Afghanistan, si fa presto a dire democrazia

Sabato 5 aprile si è votato in Afghanistan per eleggere il nuovo presidente che andrà a sostituire Hamid Karzai, eletto per la prima volta nel 2004 ma di fatto in carica dalla fine del 2001, dopo la caduta del regime dei talebani. La partecipazione al voto è stata molto bassa nelle zone rurali, dominate dai talebani. C’è stata una grande affluenza, invece, nelle città, dove gli aventi diritto si sono recati in massa alle urne, tanto che molti seggi hanno dovuto essere urgentemente riforniti di schede vista l’insufficienza di quelle già predisposte.

La grande attesa che circonda le elezioni presidenziali afghane è dovuta principalmente al fatto che si tratterà del primo esperimento di passaggio dei poteri da un presidente all’altro tramite elezioni.  Le presidenziali in Afghanistan sono considerate tra le elezioni più importanti del 2014: il loro esito non è importante solo per la politica afghana, ma anche per gli effetti che potrebbero prodursi sui soldati statunitensi ancora sul territorio afghano – che dovrebbero completare il ritiro entro la fine dell’anno – e più in generale su alcuni temi di importanza mondiale, come la lotta al terrorismo. 

Se paragonate a quelle del 2009, queste elezioni sono state un successo. Tuttavia si è votato in un clima di alta tensione, dovuto all’omicidio della fotografa tedesca Anja Niederghaus, già Premio Pulitzer, e alle minacce dei talebani. In tutto il paese si sono verificati episodi di violenza: un seggio su dieci non è stato aperto per motivi di sicurezza, nonostante fossero stati dispiegati circa 200 mila soldati per garantire la regolarità delle operazioni. Inoltre sono già 162 i ricorsi presentati per denunciare varie irregolarità nello svolgimento delle votazioni: riguardano il mancato accesso ai seggi, la mancanza di schede, l’esistenza di schede false e anche la denuncia di pressioni operate dai leader politici locali. In realtà le denunce di irregolarità sono state oltre mille. Continua a leggere

Francia, la facile retorica e il vuoto della sinistra dietro il successo del Front National

Il 30 marzo era una data cerchiata di rosso dalle cancellerie europee: quella delle elezioni locali in Francia. I cui risultati (crescita dell’astensione e una netta “vittoria” del Front National), pur largamente prevedibili, non hanno mancato di provocare turbamenti sia in Europa che nella sinistra francese. Eppure, non si tratta che di un primo modesto assaggio di quello che succederà a maggio, in occasione delle elezioni europee, quando gli strilli delle sirene antifasciste si leveranno più acuti che mai.

“Un terremoto politico”: la Francia si è svegliata con le stesse parole che furono pronunciate da Lionel Jospin nel 2002 quando l’allora capo del Partito Socialista fu buttato fuori al primo turno dal fondatore del Front National Jean-Marie Le Pen, padre di Marine. A livello nazionale infatti il Front National ha raccolto quasi un milione di voti e a livello nazionale potrà essere presente nel 6% dei comuni con più di 1.000 abitanti, un risultato sei volte superiore a quello delle municipali del 2008. Se si pensa poi che alle ultime elezioni amministrative del 2008 il partito di Marine Le Pen aveva collezionato su scala nazionale un misero 0,93% al primo turno e addirittura uno 0,28% al secondo turno con l’elezione di solo 60 consiglieri municipali, la differenza con quanto accade oggi è abissale. E il terremoto, alla fine, c’è stato davvero: il presidente François Hollande ha deciso di annunciare la nomina del più telegenico Manuel Valls alla guida del governo francese. Il primo ministro Jean-Marc Ayrault e il suo esecutivo hanno rassegnato le dimissioni e l’ex ministro dell’Interno è stato scelto dal capo dello Stato come nuovo premier.

La presidenza Hollande è in piena crisi e la bilancia politica si sta spostando oramai a destra dove trionfa il populismo, la xenofobia e l’antieuropeismo. E come sempre accade in periodi di crisi e di transizione, il Front National emerge prepotentemente, raccoglie consensi e incarna il voto di protesta. In un sondaggio di Le Monde di metà febbraio, il 34% dei francesi aderiva alle idee del Front National. Ma c’è davvero di che preoccuparsi? Continua a leggere

In America le ideologie lasciano il posto alla richiesta di equità

L’elezione di Bill De Blasio a sindaco di New York ha avuto un grande risalto nel nostro Paese, non fosse altro perché il neo primo cittadino della Grande Mela vanta origini campaneIl vero elemento su cui riflettere, che ci offre un’idea su come gli Usa stiano cambiando, è invece un altro, e per inquadrarlo occorre dare uno sguardo anche alle due altre concomitanti elezioni in New Jersey e Virginia.
Secondo Enrico Beltramini su Limes:

I risultati delle elezioni parziali di ieri a New York, New Jersey (NJ) e Virginia rappresentano un rompicapo per gli analisti. Hanno vinto i democratici (Terry McAuliffe e Bill De Blasio) e i repubblicani (Chris Christie), i radicali (De Blasio) e i moderati (McAuliffe e Christie), gli outsider (De Blasio) e gli incumbent (Christie): è difficile trovare un filo rosso che leghi tra loro eventi così diversi e tra loro distanti.

Il dato politico di questi tre eventi elettorali mostrano un’America (o almeno una sua parte) preoccupata del crescente problema della diseguaglianza socioeconomicaLinkiesta approfondisce questo aspetto, mettendo a confronto i rispettivi contesti in cui queste elezioni hanno avuto luogo:

Il più significativo dei tre eventi elettorali è forse la vittoria a New York del 52 enne De Blasio con il 68 per cento delle preferenze e un margine di quasi quaranta punti sul suo avversario repubblicano Joseph J. Lhota la cui piattaforma elettorale si è basata su un messaggio di continuità pro-business con il predecessore Michael Bloomberg.

Sotto Bloomberg i livelli di diseguaglianza tra i cittadini più abbienti e quelli più poveri sono cresciuti di diversi punti percentuali e il numero di residenti in città sotto la soglia di povertà, secondo gli ultimi dati del censimento del 2012, è salito a 21.2 rispetto al 20.1 per cento di due anni prima portando il totale di persone sotto la soglia di povertà a 1.7 milioni. Non a caso De Blasio si è inserito nella corsa elettorale con il titolo del libro di Dickens A Tale of Two Cities (“Racconto di Due Città”). Queste sono la “New York reale” e “la New York della Finanza”. Mentre la seconda non ha bisogno di molte spiegazioni, la prima è la città dove il reddito medio delle famiglie è sceso dai $54,695 nel 2008 ai $50,895 attuali, dove il 14 per cento delle persone non ha copertura sanitaria, il 50 per cento di chi ha una casa spende il 30 per cento circa del proprio reddito su mutuo o affitto e il 21 per cento delle persone non arriverebbe a fine mese se non fosse per i food stamps, aiuti del governo che permettono di comprare beni di prima necessità.

Questa narrativa deve molto a quella di Occupy Wall Street e il suo slogan di un 99% opposto all’1%; e non a caso De Blasio ha difeso il movimento in diverse occasione e condivide alcuni suoi elementi di fondo: lotta alla crescente diseguaglianza e un incremento delle tassazione per chi guadagna di più, in questo caso per tutti coloro il cui reddito è superiore ai 500 mila dollari.

Appena al di là del fiume Hudson [New Jersey, n.d.a.] ha vinto invece Chris Christie, un personaggio del tutto diverso da De Blasio, ma pur sempre importante per captare l’umore dell’America di oggi. Il suo stampo politico pragmatico al di là delle narrazioni ideologiche ha attratto una base elettorale aliena al partito repubblicano di oggi: afro-americani, giovani, membri delle minoranza e donne.

Il successo di Christie (le percentuali finali sono state di 60 a 39) deriva in parte dalla sua gestione durante la crisi dell’urgano Sandy. In un momento in cui il partito repubblicano – guidato più dall’odio verso il Presidente che da una visione di lungo periodo – rifiutava qualsiasi compromesso sul debito, Christie si è lanciato anima e corpo nell’aiutare il titolare della Casa Bianca ed ha elogiato più volte il suo managment della crisi Sandy. Atteggiamento simile Christie lo ha mantenuto durante la battaglia sullo shutdown. In quei giorni il governatore ha duramente criticato il suo partito e definito «come un assoluto disastro» il risultato ottenuto con la strategia di ostruzionismo ad ogni costo.

Nelle stesse ore, appena più a sud, in Virginia, uno degli swing state più importanti, il candidato dei repubblicani Ken Cuccinelli ha perso di due punti percentuali contro il candidato dem Terry McAuliffe il cui messaggio elettorale è stato fortemente a favore del matrimonio gay, dell’aborto e della restrizioni sul possesso di armi da fuoco. Ma ciò che ha sorpreso di più numerosi osservatori è il cambiamento di uno stato il cui voto pende spesso in favore dei repubblicani e che il Gop pensava di poter conquistare con Cucinelli, politico vicino al Tea Party il cui principale messaggio elettorale è stato contro l’aborto, contro il matrimonio gay e a sostengo di Ted Cruz, il senatore del Texas responsabile dello shutdown dello scorso mese. Non solo. Cucinelli, il primo procuratore a contestare per vie legali Obamacare, ha improntato la sua narrazione elettorale sulla promessa di non far approvare la riforma della sanità del presidente nello stato, un messaggio che secondo i primi exit-poll ha poco interessato gli elettori e dovrebbe dunque far riflettere i repubblicani non solo in Virginia ma anche nel resto degli Stati Uniti.

Dalle urne è così emersa la realtà di un Paese stanco della retorica, delle contrapposizioni meramente ideologiche e delle estenuanti divisioni che non più tardi di un mese fa avevano portato allo shutdown del governo federale. Accantonata la logica degli schieramenti, il filo conduttore delle tre elezioni in esame è il desiderio di maggiore equità sociale. Aspetto su cui i due opposti partiti, ma in particolar modo quello repubblicano, dovranno riflettere in vista delle elezioni di midterm del prossimo anno.

Azerbaijan e Kazakistan, per l’Europa l’energia conta più della democrazia

Mercoledì 9 ottobre Ilham Aliyev è stato rieletto per la terza volta presidente dell’Azerbaijan con l’84,5% dei voti. Il principale sfidante, Jamil Hasanli, ha ottenuto solo il 5,5% e ha denunciato massicce violazioni in tutto il paese durante la campagna elettorale e il voto.

Per la maggior parte degli azeri è stato un giorno come tutti gli altri, dato che i più avevano già smesso di credere che sia possibile avere elezioni libere ed eque. Tra gli elettori sembrava esserci voglia di cambiamento, ma in pochi credevano che questo fosse possibile. Ed ecco allora le due facce della medaglia: da un lato, la notorietà di Aliyev e l’impopolarità degli altri 9 candidati assicura una scontata vittoria all’attuale presidente; dall’altro, astensionismo, denunce di brogli e mobilitazioni degli attivisti all’estero testimoniano un dissenso comunque diffuso. in particolare l’elevato numero di denunce di irregolarità presentate, soprattutto online, dai cittadini azeri sono state la vera novità di queste elezioni.

Nonostante ciò, gli osservatori internazionali sono divisi: per l’OSCE le elezioni sono state macchiate dai brogli, per l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è invece tutto a posto. La ragione prova a spiegarla l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il forte contrasto che emerge tra questi rapporti di monitoraggio internazionali lascia perplessi e ci si chiede se tutto questo sia l’effetto della cosiddetta diplomazia del caviale, che ha spinto a lasciare indifferenti rispetto al processo di costruzione democratica del Paese.

Un rapporto pubblicato nel 2012 dall’ESI e titolato “La diplomazia del caviale: come l’Azerbaijan ha silenziato il Consiglio d’Europa” descrive dettagliatamente questa “diplomazia del caviale” evidenziando anche chi, in seno all’Assembla parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sia “caduto” sotto l’incantesimo.

Prima che si tenessero le elezioni erano usciti numerosi articoli in cui si anticipavano di fatto i risultati. Ma si è andati ben oltre. La sera prima delle elezioni infatti, chi ha scaricato una App appositamente realizzata dalla Commissione elettorale centrale per diffondere i risultati elettorali, si è ritrovato già i nomi dei candidati con i rispettivi risultati ottenuti. La Commissione si è affrettata a intervenire, affermando si fosse verificato un disguido meramente tecnico, ma sulla credibilità della giornata elettorale è stato messo un grande punto interrogativo.

Ho già spiegato in passato che il futuro energetico dell’Europa dipende dall’Azerbaijan. Non c’è da stupirsi che Unione Europea e Stati Uniti abbiano promosso le elezioni presidenziali azere senza dar peso alle denunce di brogli: Il gas, il petrolio e la posizione strategica di Baku sono più importanti dei principî. Già l’Eurovision 2012 ci aveva dimostrato come  i soldi del petrolio bastino a tenere lontane le critiche.

All’Occidente va bene così, dato che non c’è niente che assicuri stabilità degli investimenti esteri più una dittatura. Secondo Limes:

L’Azerbaigian dispone di riserve di petrolio per 7 miliardi di barili e di circa altri 18 miliardi recuperabili. Per il gas si parla di 1,3 trilioni di metri cubi di riserve provate e di 4,4 trilioni recuperabili. Ma oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore alle disponibilità dei principali paesi esportatori mondiali, è soprattutto la sua posizione strategica a farne una pedina di primo piano sullo scacchiere energetico a cavallo fra Europa e Mar Caspio.

È infatti nel settore del gas naturale che Baku è destinata a giocare un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni, in concorrenza con quello della Russia. E con l’Europa che prova a smarcarsi da Mosca, l’Azerbaigian sarà un partner chiave anche per l’Italia. Basti pensare alla Tap (la Trans Adriatic Pipeline) che, attraversando prima la Turchia, porterà l’oro azzurro nel vecchio continente a partire dal 2019.

Il progetto della joint venture internazionale - costituita da Socar (20%), BP (20%), Statoil (20%), Fluxys (16%), Total (10%), E.on (9%) e Axpo (5%) – prevede la realizzazione di un gasdotto che dalla Grecia si muoverà verso occidente fino al territorio albanese e quindi al Mare Adriatico. La sezione offshore del metanodotto si irradierà dalla città albanese di Fier oltre l’Adriatico, collegandosi a quella italiana gestita da Snam ReteGas. Nella sua porzione iniziale la Tap risulterà invece interconnesso al Desfa, il sistema di gasdotti greco che, continuando verso oriente, sarà a sua volta connesso alle infrastrutture turche, così da garantire l’accesso dell’intera rete al giacimento di gas naturale azero di Shah Deniz.

Nell’ottica di questo e altri progetti (il primo dei quali è stato lo sfruttamento dei giacimenti offshore caspici di Azeri, Chirag e Guneshli a opera del consorzio Azerbaijan International Oil Company, partecipato dall’azera Socar e da altri gruppi internazionali) risulta chiaro come i rapporti tra Azerbaigian e Occidente saranno sempre più determinati dal fattore energetico.

In questo senso la stabilità assicurata dalla dinastia Aliev rappresenta la base migliore per una fruttuosa cooperazione, peraltro già comprovata, che nel futuro si farà – magari – sempre più stretta.

Un analogo discorso vale per il Kazakistan. Due anni fa scrivevo:

Oggi il Kazakistan è forse il Paese più stabile dell’Asia Centrale. Il 3 aprile il presidente Nursultan Nazarbayev, che guida il Paese dal 1989 in epoca sovietica, è stato rieletto per altri 5 anni con il 95,6% dei voti. Benché l’Ocse abbia denunciato brogli e irregolarità nel voto, in Occidente la rielezione di Nazarbayev è stata salutata con favore. Stabilità politica significa stabilità economica, e gli investitori esteri, che dal 1991 hanno impiegato oltre 120 miliardi di dollari nel Paese centroasiatico, lo sanno bene. Inutile indignarsi per la (consueta) doppia morale delle nostre latitudini.

Il caso Ablyazov ha messo in luce non soltanto l’importanza strategica delle relazioni economiche tra Italia e Kazakistan. ma anche la sudditanza di Roma nei confronti di Astana, capace di violare sia l’art. 10 della Costituzione che le più elementari garanzie del giusto processo pur di non mettere questo legame in discussione.

Perfino l’l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato l’arresto e l’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia di Ablyazov, riscontrando una similitudine con la pratica illegale della extraordinary rendition.

Se però può consolarci, non si tratta di un’esclusiva del Belpaese. Secondo un rapporto di EUobserver, il Kazakistan si avvale nientemeno che dell’Interpol, il corpo di polizia comune con sede a Lione, per perseguitare i dissidenti politici esiliati nei Paesi della UE.
Alla faccia dei principi di libertà e democrazia di cui Bruxelles ama ergersi ad alfiere.

L’Europa pensa alla Germania, Berlino a sé stessa

Per avere un’idea del contesto in cui il recente voto in Germania si è svolto, basta leggere le prime righe di questo articolo su El Pais (via Presseurop):

L’anno politico europeo 2013-2014 si aprirà con le elezioni tedesche del 22 settembre prossimo e si concluderà con le elezioni del Parlamento europeo del 25 maggio 2014. In teoria, le prime dovrebbero passare in secondo piano dietro alle elezioni europee, ma a causa dei paradossi tipici della vita politica europea la situazione si è capovolta: la consultazione elettorale tedesca è ritenuta di importanza cruciale per il futuro dell’Europa, mentre quella europea sarà marginale.

Questa situazione riflette la profonda scissione sulla quale si regge l’Unione europea: se i beni, i servizi, i capitali e le persone circolano liberamente in un territorio vastissimo che si articola attorno a una moneta comune, la struttura politica continua a fare affidamento su una serie di entità nazionali estremamente frammentate, le cui dimensioni e competenze sono assai differenziate.

Mai prima d’ora le elezioni tedesche avevano suscitato tanto interesse nel continente. Analisi più approfondite seguiranno; per adesso limitiamoci ad alcune considerazioni di base.

Merkel ha fatto il vuoto

L’Europa sperava in un pareggio tra Angela Merkel e lo sfidante Peer Steinbrück, e invece la cancelliera uscente ha stravinto – anche qui, come domenica scorsa in Baviera, a spese di tutti gli altri, alleati compresi.
Il risultato era tutto sommato atteso; ora si cerca di capire con chi dividerà il potere Angela III. Con i liberali mestamente fuori dal Bundestag, si dice probabile una nuova Grosse Koalition con i socialdemocratici, o un’alleanza con i Verdi. La SPD è un partito del passato, così come il socialismo europeo. Ai Verdi manca l’intelligenza politica e lo slancio di un tempo; inoltre, l’avvio dell’Energiewende (la svolta energetica che prevede l’abbandono dell’energia nucleare) promosso dalla cancelliera ha sottratto ai Grünen il loro principale cavallo di battaglia. Oltre a cannibalizzare i suoi avversari, la cancelliera è stata abile nell’esautorare gli astri nascenti all’interno del suo stesso partito. Lasciando dietro di sé un grande vuoto in una CDU in cui non spiccano personalità carismatiche. Dunque, sarà in ogni caso Angela a dettare l’agenda e a gestirla: non c’è alternativa alla sua linea.
Frau Merkel scrive così la storia, conquistando il terzo mandato alle elezioni federali; un obiettivo che centrato solo due volte dalla nascita della Repubblica Federale, con Konrad Adenauer e con Helmult Kohl, entrambi cristiano democratici come la cancelliera. Ma con una differenza: loro, almeno, erano europeisti convinti.

L’Europa in ostaggio di Berlino 

Contrariamente a quanto la stampa europea (non senza ingenuità) si augurava, è improbabile che Berlino si impegni a ridare slancio alla costruzione dell’Europa politica. Dell’Europa, in campagna elettorale, non si è proprio parlato. Più in generale, si è parlato poco di temi concreti. L’ampio vantaggio che i sondaggi riservavano alla CDU ha consentito alla formazione ora al potere di tralasciare completamente i contenuti. Mentre l’Europa è ancora avvolta dalla crisi e il conflitto siriano infiamma ai suoi confini, in Germania si discute del divieto di fumare. Ma ai tedeschi va bene così.
Bruxelles è preoccupata. Non soltanto perché il voto tedesco è da un paio d’anni a questa parte la scusa per bloccare qualsiasi cosa. Il più grande timore della Commissione Europea è la crescente insistenza del cancelliere Angela Merkel sul ridimensionamento dei poteri dell’esecutivo UE a favore degli Stati nazionali. La stessa Merkel che aveva giustificato l’austerity imposta ai Paesi in difficoltà dicendo “abbiamo tutelato i nostri interessi nazionali”. Dissolvendo in cinque parole decenni di retorica europeista.
E pensare che l’intero processo di integrazione europea non è stato altro che l’estremo tentativo della Francia di imbrigliare la potenza tedesca, piegata dalla guerra ma subito capace di rialzarsi, e che perfino il tanto vituperato euro è stato il frutto della volontà dell’allora presidente francese, Francois Mitterand, di legare a Parigi – e, di riflesso, all’Europa – una Berlino che dopo la riunificazione pareva avviata a restaurare una propria politica di potenza al centro del continente.

La storia ha smentito tutti questi propositi: la campagna elettorale ha paralizzato il continente, e grazie alla moneta unica i tedeschi hanno vinto la guerra mondialeGood job, Europe.

I problemi della Germania che Angela Merkel vuole nascondere

Infine, che il modello teutonico sia perfetto e che i tedeschi siano un popolo felice e contento, sono solo una leggenda.
Quella che ha votato ieri è una Germania caratterizzata da profonde divisioni sociali: secondo uno studio dello dell’Istituto Forsa e la Fredrich-Ebert-Stiftung, del totale degli elettori chiamati alle urne in questa tornata, il 9% guadagna meno di mille euro al mese. Tra gli astenuti, lo stesso dato raggiunge il 20%. La conclusione è che quanto più basso è il reddito, maggiore si rivela l’astensione. Inoltre, tra chi si astiene sono più frequenti coloro che non hanno studiato o hanno solo una formazione secondaria professionale. Il 57% di coloro che si asterranno è disoccupato. E non sono le uniche magagne della Germania di oggi.
Il mercato del lavoro presenta molti lati oscuri: precarizzazione crescente, mancanza di salari minimi e scarsa mobilità sociale sono aspetti che il governo ha sempre cercato di nascondere.
A partire dal 2030 chi avrà lavorato per ben 35 anni con uno stipendio medio di 2.500 euro lordi, si vedrà riconosciuta una pensione di appena 688 euro al mese – esattamente alla soglia del minimo legale di sussistenza.
Le Landesbanken (banche territoriali) hanno 637 miliardi di crediti dubbi, colpa di rapporti torbidi con la politica, e il principale motivo per cui la Germania si è sempre opposta all’Unione bancaria, che implica una pesante cessione di potere decisionale a Bruxelles, sembra sia proprio lo stato di salute delle proprie banche.

Da che parte va l’Albania del dopo Berisha

Nelle elezioni parlamentari in Albania del 23 giugno, l’opposizione del partito socialista del sindaco di Tirana Edi Rama (Partito Socialista) ha vinto sulla maggioranza di centro-destra del premier conservatore Sali Berisha (Partito Democratico), già al secondo mandato.
All’Alleanza per un’Albania europea, la coalizione di Rama, andranno 84 seggi contro i 56 della compagine uscente. Nello specifico, i socialisti si sono aggiudicati 66 seggi, che ne fanno la prima forza politica del Paese, mentre il Movimento Socialista per l’Integrazione (LSI) di Ilir Meta si è accaparrato 16 mandati, quadruplicando quelli presi nel 2009. Gli altri due mandati sono andati ai partiti minori della coalizione: uno all’Unione per i Diritti Umani (PDBNJ) dei minoritari di Vangjel Dule e l’altro al Partito Cristiano Democratico (PKDSH), formazione di centrodestra ma alleata con i socialisti.

Per tutto quello che riguarda gli schieramenti e lo svolgimento del voto si veda questo articolo su Limes, dove si cerca anche di ipotizzare gli scenari futuri:

Edi Rama, dopo il verdetto, ha dichiarato che sarà il primo ministro e servitore del popolo albanese. Con questa dichiarazione ha tolto ogni dubbio su chi avrebbe rivestito riguardo il ruolo di premier tra lui e Ilir Meta. Con i suoi alleati, Rama promette di porre in atto le riforme necessarie per avvicinare l’Albania all’Ue e di far uscire l’economia albanese dalla profonda crisi in cui versa.

Il Pd, sconfitto, esce drasticamente ridimensionato. Si prefiggono grossi cambiamenti al suo interno: dopo 23 anni di guida autoriaria e indiscussa, Berisha abbandona anche le sue funzioni all’interno del partito. Gli 8 anni al governo hanno logorato il Pd, al quale mancano nuove personalità che possano prendere in mano la situazione per avviare le riforme di cui esso ha bisogno. Finora non sono emerse nuove figure; il primo nome che viene invocato è quello dell’attuale sindaco di Tirana, Lulezim Basha, ma anche lui non rappresenterebbe niente di nuovo, essendo cresciuto sotto l’ala protettrice di Berisha.

Gli osservatori internazionali hanno dato un parere positivo sull’andamento di queste elezioni. Una transizione pacifica del governo dalla maggioranza uscente guidata da Berisha a quella nuova di Rama e Meta rafforzerebbe le credenziali democratiche ed europee del paese delle aquile e potrebbe influire positivamente sul parere di Bruxelles.

Un ulteriore approfondimento è svolto da Albania News (che qui analizza anche il voto nelle singole circoscrizioni):

In molti sono rimasti sorpresi dal successo del LSI di Meta che fino al Primo Aprile scorso ha governato insieme a Berisha. Sembra che Meta abbia preso tutti i meriti degli ultimi quattro anni di governo al contrario del suo ex-alleato che ne è uscito sbaragliato. Ciò, oltre all’assoluto protagonismo ed autoritarismo di Berisha, potrebbe derivare anche dal fatto che il suo partito ha sempre deciso sulle politiche nazionali incluso gli investimenti strategici e la distribuzione delle risorse. Invece, il LSI di Meta le ha semplicemente ratificate, senza prendersi sulle proprie spalle nessuna responsabilità per le grandi politiche del Paese. Dall’altra parte, il LSI ha diretto alcuni dei Ministeri di peso durante l’ultima legislatura, accumulando un capitale politico immenso grazie ai favori politici concessi ai suoi militanti.

Oramai è indubbio il fatto che Meta sia considerato la via di mezzo tra Berisha e Rama, l’ago della bilancia tra le due grandi forze politiche, ovvero un elemento di freno per le loro ambizioni illimitate, constatazione che si è sicuramente tradotto in un ulteriore raffica di voti dagli indecisi e non solo. Tuttavia, non stiamo parlando della Norvegia: si deve tener conto anche di una zona grigia, ossia dei fondi pubblici appropriati dal suo partito e utilizzati come mezzo per allargare il proprio elettorato. Per capirlo basta andare in giro per Tirana e chiedere ai votanti del LSI il movente del loro voto.

Ora che Berisha “non c’è” dobbiamo stare attenti a non permettere che Rama presenti gli stessi orientamenti semi-dittatoriali del suo predecessore, sempre tenendo d’occhio Meta, che rischia di diventare una sorta di Tayllerand, il ministro presente in ogni governo francese sia ai tempi della Monarchia sia durante la Repubblica napoleonica. Come sostiene Fatos Lubonja, il voto albanese ha condannato le tendenze dittatoriali ed autoritarie, ma non il sistema di corruzione, un modello societario nell’Albania di oggi. Per quest’ultimo servirebbe una rivoluzione democratica alle urne che si spera l’Albania sarà pronta ad accoglierla alle prossime elezioni politiche. Fin ad allora, si deve segnare al taccuino, che – forse – dal 1992, quelle del 2013 sono state le elezioni più democratiche e libere in Albania, e se a questo progresso il nuovo parlamento ci mette anche il dialogo e la collaborazione interpartitica, lo status di Paese candidato concessa da parte del Consiglio Europeo non sarà che una formalità.

In generale, nella complicata storia dell’Albania l’instabilità politica sembra essere una costante. Secondo Il Post, che ripercorre le tappe salienti della cronologia del Paese, a Tirana il voto è stato spesso un semplice evento tra una crisi e l’altra:

Dalla fine del regime comunista, nel 1991, in Albania non si è mai svolta un’elezione considerata completamente libera e giusta. Nonostante il voto di domenica 23 giugno fosse considerato una prova per il paese, un’opportunità per rompere con il passato, non sembrano esserci segnali positivi di novità e cambiamento. E non solo perché la giornata è stata segnata da un grave episodio di violenza (c’è stata una sparatoria a Lac, a circa 50 chilometri da Tirana, in cui è morto un attivista dell’opposizione e un candidato del Partito democratico è rimasto ferito), ma anche perché durante la campagna elettorale le due coalizioni si sono presentate con un programma molto generico e basato soprattutto su critiche e accuse reciproche.

Eppure, come nota l’Osservatorio Balcani e Caucaso (che sulle elezioni del 23 giugno propone un dossier), da questo voto è emersa una situazione che nessuno si aspettava:

Come non era mai successo nella storia del pluralismo albanese, tutte le forze politiche – tranne i nazionalisti di Kreshnik Spahiu – hanno accettato i risultati delle urne. Una maggioranza da record, ben 84 deputati, andrà alla coalizione di centro-sinistra con a capo il Partito Socialista di Edi Rama. Mentre sono rimasti solo 56 deputati alla coalizione di centro-destra guidata dal Partito Democratico di Berisha.

Non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento i nazionalisti di Kreshnik Spahiu, gli esponenti della nuova destra scissi dal PD qualche mese fa, FRD, e nemmeno i candidati indipendenti come l’ex LSI Dritan Prifti, e l’ex PS Arben Malaj.

Una vittoria quindi molto netta della coalizione di sinistra che ha stupito gli albanesi, ha smentito tutti i sondaggi e anche gli analisti che prevedevano un testa a testa con pochi punti percentuali di differenza tra le due coalizioni principali.

Il Partito Democratico ha perso persino nelle sue roccaforti come la città settentrionale di Scutari, ed è riuscito a mantenere le proprie posizioni solo nella regione di Tropoja, al confine con il Kosovo, zona di provenienza del premier uscente Berisha. Una sconfitta senza precedenti.

Non sono riusciti invece a superare la soglia di sbarramento i nazionalisti di Alleanza Rosso-nera. Nonostante la grande grinta e le spese esorbitanti con cui hanno iniziato la loro campagna elettorale, non ha funzionato la loro retorica anacronistica arrivata con almeno 20 anni di ritardo rispetto a quanto è avvenuto – e tragicamente funzionato – nei paesi vicini.

Gli albanesi possono vantarsi di nuovo di essere l’unico paese nei Balcani a non avere in parlamento dei rappresentati apertamente nazionalisti e fascistoidi.

Con il voto del 23 giugno i cittadini dell’Albania hanno dimostrato di essere pragmatici, di non meritare i vecchi schemi della politica degli ultimi anni, e di poter decidere democraticamente sulle proprie sorti. Nonostante nessuno ci credesse realmente, le ultime elezioni, sicuramente grazie anche alla cospicua presenza internazionale, hanno apportato il cambiamento che ci si augurava.

Quello che si può dire sicuramente fin da ora è però che l’Albania ha inaugurato una nuova fase di rottura con un passato semi-autoritario e che gli albanesi si sono dimostrati cittadini più consapevoli e reattivi di quattro anni fa.

Una consapevolezza che il popolo ha dimostrato di possedere già in aprile, quando una straordinaria mobilitazione dei cittadini ha consentito di promuovere un referendum per dire “no” ad una controversa disposizione, approvata dalla maggioranza di governo nel 2011, che contemplava la possibilità di importare circa 400 tipi differenti di rifiuti dall’estero.

A rama spetterà il compito di dare avvio alle riforme necessarie a portare Tirana nell’Unione Europea, ma prima ancora di sistemare le precarie condizioni dell’economia, dopo che il rallentamento della crescita del PIL da un 6,1% del 2008 all’1,8% previsto per il 2013 ha dato un severo colpo alle prospettive di impiego nel Paese.

Iran, con Rouhani è cambiato tutto perché nulla cambiasse

L’elezione di Hassan Rouhani (in farsi: حسن روحانی, le tralitterazioni Rouhani, Rohani o Rowhani sono equivalenti) ha stupito un po’ tutti.
In primo luogo, è stata una sorpresa per coloro che, da mesi, profetizzavano un’elezione pilotata dalla Guida Suprema Ali Khamenei. In secondo luogo, lo è stata per tutti quelli che si aspettavano un’astensione di massa degli iraniani, che invece si sono recati alle urne con un’affluenza superiore al 72%.

Per comprendere il background di queste elezioni presidenziali si veda qui e qui.

In attesa di ulteriori approfondimenti, è comunque il caso di sgombrare il campo dagli eccessivi entusiasmi che la stampa internazionale sta manifestando a caldo sugli scenari della prossima presidenza iraniana.

A prima vista, le articolate strategie di Ahmadi-Nejad e Khamenei non sono bastate ad evitare sorprese: lo scontro tra filo-conservatori, moderati-riformisti e filo-nazionalisti ha visto prevalere un candidato formalmente lontano sia al presidente uscente che alla Guida Suprema. Rouhani ha vinto perché è riuscito a persuadere la giovane opposizione iraniana a recarsi alle urne

Tuttavia, la vittoria del 64enne chierico sciita non significa certo la sconfitta del regime. Rouhani potrebbe essere stato la scelta razionale dei molteplici centri di potere della Repubblica Islamica per ricostruirsi un’immagine presentabile sia sul fronte interno che all’estero. L’appoggio formale immediatamente ricevuto da parte dei Guardiani della Rivoluzione la dice lunga in proposito.

Secondo LinkiestaRouhani non è un riformista, ma un conservatore dialogante. E con lui l’Iran non cambierà molto le sue politiche:

«La teocrazia islamica esce rafforzata – afferma Pejman Abdolmohammadi, docente di storia e istituzioni dei Paesi islamici alla facoltà di scienze politiche all’Università di Genova – da questo risultato elettorale. Alla presidenza va una figura gradita all’establishment e gli oltre 35 milioni di voti espressi legittimano il sistema». Contrariamente a quanto viene spesso detto, Rouhani non è un riformista o un moderato. Molto vicino a Khomeini fin dagli anni Sessanta, si è occupato di “islamizzare” l’esercito dopo la rivoluzione e ha guidato i servizi di intelligence per 16 anni, prima di essere accantonato nel 2005 con l’arrivo di Ahmadinejad. Politicamente appartiene all’ala più dialogante dei conservatori ed è stato “preso a prestito” dai riformisti, che hanno sostenuto la sua candidatura in queste elezioni anche con gli endorsement dei leader Khatami e Rafsanjani.

Come aggiunge Nicola Pedde su Limes:

L’immagine di Khatami ieri, e di Rowhani oggi, come di politici ostili all’impianto della Repubblica Islamica è da rifiutarsi nel modo più netto e categorico. Questa immagine riflette purtroppo il limite della capacità interpretativa della comunità internazionale e di buona parte della diaspora iraniana, confondendo i desiderata con la realtà politica locale.

Hassan Rowhani è un militante clericale rivoluzionario della prima ora,
 un convinto assertore della bontà del messaggio e dell’azione politica dell’Ayatollah Khomeini (di cui è stato stretto e fidato collaboratore), espressione di quel grande ambito politico che ha maturato e condiviso l’esigenza di una evoluzione del sistema politico, non già di una sua eliminazione.

Rowhani è ostile alla visione retrograda o radicale del governo islamico, ma non certo alla sua esistenza. Ha militato a lungo e attivamente per costruire il paese che ora è chiamato a presiedere; non bisogna incorrere nell’errore di considerare un riformista come un nemico dell’impianto istituzionale della Repubblica Islamica.

Una prima analisi del voto dimostra con chiarezza come poco più di metà degli iraniani abbia votato per Rowhani, mentre l’altra metà ha distribuito il proprio voto in modo più o meno equivalente tra altri 5 candidati. Tra questi, i moderati hanno tuttavia ottenuto la maggioranza dei voti, dimostrando una netta propensione dell’elettorato a favore del cambiamento e della stabilità.

Questo significa chiaramente che anche i tanto temuti - quanto generici, nell’interpretazione attribuita in Occidente – Pasdaran hanno in larga misura votato e sostenuto la necessità di un processo di cambiamento radicale del paese. Come ai tempi di Khatami. Elemento di cui si dovrebbe tener conto in Europa e negli Stati Uniti, che dovrebbero avviare quel dialogo necessario a terminare l’inutile quanto stereotipata e anacronistica percezione dell’Iran.

Aspettiamoci dunque alcuni mesi di distensione, in particolare sul dossier del nucleare. Prospettiva poco gradita da Israele, in quanto la retorica bellicosa di Netanyahu si nutre della presenza non solo di un Iran potenzialmente dotato del’arma atomica, ma di un Iran nemico e potenzialmente dotato dell’atomica. Nondimeno, almeno per adesso non è il caso di aspettarsi chissà quali cambiamenti.

Perché la Repubblica Islamica d’Iran presenta una struttura di potere talmente complessa (per non dire opaca) da mettere il regime al riparo da ogni ipotesi di reale tentativo di svolta.

La Bulgaria dopo il voto sta peggio di prima

Se qui in Italia il responso delle urne ci ha consegnato uno scenario politico inedito e complesso, di certo in Bulgaria non se la passano meglio.

Alle legislative anticipate del 12 maggio il Movimento Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria (GERB), formazione di centro-destra guidata dall’ex premier Boyko Borisovha ottenuto il 30,1%, assicurandosi 98 seggi su 240. I socialisti di Sergej Stanichev hanno raggiunto il 26,1%, con 86 seggi. Al terzo posto c’è il Movimento per i diritti e le libertà, il partito della minoranza turca (33 seggi), e gli ultranazionalisti di Ataka (23 seggi).

E’ la prima volta che un partito bulgaro viene rieletto dal dopoguerra, ma per Borisov c’è poco da festeggiare. Il suo partito non avrà comunque una maggioranza parlamentare. E la possibilità di un governo di coalizione si annuncia difficile, dopo le tensioni della campagna elettorale  fondata più sul regolamento di conti tra socialisti e conservatori che a rispondere ai bisogni dei cittadini. Anche per questo la metà degli elettori ha preferito disertare le urne. Ha votato infatti solo il 50% dei 6,9 milioni di aventi diritto, contro il 60,2% delle scorse elezioni.

Dopo le grandi manifestazioni dello scorso inverno, che avevano portato alla caduta del governo, nemmeno il voto è bastato a tirare fuori il Paese dallo stallo politico, sottolinea il quotidiano bulgaro Standart, secondo cui “la costituzione del nuovo governo sarà un puzzle molto complicato” in quanto nessun partito ha abbastanza voti per governare da solo e nessuno vuole allearsi con il GERB. Questo in conseguenza dello scandalo delle intercettazioni telefoniche che il partito avrebbe compiuto nei confronti di avversari politici, imprenditori e giornalisti. Per questi fatti è stato accusato l’allora ministro dell’interno Tsvetan Tsvetanov.

E a Sofia non possono permettersi di “fare come il Belgio”. La Bulgaria è il Paese più povero dell’Unione Europea, e l’instabilità politica non può che far peggiorare un’economia con un tasso di crescita fermo allo 0,8%, mentre la disoccupazione supera il 20% e il lavoro nero rappresenta il 30%del PIL.

Come racconta l‘Osservatorio Balcani e Caucaso, per superare lo stallo i socialisti vogliono un “governo di programma” che però si prospetta fragile. Nel frattempo, le forze emerse dalle proteste di piazza dei mesi scorsi restano fuori dal parlamento.

Nessuna maggioranza ma tre minoranze, scandalo intercettazioni, economia a picco, campagna elettorale fatta di insulti più che di proposte, forte calo dell’affluenza.

E le analogie con l’Italia non finiscono qui.

Se dopo lo scrutinio non verrà formato alcun governo, resterà probabilmente al potere l’attuale governo tecnico, guidato dal diplomatico Marin Raykov, in attesa di un nuovo voto in autunno.

Due ultime notazioni.

La prima è che dal dibattito politico è totalmente scomparsa l’Unione Europea. Dopo il fallimento dell’adesione, la gente è disillusa e ai partiti interessa solo mettere le mani sulla pioggia di fondi comunitari.

Infine, Narcomafie ci ricorda che il GERB è un partito pesantemente coinvolto in casi di corruttele nonché in torbidi rapporti con la criminalità organizzata.
Non proprio il miglior biglietto da visita per chi potrebbe essere chiamato a guidare nuovamente il Paese in un momento così delicato.

Il fallimento di Netanyahu

Vincere le elezioni è una cosa, avere la maggioranza per governare è un’altra”. Questa affermazione su Le Monde sintetizza appieno l’ultima tornata elettorale in Israele. Benché i sondaggi della vigilia dessero per certa la vittoria del duo formato dal primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, leader del Likud, in tandem  con l’ex ministro degli esteri Avigdor Lieberman, a capo del partito Yisrael Beiteinu, le urne hanno dato ben altro responso.
Questo il riassunto de Il Post:

La coalizione del primo ministro uscente Benjamin Netanyahu ha vinto di misura le elezioni che si sono tenute martedì 22 gennaio in Israele. Il suo partito nazionalista liberale Likud insieme conIsrael Beitenu (“Israele, casa nostra”) della destra sionista laica ha ottenuto complessivamente31 seggi in parlamento, un numero molto distante dai 42 previsti dai sondaggi più recenti. Proprio per questo motivo, Netanyahu ha spiegato che cercherà di formare un governo con il più ampio consenso parlamentare possibile, così da avere una certa stabilità politica nei prossimi mesi.
Il partito centrista Yesh Atid (“Qui c’è il futuro”) fondato dall’ex giornalista Yair Lapid ha ottenuto, a sorpresa, 19 seggi ed è quindi il secondo partito di Israele. Ha superato di quattro seggi il Partito Laburista di sinistra che si è fermato a 15 e che nel precedente parlamento ne aveva solo 7. Tra i partiti ultraortodossi lo Shas, che nel 2006 aveva partecipato alla coalizione di governo di Ehud Olmert, ha ottenuto 11 seggi, mentre lo Yahadut Hatorah ne ha ottenuti 7. Tra i partiti di destra si è anche distinto HaBayit HaYehudi (“La casa degli ebrei”) che potrà contare su 11 seggi in Parlamento. Nel centrosinistra il partito Meretz-Yashad ha ottenuto 6 seggi come l’Hatnuah, mentre Kadima si è fermato a 2 seggi. Tra i partiti arabi, la Lista araba unita ha avuto 5 seggi, il partito politico Balad 3 seggi e Hadash 4 seggi.

Nella serata di martedì, Netanyahu ha tenuto un breve discorso per ringraziare gli elettori per avergli dato l’opportunità di guidare il paese per la terza volta. Ha poi spiegato di volersi confrontare con tutti i principali partiti per formare un’ampia e, per quanto possibile, solida coalizione di governo.

Per i risultati ufficiali e per avere un quadro completo del prima, durante e dopo elezioni, si veda il blog Falafel Café.
Il significativo arretramento della coalizione Likud-Beytenu esprime un messaggio chiaro: il Paese non vuole la svolta a destra. Ma ora è spaccato a metà. Se la maggioranza ideale per un governo stabile dovrebbe poter contare su 70 o 72 seggi, è evidente che, per ottenerla, Netanyahu potrebbe cercare l’aiuto dei partiti di centro come Kadima e Yesh Atid. Lettera 43 ipotizza i prossimi scenari.

Come spiega un esito così imprevisto? Secondo Globalist::

queste elezioni hanno avuto un esito diverso da quello che molti commentatori e analisti davano invece per scontato: non solo per il risultato finale, ma anche per l’affluenza al voto, la più alta degli ultimi anni.
Un aspetto che ha sorpreso molti e che sembra l’indice di un Paese in cerca di un’alternativa all’immobilismo che – a giudizio di alcuni – ha segnato le stagioni più recenti. E non solo in politica estera ma anche in quella interna, dove i morsi di una crisi crescente hanno indebolito la classe media e portato nelle piazze la gente sempre più in difficoltà con il caro vita. Una denuncia e un malcontento che Lapid ha saputo intercettare, cavalcando la speranza di una qualche svolta. Adesso il pallino è nelle mani del vecchio presidente Shimon Peres: dovrà affidare l’incarico, e non potrà esimersi dallo scegliere in prima battuta Netanyahu. Ma la strada per il premier in pectore appare tutt’altro che in discesa.

Linkiesta la vede così: Israele è stanca di avere la questione sicurezza al primo posto dell’agenda. Con il successo dell’ex giornalista tv Yair Lapid, la classe media trova una voce: più attenzione per l’economia e meno privilegi per gli ultraortodossi:

La tendenza Lapid era individuabile per le strade, ma non nei sondaggi. Lapid è uno scatto d’orgoglio della classe media israeliana. È stanca della gestione oltranzista dei rapporti internazionali, tanto da – ormai – ignorarla. Si preoccupa delle questioni economiche, e non riesce a comprendere come un paese in forte crescita come Israele non sia in grado di garantire la sopravvivenza della media borghesia, tanto da costringere il governo a tagli della spesa draconiani e a nuove tasse. Il governo è sempre sembrato più preoccupato delle richieste degli ultra-ortodossi, che di affrontare la questione abitativa: il paese negli ultimi cinque anni ha subito il terzo maggior aumento mondiale nei costi immobiliari, dopo Cina e Hong-Kong.
Il premier Netanyahu aveva compreso che la batosta era nell’aria: 31 seggi sono un disastro. Insieme ai nazionalisti di “Yisrael Beiteinu”, il partito di Avigdor Lieberman, alle elezioni del 2009 aveva ottenuto 42 deputati. Il 25 ottobre aveva annunciato la fusione tra i due partiti di governo, ma i risultati sperati non sono arrivati. Ha provato a cambiare le carte offrendo una posizione “last minute” come ministro delle Finanze alla “stella nascente” del Likud Moshe Khalon, ma non è servito. Khalon è un personaggio di buon richiamo per la classe media perché da ministro delle Comunicazioni era riuscito ad abbassare di molto i costi delle telefonia, ed alcuni mesi fa aveva misteriosamente dichiarato di voler lasciare il governo.
Così, tariffe dei cellulari a buon mercato hanno potuto poco contro le idee di Lapid, portavoce del sentimento borghese. Lapid vuole prendere di petto la questione degli ultra-ortodossi: sono 700.000 persone, figliano a raffica, e di quelli in età da lavoro il 60% sceglie la disoccupazione. Nelle loro scuole non s’insegna la matematica e l’inglese, e soprattutto il pensiero critico: sono viste come “centri di programmazione mentale” per essere costretti a far parte tutta la vita di una sorta di setta religiosa. Mantenere gli ultra-ortodossi in esplosione demografica costa allo stato oltre un miliardo di euro l’anno.

Per approfondire la figura di Yair Lapid, ex giornalista e più che mai astro nascente della politica israeliana, si veda su Internazionale e Lettera43.

Il dato di fondo è questo. In un’elezione dove tutti si proclamano vincitori, il vero sconfitto è proprio il premier uscente Netanyahu. Globalist:

Netanyahu ha fallito clamorosamente. Infatti in Israele si è votato non per decorrenza della legislatura, o per crisi di governo, ma perché il premier ha sciolto la Knesset, alla ricerca di una maggioranza ancor più ampia di quella che aveva. Il risultato? Calo vertiginoso del suo partito, nascita di una destra estrema, ancor più estrema di lui, tenuta degli utraortodossi, alleati odiati, e soprattutto vittoria di un centro tumultuoso e nuovo, guidato da un giovane giornalista televisivo, Lapid, che da zero arriva a 19 seggi in un colpo solo. La fine del re non poteva essere più amara.
Ha fatto la sua guerra pre-elettorale a Gaza, ha portato al calor bianco le relazioni con la Casa Bianca, ha sfidato i giovani della protesta di piazza, invaso la Cisgiordania di colonie, ha pensato leggi incredibili ai danni dei cittadini di etnia araba d’Israele, in partenariato con il suo ministro degli esteri, ha avuto il pieno sostegno bellicista del leader laburista che in virtù di questo ha ridotto il suo partito ai margini della politica, poi ha sciolto il Parlamento. E ha perso ben 9 seggi su 120, pari a una percentuale molto vicina all’8% dei voti!.

Nel discorso della vittoria (?) pronunciato a Tel Aviv, il premier ha dichiarato che cercherà di costruire una coalizione più ampia possibile ma che non rinuncerà all’idea di un governo forte per contrastare la minaccia del nucleare iraniano e risolvere i problemi economici interni. Come se la retorica anti-iraniana possa ancora avere un senso, visto che la debolezza del terzo governo Netanyahu si rifletterà proprio sulla linea da adottare nei confronti di Teheran, oltreché del processo di pace con i palestinesi.
L’era post Netanyahu comincia oggi.

Le difficili sfide nel futuro della Romania

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.