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Se qui in Italia il responso delle urne ci ha consegnato uno scenario politico inedito e complesso, di certo in Bulgaria non se la passano meglio.

Alle legislative anticipate del 12 maggio il Movimento Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB), formazione di centro-destra guidata dall’ex premier Boyko Borisovha ottenuto il 30,1%, assicurandosi 98 seggi su 240. I socialisti di Sergej Stanichev hanno raggiunto il 26,1%, con 86 seggi. Al terzo posto c’è il Movimento per i diritti e le libertà, il partito della minoranza turca (33 seggi), e gli ultranazionalisti di Ataka (23 seggi).

E’ la prima volta che un partito bulgaro viene rieletto dal dopoguerra, ma per Borisov c’è poco da festeggiare. Il suo partito non avrà comunque una maggioranza parlamentare. E la possibilità di un governo di coalizione si annuncia difficile, dopo le tensioni della campagna elettorale  fondata più sul regolamento di conti tra socialisti e conservatori che a rispondere ai bisogni dei cittadini. Anche per questo la metà degli elettori ha preferito disertare le urne. Ha votato infatti solo il 50% dei 6,9 milioni di aventi diritto, contro il 60,2% delle scorse elezioni.

Dopo le grandi manifestazioni dello scorso inverno, che avevano portato alla caduta del governo, nemmeno il voto è bastato a tirare fuori il Paese dallo stallo politico, sottolinea il quotidiano bulgaro Standart, secondo cui “la costituzione del nuovo governo sarà un puzzle molto complicato” in quanto nessun partito ha abbastanza voti per governare da solo e nessuno vuole allearsi con il GERB. Questo in conseguenza dello scandalo delle intercettazioni telefoniche che il partito avrebbe compiuto nei confronti di avversari politici, imprenditori e giornalisti. Per questi fatti è stato accusato l’allora ministro dell’interno Tsvetan Tsvetanov.

E a Sofia non possono permettersi di “fare come il Belgio”. La Bulgaria è il Paese più povero dell’Unione Europea, e l’instabilità politica non può che far peggiorare un’economia con un tasso di crescita fermo allo 0,8%, mentre la disoccupazione supera il 20% e il lavoro nero rappresenta il 30%del PIL.

Come racconta l‘Osservatorio Balcani e Caucaso, per superare lo stallo i socialisti vogliono un “governo di programma” che però si prospetta fragile. Nel frattempo, le forze emerse dalle proteste di piazza dei mesi scorsi restano fuori dal parlamento.

Nessuna maggioranza ma tre minoranze, scandalo intercettazioni, economia a picco, campagna elettorale fatta di insulti più che di proposte, forte calo dell’affluenza.

E le analogie con l’Italia non finiscono qui.

Se dopo lo scrutinio non verrà formato alcun governo, resterà probabilmente al potere l’attuale governo tecnico, guidato dal diplomatico Marin Raykov, in attesa di un nuovo voto in autunno.

Due ultime notazioni.

La prima è che dal dibattito politico è totalmente scomparsa l’Unione Europea. Dopo il fallimento dell’adesione, la gente è disillusa e ai partiti interessa solo mettere le mani sulla pioggia di fondi comunitari.

Infine, Narcomafie ci ricorda che il GERB è un partito pesantemente coinvolto in casi di corruttele nonché in torbidi rapporti con la criminalità organizzata.
Non proprio il miglior biglietto da visita per chi potrebbe essere chiamato a guidare nuovamente il Paese in un momento così delicato.

Vincere le elezioni è una cosa, avere la maggioranza per governare è un’altra”. Questa affermazione su Le Monde sintetizza appieno l’ultima tornata elettorale in Israele. Benché i sondaggi della vigilia dessero per certa la vittoria del duo formato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, leader del Likud, in tandem  con l’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, a capo del partito Yisrael Beiteinu, le urne hanno dato ben altro responso.
Questo il riassunto de Il Post:

La coalizione del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu ha vinto di misura le elezioni che si sono tenute martedì 22 gennaio in Israele. Il suo partito nazionalista liberale Likud insieme conIsrael Beitenu (“Israele, casa nostra”) della destra sionista laica ha ottenuto complessivamente31 seggi in parlamento, un numero molto distante dai 42 previsti dai sondaggi più recenti. Proprio per questo motivo, Netanyahu ha spiegato che cercherà di formare un governo con il più ampio consenso parlamentare possibile, così da avere una certa stabilità politica nei prossimi mesi.
Il partito centrista Yesh Atid (“Qui c’è il futuro”) fondato dall’ex giornalista Yair Lapid ha ottenuto, a sorpresa, 19 seggi ed è quindi il secondo partito di Israele. Ha superato di quattro seggi il Partito Laburista di sinistra che si è fermato a 15 e che nel precedente parlamento ne aveva solo 7. Tra i partiti ultraortodossi lo Shas, che nel 2006 aveva partecipato alla coalizione di governo di Ehud Olmert, ha ottenuto 11 seggi, mentre lo Yahadut Hatorah ne ha ottenuti 7. Tra i partiti di destra si è anche distinto HaBayit HaYehudi (“La casa degli ebrei”) che potrà contare su 11 seggi in Parlamento. Nel centrosinistra il partito Meretz-Yashad ha ottenuto 6 seggi come l’Hatnuah, mentre Kadima si è fermato a 2 seggi. Tra i partiti arabi, la Lista araba unita ha avuto 5 seggi, il partito politico Balad 3 seggi e Hadash 4 seggi.

Nella serata di martedì, Netanyahu ha tenuto un breve discorso per ringraziare gli elettori per avergli dato l’opportunità di guidare il paese per la terza volta. Ha poi spiegato di volersi confrontare con tutti i principali partiti per formare un’ampia e, per quanto possibile, solida coalizione di governo.

Per i risultati ufficiali e per avere un quadro completo del prima, durante e dopo elezioni, si veda il blog Falafel Café.
Il significativo arretramento della coalizione Likud-Beytenu esprime un messaggio chiaro: il Paese non vuole la svolta a destra. Ma ora è spaccato a metà. Se la maggioranza ideale per un governo stabile dovrebbe poter contare su 70 o 72 seggi, è evidente che, per ottenerla, Netanyahu potrebbe cercare l’aiuto dei partiti di centro come Kadima e Yesh Atid. Lettera 43 ipotizza i prossimi scenari.

Come spiega un esito così imprevisto? Secondo Globalist::

queste elezioni hanno avuto un esito diverso da quello che molti commentatori e analisti davano invece per scontato: non solo per il risultato finale, ma anche per l’affluenza al voto, la più alta degli ultimi anni.
Un aspetto che ha sorpreso molti e che sembra l’indice di un Paese in cerca di un’alternativa all’immobilismo che – a giudizio di alcuni – ha segnato le stagioni più recenti. E non solo in politica estera ma anche in quella interna, dove i morsi di una crisi crescente hanno indebolito la classe media e portato nelle piazze la gente sempre più in difficoltà con il caro vita. Una denuncia e un malcontento che Lapid ha saputo intercettare, cavalcando la speranza di una qualche svolta. Adesso il pallino è nelle mani del vecchio presidente Shimon Peres: dovrà affidare l’incarico, e non potrà esimersi dallo scegliere in prima battuta Netanyahu. Ma la strada per il premier in pectore appare tutt’altro che in discesa.

Linkiesta la vede così: Israele è stanca di avere la questione sicurezza al primo posto dell’agenda. Con il successo dell’ex giornalista tv Yair Lapid, la classe media trova una voce: più attenzione per l’economia e meno privilegi per gli ultraortodossi:

La tendenza Lapid era individuabile per le strade, ma non nei sondaggi. Lapid è uno scatto d’orgoglio della classe media israeliana. È stanca della gestione oltranzista dei rapporti internazionali, tanto da – ormai – ignorarla. Si preoccupa delle questioni economiche, e non riesce a comprendere come un paese in forte crescita come Israele non sia in grado di garantire la sopravvivenza della media borghesia, tanto da costringere il governo a tagli della spesa draconiani e a nuove tasse. Il governo è sempre sembrato più preoccupato delle richieste degli ultra-ortodossi, che di affrontare la questione abitativa: il paese negli ultimi cinque anni ha subito il terzo maggior aumento mondiale nei costi immobiliari, dopo Cina e Hong-Kong.
Il premier Netanyahu aveva compreso che la batosta era nell’aria: 31 seggi sono un disastro. Insieme ai nazionalisti di “Yisrael Beiteinu”, il partito di Avigdor Lieberman, alle elezioni del 2009 aveva ottenuto 42 deputati. Il 25 ottobre aveva annunciato la fusione tra i due partiti di governo, ma i risultati sperati non sono arrivati. Ha provato a cambiare le carte offrendo una posizione “last minute” come ministro delle Finanze alla “stella nascente” del Likud Moshe Khalon, ma non è servito. Khalon è un personaggio di buon richiamo per la classe media perché da ministro delle Comunicazioni era riuscito ad abbassare di molto i costi delle telefonia, ed alcuni mesi fa aveva misteriosamente dichiarato di voler lasciare il governo.
Così, tariffe dei cellulari a buon mercato hanno potuto poco contro le idee di Lapid, portavoce del sentimento borghese. Lapid vuole prendere di petto la questione degli ultra-ortodossi: sono 700.000 persone, figliano a raffica, e di quelli in età da lavoro il 60% sceglie la disoccupazione. Nelle loro scuole non s’insegna la matematica e l’inglese, e soprattutto il pensiero critico: sono viste come “centri di programmazione mentale” per essere costretti a far parte tutta la vita di una sorta di setta religiosa. Mantenere gli ultra-ortodossi in esplosione demografica costa allo stato oltre un miliardo di euro l’anno.

Per approfondire la figura di Yair Lapid, ex giornalista e più che mai astro nascente della politica israeliana, si veda su Internazionale e Lettera43.

Il dato di fondo è questo. In un’elezione dove tutti si proclamano vincitori, il vero sconfitto è proprio il premier uscente Netanyahu. Globalist:

Netanyahu ha fallito clamorosamente. Infatti in Israele si è votato non per decorrenza della legislatura, o per crisi di governo, ma perché il premier ha sciolto la Knesset, alla ricerca di una maggioranza ancor più ampia di quella che aveva. Il risultato? Calo vertiginoso del suo partito, nascita di una destra estrema, ancor più estrema di lui, tenuta degli utraortodossi, alleati odiati, e soprattutto vittoria di un centro tumultuoso e nuovo, guidato da un giovane giornalista televisivo, Lapid, che da zero arriva a 19 seggi in un colpo solo. La fine del re non poteva essere più amara.
Ha fatto la sua guerra pre-elettorale a Gaza, ha portato al calor bianco le relazioni con la Casa Bianca, ha sfidato i giovani della protesta di piazza, invaso la Cisgiordania di colonie, ha pensato leggi incredibili ai danni dei cittadini di etnia araba d’Israele, in partenariato con il suo ministro degli esteri, ha avuto il pieno sostegno bellicista del leader laburista che in virtù di questo ha ridotto il suo partito ai margini della politica, poi ha sciolto il Parlamento. E ha perso ben 9 seggi su 120, pari a una percentuale molto vicina all’8% dei voti!.

Nel discorso della vittoria (?) pronunciato a Tel Aviv, il premier ha dichiarato che cercherà di costruire una coalizione più ampia possibile ma che non rinuncerà all’idea di un governo forte per contrastare la minaccia del nucleare iraniano e risolvere i problemi economici interni. Come se la retorica anti-iraniana possa ancora avere un senso, visto che la debolezza del terzo governo Netanyahu si rifletterà proprio sulla linea da adottare nei confronti di Teheran, oltreché del processo di pace con i palestinesi.
L’era post Netanyahu comincia oggi.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

Il premier giapponese Yoshihiko Noda ha sciolto la Camera bassa e indetto le elezioni anticipate: si voterà il 16 dicembre, anziché nel gennaio del 2013 (fine naturale della legislatura). Se il Partito Democratico – formazione di centrosinistra di cui Noda è leader – dovesse perdere, come è verosimile, il Giappone nominerebbe il settimo primo ministro in sette anni.
Noda è al governo dall’agosto 2011. Il suo governo è stato oggetto di forti contestazioni, principalmente per non aver saputo risollevare il Giappone dalla crisi economica che lo ha colpito dopo la catastrofe dell’11 marzo 2011. In estate, per contenere il debito pubblico del Paese (il più elevato al mondo) ha sostenuto una legge che ha raddoppiato le imposte sui consumi, portandole al 10% entro il 2015, nonostante gli effetti distorsivi che tale misura comporterà. Inoltre ha ricevuto severe critiche anche per le posizioni ondivaghe sull’energia nucleare dopo il disastro di Fukushima: dopo aver sospeso tutti i reattori del Paese, accontentando le richieste dell’opinione pubblica, li ha progressivamente rimessi in funzione.

Noda avrebbe già dovuto sciogliere il parlamento in virtù di un accordo stretto con l’opposizione. L’estate scorsa aveva promesso il voto anticipato in cambio del sostegno al raddoppio dell’imposta sui consumi, ma in autunno si sarebbe rimangiato la promessa – nonostante le numerose pressioni per indire le elezioni. Tuttavia nei giorni scorsi ha avuto nuovamente bisogno del sostegno dell’opposizione, tanto che la crisi del governo si è consumata il 14 novembre quando l’opposizione guidata da Shinzo Abe non ha appoggiato il progetto di riforme economiche proposto dal primo ministro.
Lo scioglimento della Camera bassa è avvenuto dopo l’approvazione di un piano di aumento del bilancio a 92 trilioni di yen attraverso l’emissione di obbligazioni. Soldi necessari per andare avanti fino a marzo 2013 e senza i quali le casse dello Stato si sarebbero svuotate già alla fine di novembre.

Molto probabilmente il suo successore sarà proprio Abe, scelto (non senza polemiche) lo scorso settembre come leader del Partito Liberaldemocratico, già primo ministro nel 2006 per poi dimettersi l’anno seguente per motivi di salute.
Il ritorno di Abe non entusiasma nessuno: è considerato più o meno direttamente responsabile della prima sconfitta elettorale nella storia del suo partito, ininterrottamente al potere nel Sol Levante dal 1955 al 2009 (salvo una breve parentesi di 11 mesi). I sondaggi danno i liberaldemocratici per favoriti, ma probabilmente non otterranno una grande maggioranza. Sullo sfondo ci sono alltri partiti minori, come quello fondato dall’ex governatore di Tokyo Shintaro Ishihara, o quello che sta formando il governatore di Osaka, Toru Hashimoto, che sfruttando il clima d’incertezza e insoddisfazione popolare potrebbero ottenere un qualche significativo consenso. Non è da escludere un governo di larga coalizione.

Per quanto riguarda il futuro energetico del Paese, il prossimo responso delle urne potrebbe rimettere in discussione l’abbandono dell’atomo (entro il 2050) annunciato da Noda in settembre, visto che i liberaldemocratici non hanno mai sostenuto il piano di phase put promosso dall’attuale governo.

Termometro Politico offre una puntuale analisi quantitativa del voto in Sicilia. Ma più che dai numeri, il migliore sunto delle recenti elezioni è essere espresso dalle lettere. Non tanto, cioè, dalla percentuale di voto del Movimento 5 Stelle (che rasenta il 15%) o da quella degli astenuti (53%), quanto dal giudizio con cui l’agenzia Fitch ha declassato la Sicilia quando lo spoglio aveva ormai superato il 50% delle elezioni e i risultati si erano consolidati: BBB. Praticamente spazzatura. E per di più con un outlook negativo. Questo perché (e qui torniamo ai numeri) la somma di voti ottenuti dal Pd, dall’Udc e dalle liste civiche che sostengono il neoeletto presidente Rosario Crocetta non va oltre i 40 seggi; ben lontani dai 46 necessari che garantirebbero alla sua coalizione la governabilità dell’isola. O, più prosaicamente, la sopravvivenza politica.

Per giorni si è ripetuto che il voto siculo era importante perché l’isola anticipa le tendenze nazionali, dunque poteva contribuire a chiarire un quadro politico nazionale sconfortante e imprevedibile a sei mesi dalle prossime elezioni politiche. Tutte chiacchiere. I media “tradizionali” (leggi: in mano ai partiti) dicevano la stessa cosa delle amministrative a Milano dello scorso anno, probabilmente solo per spingere la gente al voto nella ragionevole previsione di un astensionismo di massa. Certo, il resto d’Italia ha seguito la campagna elettorale sicula con un mix di attenzione, curiosità e timore, chi (i cittadini) con la speranza che l’isola possa essere il punto di partenza per un nuovo corso, e chi (i politici) con il timore di perdere le proprie rendite di posizione sotto la spinta di Grillo e degli altri movimenti di protesta. E oggi si parla, fantastica e ipotizza sulle ripercussioni che il responso delle urne avrà sullo scenario nazionale e in particolare su un PDL sempre più al tramonto. Ma il quadro che viene fuori dal voto non è confortante.
Secondo Agnese Licata su Altrenotizie:

Della serie: quando un risultato elettorale dice tutto (sul disgusto degli elettori verso la politica) e dice niente (sul futuro governo della Sicilia). L’astensione oltre il 50% e l’esplosione del Movimento 5 Stelle fino al 18% dei voti raccontano di cittadini che in partiti vecchi e nuovi non credono più. Soprattutto, non pensano che uno o l’altro cambi qualcosa. “Su’ tutti ‘na cosa” – ossia “sono tutti uguali” – è una delle frasi più ricorrenti in Sicilia a tempo di elezioni. Stavolta, i grillini hanno ridotto almeno in parte il ricorso a questa massima dell’anti-politica, ma è il pessimismo a prevalere, almeno tra la metà degli isolani.

I risultati di questa elezione potranno cambiare davvero la politica regionale oppure generare una fotocopia dell’ultima, disastrosa, instabile legislatura? Ad oggi, entrambe queste alternative hanno la stessa possibilità di realizzarsi.

Più facile, invece, che il Pd trovi una qualche sponda nell’Mpa e in Miccichè. Ed eccoci qui a una musica già suonata, quella che dal 2010 ha visto alla guida della Sicilia una coalizione  Mpa-Pd come unica soluzione per avere una maggioranza all’Assemblea. Questo è il rischio più forte: ritrovarsi punto e a capo. Crocetta ha dichiarato che lui non intende compromettere se stesso e il partito con inciuci vari, piuttosto si torna tutti a votare. Ma il suo partito la penserà allo stesso modo, soprattutto considerando il fatto che è composto dalle stesse persone che appoggiarono fino all’ultimo l’ex governatore Raffaele Lombardo, rinviato a giudizio per concorso in associazione mafiosa e voto di scambio?
Insomma, da queste elezioni in Sicilia si aspettavano tante risposte, ma arrivano più che altro domande.

Il candidato sconfitto Nello Musumeci già ipotizza un pronto ritorno alle urne, non tanto per lungimiranza politica quanto per provare a strappare una second chance nella corsa al trono dell’isola.
Tra le tante domande senza risposta, ce ne è una che meriterebbe un’attenzione immediata ma che nessun candidato, grillini compresi, ha mai neppure avuto il coraggio di approcciare: come tappare la voragine di denaro pubblico – generato da favoritismi, compravendita di voti, interessi personali e chi più ne ha più ne metta… insomma, tutto tranne il bene comune – che ha portato il debito strutturale della Sicilia a toccare quota 18 miliardi di euro. Per il 2013 saranno disponibili 1,9 miliardi che non basteranno per pagare precari, forestali, trasferire fondi ai comuni, per il trasporto pubblico locale e per i collegamenti con le isole minori, mentre le imprese continuano a vantare crediti per 5 miliardi di euro.
I maligni hanno individuato una chiave di lettura dell’elevato astensionismo proprio nella crisi dei conti della Regione: finiti i soldi è finito il voto di scambio. La gente è rimasta a casa perché i politici non avevano più nulla da offrire. Anche se le accuse di compravendita elettorale non sono mancate, al di là della dubbia presentabilità di chi le ha lanciate.

E a proposito di voto di scambio, merita una menzione un’inchiesta dell’Espresso secondo cui la mafia si sarebbe “astenuta” da queste ultime elezioni:

Non sappiamo cosa possono aver fatto i mafiosi a piede libero, su quali scelte politiche si sono indirizzati. L’Espresso può però affermare con certezza che i boss detenuti hanno preferito non votare. E di solito i mafiosi detenuti fanno ciò che viene indicato da quelli ancora liberi. L’astensione così massiccia in tutta la Sicilia non era mai avvenuta anche fra i detenuti, tanto che i seggi aperti nelle carceri sono andati deserti. Nessuno di loro si è presentato a votare. Anche i mafiosi fanno dunque parte del popolo degli astensionisti che ha toccato quota 53 per cento.
Per far comprendere meglio ciò che è accaduto in Sicilia basta dire che su 7.050 detenuti hanno votato solo in 46: si tratta di carcerati comuni e non di mafia. All’istituto di pena di Pagliarelli a Palermo dove si trovano rinchiusi i mafiosi, su 1.300 detenuti solo uno si è presentato al seggio elettorale, ed è in custodia cautelare per reati che non sono quelli per mafia. Stesso identico atteggiamento a Catania, Agrigento e Caltanissetta. Uno scenario che ribalta, anzi trasforma ciò che in passato è stato fatto proprio dai detenuti che facevano la fila in carcere per votare il proprio candidato che in gran parte dei casi risultava essere quasi sempre lo stesso o dello stesso partito.
Forse adesso i mafiosi sono rimasti a guardare. Si sono allontanati da questa competizione probabilmente per tanti motivi che forse un giorno qualche collaboratore di giustizia potrà spiegare.

Lo scorso maggio i detenuti delle carceri Pagliarelli e Ucciardone a Palermo si sono astenuti dal voto per eleggere consiglieri comunali e sindaco del capoluogo. Era il primo segnale lanciato nell’ultimo decennio dalla mafia a questa “nuova” politica. Adesso qualcosa sembra essere cambiato. E la cosa stupisce, perché Cosa nostra non si arrende così facilmente. Forse questa volta i mafiosi hanno intuito che a vincere poteva essere Rosario Crocetta che fin da subito, anche per la sua storia personale, ha tuonato contro Cosa nostra, e allora forse non era il caso di avvicinarlo. Sta di fatto che a questa tornata elettorale dalle carceri è arrivato un segnale diverso. Stare lontani da questi politici. Forse vogliono stare a guardare alla finestra e imboccare la porta d’ingresso dei politici quando sarà il momento di fare affari. Si spera, in quel caso, che la politica abbia la forza di tenersi lontana dalla mafia.

Chi invece non ha saputo per nulla cogliere il senso delle elezioni siciliane è la stampa estera in generale. Visto da fuori, il voto ha semplicemente decretato la caduta del PDL, quindi la fine di Berlusconi. Un tantino scontata, banale e partigiana come retorica; autorevoli testate come Die Welt, Liberation ed El Mundo potevano sforzarsi un pò di più. Se non altro accorgendosi che alle piazze riempite dal Movimento 5 Stelle facevano da contraltare quelle vuote dei politici di professione, di qualunque schieramento politico. Piazze piene a cui sono seguite urne riempite solo a metà.

Se questo può essere il punto di partenza per una svolta storica, c’è da chiedersi come questa potrà proseguire sorretta dalle gambe di meno della metà della popolazione. Le urla di Grillo non sono evidentemente bastate a restituire speranza a chi è già arrivato al limite della sopportazione.
Finito il tempo dei facili slogan e della demagogia, c’è bisogno di qualcuno che si impegni seriamente a ricostruire una Regione, e poi un Paese, ormai abbandonato a sé stesso. Altrimenti sarà stato l’ennesimo fuoco di paglia. L’ultimo di una lista di occasioni in cui ci si è illusi di poter cambiare tutto, col risultato alla fine di non cambiare nulla.

Le elezioni parlamentari in Ucraina hanno confermato la maggioranza del Partito delle regioni, quello del presidente Yanukovich. Secondo Stefano Grazioli, esperto di spazio postsovietico, analizza la tornata elettorale così:

A prima vista rispetto alla fine della scorsa legislatura cambia poco, dato che il gruppo del Pr contava 195 parlamentari (-4), i comunisti 25 (+7), il blocco Tymoshenko, senza altri partiti, 98 (+5), e l’altra dozzina di partiti che erano entrati nel 2007 quando si è votato senza la soglia di sbarramento è stata sostituita dalle forze nuove di Klitschko e Tiahnibok.
Gli equilibri rimangono in fondo gli stessi, con un leggero indebolimento dei partiti tradizionali, visto che il Pr perde un paio di seggi e Patria, per raggiungere più o meno lo stesso risultato da cui partiva ha dovuto cooptare altri formazioni, e con la crescita delle ali estreme, comunisti e nazionalisti, insieme al centrista Udar.
Se per quel riguarda il futuro blocco filogovernativo è tutto abbastanza chiaro - seguirà gli schemi del trasformismo e delle maggioranze variabili – l’incognita maggiore è quella della tenuta dell’opposizione nell’attuale forma di alleanza tra moderati (Klitschko), populisti (Tymoshenko) e estremisti di destra (Tiahnibok). Oltre a una piattaforma programmatica che prevede di rovesciare Yanukovich i punti in comune costruttivi di queste tre formazioni sono ben pochi. Il che significa che tutto sommato Yanukovich può dormire sonni tranquilli.
p.s.: Appare strano che la stessa Europa che nei mesi scorsi ha fatto da più parti la voce grossa contro Kiev sulle questioni democratiche difendendo a spada tratta Yulia Tymoshenko, non abbia ancora aperto bocca sull’ingresso degli estremisti di destra dell’antisemita Tiahnybok, oltretutto proprio alleato dell’ex premier.

La maggiore nota di rilevo è l’affermazione di Svoboda (Libertà), formazione di estrema destra che con il 10% dei suffragi accede in Parlamento per la prima volta. Come? Anton Shekhovtsov su Open Democracy individua quattro ragioni: la delusione verso l’attuale classe dirigente, l’essere l’unico punto di riferimento per gli elettori ultranazionalisti, l’attiva partecipazione alle manifestazioni di piazza sui temi sociali, l’essere  l’unico grande partito con un vero programma politico fondato su un’ideologia.
Svoboda si inserisce sulla linea del Fronte Nazionale di Marine Le Pen in Francia e dei Veri Finlandesi in Finlandia: sono partiti ideologici, con particolare attenzione ai valori tradizionali e alla natura etnica della nazione. Formazioni ormai (tristemente) parte di un paesaggio europeo frammentato e sempre più in crisi d’identità.

L’altra sorpresa è stato il quarto posto conseguito dall’Udar, il partito dell’ex campione di boxe Vitali Klitschko, di orientamento liberale ma principalmente un veicolo per le ambizioni personali dello stesso Klitschko. Sperava in un secondo posto, ma sarà comunque a capo di un gruppo parlamentare sostanziale.

In generale cambia poco: il voto non scioglie il nodo di un Paese diviso, a metà tra le aspirazioni europee e l’influenza di Mosca. Al di là delle (non certo inattese) accuse di brogli, in generale tutto il clima elettorale è stato avvelenato. Significativo questo commento di Viktor Nebozhenko, direttore di Barometro ucraino: ”Ho analizzato le campagne elettorali per 20 anni, e non ho mai visto così tante massicce falsificazioni. E ‘chiaro che abbiamo una crisi generale delle nostre istituzioni statali. Questa campagna elettorale è stata una guerra civile fredda, con tutti contro tutti, e le autorità che ne vengono fuori come le sole vincitrici“.
Della serie: hanno vinto tutti, tranne la gente.

L’Angola è andata al voto per la terza volta dall’inpiendenza nel 1975.  E per la terza volta il Movimento Popular de Libertação de Angola del presidente José Eduardo Dos Santos, in carica da 33 anni, ha vinto (per tutti i risultati si veda qui). In questo modo Dos Santos si è già garantito la rielezione: dal 2010 è infatti in vigore la nuova Costituzione che ha abolito l’elezione diretta del Presidente, la figura del Primo Ministro (il Presidente sarà anche capo dell’esecutivo) e limitato – ma la norma non è retroattiva – il mandato presidenziale a due quinquenni. La Presidenza sarà appannaggio della persona a capo della lista che ottiene più voti.

2.000 osservatori internazionali hanno monitorato le operazioni di voto, nessuno dei quali inviato dalla UE. E come in ogni Paese tropicale – e con poca familiarità ai riti della democrazia – che si rispetti, non sono mancate le poemiche e le accuse di brogli.

Un’ottima panoramica del prima, durante e del dopo elezioni è offerto dal blog Africa Wild News, della giornalista Francesca Spinola. Il post Angola: al voto per la terza volta fra speranza e rassegnazione riassume i dati salienti di questo turno elettorale: partiti in corsa, candidati alla presidenza, sintesi delle precedenti consultazioni e altre note di rilievo. Ma al di là di nomi e numeri vari, è interessante l’analisi critica che troviamo nel post Angola: MPLA i numeri di una vittoria che dovrebbe far riflettere:

A prima vista in Angola ha vinto la continuità, ma vediamo cosa suggerisce il secondo sguardo…
Ha vinto il partito Mpla e il suo capolista, l’attuale presidente Josè Eduardo Dos Santos, con il 72,8 % delle preferenze, dati delle 12.00 del 2 settembre.
Segue l’avversario di sempre, l’Unita, con il suo capolista, Jonas Savimbi, che ha ottenuto il 18 % dei voti. In terza posizione arriva una nuova formazione nata da una costola dell’Unita, Casa-ce, con Abel Chivukuvuku, che ha ottenuto un totalmente inaspettato, 5,6 %.
E’ indubbiamente una vittoria, ma andando ad analizzare i dati qualche segnale di stanchezza emerge. L’Mpla ha perso in 4 anni il 10% delle preferenze, nel 2008 aveva ottenuto l’82% dei voti. L’Unita ne ha acquistati quasi altrettanti, l’8% in più, forse i delusi dell’Mpla?
Ma non è tutto. A Luanda, la capitale baciata dalle grandi opere infrastrutturali messe in piedi dal governo e fra le altre cose inaugurate proprio qualche giorno prima delle elezioni, in concomitanza con il 70simo compleanno del Presidente, l’Mpla ha ottenuto uno striminzito 58% di preferenze, mentre l’Unita ha raggiunto il 25% e Casa-ce addirittura il 13%.
Quel 58% per una città che fino a ieri, e ancora oggi a dire il vero, è tappezzata di immagini del presidente, è invasa di gabbiotti dell’Mpla, è martellata da radio, televisioni e giornali che parlano solo delle opere del primo cittadino, lascia pensare che tanti sforzi non sono bastati a convincere la vasta maggioranza degli abitanti di Luanda.

Grandi opere che hanno davvero cambiato la faccia di questa città, ora più vivibile, più accogliente e accettabile. Grandi opere di cui godono probabilmente gli stessi che comprano nel locale rivenditore di Porche e Jaguar, case automobilistiche che vantano l’apertura nella capitale angolana di due enormi saloni.
Ma a cosa servono le palme a chi vive in baracche senz’acqua e senza luce, indossa indumenti bucati, ciabattine usate e fa niente se hanno fiocchi e strass anche se chi le usa è un giovanotto muscoloso?

Le scuole, chiuse da più di un mese, hanno aule affollate da una media di 50/70 alunni alla volta e ce ne sono che vanno nel tardo pomeriggio perché le si frequenta su tre turni non essendocene abbastanza.

La famosa città satellite di Kilamba, finita agli onori delle cronache perchè ritenuta “fantasma”, ora fantasma non lo è più, ma non ha contribuito a risolvere il problema abitativo di decine di migliaia di abitanti di Luanda che quelle case, messe in vendita per una cifra che vai dagli 80.000 ai 200.000 dollari non possono permettersi. Con lo stipendio base che non supera i 200 dollari nessuna Banca è disposta a rilasciare un mutuo.  Così chi ha i soldi continua ad averli e chi non li ha resta dov’è malgrado tutte le inaugurazioni del partito del presidente.

Al-Jazeera aggiunge che, secondo l’UNICEF, l’87% degli angolani che risiede in città vive nelle baraccopoli, spesso senza accesso ad acqua potabile o a servizi di base. La maggioranza della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. E questo nonostante dalla fine della guerra civile, nel 2002, l’Angola sia stata l’economia a più rapida crescita al mondo (con una media del 17% annuo nel periodo 2002-08) ed oggi è il secondo produttore di petrolio nell’Africa subsahariana, alimentando un boom edilizio che ha fatto la fortuna delle compagnie cinesi appaltatrici, ma non certo del popolo angolano.
Peraltro i cinesi, che in Angola sono diversi milioni, dal Paese importano petrolio e in cambio esportano criminalità, come dimostra il recente arresto di una pericolosa gang a Luanda.
Al di là della crescita in doppia cifra, la mancanza di educazione e sanità per la popolazione e la corruzione dilagante nell’amministrazione impediscono alla maggioranza della popolazione di tirarsi fuori dalla miseria. Pertanto, argomenta la BBC, l‘Angola non può ritenersi un modello di sviluppo.

Una realtà che la martellante propaganda di regime non è in grado di occultare. Nei giorni precedenti al voto, nelle strade di Luanda si sono visti in giro supporters del presidente con cartelli che lo definivano “l’architetto della pace”. Ma da mesi si verificano proteste contro una gestione del potere che non ha saputo garantire un’equa redistribuzione delle rendite petrolifere.
Il calo di consensi del MPLA è principalmente dovuto alla delusione dei tantissimi giovani, molti dei quali il 31 agosto hanno votato per la prima volta, che sono stanchi di un presente fatto di povertà e mancanza di prospettive, mentre il presidente e la sua famiglia ostentano lusso e ricchezze – si veda, ultimamente, lo sfarzoso matrimonio tra una delle sue figlie e un magnate portoghese.
Per Dos Santos non è l’unico problema: a molti, nel suo partito, non è piaciuto il cosiddetto “ticket presidenziale”, ossia la scelta del presidente di proporre Manuel Vicente, ex amministratore delegato della compagnia petrolifera statale Sonangol per la vicepresidenza, a scapito di molti fedeli alleati e alttri potenti membri del MPLA che ambivano allo stesso ruolo.

Questo reportage prodotto da France24 parla dell’escalation di scontri in corso nel Sud della Libia tra la tribù Tubu e le altre fazioni confinanti.
Popolazione nera, tenuta ai margini sotto il regime di Gheddafi – che loro hanno contribuito a rovesciare -, i Tubu sono coinvolti in continui incidenti contro i vicini arabi, a cui sono sempre stati ostili, per mantenere il controllo delle regioni  al confine con Ciad e Niger. Aree ricche sia di acqua che di petrolio e crocevia dei traffici, di armi, droga e clandestini.
Testimoni parlano di bombardamenti nelle città di Sabha, Kufra e Tayun. A Sabha, dove i combattimenti hanno provocato 50 morti tra marzo e aprile, la differenza tra i quartieri arabi e quelli Tubu è evidente: i primi ostentano palazzi moderni; i secondi, case di mattoni. Segno tangibile delle discriminazioni vissute al tempo di Gheddafi.
Attualmente le milizie Tubu sono suddivise in sette brigate, non ancora integrate nell’esercito nazionale – come quasi tute le altre fazioni. Molti di loro si dicono disposti a collaborare con le autorità di Tripoli nella costruzione della nuova Libia post-Gheddafi, pretendono garanzie certe sulla tutela dei propri diritti. Al momento, le armi sono l’unico strumento di pressione disponibile, e certamente il più efficace.

Lasciando il Sud, si segnalano scontri anche ad Ovest, nella città di Zintan, dove in metà giugno il CNT ha inviato delle truppe dopo una settimana di scontri tra le forze locali e quelle lealiste di Gheddafi.

Uno scenario non proprio incoraggiante in vista delle elezioni politiche del 7 luglio, le prime nella storia del Paese. Per una panoramica su numeri e forze in campo, si veda qui.

Per avere un’impressione a caldo sulle presidenziali egiziane riporto questa breve ma esauriente analisi di Lorenzo Declich su In30secondi (i corsivi sono miei):

Il 10 maggio scorso si era tenuto negli studi di una televisione privata egiziana un dibattito televisivo “all’americana” fra “i due candidati alla presidenza”: Amr Moussa e Abu el-Futuh.
La notizia aveva generato qualche commento, i più consideravano la cosa come un segno positivo, emblematico del nuovo cammino intrapreso dall’Egitto verso la democrazia. Corradino Mineo, su Rainews24, aveva anche notato che il dibattito sembrava molto “americano” e poco “europeo”.
In pochi oggi riflettono sul fatto che  i due protagonisti del dibattito, nell’ordine dei più votati, sono risultati rispettivamente quinto e quarto.
E definire una “sorpresa” questo esito elettorale, che vede il reppresentante dei Fratelli Musulmani al primo posto e il “clone” sbiadito di Hosni Mubarak al secondo, in base a quell’evento televisivo sarebbe sviante. Piuttosto è meglio riconoscere che ci si era sbagliati nel considerare Moussa e el-Futuh i “cavalli giusti” in base al fatto che erano apparsi in televisione in un dibattito all’americana.
Evidentemente il meccanismo del consenso, in Egitto, si mette in moto altrove, e la cosa non può destare sorpresa: la democrazia egiziana ancora non esiste, i votanti di questa tornata elettorale –il 43% dei 50 milioni di iscritti alle liste elettorali su 80 milioni cittadini aventi diritto — hanno fatto le loro scelte sapendo che una nuova Costituzione che stabilisce i poteri del Presidente deve essere ancora scritta, e che i militari non se ne sono ancora andati.
Con questo risultato elettorale abbiamo ragione di credere, anzi, che i militari non se ne andranno “in bell’ordine” molto presto.
Occorre però ragionare, anche, sui distacchi fra candidati, introducendo il terzo in fila, Hamdin Sabbahi, esponente “di sinistra” del nasserismo “originario” e vera “sorpresa” di queste elezioni. Fra i tre in cima alla lista passa infatti un intervallo di voti minimo, due o tre punti percentuali (sono tutti fra il 26 e il 23%), il ché ci introduce al tema, delicatissimo, del modo in cui si sono svolte queste elezioni, dei meccanismi di controllo adottati, insomma del timore di brogli elettorali in presenza di quegli elementi, soprattutto quello della “tutela” dei militari, sopra elencati a proposito di “democrazia egiziana”.
Ora c’è chi parla di “worst scenario” (lo scenario peggiore possibile) e, da queste parti, ci sarà certamente chi riterrà “migliore” l’opzione Shafiq (militari) a quella Morsi (Fratelli Musulmani).
A sinista, in Egitto, da qualche giorno era in campo invece il dibattito che si può riassumere con la domanda: “con gli islamisti forse, con i militari mai?”.

E il famoso scrittore Alaa al-Aswani, ieri, chiedeva un sforzo per formare un “fronte nazionale” che, su regole e accordi chiari e pubblici, si opponesse al ritorno, ben orchestrato, del “regime”.
Mentre diversi esponenti della galassia salafita, la grande esclusa da questa consultazione, facevano sapere che appoggeranno il candidato della Fratellanza.
Staremo a vedere: certo il serbatoio di voti degli esclusi alla tornata finale non è indifferente, è intorno al 50% delle preferenze espresse.
Sullo sfondo rimane l’Egitto “profondo” che, insieme ai “puri” della rivoluzione del 25 gennaio, non ha votato.
Se l’indicatore di progresso della democrazia egiziana non era il dibattito televisivo, non lo è neanche questa tornata elettorale.

Il “worst scenario” a cui si accenna è illustrato nei dettagli dal Guardian. Dopo settimane di tensioni e incertezze, afferma il quotidiano, l’Egitto si trova di fronte ad uno scenario da incubo, perché la Fratellanza Musulmana è un’organizzazione fondamentalista mentre Shafiq è un fedelissimo di Mubarak. Insomma, è come se la rivoluzione non ci fosse mai stata – e in effetti è andata così, come ho già avuto modo di spiegare.

Agli occhi dei meno attenti, l’Egitto pareva davvero aver imboccato la strada della democrazia, sia pur con molti barcollamenti ed inciampi. Eppure il dibattito televisivo a cui si accenna sopra, nonché i manifesti che tappezzano le strade, ci hanno suggerito un’immagine fin tropo edulcorata di questa “prima volta” alle urne dei cittadini egiziani. Un quadro ad uso e consumo della stampa occidentale, ma del tutto fuorviante rispetto alla realtà sul campo per due motivi.
Il primo è la disillusione del popolo all’idea di un reale cambiamento. Il New York Times riporta come molti elettori abbiano già annunciato di astenersi al prossimo ballottaggio piuttosto che votare un candidato dall’agenda sociale troppo islamista e un altro proveniente dall’entourage del deposto presidente Mubarak:

For some voters, the bubbling enthusiasm that ushered in the country’s landmark presidential election has given way to anger and apathy since candidates who generated excitement, with charisma or progressive appeals, were eliminated from the race.
Sensing the disillusionment, and the likelihood that many voters could stay home, Mr. Morsi and Mr. Shafik moved Saturday to widen their support, courting disqualified candidates and portraying themselves as more centrist — sometimes by dramatically reversing their previous positions.

Il secondo è che una nuova Costituzione non è ancora stata messa nero su bianco, dunque il nuovo presidente – a prescindere da chi sia – si ritroverà ad essere titolare di poteri vaghi e non ancora definiti, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con il parlamento. In ogni caso, i militari sono sempre lì.
In definitiva, queste elezioni trascinano su di sé un’irremovibile ombra di incertezza. Intanto Sabahi, terzo classificato con un margine di 700.000 voti, ha chiesto il riconteggio.

L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.

Le elezioni in Algeria hanno visto la partecipazione del 42,36%degli aventi diritto. Il Fronte di Liberazione Nazionale, partito al potere dai tempi della guerra d’indipendenza contro la Francia, avrà 220 seggi. Sommati ai 68 conquistati dal Raggruppamento nazionale democratico (il partito nato da una costola del Fln) otteniamo 288 seggi su 462. Non sarà necessario, come in passato, scendere a compromessi con gli islamisti.
A questi ultimi non è riuscita la cavalcata al potere sulla falsariga di quanto abbiamo visto in Tunisia ed Egitto. L’Alleanza verde, formata dal Movimento sociale per la pace (Msp), Ennahda e Islah, ha avuto appena 48 seggi. Nemmeno l’altra lista islamista, Adala del leader radicale Djaballa, che si era staccato da Islah perché non condivideva la scelta di allearsi con il Msp, ha avuto successo, raggiungendo appena i 7 seggi. Il Fronte delle forze socialiste (Ffs), che aveva boicottato due tornate elettorali nel 2007  e2009, ha ottenuto 21 seggi. Sono state elette 144 donne, inferiori alla quota del 30% prevista, comunque superiore al 7% precedente.
Questa attenta analisi sul sito della Treccani, che rivela alcuni importanti retroscena della campagna elettorale dal punto di vista del regime, ci aiuta ad approfondire lo scenario:

Jamal Zenati, dalle pagine del quotidiano el-Watan, ci spiega in maniera piuttosto perentoria come “l’appuntamento del prossimo 10 maggio rappresenti qualcosa di più di una semplice elezione legislativa”. A seguito delle modifiche apportate al testo costituzionale nel 2008 che hanno permesso al presidente della Repubblica algerina di essere eletto per la terza volta, si è creata, secondo Zenati, una spaccatura tra un potere presidenziale sempre più autonomo, ed un parlamento sempre meno protagonista sulla scena politica. Ecco perché, continua l’autore, “le elezioni legislative non rappresentano più un momento di espressione della sovranità popolare”, ma il “preludio ad uno scrutinio presidenziale”. … Ad avvalorare questa lettura un articolo di Ghania Oukazi apparso sul Quotidien d’Oran. Oggetto dell’analisi la battaglia tutta interna all’ex-partito unico algerino, il FLN (Fronte di liberazione nazionale – Jabha al-tahrîr al-watanî), nella quale sembra evidente agli occhi di Oukazi la longa manus del Presidente Bouteflika, che è riuscito a ridefinire gli equilibri interni al proprio partito in modo da mantenerne il controllo.

L’Alleanza Verde ha subito parlato di brogli, nonostante la presenza di 500 osservatori internazionali. In effetti in Africa – e nei Paesi in via di sviluppo in generale – la denuncia di irregolarità da parte della fazione perdente è consuetudine, ma le previsioni parlavano di un testa a testa tra FLN e islamisti. E i toni entusiasti con i quali i commentatori locali hanno celebrato la partecipazione, la regolarità delle operazioni e (soprattutto) il consenso intorno al presidente Bouteflika suonano quanto meno sospetti. In ogni caso, dopo il voto si apre la sfida delle riforme - ammesso che il governo abbia davvero la volontà di attuarle.

Per comprendere il contesto particolare in cui l’Algeria è inserita, bisogna riflettere su alcuni punti.
In generale, gli esperti hanno evidenziato come la “primavera araba” sembra aver toccato solo superficialmente l’Algeria. Per la verità qui le rivolte erano scoppiate già nel novembre 2010 (dunque oltre un mese prima dell’immolazione di Mohamed Bouazizi), nelle regioni interne del Paese, per arrivare poi ad Algeri nel gennaio successivo. La concomitanza con i moti in corso in Tunisia ha fatto sì che l’opinione pubblica internazionale aprisse gli occhi solo in quel momento. Le ragioni dell’insurrezione erano legate a questioni prettamente sociali, piuttosto che politiche: il rincaro dei beni di prima necessità – farina, riso, olio e latte – dovuto alla riduzione delle sovvenzioni statali, aveva aggravato le già difficili condizioni di vita della popolazione, ancora scottata dalla precedente ondata inflattiva del 2008 (l’anno dei 31.500 migranti a Lampedusa). Ancora oggi l’autosufficienza alimentare è un miraggio e i prodotti di consumo restano legati all’importazione, dal momento che il comparto interno non è considerato una priorità.
Oltre alla crisi alimentare, a mortificare le speranze dei giovani algerini c’è la mancanza di lavoro. Grazie alle sue notevoli riserve di idrocarburi, l’Algeria è il secondo paese più ricco d’Africa, alle spalle del Sudafrica. Una ricchezza che ha permesso al Paese di estinguere il proprio debito estero, ma non di risollevare le condizioni di vita della popolazione, posto che essa non viene ridistribuita secondo criteri di equità o di necessità. La rendita serve di fatto ad alimentare il sistema di potere, ossia Bouteflika e la sua cricca. Inoltre il settore energetico, il quale genera enormi profitti ma richiede al contempo poderosi investimenti, non garantisce ricadute altrettanto positive sul piano occupazionale. Non c’è da stupirsi che il 40% dei giovani sotto i trent’anni sia ancora disoccupato, nonostante gli ambiziosi piani di sviluppo del settore, coronati dall’annuncio di nuove raffinerie. Ciò di cui davvero il Paese necessita è un programma che punti alla crescita di un’economia diversificata.
Eppure l’abbozzo di “primavera sociale” del 2010-2011 non si è tradotto in rivoluzione, come è invece avvenuto in Egitto e nella vicina Tunisia. È come se gli algerini abbiano preferito non alzare il livello dello scontro, lasciando che la protesta si spegnesse.
L’Algeria ha un background politica distinto rispetto, ad esempio, a quello dell’Egitto. Un aspetto a volte sottovalutato nelle analisi che leggiamo sul tema e che include gli incipit di rivolta del 1988 e del 1992, per proseguire con la drammatica guerra civile degli anni Novanta.  Linkiesta ripercorre queste fasi:

Il 5 ottobre 1988 è la data da cui partire per comprendere il passato, il presente ma soprattutto il futuro dell’Algeria … Quell’ottobre di 24 anni fa, il Paese nord africano conobbe una Primavera araba “ante litteram” quando migliaia di giovani ma non solo, stanchi di un trentennio di partito unico caratterizzato inizialmente da una sbornia socialista e da una mala gestione e corruzione in seguito, scesero in strada assaltando uffici e ministeri, dando alle fiamme i simboli dello stato. La risposta non si fece attendere: l’esercito uscì dalle caserme e aprì il fuoco contro i dimostranti, uccidendone almeno 169 e ferendone migliaia (qualcuno avanza il numero di 500 morti). Il regime algerino (contrariamente a quanto accaduto lo scorso anno in molti Paesi arabi) aveva subito intuito che in uno scontro sarebbe stato spazzato via. Così nel febbraio del 1989 offrì molte concessioni, con l’abrogazione della costituzione, l’instaurazione del multipartitismo, la nascita della prima stampa araba indipendente, ma soprattutto l’apertura all’economia di mercato.
Il sogno di una profonda riforma democratica del sistema svanì però in meno di 4 anni. Dopo aver stravinto le elezioni Locali del giugno 1990 (prime elezioni libere nel Paese) il Fronte islamico della salvezza, guidato da Abbas Madani e Ali Belhaj, si ripete nel dicembre del 1991 vincendo nel primo turno delle legislative l’82% dei seggi.
Ed eccoci alla seconda data che sarà fatale per l’apertura democratica ma non solo. Sarà il bivio che stravolgerà per 17 anni la storia recente dell’Algeria. L’11 gennaio del 1992 l’esercito costringe l’allora Presidente Chadli Benjadid a dimettersi interrompendo il processo elettorale. Le assemblee comunali dove ha vinto il Fis vengono sciolte, gli eletti e i militanti arrestati e spediti nei campi allestiti nel deserto del Sahara. Qui inizia l’incubo algerino, un bagno di sangue collettivo (la tragedia nazionale) costato la vita ad oltre 250mila persone con migliaia di dispersi, da cui la società fatica ancora a riprendersi.

Gran parte delle narrazioni sugli eventi che hanno avuto luogo nel mondo arabo si concentrano su elementi simbolici come la folla di Tahrir, il martellamento dei social network, Il sacrificio di Mohamed Bouazizi. Tutti fattori che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel successo delle rivoluzioni in Tunisia ed Egitto in virtù del proprio richiamo all’aggregazione e alla partecipazione popolare, che hanno costretto i regimi a reagire e poi a mollare. In Algeria tutto questo non c’è stato, complici un’opposizione miseramente frammentata, in cui gli islamisti non sono una forza preponderante, e un regime costituito da strateghi politici molto furbi e tattici. In compenso c’è una memoria collettiva ancora profondamente segnata dalla guerra civile.
Emblematica questa (amara) conclusione su In 30 secondi, al termine di un’esauriente disamina sul risultato elettorale:

Qualcuno penserà che dobbiamo accontentarci. Gli “islamisti” hanno perso e tutto sommato le elezioni sono regolari.
Ci sono donne in parlamento, almeno.
Ma, appunto, è una vera mascherata che accontenta tutti tranne la stragrande maggioranza degli algerini, che rimangono lì, relegati sullo sfondo, come i selvaggi in un quadro orientalista, mentre all’unanimità il mondo plaude al regime mafioso e sanguinario di Bouteflika.
Il mondo sta dicendo loro che la cosiddetta “primavera araba” è stata un incidente, non un complotto.

Grafico tratto dall'Economist

E’ ancora presto per proclamare Francois Hollande come nuovo presidente di Francia. In attesa del 6 maggio, quando si conoscerà il nome del prossimo inquilino dell’Eliseo, adesso le luci della ribalta sono tutte per Marine Le Pen, elevata dai media  a vincitrice morale delle elezioni.
A conti fatti, la vittoria di Hollande era prevedibile. Una così ampia affermazione dell’estrema destra, no.
Ciò su cui gli analisti farebbero meglio ad interrogarsi non è tanto verso quale candidato deciderà di indirizzare il proprio bacino di voti (qui un sondaggio presso i suoi elettori: 40% Sarkozy, 27% Hollande e 33% astenuti), quanto piuttosto come mai così tanti francesi abbiano scelto di votare per lei. Il 17,9% dei voti per Le Pen in Francia, assieme alla caduta del governo in Olanda (dove il partito antiislamista di Geert Wilders vanta 24 seggi su 150 in parlamento) rappresentano l’ultimo capitolo di una crescita progressiva e inarrestabile delle forze politiche di destra xenofobe e in molti casi apertamente antieuropeiste.
Anche se può apparire semplicistico, il legame tra la risposta europea alla crisi – caratterizzata da un’eccessiva austerità che sta spingendo il continente verso la recessione – e l’ascesa dei populismi di destra è più che tangibile. Dal 2008 i governi europei hanno mostrato attenzione più per le banche, principali responsabili della crisi, che per i popoli, principali vittime. Normale, dunque, che la gente sia diventata più sensibile ai messaggi semplici e di primo acchito maggiormente vicini ai loro desideri: no austerity, no euro, no immigrazione. Come se la ricetta magica per la ripresa fosse tutta lì. Non è un caso che il 30% dei voti degli operai sia andato alla bionda avvocatessa del Fronte Nationale, mentre solo il 12% ha votato per il candidato dell’estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon. Le classi povere sono sempre più povere, quelle più ricche sempre più ricche e quella media si sta assottigliando sempre di più, trascinando verso il basso chi finora si era sentito al sicuro. Normale  - e preoccupante – assistere al riemergere dei nazionalismi. Fenomeno sul quale diversi studi avevano già lanciato l’allarme.

Passando a Sarkozy, probabilmente, diventerà il secondo presidente  in 50 anni di storia della Quinta Repubblica francese (dopo Valéry Giscard d’Estaing nel 1981) a non essere rieletto per un secondo mandato. Non tanto a causa delle sue gaffes imbarazzanti. Ad alienargli le simpatie di quello stesso elettorato che lo aveva acclamato nel 2007 è stato il suo stile, impetuoso, autoritario e irascibile, messo in risalto dagli scarsi risultati ottenuti nel quinquennio del suo mandato. Più volte ha annunciato grandi provvedimenti (talvolta senza neppure consultare il governo) per poi rimangiarsi tutto il giorno dopo. E’ stato invischiato in situazioni inopportune (come la tentata nomina di un figlio alla presidenza di un’agenzia pubblica) se non addirittura gravi e compromettenti (come la vicenda dei finanziamenti occulti alla sua campagna). Aveva sobillato il popolo dietro lo slogan lavorare di più per guadagnare di più. Invece ha tagliato le tasse ai ricchi, ha aumentato l’età pensionabile e non è riuscito a contenere un tasso di disoccupazione ormai al 10%, più alto che nelle altre economie più avanzate dell’Eurozona. Dimenticato qualcosa^ Ah, già: la tripla A persa in estate. In politica estera è stato il principale artefice di quella guerra in Libia le cui ripercussioni stanno mettendo a rischio la stabilità dell’intera regione sahariana.

Probabilmente gli elettori hanno votato Hollande più per punire il presidente in carica che per premiare il candidato socialista (qui un profilo su IlSole24ore). E l’evidente frammentazione delle intenzioni di voto - il centrista Bayrou, solo quinto classificato, ha preso ben il 9% – testimonia il clima di incertezza che domina la politica (non solo francese) in questo periodo.
Sullo sfondo ci sono i mercati, ai quali la designazione di Hollande (il quale è favorevole alla riforma del Fiscal Compact)  pare proprio non essere piaciuta.

1. I delicati sviluppi della fase post rivoluzionaria in Egitto disorientano tanto gli osservatori esterni quanto i suoi stessi cittadini. Innanzitutto, era prevista una multa di 500 lire egiziane (circa la metà di uno stipendio medio) per i non votanti, per cui l’entusiasmo per la grandiosa partecipazione di un popolo che di fatto tornava al voto dopo trent’anni di regime va ridimensionato.
In breve, il primo turno è stato vinto dai partiti islamici: il Partito di Libertà e Giustizia (ossia i Fratelli musulmani), ha ottenuto oltre il 40%; il Partito Al-Nour (salafiti) il 20% e il Partito Al-Wasat (Movimento Islamico) circa il 6%.
Quanto ai partiti tradizionali, Al-Wafd è quarto. Altre forze variano dal 2% all’1%. Alcuni addirittura sono addirittura allo 0%.
Se i Fratelli Musulmani (40-45%) si alleassero con il raggruppamento salafita (20%), l’Islam politico si troverebbe a dominare la Camera bassa egiziana. Ufficialmente gli stessi Fratelli Musulmani hanno escluso un tale scenario, ma il movimento non è nuovo a rimangiarsi la parola data. Non dimentichiamoci che si è presentato nel 77% dei seggi nonostante la formale promessa di limitarsi a meno della metà per placare i timori dell’opposizione laica.
Un’analisi a caldo delle elezioni è offerta da In 30 secondi (qui e qui). Medarabnews afferma che il problema della transizione egiziana non sta nella volontà di partecipazione democratica dei cittadini egiziani, ma nello scontro per il potere in atto tra la giunta militare e le principali forze politiche del Paese.
I principali attori politici hanno dimostrato di anteporre spesso i propri interessi a quello generale. A beneficiarne è stata proprio la giunta, la quale ha mantenuto il potere gestendo a proprio vantaggio le rivalità e le fratture esistenti nel panorama politico e nella società egiziana. I militari peraltro controllano ampi settori dell’economia nazionale, sia nell’industria che nell’agricoltura. Settori che in gran parte risparmiati dalla liberalizzazione economica.
Tirando le somme, gli scontri e le tensioni che hanno preceduto l’apertura delle urne,il controverso e ingarbugliato sistema elettorale e l’ormai evidente riluttanza dell’esercito a porsi sotto il controllo di un governo democraticamente eletto, non possono che raffreddare le speranze in un’evoluzione democratica del Paese.

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Sembra passato un secolo da quando l’Europa intera invidiava la Spagna. Fino al 2007 Madrid ha viaggiato col vento in poppa, al punto che molti la vedevano in lizza per sottrarre a Berlino la patente di locomotiva d’Europa.
Oggi, invece, la Spagna rappresenta l’ultima lettera di quel gramo acronimo PIIGS con cui il Financial Times ha apostrofato gli anelli deboli della catena dell’euro. Dimenticando che per oltre un decennio la Spagna era stata al centro della scena economica europea.
I dati dell’INE (Istituto Nacional de Estatistica) parlano di una crescita mai inferiore al 3% nel periodo compreso tra il 1995 e il 2008, con punte del 5%. In questo arco temporale il PIL spagnolo è più che raddoppiato, passando da 447 miliardi di euro a 1000 miliardi. Il PIL pro capite era balzato dal 93% della media europea del 1997 al 105% del 2007, mentre quello italiano, tanto per fare un paragone, era precipitato dal 109% al 103,5%. Nel 2007 la disoccupazione aveva toccato il suo minimo storico all’8%, poco più di un terzo rispetto alla metà degli anni Novanta. Una crescita di cui hanno beneficiato anche le entrate statali, passate dai 90 miliardi di euro del 1997 agli oltre 200 miliardi del 2007.
Un boom economico che ha comportato un notevole afflusso di immigrati, cresciuti di quasi 5 milioni negli ultimi dieci anni. Al punto che la quasi totalità (98%) dell’incremento demografico avuto in tale periodo è ascrivile ai flussi migratori.
La Spagna aveva ottime ragioni per vantarsi di tale sviluppo. A differenza delle economie di carta di Islanda e e Irlanda, cadute dalle stelle alle stalle in seguito al collasso dei rispettivi settori bancari, il miracolo spagnolo era fondato su basi reali. La Spagna ha fatto passi da gigante in tutti i principali settori strategici: trasporti, comunicazioni, energia. Un progresso compiuto anche grazie ad un coscienzioso uso dei fondi strutturali europei, che dal 1987 (anno di ingresso nella CEE) al 2007 ha portato nelle casse di Madrid, in media, 6 miliardi di euro all’anno (circa un quarto di tutti i fondi europei di sviluppo). Grazie a tale sostegno il Paese ha realizzato grandiosi investimenti in infrastrutture. Oggi la Spagna può giovarsi di oltre 2.500 km di ferrovie ad alta velocità e oltre 13.000 km di autostrade, il doppio rispetto all’Italia. Negli ultimi trent’anni le utenze telefoniche sono triplicate, passando da 6 milioni a 18 milioni. La rete degli oleodotti è più che raddoppiata, passando da 1.300 km nel 1980 ai 4.000 km odierni; quella dei gasdotti, inesistente negli anni Settanta, si estende oggi per 27.000 km.

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È un’ipocrisia tipicamente occidentale: salutare (a parole) le elezioni nei Paesi arabi come l’inizio di una vera democrazia, salvo poi incrociare le dita nella speranza che non siano i movimenti islamisti a vincerle. Cosa peraltro scontata, in una regione senza alcuna esperienza di pluripartitismo e dove la Fratellanza Musulmana è forse l’unica istituzione che funziona. Per questo la vittoria degli islamisti di al-Nahdha (Movimento della Rinascita, erroneamente traslitterato Ennahda qui in Occidente) nelle prime elezioni libere in Tunisia è stata accolto dai media internazionali con mal celata preoccupazione.
Sintetizzando, i laici del Partito Democratico Progressista, considerati gli antagonisti naturali di al-Nahdha, sono stati i grandi sconfitti, assieme al Polo Democratico Modernista. Ha fatto meglio il movimento di centrosinistra Ettakatol, ma la vera sorpresa è venuta dal Congresso per la Repubblica di Mouncef Marzouki, storico avversario del deposto Ben Alì.

Secondo gli osservatori internazionali le operazioni di voto si sono svolte in piena correttezza e senza disordini. Ma non tutto è andato secondo copione. La parità uomo-donna nelle candidature per l’Assemblea Costituente, che ha formalmente posto la Tunisia all’avanguardia mondiale sulla questione delle pari opportunità, non era che uno specchio per le allodole. Vista la polverizzazione delle formazioni (più di un centinaio) in lizza, ad essere eletti saranno verosimilmente solo i capolista, che al 94% sono uomini, con buona pace dei sostenitori delle quote rosa.
Ad ogni modo, non c’è da stupirsi della sconfitta dei laici. I movimenti che affermano di rappresentarli mancano della capacità organizzativa di al-Nahdha. Inoltre, la strategia della contrapposizione laici-islamisti si è rivelata un boomerang, poiché la demonizzazione dell’avversario ha avuto il duplice effetto di mobilitare la reazione popolare in favore di quest’ultimo, nonché di compattarne un fronte interno tutt’altro che omogeneo.

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