Quello che i media non dicono sulla Siria

Carta di Laura Canali tratta dal volume di Limes 3/2011 "(Contro)Rivoluzioni in corso"

Dall’inizio delle rivolte in Siria in molti si aspettavano che la NATO lanciasse una nuova operazione con il pretesto di “proteggere i civili”, sulla falsariga di quanto accaduto in Libia. Anche l’opposizione guidata dal neonato Consiglio Nazionale siriano aveva iniziato a far circolare questa idea, poi categoricamente smentita dalla stessa Alleanza Atlantica.
In realtà l’Occidente non potrà ripetere a Damasco ciò che aveva fatto a Tripoli, benché voci in tal senso continuino a diffondersi (qui e qui). Non sono le minacce di Assad a spaventare le cancellerie nostrane. La verità è che la Siria ricopre un ruolo troppo delicato all’interno degli equilibri mediorientali perché le potenze occidentali possano avventurarsi in una nuova missione “umanitaria”. La Libia è ricca di petrolio ma povera di significato geopolitico, per cui Europa (rectius: Francia e Regno Unito) e Usa avevano solo da guadagnare dal rovesciare Gheddafi. La Siria, al contrario, riveste un decisivo peso politico nella regione (e possiede scarso petrolio: produce 385.000 barili al giorno). Perfino Israele teme le conseguenze della caduta di Assad. Condizioni che sconsigliano qualunque possibilità di intervento.
Ciò che la stampa sembra non comprendere è che la vera partita della Siria si gioca sul tavolo della Lega Araba, non su quello dell’Occidente. Ma la stessa Lega, dopo la sospensione iniziale, sta ora adottando un approccio più morbido alla questione. La missione appena approvata non cambierà di una virgola situazione, proprio come tutti si aspettano. In generale, la Lega sta cercando di imporre sanzioni con la consapevolezza che non potranno mai funzionare. La risposta l’ha offerta alcune mesi fa l’analista Ibrahim Saif: colpire la Siria, per i Paesi arabi, significherebbe danneggiare le proprie economie.

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