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Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.

Da tre anni l’Europa (rectius: il Nord dell’Europa, con la Germania in testa) pretende che tutti i Paesi dell’Eurozona soddisfino esattamente le stesse condizioni, e che i risultati economici di ciascuno siano  misurati sulla base degli stessi criteri. E poco importa se le tradizioni economiche europee sono molto diverse da Paese a Paese.
Invece l’Europa impone la stessa medicina a tutti i malati, a prescindere dalle loro condizioni e soprattutto dall’effettivo grado di tolleranza al farmaco somministrato.

Un argomento comunemente diffuso a sostegno di tale monoliticità di pensiero è che la crescita economica soffre gravemente quando il debito pubblico di un paese raggiunge il 90% del PIL, per arrestarsi del tutto oltre quella soglia. A sostenerlo è una ricerca del 2010 di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff dal titolo “Crescita al Tempo del Debito”, le cui conclusioni sono spesso state nel corso degli ultimi anni come una delle ragioni per cui i paesi dovrebbero tagliare i loro deficit – anche se le loro economie sono ancora deboli.

Ora, però, quelle conclusioni non sono più così certe. Anzi.

Un recente studio a firma di tre ricercatori dell’Università del Massachusetts (Thomas Herndon, Micheal Ash e Robert Pollins) ha rimesso lo studio di Reinhart e Rogoff in discussione. Per la verità non è la prima critica rivolta a tale lavoro; in ogni caso, il trio ha preso in esame i dati di base della ricerca, trovandovi due problemi di metodo (l’esclusione di alcuni dati dal computo e il metodo di calcolo delle medie ) e un imbarazzante errore di impostazione in una tabella Excel.
Una sintesi dello studio è offerta dal Washington Post, tradotto da Linkiesta. In particolare, Reinhart e Rogoff  hanno trascurato tre episodi di Paesi con alto debito e alta crescita – Canada, Nuova Zelanda e Australia – a fine anni Quaranta. Secondo, le assunzioni fatte dai due economisti sulla ponderazione dei diversi episodi storici sono contestabili.

Reinhart e Rogoff hanno ammesso l’errore, ribadendo comunque la tesi di fondo del loro lavoro: più elevato è il debito pubblico minore è la crescita.
Eppure, come spiega il prof. Andrea Terzi, docente di economia monetaria al Franklin College Switzerland:

Riaffermando questo principio, gli autori sembrano non voler prendere in considerazione la spiegazione più plausibile della correlazione (se c’è) tra debito e crescita.
Si tratta di un semplice meccanismo ben noto a chi mastica un po’ di macroeconomia. Quando siamo in recessione, i redditi imponibili si riducono e calano le entrate dello stato, proprio mentre la disoccupazione fa crescere le spese per gli ammortizzatori sociali. Cresce dunque il fabbisogno dello stato e il debito sale. Si tratta di un ammorbidimento automatico delle conseguenze della recessione che aiuta l’economia a trovare il punto di svolta per ripartire.
Le politiche di austerità fanno esattamente il contrario. Basta guardare all’esperimento fatto sulla pelle degli europei dal 2010 in poi. Quando le entrate fiscali calano e gli ammortizzatori sociali richiedono più risorse, si introducono nuove tasse e la caduta del reddito non vede la fine. Invece di toccare il fondo, continuiamo a scavare.
Non credo che aver segnalato questi errori cambierà le radicate (ed errate) convinzioni che per far crescere l’economia occorra in primo luogo ridurre il fabbisogno dello stato. Lo studio di Reinhart e Rogoff ha limiti anche maggiori di quelli segnalati dai tre ricercatori, come ad esempio il fatto di mettere nello stesso calderone paesi con cambi flessibili, cambi fissi, e addirittura col sistema aureo. Ma non sarà l’ennesimo studio empirico sugli effetti del debito a fermare l’austerità. Occorre invece che una nuova leadership politica, convinta che la piena occupazione meriti la priorità rispetto alle cifre del debito pubblico, si faccia finalmente avanti.

Alcuni mesi fa il prof. Alberto Bisin su Noise from Amerika, ha provato a sfatare il mito dell’austerità come radice di tutti i mali. Secondo l’esperto, il problema non è il rigore in sé, ma il contesto in cui viene applicato – ossia la situazione esistente nel singolo Paese destinatario. Certo, una politica fiscale restrittiva deprime l’attività economica, almeno nel breve periodo; tuttavia:

Lo scivolone logico sta nell’assumere che l’affermazione che politiche di austerita’ peggiorino la recessione implichi che esse non siano desiderabili. E’ uno scivolone che potrebbe infatti darsi il caso che le altre politiche non siano implementabili o siano ancora peggio. Et voila’, la forza della logica.

La recessione non e’ necessariamente esogena (non viene dal cielo) – non e’ affatto detto che l’austerita’, per quando dolorosa, non sia necessaria a farla terminare. Se fosse cosi’, aspettare ad intervenire allungherebbe la recessione. Ed in parte lo e’ certamente cosi’, in Italia, oggi: la stretta e’ determinata dai mercati che temono della solvibilita’ futura del paese; l’austerita’ serve a convincerli ad allentare la presa (questo punto e’ importante perche’ suggerisce che non tutta l’austerita’ e’ uguale – in un paese come l’Italia la solvibilita’ si garantisce con riduzioni di spesa e non aumenti di tasse perche’ le tasse sono alte e raccolte inefficientemente e la spesa spaventosamente ineffciente).

La conclusione implicita è che economie con problemi diversi hanno bisogno di soluzioni differenti. Alla fine pare stia iniziando a capirlo anche il presidente della Commissione Europea Barroso, le cui recenti dichiarazioni di sui limiti dell’austerità lasciano sperare che il dogma del rigore possa essere presto ammorbidito.
Sarebbe anche ora, visto che l’austerity impostaci dall’alto si basa su un banale errore di Excel.

Da un anno la Serbia è ufficialmente uno Stato candidato dell’Unione Europea, ma per cominciare l’iter delle trattative con i governi occidentali che porteranno Belgrado a far parte della UE, Bruxelles pretende da Belgrado la sottoscrizione di un accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Ad oggi, infatti, le relazioni con l’ex provincia a maggioranza albanese costituiscono il principale ostacolo all’apertura formale dei negoziati di adesione.
Dopo dodici ore di trattativa sponsorizzata dall’Unione, il 2 aprile le delegazioni serba e kosovara si sono separate senza trovare un accordo. “Il solco tra le due parti è stretto ma profondo”, ha dichiarato l’alta rappresentante Ue per gli affari esteri Catherine Ashton. Il no definitivo sarebbe giunto l’8 aprile,quando la Serbia ha respinto il progetto di accordo sulle relazioni con il Kosovo.
Si tratta di una sconfitta per la diplomazia europea e in primo luogo per Catherine Ashton, che aveva personalmente supervisionato i lavori mostrandosi ottimista circa il buon esito dei negoziati. In febbraio la baronessa aveva anche parlato di non meglio specificati “progressi significativi” durante l’incontro tra il primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci.

In marzo il governo di Pristina aveva adottato – non senza fatica - il piano in otto punti elaborato dalla Ashton per regolamentare la cooperazione tra le municipalità a maggioranza serba del nord del Kosovo. Dal punto di vista amministrativo darebbe a Pristina il controllo dell’intero territorio del Kosovo, Nord compreso; sotto il profilo politico, invece, aprirebbe la strada alla sottoscrizione del patto per l’associazione e stabilizzazione, primo passo verso l’adesione di Pristina all’Unione Europea. Thaci in questi mesi ha dovuto affrontare l’opposizione del partito di minoranza Vetevendosja, contrario ad ogni ipotesi di trattativa con Belgrado fintantoché non arrivi un pieno riconoscimento da parte serba – che tuttavia non arriverà mai, come ribadito dal presidente serbo Nikolic. L’appoggio del Aak di Ramush Haradinaj ha dato il via libera per le trattative.
Il problema, a questo punto, era convincere Belgrado. La Ashton da sei mesi a questa parte aveva cercato di persuadere sopratutto la parte serba. La quale ha rifiutato il piano dell’Alto rappresentante Ue perché in concreto voleva dire perdere per sempre l’influenza nel Nord del Kosovo, dove è concentrata la minoranza serba. Sono due i punti che la Serbia non accetta: 1) l’accorpamento delle municipalità di Mitrovica nord (a maggioranza serba) e Mitrovica sud (a maggioranza albanese), che altererebbe gli equilibri etnici locali; 2) la futura presenza delle forze militari di Pristina nelle municipalità abitate da serbi, fino ad ora autogestite con delle strutture  parallele a quelle del governo centrale kosovaro. Al contrario, Belgrado preme affinché Pristina accettasse di concedere un’ampia autonomia ai “suoi” serbi, riuniti in un unico comune, accordando loro poteri semi-esecutivi, il controllo del sistema giudiziario e della pianificazione territoriale. Ma i kosovari hanno dalla loro il sostegno degli USA – la cui posizione, in questo frangente, conta molto più di quella europea – e così non concedono nulla.
Ora, caduta anche l’ultima possibilità di un compromesso dopo il rifiuto comunicato l’8aprile, Bruxelles lascerà Belgrado in stand-by forse fino al 2014, causa lungaggini delle procedure decisionali.

I rapporti tra Belgrado e Bruxelles rimangono piuttosto tesi. Sul fronte interno, la destra ultranazionalista, manifestando in favore di un “Kosovo serbo”, si è scagliata apertamente contro l’Europa. A complicare i rapporti tra le parti sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che alza il velo sulla vicenda dei “neonati desaparecidos”, ossia quei bimbi morti a poche ore dalla nascita e fatti sparire per coprire casi di malasanità, oltre a quelli nati vivi e sottratti intenzionalmente alle loro famiglie per essere dati illegalmente in adozione.
Sullo sfondo c’è la crisi sociale, che morde duramente il Paese e che – nonostante la ripresa industriale e le favorevoli previsioni macroeconomiche – non accenna a esaurirsi.

Infine c’è l’Europa. Per Bruxelles, che tanto si era spesa in favore di un accordo, lo stallo dei negoziati tra Serbia e Kosovo rappresenta un‘ennesima sconfitta. Ancora una volta, la pur generosa politica del dialogo di marca europea si mostra incapace di portare a una soluzione. Neanche stavolta la UE si dimostra all’altezza di quel ruolo globale a cui aspira, vista l’incapacità di gestire in maniera autonoma le spinose questioni balcaniche senza chiamare in causa Stati Uniti e Russia.

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Come sappiamo, l’Europa dipende da fornitori esteri sia per l’approvvigionamento di risorse energetiche che per quanto riguarda quelle alimentari. In particolare, il gas che alimenta le stufe e le centrali elettriche del Vecchio continente proviene per i tre quinti dalla Russia, la quale ne fa uno strumento di ricatto geopolitico. Il resto proviene dal Nord Africa e dai produttori mediorientali, i quali sono soggetti alla perdurante instabilità interna che tutti conosciamo. Esempio degli ultimi giorni: il sequestro dell’impianto di In Aménas, in Algeria, che ha comportato una contrazione della quantità di gas che l’Italia riceve da Algeri dell’ordine del 17% (60-65 mln m3 al giorno contro una media di 70-75).
Per quanto riguarda il grano e la carne il mercato di approvvigionamento è ancora quello dell’America Latina, forte delle grandi quantità disponibili e dei prezzi accessibili. Ma questo trattamento di favore potrebbe cambiare, soprattutto a causa delle rinate tensioni tra Argentina e Regno Unito sulle Falkland.

La soluzione ad entrambi i problemi potrebbe venire dall’Europa stessa, e precisamente da uno dei suoi membri più a Est: la Romania.
Sul piano energetico, l’alternativa più allettante alle forniture di gas estere è data dallo shale gas. In dicembre il Primo Ministro romeno, Victor Ponta, ha ritirato la moratoria precedentemente posta (ufficialmente per ragioni ambientaliste, secondo altri per fare un favore al Cremlino) sulle estrazioni del gas di scisti, concedendo alla compagnia USA Chevron il via libera per lo sfruttamento dei relativi giacimenti. Bucarest è entrata così tra i Paesi che sostengono il gas non convenzionale assieme a Regno Unito, Polonia (di cui è ricca), Germania e Lituania.
Sul piano alimentare, la risposta alla crescente domanda di approvvigionamento dell’Europa potrebbe arrivare anch’essa da Bucarest. La Romania risulta fra i principali produttori di cereali, tanto da essereil più importante esportatore netto del Vecchio continente dal 1995. Se già nel 2007 – al momento dell’adesione nella UE – si parlava dell’agricoltura, motore trinante dell’economia del Paese, come di una carta fondamentale per competere nell’Unione, oggi Bucarest rappresenta una sorta di nuova frontiera agricola per migliaia di agricoltori dell’Europa occidentale, pronti a trasferirsi nell’Est in quanto attirati dal basso prezzo dei terreni.
Nel 2013,  spiega Cristis Unteanu, giornalista del quotidiano romeno Adevarul (la Verità), la dipendenza di Bruxelles dalle importazioni di cereali continuerà ad aumentare e la lotta per le risorse si farà più dura, posto che i fenomeni meteorologici estremi del 2012 hanno considerevolmente ridotto la produzione agricola in tutto il mondo. Forte della sua produzione agroalimentare, la Romania potrebbe dunque accrescere la sua importanza all’interno dei 27, rispondendo alle insicurezze che questi si troveranno a fronteggiare.

Il 2012 in sintesi

Il 2012 dal punto di vista della politica internazionale può essere visto sotto un duplice aspetto: quello dei fatti noti e dei meno noti.
Niccolò Locatelli su Limes riassume i temi dominanti dell’anno che sta per concludersi:

Il 2012 non è stato per la politica internazionale un anno rivoluzionario (e indimenticabile) come il 2011, quanto piuttosto un anno in cui si sono consolidate tendenze emerse in passato o ne sono nate di nuove, dagli esiti ancora incerti. È stato un anno di cambi di leadership realizzati (Cina), mancati (Stati Uniti), in sospeso (Venezuela). È stato un anno di crisi sventate o per lo meno rinviate (il collasso dell’euro, l’attacco all’Iran). Per questi motivi il 2012 può essere definito un anno di transizione.
In Siria la transizione è stata duplice: quella che nel 2011 era una ribellione è diventata una vera e propria guerra civile [...] la guerra in Siria è diventata nel corso del 2012 una guerra per procura tra l’asse dei paesi sunniti – appoggiato, in mancanza di alternative migliori, dall’Occidente – e l’Iran, per l’occasione spalleggiato dalla Russia.

gli Stati Uniti sono presi dalla transizione delle loro priorità geopolitiche: l’allontanamento dal Medio Oriente verso il Pacifico,per contenere la Cina e concentrarsi sull’area dove l’economia crescerà di più, è in atto. La conferma alla Casa Bianca di Obama, tra i principali artefici di questa strategia, la rafforzerà.

Attraverso il Diciottesimo congresso del Partito comunista, la Cina ha avviato con successo, malgrado lo scandalo di Bo Xilai, il cambio di leadership che si concluderà a marzo. [...] Nel 2012 la Cina è stata particolarmente assertiva nel rivendicare la propria sovranità(disputata) di alcune isole nel Mar Cinese. Le prove di forza con GiapponeVietnam eFilippine sono rimaste sul piano politico e simbolico, ma anche se non si è arrivati alla guerra la situazione resta tesa.

La transizione per l’Unione Europea, e in particolare per l’Eurozona, nel 2012 ha significato lotta per la sopravvivenza. [...] Rimangono insoluti i nodi politici e culturali: se la soluzione dev’essere condivisa, quanta sovranità sono disposti a cedere gli Stati, e a chi?

A est dell’Ue l’eco delle sentenze del Tribunale penale internazionale dell’Aja ci dice che la transizione verso una convivenza pacifica nell’ex Jugoslavia è ancora incompleta.

Il 2012 è stato un anno di transizione anche per la cosiddetta “primavera araba”:l’assalto al consolato Usa di Bengasi, le contestate decisioni di Morsi in Egitto, l’ondata di arresti in Kuwait e Bahrein hanno portato molti a dubitare della possibilità che la democrazia trionfi sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In America Latina una transizione potrebbe avviarsi da un momento all’altro. Per la prima volta nel XXI secolo, il Venezuela e la regione potrebbe essere presto orfani – politicamente o biologicamente - di Hugo Chávez. [...] L’alleato più stretto del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha già avviato una lentissima transizione verso un’economia più aperta, sul modello cinese e vietnamita. Come a Pechino e ad Hanoi, anche sull’isola la democrazia non è alle viste.

I fatti e gli eventi trascurati e meno noti al grande pubblico, ma che potrebbero diventare i trending topic del 2013, come di consueto, sono invece raccontati da Foreign Policy.
In sintesi:

  1. Le relazioni commerciali tra India e Pakistan
    L’interscambio commerciale tra i due Paesi è aumentato di nove volte tra il 2004 e il 2011, arrivando a toccare quota 2,7 miliardi di dollari. Ed è destinato ad aumentare ulteriormente dopo la firma di diversi accordi nello scorso settembre.
  2. Il Brasile diventa Paese d’immigrazione
    Attulamente ci sono stati circa 2 milioni di stranieri (molti dei quali portoghesi) che vivono legalmente in Brasile e circa 600.000 clandestini. L’interesse da parte dei cittadini di altri Paesi è frutto delle opportunità offerte dall’economia in crescita (ma non troppo), che nel prossimo anno richiederà un apporto di lavoratori qualificati tra le 200.000 e 400.000 unità, da impiegare in settori come il petrolio, le miniere, e la tecnologia.
  3. Gli Inuit rivendicano maggiori diritti sulle estrazioni nell’Artico
    La tendenza è iniziata nel mese di marzo, quando il governo Inuit del Labrador, in Canada,ha revocato il divieto di estrazione dell’uranio. Poi, nel mese di settembre, un gruppo di Inuit del territorio di Nunavut si è rivolto a Wall Street per trovare investitori disposti a finanziare un progetto di estrazione di oro, argento, rame, zinco e diamanti.
  4. Il verme di Guinea è quasi scomparso
    L’OMS ritiene che nei prossimi due anni verme di Guinea diventerà la seconda malattia conosciuta, dopo il vaiolo, ad essere completamente eliminata. Altre patologie (come la lebbra e la peste tubercolosi), però, sembrano tornare in ascesa a dispetto delle previsioni.
  5. Stampa 3D, innovazione e problemi
    Nel futuro prossimo la tecnologia tridimensionale porrà delle serie questioni sia per il copyright che per quanto riguarda l’ecosostenibilità.
  6. Finisce il mito dei call center indiani
    Per anni, l’immagine dei giganteschi call center in India è stata uno dei cliché della globalizzazione (chi non ricorda il film The Millionaire?). Ma da quest’anno la quota degli operatori telefonici localizzati a Delhi è scesa dall’80% al 60% in virtù della crescente concorrenza di Filippine, Brasile, Messico, Vietnam e alcuni Paesi dell’Europa orientale. Nel subcontinente il mercato dell’outsourcing sembra ormai saturo; le altre altre economie emergenti sanno ora di poter competere.
  7. Hong Kong in controffensiva
    Le tensioni tra Hong Kong e la madrepatria sono in crescita, accentuandole tendenze nazionalistiche in seno alla città autonoma. Le prove di forza di Pechino nel Mar Cinese Meridionale preoccupano sempre di più il governo locale.
  8. Cipro, la sponda di Mosca sul Mediterraneo
    Il salvataggio dell’economia dell’isola da parte della Russia (qui e qui) ha di fatto allontanato Nicosia da Bruxelles. L’influenza su Cipro garantisce al Cremlino un valido avamposto sia nei rapporti con la Turchia che col resto del Vicino Oriente.
  9. Il petrolio nel Congo
    Si stima che l’area del Parco Nazionale del Virunga, vicino al confine con l’Uganda, contenga giacimenti di oro nero per un ammontare di 6 miliardi di barili. Ai prezzi correnti, il valore di quel petrolio sarebbe pari a 28 volte l’intero PIL del Congo. Ma le operazioni di ricerca ed estrazione sono complicate dai rischi geopolitici ed ambientali che le attività petrolifere comportano.
  10. Le dispute insulari di cui non abbiamo sentito parlare
    Per tutto il 2012 si è parlato delle tensioni nell’Asia orientale per quanto riguarda il possesso di determinate isole (su tutte, le Spratly e le Senkaku). Ma anche nel Golfo Persico c’è chi litiga per lo stesso motivo: è il caso di Iran e Emirati Arabi Uniti, che rivendicano la sovranità su Abu Musa e i lembi di terra limitrofi.

Nei primi di dicembre Borut Pahor , già presidente del parlamento e primo ministro sloveno, si è aggiudicato un ballottaggio senza storia, sconfiggendo il presidente uscente Danilo Türk col 67% dei suffragi.

Pahor è il quarto presidente della Slovenia indipendente, il primo ad aver coperto tutte e tre le più alte cariche dello stato. Pochi avrebbero scommesso che ce l’avrebbe fatta. La sua vittoria è stata anche la vittoria del premier Janez Janša - soprannominato “il principe delle tenebre” dall’ex primo ministro Janez Drnovšek, per lepurazione dei personaggi sgraditi e per aver attaccato l’indipendenza della giustiziae della sua politica di rigore e di contenimento della spesa pubblica (su indicazione dell’Europa e del FMI).
La quale politica che non è che una mera presa d’atto dell‘incapacità della classe dirigente di trovare adeguate soluzioni per il rilancio del Paese, come confermato dai continui declassamenti da parte delle agenzie di rating.

Perché Lubjana ha bisogno di un rilancio. Dopo essere stato per anni un modello della transizione al capitalismo, gli sloveni non si sono mai risollevati dal crollo economico del 2009 (PIL -8%; deficit da allora mai sotto la soglia del 5%). Le previsioni per l’anno in corso e per il prossimo sono altrettanto pessimistiche. L’economiaslovena ha inanellato la seconda recessione degli ultimi tre anni, fortemente influenzata dal pessimo andamento dell’eurozona, oltre che penalizzata da un settore bancario sull’orlo di una crisi di nervi.
Inoltre, il piano di riduzione del deficit è stato parzialmente compromesso da un referendum, che con una percentuale del 72% ha respinto il progetto di riforma delle pensioni che prevedeva l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni. I contrasti politici su questo punto hanno provocato la caduta del governo e le elezioni anticipate all’inizio di quest’anno, che hanno riportato al potere il rigorista Janša.

Ma la gente protesta, sia contro la corruzione che contro le severe politiche di austerità (una misura su tutte: il taglio del 40% delle già misere pensioni). La rivolta di Maribor ne è l’esempio lampante: in pratica, tutto è partito dalla decisione comunale di piazzare una serie di autovelox, tramite un’azienda appaltatrice. Quando sono partite le multe il malcontento ha cominciato a montare, scatenando violente accuse contro la gestione – ritenuta clientelare – della città da parte del sindaco Franc Kangler.
Per la prima volta in Slovenia, la polizia ha caricato i manifestanti. Il bilancio degli scontri è lieve e si limita a qualche contuso tra agenti, manifestanti e cavalli. Ma lo shock ha lasciato il segno nell’opinione pubblica. E testimonia come le corruttele e l’impunità dei politici locali abbiano portato all’esasperazione un popolo già provato dalla crisi. E che adesso non sembra più disposto a sopportare.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

Ieri, mentre in Italia c’erano le primarie del PD, nella comunità autonoma spagnola della Catalogna si sono tenute le elezioni per eleggere il nuovo parlamento regionale, la Generalitat, indette a inizio ottobre dal presidente Artur Mas, leader della coalizione liberaldemocratica di centrodestra Convergenza e Unione (CiU). L’affluenza alle urne è stata del 56%, circa 8 punti in più rispetto alla precedente tornata elettorale e in assoluto la maggiore mai registrata nella regione. La coalizione di Mas è prima, ma ha perso un quinto dei seggi. In altre parole, non ottiene quella “maggioranza eccezionale” invocata in campagna elettorale, necessaria a  proseguire sulla via della secessione con un mandato più forte.
La grave crisi economica che ha interessato la Catalogna è stata al centro della campagna elettorale in queste settimane. Mas ha più volte ribadito la volontà di indire un referendum sull’indipendenza della regione. Secondo  (come El Pais e La Vanguardia), la perdita di consensi si spiega col fatto che Mas abbia puntato quasi esclusivamente su questo tema per mettere in secondo piano altri argomenti, sfavorevoli al suo governo, come i conti disastrosi della regione. La Catalogna ha infatti un debito di 42 miliardi di euro sui 140 miliardi totali delle regioni spagnole, nonostante sia la più produttiva del Paese. Senza contare che, nell’ultima settimana della campagna elettorale, Mas è stato anche accusato di corruzione e di riciclaggio di denaro, sulla base di alcune anticipazioni non ufficiali di un’indagine nei suoi confronti.

Nel complesso, i partiti catalanisti presi nel loro complesso perdono seggi: da 76 a 74. Quelli spagnolisti, favorevoli allo status quo, guadagnano: da 21 a 28. Chi ha vinto, dunque? Secondo La Vanguardia (quotidiano catalano, non dimentichiamolo) ha vinto lo Spagna, o meglio, lo status quo spagnolo:

Quando nelle prossime settimane si comincerà a negoziare la formazione di un nuovo governo, si potrà constatare quanto entusiasmo suscita la prospettiva di far parte di un esecutivo obbligato a seguire la via dei duri sacrifici.
La Spagna ha un problema: una crisi durissima e due parlamenti sovranisti (quello basco e quello catalano). Ma in fondo è un problema gestibile: i baschi non faranno nulla che possa realmente mettere a rischio i saldi fiscali positivi del loro vantaggioso statuto, mentre la Catalogna, intrappolata nella retorica sentimentale del sovranismo, si trasformerà in un vespaio. Ha vinto la Spagna, ha vinto l’ordine costituito.

L’ondata separatista ha dunque subito una frenata (come era già successo in Galizia un mese fa), ma in ogni caso resta una spinosa questione. In ottobre il Financial Times notava come mentre il governo britannico ha autorizzato il referendum sull’indipendenza della Scozia, Madrid continua a negarlo alla Catalogna, rischiando di rafforzare il separatismo.
Le crisi hanno però la tendenza a semplificare tutto. E Al di là della retorica di Mas e delle reticenze di Madrid, la realtà appare molto più complessa di quella che il teatrino della politica spagnola sembra ostentare.

A prima vista, la regione più ricca non vuole più pagare per il resto del Paese e minaccia di staccarsi. Il debito è frutto della voracità fiscale di Madrid, affermano a Bercellona, perciò le rivendicazioni catalane sono legittime e vanno seriamente discusse.
In realtà, le origini dirette dei problemi economici catalani sono la drammatica recessione prodotta dall’enorme bolla immobiliare e le decisioni prese dai diversi governi nel corso degli anni. Un problema comune a tutta la Spagna, senza eccezioni tra regione e regione. Secondo l’analisi di Bruxelles, il precario stato delle finanze pubbliche della Catalogna non è dunque frutto dei trasferimenti verso Madrid o dei tagli di bilancio imposti dal governo centrale (anche se il sistema di finanziamento e redistribuzione non è perfetto e su questo si può discutere), come invece sostiene il movimento separatista per giustificare le sue pretese.
E poi, alla Catalogna conviene davvero l’indipendenza? Obiettivamente, no.

Il distacco di Barcellona da Madrid presenta dei problemi non trascurabili, sia nel quadro dei successivi rapporti economici con la Spagna che nel contesto internazionale. Limes, che presenta un excursus storico delle le pulsioni identitarie catalane, riassume la questione così:

L’independència, infatti, infervora gli animi e le gradinate dello stadio Camp Nou di Barcellona, ma presuppone una serie di problemi non trascurabili. Il nuovo stato nascerebbe fuori dall’Ue: potrebbe entrarci solo con l’accordo unanime dei membri. Come si comporterebbe in questo caso Madrid? Comunque, per un periodo negoziale di durata non prevedibile, merci e capitali catalani sarebbero esclusi dalla libera circolazione, perdendo l’accesso al mercato spagnolo. Ecco perchè le imprese e le banche di Barcellona e dintorni preferiscono la ricerca di un compromesso. Lo stesso Mas non manca di puntualizzare come la sovranità della Catalogna non debba consistere in un “addio alla Spagna”.

I tentativi catalani di approfondire l’autonomia da Madrid sono stati numerosi durante i secoli, e spesso decisamente sfortunati. Resta però da chiedersi quanto senso abbia la nascita di un nuovo Stato nazione in Europa, quando il confronto geopolitico del nostro continente avviene con entità come Cina, Stati Uniti, Russia o Brasile. Nella stessa Unione Europea, le capitali tendono a perdere il loro potere decisionale in favore di centri alternativi come Francoforte, Bruxelles o Berlino.

Globalist approfondisce il tema, con una conclusione che alza uno sguardo sulle analoghe rivendicazioni in giro per l’Europa:

Vale la pena di ricordare che l’Ue non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. E il fatto che la Catalogna sia più ricca non la sottrae certo alla trafila della richiesta di adesione. In campagna elettorale Mas ha parlato anche di Catalogna Stato membro della Nato, «ma senza esercito». Una contraddizione in termini.
Tutto questo è comunque secondario. La Costituzione spagnola sancisce il carattere “indissolubile” dell’unità statale, il referendum ha in questo paese carattere consultivo, va ratificato, dai cittadini, ovvero tutti gli abitanti del paese e non solo i catalani.
A Madrid sono in pochi a prendere sul serio le rivendicazioni di Mas per una Catalogna indipendente, sottolineando però i rischi di un effetto domino in altre aree del paese, a cominciare dai Paesi Baschi. Quasi tutti i madrileni ascoltati da Globalist nella capitale spagnola, concordano su un punto: Mas cerca di alzare l’asticella col governo per fare paura, sapendo benissimo di non poter camminare con le proprie gambe.
«Quello che davvero Mas vuole ottenere sono nuove concessioni dal governo, una maggiore autonomia e un regime fiscale più vantaggioso» dice Enrique, 44enne esponente delle Forze dell’Ordine in borghese. Isabel, giovane ingegnere non ancora trent’enne con esperienza in cooperazione internazionale incontrata a Puerta del Sol alla vigilia del voto catalano sottolinea: «La prospettiva di una Catalogna indipendente non sta in piedi. E proprio per il fatto che le rivendicazioni sono di tipo economico. Che faranno stamperanno una valuta nuova? Di certo non potranno usare l’euro».
Il punto centrale della rivendicazione catalana è un’Austerity attribuita alla redistribuzione della ricchezza locale col resto del paese. Il debito catalano è però pari a circa 44 milioni di euro [dato ovviamente errato] e la disoccupazione interessa almeno 800 mila catalani. Ed è proprio qui che casca l’asino. Un improbabile stato indipendente di Catalogna vedrebbe questo debito incrementato. Lo conferma il Financial Times, che scrive: «Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna». Tanto per cominciare ci sarebbe da restituire qualche soldo a Madrid per la quota di debito nazionale e la ristrutturazione delle banche. Poi c’è la questione dell’export.
Lo spiega bene The Economist, citando il blog del Professor Pankaj Ghemawat, della IESE Business School di Barcellona. Ghemawat ha creato una mappa delle esportazioni catalane, dimostrando che se è vero che questa regione esporta, è anche vero che esporta una bella fetta di produzione nella stessa Spagna. Gli attuali 49 miliardi di export sarebbero dimezzati, con un inevitabile ripercussione sull’occupazione. L’elenco potrebbe continuare, ma, dato che il segno dei tempi è diventato la parola “spread” si pensi alla reazione dei mercati alla notizia di una dichiarazione unilaterale di secessione catalana.
Questa è la sostanza. Condita però da Mas con dei toni populistici che rimandano all’identità nazionale che non trovano ragione nei fatti. Le rivendicazioni culturali catalane sono state affrontate e soddisfatte una decina di anni fa. A Barcellona il catalano ha pari dignità con lo spagnolo.

Resta da vedere se la vicenda catalana sommata alla questione fiamminga e alla prospettiva di un referendum separatista in Scozia segni l’inizio di una tendenza europea.
In tempi di crisi economica come quella che il vecchio continente attraversa, le isterie nazionalistiche fanno paura. Anche negli anni ’30 del secolo scorso andò più o meno così.

Eccoci allora al punto nodale, la madre di tutti i problemi nrll’Europa di oggi, quella dell’austerity: la crisi sta riaccendendo ovunque le tensioni tra le regioni più prospere e i governi centrali. Ed è singolare che tanto i separatisti scozzesi quanto quelli catalani fanno ricorso proprio agli ideali europei per sostenere le rispettive rivendicazioni. L’integrazione europea, che mirava ad unirci, ci sta portando sempre più alla frammentazione.
Una contraddizione che il quotidiano polacco Uwazam Rze ha cercato di mettere in luce:

Ormai i sostenitori dell’autodeterminazione preferiscano soprattutto gli ambienti ovattati dei gabinetti ministeriali o delle istituzioni europee, gli eventi culturali e la promozione delle lingue regionali. Una strategia che sembra avere successo: alla vigilia delle scadenze elettorali i governi si piegano alle rivendicazioni dei separatisti in cambio del loro sostegno.
In questa battaglia la lingua è un’arma molto potente. I catalani la utilizzano con la stessa maestria con cui giocano a calcio. In Catalogna lo spagnolo è considerato una lingua straniera e le scuole sono obbligate a garantire solo quattro ore settimanali di spagnolo. Per chi arriva dalla Castiglia o dall’Andalusia con la propria famiglia è impossibile trovare una scuola con un insegnamento integralmente in spagnolo.
Negoziando con le autorità statali i separatisti non esitano a ricorrere ad argomenti filo-europei, e difendono la tesi secondo cui l’indipendenza della Catalogna, del Paese basco o della Scozia non metterebbe in difficoltà la nazione spagnola o britannica, poiché la federalizzazione dell’Unione ridurrà comunque il ruolo degli stati nazione. Se le capitali cedono di anno in anno parte dei loro poteri alla Commissione europea, perché non darne un po’ anche a Edimburgo o a Barcellona?
Con questa retorica europeistica, i separatisti hanno trovato una valida soluzione per cancellare l’etichetta di pericolosi e irresponsabili fanatici che era attribuita loro.

Secondo il New York Times il caso della Catalogna dimostra come l’integrazione europea (o meglio, la sua attuale e perversa applicazione), anziché unire gli Stati, abbia finito dare una spinta al secessionismo delle regioni:

La Catalogna potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata separatista nell’Unione europea, ed essere seguita da presso da Scozia e Fiandre. Il grande paradosso dell’Ue – che si fonda sul concetto della sovranità condivisa – è che abbassa l’asticella spingendo le regioni a battersi per la propria autonomia.
Mentre dalla crisi della zona euro potrebbe emergere un’Unione post-nazionale, caratterizzata dall’impulso verso una maggiore unione fiscale e un controllo più centralizzato sui budget e le banche nazionali, la crisi ha accelerato le ambizioni separatiste delle regioni più ricche dei paesi membri, che non vogliono più finanziare i loro vicini più poveri.
Il presidente catalano Artur Mas ha sconvolto la Spagna e i mercati convocando elezioni regionali anticipate e promettendo di indire un referendum sull’indipendenza dalla Spagna, anche se Madrid lo considera illegale. La Scozia vuole fissare per l’autunno del 2014 un referendum sull’indipendenza. I fiamminghi hanno ormai raggiunto un’autonomia pressoché totale, sia sul piano amministrativo sia su quello linguistico, ma sono tuttora profondamente risentiti per l’egemonia dei francofoni della Vallonia e dell’élite di Bruxelles. La prova potrebbe essere costituita dalle elezioni provinciali e comunali in programma per il  14 ottobre.
Come nei matrimoni, esistono innumerevoli cose che  tengono uniti i paesi anche a malincuore: una storia comune, guerre comuni, figli in comune, nemici comuni. Ma la crisi economica nell’Unione europea sta mettendo in luce anche antichi dissapori.
In Catalogna come nelle Fiandre molti pensano di pagare ai governi centrali molto più di quanto ricevono. Da questo punto di vista è una replica in piccolo della controversia della zona euro, in cui i paesi settentrionali più ricchi come Germania, Finlandia e Austria deplorano il fatto che le loro relative ricchezze e il loro successo siano prosciugati per tenere a galla paesi come Grecia, Portogallo e Spagna.
L’espansione complessiva dell’integrazione europea di fatto ha abbassato l’asticella del secessionismo, perché le entità emergenti sanno di non dover essere del tutto autonome e indipendenti”, ha detto Mark Leonard, direttore del Consiglio europeo per le relazioni estere. “Sanno che avranno accesso a un mercato di 500 milioni di persone e ad alcune delle garanzie dell’Ue”.

Prospettiva davanti alla quale Bruxelles è dovuta correre ai ripari. Ma benché l’Unione Europea abbia già precisato che gli indipendentisti troveranno la porta chiusa per quanto riguarda un’automatica adesione, particolarismi e rivendicazioni procedono indisturbati. Peccato che sia proprio l’Europa ad incoraggiarli: a Bruxelles ci siano già più di 300 uffici a difendere gli interessi di territori grandi e piccoli, che fanno della UE il più grande tavolo di negoziati del mondo.

Nella UE dei 27 Stati, la voce grossa delle comunità locali è la regola, non l’eccezione. E dire che l’Europa era nata per unirci.

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti - anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

Era un tranquillo pomeriggio d’autunno quando il 16 ottobre, a Bruxelles, il Commissario europeo per la Salute e la tutela dei consumatori, il maltese John Dalli, ha annunciato le sue immediate dimissioni. In genere le dimissioni di un alto funzionario della UE sono un fatto inconsueto; in questo caso sono state addirittura un fulmine e ciel sereno, senza essere accompagnate da una formale motivazione.
Gli sviluppi dei giorni seguenti hanno tratteggiato uno scenario di intrighi e corruzione, fino a profilarsi come un vero e proprio complotto che sta mettendo in imbarazzo l’Unione Europea e in particolare il presidente della Commissione José Manuel Barroso.

La sintesi della vicnda è offerta da questo articolo de La Tribune, tradotto da Presseurop:

Si tratta di uno scenario alla John Le Carré, che potrebbe essere fonte di molti imbarazzi per il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Un caso legato a questioni di lobby, “big money” e spie.
Secondo un’inchiesta dell’Olaf (l’organo antifrode europeo), un certo Silvio Zammit, uomo d’affari maltese, avrebbe proposto alla Swedish Match, un produttore di sigari e tabacco da masticare svedese, di modificare un progetto di direttiva sul tabacco in cambio di una tangente da 60 milioni di euro. Il rapporto dell’Olaf è stato trasmesso a José Manuel Barroso il 15 ottobre. Il 16 la Commissione europea ha annunciato con un comunicato che il commissario John Dalli, incaricato della legislazione sul tabacco, “aveva presentato le sue dimissioni” in seguito a questa inchiesta. Il 17 la Commissione europea ha aperto la sua sala stampa – evento rarissimo – al direttore generale dell’Olaf, Giovanni Kessler, che ha fornito ai corrispondenti europei i dettagli di questa inchiesta.
La conseguenza immediata di queste dimissioni è stata la sospensione sine die dell’adozione del progetto di direttiva sui prodotti del tabacco da parte della Commissione europea per la mancanza di un commissario europeo in grado di assumersene “la responsabilità politica”. Di fatto il 22 ottobre il testo doveva entrare nella fase finale in vista di un’adozione nelle settimane successive.
Subito le organizzazioni europee di lotta contro il tabacco hanno tirato il segnale di allarme. La SmokeFree Partneership (Sfp), una lobby anti-tabacco, vede nelle dimissioni del commissario “un evento molto inopportuno”, secondo la sua direttrice Florence Berteletti Kemp. Da più di un anno l’uscita della direttiva è stato rinviata di mese in mese, e gli attivisti anti-tabacco vedono ridursi sempre di più le possibilità che la procedura arrivi a termine in questa legislatura che finisce nel 2014. Infatti dopo l’adozione del progetto da parte del collegio dei commissari, prima di arrivare al voto finale rimane da compiere un lungo processo legislativo presso il consiglio dei ministri e al parlamento europeo.
Tuttavia il 18 ottobre un’altra sgradevole sorpresa attendeva i collaboratori dell’Sfp al loro arrivo al 49-51 rue de Trêves, nel centro del quartiere europeo: i loro uffici erano stati visitati durante la notte. Diversi computer sono stati rubati e gli archivi rovistati.
Sulla ventina di organizzazioni presenti nell’edificio, solo tre uffici sono state visitati: quelli dell’Sfp, quelli dell’European Public Health Association e quelli dell’European Respiratory Society. Tre ong in guerra aperta contro le multinazionali del tabacco, che accusano di “bloccare, di correggere e di rinviare” la nuova legislazione, per riprendere il titolo di un rapporto di un centinaio di pagine sul lobbying dell’industria del tabacco commissionato dall’Sfp insieme a diverse organizzazioni di lotta contro i tumori.
Secondo i primi elementi dell’inchiesta i ladri sarebbero riusciti a disattivare il sistema di sorveglianza. Sarebbero entrati nell’edificio di otto piani dal tetto, scendendo lungo la facciata ed entrando dai balconi, per poi uscire dall’entrata con almeno una decina di computer portatili sotto  braccio.
Dopo questo furto lo scandalo politico sta diventando sempre più grande. Dopo l’annuncio delle sue dimissioni, l’ex commissario Dalli ha fatto capire di esservi stato costretto. “La porta era aperta e dovevo uscire, con le buone o con le cattive”, ha raccontato sul sito euractiv.com. Per la Commissione queste dimissioni “sono state presentate” da Dalli al presidente Barroso “davanti a testimoni”.
Nel corso dei mesi scorsi il progetto di direttiva è stato bloccato diverse volte, in particolare su richiesta del servizio giuridico e della segretaria generale della Commissione, provocando la rabbia di diversi paesi, in particolare dell’Irlanda che è tradizionalmente all’avanguardia nella lotta contro il tabacco.

Per quella direttiva che stava preparando, Dalli era profondamente inviso alle lobby del tabacco. Linkiesta aggiunge:

Dalli, che respinge seccamente le accuse, sostiene inoltre che «tuttora non ho accesso al rapporto Olaf e dunque non ho avuto modo di ribattere». Accuse ribadite ieri in conferenza stampa. «Chiedete all’Olaf – ammicca – se le procedure sono state corrette». Poche ore dopo giungeva la notizia delle dimissioni del responsabile dell’Advisory Board dell’Olaf, l’olandese Christiaan Timmermann. Ufficialmente, è un cambio della guardia di routine, secondo voci non confermate il funzionario non avrebbe informato a dovere i membri del board Olaf sulle accuse rivolte a Dalli prima di inviarle alle autorità giudiziarie maltesi.
Il 21 ottobre, intanto, Barroso aveva a sua volta reso pubblica una lettera a Dalli. «Vorrei informarla – scrive gelido – che non sono in grado di accettare le affermazioni contenute nella sua lettera. Nel nostro incontro del 16 ottobre, Lei stesso mi ha dichiarato in modo inequivocabile le sue dimissioni, di fronte al direttore generale dei servizi legali e del capo del mio ufficio privato». E’ scontro aperto. Dalli comincia a dire in varie interviste che, con le sue dimissioni, la direttiva sul Tabacco «è morta». La Commissione spiega che, con il cambio della guardia (al posto di Dalli arriva l’attuale ministro degli Esteri maltese Tonio Borg) ci vorrà più tempo, nega però che la direttiva sia arenata. Ieri, intanto, Dalli ha fatto sapere che denuncerà Barroso.
Il giallo si complica con le dichiarazioni di Patrik Hildigsson, presidente del Consiglio Europeo per il tabacco senza fumo (Estoc) e vicepresidente di Swedish Match. Al sito internet Europolitics afferma di aver saputo che in incontro con un avvocato maltese e il segretario generale di Estoc, Inge Delfoss il 7 marzo, Dalli avrebbe detto che togliere il bando dello snus sarebbe per lui un «suicidio politico». Il commissario sarebbe poi uscito, mentre sarebbe subentrato il famoso imprenditore maltese. La sua interpretazione: «un suicidio politico non si fa in cambio di niente», dunque, è la traduzione di Hildigsson, bisognava pagare.
Una brutta storia, appunto, ancora tutta da chiarire. Possibile che Dalli – che faceva il duro con la lobby del tabacco – fosse pronto a vendersi per l’oscuro snus? Non sono in pochi i maligni a pensare che dietro la curiosa vicenda possa esserci il più classico dei trappoloni: uno scandalo per togliere di mezzo il commissario scomodo. Se davvero fosse così – starà ai magistrati chiarirlo – Dalli, quanto meno con la sua disaccortezza, ha certamente dato una mano. Non si può neanche dire, però, che Barroso abbia brillato per trasparenza. Un’ombra scura resterà, almeno per un bel po’.

Un appunto sulle dimissioni di Timmermans. Il 24 ottobre un altro fatto il procuratore generale di Malta ha trasmesso le sue raccomandazioni alla polizia maltese affinché apra un’indagine separata. Timmermans ha lasciato l’incarico nella stessa giornata, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung in segno di protesta contro il fatto che l’Olaf ha trasmesso le informazioni su Dalli alla giustizia maltese senza informarne il comitato. 

Altra coincidenza, la vicenda Dalli esplodeva proprio nei giorni del 33° congresso Unitab (Unione dei produttori di tabacco), svoltosi a Budapest, in cui l’intera categoria ha ribadito la propria contrarietà alla direttiva Dalli facendosi scudo – come sempre in questi casi – dell‘importanza del settore come volano per l’occupazione.

Ps: Per la cronaca, il governo maltese ha già nominato il vice primo ministro Tonio Borg come nuovo Commissario alla Salute in sostituzione di Dalli. Tale nomina dovrà essere ratificata dal Parlamento europeo nel mese di novembre, e non si tratta di una semplice formalità, dato che Borg non gode di una buona fama per via delle sue posizioni troppo conservatrici, in particolare contro l’aborto e l’omosessualità. Già nel 2004, il Parlamento si era rifiutato di confermare la nomina di Rocco Buttiglione più o meno per lo stesso motivo.

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l'analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

 Un paio d’anni fa il matematico Piergiorgio Odifreddi si domandava:

Non sarebbe forse meglio riconoscere, come fece Jean Paul Sartre quando rifiutò il premio Nobel per la letteratura nel 1964, che in entrambi i casi (pace e letteratura) si tratta di decisioni fortemente politiche? E che la cosa non può che essere cosí, perchè dovunque mancano criteri oggettivi di scelta, non si può procedere che in maniera soggettiva?

Senza questa premessa, sarebbe difficile spiegare l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace per il 2012 all‘Unione Europea.
Secondo la motivazione ufficiale: “L’Ue ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa. Oggi una guerra tra Germania e Francia sarebbe impensabile, ciò dimostra che con la reciproca fiducia nemici storici possono diventare partner. La Caduta del Muro ha reso possibile l’ingresso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale… così come la riconciliazione nei Balcani e il possibile ingresso della Turchia rappresentano un passo verso la democrazia”.

Innegabile. l’integrazione europea ha posto fine a secoli di scontri nel Vecchio Continente, gettando poi le basi per mezzo secolo di prosperità – ne parlavo approfonditamente qui. Poi qualcosa si è rotto; o meglio, non è stato più possibile mascherare le lacune e le contraddizioni. E così l’Europa di oggi, lacerata dalla frattura sempre più profonda tra formiche del Nord e cicale del Sud (se ne occupa l’ultimo quaderno speciale di Limes), è quanto di più lontano dall’esempio di unità e cooperazione che ha cercato di rappresentare fin dagli albori. Basta pensare a ciò che è successo ad Atene pochi giorni fa, in occasione della visita di Angela Merkel, per rendersene conto.

AsiaNews mette in luce i paradossi di questa assegnazione, con una chiave di lettura finale:

Jagland [capo del Comitato del Nobel] si è affrettato a precisare che il premio è anche dato perché l’Ue ha contribuito per “sei decenni al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”.
Ma anche per questo aspetto, forse dovremmo ricordare e batterci il petto per la lentezza e l’immobilità con cui l’Europa si è mossa davanti ai massacri della Bosnia, o alla superficialità con cui è intervenuta nel Kossovo. E in più, dovremmo ricordare gli imbarazzanti – almeno per noi cattolici e per gli uomini di buona volontà – atteggiamenti dell’Ue nel lanciare le sue campagne “anti-discriminatorie” in difesa delle unioni di fatto; dei diritti sulla salute riproduttiva (che spesso sottintendono anche l’aborto); del Vaticano accusato di “discriminazioni” sul sacerdozio alle donne; delle vocazioni monastiche sospettate di “lavaggio del cervello”.

In qualche modo, questo premio Nobel per la Pace è controverso come quello dato a Barack Obama tre anni fa, a lui assegnato in base “all’intenzione” di fare qualcosa per il Medio oriente e per il problema israeliano-palestinese: un’intenzione a cui non è seguita alcuna azione, anzi, è avvenuto il boicottaggio del riconoscimento della Palestina come membro dell’Onu.
Forse anche il Nobel di quest’anno è a favore di Obama. In fondo, il suo concorrente, Mitt Romney, ha promesso il pugno duro verso Pechino e un maggior interventismo nel Medio oriente. Ma questa non è la politica voluta dalla Ue. Che esaltare il lavoro “per la pace” della Ue sia un modo per suggerire: “Votate Obama?”.

Più realisticamente, il premio all’Europa non è altro che un messaggio all’Europa stessa. La commissione di Oslo non ha sbagliato a riconoscere i meriti della costruzione europea; se mai, verrebbe da dire, ha sbagliato il momento. O forse non poteva essere il momento più giusto: in effetti, l’assegnazione arriva proprio ora che l’Europa ha cominciato a dubitare di se stessa. E molti sostengono che in un periodo così complicato, il premio potrà incoraggiare chi ancora crede nell’integrazione.
Per questa ragione Lucio Caracciolo su Limes auspica che il premio serva a riaprire il dibattito sulle ragioni che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa, non senza un pizzico d’ironia:

Finalmente avremo la risposta alla celebre domanda di Henry Kissinger: “qual è il numero di telefono dell’Europa?”.
Quando il rappresentante (Barroso? Van Rompuy? Il presidente di turno? E che fare della baronessa Ashton?) dell’Unione Europea andrà a rititrare il premio Nobel per la pace appena assegnatogli dal Comitato di Oslo, avremo definito una questione che ci trasciniamo dalla nascita del progetto comunitario, ossia chi ne sia il titolare.
Risolta questa curiosità, l’assegnazione del premio Nobel per la pace all’Unione Europea sarà anche un’utile occasione per riflettere sul senso di questa nostra impresa. La crisi economica e finanziaria ci ha fatto dimenticare la ragione di fondo per la quale sei paesi firmarono a Roma, nel 1957, il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea: la pace.
È interessante osservare che la dichiarazione di Thorbjørn Jagland, presidente del Comitato per il Nobel, inizia evocando la riconciliazione tra Francia e Germania. Questo era il cuore geopolitico del progetto comunitario, questo resta ancora oggi l’aspetto strategico più rilevante dell’assetto europeo.
Ai molti paradossi che segnano la storia dell’Unione Europea, se ne è così aggiunto oggi un altro: l’assegnazione del premio Nobel nella capitale di un grande paese europeo che si è rifiutato per referendum di aderire all’Ue.
È anche notevole che nella motivazione si faccia riferimento all’integrazione di Spagna, Portogallo e Grecia dopo il collasso dei rispettivi regimi autoritari. Un curioso elogio ai Pigs.
Infine, in un tentativo di proiettare in avanti gli effetti di pace e riconciliazionegià ottenuti all’interno dell’attuale assetto geopolitico comunitario, il comitato indica nei Balcani il futuro terreno di coltura della vocazione pacificatrice europea.
Sarà naturalmente la storia a stabilire quanto fondata sia l’assegnazione del premio Nobel all’Unione Europea.
Speriamo comunque che questo meritato premio possa offrire finalmente occasione non solo per celebrazioni ma soprattutto per dibattere le ragioni di fondo che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa.

Oggi l’Europa è un ammasso di Stati più o meno in bancarotta e in conflitto tra loro, il cui progetto più ambizioso, l’unione monetaria, sta per crollare, e in cui i Paesi poveri e in difficoltà subiscono l’arroganza della Germania, e in generale dei Paesi più forti. L’assegnazione del Nobel per la Pace è un chiaro invito ai 27 ad impegnarsi ulteriormente per evitare la fine di questo progetto. E dunque, a darsi da fare per meritare a posteriori questo Nobel così controverso.
Chissà, si chiede la commentatrice Tereza de Souza, se i leader europei presteranno sufficiente attenzione al premio. Evitando di lasciarlo appannare, come quello che giace impolverato nello studio di Obama.

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