Egitto, piazza Tahrir di nuovo in fermento. Ma quanta disinformazione al riguardo…

[premessa metodologica: scrivere "Morsi", "Mursi", "Morsy" è indifferente. La prima versione (con la "o") è quella più diffusa, ma anche la seconda (con la "u", che ho personalmente adottato in alcuni post precedenti, non è errata. La riportano, tra le principali testate, BBC, Reuters e al-Arabiya. Scriverò Morsi per mere ragioni di maggiore fruibilità del testo.]

Come spiega Limes, militari e servizi segreti del Cairo sono stati decisivi per il cessate-il-fuoco tra Israele, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi otto giorni dopo l’inizio di Pillar of Defense. La novità sta nel ruolo del presidente Mohammed Morsi: l’operazione gli ha dato grande visibilità mediatica e il suo prestigio personale ne è uscito rafforzato da questo conflitto. Ma dopo l’annuncio della tregua egli ha reso nota una dichiarazione costituzionale con cui si attribuisce pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione”, secondo cui le leggi e i decreti approvati da quando è presidente non possono essere contestati fino all’approvazione di una Costituzione.

Così, piazza Tahrir è tornata ad essere teatro di manifestazioni. In più, i giudici delle corti d’appello del Paese hanno proclamato uno sciopero contro la decisione del presidente. Nonostante tali mobilitazioni, Morsi non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al decreto. Diversi funzionari e politici egiziani sarebbero comunque al lavoro per trovare una soluzione condivisa, che possa accontentare sia gli oppositori del presidente sia i suoi sostenitori.

Detto ciò, la stampa estera si è scatenata nei paragoni tra le proteste di oggi e quelle del 25 gennaio 2011, quando la rivoluzione è iniziata. E i paragoni sono anche tra lo stesso presidente Morsi, democraticamente eletto, e il vecchio dittatore Mubarak di cui ha preso il posto. Sembra di rivedere le immagini di un anno fa: l’alba di una nuova rivoluzione. Sembra, perché non è proprio così.

L’elezione di Morsi solo pochi mesi fa ci ha fatto dimenticare che l’Egitto è ancora nel pieno del suo processo di transizione. I lavori dell’Assemblea costituente non sono ancora terminati, molti vecchi solidali di Mubarak sono ancora al loro posto e le nuove istituzioni sorte all’indomani della rivoluzione (il Parlamento e, per l’appunto, il presidente) non hanno trovato un punto di equilibrio nella nuova cornice istituzionale.
In particolare, ad uno sguardo più attento, lo scontro in atto fra il presidente e l’apparato giudiziario, non dovrebbe stupire nessuno. Come ricorda Linkiesta:

In Egitto, dove la Corte Costituzionale, formata da 21 giudici, nominati a vita dal presidente della Repubblica, è ancora quella dell’era mubarakiana, le sue sentenze si sono rivelate il bastone utilizzato dall’esercito per fermare l’avanzata islamista. A maggio la Consulta ha selezionato le candidature alle elezioni presidenziali, rifiutando quella del milionario (in dollari) Khairat al-Shater, prima scelta dei Fratelli Musulmani, e ammettendo quella di Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak.
Tutto questo malgrado il Parlamento avesse votato una legge che vietava ai cacicchi dell’ancien régime di scendere in campo. La Fratellanza ha comunque presentato un proprio candidato di ripiego, Morsi appunto, che è uscito in testa dal primo turno delle presidenziali, lo scorso 24 maggio. Qui è entrata in gioco la Corte. Il 14 giugno, alla vigilia della ballottaggio, ha dichiarato incostituzionale l’elezione di un terzo dei membri del Parlamento, quelli scelti con il sistema uninominale. L’intera assemblea legislativa – dominata dagli islamisti – è stata sciolta: a molti è sembrata una mossa preventiva, in vista di un ballottaggio dal quale sarebbe scaturito – come è effettivamente avvenuto – un presidente della Fratellanza. Il 12 agosto, poi, lo stesso Morsi, ha ripreso possesso di alcuni poteri dei quali era stato privato, attraverso una dichiarazione costituzionale emessa dall’esercito, prima del suo insediamento. La dialettica, come dimostrato dagli eventi di questi giorni, è destinata a proseguire.

Due contributi su Osservatorio Iraq, fonte preziosa di informazioni sul Medio Oriente (nonché una delle poche rimaste, vista l’ecatombe di analoghe testate che ha caratterizzato il 2012), ci aiutano a comprendere meglio le dinamiche in atto all’interno del paradigma politico egiziano. Con buona pace dei cliché della stampa internazionale.
Il primo ci spiega il quadro di alleanze e rivalità negli attuali vertici al Cairo:

L’ultima mossa del presidente ha letteralmente spaccato il paese in due, anche se la frattura interna al mondo politico e sociale egiziano sembrava evidente già da diverso tempo.
Il 18 novembre, Ahmed Maher, rappresentante del movimento giovanile del ’6 aprile’, si era ritirato dall’Assemblea costituente chiedendo che in 48 ore fossero accolte le sue richieste in merito ad alcune modifiche della sezione “Stato e Società” che si trova nella nuova Costituzione.
La sua fuoriuscita seguiva quelle del Free Egyptians Party, dell’Egyptian Social Democratic Party, del Tagammu Party e successivamente ancora del Karama Party, del Socialist Popular Alliance Party e del Democratic Front Party.
Allo stesso modo anche il leader del sindacato dei giornalisti Gamal Fahmy ha recentemente annunciato la volontà di abbandonare i lavori dell’Assemblea, così come il rappresentante del sindacato dei farmacisti Mohamed Abdel-Qader ed i vari rappresentanti copti.
Come il 25 gennaio 2011, il mondo dell’opposizione sembra unirsi e ritrovare vigore quando identifica un nemico comune, in questo caso il presidente Morsi.
Il nuovo National Front for Salvation of the Revolution, fondato da Muhamamd El Baradei, ‘Amr Moussa e Hamdeen Sabbahi sembra essere alla testa delle proteste, ma alcuni manifestanti non cessano di criticare questa ‘nuova e variopinta’ alleanza.
Nel mirino, la presenza di due uomini che sarebbero esponenti del vecchio regime: il già citato Amr Moussa (che all’epoca di Mubarak fu addiriittura ministro degli Esteri) e Sayed El-Badawi (leader del Wafd Party, uomo dal torbido passato che  pochi giorni prima del 25 gennaio 2011 affermava che “nessuno poteva mettere in discussione la legittimità del potere di Mubarak”).
Allo stesso modo moltissimi avversano la presenza nella coalizione del Free Egyptians Party, fondato dal miliardario Naguib Sawiris, personaggio storicamente vicino alla famiglia Mubarak ed in particolare amico di Gamal Mubarak.
Per quanto possa sembrare paradossale, il fronte che vuole ‘salvare la rivoluzione’ critica il presidente per le sue manovre autoritarie che ricordano il vecchio regime, ma poi accetta al suo interno la presenza di esponenti di quel mondo.
E se il fronte dell’opposizione appare tutt’altro che monolitico e compatto, si può dire altrettanto di qello dei giudici, ormai letteralmente spaccati tra chi ritiene accettabile il decreto di Morsi e chi invece lo giudica lesivo del principio di separazione dei poteri.
Fra i maggiori oppositori, spicca Ahmed al-Zend, capo del Judges Club, personaggio che nella sua storia ha largamente collaborato in maniera attiva con il regime di Mubarak.
Altri gruppi invece, come ad esempio i Judges for Egypt, hanno espresso parere positivo rispetto alle decisioni presidenziali.
Morsi sembra aver ricevuto anche l’appoggio della corrente politica salafita. Il portavoce del partito al-Nour, Nader Bakkar, ha difeso l’azione del presidente salutando con favore la rimozione del procuratore generale Abdel-Maguid Mahmoud.
Ed è proprio ancora Bakkar ad annunciare che di qui a pochissimi giorni la Fratellanza e i salafiti organizzeranno una grande manifestazione in supporto del governo, e proprio in Piazza Tahrir.
La posizione di Morsi è delicatissima e l’unica via di uscita sembra essere quella di chiudere al più presto i lavori di un’Assemblea costituente decimata – sono rimasti circa 60 componenti rispetto ai 100 originari ed ormai sono tutti in maggioranza islamisti - in modo da poter far decadere la validità del recente decreto e provare a riaprire il dialogo con l’opposizione.

Il secondo illustra nel dettaglio il contenuto della dichiarazione. Già, perché tutti i media ne parlano ma nessuno finora ha provato a spiegarne il contenuto:

L’adozione di una nuova Dichiarazione Costituzionale appare, sotto il profilo giuspubblicistico, come un’astuta mossa per recidere completamente ogni filo di continuità con il regime precedente e, a ben vedere, permette alla Fratellanza di mettere in sicurezza il potere fin qui acquisito.
Inoltre assolve almeno altri due compiti: difendere l’Assemblea Costituente e neutralizzare eventuali attacchi della magistratura.
Nel primo caso, il presidente ha implicitamente ammesso l’impossibilità dell’Assemblea di concludere il proprio mandato nel tempo stabilito, fatto che, data la disciplina precedentemente riportata, avrebbe riaperto la partita conferendo alla Giunta il potere di nominarne una nuova.
Nel secondo caso, l’adozione della Dichiarazione Costituzionale è stata giustificata dalla necessità di far fuori il procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud.
Costui in ottobre era già stato indotto da Morsi a lasciare il proprio incarico, in cambio della nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede.
In quel caso, dati i principi di indipendenza ed inamovibilità dei membri della magistratura, l’attacco presidenziale non era andato a buon fine.
Mahmuod, accusato da più parti di voler difendere l’ancien régime, replicava di rimanere al suo posto, dato che l’organo esecutivo non può dimettere un membro del giudiziario.
Da ciò è derivata la necessità del presidente di agire attraverso lo strumento delle norme quasi-costituzionali.
Chiarita dunque natura e scopi della dichiarazione costituzionale nella recente storia dell’Egitto, cosa c’è scritto nell’ultimo documento firmato da Muhamamd Morsi?
Innanzitutto il testo non sostituisce, bensì integra, quello precedente emendandolo in alcune disposizioni. Non casualmente il primo dei sette articoli introdotti si riferisce ai crimini commessi durante la fase rivoluzionaria.
Leggendo il testo si deduce che tutte le indagini relative ad atti di violenza compiuti contro i manifestanti nei giorni delle rivolte di piazza saranno riaperte e poste sotto l’attenta analisi di nuovi e più neutrali organi giudicanti.
L’articolo richiama infatti la “Legge per la protezione della rivoluzione” e stabilisce che tutti gli ufficiali, siano essi attivi nella politica o nell’apparato burocratico, implicati in fatti criminogeni accertati saranno dismessi dal proprio incarico.

l’analisi racconta nel dettaglio cos’è una dichiarazione costituzionale e ne esamina i principali punti. Tuttavia, puntualizza il testo:

Se è chiaro che Morsi ha inteso sfruttare la tempistica derivante dalla recente vittoria diplomatica riscossa con la crisi a Gaza, è rilevante ricordare come la sua elezione sia avvenuta con il 51% dei voti espressi.
Ciò mette in dubbio la liceità al ricorso di strumenti legali compiuti nel nome del popolo sovrano.

Da qui il marasma sociale che ne è seguito.
Non è azzardato supporre che gli esponenti del vecchio regime cerchino di sfruttare l’onda lunga delle proteste per delegittimare Morsi. Questo spiega perché la dichiarazione del presidente abbia ricevuto più enfasi del necessario. Finendo per (ri)scaldare gli animi nel Paese.
In sintesi: la partita per il potere in Egitto non è ancora finita. E il fatto che in questa partita l’esercito (espressione dell’ancient régime) non sia più in prima linea non ne riduce in alcun modo le possibilità di vittoria.

In Egitto la rivoluzione non c’è mai stata

In Occidente l’opinione pubblicato ha sviluppato due immagini della rivoluzione egiziana e, più in generale, della primavera araba. Una è quella dei giovani di Piazza Tahrir, riuniti dal martellante passaparola sui social media. L’altra è quella degli islamisti dalle lunghe barbe che approfittano di uno dei rari momenti di (semi)democrazia al Cairo per tentare l’ascesa al potere.
Come spesso accade, le nostre ricostruzioni contengono un fondo di verità innaffiato da un insieme di luoghi comuni. Ad ogni modo, la condizione di rivoluzione incompiuta che caratterizza l’Egitto di oggi – ben messa in risalto dagli scontri in Piazza Tahrir, iniziati in dicembre e rinfiammati in questi giorni – è principalmente conseguenza di due fattori.

In primo luogo, i problemi socioeconomici del Paese, rimasti irrisolti e senza un barlume di prospettive ad un anno dalla defenestrazione di Mubarak.
Si, perché al di là della visione romanzata dei giovani che chiedevano a gran voce rappresentaza e democrazia, i motivi per cui la gente è scesa in strada sono molto più materiali: povertà diffusa, diseguaglianze economiche, disoccupazione, giovanile, deficit alimentare, infrastrutturale e scolastico. Tutto questo nonostante una crescita che nei trent’anni targati Mubarak ha viaggiato a ritmi del 5% annuo, con punte del 7% nel 2007 e 2008, forte anche degli investimenti esteri che dal 2004 al 2010 hanno sfiorato quota 50 miliardi di dollari.
Se andiamo a vedere, non c’è da stupirsi che le statistiche sul PIL non si siano tradotte in maggior benessere per la popolazione. I due terzi delle entrate di valuta estera del Paese derivano da rendite energetiche, turismo, diritti di transito lungo il Canale di Suez e rimesse degli emigrati. Le riforme intervenute negli ultimi anni hanno riguardato settori a limitato impatto occupazionale, senza quasi sfiorare i settori chiave. L’esplosione demografica, il decremento della produzione agricola (ormai l’Egitto importa la metà dei suoi alimenti base) e le scarse politiche di sostegno dell’ex presidente hanno fatto il resto. Con il paradossale effetto che, mentre in trent’anni il PIL egiziano è letteralmente volato, oggi gli egiziani sono molto più poveri rispetto a cento anni fa.

In secondo luogo, la presenza dei militari al potere, ormai (ufficialmente) diventati il vero ostacolo alla libertà. In Egitto le forze armate non sono i garanti della laicità, come in Turchia. Di fatto sono – e si concepiscono – come uno Stato nello Stato. Lo Stato, quello vero, lo comandano da sessant’anni: tutti e tre i presidenti del Paese – Nasser, Sadat e Mubarak – sono stati ufficiali nell’esercito. Un’istituzione che ha sempre goduto del rispetto e della stima del popolo. Ma da quando nel 1977 Sadat firmò gli accordi di Camp David con Israele e USA, l’esercito è stato progressivamente emarginato, messo in condizione di non poter più combattere. In cambio, il regime ha foraggiato i generali di aiuti economici e affidato loro la gestione di investimenti ed attività economiche. Oggi i militari costruiscono infrastrutture e centri commerciali, gestiscono alberghi e villaggi turistici, così come ospedali e media, producono e commercializzano pane, latte e acqua minerale. Si stima che il 40% dell’economia del Paese sia in mano all’esercito. Non a caso le riforme a cui accennavo più sopra non hanno minimamente incoraggiato l’iniziativa privata, salvaguardando le rendite di posizione dei militari da quel fenomeno che noi chiamiamo concorrenza.
Non è un caso che oggi si sita cominciando a riflettere sulla natura pilotata della sollevazione popolare. Un anno fa scrivevo:

Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark [figlio di Hosni, n.d.r.].
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo quella del ra’is. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.
Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
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Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere.  Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.

Le forze armate concentrano su di sé il potere politico e quello economico. Logico che abbiano tutto l’interesse a mantenere lo status quo.

Okinawa, dove la gente rifugge le trame nippo-americane

1. Okinawa è un’isola ricca di storia e significati. Situata a largo dell’Oceano Pacifico, lì risiede la quella che statisticamente è la popolazione più longeva del mondo. Lì nacque l’arte marziale per eccellenza, il karate. Lì, nel 1945, fu combattuta dai giapponesi l’ultima battaglia prima dell’invasione della madre patria. E lì, da allora, ha sede un’importante base militare americana, da anni oggetto di discordia nei rapporti tra Washington e Tokyo.
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In Egitto è cambiato tutto per non cambiare nulla

Carta di Laura Canali “Le indipendenze africane”

1. Era accaduto tutto in pochi giorni: le dimissioni di Mubarak, sostituito da un consiglio militare; la folla che radunata in piazza Tahrir; l’abolizione della costituzione e il referendum per emendarla, l’annuncio di nuove elezioni entro giugno. Sembra passato un secolo da quei giorni di metà febbraio in cui l’Egitto celebrava il suo risveglio, verso un futuro illuminato dalla democrazia.
Quello che vediamo oggi, invece, è che mentre Mubarak se ne è andato, i militari sono sempre lì, ed anzi hanno addirittura incrementato il proprio potere. E se guardiamo agli avvenimenti di inizio anno, alla folla “oceanica” di piazza Tahrir, ci rendiamo conto che in realtà il popolo non ha mai avuto quel potere che i media, soprattutto Al Jazeera, gli avevano attribuito. In strada erano scese non più di 300.000 persone; tante, ma poca cosa in confronto alle moltitudini viste in Iran nel 1979 e nell’Est Europa dieci anni dopo. In Egitto la folla ha riempito una piazza, ma senza riuscire a coinvolgere le principali energie sociali della città.
In una vera e propria rivoluzione, la polizia e l’esercito non sarebbero riusciti a contenere la folla. In Egitto, al contrario, i militari hanno scelto di non confrontarsi con i manifestanti perché sostanzialmente d’accordo con la loro idea di fondo: sbarazzarsi di Mubarak. E poiché i militari rappresentavano l’essenza del regime del Cairo, il loro repentino passaggio dalla parte della sommossa lascia dubitare circa l’opportunità l’etichetta di rivoluzione in capo a quest’ultima.
Piazza Tahrir è stata lo sfondo, e non la protagonista, del rovesciamento del regime.

2. Il regime egiziano venne fondato nel 1952 in seguito a un colpo di stato guidato dal colonnello Gamal Abdel Nasser e modellato su quello di Kemal Ataturk in Turchia. Laicità e potere militare erano i capisaldi della nuova forma di potere. Nasser credeva che l’esercito fosse l’elemento più moderno e progressista della società egiziana, l’unica entità in grado di accollarsi la responsabilità di modernizzare l’Egitto per renderlo al passo del mondo occidentale.
Fu così che i militari divennero il baluardo del potere. I successori di Nasser, Anwar Sadat prima e Hosni Mubarak poi, formalmente eletti in (dubbie) elezioni popolari prima di entrare in politica erano stati ufficiali dell’esercito.
Gamal Mubarak, figlio di Hosni, indicato come possibile erede alla guida del Paese, al contrario del padre non era un ufficiale militare, né era legato agli ambienti militari. Una circostanza che lo rendeva inviso alle alte gerarchie dell’esercito. L’ascesa di Gamal nella terra che fu dei faraoni voleva dire non tanto l’inizio di una monarchia ereditaria, ma la sostituzione del regime militare.
L’idea che una manovra per rovesciare Mubarak fosse in atto ben prima che la folla riempisse piazza Tahrir non è del tutto peregrina. Agevolare l’uscita di scena dell’ottuagenario presidente aveva l’obiettivo di garantire una successione ordinata nel governo del Paese. In tal modo sarebbe stato possibile sfruttare le prossime elezioni presidenziali per far emergere una nuova figura, espressione degli alti comandi militari, in linea con la tradizione degli ultimi decenni. Una figura che non sarebbe stata quella di Gamal Mubark.
C’è una fondamentale differenza tra il regime così come Nasser lo aveva creato e la dittatura di Hosni Mubarak. Il regime consisteva – e consiste – in un complesso istituzionale e burocratico incentrato sulle gerarchie militari, che coinvolgesse ogni aspetto della società egiziana. Mubarak, al contrario, è venuto a distinguere i suoi interessi da quelli dell’esercito, a chiaro vantaggio dei primi. Era logico che i militari vedessero nell’anziano presidente una minaccia per l’establishment consolidato.
I manifestanti non hanno mai chiesto la caduta del regime, ma solo la caduta di Mubarak. Un dettaglio che nei convulsi giorni della rivolta è sfuggito a molti. Ai militari di sicuro non piaceva lo spettacolo delle folle in strada, ma la crisi politica seguita all’insorgere delle manifestazioni ha offerto loro l’opportunità di pensionare il presidente e di salvare il regime. E con esso, anche i propri interessi.

3. Dall’inizio delle manifestazioni, l’attività dell’esercito si è mostrata opaca. Il consiglio militare ha abolito la costituzione e sciolto il parlamento, ufficialmente per promuovere il cambiamento politico ma di fatto togliendo di mezzo le restanti istituzioni del Paese. Tutto il potere è caduto in mano ai militari. Nessuno dei rappresentati di piazza Tahrir è mai stato chiamato al loro tavolo.
Questo è il punto. A piazza Tahrir non c’è stata una rivoluzione. Non sono stati i manifestanti a rovesciare Mubarak, ma di fatto un colpo di stato militare celato dietro la maschera di una protesta per la democrazia. Quando fu chiaro che Mubarak non avrebbe volontariamente rassegnato le dimissioni, i militari hanno preso in mano il potere attraverso la creazione di un consiglio militare, lasciando che l’indignazione della folla fornisse una visione edulcorata dei fatti ad uso e consumo del romanticismo occidentale. Dall’11 febbraio i militari hanno il pieno controllo del Paese.
È interessante cercare di capire chi ha concretamente voluto la caduta di Mubarak. Le persone che siedono nel consiglio militare appartengono alla stessa generazione dell’ex presidente, dovevano la loro carriera a lui e in molti casi erano suoi personali amici. Difficile supporre che il cambio al vertice sia il frutto di una loro iniziativa. Gli ufficiali più giovani, piuttosto, quelli arruolati dopo le guerre contro Israele e allineati più con gli americani che con i sovietici, erano i più avversi alla designazione di Gamal Mubarak alla guida del Paese. È probabile che le pressioni esercitate da questi ultimi sui membri più anziani abbiano contribuito al corso degli eventi, soprattutto dal 25 gennaio in poi, quando il sostegno ai manifestanti annunciato dagli Stati Uniti ha lasciato intendere che Mubarak non godeva più di alcun appoggio all’esterno del Paese.

4. Il regime egiziano è ancora lì e ancora controllato da anziani generali, impegnati a gestire lo stesso potere che fu del presidente-monarca esautorato appena tre mesi fa. Questi ultimi hanno promesso di favorire la transizione verso la democrazia, ma non è chiaro cosa questa espressione significhi. Il paese, cresciuto nell’immobilismo politico targato Mubarak, non ha avuto modo di sviluppare una coscienza democratica. Proprio il referendum sulla riforma della costituzione, paradossalmente, potrebbe allontanare le speranze di cambiamento anziché alimentarle. Se davvero si voterà nei prossimi mesi, difficilmente le forze d’opposizione avranno il tempo per organizzare un programma politico ed elettorale da proporre ai cittadini. I quali si vedranno costretti, loro malgrado, ad ascoltare altri “inviti” prima di entrare nei seggi.
Pertanto, la realtà che abbiamo di fronte è molto diversa da quella che l’entusiasmo di piazza Tahrir ci aveva fatto vedere. Non è che non in Egitto non sia successo niente, ma ciò che è successo non è una copia fedele di quello che i media hanno ritratto. A parte lo spettacolo offerto dalla folla, il regime è rimasto esattamente dove era. Con l’aggravante di godere del favore dell’opinione pubblica sia interna che esterna al Paese. L’esaltazione di quei giorni di gennaio è andata spegnendosi in una sconfortante conferma della morale gattopardiana: in Egitto è cambiato tutto affinché non cambiasse nulla.
Un despota di 83 anni è stato pensionato, così come una costituzione e un parlamento; tutti sostituiti da una giunta militare che ha assunto il potere. Il resto è speculazione.

Per approfondire:
Il miraggio della democrazia
Egitto: la fine di Mubarak non è la fine dei problemi