Gas in cambio di meno austerità: Cipro ci prova

Nelle puntate precedenti:

La paranoia di Cipro può riassumersi così: Nicosia è il quinto Paese dell’Eurozona a chiedere aiuto all’Europa per salvarsi dal dissesto finanziario. L’isola ha bisogno di un’immissione di liquidità per complessivi 18 miliardi. In marzo la Troika propone un piano da 10 miliardi, subordinato però all’approvazione di durissime riforme di austerità per colmare il restante buco di 8 miliardi.
A fare scalpore è soprattutto la tassa una tantum sui conti correnti, che comporta il prelievo del 9,9% sui depositi superiori a 100 mila euro e del 6,75% su quelli inferiori con l’intento di raccogliere circa 5,8 miliardi.
Il 20 marzo il parlamento cipriota boccia il prelievo forzoso all’unanimità. Tuttavia, la situazione è così drammatica che, a fine mese, si decide di portare al 30% l’aliquota sui depositi sopra i 10o mila, lasciando intatti quelli inferiori.
Il 2 aprile il governo cipriota conclude un accordo con la troika per stabilire le ulteriori condizioni del prestito da 10 miliardi: sul piatto, riduzioni di stipendio per i dipendenti statali e soprattutto un lauto banchetto di privatizzazioni.
Per non alienarsi i favori degli “amici” russi, il 14 aprile, in occasione di un discorso pronunciato davanti ad alcuni uomini d’affari moscoviti a Limassol, il presidente cipriota Nicos Anastasiades offre la nazionalità cipriota a chi ha perso almeno 3 milioni di euro a causa del piano di salvataggio e della ristrutturazione del sistema bancario.
Finalmente il 30 aprile Anastasiades, minacciando il collasso imminente, riesce a strappare al parlamento l’approvazione del piano negoziato con la Troika (per un soffio: 29 voti favorevoli e 27 contrari).
Il 14 maggio l’Eurogruppo approva lo sblocco di una prima tranche di aiuti da 3 miliardi di euro.a

La situazione non migliora. A tre mesi di distanza, il piano di salvataggio non sembra già più in grado di risolvere la crisi che ha stritolato l’isola. Neppure le banche godono di miglior salute, nonostante il (doloroso) piano di ristrutturazione predisposto per Bank of Cyprus. Secondo un rapporto riservato il settore bancario cipriota è ancora caratterizzato da un alto rischio di riciclaggio, errori nei registri bancari, mancanza di controlli sull’identità e dubbi su molti correntisti.
Intanto le privatizzazioni proseguono: prossime alla vendita sono la compagnia di telecomunicazioni Cyta, la compagnia elettrica Ahk e quella delle strutture portuali per un totale di 14, miliardi di euro.

A metà giugno Anastadies invia una lettera a Bruxelles per chiedere una revisione del piano di salvataggio. “L’economia cipriota”, spiega il presidente, “è precipitata in recessione, portando ad un ulteriore aumento della disoccupazione e rendendo più difficile il risanamento”. La Commissione Europea, tuttavia, gela subito le speranze dei ciprioti, lasciando intendere che “Non c’è nessuna possibilità di una revisione“.

Anastasiades ha però un asso nella manica.

Pochi giorni fa ho spiegato come alla base delle divisioni esistenti in seno all’Unione Europea ci siano le divergenze in merito alla politica energetica, che per ciascuno dei Paesi membri è una questione di fondamentale importanza. Ricordavo inoltre che presto Israele e Turchia potrebbero diventare degli importanti fornitori di gas della UE grazie allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi nel Levante Mediterraneo.
Laggiù nel Levante c’è anche Cipro, che di quei giacimenti reclama una fetta. In maggio Anastasiades manifesta l’intenzione di trasformare l’isola in uno “snodo energetico” per l’Europa.

Il 22 giugno La Voce Arancione pubblica questa notizia:

Il Governo cipriota avvia trattative con la compagnia israeliana Delek. Anche la statunitense Noble Energy e la francese Technip coinvolte nel progetto

La cordata israelo-americana garantisce all’Unione Europea il gas da Israele.

Nella giornata di mercoledì, 19 Giugno, Cipro ha dichiarato l’avvio di trattative con la compagnia energetica israeliana Delek per la realizzazione di un rigassificatore in territorio cipriota.

L’infrastruttura è programmata dalla Cyprus National Hydrocarbon Company, in collaborazione con la compagnia franceseTechnip, per trasportare gas asiatico e dell’Europa Sud-Orientale in Unione Europea.

In particolare, l’infrastruttura è concepita anche per veicolare in Europa il gas proveniente dal giacimento Aphrodite, ubicato nelle acque territoriali cipriote.

L’Aphrodite, che secondo le stime contiene 6 Trilioni di piedi cubi di gas, è sfruttato dalla Delek, dalla compagnia israeliana Asvel, e dalla compagnia USA Noble Energy.

Inoltre, il rigassificatore cipriota serve anche per veicolare in Unione Europea il gas israeliano dei giacimenti Leviathan, Tamar e Kadish.

I giacimenti israeliani sono sfruttati, oltre che dalla Delek, anche dalla Noble Energy, che è interessata nella realizzazione del rigassificatore a Cipro.

Un’alternativa alla dipendenza dal transito dal Medio Oriente

L’utilizzo di Cipro come hub del gas cipriota e israeliano permette ad Israele di superare l’impasse nell’invio dell’oro blu finora incontrata a causa della posizione di Siria e Giordania.

Questi due Paesi si sono opposti alla realizzazione di un gasdotto pianificato da Israele per veicolare il gas in Europa attraverso la Turchia.

Il progetto turco-israeliano è stato possibile grazie all’intervento del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha invitato Turchia ed Israele a superare una crisi diplomatica.

Promettendo di veicolare il gas israeliano vero l’Europa, Cipro spera di ottenere qualche margine in più di manovra in vista di un’eventuale revisione del piano.

Come l’Europa ha trasformato la crisi di Cipro in una potenziale catastrofe

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Cipro, la vittoria di Anastasiades fa contenta Berlino. E anche la mafia russa.

Nicos Anastasiades è il nuovo presidente di Cipro dopo aver vinto il ballottaggio con il 57,48% delle preferenze. Il suo avversario, il candidato di centrosinistra Stavros Malas, si è fermato al 42,52%.

Eleggendo Anastasiadis i cittadini ciprioti hanno scelto una nuova via. Non poteva essere altrimenti: per la prima volta nella storia recente del Paese, la campagna elettorale non è stata monopolizzata dal problema della divisione dell’isola, ma dal rischio di fallimento. Il salvataggio di questo piccolo Stato europeo non dovrebbe fare notizia, se non fosse per la resistenza opposta dalla Germania e da altri Paesi della zona euro.

L’ultimo meeting dell’Eurogruppo a Bruxelles lunedì 21 gennaio ha rinviato il confronto tra Cipro e la troika è rinviato a metà marzo, ossia a dopo le presidenziali e la formazione di un nuovo governo. L’Osservatorio Balcani e Caucaso offre una lunga e approfondita analisi sul tema, da leggere dall’inizio alla fine. A proposito della riluttanza tedesca, c’è un passaggio che vale la pena sottolineare:

Le critiche e le condizioni poste dalla Germania hanno diffuso a Nicosia l’impressione che il “tesoriere europeo” stia attaccando gratuitamente la Repubblica di Cipro per provocare uno spostamento di capitali stranieri dall’isola verso altre destinazioni, Germania compresa.

Contando che le chiavi del salvataggio sono in mano alla Germania, il voto dei ciprioti – come quello dei loro fratelli greci dello scorso giugno – non poteva non essere esente da pressioni da parte di Berlino.
Secondo Il Fatto Quotidiano del 14 febbraio:

O fate come diciamo noi o i soldi non arrivano. Che poi tradotto significa: “O eleggete il candidato che ci va bene, oppure le cose si mettono male”. A sette mesi dalle ultime elezioni in Grecia la storia si ripete e la Germania conferma le proprie intenzioni. Questa volta però parliamo di Cipro, del piano di salvataggio che la terzultima economia europea ha chiesto nel giugno scorso e delle elezioni che devono tenersi, il 17 febbraio. Ma lo schema resta lo stesso: prima votate, possibilmente come vogliamo noi, poi per i soldi si vedrà.
A chiarirlo, l’11 gennaio, proprio a Cipro, è stata Angela Merkel, volata nella città di Limassol con lo stato maggiore del Ppe per discutere del budget europeo e tirare la volata al candidato conservatore alle elezioni, Nicos Anastasiades. Una riunione a cui hanno partecipato i leader conservatori di mezza Europa (specie quella del Nord). La Merkel ha spiegato a tutti i delegati che del piano di salvataggio dell’economia cipriota, travolta da una pesante crisi bancaria, non si parlerà prima di marzo. E che Cipro non avrà “un trattamento di favore”.

 Ma oltre alla consueta ortodossia in tema di austerità finanziaria c’è dell’altro:

Riciclaggio e denaro russo, quindi. Non un tema secondario, specie per i tedeschi: secondo dati ottenuti dai servizi segreti di Berlino, e pubblicati dalla stampa tedesca a novembre le banche cipriote avrebbero in pancia qualcosa come 20 miliardi di euro di depositi provenienti da poco chiari investitori russi. Cipro naturalmente nega tutto, ma il dato resta. E d’altra parte basta andare a farsi un giro proprio a Limassol, dove c’è la più grande comunità russa dell’isola, forte di 10mila persone e che può vantare una stazione radio in russo, giornali in russo, scuole russe, cartelli stradali in cirillico, per farsi venire qualche sospetto.
Da qui la contrarietà tedesca ad andare a inettare nel settore bancario soldi che andrebbero a beneficio degli investitori moscoviti.

Non stupisce che, secondo il quotidiano cipriota Politis, la vittoria di Anastasiades sia stata “un sollievo per la maggior parte dei leader UE, compresa Angela Merkel“, che non vedevano di buon occhio le trattative con la Russia per il salvataggio delle banche cipriote condotte dal presidente comunista uscente, Dimitri Christofias. La verità è che i risparmiatori dell’Europa del nord non vogliono che il loro denaro serva a garantire i depositi dei ricchi russi che approfittano dei vantaggi finanziari dell’isola, oltre che del buon clima.

Per i russi, Cipro rappresenta un paradiso – naturale per alcuni, fiscale per altri. E tra questi ultimi vi sono soggetti tutt’altro che raccomandabili. Molti dei quali legati alla criminalità organizzata, ai quali l’Europa, salvando Nicosia, potrebbe involontariamente fare un grosso favore. In novembre scrivevo:

Data la sua posizione geograficaCipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.

La guerra delle banche centrali e l’anarchia di quelle private

Agli inizi di gennaio Demostenes Floros, analista geopolitico ed economico, sottolineava il nuovo anno si sarebbe aperto con le tre questioni geoeconomiche lasciate irrisolte nel 2012: la volatilità del prezzo del petrolio, la crisi del debito Usa – malgrado l’intesa anti-fiscal cliff – e un rischio di progressiva “balcanizzazione” del mercato finanziario dell’Eurozona (peraltro già in atto a livello continentale).
L’andamento del greggio, e più in generale delle commodities, è dovuto al continuo ricorso che le banche centrali fanno alla leva del cambio: si svalutano le rispettive monete per rendere le proprie merci appetibili sui mercati esteri, rilanciando la crescita. Già in ottobre lo stesso Floros prefigurava una guerra tra svalutazioni volte a fare ripartire l’economia grazie alle sole esportazioni. E questo in palese contraddizione col mandato principale di ogni banca centrale che si rispetti, ossia il contenimento del livello dei prezzi. Perché?

Le banche centrali sono gli esecutori, ma i mandanti sono i governi. Tanto ansiosi di vedere il segno più davanti al PIL quanto incapaci di formulare una soluzione alla crisi che non passi per la leva monetaria – cosa che peraltro l’Eurozona non può fare, come Germania comanda.
Per il momento a farne le spese è l’euro, messo sotto pressione dalle politiche di svalutazione scelte da Stati Uniti e Giappone. Secondo il numero uno della Bundesbank Jens Weidmann il rischio che stiamo correndo è quello che si inneschi un vero e proprio conflitto a colpi di tassi di cambio, che provocherebbe una serie di svalutazioni, minacciando la competitività tra i Paesi.
Ma se le politiche monetarie le decidono i governi, cosa ne è della decantata indipendenza degli istituti centrali? Fabrizio Goria su Linkiesta risponde che l’era della separazione tra potere economico e potere esecutivo sembra volgere al termine:

La guerra valutaria che verrà, ma che per molti versi già esiste, è nata per via delle lacune della politica. Come ha ben argomentato sul Financial Times il capo-economista di Hsbc, Stephen King, è finita l’era dell’indipendenza delle banche centrali mondiali. Le ragioni sono diverse. La prima, più evidente, è la situazione di estrema emergenza in cui si sono trovati i governi dopo il fallimento di Lehman Brothers, la quarta banca statunitense. Di fronte alla possibilità di un collasso del sistema finanziario, possibile a causa dell’incredibile ramificazione dello stesso, i governi hanno chiesto uno sforzo mai domandato prima alle proprie istituzioni monetarie. Hanno chiesto di fare di più, di guardare anche alla terza faccia della medaglia, quella degli interventi straordinari. Così è stato fatto e solo così si è riuscito ad arginare l’emergenza legata al collasso del mercato immobiliare.
Il secondo motivo è legato alla crescente competizione fra i Paesi. Le aree emergenti sono sempre più aggressive, mentre quelle sviluppate stanno sperimentando un rallentamento strutturale del proprio modello di sviluppo. Già due anni fa il ministro brasiliano delle Finanze, Guido Mantega, aveva messo in guardia le economie avanzate da un possibile conflitto valutario. «Le banche centrali sono entrate in un nuovo mondo, in cui sono tutti contro tutti: è una guerra senza confini in cui non ci sarà alcun vincitore», affermò parlando dal World economic forum. Aveva ragione.
Nonostante le evidenze, c’è chi ritiene che l’ipotesi di una guerra monetaria sia «esagerata». È il caso del capo-economista del Fondo monetario internazionale (Fmi) Olivier Blanchard. A margine della presentazione dell’ultima revisione del World economic outlook, Blanchard ha spiegato che sembrano esserci i presupposti per un tal scenario. Quello che è certo è che è in atto un ribilanciamento dell’economia globale, che obbligherà governi e banche centrali a sperimentare nuove strategie per contrastare il rallentamento delle aree avanzate. E non è detto che queste siano le più adatte.

C’è poi un altro aspetto.Se da un lato le banche centrali sono sempre meno indipendenti, dall’altro quelle private sono sempre più fuori controllo.
Il documento di Basilea 3, che in teoria dovrebbe definire gli standard patrimoniali per mettere in sicurezza le banche, in realtà rappresenta l’ultimo regalo che l’Europa ha fatto agli istituti di credito, anziché uno strumento per salvaguardare l’economia post Lehman Brothers. In metà gennaio il Comitato di Basilea, cuore della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), ha deciso di procrastinare l’entrata in vigore dei nuovi standard, dando tempo fino al 2019 (il limite precedente era il 2015) per portare il livello, a colpi di 10 punti percentuali l’anno, allo standard di sicurezza del 100%.
C’è chi afferma sia una vittoria per il mercato e per le imprese, che potranno avere più liquidità. Eppure, sembra una vittoria solo per i banchieri. Nel mentre, dovrà essere compito delle banche centrali vigilare, sperando di non indossare ancora una volta i panni del prestatore di ultima istanza. Se l’obiettivo principale della Bri era quello di ridurre i rischi di shock finanziari sistemici, questo è mancato completamente. Linkiesta:

Saranno le banche centrali a essere l’ago della bilancia sui mercati finanziari, aumentando il proprio ruolo di market maker, sperimentato attivamente nel 2012. Federal Reserve, Banca centrale europea, Bank of England, Banca nazionale svizzera, Bank of Japan e Bank of Canada hanno mutato la loro natura per cercare di mettere una toppa agli errori dei finanzieri. In alcuni casi con profitto, vedasi Fed e BoE. Altri, con estrema difficoltà, come successo alla Bce. Solo dopo essersi resa conto di aver contribuito a rompere il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, l’istituzione di Draghi è tornata sui propri passi, riuscendo a stabilizzare la situazione.
L’impressione finale è che il Comitato di Basilea non poteva far altro. Chiedere alle banche di dotarsi di capitale di sicurezza in questo momento sarebbe stato troppo oneroso. Due i motivi. Da quando è scoppiata la bolla del mercato immobiliare statunitense gli istituti di credito sono impegnati in un lento e inesorabile processo di riduzione di asset e rischi correlati. Si tratta del deleveraging. Per le banche europee, spiegava Morgan Stanley già nel 2011, la contrazione è di circa 2.000/2.500 miliardi di euro fino al 2015. Ancora più elevato secondo i calcoli di Bank of New York Mellon, che ha calcolato che gli istituti di credito europei dovranno ridurre asset per quasi 3.000 miliardi di euro nell’intervallo temporale 2011-2015.

Questo per quanto riguarda il sistema bancario “ufficiale”. A cui se ne affianca un altro, meno conosciuto e meno regolamentato. E pertanto più pericoloso.
Un rapporto del  Financial Stability Board di novembre rivelava che il sistema bancario ombra non è mai stato così grande come oggi. Il problema principale, notava ancora Fabrizio Goria, sono gli intermediari finanziari non bancari (Nbif), in quanto alcuni di essi, nel caso si ritrovassero corti di liquidità, potrebbero mettere a repentaglio la sopravvivenza delle intere aree in cui operano:

Il motivo, sottolinea il Financial stability board, è duplice. Da un lato la mancanza di controllo, unita all’elusione della poca vigilanza che esiste, ha creato dei giganti finanziari che gestiscono immense quantità di asset spesso troppo complessi da comprendere. Come spiega a Linkiesta una fonte di Moody’s «ci sono investimenti in prodotti strutturati complessi che hanno un profilo di rischio semplicemente incalcolabile, dato che potrebbero volerci giorni prima di sapere che cosa è stato cartolarizzato». Dall’altro lato, tuttavia, ci sono gli aspetti più preoccupanti, ovvero l’interdipendenza e l’interconnessione. Questi intermediari finanziari hanno bisogno dei canonici canali di liquidità per sopravvivere e, di contro, forniscono a loro volta la liquidità al sistema bancario. È un gioco mortale. Nel caso un intermediario finisca a gambe all’aria, i risvolti potrebbero essere rilevanti per molti istituti di credito. Viceversa, se gli ingranaggi del sistema interbancario non sono correttamente oliati, ecco che il sistema bancario ombra si inaridisce. Pensare ai due sistemi bancari, tradizionale e ombra, come due elementi a sé stanti non è possibile: sono le due facce della stessa medaglia. Il problema, semmai, è che si è arrivati al punto che dalla sopravvivenza dell’uno dipende quella dell’altro.

Intanto, in Italia siamo alle prese con la grana Monte dei Paschi, uno scandalo finanziario che ha messo in ginocchio l’istituto bancario più antico del Belpaese. E che vede ora coinvolta anche la Banca d’Italiaqui alcuni stralci del rapporto interno di fine 2009 che lanciava l’allarme sulla finanza avventurosa di MPS, rimasto ignorato finché i nodi non sono venuti al pettine.
E se quello di MPS fosse solo il primo di una serie di fallimenti “di sistema”?

Salvando Cipro, l’Europa aiuterà la mafia russa

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

Draghi ha vinto una battaglia, ma-la guerra la vincerà la Germania

Draghi ha fatto la sua parte: aveva promesso che la BCE avrebbe fatto di tutto per salvare l’euro ed è stato di parola. Ne è scaturito l’Outright Monetary Transactions (OMT), in pratica il vecchio Securities Markets Programme (SMP) sotto una rinnovata veste, grazie al quale l’istituto di Francoforte potrà comprare - senza limitititoli di Stato fino a 3 anni dei Paesi che ne facciano richiesta, a patto che rispettino determinate condizioni necessarie per accedere all’aiuto (cd. “condizionalità“). In sostanza, quest’ultimo sarà concesso dietro cessione di sovranità – per essere più chiari, significa più tasse e più austerity.
Dietro la proverbiale apparenta pacatezza, Draghi è un uomo tenace. Un osso duro. Ha proposto la sua idea e ne ha ottenuto la generale approvazione, nonostante la Bundesbank si fossa messa di traverso. Ora la BCE potrà dispiegare la sua potenza di fuoco per abbattere i tassi di interesse sulle emissioni di debito degli Stati in difficoltà, ma solo dopo che i governi richiedenti avranno paesi hanno sottoscritto i loro programmi di riaggiustamento strutturale. Inoltre, sul piano operativo Francoforte acquisterà i titoli attraverso risorse ritirate da altre parti  del sistema per assicurarsi che non ci sia alcun aumento dell’offerta di moneta. Chiamasi sterilizzazione, ed è una piccola vittoria per la Bundesbank.
La ragione per cui il piano Draghi sembra andar bene a tutti è spiegata dall’economista Giorgio Arfaras su Limesonline:


L’uscita della Grecia dall’euro area costerebbe 323 miliardi di euro,
 di cui 118 per la Germania. Col rischio di un allargamento della crisi alla Spagna, all’Irlanda, al Portogallo, e a Cipro. In questo caso il costo sarebbe di 1.155 miliardi di euro, di cui 496 a carico della Germania.

Non aver fatto tutto il possibile per evitare una crisi di questa entità (la perdita sarebbe pari a quasi il 10% del pil europeo) potrebbe essere un costo politico molto alto da giustificare agli occhi degli elettorati europei.
Ecco il bivio. Se non si aiutano i paesi “mal messi”, si ha una perdita secca subito e non si hanno oneri futuri nei loro confronti.
Se li si aiuta, non si ha una perdita secca subito, ma si avranno dei trasferimenti permanenti verso questi paesi che potrebbero non decollare mai.
La scelta perciò è fra i trasferimenti permanenti spalmati nel futuro (e quindi poco visibili) e una crisi violenta (e magari incontrollabile) nell’immediato. Il maggior rischio è che la crisi si trasferisca prima all’Italia e poi alla Francia. Una decisione “avversa al rischio” sceglierà la prima strada.
All’origine della catena d’intervento fondi “salva Stati” –> “Banca centrale” che Draghi – e non solo – vuole approntare si ha quindi la scelta di spalmare nel futuro gli eventuali oneri dei trasferimenti per evitare una crisi maggiore.

La domanda è: basterà l’OMT a salvare la moneta unica? In tanti sono convinti di no.

Secondo il Guardian l’ostacolo maggiore alla riuscita del piano è proprio il suo presupposto: la condizionalità. Se la Grecia è in depressione, Spagna quasi e l’Italia sembra avviarsi in quella direzione, una nuova andata di austerity darebbe loro il colpo di grazia. La BCE sembra credere che la ragione per cui gli investitori non si fidano delle tre economie mediterranee è che i rispettivi governi (due dei quali non eletti) non stiano tagliando abbastanza duro e abbastanza in fretta. In realtà, i mercati richiedono tassi di interesse alti perché preoccupati per l’impatto della recessione permanente sulle finanze pubbliche di Atene, Madrid e Roma e sui loro sistemi bancari.

Business Week elenca 4 ragioni:

  • Miopia: l’acquisto di titoli a breve scadenza manterrà bassi i tassi di interesse sul breve periodo, ma il nocciolo della questione sono i tassi sui prestiti a lungo termine, collegati ai costi dei mutui ipotecari, che invece non rientrano nell’OMT;
  • Spirale recessiva: come già sostenuto dal Guardian;
  • Speculazione: benché l’obiettivo del piano Draghi sia quello di ridurre la pericolosa interdipendenza tra banche e governi, in concreto l’azione della BCE potrebbe avere l’effetto contrario, poiché le banche potrebbero essere incoraggiate a caricare il debito dei paesi in cui sono stanziate.
  • Disarmonia fiscale: il problema fondamentale dell’Eurozona è che ad una moneta unica corrispondono 17 diversi sistemi fiscali.

The Week, pur ammirando il coraggio di Draghi, ne aggiunge altre due:

  • per quanto la Germania, come gli altri Paesi, abbia un solo voto nel board della BCE, si tratta comunque di un primus inter pares e l’ostilità di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, avrà il suo peso;
  • C’è sempre la possibilità di un moral hazard da parte dei governi richiedenti, ossia il rifiuto di avvire le riforme statuite nei patti di riaggiustamento una volta che gli aiuti saranno stati erogati.

A proposito di Germania, ci sono tre cose da dire.
La prima. :on dobbiamo dimenticare che il responso della corte di Karlsrhuer sulla compatibilità del Fiscal compact con la costituzione tedesca, previsto per il 12 settembre, pende sul destino della politica europea come una spada di Damocle.
La seconda. Nonostante l’asta dei titoli decennali tedeschi di ieri sia andata tecnicamente fallita, il rendimento dei Bund non è salito. Questo perché i titoli inoptati sono stati sottoscritti dalla Bundesbnak, che provvederà poi a collocarli a scaglioni sul mercato secondario. In tal modo il rendimento è rimasto sotto l’1,50%, come i banchieri tedeschi volevano ad ogni costo. Ma la misura ha avuto effetti benefici anche per noi italiani, in quanto ha contribuito alla discesa del nostro spread. E tutto ciò ben prima che la conferenza stampa di Draghi iniziasse.
La terza. La ragione per cui Berlino non ha fatto le barricate al piano Draghi potrebbe essere meno rassicurante di quanto crediamo. Secondo il blog Idea Trading:

Considerando che, come da dati Reuters al 31 marzo 2012 l’esposizione della Germania ai titoli di stato spagnoli e italiani ammontava a 273,4 mld ( 133,5 mld vs l’Italia e 139,9 vs la Spagna) una stima ragionevole, considerando che dal marzo 2011 a marzo 2012 ne hanno venduti per 69,4 mld e ipotizzando un accelerazione nella vendita degli stessi negli ultimi mesi, porta alla conclusione che oggi potrebbero avere in portafoglio ancora circa 200/230 mld di Bonos e BTP.

Sostanzialmente quindi la Germania si sta muovendo su 2 direttive.
La prima che vede una progressiva riduzione del rischio Italia e Spagna dal portafoglio fino a sterilizzarne gli effetti di una ristrutturazione. (e per questo come dicevo prima al momento non può alzare la voce contro Draghi e il uso piano di acquisto)
La seconda che la vede impegnata a sostituire i mercati ormai asfittici del sud Europa con i mercati dei paesi emergenti Sud Est Asiatico con Cina in testa. La visita della Merkel in Cina di pochi giorni fa lo confermerebbe.
Oggi Draghi ci racconta che l’acquisto di Bonos e BTP sarà illimitato, ma sarà davvero illimitato anche quando la Germania si sarà liberata del suo fardello? Ho i miei dubbi.
E una Germania isolata e senza più legami di debito nè di mercato col resto d’Europa, potrebbe salutare tutti e tornarsene al marco? Probabile.

Non dobbiamo sopravvalutare il peso della Cina. L’Europa pesa ancora troppo, e Pechino ancora troppo poco, nelle strategie commerciali di Berlino perché essa decida di sostituire quella con questa così a cuor leggero. Tuttavia, come ho già spiegato, essendo l’euro una creatura tedesca, durerà fino a quando vorrà la Germania. Allora ho aggiunto salvare le proprie banche in caso di default dell’euro sarebbe costato molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS. Oggi, invece, Berlino presta il proprio assenso agli acquisti illimitati di titoli delle periferie da parte della BCE in attesa di alienare quelli che ha in portafoglio. Nell’uno e nell’altro caso, le scelte tedesche sono mosse da un calcolo razionale.
Pertanto, è meglio ricordare che, per quanto le decisioni della Germania possano avere delle apparenti ricadute positive anche per noialtri, in realtà sono sempre e comunque nel proprio esclusivo interesse.

Il peccato originale dell’euro. Perché la moneta unica non funziona

Con gli accordi di Bruxelles, per la prima volta i leader europei hanno si sono trovati d’accordo intorno a misure concrete e significative volti a porre fine alla crisi del debito della zona euro, rispetto ai vaghi progetti a cui eravamo abituati. Si tratta di un passo importante, ma i timori per il futuro permangono.
Se per un attimo mettiamo da parte le questioni prettamente economiche per addentrarci in una riflessione meno convenzionale, ci farebbe comprendere il legame diretto tra le vicissitudini della moneta unica, all’apparenza materia di esclusivo dominio degli economisti, e i nuovi equilibri geopolitici sorti dopo il 1989.


Perché nacque l’euro

Oggi a dire che “L’euro non dovrebbe esistere” è la prima, lapidaria riga del rapporto “Fine dell’euro”, a firma del servizio studi di UBS. L’idea di fondo è che lo spazio di circolazione della moneta unica disegna un’area meno che omogenea per cultura e tradizione fiscale, struttura economica, vocazioni e dinamiche sociali – es., cosa hanno da spartire i ciprioti con gli olandesi?
Fino allo scoppio della crisi greca, i cittadini dei diciassette Paesi aderenti all’euro, come pure buona parte degli ambienti economici, non hanno mai riflettuto a fondo su cosa significhi spendere una moneta – caso unico al mondo – priva di uno Stato sovrano. Peggio ancora, che ha diciassette pseudosovrani. Ma il destino dell’euro come divisa senza un governo è scritto nel suo dna.
Come altre unioni monetare succedutesi nella storia, quella europea non è stata dettata da una necessità tecnica, bensì da logiche esclusivamente (geo)politiche. Essa è frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare alla Francia – e, di riflesso, all’Europa – una Germania che, dopo la riunificazione e complice la fine della cortina di ferro, pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente, in virtù di un indiscutibile primato economico espresso dalla supremazia del marco. Da qui l’idea, messa in piedi in fretta e furia, di una moneta unica a parole volta ad assicurare una maggiore integrazione all’interno del mercato unico, in realtà tesa ad imbrigliare la locomotiva tedesca, rendendola inoffensiva.

Prova della genesi franco-teutonica del progetto monetario europeo è la carta su cui esso fu scritto: il Trattato di Maastricht, nelle cui pagine notiamo come accanto ai principi illumistici si alternino passaggi di politica economica, direttamente mutuati dalla dalle teorie di Milton Friedman e dalla scuola monetarista di Chicago. Il cui fine ultimo è il controllo della stabilità dei prezzi attraverso l’azione della Banca Centrale, elevata a cane da guardia dell’inflazione. Idee che trovarono terreno fertile negli ambienti economici e finanziari tedeschi, ancora scottati della disastrosa esperienza di Weimar in cui l’inflazione arrivò a toccare livelli a sei cifre.
Oltre alla memoria storica, l’ossessione di Berlino per l’inflazione era dovuta alle pretese di rivalsa di una Bundesbank che un riforma monetaria l’aveva già conosciuta e accettata a denti stretti due anni prima di Maastricht. Quella che aveva portato alla blasfema parità tra il marco orientale e la Deutsche Mark dell’Ovest, attraverso cui la riunificazione monetaria anticipò di qualche mese quella politica. Anche in quel caso, l’unione monetaria fu il frutto di una convenienza politica a dispetto delle necessità tecniche. Mal digerito l’episodio, nella concezione di Maastricht la Banca Centrale tedesca si dimostrò più che mai decisa ad imporre alla nuova BCE la propria ferrea ortodossia monetaria.
L’euro fu dunque il frutto di un reticolo di compromessi, un progetto politico in veste monetaria. La cui fine o salvezza saranno la fine o salvezza di un’ambizione politica. Perché se l’euro fu, in un certo senso, creato contro la Germania, è anche vero che la sua nascita richiedeva il necessario benestare di questa. D’altra parte, ho già spiegato come tutta la costruzione europea, dalla Dichiarazione Schuman in poi, è frutto del desiderio di Parigi di ancorare a sé Berlino. Processo di cui la moneta unica rappresenta solo l’ultima stadio.
A Maastricht Berlino sacrificò sull’altare europeo i suoi gioielli più preziosi: il marco e la Bundesbank, simboli del suo riscatto morale, prima ancora che di una rinnovata primazia economica. In cambio strappò alla Francia l’adozione dei famigerati parametri tecnici, criteri che i vari Stati – compresi i meno virtuosi partner mediterranei – sono tenuti a rispettare per poter aspirare ad un posto nell’euroclub. In altre parole, l’integrazione europea sarebbe stata perfezionata applicando rigorosamente il modello economico della Germania.


…E perché non ha funzionato

Che la politica deflazionistica sostenuta da Berlino sia del tutto incompatibile con le economie dell’Europa meridionale, meno efficienti sul piano fiscale e storicamente avvezze alle svalutazioni competitive, non è mai stato un mistero. I tedeschi questo punto lo avevano ben chiaro – da qui le loro resistenze all’ingresso dei loro cugini mediterranei -, ma come detto all’inizio, l’euro è stato un progetto politico, non economico, e non c’è da stupirsi che nella scelta dei Paesi da includere nell’area valutaria il rigore teutonico abbia dovuto cedere il passo alle logiche di opportunità e convenienza. In base alle quali era impossibile escludere l’Italia, in quanto membro fondatore della CEE, così come pure la Grecia, il cui ingresso nella moneta unica era stato sostenuto dagli Stati Uniti – e, di conseguenza, dal Regno Unito – in quanto sede di importanti basi militari USA, indispensabili in un momento di rinnovato interesse americano per il quadrante mediorientale.
La successiva partecipazione all’esperimento delle economie dell’Est fu anch’essa il frutto di un calcolo politico formulato al di là dell’Atlantico, stavolta in funzione anti-Mosca. Qui l’euro è stato – e tuttora è – lo strumento strategico per tenere i russi alla larga dall’ex giardino di casa.


Perché l’Eurozona è in crisi

La crisi greca ha dimostrato quanto un’area valutaria così improvvisata fosse velleitaria. Perché se la bancarotta di fatto di Atene è innanzitutto il risultato di come i greci (non) gestiscono le proprie finanze, essa è il risultato degli effetti distorsivi indotti da un’unione monetaria caratterizzata da forti squilibri sul piano della competitività.
Il regime di crescita della Germania ruota intorno alle esportazioni di propri prodotti dalla qualità riconosciuta e dai costi unitari imbattibili, favorite anche – e questo è il punto nodale – dalla debole concorrenza all’interno del mercato unico. Se il mercato comune consentiva alle merci tedesche di avere uno sbocco assicurato sugli scaffali del Vecchio continente (i dazi doganali per scoraggiarne l’acquisto non sono consentiti), l’euro e l’allargamento ad Est hanno assicurato a Berlino l’ulteriore vantaggio di appaltare alcuni fasi produttive nei Paesi della Mitteleuropa per poi reimportare a basso costo le componenti ivi prodotte. In queste condizioni, le esportazioni tedesche hanno messo le ali.
In Grecia, invece, a livelli salariali relativamente contenuti non corrisponde una qualità delle merci tale da poter competere con il superiore livello qualitativo del made in GermanyL’assenza di competitività dei prodotti greci sul mercato europeo ha indotto i governi succedutisi all’ombra dell’Acropoli ad impiegare le finanze pubbliche per sostenere la domanda di prodotti nazionali, che altrimenti non sarebbe stata sufficiente a mantenere in piedi l’industria ellenica – e dunque, l’occupazione, con risvolti sociali e politici facili da immaginare. Ecco perché la Grecia si è indebitata.
Ancora. Data la stretta relazione che esiste tra il saldo della bilancia delle partite correnti (ossia il controvalore degli scambi commerciali da e verso un Paese) e il saldo della bilancia dei movimenti di capitale, l’avanzo commerciale di Berlino è cresciuto di pari passo con gli investimenti finanziari tedeschi verso la periferia dell’Eurozona. D’altra parte, la caduta dei tassi d’interesse in Grecia, Spagna, Portogallo – e Italia -, artificiosamente allineati a quelli della più virtuosa Germania in virtù dell’unione monetaria, hanno indotto i residenti ad espandere il volume dei crediti bancari con cui finanziare sia le spese correnti (come in Grecia) che gli investimenti immobiliari (come in Spagna).
Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni questi ultimi hanno approfittato delle opportunità che offerte dai titoli ellenici. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).


…E perché è in crisi secondo Berlino

Riporto quanto ho scritto due settimane fa:

La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.
In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.

Ecco spiegata la nuova equazione di potere all’interno dell’Europa. Più la Germania esporta, più i Paesi periferici si indebitano. Più la Germania investe all’estero, più il debito cresce. E una volta che il debito diventa insostenibile, Berlino offre il suo aiuto in cambio di precise garanzie – eterodizione dei conti pubblici e cessione degli asset strategici.  Se l’euro era nato per ancorare la Germania all’Europa, l’effetto concreto è stato quello di ancorare l’Europa alla Germania. Se questa ricostruzione è esatta, l’Eurozona ha tutta l’aria di un circolo vizioso.


L’incerto destino della moneta unica

Se la crisi dell’uro ha messo a nudo tutte le contraddizioni di un progetto perseguito per ragioni politiche a scapito delle variabili economiche, non si può dire che la reazione dei leader europei sia stata meno confusionaria.
Sulla deludente capacità di governance delle nostre leadership pesano fattori contingenti. In ogni Paese democratico che si rispetti, ad ogni classe dirigente corrisponde un’opinione pubblica a cui rendere conto, soprattutto in prossimità degli appuntamenti elettorali. E in un’Europa a 27 le elezioni sono un fatto tutt’altro che raro, pur limitandoci a considerare i Paesi maggiorenti. La Germania ha dovuto affrontare l’emergenza greca a poche settimane dalle elezioni nel Nord Reno-Vestfalia, il Land più popoloso del Paese, in cui le elezioni regionali equivalgono ad un’anticamera di quelle politiche. Da qui le esitazioni di Angela Merkel davanti ai problemi finanziari di Atene.
Il problema è che l’economia è un gioco a somma zero: per qualcuno che guadagna, deve esserci qualcun’altro che perde. Se la matematica non è un’opinione, nel quadro europeo ciò significa che ad una Germania virtuosa e competitiva devono corrispondere una periferia (Grecia, Spagna, Portogallo) pronta ad importare – e indebitarsi - con eccessiva disinvoltura. In mancanza di meccanismi perequativi che compensino tale squilibrio, il disastro è assicurato.
Certo, i tedeschi obiettano che la Germania potrebbe mantenere un sostanzioso attivo commerciale grazie alle esportazioni nei mercati emergenti: innanzitutto la Cina, di cui Berlino è sempre più partner privilegiato. Ma al momento Pechino è meta solo del 6% dell’export tedesco. Se poi aggiungiamo che gli altri Paesi BRICS hanno capacità d’importazione ancora limitate e che l’America importa soprattutto dalla Cina (in quanto principale creditore di Washington), non c’è da stupirsi come mai il 90% dell’interscambio tedesco avvenga con il resto d’Europa.
In queste condizioni, quanto può durare l’euro? Essendo nato (anche) per volontà di Berlino, la moneta unica esisterà fin quanto Berlino vorrà. Se nelle prime battute la Germania (cioè Angela Merkel) si è mostrata molto indecisa – e per questo gli speculatori non la ringrazieranno mai abbastanza -, almeno fino all’ultimo vertice di Bruxelles è sembrata agire in base ad un attento calcolo razionale. Quello di proseguire sulla strada del rigore come chiave per la concessione di aiuti, forte del fatto che, senza l’elemosina di Berlino, Atene e compagnia sarebbero già fallite da un pezzo. D’altra parte, Merkel sembra aver capito che salvare le banche tedesche in caso di default dell’euro costerebbe molto meno del rifinanziamento del debito dei PIIGS - dunque, Italia compresa. Più che un calcolo, è un azzardo, perché non tiene conto delle dolorosissime conseguenze sul piano sociale che l’Eurozona si troverebbe ad affrontare; senza contare che, in un’Europa di poveri e disoccupati, chi avrebbe più i soldi per comprare i prodotti tedeschi?
L’Europa ha bisogno di una Germania consapevole delle proprie responsabilità. Se il rigore non funziona, bisogna cercare un modello alternativo. In altre parole, mettersi intorno ad un tavolo per risolvere i difetti congeniti del Trattato di Maastricht. Churchill una volta osservò che gli Stati Uniti avrebbero fatto certamente la cosa giusta, dopo aver tentato tutto il resto. Se vivesse oggi, direbbe lo stesso dei tedeschi.

Deutschland uber Hellas

Battere la Germania era francamente un’utopia, e in ogni caso una simbolica vittoria contro la nazionale di Angela Merkel – presente in tribuna – non avrebbe in alcun modo alleviato le sofferenze di Atene. Ciononostante, un successo avrebbe dato ai greci un’occasione di scendere in piazza per un motivo diverso da quello consueto, ossia protestare contro le misure draconiane imposte loro dall’alto.
Ma la sfida non è ancora finita.Fuori da Euro 2012, la Grecia gioca adesso un’altra partita – e questa sì, spera di vincerla.
Secondo IlSole24ore (grassetti miei):

Rigore, predica la Germania. Rigore, ritorcono i greci, il cui secondo gol, appunto, su rigore, sottolinea che c’è un “fallo” nei ragionamenti tedeschi.
La Grecia – l’economia e la società – merita qualche sollievo nella camicia di forza in cui è stata costretta da una governance europea capitanata dalla Germania? Certamente, la Grecia ha fatto molto. Dal 2009 al 2012 il suo deficit pubblico si è ridotto di 8,3 punti di Pil, la più grossa restrizione di bilancio nella storia dell’eurozona. Il disavanzo primario (esclusi gli interessi) si è ridotto in misura ancora maggiore (dal 10,4% del Pil all’1%) e si avvia oggi a essere più basso di quello di molti Paesi dell’eurozona, come Francia, Spagna e Olanda (sia detto per inciso, il primato appartiene all’Italia, cui le stime della Ue assegnano per quest’anno un avanzo primario del 3,4%, superiore a quello tedesco dell’1,7%).
Per un’altra grandezza chiave – il saldo con l’estero – la Grecia nel 2011 ha registrato per la prima volta da quando è entrata nell’euro, un surplus commerciale di beni e servizi (esclusi energia e noli).
Il settore pubblico ha subito uno scossone inaudito, con una riduzione di 130mila dipendenti (e il dimezzamento del numero di amministratori eletti). Sono state rimosse le restrizioni alla concorrenza in 150 professioni regolate (come descritte nella direttiva Ue sui servizi). Sono state digitalizzate le prescrizioni mediche, con grossi risparmi di spesa. Il sistema pensionistico è stato profondamente riformato, traformando in uno dei più sostenibili (all’orizzonte 2060) della Ue, come attestato dalla “peer review” degli altri Stati membri. Infine, la trasparenza è stata incoraggiata con la pubblicazione obbligatoria online di tutte le decisioni di spesa e di reclutamento.
La Grecia ha pagato a caro prezzo queste riforme. Il Pil ellenico è oggi inferiore di quasi il 20% rispetto al livello di prima della Grande recessione. L’austerità ha minato la coesione sociale ed è già un miracolo che i greci nelle ultime elezioni abbiano dato la maggioranza alle forze che hanno appoggiato lo scambio aiuti/rigore. Oggi il premier Samaras mira a un altro gol: una rinegoziazione, non solo simbolica, dei termini e delle scadenze del programma di risanamento. Si tratta di un match che la Grecia merita di vincere.

Il governo guidato da Antoni Samaras vuole rinegoziare i termini dell’accordo di salvataggio, prolungando di almeno due anni l’arco temporale per l’applicazione del piano di austerità imposto dalla Troika. Una notizia che, come prevedibile, ha provocato il gelo a Bruxelles e il subuglio sui mercati. Non è possibile discutere di questioni di questo tipo, ha replicato il commissario UE Olli Rehn.
Eppure, l’estensione del periodo di almeno due anni – ovvero fino al 2016 – era uno dei punti chiave del programma elettorale di Samaras. L’obiettivo è quello di raggiungere l’equilibrio dei conti pubblici attraverso una revisione del piano di salvataggio che risparmi allo Stato greco ulteriori riduzioni di salari, pensioni e investimenti pubblici, oltreché di licenziamenti. Secondo la stampa, la possibilità di sedersi di nuovo al tavolo dei negoziati c’è. Secondo la Merkel, ovviamente, nein.
Tuttavia, i margini di manovra del premier greco sono veramente stretti. Con le casse statali quasi vuote, i pagamenti di stipendi e pensioni a rischio già da luglio, la vera priorità sarà convincere i funzionari della Troika a concedere al più presto la prossima tranche di aiuti economici prevista dal memorandum. Se la richiesta di 11 miliardi di tagli nei prossimi anni dovesse rimanere in piedi, Samaras non avrebbe la forza politica di mantenere in vita il suo già stravagante esecutivo, con un ulteriore rafforzamento della sinistra di Syriza. Dunque la Grecia si trova in una (doppia) scomoda posizione: da un lato vorrebbe chiedere ai suoi creditori di rivedere le condizioni da usura da loro imposte; dall’altro, in mancanza di liquidità non può fare a meno del loro sostegno. In questo senso, un cambio di marcia rispetto ai recessivi tagli alla spesa sarebbe come ossigeno. Ma tale boccata non è assolutamente auspicabile, nel breve periodo, dalla Germania merkeliana.
Atene vuole tirarsi fuori dalla spirale recessiva, ma è troppo in basso nella catena alimentare dell’economia globale per poter discutere nuove condizioni. Eppure la Germania non è invincibile. Dopo tutto, se ieri ha vinto 4-2 vuol pur sempre dire che ha preso due gol.

Germania vs Grecia, la partita dell’euro

Il premier Monti ricorda che la partita per il destino dell’Europa (ormai sull’orlo del precipzio, secondo il FMI) si gioca a Bruxelles tra una una settimana esatta, ma stasera l’attenzione di tutti sarà concentrata su un’altra partita, stavolta (solo?) di calcio: Germania-Grecia.
A poche ore dal quarto di finale di Euro 2012 - l’unico ad avere un significato ulteriore rispetto a quello meramente sportivo -, il National Post pubblica questa interessante infografica che riassume i dati macroeconomici dei due Paesi. I primi e gli ultimi della classe.

Come mai Germania e Grecia sono i due estremi della crisi? Mesi fa ho provato a spiegarlo attraverso questi due paragrafi, tuttora incardinati nell’attualità:

2. La crisi greca è frutto di problemi che la affliggono da quando essa è indipendente: scarsa produttività, sistema pubblico inefficiente, clientelismo politico, evasione fiscale iperbolica e scarsamente contrastata. Lacune colmate dal continuo trasferimento di risorse dall’estero. Non a caso è fallita ripetutamente (soprattutto nell’Ottocento) nel corso della sua storia. A questo aggiungiamo un’alternanza politica puramente formale, visto che da decenni al timone del Paese si alternano due dinastie politiche: i Karamanlis e i Papandreou.
Date queste premesse, la crisi è (l’inevitabile?) risultato di un circolo vizioso. Se oggi i due terzi del debito greco sono in mano a investitori stranieri è perché per anni costoro hanno approfittato delle opportunità che questo debito offriva. Sia le banche che i fondi pensione franco-tedeschi volevano titoli con un rendimento elevato, ma senza rischio di cambio e senza rischio emittente. Ossia, volevano un rendimento superiore a quello promesso dai propri titoli nazionali. Così hanno acquistato massivamente quello greco, che pagava un rendimento superiore senza rischi valutari (perché Atene è nell’euro) e senza rischi legati alla solvibilità (allora sembrava così).
Sul fronte interno, la Grecia continuava ad emettere il debito per ragioni di clientelismo politico. Prima di entrare in Europa, la Grecia era un piccolo Paese con una modesta economia. Lo Stato incassava poco dalle imposte e spendeva altrettanto per i servizi. Solo le spese militari erano elevate, a causa delle tensioni (vere o presunte) con la Turchia. La rete sociale era ridotta all’essenziale. Poche famiglie controllavano le costruzioni, la navigazione e il turismo.
Poi trent’anni fa la Grecia entrò in Europa (e vent’anni fa nell’euro). I fondi europei che affluivano ad Atene per migliorare la rete infrastrutturale divennero merce di scambio con il governo, il quale dispensava appalti alle ricche oligarchie in cambio di voti e consenso. Gli agricoltori venivano favoriti dalla politica agraria comunitaria. Il governo si indebitava per sostenere la domanda interna, d’altra parte il denaro arrivava dall’estero a tassi contenuti. Il popolo greco non sembra essersi accorto di tutto questo: a parte qualche contentino al loro orgoglio tetramillenario (come le Olimpiadi del 2004), i greci non hanno avuto benefici visibili. Per questo ora è così difficile imporre loro le misure draconiane richieste dall’Europa.

3. E’ interessante esaminare la questione dall’altra parte della barricata, quella della Germania. Oggi l’Europa è vista come una morsa dalla quale molti tedeschi vorrebbero liberarsi. Ma la stessa Europa soffre la vicinanza con questo gigante economico che risucchia tutto intorno a sé.
Le motivazioni nascoste dietro la decisione (sia pur di controvoglia) di aiutare la Grecia sottende i termini di un’equazione di potere: la Germania finanzia il debito pubblico degli Stati in crisi in cambio dell’eterodirezione delle loro politiche fiscali e della vendita dei loro asset nazionali. Nel marzo 2010 la Grecia ha ottenuto uno scontro dell’1% sugli interessi in cambio di un lauto banchetto di privatizzazioni. L’Irlanda invece ha dovuto aspettare fino a luglio, perché fino a quel momento rifiutava di aumentare la corporate tax sulle imprese, che sottrae investimenti alla Germania. Dopo Grecia e Irlanda è finito sotto tutela anche il Portogallo. Ora l’osservata speciale è l’Italia, a cui è stato coscienziosamente suggerito un programma di liberalizzazioni e privatizzazioni.
La risposta di Angela Merkel è stata tanto semplice quanto raggelante: “Abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali“, con buona pace della solidarietà europeista. Qui la Germania mostra il suo vero volto in politica estera. l’Europa non è più un fine, come nei bei tempi andati della Guerra Fredda, ma un mezzo. Ieri Berlino competeva per le quote nel mercato comune, oggi per lasovranità nazionale (degli altri) e gli asset strategici (idem). Anni di surplus commerciale all’interno dell’Unione sono serviti a rafforzare un Paese mai sceso dal trono continentale.
E dire che l’euro era stato voluto su iniziativa dell’allora presidente francese Mitterand proprio per imbrigliare la Germania post unificazione, impedendole di coltivare ambizioni neoimperiali. Ora gli imbrigliati siamo noi. Preoccupante, se pensiamo che nella storia tedesca il confine tra potere e abuso di potere è sempre stato labile.

Senza mai dimenticare, al di là delle rispettive mancanze, che la crisi greca è in realtà una crisi europea.

G20, Deutschland uber alles. E tutti contro Berlino.

I fatti salienti del G20 di Los Cabros sono essenzialmente due. Innanzitutto, per la prima volta i leader mondiali non hanno ostentato il solito buonismo di facciata con tanto di sorrisi e  “foto di famiglia”, dove contrasti e i litigi trovano spazio, con discrezione, dietro le quinte e non emergono nel comunicato finale, già scritto prima che la riunione abbia inizio. Stavolta, al contrario, confronti  e polemiche sono affiorati alla luce del sole.
In secondo luogo, i leader extraeuropei, concentrandosi sulla crisi dell’euro come la più grande minaccia per la rirpesa globale, hanno apertamente esortato i loro omologhi europei ad agire rapidamente per risolvere i problemi di casa propria, presupposto necessario per il rilancio dell’economia. Per tutta risposta, Barroso ha dichiarato che l’Europa non doveva ricevere lezioni da nessuno, tanto meno da Paesi non democratici. Ma l’Europa è una costruzione meno democratica di quanto sembri. E al giorno d’oggi le ragioni che ne erano alla base si sono rivelate insufficienti per legittimare ulteriori passi (leggi: sacrifici?) nel tortuoso processo di unificazione politica.

Stimolare la crescita, garantire la stabilità finanziaria e sostenere il progetto di  un’unione fiscale europea sono la ricetta. Il punto è vedere se e come queste parole potranno mai tradursi in azioni efficaci. Se gli ultimi due anni rappresentano un indizio, la risposta non può che essere negativa.
Secondo l’ultimo editoriale di Presseurop:

Da oltre due anni i famosi summit dell’ultimo momento per salvare l’euro e la Grecia non hanno trovato un rimedio alla crisi. La Grecia è ancora fortemente indebitata e gravata da uno stato decadente e da una classe politica che si aggrappa alle proprie abitudini. Spagna e Italia paiono più che mai vicine a scivolare nella spirale infernale dell’indebitamento.
Ne consegue che i bailout non funzionano. Sarebbe ora di trovare soluzioni a lungo termine. Lo si sente ripetere un po’ ovunque, in Europa, e di questo si parlerà al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Il risultato delle politiche di austerità, condicio sine qua non per la concessione dei piani di salvataggio, sono stati una recessione più profonda, maggiori disordini sociali e sconvolgimenti politici nelle economie più deboli del Vecchio Continente. Il tutto condito da un generale senso di sfiducia verso l’integrazione europea, fino a vent’anni fa sbandierata come la nuova l’Eldorado. Di fatto, la risposta alla crisi greca sono state ulteriori crisi in Irlanda, Portogallo e Spagna. Cipro sarà la prossima, in attesa che i dardi della speculazione puntino nuovamente sul bersaglio più grosso – l’Italia. Il tutto per la mancanza di soluzioni di lungo periodo – meglio ancora, per la scarsa volontà politica di elaborarle.

In tale contesto, i leader mondiali hanno cercato di premere su Angela Merkel affinché fornisca un sostegno più forte e (soprattutto) più flessibile alle economie in difficoltà – ad esempio, accettando di rinegoziare col nuovo governo greco i termini del salvataggio di Atene, oppure aprendo la strada agli Eurobond. Ma la cancelliera, come sempre, si è mostrata irremovibile.
La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.

In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.
A prima vista anche Angela Merkel sembra essere consapevole della necessità di una nuova Europa. Così la cancelliera ha annunciato la presentazione di un piano di lavoro per far avanzare il processo di unificazione politica del continente. Maggiore integrazione per maggiori aiuti, è il messaggio. Ma la mancanza di unità potrebbe essere una scusa per ritardare le misure necessarie per garantire che gli aiuti siano messi a disposizione in condizioni praticabili.
La verità è che nel quadro politico europeo, la Germania vive una paradossale condizione: è troppo debole per esercitare una leadership sul continente, ma abbastanza forte per turbarne l’equilibrio. Se il peccato originale dell’euro è quello di essere una moneta senza sovrano, alla quale cioè non corrisponde nessuno Stato, la creazione dei famosi eurobond sarebbe lo sbocco più logico verso l’integrazione richiesta – a parole – dalla Merkel.
Ed ora che l’asse Merkozy non c’è più, la Francia, un tempo il migliore alleato della Germania, di colpo sembra diventato  il primo avversario.
Conclude l’editoriale di Presseurop, citato all’inizio:

Due progetti antitetici si fronteggiano: il presidente François Hollande, sostenuto ora da una maggioranza assoluta in Parlamento, vuole una politica di crescita da affiancare all’austerity in vigore in Europa, in previsione di una maggiore integrazione economica e politica. La cancelliera tedesca Angela Merkel, invece, vuole dar vita a un’unione economica e politica per aumentare il controllo sulle politiche di bilancio dei paesi Ue, in previsione di misure per la crescita e per un’eventuale rateizzazione del debito. Insomma, la rottura rispetto a “Merkozy” è netta e si ignora per il momento se Hollande – che ha trovato in Mario Monti un alleato – riuscirà a modificare l’equilibrio dei poteri nel quale finora Merkel ha sempre prevalso.