temono della solvibilita’ futura del paese; l’austerita’ serve a convincerli ad allentare la presa (questo punto e’ importante perche’ suggerisce che non tutta l’austerita’ e’ uguale – in un paese come l’Italia la solvibilita’ si garantisce con riduzioni di spesa e non aumenti di tasse perche’ le tasse sono alte e raccolte inefficientemente e la spesa spaventosamente ineffciente).

La conclusione implicita è che economie con problemi diversi hanno bisogno di soluzioni differenti. Alla fine pare stia iniziando a capirlo anche il presidente della Commissione Europea Barroso, le cui recenti dichiarazioni di sui limiti dell’austerità lasciano sperare che il dogma del rigore possa essere presto ammorbidito.
Sarebbe anche ora, visto che l’austerity impostaci dall’alto si basa su un banale errore di Excel.

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Nicos Anastasiades è il nuovo presidente di Cipro dopo aver vinto il ballottaggio con il 57,48% delle preferenze. Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Stavros Malas, si è fermato al 42,52%.

Eleggendo Anastasiadis i cittadini ciprioti hanno scelto una nuova via. Non poteva essere altrimenti: per la prima volta nella storia recente del Paese, la campagna elettorale non è stata monopolizzata dal problema della divisione dell’isola, ma dal rischio di fallimento. Il salvataggio di questo piccolo Stato europeo non dovrebbe fare notizia, se non fosse per la resistenza opposta dalla Germania e da altri Paesi della zona euro.

L’ultimo meeting dell’Eurogruppo a Bruxelles lunedì 21 gennaio ha rinviato il confronto tra Cipro e la troika è rinviato a metà marzo, ossia a dopo le presidenziali e la formazione di un nuovo governo. L’Osservatorio Balcani e Caucaso offre una lunga e approfondita analisi sul tema, da leggere dall’inizio alla fine. A proposito della riluttanza tedesca, c’è un passaggio che vale la pena sottolineare:

Le critiche e le condizioni poste dalla Germania hanno diffuso a Nicosia l’impressione che il “tesoriere europeo” stia attaccando gratuitamente la Repubblica di Cipro per provocare uno spostamento di capitali stranieri dall’isola verso altre destinazioni, Germania compresa.

Contando che le chiavi del salvataggio sono in mano alla Germania, il voto dei ciprioti – come quello dei loro fratelli greci dello scorso giugno – non poteva non essere esente da pressioni da parte di Berlino.
Secondo Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio:

O fate come diciamo noi o i soldi non arrivano. Che poi tradotto significa: “O eleggete il candidato che ci va bene, oppure le cose si mettono male”. A sette mesi dalle ultime elezioni in Grecia la storia si ripete e la Germania conferma le proprie intenzioni. Questa volta però parliamo di Cipro, del piano di salvataggio che la terzultima economia europea ha chiesto nel giugno scorso e delle elezioni che devono tenersi, il 17 febbraio. Ma lo schema resta lo stesso: prima votate, possibilmente come vogliamo noi, poi per i soldi si vedrà.
A chiarirlo, l’11 gennaio, proprio a Cipro, è stata Angela Merkel, volata nella città di Limassol con lo stato maggiore del Ppe per discutere del budget europeo e tirare la volata al candidato conservatore alle elezioni, Nicos Anastasiades. Una riunione a cui hanno partecipato i leader conservatori di mezza Europa (specie quella del Nord). La Merkel ha spiegato a tutti i delegati che del piano di salvataggio dell’economia cipriota, travolta da una pesante crisi bancaria, non si parlerà prima di marzo. E che Cipro non avrà “un trattamento di favore”.

 Ma oltre alla consueta ortodossia in tema di austerità finanziaria c’è dell’altro:

Riciclaggio e denaro russo, quindi. Non un tema secondario, specie per i tedeschi: secondo dati ottenuti dai servizi segreti di Berlino, e pubblicati dalla stampa tedesca a novembre le banche cipriote avrebbero in pancia qualcosa come 20 miliardi di euro di depositi provenienti da poco chiari investitori russi. Cipro naturalmente nega tutto, ma il dato resta. E d’altra parte basta andare a farsi un giro proprio a Limassol, dove c’è la più grande comunità russa dell’isola, forte di 10mila persone e che può vantare una stazione radio in russo, giornali in russo, scuole russe, cartelli stradali in cirillico, per farsi venire qualche sospetto.
Da qui la contrarietà tedesca ad andare a inettare nel settore bancario soldi che andrebbero a beneficio degli investitori moscoviti.

Non stupisce che, secondo il quotidiano cipriota Politis, la vittoria di Anastasiades sia stata “un sollievo per la maggior parte dei leader UE, compresa Angela Merkel“, che non vedevano di buon occhio le trattative con la Russia per il salvataggio delle banche cipriote condotte dal presidente comunista uscente, Dimitri Christofias. La verità è che i risparmiatori dell’Europa del nord non vogliono che il loro denaro serva a garantire i depositi dei ricchi russi che approfittano dei vantaggi finanziari dell’isola, oltre che del buon clima.

Per i russi, Cipro rappresenta un paradiso – naturale per alcuni, fiscale per altri. E tra questi ultimi vi sono soggetti tutt’altro che raccomandabili. Molti dei quali legati alla criminalità organizzata, ai quali l’Europa, salvando Nicosia, potrebbe involontariamente fare un grosso favore. In novembre scrivevo:

Data la sua posizione geograficaCipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.

1 gennaio 2013. Per tutti è il primo giorno del nuovo anno; per l’America potrebbe essere l’inizio di un incubo.

Il Post:

Con l’arrivo del nuovo anno, infatti, negli Stati Uniti entreranno in vigore automaticamente tagli alla spesa per un totale di 607 miliardi di dollari solo nel 2013, che andranno a colpire soprattutto i settori dei servizi sociali, della difesa e dell’istruzione. Inoltre, sempre il primo gennaio 2013 scadranno una serie di esenzioni e vantaggi fiscali in vigore da diversi anni. La famiglia media americana dall’oggi al domani si troverà a pagare oltre 3.000 dollari di tasse in più all’anno (alcuni collocano questa stima ancora più in alto). Come se non bastasse, il primo gennaio del 2013 scadrà anche il cosiddetto “tetto del debito” (ci arriviamo).

Perché si è arrivati a questa scadenza?
Parte delle esenzioni fiscali in scadenza sono quelle approvate da George W. Bush a favore delle fasce più ricche della popolazione. Contemporaneamente, però, scadranno una serie di esenzioni fiscali approvate dall’amministrazione Obama col pacchetto di stimolo all’economia approvato all’inizio del 2009, dirette soprattutto alla classe media e ai disoccupati.
Un’altra serie di tagli scatterà automaticamente in ragione dell’accordo raggiunto faticosamente durante l’estate del 2011 da democratici e repubblicani, quando si trattò di alzare il tetto fissato dalla legge per le dimensioni del debito pubblico americano, concedendo così al governo di continuare a prendere denaro in prestito. L’accordo prevedeva, tra le altre cose, che il Congresso avrebbe dovuto approvare tagli alla spesa per 98 miliardi entro la fine del 2012, altrimenti sarebbero entrati in vigore dei tagli automatici e lineari su due capitoli di spesa: servizi sociali e istruzione, cari ai democratici, e l’esercito, caro ai repubblicani. A tale scopo si insediò un cosiddetto “super comitato” – composto da 12 membri, 6 democratici e 6 repubblicani – che non riuscì a trovare un compromesso.

Di nuovo il tetto del debito
Un’altra scadenza si è accavallata a quelle di cui sopra: il ministro del Tesoro Timothy Geithner ha diffuso ieri una lettera in cui ha spiegato che il tetto massimo del debito pubblico statunitense, stabilito per legge a 16.394 miliardi di dollari, sarà raggiunto il 31 dicembre 2012 e non nel 2013, come era stato previsto mesi fa.

Perché è complicato trovare un accordo?
La ragione è semplice: perché dal 2010 negli Stati Uniti il Senato è a maggioranza democratica e la Camera è a maggioranza repubblicana, e un accordo per entrare in vigore dev’essere votato nella stessa forma da entrambi i rami del Congresso. Democratici e repubblicani devono mettersi d’accordo, insomma. La trattativa fin qui è stata condotta da Barack Obama e dai leader di maggioranza: John Boehner, speaker e capo dei repubblicani alla Camera, e Harry Reid, capo dei democratici al Senato.

Fabrizio Goria su Linkiesta:

I mercati finanziari, nel frattempo, sono sempre meno ottimisti. «Il baratro sarà realtà entro pochi giorni e poi si vedrà», diceva oggi una nota di Morgan Stanley. Una presa di coscienza verso quello uno scenario per ora difficile da prevedere. È facile, come spiega J.P. Morgan, che un accordo si trovi entro la fine del primo trimestre del 2013. In tempo utile, quindi, prima che si palesino gli effetti più devastanti dell’innalzamento delle imposte e l’arrivo dei tagli automatici alla spesa. Eppure, un rischio c’è. E quello di un ulteriore downgrade degli Stati Uniti. E si tratterebbe del secondo declassamento dopo quello di Standard & Poor’s avvenuto nell’agosto 2011, quando Washington perse il suo rating AAA.

L’America balla però su un altro burrone. Anzi, per la precisione, su un tetto. Si tratta del Debt ceiling, il tetto del debito. Nella notte scorsa il segretario del Tesoro Timothy Geithner ha comunicato al Congresso che il limite massimo del debito, già innalzato nel 2011, sarà superato nuovamente. Il 31 dicembre prossimo saranno sorpassati i 16.400 miliardi di dollari. E il Tesoro ha comunicato che è pronto il piano di contingenza per evitare il default americano. Ipotesi non troppo remota, come si è visto un anno e mezzo fa. Per la precisione, una volta che il Debt ceiling sarà infranto, il Tesoro avrà l’autorità per sospendere le emissioni di debito tramite due fondi specifici, il Civil service retirement and disability fund (Csrdf) e il Postal service retiree health benefits fund (Psrhbf). Nel caso particolare del Csrdf, il 31 dicembre dovrebbe esserci il pagamento di interessi per circa 16 miliardi di dollari verso il fondo stesso, che in genere sono reinvestiti. Il Tesoro potrebbe bloccarli per poter utilizzare quelle risorse per fare fronte ad altre voci di spesa più immediate. Allo stesso modo, Geithner ha specificato che potrebbe bloccare il reinvestimento quotidiano del Government securities investment fund (G Fund), che rientra nel Federal employees’ retirement system thrift savings plan. Il G Fund non è altro che il fondo monetario che utilizza i fondi pensionistici degli impiegati federali. Così facendo, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 156 miliardi di dollari a disposizione, l’intera somma del G Fund. Infine, la stessa misura potrebbe avvenire per l’Exchange stabilization fund, in modo da creare un cuscinetto di 23 miliardi di dollari.

In totale, se il Debt ceiling fosse superato, il Tesoro avrebbe a disposizione circa 200 miliardi di dollari per sopravvivere in attesa di un altro accordo sul debito. Poco, specie considerando l’immensa macchina federale statunitense. Ancora meno considerando il Fiscal cliffCiò che accadrà oltreoceano da qui a capodanno ci riguarda molto da vicino. L’Unione Europea è il primo partner commerciale degli Stati Uniti per investimenti e volume di scambi (pari a circa un terzo del commercio globale).

Queste dinamiche d’oltreoceano ci riguardano molto da vicino. Se non corretti in tempo, il fiscal cliff e il debt ceiling causerebbero un effetto domino sulla già claudicante economia europea.
In questi mesi quello che davvero interessava l’Europa non era tanto il nome del prossimo presidente, quanto la risposta che l’America avrebbe dato al problema del baratro fiscale. Con l’Eurozona entrata in recessione per la seconda volta in tre anni, se questa risposta non arrivasse in tempo sarebbe un duro colpo per il Vecchio continente.

Lettera43 spiega quali sarebbero le conseguenze:

1) Il nodo degli investimenti, tra multinazionali e servizi finanziari
Gli Usa investono nel Vecchio continente cifre triple rispetto all’Asia. [...] In totale gli investimenti americani sono più del 40% del totale degli investimenti stranieri nell’Unione europea (dati Eurostat): circa 1.200 miliardi di euro. [...] Se l’America dovesse vivere l’ennesima crisi, il groviglio di interessi incrociati tra Usa e Ue potrebbe riservare amare sorprese.

2) Export: tremano Berlino, Parigi e Londra
L’Europa esporta negli Usa più di ciò che importa. Il segno meno nella bilancia commerciale Ue si è registrato solo nel 2007 e nel 2009: ovvero i due anni più neri della crisi statunitense. [...]
Le prime aziende che potrebbero essere colpite dalla contrazione americana sono quelle della meccanica e dei trasporti. Rappresentano il grosso della torta dell’export europeo negli Usa: una fetta del 40%, nutrita dai big tedeschi francesi e italiani e da una rete di competitive Piccole e medie imprese.
Poi c’è la chimica, pari al 16,5% del totale: si tratta soprattutto di fabbriche di gomma e plastica, e di fertilizzanti, detergenti e cosmetici. Infine, a fare le spese della nuova crisi c’è in generale tutta la manifattura.

3) Italia, rischi per Finmeccanica e Fiat e per l’agroalimentare
L’Italia è il 15esimo fornitore americano a livello globale. Nei primi tre mesi del 2012 il valore dell’export italiano verso gli Usa ha superato gli 8 mila milioni di dollari, con un aumento di 700 milioni sullo stesso periodo del 2011.
Stando ai dati della Italian trade commission del Dipartimento del Commercio americano, i settori di punta delle nostre esportazioni sono meccanica, moda e agroalimentare, con percentuali rispettivamente del 21,1 del 14,7, e del 10,3%.
Un calo delle vendite in Usa, potrebbe avere effetti sui colossi in affanno come Finmeccanica e Fiat, come sull’esercito dei piccoli e medi imprenditori.

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti - anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

Per l’Europa, il 12 settembre 2012 sarà giustamente ricordato come un mercoledì da leoni.
A Karlsruhe, la Corte costituzionale tedesca ha pronunciato il proprio (seppur condizionato) al Fondo salva Stati e al Patto di Bilancio - qui il dispositivo.
Qualche centinaio di km più in là, in Olanda, nelle elezioni anticipate i conservatori liberali del premier uscente Mark Rutte l’hanno spuntata d’uno o due seggi sui laburisti di Diederik Samson; dopo avere polemizzato per tutta la campagna, i due leader dovranno ora formare un governo di coalizione filoeuropeo.
Due successi dai quali l’Unione Europea esce più forte e più legittimata, democraticamente e giuridicamente.
C’è un ulteriore effetto positivo: secondo l’ultima disanima mensile di J.P. Morgan, l’esposizione dei Money market fund  statunitensi - i primi a fuggire - sull’Eurozona è aumentata sia in luglio sia in agosto. Potrebbe essere un fuoco di paglia, ma si tratta di un segno tangibile che lentamente, la fiducia nella moneta unica sta tornando. E J.P. Morgan conclude: “Ora tocca ai politici europei dare un seguito alle decisioni della Bce“.

Ed eccoci al punto dolente.
La sentenza di Karlsruhe ha chiuso la prima fase del salvataggio dell’Eurozona: quella finanziaria. Ora si apre però la seconda, ben più impegnativa: quella politica. Una battaglia che dalle istituzioni finanziarie si estende ai governi e alle urne in cui (in italia e soprattutto in Germania) già dal prossimo anno le democrazie saranno chiamate a decidere il futuro del continente. E che in pratica consisterà nel convincere le forze politiche nazionali ad accettare la cessione di sovranità necessaria al nuovo assetto dell’UE.
Secondo Repubblica si estenderà su tre livelli, di cui il più importante (dopo la politica economiche e le politiche nazionali) è quello della politica europea:

È il più complesso. Ieri la Commissione ha presentato la sua proposta per affidare la sorveglianza delle seimila banche dell´Unione alla Bce. È il primo passo dell´Unione bancaria, ma è un passo che non piace ai tedeschi. Sempre ieri, davanti al Parlamento europeo, Barroso ha indicato il futuro dell´Europa in una «federazione di stati nazione», che non piace ai francesi. A ottobre, i capi di governo dovranno dare una prima valutazione del progetto sull´ulteriore integrazione che sarà presentato da Van Rompuy, Draghi, Barroso e Juncker. Esso prevederà riforme che si potranno fare a trattati costanti, ma anche obiettivi e tabella di marcia per una modifica dei trattati che dovrà portare all´unione di bilancio e ad una vera e propria unione politica.
La coesistenza e la confusione di sovranità nazionali e sovranità europea è un problema sempre più grave che va risolto per il bene della democrazia stessa. Lo dimostra la sentenza di ieri, che ha tenuto trecento milioni di europei appesi alla decisione di otto giudici nominati dai Lander tedeschi.
Dopo aver salvato la moneta, insomma, ora bisogna salvare l´Europa conferendole quella sovranità che ancora non possiede.

Senza questo passo, l’Europa non ha futuro. Secondo Fabrizio Goria su Linkiesta:

Certo, ora l’Europa ha uno strumento capace di intervenire sui mercati finanziari, lo Esm, in caso manchi la fiducia. Ma cosa significa quando “manca la fiducia”? Molto semplicemente, nessun investitore vuole prestare soldi ai Paesi dell’eurozona. E in questo momento, la scelta è quella di fare training autogeno. «Tutto va bene», sembrano ripetersi i politici europei, incuranti degli effetti sociali della crisi e della pesantezza della recessione che sta flagellando il Club Med dell’eurozona (e non solo). La Banca centrale europea (Bce) potrà sostenere gli Stati comprando i loro bond governativi tramite le Outright monetary transaction. Ma questo non vuol dire che la desertificazione dei mercati obbligazionari terminerà domani. Anzi. Gli investitori lavorano nel lungo termine: se vedono che ci sono misure e riforme credibili, capaci di dare i loro frutti non fra due ma fra dieci anni, investono. In alternativa, sfruttano la volatilità per guadagnare sia una fase sia nell’altra.

I trattati saranno cambiati, l’eurozona difficilmente rimarrà con questa struttura, ma rimane un problema di fondo. Come conciliare il concetto di federazione di Stati con 500 milioni di persone? L’eurozona ha 17 Paesi, 17 economie, 17 storie diverse e 17 interessi nazionali diversi. L’Europa ne ha ancora di più. Come mi dice un altro funzionario, questa volta francese, «è facile parlare, è difficile agire». E questo lo si è visto con la Grecia.

Secondo Eric Maurice, direttore di Presseurop:

Per permettere alla politica di riacquisire i suoi diritti, i leader europei dovranno dimostrare un po’ più di fermezza nelle loro decisioni e una visione più chiara del futuro. Altrimenti dovremo abituarci a seguire ogni mese la conferenza stampa di Draghi [considerato ormai il deus ex machina della moneta unica].

C’è però un paradosso, evidenziato da El Pais. L’8 settembre, nel corso dell’ultimo forum Ambrosetti, il premier Monti e il presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy hanno lanciato l’idea di un vertice straordinario a Roma. In questa occasione si parlerà del futuro dell’idea europea e si rifletterà sui mezzi per combattere il populismo e l’euroscetticismo. Peccato che Monti e Von Rompuy non siano altro che due politici non eletti che credono di poter combattere idee sempre più diffuse e popolari con l’ennesima riunione elitaria. L’ultima di una lunga – e inconcludente – lista da due anni a questa parte.
Benché l’intento sia lodevole, è il mezzo ad essere sbagliato. La conclusione, secondo il quotidiano spagnolo, è che:

è importante parlare di politica e difendere il progetto di integrazione non solo contro gli attacchi dei mercati, ma anche contro la disaffezione dei cittadini. Ma come colmare il vuoto di legittimità che spiana la strada al populismo? La loro iniziativa può rivelarsi pericolosa se si limiterà a combattere delle posizioni politiche perfettamente democratiche, mentre loro stessi hanno una legittimità fragile e indiretta.
Lo scetticismo, che era finora il nemico principale dei sostenitori di un’Europa unita, si rivela essere una componente importante del dibattito europeo: se gli fosse stato accordato uno spazio maggiore nei dibattiti fondamentali degli ultimi venti anni si sarebbero potuti correggere alcuni errori di concezione del progetto di integrazione, risparmiandoci una parte dei problemi attuali.
Invece di criticare i populisti e gli euroscettici, i responsabili dell’Ue dovrebbero sforzarsi di far tacere le critiche migliorando la qualità democratica del sistema. Sul lungo periodo sarebbe triste se i democratici ci dovessero obbligare a scegliere fra populisti eletti e tecnocrati europeisti.

Di certo, l’ultrarigorismo di Berlino non aiuta. La proposta tedesca per il bilancio UE 2014-2020 (che in gergo comunitario si chiama multiannual financial framework) si inserisce su questa linea. Essa prevede, tra le altre cose: niente sconti, neanche per i paesi più in difficoltà come la Grecia; il passaggio dal finanziamento a fondo perduto per le regioni più deboli a veri e propri prestiti, da restituire; e che “in futuro ogni regione beneficiaria sottoponga una strategia di crescita”. Il solito copione di “sangue, sudore e lacrime“, come la proposta è stata ribattezzata da un diplomatico europeo citato dal sito Euractiv.
L’obiettivo di Berlino è evitare abusi e ridurre i poteri della Commissione Europea. Di fatto, sarà un ostacolo in più verso ogni forma di cooperazione tra gli Stati, oltreché verso la ripresa economica di quella più deboli. Come il Portogallo, a cui la Troika ha “benevolmente” offerto più tempo per far quadrare i conti in cambio di maggiori sacrifici. O la maltrattata Grecia, per la quale non è esclusa una seconda ristrutturazione del debito – e che adesso vuole mettere i puntini sulle i con Berlino, minacciando di chiedere ai tedeschi un risarcimento da 300 miliardi di euro per le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale.
Come si può sperare che l’Europa faccia dei passi avanti se oggi i singoli governi arrivano al punto di rivangare fatti accaduti settent’anni fa? E come sì può sperare che i governi dell’Eurozona lavorino insieme per un’Europa più unita, se gli Stati più deboli devono finanziarsi sui mercati a tassi insostenibili a causa delle regole imposte da quelli più forti, che viceversa prendono il denaro in prestito a costi poco più che simbolici? E’ soprattutto questo a ricordarci che, con il mercoledì da leoni alle spalle, gli altri giorni dell’Europa sono e restano sempre uguali.

Draghi ha fatto la sua parte: aveva promesso che la BCE avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro ed è stato di parola. Ne è scaturito l’Outright Monetary Transactions (OMT), in pratica il vecchio Securities Markets Programme (SMP) sotto una rinnovata veste, grazie al quale l’istituto di Francoforte potrà comprare - senza limitititoli di Stato fino a 3 anni dei Paesi che ne facciano richiesta, a patto che rispettino determinate condizioni necessarie per accedere all’aiuto (cd. “condizionalità“). In sostanza, quest’ultimo sarà concesso dietro cessione di sovranità – per essere più chiari, significa più tasse e più austerity.
Dietro la proverbiale apparenta pacatezza, Draghi è un uomo tenace. Un osso duro. Ha proposto la sua idea e ne ha ottenuto la generale approvazione, nonostante la Bundesbank si fossa messa di traverso. Ora la BCE potrà dispiegare la sua potenza di fuoco per abbattere i tassi di interesse sulle emissioni di debito degli Stati in difficoltà, ma solo dopo che i governi richiedenti avranno paesi hanno sottoscritto i loro programmi di riaggiustamento strutturale. Inoltre, sul piano operativo Francoforte acquisterà i titoli attraverso risorse ritirate da altre parti  del sistema per assicurarsi che non ci sia alcun aumento dell’offerta di moneta. Chiamasi sterilizzazione, ed è una piccola vittoria per la Bundesbank.
La ragione per cui il piano Draghi sembra andar bene a tutti è spiegata dall’economista Giorgio Arfaras su Limesonline:


L’uscita della Grecia dall’euro area costerebbe 323 miliardi di euro,
 di cui 118 per la Germania. Col rischio di un allargamento della crisi alla Spagna, all’Irlanda, al Portogallo, e a Cipro. In questo caso il costo sarebbe di 1.155 miliardi di euro, di cui 496 a carico della Germania.

Non aver fatto tutto il possibile per evitare una crisi di questa entità (la perdita sarebbe pari a quasi il 10% del pil europeo) potrebbe essere un costo politico molto alto da giustificare agli occhi degli elettorati europei.
Ecco il bivio. Se non si aiutano i paesi “mal messi”, si ha una perdita secca subito e non si hanno oneri futuri nei loro confronti.
Se li si aiuta, non si ha una perdita secca subito, ma si avranno dei trasferimenti permanenti verso questi paesi che potrebbero non decollare mai.
La scelta perciò è fra i trasferimenti permanenti spalmati nel futuro (e quindi poco visibili) e una crisi violenta (e magari incontrollabile) nell’immediato. Il maggior rischio è che la crisi si trasferisca prima all’Italia e poi alla Francia. Una decisione “avversa al rischio” sceglierà la prima strada.
All’origine della catena d’intervento fondi “salva Stati” –> “Banca centrale” che Draghi – e non solo – vuole approntare si ha quindi la scelta di spalmare nel futuro gli eventuali oneri dei trasferimenti per evitare una crisi maggiore.

La domanda è: basterà l’OMT a salvare la moneta unica? In tanti sono convinti di no.

Secondo il Guardian l’ostacolo maggiore alla riuscita del piano è proprio il suo presupposto: la condizionalità. Se la Grecia è in depressione, Spagna quasi e l’Italia sembra avviarsi in quella direzione, una nuova andata di austerity darebbe loro il colpo di grazia. La BCE sembra credere che la ragione per cui gli investitori non si fidano delle tre economie mediterranee è che i rispettivi governi (due dei quali non eletti) non stiano tagliando abbastanza duro e abbastanza in fretta. In realtà, i mercati richiedono tassi di interesse alti perché preoccupati per l’impatto della recessione permanente sulle finanze pubbliche di Atene, Madrid e Roma e sui loro sistemi bancari.

Business Week elenca 4 ragioni:

  • Miopia: l’acquisto di titoli a breve scadenza manterrà bassi i tassi di interesse sul breve periodo, ma il nocciolo della questione sono i tassi sui prestiti a lungo termine, collegati ai costi dei mutui ipotecari, che invece non rientrano nell’OMT;
  • Spirale recessiva: come già sostenuto dal Guardian;
  • Speculazione: benché l’obiettivo del piano Draghi sia quello di ridurre la pericolosa interdipendenza tra banche e governi, in concreto l’azione della BCE potrebbe avere l’effetto contrario, poiché le banche potrebbero essere incoraggiate a caricare il debito dei paesi in cui sono stanziate.
  • Disarmonia fiscale: il problema fondamentale dell’Eurozona è che ad una moneta unica corrispondono 17 diversi sistemi fiscali.

The Week, pur ammirando il coraggio di Draghi, ne aggiunge altre due:

  • per quanto la Germania, come gli altri Paesi, abbia un solo voto nel board della BCE, si tratta comunque di un primus inter pares e l’ostilità di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, avrà il suo peso;
  • C’è sempre la possibilità di un moral hazard da parte dei governi richiedenti, ossia il rifiuto di avvire le riforme statuite nei patti di riaggiustamento una volta che gli aiuti saranno stati erogati.

A proposito di Germania, ci sono tre cose da dire.
La prima. :on dobbiamo dimenticare che il responso della corte di Karlsrhuer sulla compatibilità del Fiscal compact con la costituzione tedesca, previsto per il 12 settembre, pende sul destino della politica europea come una spada di Damocle.
La seconda. Nonostante l’asta dei titoli decennali tedeschi di ieri sia andata tecnicamente fallita, il rendimento dei Bund non è salito. Questo perché i titoli inoptati sono stati sottoscritti dalla Bundesbnak, che provvederà poi a collocarli a scaglioni sul mercato secondario. In tal modo il rendimento è rimasto sotto l’1,50%, come i banchieri tedeschi volevano ad ogni costo. Ma la misura ha avuto effetti benefici anche per noi italiani, in quanto ha contribuito alla discesa del nostro spread. E tutto ciò ben prima che la conferenza stampa di Draghi iniziasse.
La terza. La ragione per cui Berlino non ha fatto le barricate al piano Draghi potrebbe essere meno rassicurante di quanto crediamo. Secondo il blog Idea Trading:

Considerando che, come da dati Reuters al 31 marzo 2012 l’esposizione della Germania ai titoli di stato spagnoli e italiani ammontava a 273,4 mld ( 133,5 mld vs l’Italia e 139,9 vs la Spagna) una stima ragionevole, considerando che dal marzo 2011 a marzo 2012 ne hanno venduti per 69,4 mld e ipotizzando un accelerazione nella vendita degli stessi negli ultimi mesi, porta alla conclusione che oggi potrebbero avere in portafoglio ancora circa 200/230 mld di Bonos e BTP.

Sostanzialmente quindi la Germania si sta muovendo su 2 direttive.
La prima che vede una progressiva riduzione del rischio Italia e Spagna dal portafoglio fino a sterilizzarne gli effetti di una ristrutturazione. (e per questo come dicevo prima al momento non può alzare la voce contro Draghi e il uso piano di acquisto)
La seconda che la vede impegnata a sostituire i mercati ormai asfittici del sud Europa con i mercati dei paesi emergenti Sud Est Asiatico con Cina in testa. La visita della Merkel in Cina di pochi giorni fa lo confermerebbe.
Oggi Draghi ci racconta che l’acquisto di Bonos e BTP sarà illimitato, ma sarà davvero illimitato anche quando la Germania si sarà liberata del suo fardello? Ho i miei dubbi.
E una Germania isolata e senza più legami di debito nè di mercato col resto d’Europa, potrebbe salutare tutti e tornarsene al marco? Probabile.

Non dobbiamo sopravvalutare il peso della Cina. L’Europa pesa ancora troppo, e Pechino ancora troppo poco, nelle strategie commerciali di Berlino perché essa decida di sostituire quella con questa così a cuor leggero. Tuttavia, come ho già spiegato, essendo l’euro una creatura tedesca, durerà fino a quando vorrà la Germania. Allora ho aggiunto salvare le proprie banche in caso di default dell’euro sarebbe costato molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS. Oggi, invece, Berlino presta il proprio assenso agli acquisti illimitati di titoli delle periferie da parte della BCE in attesa di alienare quelli che ha in portafoglio. Nell’uno e nell’altro caso, le scelte tedesche sono mosse da un calcolo razionale.
Pertanto, è meglio ricordare che, per quanto le decisioni della Germania possano avere delle apparenti ricadute positive anche per noialtri, in realtà sono sempre e comunque nel proprio esclusivo interesse.

Con gli accordi di Bruxelles, per la prima volta i leader europei hanno si sono trovati d’accordo intorno a misure concrete e significative volti a porre fine alla crisi del debito della zona euro, rispetto ai vaghi progetti a cui eravamo abituati. Si tratta di un passo importante, ma i timori per il futuro permangono.
Se per un attimo mettiamo da parte le questioni prettamente economiche per addentrarci in una riflessione meno convenzionale, ci farebbe comprendere il legame diretto tra le vicissitudini della moneta unica, all’apparenza materia di esclusivo dominio degli economisti, e i nuovi equilibri geopolitici sorti dopo il 1989.


Perché nacque l’euro

Oggi a dire che “L’euro non dovrebbe esistere” è la prima, lapidaria riga del rapporto “Fine dell’euro”, a firma del servizio studi di UBS. L’idea di fondo è che lo spazio di circolazione della moneta unica disegna un’area meno che omogenea per cultura e tradizione fiscale, struttura economica, vocazioni e dinamiche sociali – es., cosa hanno da spartire i ciprioti con gli olandesi?
Fino allo scoppio della crisi greca, i cittadini dei diciassette Paesi aderenti all’euro, come pure buona parte degli ambienti economici, non hanno mai riflettuto a fondo su cosa significhi spendere una moneta – caso unico al mondo – priva di uno Stato sovrano. Peggio ancora, che ha diciassette pseudosovrani. Ma il destino dell’euro come divisa senza un governo è scritto nel suo dna.
Come altre unioni monetare succedutesi nella storia, quella europea non è stata dettata da una necessità tecnica, bensì da logiche esclusivamente (geo)politiche. Essa è frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare alla Francia – e, di riflesso, all’Europa – una Germania che, dopo la riunificazione e complice la fine della cortina di ferro, pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente, in virtù di un indiscutibile primato economico espresso dalla supremazia del marco. Da qui l’idea, messa in piedi in fretta e furia, di una moneta unica a parole volta ad assicurare una maggiore integrazione all’interno del mercato unico, in realtà tesa ad imbrigliare la locomotiva tedesca, rendendola inoffensiva.

Prova della genesi franco-teutonica del progetto monetario europeo è la carta su cui esso fu scritto: il Trattato di Maastricht, nelle cui pagine notiamo come accanto ai principi illumistici si alternino passaggi di politica economica, direttamente mutuati dalla dalle teorie di Milton Friedman e dalla scuola monetarista di Chicago. Il cui fine ultimo è il controllo della stabilità dei prezzi attraverso l’azione della Banca Centrale, elevata a cane da guardia dell’inflazione. Idee che trovarono terreno fertile negli ambienti economici e finanziari tedeschi, ancora scottati della disastrosa esperienza di Weimar in cui l’inflazione arrivò a toccare livelli a sei cifre.
Oltre alla memoria storica, l’ossessione di Berlino per l’inflazione era dovuta alle pretese di rivalsa di una Bundesbank che un riforma monetaria l’aveva già conosciuta e accettata a denti stretti due anni prima di Maastricht. Quella che aveva portato alla blasfema parità tra il marco orientale e la Deutsche Mark dell’Ovest, attraverso cui la riunificazione monetaria anticipò di qualche mese quella politica. Anche in quel caso, l’unione monetaria fu il frutto di una convenienza politica a dispetto delle necessità tecniche. Mal digerito l’episodio, nella concezione di Maastricht la Banca Centrale tedesca si dimostrò più che mai decisa ad imporre alla nuova BCE la propria ferrea ortodossia monetaria.
L’euro fu dunque il frutto di un reticolo di compromessi, un progetto politico in veste monetaria. La cui fine o salvezza saranno la fine o salvezza di un’ambizione politica. Perché se l’euro fu, in un certo senso, creato contro la Germania, è anche vero che la sua nascita richiedeva il necessario benestare di questa. D’altra parte, ho già spiegato come tutta la costruzione europea, dalla Dichiarazione Schuman in poi, è frutto del desiderio di Parigi di ancorare a sé Berlino. Processo di cui la moneta unica rappresenta solo l’ultima stadio.
A Maastricht Berlino sacrificò sull’altare europeo i suoi gioielli più preziosi: il marco e la Bundesbank, simboli del suo riscatto morale, prima ancora che di una rinnovata primazia economica. In cambio strappò alla Francia l’adozione dei famigerati parametri tecnici, criteri che i vari Stati – compresi i meno virtuosi partner mediterranei – sono tenuti a rispettare per poter aspirare ad un posto nell’euroclub. In altre parole, l’integrazione europea sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania.


…E perché non ha funzionato

Che la politica deflazionistica sostenuta da Berlino sia del tutto incompatibile con le economie dell’Europa meridionale, meno efficienti sul piano fiscale e storicamente avvezze alle svalutazioni competitive, non è mai stato un mistero. I tedeschi questo punto lo avevano ben chiaro – da qui le loro resistenze all’ingresso dei loro cugini mediterranei -, ma come detto all’inizio, l’euro è stato un progetto politico, non economico, e non c’è da stupirsi che nella scelta dei Paesi da includere nell’area valutaria il rigore teutonico abbia dovuto cedere il passo alle logiche di opportunità e convenienza. In base alle quali era impossibile escludere l’Italia, in quanto membro fondatore della CEE, così come pure la Grecia, il cui ingresso nella moneta unica era stato sostenuto dagli Stati Uniti – e, di conseguenza, dal Regno Unito – in quanto sede di importanti basi militari USA, indispensabili in un momento di rinnovato interesse americano per il quadrante mediorientale.
La successiva partecipazione all’esperimento delle economie dell’Est fu anch’essa il frutto di un calcolo politico formulato al di là dell’Atlantico, stavolta in funzione anti-Mosca. Qui l’euro è stato – e tuttora è – lo strumento strategico per tenere i russi alla larga dall’ex giardino di casa.


Perché l’Eurozona è in crisi

La crisi greca ha dimostrato quanto un’area valutaria così improvvisata fosse velleitaria. Perché se la bancarotta di fatto di Atene è innanzitutto il risultato di come i greci (non) gestiscono le proprie finanze, essa è il risultato degli effetti distorsivi indotti da un’unione monetaria caratterizzata da forti squilibri sul piano della competitività.
Il regime di crescita della Germania ruota intorno alle esportazioni di propri prodotti dalla qualità riconosciuta e dai costi unitari imbattibili, favorite anche – e questo è il punto nodale – dalla debole concorrenza all’interno del mercato unico. Se il mercato comune consentiva alle merci tedesche di avere uno sbocco assicurato sugli scaffali del Vecchio continente (i dazi doganali per scoraggiarne l’acquisto non sono consentiti), l’euro e l’allargamento ad Est hanno assicurato a Berlino l’ulteriore vantaggio di appaltare alcuni fasi produttive nei Paesi della Mitteleuropa per poi reimportare a basso costo le componenti ivi prodotte. In queste condizioni, le esportazioni tedesche hanno messo le ali.
In Grecia, invece, a livelli salariali relativamente contenuti non corrisponde una qualità delle merci tale da poter competere con il superiore livello qualitativo del made in GermanyL’assenza di competitività dei prodotti greci sul mercato europeo ha indotto i governi succedutisi all’ombra dell’Acropoli ad impiegare le finanze pubbliche per sostenere la domanda di prodotti nazionali, che altrimenti non sarebbe stata sufficiente a mantenere in piedi l’industria ellenica – e dunque, l’occupazione, con risvolti sociali e politici facili da immaginare. Ecco perché la Grecia si è indebitata.
Ancora. Data la stretta relazione che esiste tra il saldo della bilancia delle partite correnti (ossia il controvalore degli scambi commerciali da e verso un Paese) e il saldo della bilancia dei movimenti di capitale, l’avanzo commerciale di Berlino è cresciuto di pari passo con gli investimenti finanziari tedeschi verso la periferia dell’Eurozona. D’altra parte, la caduta dei tassi d’interesse in Grecia, Spagna, Portogallo – e Italia -, artificiosamente allineati a quelli della più virtuosa Germania in virtù dell’unione monetaria, hanno indotto i residenti ad espandere il volume dei crediti bancari con cui finanziare sia le spese correnti (come in Grecia) che gli investimenti immobiliari (come in Spagna).
Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni questi ultimi hanno approfittato delle opportunità che offerte dai titoli ellenici. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).


…E perché è in crisi secondo Berlino

Riporto quanto ho scritto due settimane fa:

La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.
In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.

Ecco spiegata la nuova equazione di potere all’interno dell’Europa. Più la Germania esporta, più i Paesi periferici si indebitano. Più la Germania investe all’estero, più il debito cresce. E una volta che il debito diventa insostenibile, Berlino offre il suo aiuto in cambio di precise garanzie – eterodizione dei conti pubblici e cessione degli asset strategici.  Se l’euro era nato per ancorare la Germania all’Europa, l’effetto concreto è stato quello di ancorare l’Europa alla Germania. Se questa ricostruzione è esatta, l’Eurozona ha tutta l’aria di un circolo vizioso.


L’incerto destino della moneta unica

Se la crisi dell’uro ha messo a nudo tutte le contraddizioni di un progetto perseguito per ragioni politiche a scapito delle variabili economiche, non si può dire che la reazione dei leader europei sia stata meno confusionaria.
Sulla deludente capacità di governance delle nostre leadership pesano fattori contingenti. In ogni Paese democratico che si rispetti, ad ogni classe dirigente corrisponde un’opinione pubblica a cui rendere conto, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E in un’Europa a 27 le elezioni sono un fatto tutt’altro che raro, pur limitandoci a considerare i Paesi maggiorenti. La Germania ha dovuto affrontare l’emergenza greca a poche settimane dalle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia, il Land più popoloso del Paese, in cui le elezioni regionali equivalgono ad un’anticamera di quelle politiche. Da qui le esitazioni di Angela Merkel davanti ai problemi finanziari di Atene.
Il problema è che l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, deve esserci qualcun’altro che perde. Se la matematica non è un’opinione, nel quadro europeo ciò significa che ad una Germania virtuosa e competitiva devono corrispondere una periferia (Grecia, Spagna, Portogallo) pronta ad importare – e indebitarsi - con eccessiva disinvoltura. In mancanza di meccanismi perequativi che compensino tale squilibrio, il disastro è assicurato.
Certo, i tedeschi obiettano che la Germania potrebbe mantenere un sostanzioso attivo commerciale grazie alle esportazioni nei mercati emergenti: innanzitutto la Cina, di cui Berlino è sempre più partner privilegiato. Ma al momento Pechino è meta solo del 6% dell’export tedesco. Se poi aggiungiamo che gli altri Paesi BRICS hanno capacità d’importazione ancora limitate e che l’America importa soprattutto dalla Cina (in quanto principale creditore di Washington), non c’è da stupirsi come mai il 90% dell’interscambio tedesco avvenga con il resto d’Europa.
In queste condizioni, quanto può durare l’euro? Essendo nato (anche) per volontà di Berlino, la moneta unica esisterà fin quanto Berlino vorrà. Se nelle prime battute la Germania (cioè Angela Merkel) si è mostrata molto indecisa – e per questo gli speculatori non la ringrazieranno mai abbastanza -, almeno fino all’ultimo vertice di Bruxelles è sembrata agire in base ad un attento calcolo razionale. Quello di proseguire sulla strada del rigore come chiave per la concessione di aiuti, forte del fatto che, senza l’elemosina di Berlino, Atene e compagnia sarebbero già fallite da un pezzo. D’altra parte, Merkel sembra aver capito che salvare le banche tedesche in caso di default dell’euro costerebbe molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS - dunque, Italia compresa. Più che un calcolo, è un azzardo, perché non tiene conto delle dolorosissime conseguenze sul piano sociale che l’Eurozona si troverebbe ad affrontare; senza contare che, in un’Europa di poveri e disoccupati, chi avrebbe più i soldi per comprare i prodotti tedeschi?
L’Europa ha bisogno di una Germania consapevole delle proprie responsabilità. Se il rigore non funziona, bisogna cercare un modello alternativo. In altre parole, mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i difetti congeniti del Trattato di Maastricht. Churchill una volta osservò che gli Stati Uniti avrebbero fatto certamente la cosa giusta, dopo aver tentato tutto il resto. Se vivesse oggi, direbbe lo stesso dei tedeschi.

Battere la Germania era francamente un’utopia, e in ogni caso una simbolica vittoria contro la nazionale di Angela Merkel – presente in tribuna – non avrebbe in alcun modo alleviato le sofferenze di Atene. Ciononostante, un successo avrebbe dato ai greci un’occasione di scendere in piazza per un motivo diverso da quello consueto, ossia protestare contro le misure draconiane imposte loro dall’alto.
Ma la sfida non è ancora finita.Fuori da Euro 2012, la Grecia gioca adesso un’altra partita – e questa sì, spera di vincerla.
Secondo IlSole24ore (grassetti miei):

Rigore, predica la Germania. Rigore, ritorcono i greci, il cui secondo gol, appunto, su rigore, sottolinea che c’è un “fallo” nei ragionamenti tedeschi.
La Grecia – l’economia e la società – merita qualche sollievo nella camicia di forza in cui è stata costretta da una governance europea capitanata dalla Germania? Certamente, la Grecia ha fatto molto. Dal 2009 al 2012 il suo deficit pubblico si è ridotto di 8,3 punti di Pil, la più grossa restrizione di bilancio nella storia dell’eurozona. Il disavanzo primario (esclusi gli interessi) si è ridotto in misura ancora maggiore (dal 10,4% del Pil all’1%) e si avvia oggi a essere più basso di quello di molti Paesi dell’eurozona, come Francia, Spagna e Olanda (sia detto per inciso, il primato appartiene all’Italia, cui le stime della Ue assegnano per quest’anno un avanzo primario del 3,4%, superiore a quello tedesco dell’1,7%).
Per un’altra grandezza chiave – il saldo con l’estero – la Grecia nel 2011 ha registrato per la prima volta da quando è entrata nell’euro, un surplus commerciale di beni e servizi (esclusi energia e noli).
Il settore pubblico ha subito uno scossone inaudito, con una riduzione di 130mila dipendenti (e il dimezzamento del numero di amministratori eletti). Sono state rimosse le restrizioni alla concorrenza in 150 professioni regolate (come descritte nella direttiva Ue sui servizi). Sono state digitalizzate le prescrizioni mediche, con grossi risparmi di spesa. Il sistema pensionistico è stato profondamente riformato, traformando in uno dei più sostenibili (all’orizzonte 2060) della Ue, come attestato dalla “peer review” degli altri Stati membri. Infine, la trasparenza è stata incoraggiata con la pubblicazione obbligatoria online di tutte le decisioni di spesa e di reclutamento.
La Grecia ha pagato a caro prezzo queste riforme. Il Pil ellenico è oggi inferiore di quasi il 20% rispetto al livello di prima della Grande recessione. L’austerità ha minato la coesione sociale ed è già un miracolo che i greci nelle ultime elezioni abbiano dato la maggioranza alle forze che hanno appoggiato lo scambio aiuti/rigore. Oggi il premier Samaras mira a un altro gol: una rinegoziazione, non solo simbolica, dei termini e delle scadenze del programma di risanamento. Si tratta di un match che la Grecia merita di vincere.

Il governo guidato da Antoni Samaras vuole rinegoziare i termini dell’accordo di salvataggio, prolungando di almeno due anni l’arco temporale per l’applicazione del piano di austerità imposto dalla Troika. Una notizia che, come prevedibile, ha provocato il gelo a Bruxelles e il subuglio sui mercati. Non è possibile discutere di questioni di questo tipo, ha replicato il commissario UE Olli Rehn.
Eppure, l’estensione del periodo di almeno due anni – ovvero fino al 2016 – era uno dei punti chiave del programma elettorale di Samaras. L’obiettivo è quello di raggiungere l’equilibrio dei conti pubblici attraverso una revisione del piano di salvataggio che risparmi allo Stato greco ulteriori riduzioni di salari, pensioni e investimenti pubblici, oltreché di licenziamenti. Secondo la stampa, la possibilità di sedersi di nuovo al tavolo dei negoziati c’è. Secondo la Merkel, ovviamente, nein.
Tuttavia, i margini di manovra del premier greco sono veramente stretti. Con le casse statali quasi vuote, i pagamenti di stipendi e pensioni a rischio già da luglio, la vera priorità sarà convincere i funzionari della Troika a concedere al più presto la prossima tranche di aiuti economici prevista dal memorandum. Se la richiesta di 11 miliardi di tagli nei prossimi anni dovesse rimanere in piedi, Samaras non avrebbe la forza politica di mantenere in vita il suo già stravagante esecutivo, con un ulteriore rafforzamento della sinistra di Syriza. Dunque la Grecia si trova in una (doppia) scomoda posizione: da un lato vorrebbe chiedere ai suoi creditori di rivedere le condizioni da usura da loro imposte; dall’altro, in mancanza di liquidità non può fare a meno del loro sostegno. In questo senso, un cambio di marcia rispetto ai recessivi tagli alla spesa sarebbe come ossigeno. Ma tale boccata non è assolutamente auspicabile, nel breve periodo, dalla Germania merkeliana.
Atene vuole tirarsi fuori dalla spirale recessiva, ma è troppo in basso nella catena alimentare dell’economia globale per poter discutere nuove condizioni. Eppure la Germania non è invincibile. Dopo tutto, se ieri ha vinto 4-2 vuol pur sempre dire che ha preso due gol.

Il premier Monti ricorda che la partita per il destino dell’Europa (ormai sull’orlo del precipzio, secondo il FMI) si gioca a Bruxelles tra una una settimana esatta, ma stasera l’attenzione di tutti sarà concentrata su un’altra partita, stavolta (solo?) di calcio: Germania-Grecia.
A poche ore dal quarto di finale di Euro 2012 - l’unico ad avere un significato ulteriore rispetto a quello meramente sportivo -, il National Post pubblica questa interessante infografica che riassume i dati macroeconomici dei due Paesi. I primi e gli ultimi della classe.

Come mai Germania e Grecia sono i due estremi della crisi? Mesi fa ho provato a spiegarlo attraverso questi due paragrafi, tuttora incardinati nell’attualità:

2. La crisi greca è frutto di problemi che la affliggono da quando essa è indipendente: scarsa produttività, sistema pubblico inefficiente, clientelismo politico, evasione fiscale iperbolica e scarsamente contrastata. Lacune colmate dal continuo trasferimento di risorse dall’estero. Non a caso è fallita ripetutamente (soprattutto nell’Ottocento) nel corso della sua storia. A questo aggiungiamo un’alternanza politica puramente formale, visto che da decenni al timone del Paese si alternano due dinastie politiche: i Karamanlis e i Papandreou.
Date queste premesse, la crisi è (l’inevitabile?) risultato di un circolo vizioso. Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni costoro hanno approfittato delle opportunità che questo debito offriva. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).
Sul fronte interno, la Grecia continuava ad emettere il debito per ragioni di clientelismo politico. Prima di entrare in Europa, la Grecia era un piccolo Paese con una modesta economia. Lo Stato incassava poco dalle imposte e spendeva altrettanto per i servizi. Solo le spese militari erano elevate, a causa delle tensioni (vere o presunte) con la Turchia. La rete sociale era ridotta all’essenziale. Poche famiglie controllavano le costruzioni, la navigazione e il turismo.
Poi trent’anni fa la Grecia entrò in Europa (e vent’anni fa nell’euro). I fondi europei che affluivano ad Atene per migliorare la rete infrastrutturale divennero merce di scambio con il governo, il quale dispensava appalti alle ricche oligarchie in cambio di voti e consenso. Gli agricoltori venivano favoriti dalla politica agraria comunitaria. Il governo si indebitava per sostenere la domanda interna, d’altra parte il denaro arrivava dall’estero a tassi contenuti. Il popolo greco non sembra essersi accorto di tutto questo: a parte qualche contentino al loro orgoglio tetramillenario (come le Olimpiadi del 2004), i greci non hanno avuto benefici visibili. Per questo ora è così difficile imporre loro le misure draconiane richieste dall’Europa.

3. E’ interessante esaminare la questione dall’altra parte della barricata, quella della Germania. Oggi l’Europa è vista come una morsa dalla quale molti tedeschi vorrebbero liberarsi. Ma la stessa Europa soffre la vicinanza con questo gigante economico che risucchia tutto intorno a sé.
Le motivazioni nascoste dietro la decisione (sia pur di controvoglia) di aiutare la Grecia sottende i termini di un’equazione di potere: la Germania finanzia il debito pubblico degli Stati in crisi in cambio dell’eterodirezione delle loro politiche fiscali e della vendita dei loro asset nazionali. Nel marzo 2010 la Grecia ha ottenuto uno scontro dell’1% sugli interessi in cambio di un lauto banchetto di privatizzazioni. L’Irlanda invece ha dovuto aspettare fino a luglio, perché fino a quel momento rifiutava di aumentare la corporate tax sulle imprese, che sottrae investimenti alla Germania. Dopo Grecia e Irlanda è finito sotto tutela anche il Portogallo. Ora l’osservata speciale è l’Italia, a cui è stato coscienziosamente suggerito un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni.
La risposta di Angela Merkel è stata tanto semplice quanto raggelante: “Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali“, con buona pace della solidarietà europeista. Qui la Germania mostra il suo vero volto in politica estera. l’Europa non è più un fine, come nei bei tempi andati della Guerra Fredda, ma un mezzo. Ieri Berlino competeva per le quote nel mercato comune, oggi per lasovranità nazionale (degli altri) e gli asset strategici (idem). Anni di surplus commerciale all’interno dell’Unione sono serviti a rafforzare un Paese mai sceso dal trono continentale.
E dire che l’euro era stato voluto su iniziativa dell’allora presidente francese Mitterand proprio per imbrigliare la Germania post unificazione, impedendole di coltivare ambizioni neoimperiali. Ora gli imbrigliati siamo noi. Preoccupante, se pensiamo che nella storia tedesca il confine tra potere e abuso di potere è sempre stato labile.

Senza mai dimenticare, al di là delle rispettive mancanze, che la crisi greca è in realtà una crisi europea.

I greci hanno votato sotto una pressione internazionale che ha assunto sempre più i connotati del ricatto. Per giorni qualunque politico di un qualunque Paese europeo si è arrogato il diritto di “suggerire” (“ordinare” se si trattava di politici tedeschi) ai greci per quale partito votare. Uno scenario inimmaginabile prima del memorandum firmato da George Papandreou e dai suoi collaboratori mesi fa, e in ogni caso inconcepibile all’interno dell’Europa, alfiere della democrazia.
Per giorni l’idea che Syriza potesse conquistare il primo posto alle elezioni di domenica 17 giugno è stata l’incubo dell’eurocrazia – e della Germania. Per la prima volta dal 1950 un governo di sinistra avrebbe preso le redini di un Paese dell’Europa occidentale. Ciò non è successo, e all’indomani del voto che ha sancito la vittoria dei partiti “pro-memorandum”, la stampa europea ha potuto tirare un sospiro di sollievo.
Eppure non ha vinto nessuno. Non ha vinto Samaras, che avrà il difficile compito di formare un governo che avrà una missione impossibile. Non ha vinto l’Europa, lungi dal risolvere una crisi sempre più incancrenita. Non ha vinto Angela Merkel, la cui intransigenza sta contribuendo ad alienarle pure le residue simpatie. E, infine, non ha vinto la Grecia, sempre per l’intransigenza della Merkel.
Esaminando l’andamento dell’euro di ieri, nel day after, notiamo come l’illusione dei mercati sia durata veramente poco. Addirittura meno rispetto ad una settimana fa, dopo la notizia dei 100 miliardi di euro elargiti alla Spagna.
In generale, ci sono almeno tre ragioni per non essere troppo felici per l’esito di queste elezioni:

  1. il dramma politico interno in atto ad Atene;
  2. le elezioni da sole non cambiano un quadro di per sé angosciante;
  3. le attuali difficoltà di Spagna (e Italia) dimostrano che la crisi dell’Eurozona non è mai stata assorbita, anzi.

In altre parole, l’Europa ha salvato la faccia, ma non il futuro.

I greci non hanno avuto la possibilità di decidere la loro sorte. Si è imposta loro la logica profonda del sistema di potere europeo attraverso le elezioni, ossia quello strumento che una volta manifestava l’espressione ultima della democrazia rappresentativa e che invece oggi hanno rimesso in discussione il concetto stesso di sovranità nazionale.
Le elezioni hanno dimostrato che nulla cambierà, e ormai quasi tutti in Grecia sono convinti che il debito che pende come una spada di Damocle sulla testa dei greci non sarà mai rimborsato, né rimborsabile. In compenso, Questo articolo del Daily Telegraph, tradotto per Presseurop, ci ricorda che l’idea della storia come inarrestabile progresso economico e politico è relativamente recente, e che come una marea può ritirarsi da un momento all’altro e senza che nessuno possa prevederlo, trascinandoci verso l’oscurità, lo squallore e la violenza. L’illusione del progresso, nel caso di Atene, si è concretizzata nel medioevo della democrazia:

Da Atene ogni giorno ci arrivano notizie sconvolgenti: quelle che un tempo erano orgogliose famiglie borghesi fanno la fila per un tozzo di pane, e negli ospedali ci sono malati in agonia perché il governo non ha i soldi per pagare i farmaci contro il cancro. Le pensioni vengono tagliate, le condizioni di vita precipitano, la disoccupazione cresce e il tasso di suicidi – fino a poco tempo fa il più basso dell’Unione europea – è oggi il più alto.
Osserviamo un’intera nazione subire una devastante umiliazione politica ed economica, e quali che siano i risultati delle elezioni di ieri sembra che le cose peggioreranno. Non c’è un piano per gestire l’abbandono dell’euro da parte della Grecia, almeno che io sappia. Nessun leader europeo osa ammettere che uno scenario del genere è una possibilità concreta, perché altrimenti profanerebbe la religione dell’Unione sempre più stretta. Da noi ci si aspetta che siamo complici di un piano per creare un’unione fiscale, che se davvero avrà un effetto sarà soltanto quello di minare le fondamenta della democrazia occidentale.

Pur di tenere in vita una moneta unica in stato terminale siamo pronti a massacrare la democrazia, proprio nella terra in cui è nata. Per quale motivo chiediamo a un elettore greco di votare un programma economico, se quel programma economico è stato deciso a Bruxelles – anzi, a Berlino? Qual’è il senso della libertà greca – la libertà per cui ha combattuto lord Byron – se la Grecia torna a una sorta di dipendenza ottomana ma con la Sublime porta trasferita nella capitale tedesca?

Intanto – senza una risoluzione e senza chiarezza – ho paura che le sofferenze continueranno. Il modo migliore di procedere sarebbe provocare un’ordinata divisione nella periferia tra vecchia eurozona e nuova eurozona. Ogni giorno di esitazione allontana la prospettiva di una ripresa globale. La soluzione proposta, invece – unione fiscale e politica – spingerà il continente verso un medioevo della democrazia

Intanto, mentre la stampa e i politici tedeschi ripetono che i contribuenti tedeschi non pagheranno i debiti altrui senza ricevere in cambio precise garanzie (leggi: eterodirezione dei conti pubblici e cessione degli asset virtuosi), sempre più osservatori esterni notino quanto sia triste vedere che a capo di questa crisi si trovi una cancelliera a cui non importa nulla dell’Europa. Merkel, dimenticando le sue colpe, tenta di proteggere le tasche dei suoi cittadini – e le sue chances di rielezione – senza rendersi conto che il discorso della “Germania bancomat d’Europa” non solo è falso – perché Berlino ha beneficiato dell’euro più di chiunque altro, – ma anche pericoloso per l’esistenza stessa dellUnione.
E’ questo atteggiamento a mettere a in forse la democrazia
, non il riemergere degli estremismi.

Il prossimo bailout dell’Eurozona potrebbe riguardare l’isola di Cipro. Il governo di Nicosia starebbe per richiedere formalmente l’avvio della procedura di bailout allo European Financial Stability Facility. Il sistema bancario di Nicosia è fortemente esposto nei confronti delle banche greche, per cui l’onda lunga della crisi di Atene si ripercuote anche qui.
BBC parla di situazione caotica. L’esposizione complessiva delle banche cipriote ammonta a ben 23 miliardi di euro: per noi equivalgono ad una manovra, ma per l’isola si tratta del 130% del PIL (che è di 17,3 miliardi).

All’inizio di questo mese, la Commissione europea ha detto che se il sistema bancario cipriota dovesse ricorrere a un salvataggio del governo, il debito dello Stato schizzerebbe all’85% del PIL, indebolendo ulteriormente la sostenibilità dello stesso a lungo termine, in un momento in cui Cipro dispone di un limitato accesso ai mercati finanziari internazionali. Recentemente il Parlamento ha approvato il salvataggio proprio della Banca Popolare di Cipro, che nella ristrutturazione del debito greco ha perso circa 2 miliardi di euro. Questo bailout costerà al Paese circa il 10% del suo PIL.
Di fronte a questo scenario, anch il Governatore della Banca centrale di Cipro, Panicos Demetriades, ha abbandonato la diplomazia del caso affermando che il bail out dell’isola è sempre “meno improbabile”.

I dati negativi non finiscono qui. Cyprus News Report segnala che il disavanzo pubblico per il 2012 si attesterà al 3,4% del PIL per poi calare al 2,5% nel 2013, ma le proiezioni del ministero delle finanze avevano annunciato un deficit programmato del 2,5% già da quest’anno. E non è l’unico caso in cui la realtà si dimostra molto meno rosea rispetto a quanto dichiarato dal governo.
Il New York Times scrive che secondo il governo, l’economia cipriota crescerà nel 2012 solo dello 0,8 %, ma per l’FMI, al contrario, si contrarrà dell’1,2 per cento. Il debito privato è in forte crescita. I tassi di interesse dei titoli di Stato a 10 anni sono adesso al 14 per cento. In aprile la fiducia dei consumatori ciprioti è scesa del 13% rispetto al mese precedente, mentre quella delle imprese è crollata del 22%. I prestiti bancari in sofferenza sono saliti al 20%. mentre la disoccupazione è sempre più vicina alla soglia record del 9%.
A completare il quadro, in marzo l’agenzia Moody’s aveva declassato i titoli di Cipro a livello spazzatura, spiegando la sua decisione con l’impatto della crisi greca.

L’annus horribilis dell’isola è iniziato già lo scorso luglio, quando un’esplosione in una base navale ne ha praticamente dimezzato la produzione di energia.
Per risollevarsi, Cipro non potrà neppure contare sui ricchi giacimenti di gas recentemente scoperti nelle sue acque, posto che il loro pieno sfruttamento (Russia e Turchia permettendo) non comincerà prima di qualche anno.
Con il bailout, Cipro sarà il prossimo Paese europeo a perdere una fetta della propria sovranità in favore della BCE (dunque, della Germania). E pensare che per anni Nicosia aveva attratto investimenti esteri in virtù di una tassazione irrisoria, aspetto che aveva fatto dell’isola il paradiso fiscale del Levante Mediterraneo. Ora quei bei tempi sembrano davvero conclusi.


La Cina deve investire la sue riserve valutarie (3.200 mld dollari) e il debito americano non le basta più. Dopo anni di acquisti di Treasury Bond, Pechino ha preso di mira l’Europa.
Poi si è lanciata alla caccia di public utilities, avvantaggiata dalla crisi che ha reso possibili fusioni e acquisizioni a prezzi ridotti e ha quasi azzerato la forza contrattuale dei Paesi più indebitati.
Ai governanti va bene così: messi in difficoltà dall’opinione pubblica e più interessati alle prossime elezioni che alle future generazioni, gli esecutivi del Vecchio Continente accolgono giulivi i denari che da Pechino arrivano copiosi, tralasciando il fatto che in questo modo stanno svendendo l’avvenire di quei Paesi che in teoria sarebbero chiamati a salvaguardare.

Il Portogallo è l’esempio più lampante di questa scarsa lungimiranza strategica dettata dallo stato di necessità. Lo scorso anno destò molto stupore la notizia che i cinesi stavano effettuando massicci investimenti in titoli pubblici di Lisbona (qui, qui e qui).
In maggio il Portogallo è stato salvato dalla bancarotta attraverso un prestito di 78 miliardi di euro da parte dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un programma di austerity che comprendeva tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni di asset statali. La Cina non ha perso tempo e, forte della crescente quota di debito (e di sovranità) portoghese in suo possesso, si è fiondata sul banchetto di privatizzazioni. Nonostante ciò, tra banche in rosso e spread alle stelle, Lisbona è ormai ad un passo del baratro, e per salvarsi cerca di fare cassa svendendo le proprie aziende di servizi.
Giovedì scorso la China State Grid è diventata socio di riferimento della rete elettrica portoghese, dopo che il governo le ha ceduto una quota del 40% per 592 milioni di euro, circa 150 milioni in più rispetto al prezzo di mercato.
L’operazione fa il paio con un’altra, nel mese di dicembre, nella quale Lisbona ha venduto il 21,35% di Energias de Portugal (EDP) alla Three Gorges Corp. per 2,7 miliardi di euro (50% di più del prezzo di mercato).
E si tratta solo delle prime mosse di un più vasto piano di sostegno dell’economia lusitana, che potrebbe portare altri 8 miliardi di ulteriori investimenti.

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Il vero paradosso della crisi

di Luca Troiano

Quando l’uomo di strada ascolta le notizie economiche nei tg crede resta allibito. Non tanto per la penuria di buone novelle, circostanza alla quale siamo abituati da (ormai) un quadriennio. Ciò che lascia di sasso è la (inestricabile) rete di paradossi generata dalla (interminabile) crisi globale: L’euro è a rischio a causa dei debiti sovrani, ma rimane forte sui mercati valutari; le agenzie di rating decidono le sorti degli Stati, declassando alcuni Paesi i cui fondamenti sono vacillanti ma risparmiando altri nelle stesse condizioni; il Giappone ha il debito più grande del mondo in rapporto al PIL ma gli investitori continuano a sostenere lo yen; la solvibilità degli Usa non in dubbio ma è bastato scendere di un gradino nella scala S&P per mandare i mercati a picco.
Un quadro che manda in tilt ogni sorta di ragionamento dell’uomo medio. Il quale arriva a spiegare le controverse dinamiche della finanza tramite il ricorso a teorie complottiste su presunti “poteri forti” che guidano le sorti dell’economia mondiale a proprio beneficio e a scapito di tutti gli altri.
Ma non è così. Le contraddizioni nascono dal fatto che il sistema finanziario globale non è lineare. E applicando operazioni aritmetiche ad un mondo algebrico è normale che i calcoli non tornino.

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