Egitto, la rivoluzione che non c’è mai stata

ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī è il nuovo presidente dell’Egitto. Fin qui nulla che non fosse già nell’aria. La vera notizia è che l’annuncio è arrivato già il giorno seguente alla chiusura dei seggi (29 maggio), in largo anticipo rispetto alla data preventivata del 5 giugno. Il generale, già Ministro della Difesa, ha ottenuto 23,8 milioni di consensi: con una percentuale pari al 96,9%, degna dell’era Mubarak, il neo presidente ha sbaragliato una concorrenza ridotta al solo Hamdeen Sabahi, a cui sono attribuiti circa 757 mila voti (il 3,1% del totale). L’uomo forte del Cairo, protagonista della cacciata dei Fratelli musulmani lo scorso luglio, si prende dunque il Paese dei faraoni, nonostante gli appelli al boicottaggio da parte delle opposizioni – in primis, proprio dalla Fratellanza – e la sfiducia nell’attuale situazione abbiano portato l’astensionismo a livelli record.

Con l’elezione del generale al-Sīsī la rivoluzione egiziana, iniziata il 25 gennaio 2011 con la cacciata di Hosni Mubarak, può dirsi ufficialmente conclusa. Sempre ammesso che sia mai davvero iniziata. La realtà che per tre anni gli osservatori esterni sembrano aver negato è che le Forze armate non solo hanno riconquistato il potere, ma non lo hanno neppre mai abbandonato, nonostante i riflettori fossero tutti puntati sulle manifestazioni di Piazza Taḥrīr. Da sempre l’Egitto soffre una crisi relazionale tra civili e militari. I partiti espressione di istanze fuori dalla cerchia dell’esercito – in particolare quelli islamisti – possono vincere le elezioni ma non viene concessa loro la possibilità di governare. Come notava Lucio Caracciolo su Repubblica un anno fa: “Se nei paesi della “primavera araba” vuoi far votare il popolo, preparati a un probabile governo islamista. Se non vuoi gli islamisti, vai sul sicuro e non far votare il popolo. Se poi il popolo ha votato e rivotato gli islamisti e tu sei abbastanza certo di non poter mai vincere un’elezione, scatena la piazza, accendi la mischia e chiama i militari a scioglierla. [...] Siccome errare è umano, perseverare diabolico, s’immagina che se e quando gli egiziani saranno richiamati alle urne, verranno prese le opportune misure perché il risultato non costringa i militari a ulteriori chirurgie d’urgenza.” Poco importa che gli islamisti godano di grande popolarità tra le classi medio-basse, se poi quelle dominanti tramano per la loro esclusione e repressione. Così il potenziale rivoluzionario dei movimenti di piazza viene lentamente azzerato, ripristinando quello status quo che i giovani di Taḥrīr hanno cercato di cambiare a costo della propria vita. Continua a leggere

Egitto, una Costituzione ancora da migliorare

Il 14 e 15 gennaio, per la seconda volta in poco piú d’un anno e per la terza dal 2011, l’Egitto è tornato a votare per la Costituzione. Schiacciante la vittoria dei «sí», col98,13% dei voti a favore (ma ha votato appena il 38,59% degli elettori). La nuova Carta fondamentale sostituirà quella approvata un anno fa coi Fratelli Musulmani al potere. Col Paese ancora in preda alle convulsioni dell’èra post-Morsi, deposto lo scorso 3 luglio in séguito a un colpo di Stato de facto — anche se quasi nessuno vuole definirlo tale —, la seconda transizione è già entrata in una potenziale fase di chiusura.

Il progetto è opera d’una commissione composta di cinquanta esponenti in rappresentanza di partiti, sindacati, l’Università al-Azhar (con tre membri), le chiese cristiane (tre seggi), polizia e forze armate, con dieci donne e altrettanti giovani. Dopo tre mesi di lavori, il testo è stato licenziato lo scorso dicembre, per esser sottoposto alla volontà popolare pochi giorni fa. Le modifiche rispetto al testo previgente comprendono il ruolo della religione nella legislazione, l’autorità militare del Paese, il sistema di governance, nonché i diritti e le libertà dei cittadini egiziani.

La nuova Carta fondamentale esordisce tracciando i princípi basilari dello Stato: secondo l’articolo 1, «l’Egitto è una Repubblica araba, sovrana, unita e indivisibile, il cui ordinamento politico è basato sulla cittadinanza e lo Stato di diritto». A differenza della Costituzione precedente, questo testo esordisce ponendo enfasi particolare sul carattere unitario dello Stato e sul principio di cittadinanza — nozione sconosciuta rispetto al diritto islamico classico, e assente nel precedente testo. Il richiamo a quest’istituto è sicuramente un progresso rilevante.

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Egitto ed Etiopia, si riaccende la contesa sul Nilo

Mercoledì 29 maggio l’Etiopia ha dato avvio alla costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, ossia la colossale – e più volte minacciata – diga che devierà il corso del Nilo Azzurro.  Il progetto (in appalto all’italiana Salini Costruttori) presenta numeri impressionanti: una volta ultimata, l’opera sarà estesa 1780 metri e alta 145 sul Nilo Azzurro (che rappresenta l’85% della portata dell’intero fiume), il bacino che ne deriverà potrà contenere 63 miliardi di metri cubi d’acqua che dovrebbe dare all’Etiopia un impianto da 6.000 megawatt e creare la più grande potenza energetica del Corno d’Africa. Il più grande progetto idroelettrico del Continente. Costo totale: 4,8 miliardi di dollari, in gran parte provenienti da capitali cinesi.
La cerimonia semplice per l’apertura del cantiere, officiata dal vicepremier etiope Demeke Mekonnin, al Cairo è diventata la notizia dei tg della sera. Questo perché l’irrisolta questione circa lo sfruttamento del Nilo spaventa l’Egitto più dell’instabilità politica o delle tensioni nel Sinai. Due anni fa ne parlavo qui.

Al Cairo – ed anche a Khartoum, altra beneficiaria – si teme che milioni di persone rischino la fame se il progetto etiopico andrà in porto. Già oggi ogni cairota ha una disponibilità d’acqua che è la metà della media mondiale. In seguito alla costruzione della diga, non solo la portata d’acqua del fiume verrebbe drasticamente ridotta, ma anche una gran parte del limo verrebbe trattenuta dalla diga senza mai arrivare a fertilizzare i campi coltivati in Egitto.
Appena pochi giorni prima dell’avvio dei lavori, Egitto ed Etiopia si erano accordati sulla necessità di “proseguire nelle attività di coordinamento per la questione del Nilo Azzurro, impegnando entrambe le parti a non danneggiare l’altra”. L’intesa prevedeva l’istituzione di una commissione mista tra Egitto, Etiopia e Sudan per discutere del progetto etiopico al fine di trovare una soluzione che potesse essere condivisa da tutte le parti in causa. L’annuncio di Addis Abeba ha però fermato tutto, lasciando egiziani e sudanesi in grande preoccupazione.
Il portavoce del governo etiope ha dichiarato che “la deviazione del corso del Nilo Blu sarà solo temporanea e che le sue acque non saranno utilizzate per irrigare i campi, ma solo per questioni energetiche”. Nonostante le rassicurazioni ufficiali però, il governo del Cairo appare diffidente.

Secondo l’Osservatorio Iraq:

il governo egiziano è ben consapevole dei rischi che corre.
Come confermato dai dati Fao (Food and Agriculture Organization) e Aquastat (Fao’s Information system on water and agriculture), il paese ha serie difficoltà nel garantire fonti idriche rinnovabili e la maggior parte delle risorse (circa l’86%) viene principalmente utilizzata per usi agricoli.
Ora si deve considerare come, nonostante la manifesta povertà idrica, l’Egitto stia fortemente incrementando la propria produzione di grano, coltura che notoriamente richiede un notevole dispendio di ‘oro blu’.
Come potrà dunque sostenere una crescente produzione a fronte di una netta diminuzione delle risorse idriche e dei piani dei paesi del corno d’Africa sul bacino del Nilo?
Sì, perché la cronica deficienza di acqua egiziana assumerà un trend ancora più negativo nei prossimi anni: dagli attuali 640 metri cubi pro capita ai 370 del 2050. Un calo netto ed apparentemente inarrestabile.
Finora, come sottolineato dal ministro per le Risorse Idriche, Mohamed Baha’a El-Din, l’Egitto ha potuto supplire le altrui mancanze – ossia quelle degli altri Stati africani – finanziandone le economie e limitando conseguentemente le sue pretese su un fiume di cui resta comunque il principale utilizzatore.
“Negli ultimi anni l’Egitto ha fornito 26,6 milioni di dollari al Sudan, 20,4 all’Uganda e ha contribuito al finanziamento di 100 pozzi d’acqua in Tanzania per un costo di 6 milioni”.
Sempre il ministro [egiziano] ha aggiunto che è stato firmato un accordo del valore di 10,5 milioni in cinque anni con la Repubblica Democratica del Congo al fine di sostenere la gestione delle risorse idriche.
Come sostenere questi costi se il paese vive oggi una delle sue più gravi crisi economiche di tutti i tempi? E se dovesse mancare acqua all’agricoltura locale, come si garantirebbe la produzione di grano, elemento indispensabile per produrre pane?
In un interessante articolo apparso sul sito egiziano “Rebel Economy” la mancanza di pane viene definita come: “la madre di tutte le crisi”.
Non è un caso allora che l’argomento sia particolarmente sentito in patria e che molti analisti parlino di “fallimento governativo”, con Hani Raslan, capo del Dipartimento Sudan and Nile Water Basin, che denuncia: “Hanno ipnotizzato la società egiziana, facendo sembrare la questione molto più piccola rispetto a quelle che poi saranno le sue ripercussioni”.
Ripercussioni che il governo continua a minimizzare, tanto più che fonti interne al ministero della Difesa escludono qualsiasi ricorso alla forza per risolvere la questione, seminando il dubbio che l’Egitto fosse già a conoscenza delle intenzioni etiopi sin da novembre.
Tuttavia, come sempre accade in questi casi, le voci sono particolarmente discordanti. Secondo al-Ahram, dal ministero degli Esteri è stata espressa forte preoccupazione per gli obiettivi del progetto che è stato accolto con “shock e sorpresa” dagli addetti ai lavori. Una versione che contrasta dunque con l’idea che il Cairo fosse già stato avvisato del progetto.
Inoltre, le dichiarazioni dell’ambasciatore egiziano a Khartoum, Kamal Hassan, contribuiscono a complicare la situazione: l’Egitto potrebbe chiedere l’intervento della Lega araba per chiarire la situazione con l’Etiopia.
Al momento quindi l’unica certezza sembra essere quella per cui l’Egitto non può permettersi di perdere nemmeno una goccia d’acqua del patrimonio idrico fornito dal Nilo (circa 55 milioni di metri cubi), onde evitare quanto accaduto nel 2012, quando la scarsità di oro blu ha interessato alcune delle aree più povere del paese.

Come conclude il Corriere della Sera:

Diceva Erodoto, assai citato dalla stampa egiziana, che l’Egitto è un dono del Nilo. «Non dimenticate mai che fu una nostra regina, Iside, a fondarvi», ribatte la propaganda etiope. Fiumi di retorica, per ora. Finché le acque non cominceranno a scaldarsi davvero.

A due anni dalla rivoluzione, l’Egitto non è ancora quello che sognavano i giovani di piazza Tahrir

A due anni dai raduni in piazza Tahrir, dagli scontri con le forze di sicurezza, dai morti, oggi l’Egitto ha una nuova Costituzione, un Parlamento e un presidente liberamente eletti. Eppure piazza Tahrir continua a riempirsi. L’Egitto è l’immagine di un Paese in transizione: a volte accelera verso il cambiamento, altre fa dei passi indietro. Ma i problemi di sempre rimangono: dalla corruzione alla violenza, passando per la discriminazione delle donne e per le tensioni tra copti e musulmani. A cui si aggiungono l’impunità dei vecchi esponenti del regime e le persone uccise come diretta conseguenza degli scontri di piazza avvenuti negli ultimi tempi. Poi ci sono i casi degli abitanti dell’isola di Qursaya, di Muhammad Sabry, e di tutti quei civili che ancora oggi sono costretti a subire processi militari.
Ripensando ai giorni di inizio 2011 c’è un particolare che da allora la stampa internazionale sembra aver trascurato: la mobilitazione che portò alla caduta del trentennale regime di Mubarak, più che ad una sincera richiesta di rappresentanza e partecipazione, era il frutto della mancanza di lavoro, di prospettive, di futuro. In definitiva, la gente soffriva la mancanza non tanto della democrazia, quanto del pane quotidiano.
Dopo tutto, l’aspirazione alla democrazia è anche l’esigenza di migliori condizioni economiche. Dobbiamo partire da qui per comprendere come mai la piazza principale del Cairo continua a ribollire.

L’economia in panne

La caduta di Mubarak ha avuto pesanti conseguenza sull’economia egiziana: le riserve in valuta estera, da 36 miliardi di dollari, sono calate a 15,5 miliardi (dati febbraio 2012); la crescita è crollata dall 5% del 2010 all’1,8% dell’anno seguente (per il FMI si attesterà al 3,3% nel 2013); la percentuale di giovani disoccupati e che non seguono nemmeno programmi di studio o formazione supera il 40%. Soltanto per non far aumentare il numero di disoccupati sarebbe necessario creare più di 750.000 posti di lavoro all’anno.
L’esportazione dei capi d’abbigliamento segnerà una caduta del 20% per tutto il 2013, e gli scioperi portuali hanno gettato seri dubbi sulla raggiungere il suo obiettivo dichiarato di esportare 17,5 miliardi di dollari di merci entro la fine dell’anno. Stesse previsioni per altri settori chiave dell’economia.
Oggi il Paese importa praticamente tutto e per pagarlo ha riserva valutarie che bastano per tre mesi. Intanto incombe una svalutazione che potrebbe deprezzare la moneta nazionale fino al 50%. Problemi che Morsi e il suo gabinetto non si mostrano in grado di affrontare.
Linkiesta:

La crescita dei prezzi al consumo, che con le famose rivolte del pane a metà degli anni Duemila aveva posto le premesse della Rivoluzione del 2011, non si è affatto fermata, alimentando insieme alla povertà il dissenso popolare. Il presidente Mohammed Morsi, eletto lo scorso giugno come candidato dei Fratelli musulmani, ha dimostrato per il momento di non contestare, né di volersi sottrarre alle regole dell’economia globale e alle sue logiche neoliberiste, limitandosi nei fatti a pararne le conseguenze più negative sulla gente comune attraverso il varo di una serie di politiche assistenziali che però avranno difficoltà nel contrastare in modo duraturo l’aumento della povertà nel paese.
Non è un caso che le recenti azioni legali conclusasi con la rinazionalizzazione di alcune imprese pubbliche, privatizzate negli ultimi anni dell’era Mubarak a tutto vantaggio di clienti corrotti del passato regime siano state vittoriosamente portate avanti dai sindacati, piuttosto che dai Fratelli musulmani. Intanto, scioperi e disservizi continuano a singhiozzo con conseguenze anche gravi sulla manutenzione di strutture e impianti. Risultato: una serie impressionate di incidenti (e morti) nel settore ferroviario. Sono ancora moltissime le fabbriche che rimangono chiuse, mentre uno dei principali settori generatori di reddito, il turismo, continua a risentire degli effetti dell’interezza e dei timori generati da questa nei possibili visitatori.
A due anni dalla Rivoluzione e a poco più di sei mesi dalla vittoria di Morsi la domanda rimane la stessa: i Fratelli musulmani che per anni hanno coltivato nella clandestinità l’opposizione al regime di Mubarak, una volta usciti allo scoperto per partecipare alla rivoluzione, riusciranno a trasformarsi in un vero e proprio partito politico? Al momento quelle che erano le logiche religioso-assistenziali dei Fratelli sembrano essere transitate direttamente nell’agenda del Partito della giustizia e della libertà e di conseguenza in quella del governo, mentre riforme annunciate (come quella di un tetto minimo e massimo per i salari) restano inevase.
Per un governo abituato a governare a colpi di maggioranza il rischio è quello di perdere proprio quella maggioranza, alienandosi il consenso di quella parte della classe media e laica che aveva creduto nella capacità di Morsi e dei Fratelli di operare riforme effettive al di là della maggiore o minore prossimità all’Islam dei singoli.

Cosa farà Morsi? Secondo Il Mondo di Annibale:

Il Qatar, sempre più attivo, intende soffiare l’Egitto e la Fratellanza Musulmana al “competitori” sauditi, e mette sul tavolo un prestito di 5 miliardi dollari. L’emiro di soldi ne ha e può farlo. L’interesse è chiaro. Ma 5 miliardi di dollari basteranno? No. Forse aiuteranno Morsi a prender tempo, ma resta necessario l’aiuto finanziario del FMI, e quelli i soldi li prestano in nome delle solite politiche che Morsi non può permettersi.
Le scelte suicide che il FMI pretende in cambio di altri 5 miliardi, privatizzazioni, sgradite ai militari, e liberalizzazione dei prezzi, oggi sovvenzionati. Per i poveri, oggi il 40% del Paese vive con due dollari al giorno, sarebbe una catastrofe.
Morsi a inserire una tassazione progressiva non ci pensa proprio, pensa piuttosto ad allargare la base dei prodotti sottoposti a IVA. Ma è chiaro che questa manovra colpisce più i poveri che i ricchi. Se si eliminassero le sovvenzioni che bloccano i prezzi poi, sarebbe una carneficina.
Il fatto è che il tempo stringe e le elezioni politiche incalzano. Cosa farà Morsi?
L’impressione è che non si sforzerà di pensare a una politica economica, si aggrapperà al prestito del Qatar per prender tempo e negoziare con il Fondo Monetario Internazionale, quanto meno per non trovarsi costretto a capitolare davanti al Fondo prima delle elezioni e inimicarsi proprio quei ceti meno abbienti ai quali chiede il voto.

Questa la durissima critica all’operato del presidente di Mohamed Elmasry, docente all’Università di Waterloo:

Mentre era intento a prendere il massimo dei poteri, Morsi non ha mai prestato attenzione ai gravissimi problemi economici dell’Egitto. La Banca Centrale ha annunciato di avere una riserva di moneta di 12 miliardi di dollari, quanto basta a coprire gli importi dei soli tre mesi prossimi. La sterlina egiziana sta perdendo velocemente terreno nei confronti del dollaro americano, con un’inflazione del 20%, dal momento che il paese importa il 70% del suo fabbisogno.Il governo Morsi ha richiesto un prestito di 4.8 miliardi al Fondo monetario internazionale (FMI) per coprire il deficit di budget, ma Standard&Poor ha abbassato il rating del credito egiziano a lungo termine di un livello, proprio questa settimana: al ‘B-‘, ossia sei gradini sotto il limite dell’investment grade.
Morsi conta sulla pressione americana nei confronti del FMI e sui paesi del Golfo affinché concedanoall’Egitto tutto quello di cui ha bisogno.
Gli americani sono contenti di Morsi, con la sola clausola che segua i loro “5 comandamenti”: evitare commenti retorici contro Israele; non ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran; supportare i ribelli siriani; ignorare la rivolta civile in Bahrein e non offrire asilo politico al presidente islamista del Sudan.
Morsi non ha ne’ un piano a lungo termine ne’ obiettivi intermedi per rimettere l’Egitto in carreggiata verso lo sviluppo economico e la giustizia sociale (…).
L’Egitto sta affrontando gravi problemi e le risposte di Morsi sono queste: ‘non è colpa nostra, abbiamo ereditato questi problemi e incolpiamo l’opposizione per l’instabilità politica e i media indipendenti per i feedback negativi di questi 6 mesi di governo’.
Secondo le previsioni, non ci saranno terreni agricoli disponibili in Egitto nei prossimi 183 anni a partire da oggi, dal momento che gli egiziani continuano a costruire sui territori arabili lungo il fiume Nilo.

Analisi che però tralascia un dato fondamentale. Dove ha fatto la prima visita il Presidente egiziano Morsi? In Cina. Il risultato più tangibile dell’incontro con Hu Jintao fu l’apertura di una linea di credito dalla Banca cinese alla Banca Nazionale d’Egitto per 200 milioni di dollari. “5 comandamenti” a parte, il totale degli scambi tra il Cairo e Pechino è salito a 8,8 miliardi dollari nel 2011 mentre quelli con gli USA ammontavano a 8,3 miliardi. Scettica verso le rivolte arabe, Pechino sarà l’asso nella manica di Morsi? Forse, comunque sia, da sola non basterà a sostenere un’economia che al momento non sta sulle proprie gambe.

L’incertezza politica

Se l’economia va male, la politica non se la passa meglio. Dapprima Morsi ha rischiato di inimicarsi la piazza con quel controverso decreto con cui si attribuiva pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione” – benché la vicenda sia stata fraintesa dalla stampa e strumentalizzata dall’opposizione -, poi è stata la volta della nuova Costituzione, approvata con referendum popolare ma che lascia perplessi sotto molti punti di vista.
Le lacune del progetto costituzionale sono evidenziate da OsservatorioIraq. In sintesi, il processo di redazione del testo si è svolto in tutta fretta tra il 22 e il 30 novembre, e la bozza di Costituzione che ne è emersa ha provocato molte divisioni. Non solo. Alcuni articoli della proposta costituzionale sono mal formulati, come quello sul bilancio. Il potere giudiziario viene indebolito in diverse maniere. Non vi è menzione di un meccanismo per la protezione delle donne e delle minoranze religiose. Infine, l’Egitto non è mai stato così confessionale da definire apertamente il sunnismo come la fonte esclusiva della sua tradizione islamica.
Da un lato, la Costituzione stata approvata dal 63,8% dei votanti al referendum confermativo; dall’altro, ha votato solo il 32,9% della popolazione. E non sono mancati gli strascichi polemici, con le fazioni politiche contrarie al progetto costituzionale che hanno presentato ricorso contro i risultati del referendum, a loro dire viziati da evidenti “frodi e violazioni”.
L’Egitto è uscito così dal referendum in uno stato di totale ostilità tra governo e opposizione. Brutto segno in in vista delle prossime elezioni legislative, dove l’incertezza regna sovrana.
In ogni caso, riguardo alla consultazione referendaria erano i numeri dell’affluenza alle urne quelli che preoccupavano Morsi. Dietro la questione del voto, c’erano almeno 20 miliardi di dollari in investimentiSoldi che il Qatar si era detto pronto a versare nelle casse dello Stato egiziano in cambio della nuova Costituzione, e che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 miliardi summenzionati.

A proposito: l’ascesa al potere dei Fratelli Musulmani sta ridisegnando il quadro dei complicati equilibri regionali nel Golfo. Non c’è solo il Qatar: tutte le monarchie della penisola arabica sono in qualche modo interessate (leggi: preoccupate) riguardo all’evolversi degli eventi al Cairo. Per una sintesi delle implicazioni geopolitiche, si veda questa analisi di Sultan Sooud Al Qassemi su Osservatorio Iraq. Da leggere dall’inizio alla fine.

La libertà di stampa (che non c’è)

Infine, non mancano le accuse di censura e di repressione del dissenso.
Poche settimane fa il vicepresidente Mahmoud Mekki, che aveva svolto un ruolo di primo piano nei colloqui di unità nazionale, ha rassegnato le proprie dimissioni dall’incarico. Ufficialmente, spiegando di “non essere portato per la politica”, sebbene  dalle sue parole emerga una critica velata alle politiche del presidente.
Qualche tempo dopo, il general manager di Al-Arabiya Abdul Rahman al-Rashed, ha denunciato la difficoltà di criticare la Fratellanza Musulmana da parte dei media, dal momento che la trappola ideologica sapientemente costruita dall’organizzazione fa sì che ogni critica nei suoi confronti venga interpretata come una critica all’Islam.

Riassumendo, i giovani di piazza Tahrir sono sempre lì. Ma l’Egitto di oggi non è ancora quello che essi speravano quando la riempirono la prima volta, quel 25 gennaio di due anni fa.

Egitto, piazza Tahrir di nuovo in fermento. Ma quanta disinformazione al riguardo…

[premessa metodologica: scrivere "Morsi", "Mursi", "Morsy" è indifferente. La prima versione (con la "o") è quella più diffusa, ma anche la seconda (con la "u", che ho personalmente adottato in alcuni post precedenti, non è errata. La riportano, tra le principali testate, BBC, Reuters e al-Arabiya. Scriverò Morsi per mere ragioni di maggiore fruibilità del testo.]

Come spiega Limes, militari e servizi segreti del Cairo sono stati decisivi per il cessate-il-fuoco tra Israele, Hamas e le altre fazioni armate palestinesi otto giorni dopo l’inizio di Pillar of Defense. La novità sta nel ruolo del presidente Mohammed Morsi: l’operazione gli ha dato grande visibilità mediatica e il suo prestigio personale ne è uscito rafforzato da questo conflitto. Ma dopo l’annuncio della tregua egli ha reso nota una dichiarazione costituzionale con cui si attribuisce pieni poteri per “salvaguardare la rivoluzione”, secondo cui le leggi e i decreti approvati da quando è presidente non possono essere contestati fino all’approvazione di una Costituzione.

Così, piazza Tahrir è tornata ad essere teatro di manifestazioni. In più, i giudici delle corti d’appello del Paese hanno proclamato uno sciopero contro la decisione del presidente. Nonostante tali mobilitazioni, Morsi non avrebbe alcuna intenzione di rinunciare al decreto. Diversi funzionari e politici egiziani sarebbero comunque al lavoro per trovare una soluzione condivisa, che possa accontentare sia gli oppositori del presidente sia i suoi sostenitori.

Detto ciò, la stampa estera si è scatenata nei paragoni tra le proteste di oggi e quelle del 25 gennaio 2011, quando la rivoluzione è iniziata. E i paragoni sono anche tra lo stesso presidente Morsi, democraticamente eletto, e il vecchio dittatore Mubarak di cui ha preso il posto. Sembra di rivedere le immagini di un anno fa: l’alba di una nuova rivoluzione. Sembra, perché non è proprio così.

L’elezione di Morsi solo pochi mesi fa ci ha fatto dimenticare che l’Egitto è ancora nel pieno del suo processo di transizione. I lavori dell’Assemblea costituente non sono ancora terminati, molti vecchi solidali di Mubarak sono ancora al loro posto e le nuove istituzioni sorte all’indomani della rivoluzione (il Parlamento e, per l’appunto, il presidente) non hanno trovato un punto di equilibrio nella nuova cornice istituzionale.
In particolare, ad uno sguardo più attento, lo scontro in atto fra il presidente e l’apparato giudiziario, non dovrebbe stupire nessuno. Come ricorda Linkiesta:

In Egitto, dove la Corte Costituzionale, formata da 21 giudici, nominati a vita dal presidente della Repubblica, è ancora quella dell’era mubarakiana, le sue sentenze si sono rivelate il bastone utilizzato dall’esercito per fermare l’avanzata islamista. A maggio la Consulta ha selezionato le candidature alle elezioni presidenziali, rifiutando quella del milionario (in dollari) Khairat al-Shater, prima scelta dei Fratelli Musulmani, e ammettendo quella di Ahmed Shafiq, ultimo premier di Mubarak.
Tutto questo malgrado il Parlamento avesse votato una legge che vietava ai cacicchi dell’ancien régime di scendere in campo. La Fratellanza ha comunque presentato un proprio candidato di ripiego, Morsi appunto, che è uscito in testa dal primo turno delle presidenziali, lo scorso 24 maggio. Qui è entrata in gioco la Corte. Il 14 giugno, alla vigilia della ballottaggio, ha dichiarato incostituzionale l’elezione di un terzo dei membri del Parlamento, quelli scelti con il sistema uninominale. L’intera assemblea legislativa – dominata dagli islamisti – è stata sciolta: a molti è sembrata una mossa preventiva, in vista di un ballottaggio dal quale sarebbe scaturito – come è effettivamente avvenuto – un presidente della Fratellanza. Il 12 agosto, poi, lo stesso Morsi, ha ripreso possesso di alcuni poteri dei quali era stato privato, attraverso una dichiarazione costituzionale emessa dall’esercito, prima del suo insediamento. La dialettica, come dimostrato dagli eventi di questi giorni, è destinata a proseguire.

Due contributi su Osservatorio Iraq, fonte preziosa di informazioni sul Medio Oriente (nonché una delle poche rimaste, vista l’ecatombe di analoghe testate che ha caratterizzato il 2012), ci aiutano a comprendere meglio le dinamiche in atto all’interno del paradigma politico egiziano. Con buona pace dei cliché della stampa internazionale.
Il primo ci spiega il quadro di alleanze e rivalità negli attuali vertici al Cairo:

L’ultima mossa del presidente ha letteralmente spaccato il paese in due, anche se la frattura interna al mondo politico e sociale egiziano sembrava evidente già da diverso tempo.
Il 18 novembre, Ahmed Maher, rappresentante del movimento giovanile del ’6 aprile’, si era ritirato dall’Assemblea costituente chiedendo che in 48 ore fossero accolte le sue richieste in merito ad alcune modifiche della sezione “Stato e Società” che si trova nella nuova Costituzione.
La sua fuoriuscita seguiva quelle del Free Egyptians Party, dell’Egyptian Social Democratic Party, del Tagammu Party e successivamente ancora del Karama Party, del Socialist Popular Alliance Party e del Democratic Front Party.
Allo stesso modo anche il leader del sindacato dei giornalisti Gamal Fahmy ha recentemente annunciato la volontà di abbandonare i lavori dell’Assemblea, così come il rappresentante del sindacato dei farmacisti Mohamed Abdel-Qader ed i vari rappresentanti copti.
Come il 25 gennaio 2011, il mondo dell’opposizione sembra unirsi e ritrovare vigore quando identifica un nemico comune, in questo caso il presidente Morsi.
Il nuovo National Front for Salvation of the Revolution, fondato da Muhamamd El Baradei, ‘Amr Moussa e Hamdeen Sabbahi sembra essere alla testa delle proteste, ma alcuni manifestanti non cessano di criticare questa ‘nuova e variopinta’ alleanza.
Nel mirino, la presenza di due uomini che sarebbero esponenti del vecchio regime: il già citato Amr Moussa (che all’epoca di Mubarak fu addiriittura ministro degli Esteri) e Sayed El-Badawi (leader del Wafd Party, uomo dal torbido passato che  pochi giorni prima del 25 gennaio 2011 affermava che “nessuno poteva mettere in discussione la legittimità del potere di Mubarak”).
Allo stesso modo moltissimi avversano la presenza nella coalizione del Free Egyptians Party, fondato dal miliardario Naguib Sawiris, personaggio storicamente vicino alla famiglia Mubarak ed in particolare amico di Gamal Mubarak.
Per quanto possa sembrare paradossale, il fronte che vuole ‘salvare la rivoluzione’ critica il presidente per le sue manovre autoritarie che ricordano il vecchio regime, ma poi accetta al suo interno la presenza di esponenti di quel mondo.
E se il fronte dell’opposizione appare tutt’altro che monolitico e compatto, si può dire altrettanto di qello dei giudici, ormai letteralmente spaccati tra chi ritiene accettabile il decreto di Morsi e chi invece lo giudica lesivo del principio di separazione dei poteri.
Fra i maggiori oppositori, spicca Ahmed al-Zend, capo del Judges Club, personaggio che nella sua storia ha largamente collaborato in maniera attiva con il regime di Mubarak.
Altri gruppi invece, come ad esempio i Judges for Egypt, hanno espresso parere positivo rispetto alle decisioni presidenziali.
Morsi sembra aver ricevuto anche l’appoggio della corrente politica salafita. Il portavoce del partito al-Nour, Nader Bakkar, ha difeso l’azione del presidente salutando con favore la rimozione del procuratore generale Abdel-Maguid Mahmoud.
Ed è proprio ancora Bakkar ad annunciare che di qui a pochissimi giorni la Fratellanza e i salafiti organizzeranno una grande manifestazione in supporto del governo, e proprio in Piazza Tahrir.
La posizione di Morsi è delicatissima e l’unica via di uscita sembra essere quella di chiudere al più presto i lavori di un’Assemblea costituente decimata – sono rimasti circa 60 componenti rispetto ai 100 originari ed ormai sono tutti in maggioranza islamisti - in modo da poter far decadere la validità del recente decreto e provare a riaprire il dialogo con l’opposizione.

Il secondo illustra nel dettaglio il contenuto della dichiarazione. Già, perché tutti i media ne parlano ma nessuno finora ha provato a spiegarne il contenuto:

L’adozione di una nuova Dichiarazione Costituzionale appare, sotto il profilo giuspubblicistico, come un’astuta mossa per recidere completamente ogni filo di continuità con il regime precedente e, a ben vedere, permette alla Fratellanza di mettere in sicurezza il potere fin qui acquisito.
Inoltre assolve almeno altri due compiti: difendere l’Assemblea Costituente e neutralizzare eventuali attacchi della magistratura.
Nel primo caso, il presidente ha implicitamente ammesso l’impossibilità dell’Assemblea di concludere il proprio mandato nel tempo stabilito, fatto che, data la disciplina precedentemente riportata, avrebbe riaperto la partita conferendo alla Giunta il potere di nominarne una nuova.
Nel secondo caso, l’adozione della Dichiarazione Costituzionale è stata giustificata dalla necessità di far fuori il procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud.
Costui in ottobre era già stato indotto da Morsi a lasciare il proprio incarico, in cambio della nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede.
In quel caso, dati i principi di indipendenza ed inamovibilità dei membri della magistratura, l’attacco presidenziale non era andato a buon fine.
Mahmuod, accusato da più parti di voler difendere l’ancien régime, replicava di rimanere al suo posto, dato che l’organo esecutivo non può dimettere un membro del giudiziario.
Da ciò è derivata la necessità del presidente di agire attraverso lo strumento delle norme quasi-costituzionali.
Chiarita dunque natura e scopi della dichiarazione costituzionale nella recente storia dell’Egitto, cosa c’è scritto nell’ultimo documento firmato da Muhamamd Morsi?
Innanzitutto il testo non sostituisce, bensì integra, quello precedente emendandolo in alcune disposizioni. Non casualmente il primo dei sette articoli introdotti si riferisce ai crimini commessi durante la fase rivoluzionaria.
Leggendo il testo si deduce che tutte le indagini relative ad atti di violenza compiuti contro i manifestanti nei giorni delle rivolte di piazza saranno riaperte e poste sotto l’attenta analisi di nuovi e più neutrali organi giudicanti.
L’articolo richiama infatti la “Legge per la protezione della rivoluzione” e stabilisce che tutti gli ufficiali, siano essi attivi nella politica o nell’apparato burocratico, implicati in fatti criminogeni accertati saranno dismessi dal proprio incarico.

l’analisi racconta nel dettaglio cos’è una dichiarazione costituzionale e ne esamina i principali punti. Tuttavia, puntualizza il testo:

Se è chiaro che Morsi ha inteso sfruttare la tempistica derivante dalla recente vittoria diplomatica riscossa con la crisi a Gaza, è rilevante ricordare come la sua elezione sia avvenuta con il 51% dei voti espressi.
Ciò mette in dubbio la liceità al ricorso di strumenti legali compiuti nel nome del popolo sovrano.

Da qui il marasma sociale che ne è seguito.
Non è azzardato supporre che gli esponenti del vecchio regime cerchino di sfruttare l’onda lunga delle proteste per delegittimare Morsi. Questo spiega perché la dichiarazione del presidente abbia ricevuto più enfasi del necessario. Finendo per (ri)scaldare gli animi nel Paese.
In sintesi: la partita per il potere in Egitto non è ancora finita. E il fatto che in questa partita l’esercito (espressione dell’ancient régime) non sia più in prima linea non ne riduce in alcun modo le possibilità di vittoria.

Dalle primavere arabe all’inverno salafita

Per capire l’attuale ondata di proteste nel mondo islamico è opportuno tenere distinti i sanguinosi fatti di Bengasi dalle manifestazioni che contagiano il resto della regione mediorientale.
L’attacco al consolato americano in Libia è opera di Ansar al-sharia, una costola di al-Qa’ida che nell’anniversario dell’11 settembre ha voluto dimostrare ad Obama che, contrariamente da quanto affermato dal presidente USA, il terrorismo islamico non è stato sconfitto.
Le manifestazioni sono invece opera della componente salafita nei vari Paesi arabi o comunque a maggioranza sunnita.

Ora, nei mesi scorsi abbiamo già visto come nei Paesi arabi  - soprattutto in Egitto – la transizione da politica dalla forma dei regimi autoritari a quella (proto)democratica sia stata caratterizzata dal confronto tra le due anime dell’islam politico: i Fratelli Musulmani (vicini agli Stati Uniti e sostenuti dal Qatar), da un lato, e i partiti espressione dei gruppi salafiti (in gran parte antioccodentali e sostenuti dall’Arabia Saudita), dall’altro. La vittoria di Ennahda (al-Nahda) nella laica Tunisia ha anticipato di alcuni mesi il trionfo della Fratellanza al Cairo, e con essa il massiccio ritorno all’islam nella vita quotidiana nei due Paesi.
Tuttavia, mentre in Occidente si è molto parlato dei successi elettorali dei primi, poco o nulla si è detto riguardo ai secondi.
In un articolo pubblicato su Limes (volume 1/12, “Protocollo Iran“), Bernard Selwan el Khoury, vicedirettore dell’Osservatorio Geopolitico Medio Orientale (Ogmo) e responsabile di Cosmo (Center for Oriental Strategic Monitoring), descrive i salafiti così:

Il salafita è un musulmano sunnita, praticante, ortodosso, che vive come vivevano i suoi antenati nei primi secoli dell’islam. Ciò si ripercuote anche sul suo modo di pensare, parlare e vestire. Il salafita è riconoscibile per la sua lunga tunica bianca che indossa, il tradizionale abito arabo, e la barba incolta. “Salafita” non è sinonimo di “jihadista”. Tutti i jihadisti sono salafiti, ma non tutti i salafiti diventano jihadisti. In un’ipotetica scala della radicalizzazione, che parte dalla tappa del “ritorno all’islam” e culmina con il jihadismo, la fase del salafismo è la penultima, prima dell’azione armata. Volendo azzardare un paragone con il contesto politico italiano degli anni di piombo, i salafiti sono gli intellettuali e i mujahiddin (jihadisti) i terroristi. Un jihadista è un salafita passato all’azione. Tutti i casi documentati, senza eccezione, di mujahiddin lo attestano. E’ per questo che spesso i salafiti vengono considerati una minaccia. Di fatto lo possono diventare, ma finché il salafita non sconfina nel proselitismo jihadista non è perseguibile.
Salafita è tutto ciò che va in senso contrario alla modernità. Politicamente, il salafita non riconosce il sstema democratico occidentale. L’unica forma di potere ammessa è quella applicata nelle prime società islamiche, vale a dire la
Shura, il consiglio dei saggi. La legge non può essere decisa dall’uomo, ma soltanto da Dio. Da qui la scelta di sostituire la shari’a, la legge islamica, alla costituzione.

Auspicando un ritorno alle origini, un salafita non vede di buon occhio le dottrine islamiche più assertive di una lettura non strettamente letterale del Corano. In particolare la dottrina sufi. Negli ultimi mesi le notizie di attentati e demolizioni di luoghi di culto sufi si sono susseguite nel silenzio generale dell’informazione mainstream.
In Tunisia si sono distinti per aver attaccato un corteo a sostegno della causa palestinese e per aver imposto il divieto alle donne di mettersi in bikini - scoraggiando ulteriormente i flussi turistici verso il Paese, già ai minimi storici.
Ben più drammatica la situazione in Libia, dove i i salafiti avevano iniziato a distruggere luoghi di culto sufi già in novembre. Alla fine di agosto, a Zintan, hanno demolito un complesso di santuari che comprendeva anche una biblioteca e la tomba di Abdel Salam al-Asmar, figura religiosa del XV secolo. Poi è stata la volta del mausoleo di Al-Shaab Al-Dahman - dove è stato anche rapito un imam che si era opposto alla demolizione – e della moschea di Sidi Sha’aba, entrambi a Tripoli. Diversi cittadini hanno protestato contro queste profanazioni. Anche Abdelrahman al-Gharyani, Gran mufti della Libia, ha espresso la sua condanna contro gli attacchi.
Stesso contesto nel Nord del Mali, dove i salafiti si sono accaniti contro il patrimonio storico di Timbuctu.
Tutti questi episodi devono farci riflettere su un punto. Qui non si tratta di “cristiani perseguitati da musulmani”, come avviene in Pakistan. E forse le notizie di attacchi e demolizioni di moschee sufi sono passate sotto silenzio proprio per questo. Qui troviamo musulmani intolleranti verso altri musulmani. Non sono il cristianesimo o l’ebraismo ad essere in pericolo, ma la libertà religiosa in generale.
Si veda anche qui.

Torniamo alla stretta attualità. Se un salafita è contrario alla modernità, allora è ragionevole pensare che egli non parli inglese e nemmeno navighi in internet. E che dunque non vada nemmeno su Youtube. Fino all’11 settembre il trailer del vituperato “Innocence of Muslims” contava appena 388 visualizzazioni. Poi d’improvviso tutto i musulmani più radicali sembravano esserne a conoscenza. Com’è stato possibile?
Sempre el Khoury, questa volta sul sito di Limesricostruisce cosa può aver scatenato l’ondata di proteste a cui assistiamo:

Per comprendere cosa sia realmente accaduto, è bene partire dal primo luglio 2012. Quel giorno un estratto del film di 13 minuti fu pubblicato sul canale Youtube di “Sam Bacile”, che si era iscritto il 4 aprile 2012. Il video portava il titolo The Real Life of Muhammad. Il giorno successivo il presunto Bacile (probabilmente lo stesso Nakolua) ripubblica lo stesso filmato, intitolandolo stavolta Muhammad Movie Trailer.
Fino al mese di settembre il filmato non aveva destato l’attenzione delle masse arabe e nessuno si era preoccupato di farlo notare. Nei primi giorni di settembre, tuttavia, inizia a circolare su Youtube lo stesso filmato doppiato stavolta in dialetto egiziano. Il link a questo video, oggi rimosso, è stato pubblicato il 5 settembre scorso sul sito della Naca (National American Coptic Assembly-Usa), un’associazione copta con base a Washington DC e presieduta dall’avvocato Morris Sadek.
Nello stesso annuncio veniva lanciato un appello, per l’11 settembre 2012, al “giorno internazionale del giudizio di Muhammad” a Gainesville in Florida. Lì Terry Jones avrebbe dovuto presentare in anteprima il film. Questo non desta stupore in quanto già nel 2010, in occasione dell’anniversario dell’11 settembre, Jones aveva fatto appello al “giorno del rogo del Corano” scatenando polemiche nel mondo arabo-islamico.
Da una parte, alcuni esponenti della corrente anti-islamica negli Stati Uniti (Jones, Sadek e Bacile) avevano premeditato il “giorno del giudizio” per l’11 settembre 2012. Dall’altra, i media egiziani – in particolare quelli vicini ai movimenti islamisti – nella prima settimana di settembre avevano posto all’attenzione dell’opinione pubblica il filmato doppiato in dialetto egiziano, condannandone il carattere blasfemo e accusando i “copti all’estero” di aver giocato un qualche ruolo nella vicenda.
La miccia è stata accesa in Egitto il 10 settembre, quando diversi esponenti della corrente salafita nazionale – in primis Muhammad al-Zawahiri, fratello del leader di al Qaida Ayman e rilasciato lo scorso marzo – hanno invitato a prendere parte a una manifestazione di condanna del film, programmata per il giorno dopo davanti all’ambasciata americana. Qualche ora dopo alcuni manifestanti libici, fra cui numerosi salafiti, si sono radunati di fronte al consolato statunitense di Bengasi: il drammatico epilogo di quella giornata, conclusasi con la morte dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens, ci è noto.

Perché? Innanzitutto per l’assenza di un’autorità quale può essere il Vaticano,che è in grado di esprimersi con autorevolezza e soprattutto di rappresentare un punto di riferimento per milioni di cattolici. Nell’Islam sunnita esiste al-Azhar, come per il mondo sciita ci sono Qom e Najaf, ma i tre istituti religiosi non sono comparabili al Vaticano sotto l’aspetto dell’incisività dottrinale.

Detto questo, se un Imam o un predicatore salafita di un certo carisma incitano le masse a scendere in strada e a dare alle fiamme le bandiere americane (avvalorando il loro discorso con citazioni religiose presenti nei testi sacri), istituzioni come Al-Azhar possono fare ben poco. Se non si comprende questa realtà del mondo islamico diventa difficile analizzare quanto è accaduto lo scorso 11 settembre al Cairo, e ciò che potrebbe accadere in futuro.

Era successa la stessa cosa con le vignette satiriche su Maometto, che nel 2006 di punto in bianco scatenarono la rabbia dei musulmani di mezzo mondo benché fossero in circolazione da mesi. Ed è successo pochi mesi fa in Tunisia, dove in giugno un gruppo di salafiti tunisini ha assalito con bombe molotov l’Istituto Superiore di Belle Arti, scatenando poi disordini nel resto del Paese. La causa? Un quadro intitolato “Allah” che ritraeva alcune formiche. Interessante l’interpretazione di Giacomo Flaschi, imprenditore italiano da 12 anni in Tunisia, intervistato da Il Sussidiario:

Le violenze di questi giorni appaiono originate da piccole bande di vandali, molto verosimilmente ingaggiati da qualcuno allo scopo di mantenere elevata la tensione sociale. I riferimenti ideologici, di qualsiasi tipo (salafiti, estremisti dell’una o dell’altra parte), che collegano questi atti di vandalismo ad organizzazioni politiche religiose sono, in tutta evidenza, precostruiti per essere prontamente sbandierati poi attraverso il tam-tam di media. 

Gli episodi di violenza che in passato hanno visto in primo piano i salafiti, indicati come autori di atti vandalici, di intimidazioni e di aggressioni fisiche, si sono rivelati delle grottesche messe in scena da parte di chi auspica il ritorno della dittatura agitando lo spettro dell’islamofobia. Un episodio per tutti: quando l’anno scorso, fu dato assalto al cinema Africa dove veniva proiettato il film “Ni Dieu ni Maitre”, intervenne la polizia per disperdere gli autori degli atti vandalici, in apparenza salafiti. Dopo l’intervento della polizia furono rinvenute sull’asfalto numerose barbe finte. Di questo i media non parlarono.

I salafiti sono una componente ingombrante nei Paesi che hanno subito e stanno ancora subendo forti sconvolgimenti interni; affinché la transizione di tali Paesi alla democrazia possa completarsi, bisognerà tener conto anche con loro. Il problema è che sono in tanti ad avere interesse a che la fiamma del sentimento antioccidentale continui ad ardere.
La benzina gettata sul fuoco dello scontro di civiltà – espressione lungi dal passare di moda – è il sangue che scorre nelle vene del jihadismo. E dunque di al-Qa’ida, principale ma non unica formazione jihadista. Ma anche dell’Arabia Saudita, il più grande alleato degli Stati Uniti eppure il loro primo nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, contraria ad un’alleanza tra Washington e i Fratelli Musulmani che ne ridurrebbe drasticamente l’influenza nel mondo arabo.
Il male non è l’islam, ma l’uso strumentale che certi musulmani fanno della sensibilità dei propri correligionari. Le proteste contro un film che nessuno ha mai neppure visto testimoniano quanto sia facile manipolare la suscettibilità delle fasce medio-basse della popolazione e poi brandirle come un’arma contro il mondo occidentale. Meglio ancora: contro le relazioni tra il mondo islamico e quello occidentale.
E’ questo l’obiettivo di chi muove i fili delle rivolte da dietro le quinte.

Mursi, un piede in molte scarpe

A due mesi dalla sua elezione, le principali sfide per il neopresidente dell’Egitto Mohamed Mursi restano l’equilibrio regionale e l’economia. Questi ultimi 30 giorni offrono un’idea di come le sta affrontando.

Nel corso dl vertice del Movimento dei Paesi non allineati (NAM) in corso a Teheran, Mursi si è dichiarato solidale con il “popolo siriano, in lotta contro un regime oppressivo che ha perso legittimità“. Secondo il presidente egiziano, “Tutti noi abbiamo manifestato solidarietà nei confronti di coloro che stanno cercando libertà e giustizia in Siria. Tradurre questa vicinanza in una chiara visione politica significa sostenere una transizione pacifica verso un sistema democratico che rifletta la richiesta di libertà del popolo siriano“. Parole di fronte alle quali la delegazione siriana ha lasciato l’aula.
Una posizione, ovviamente, non condivisa dagli iraniani padroni di casa. In proposito, Mursi e il suo omologo Ahmadi-Nejad hanno discusso il dossier Siria, come annunciato dal vice ministro degli Esteri iraniano. I due presidenti “Hanno insistito sulla necessità di risolvere la crisi siriana attraverso la via diplomatica e sulla necessita’ di impedire ogni intervento estero“. Per compensare la sua posizione anti-Assad, Morsi ha anche sostenuto il diritto all’uso pacifico dell’energia nucleare da parte di tutti i Paesi del mondo. E dunque, anche dell’Iran, il cui controverso programma nucleare è da anni uno dei leitmotiv dell’attualità internazionale.
Per finire, Mursi ha chiesto una ‘riforma del Consiglio di Sicurezza” delle Nazioni Unite per renderlo ”maggiormente rappresentativo del nuovo ordine mondiale del XXI secolo”.
Per trovare una chiave di lettura alle dichiarazioni di Morsi dobbiamo ricordare che a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha invocato un intervento armato per risolvere la situazione in Siria. Non c’è da stupirsi. Il perché l’ho spiegato qui:

Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista.

La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta - almeno in parte - la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.

I Fratelli Musulmani sono i migliori alleati degli americani in Medio Oriente. Questo post di Paolo Gonzaga (da leggere tutto) approfondisce la questione, introducendone anche gli ulteriori riflessi sull’economia egiziana:

Che i Fratelli Musulmani fossero dei partner affidabili l’amministrazione Usa lo aveva capito sin dagli anni di Mubarak, quando all’arresto del miliardario Khayrat el Shater, il governo americano si turbava per le conseguenze che avrebbe potuto provocare nel libero mercato della regione, mentre gli incontri tra la leadership della Fratellanza e i vertici della politica e della finanza Usa si protraggono da anni. Gli Usa anno trovato nell’organizzazione dei Fratelli Musulmani un antidoto alle rivendicazioni  troppo radicali della rivoluzione, e viste anche le posizioni anti-sindacali e conservatrici dei Fratelli Musulmani e del loro braccio politico Freedom and Justice Party, hanno anche compreso come grazie alla capillarità della loro struttura potessero intervenire in ogni situazione conflittuale, a partire dai luoghi di lavoro, con la loro attitudine corporativa e collaborazionista per ripristinare la pace sociale, anche grazie all’uso strumentale della religione. Gli Usa hanno poi trovato nei Fratelli Musulmani una classe borghese imprenditoriale che avrebbe ben potuto sostituire i business-men legati al partito di Mubarak, la Npd. Il pensiero economico dei Fratelli Musulmani non si discosta affatto da quello dei loro predecessori mubarakiani, la differenza che i Fratelli stessi tengono a rimarcare è la minore corruzione, ma in economia i Fratelli Musulmani si rivelano ampiamente, sia in via teorica che pratica, una forza politica reazionaria e conservatrice che potrà ben opporsi alle nuove richieste delle classi lavoratrici egiziane, sempre più organizzate, in un momento in cui la conflittualità dei nuovi sindacati indipendenti si sta facendo sempre più alta, e le richieste di maggiori diritti, di salari più alti, di giustizia sociale, e di democrazia dei luoghi di lavoro sono argomento all’ordine del giorno.

D’altronde l’amministrazione USA sa bene che al contrario dei salafiti, che infatti hanno rifiutato il prestito del FMI in quanto “haram, proibito dall’islam poiché basato sugli interessi e quindi sull’usura, i Fratelli Musulmani sono alquanto elastici e pragmatici su queste questioni,  e che coinvolgerli nella gestione del potere avrebbe portato solo giovamento alle dinamiche ultra-liberiste della finanza mondiale. I Fratelli Musulmani sono infatti, come accennato, totalmente in grado di sostituire in tutto e per tutto l’ex-partito stato di Mubarak, e per questo hanno lavorato ad una ricomposizione con l’esercito, prima dialogando e trattando con lo Scaf, poi facendone fuori  la vecchia guardia legata a Mubarak nelle persone del Federmaresciallo Tantawi e da ‘Anan sostituiti in una notte con ufficiali più giovani, più vicini agli islamisti e più malleabili. Poco importa che siano gli stessi che eseguivano i “test di verginità” sulle ragazze arrestate (il nuovo Capo dell’esercito, Al Sissi, é proprio l’alto ufficiale che aveva dato il via a questa pratica barbara e repressiva), e che il loro curriculum mal si sposi con quel nuovo corso di un nuovo Egitto in cui i diritti umani diventino una priorità come chiedevano i rivoluzionari; l’importante é che il business possa continuare come prima, l’esercito mantiene il controllo del suo business, valutato in un 20-40% dell’economia egiziana e i Fratelli Musulmani escono finalmente dal ghetto e possono partecipare alla spartizione dovuta ai vincitori.  La visione economica dei Fratelli Musulmani é tra le più neoliberiste che si possano: partendo dal concetto base enunciato nel programma economico del FJP della “proprietà privata come la gemma dell’islam” ed arrivando a proposte come la creazione di una cassa sociale, con i fondi della elemosina rituale, la zakat che vada a finanziare la sanità e l’istruzione…che avviliscono il diritto dell’essere umano ai bisogni necessari per portarlo sul piano della carità personale e dunque della “concessione” e non del “diritto”.

Si capisce perché, a differenza di quanto dichiarato dalla stampa egiziana, gli islamisti non hanno compiuto nessun “ribaltone” riguardo al loro atteggiamento nei confronti dei prestiti internazionali, dopo la formale richiesta di 4,8 miliardi di dollari al FMI. Condannati infatti fino a poco tempo fa in quanto giudicati contrari alla legge islamica, ora, al contrario, tali prestiti vengono auspicati. A ciò si aggiungono un ulteriore prestito da 2 miliardi di dollari da parte del Qatar (altro sponsor della Fratellanza Musulmana), grazie ai quali Mursi si è comprato il benestare dei militari al pensionamento di Tantawi, e l’emissione di titoli di Stato da 400 milioni di euro per ripianare i costi della rivoluzione dello scorso anno.
Il tutto per risollevare un’economia in fase di declino, caratterizzata da una dipendenza dal settore turistico (il cui calo del 32% rispetto al 2010 ha fortemente rallentato il PIL egiziano), afflitta da una disoccupazione cronica e che per il 40% è in mano ai militari. Per avere un’idea dell’emergenza economica in corso nel Paese, si veda questo paper dell’ISPI.

Ecco dunque la strategia di Mursi per aiutare l’Egitto a rialzarsi: appiattimento a mò di sogliola alle decisioni di Washington – e di Doha -, accompagnato dal dialogo con l’Iran (interrotti da trent’anni) e dal sostegno all’ascesa delle potenze emergenti; rilancio dell’economia attraverso l’integrazione nei circuiti finanziari globali, a parole, massiccio indebitamento, nei fatti; rilancio del proprio ruolo guida nel mondo arabo, in teoria, e megafono delle ambizioni del Qatar in cambio di aiuti, in pratica; compromesso con l’esercito affinché acconsenta a lasciare il potere politico alla Fratellanza Musulmana, mantenendo comunque quello economico.
Mursi sa che, per tornare a camminare, l’Egitto deve tenere il piede in molte scarpe. In una situazione d’emergenza, può funzionare. Ma nel lungo periodo dovrà decidere quante e quali vorrà tenere. Perché prima o poi, c’è da crederlo, saranno i suoi alleati a chiederglielo.

In Egitto è l’ora della resa dei conti, o dei compromessi

Il presidente egiziano Mohammed Morsi ha “pensionato” il potente ministro della Difesa Hussein Tantawi, insieme al Capo di Stato Maggiore  Sami Enan, rispettivamente sostituiti dal capo dell’intelligence militare Abdel Fatah El-Sissi e  Sedky Sobhy. Congedati anche il comandante dell’aviazione e quello della marina. Quest’ultimo, il generale Mohan Mameesh, è stato nominato presidente del Canale di Suez.

L’occasione per il via libera al repulisti è stato l’eccidio di 16 guardie di frontiera nel Sinai. Tre giorni dopo, il presidente aveva silurato (tra gli altri) il capo dei servizi segreti Muraf Muwafi - il quale ha ammesso di essere stato informato di un possibile attacco -, il governatore del Sinai settentrionale dove è avvenuto il massacro, Abdel Wahab Mabruk e il capo della polizia militare, Hamdi Badeen.
Stranamente, non sono stati toccati i vertici delle guardie di frontiera, ossia la branca militare più direttamente coinvolta nella tutela del Sinai. La selettività nelle rimozioni, unita alla mancata costituzione di una commissione d’inchiesta sull’incidente, alimenta le voci sulla lotta per il potere in corso al Cairo.
Per approfondire sull’influenza dei militari in Egitto, Al-Akhbar segnala una mappa (in arabo) indicante la distribuzione dei generali in tutto il Paese e con i dati salienti di ciascuno.

Con un altro decreto Morsi ha abolito la dichiarazione costituzionale dello scorso 17 giugno, ad opera dello SCAF capeggiato proprio da Tantawi, con la quale era stato privato di alcune prerogative prima del suo insediamento. Ora Morsi ha teoricamente gli stessi poteri che furono di Mubarak.
Inoltre il presidente ha nominato un nuovo vice: si tratta di un magistrato, Mahmoud Mekki, già vicepresidente della Corte di Cassazione. Un ex magistrato che in passato aveva denunciato le frodi elettorali di Mubarak, ma la cui designazione stride con la precedente promessa di nominare una donna e un cristiano copto come suoi vice, in ultima analisi perché Mekki non è né donna né copto.
Non è l’unica pecca in questo primo scorcio di mandato del neopresidente.

Tra i giovani attivisti di Piazza Tahrir serpeggia l’idea che Morsi non perseguirà i responsabili dei massacri di Piazza Tahrir, nei giorni caldi che precedettero la cacciata di Mubarak. Uno shock per molti egiziani, ma non per tutti – compreso lo SCAF. Forse, la vera chiave di lettura del rinnovamento dei vertici militari è proprio qui.
Secondo il Time, il generale Mohamed al-Assar, un membro del Consiglio, ha detto ad al-Jazeera che il licenziamento di Tantawi e Anan giunto al termine di una consultazione con Morsi. Alcuni analisti ipotizzano l’esistenza di un accordo al riguardo: il Paese ai Fratelli Musulmani in cambio di un salvacondotto a Tantawi, secondo Mamdouh Hamza, un importante uomo d’affari e avvocato pro democrazia. Perché se si fossa applicato ai generali lo stesso trattamento riservato a Mubarak, a quest’ora anche Tantawi sarebbe dietro le sbarre.
Le sostituzioni nel settore della sicurezza e poi in quello militare hanno uno scopo più ampio di una semplice “punizione” per i fatti del Sinai, dicono gli analisti. Sissi e Mekki sono uomini vicini alla Fratellanza Musulmana, e la loro nomina non è certamente casuale. La confraternita sta lentamente riordinando la scacchiera politica dell’Egitto, inserendo in ogni casella un proprio alleato.

Ai media americani (come VOA e CNN) il rimpasto di Morsi non dispiace. A prima vista perché l’Egitto, per la prima volta dall’indipendenza, conoscerà finalmente un equilibrio nel rapporto tra potere civile e potere militare. Un passo avanti verso una vera democrazia, dunque. Peccato che democrazia significhi innanzitutto libertà d’opinione, e sotto questo aspetto non si può ancora dire che ci sia granché differenza rispetto ai tempi di Mubarak.
Sotto stati messi sotto inchiesta con l’accusa di ostilità al presidente Morsi il presidente della tv indipendente egiziana Al Farain, Tawfiq Okasha, e il direttore del quotidiano Al DostourAfifi. Entrambi hanno ricevuto dalla magistratura un provvedimento di divieto di espatrio.
Okasha – da sempre oppositore dei Fratelli Musulmani – è accusato di incitazione alla violenza e all’uccisione del presidente attraverso la sua emittente, che pochi giorni fa ha ricevuto un ordine di sospensione delle trasmessioni per un mese. Afifi, anch’egli poco disponibile verso la confraternita, è accusato di incitazione al disturbo dell’ordine pubblico. Una settimana fa il suo giornale è stato sequestrato prima della distribuzione.

Morsi ha studiato negli Stati Uniti. Si tratta di una figura gradita all’establishment americano, così come la stessa Fratellanza Musulmana. Come ho già detto e ridettola Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani; la “resurrezione” del movimento è stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita); i suoi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
Per l’America Morsi è un amico, come testimoniato dai recenti colloqui con Hillary Clinton al Cairo. Ed è un amico anche per il Qatar, dal quale l’Egitto ha ricevuto un prestito da 2 miliardi di dollari per risollevare la sua esangue economia. Non è un amico dei sauditi, i quali non fanno nulla per nascondere la propria diffidenza verso il “nuovo” Egitto.
La stampa USA giustifica il colpo di mano del presidente, argomentando che l’eccessivo peso politico dello SCAF non avrebbe permesso la fioritura della democrazia. E gli americani si augurano proprio questo: che in Egitto ci sia una vera democrazia. Perché è stata la democrazia a portare i Fratelli al potere. Anzi, gli “amici”.

Il Sinai è fuori controllo, ma il mondo lo scopre solo adesso

L’attacco in cui sono morti 16 ufficiali di polizia egiziani – a cui il Cairo ha risposto con un pesante raid aereo che ha ucciso 20 miliziani – è solo l’ultimo grave episodio a testimonianza dell’anarchia in cui la penisola del Sinai è piombata dagli inizi del 2011.
Episodi che comprendono innanzitutto una lunga scia di rapimenti: quelli di migliaia disperati eritrei in fuga dal loro Paese – di cui, diciamo la verità, alla comunità internazionale non frega nulla -, e quelli ben più rilevanti dal punto di vista mediatico di turisti americani (in febbraio, maggio e luglio). E poi i ripetuti attentati al gasdotto che rifornisce Israele: 15, da quando la rivoluzione è cominciata.

Il problema del Sinai è innanzitutto etnico-sociale, a cui si legano rivendicazioni economiche inascoltate. Un articolo di Joshua Goodman apparso su Carnegie Endowment, tradotto da Medarabnews, spiega che i rapimenti e gli attentati ad opera di beduini del Sinai sono una ritorsione contro le politiche statali di emarginazione nei loro confronti:

La maggior parte delle violenze hanno avuto luogo nel governatorato del Sinai del Nord. Dato che la divisione amministrativa tra nord e sud è stata tracciata secondo i confini tribali – il sud in gran parte coincide con i confini tradizionali della confederazione Tawara, il nord con i gruppi dei Tiyaha e dei Terabin – molti hanno attribuito la differenza nei livelli di violenza alle suddivisioni tribali regionali. Ma nel Sinai è l’economia, piuttosto che le suddivisioni identitarie, a spiegare meglio queste fluttuazioni nei conflitti.

Dopo il ritiro di Israele dalla penisola a seguito del trattato di pace tra il Cairo e Tel Aviv, i progetti di sviluppo (stabiliti dai funzionari egiziani e dall’USAID come parte del pacchetto di assistenza finanziaria americana sulla scia dell’accordo di Camp David) selezionarono il sud per il turismo e il nord per il lavoro agricolo e industriale, in base alle risorse e ai punti di forza geografici di ciascuna regione – terreno fertile nel nord, petrolio e giacimenti minerari nella parte occidentale, scogliere e beni ambientali nella parte sudorientale. Ma in nessuno di questi casi i beduini locali sono stati consultati.

Tuttavia, la distinzione tra resistenza tribale e terrorismo islamista si sta riducendo nel nord. Ad aggravare questo problema vi è l’incapacità dello Stato di distinguere tra le due cose, che a sua volta ha portato a punizioni collettive che trattano tutte le violenze – siano esse atti di terrorismo, incursioni tribali, o semplicemente episodi criminali isolati – allo stesso modo, imponendo le stesse pene. Ciò aumenta il risentimento tribale e spinge la violenza di reazione verso forme più sanguinose rispetto alla tradizionale rivolta tribale. Inoltre, a seguito della primavera araba, il progresso verso una maggiore inclusione (per quanto tenue) realizzato nell’Egitto centrale è stato assente nel Sinai.

Questo fino a ieri. La novità di oggi è che la lotta sottotraccia condotta dai beduini ha dato molto ad al-Qa’ida di aprire  nella regione un nuovo fronte della sua lotta all’Occidente.
Esattamente un anno fa la Jamestown Foundation denunciava la nascita di formazioni filo-qaidiste in assenza di forze di sicurezza del governo.
Nei giorni convulsi di Piazza Tahrir, il Sinai era stata l’unica regine dell’Egitto in cui la violenza pareva sul punto di esplodere. I beduini erano ben armati e, approfittando della confusione regnante negli apparati di sicurezza, avrebbero potuto sfruttare il fattore sorpresa per lanciare un’offensiva. Se ciò non è accaduto, nota l’istituto di analisi, è perché in quei giorni quasi tutte le forze di polizia del luogo disertarono, lasciando campo libero alle tribù. Che non hanno perso tempo ad assaltare le carceri per liberare i beduini detenuti – alcuni dei quali contrabbandieri e trafficanti di esseri umani.
Il 27 luglio comparve un video su Youtube (ora rimosso) in cui un gruppo chiamato al-Shabaab al-Islam annunciava la propria costituzione. Il 2 agosto nella cittadina di al-Arish, teatro degli attacchi al gasdotto israelo-egiziano, comparve un opuscolo intitolato “Una dichiarazione da al-Qa’ida nel Sinai“, in cui il gruppo chiedeva, tra le altre cose, la creazione di un emirato islamico nella penisola e l’imposizione della shari’ia. Il 12 agosto lo SCAF ha inviato 2000 uomini nella penisola nel tentativo di riprenderne il controllo, ma qualunque risposta militare trova ostacolo nei cavilli del Trattato di Camp David, che vieta all’Egitto di schierare le proprie truppe a ridosso del confine con Israele. Dove i beduini sembrano aver stretto un proficuo sodalizio con Hamas e gli altri islamisti di Gaza.

Sulla nascita della minaccia qaidista nel Sinai si veda anche qui, qui, qui, qui, qui.
In novembre il Jerusalem Post confermava che i beduini del Sinai si erano uniti ad al-Qa’ida. La quale da allora non ha fatto che accrescere la propria presenza nella regione.
Nel gennaio di quest’anno un altro gruppo, Ansar al-Jihad nella Penisola del Sinai, ha rilasciato una dichiarazione che annuncia la propria formazione nonché la promessa di fedeltà ad Ayman al-Zawahiri (qui il video). Il 20 giugno ha fatto il suo ingresso sulla scena anche Majlis Shura al-Mujahedin Fi Aknaf Bayt al-Maqdis (MSC, che in questi giorni ha rilasciato un comunicato in cui nega ogni coinvolgimento nella strage degli ufficiali egiziani).
Proprio il 20 giugno un gruppo di miliziani ha aperto il fuoco contro un gruppo di operai israeliani impegnati nella costruzione di una barriera al confine col Sinai, uccidendone uno. Questo episodio dimostra come il Sinai rappresenti una seria minaccia per lo Stato ebraico. Ma a Tel Aviv sono troppo impegnati a propagandarne una finta (quella iraniana) per occuparsi di quest’altra più concreta.

Storicamente, il Sinai è stato definito come il ponte tra Africa ed Asia, ma migliaia di anni di occupazione egiziana non sono bastati ad integrare le popolazioni autoctone della penisola nella Terra dei Faraoni. Anzi, ancora oggi in Egitto c’è una certa riluttanza a discutere pubblicamente dei beduini e delle loro richieste.
La marginalizzazione del Sinai, esacerbata negli ultimi anni e nient’affatto risolta dalla primavera araba – la quale ha peraltro agevolato le infiltrazioni qaidiste in Nord Africa: vedi Libia e Sahel -, ha reso la penisola il luogo ideale dove i jihadisti di Gaza e di tutto il Medio Oriente possono trovare rifugio e agire indisturbati, destabilizzando un confine delicato come quello con Israele, la cui (poca) pazienza verso i vicini arabi è ben nota.

Egitto, per gli USA non c’è alternativa ai Fratelli Musulmani

Gli ultimi sviluppi in Egitto stanno configurando uno scenario da colpo di Stato mascherato. A pochi giorni dal secondo turno per le presidenziali, i militari hanno ripristinato la legge d’emergenza e la Corte costituzionale ha annullato l’elezione di un terzo della Camera bassa, quella parte di parlamento eletta attraverso ballottaggio, con l’effetto di sciogliere l’intera Camera.
La complessità della situazione è riassunta sul sito dell’Enciclopedia Treccani:

Lo scioglimento del parlamento eletto ha demotivato gli elettori e le percentuali di astensionismo (si parla del 60% del totale) sono state assai più alte che nel primo turno, dove pure aveva votato, secondo le stime ufficiali, solo poco più della metà degli aventi diritto. Gli elettori dei candidati esclusi dal ballottaggio hanno verosimilmente disertato in massa le urne: il solo Abdel Moneim Abdel Futuh, il Fratello dissenziente che aveva raccolto i consensi di molti democratici liberali (fra questi, il Movimento del 6 aprile) si è dichiarato per Mursi, mentre ‘Amr Musa aveva ambiguamente auspicato l’avvento di uno “stato civile”, dichiarando allo stesso tempo che l’Egitto non era pronto per l’esperienza parlamentare. Nei due giorni delle votazioni, cortei che invitavano a boicottare le urne si sono succeduti nelle strade del Cairo, mentre il numero di schede annullate volontariamente, in modi spesso pittoreschi, si profila assai alto.
Per molti, l’alternativa è stata non fra il ritorno al passato regime e un governo eletto a guida islamista, ma fra laicismo e islamismo, senza mezzi termini; quest’ultima scelta ha lasciato pochi margini agli elettori cristiani copti, così come a una parte dell’opposizione laica, che hanno accolto, infatti, la candidatura di Shafik e l’intervento militare, come una garanzia contro l’instabilità politica e la deriva comunitaria.

Questo pezzo di tradotto da Medarabnews, spiega che la sfida maggiore a cui dovrà far fronte la rivoluzione egiziana, anche dopo l’elezione del nuovo presidente, sarà quella di distruggere le reti dello “stato profondo” che ancora detengono il potere nel Paese:

La storia di quest’espressione va ricercata nell’esperienza turca, ed indica una rete di alleanze legate alle istituzioni della sicurezza e dell’esercito che trae origine dalle tradizioni delle società segrete di epoca ottomana. Solitamente, fine ultimo di questi gruppi è la conservazione del potere e dello status quo; si tratta di gruppi che formano uno stato dentro lo stato e che lavorano sempre dietro le quinte per assicurarsi il controllo sugli apparati amministrativi e di sicurezza dello stato.

È del tutto chiaro che la cattiva amministrazione della fase di transizione in Egitto, da parte del Consiglio superiore delle forze armate, ha portato ad una mancanza di fiducia tra i militari e le forze rivoluzionarie le quali, alla fine, hanno cominciato a pretendere la caduta del governo militare. Nonostante questo, non possiamo ignorare il ruolo giocato dalla rete dello stato profondo in Egitto, la quale è stata capace di serrare le proprie fila e difendere i propri interessi per salvare ciò che rimaneva del regime dopo averne sacrificato il capo.

Ciononostante, sono in tanti ad augurarsi la vittoria di Shafiq in quanto militare, quindi “laico”, contrapposto ai “famigerati” islamisti. A fugare questo luogo comune ci pensa Lorenzo Declich, il quale ricorda come nella storia recente dell’Egitto veri fomentatori del conflitto settario siano proprio i militari:

Se quel conflitto non ci fosse, e se non ci fosse il terrore del “regime islamico”, Mubarak e i suoi figliocci, che oggi si mangiano il padre per rimanere al potere, sarebbero indifendibili.

Aggiungendo che alcuni membri della Jihad islamicahanno annunciato la formazione di un nuovo partito, Jihad democratica, il cui obiettivo è dare supporto al candidato dei militari egiziani, Ahmed Shafiq. Dettaglio che smentisce l’idea che l’elezione di Shafiq sia il male minore, poiché “laico”.
Per farsi un’idea di come gli jihadisti cerchino di sfruttare le opportunità offerte da un sistema (semi)democratico a proprio vantaggio basta leggere questo lungo post su Jihadica. C’è questo paragrafo in particolare che riassume il pensiero di Ayman al-Zawahiri sul concetto di democrazia:

Al-Zawahiri’s reasoning is obviously meant to show that the US, by waging a “war on Islam” is going against the will of Egyptians but that he and al-Qaida are actually on the people’s side. In this sense, al-Zawahiri appears to be the real supporter of democracy. He quickly dispels this idea, however, since he explicitly rejects the “democracy that America wants for us, a special democracy for the Third World in general and the Islamic world in particular”. Such American-sponsored democracy, al-Zawahiri states, could be seen in Algeria, when that country cancelled elections in the early 1990s after they had been won by Islamists, or in Gaza, when the world refused to deal with Hamas after it had won elections there.

Al-Zawahiri does not just object to democracy because he associates it with injustice, however. He also claims it is an idol that is worshipped by its followers since they blindly follow what the majority wants, irrespective of what religion says. The majority thus becomes the object of worship instead of religion. As an alternative, the current Egyptian regime should leave and the country should be ruled by a pious, Islamic regime instead. The people will have the right to choose their leaders, al-Zawahiri claims, but obviously within the bounds of the sharia. The misery of the people should be ended, the West should be confronted and the oppression should be lifted “in Palestine, Iraq, Afghanistan and every corner of the world of Islam”. Jihad should therefore be continued until this goal has been achieved.

A corollario di tale posizione, proprio ieri al-Zawahiri ha espressamente chiesto al suo Paese di revocare l’accordo con Israele e di basare la futura legislazione egiziana sulla shari’ia.

Dall’altra parte, i Fratelli Musulmani, descritti dal marasma mediatico come fanatici e integralisti, sono molto più vicini a quelle degli Stati Uniti di quanto sembri a prima vista. Dopo aver – più o meno velatamente – criticato sia l’America che Israele, a fine maggio la Fratellanza Musulmana ha esplicitamente invocato un intervento armato in Siria, aderendo alla posizione statunitense – e israeliana, espressa dal recente appello del ministro della Difesa Ehud Barak.  Secondo la Reuters:

Working quietly, the Brotherhood has been financing Free Syrian Army defectors based in Turkey and channeling money and supplies to Syria, reviving their base among small Sunni farmers and middle class Syrians, opposition sources say

Mesi fa scrivevo che la prospettiva di un’al-Qa’ida rinnovata e più forte deve aver convinto gli USA della necessità di muoversi dietro le quinte per stringere accordi con la Fratellanza:

Lo scorso 6 novembre il quotidiano libanese Al-Diyar ha rivelato l’esistenza di negoziati segreti tra Stati Uniti e Fratellanza Musulmana affinché Washington sostenga l’ascesa del movimento alla guida dei Paesi arabi a condizione che questo si impegni a contrastare al-Qa’ida. I primi contatti risalirebbero a quattro anni fa, poi l’esplosione della Primavera araba avrebbe costretto gli USA ad accelerare il raggiungimento di un accordo,accettando l’ascesa politica degli islamisti.
La Casa Bianca è consapevole che non vi è alternativa politica ai Fratelli Musulmani. Le elezioni lo hanno dimostrato. Pertanto gli USA dovranno adottare una strategia che tenga in conto la realtà del movimento come principale forza politica in Egitto e nel resto del Medio Oriente. Beninteso,purché sia garantita la sopravvivenza delle petromonarchie del Golfo (Arabia Saudita in primis, dove le contestazioni non mancano), alla cui stabilità sono legate le speranze di ripresa dell’economia mondiale.
Inoltre, l’ideologia settaria dei Fratelli Musulmani li rende intrinsecamente ostili ai movimenti sciiti (come Hezbollah), ismailiti e alawiti. Washington potrebbe sfruttare l’appoggio della Fratellanza per contribuire ad isolare l’Iran, sostenendo i movimenti salafiti presenti al suo interno in Balucistan e Khuzestan, notoriamente nemici di Teheran.

Tale processo non è storia recente. Questo articolo di Seymour Hersh del 2007 spiega come la “resurrezione” del movimento sia stata sostenuta dalla coppia USA-Israele attraverso i sauditi, allo scopo di favorire l’ascesa di una forza (sunnita) da contrapporre all’Iran (sciita):

In the past few months, as the situation in Iraq has deteriorated, the Bush Administration, in both its public diplomacy and its covert operations, has significantly shifted its Middle East strategy. The “redirection,” as some inside the White House have called the new strategy, has brought the United States closer to an open confrontation with Iran and, in parts of the region, propelled it into a widening sectarian conflict between Shiite and Sunni Muslims.
To undermine Iran, which is predominantly Shiite, the Bush Administration has decided, in effect, to reconfigure its priorities in the Middle East. In Lebanon, the Administration has coöperated with Saudi Arabia’s government, which is Sunni, in clandestine operations that are intended to weaken Hezbollah, the Shiite organization that is backed by Iran. The U.S. has also taken part in clandestine operations aimed at Iran and its ally Syria. A by-product of these activities has been the bolstering of Sunni extremist groups that espouse a militant vision of Islam and are hostile to America and sympathetic to Al Qaeda.

[Walid] Jumblatt then told me that he had met with Vice-President Cheney in Washington last fall to discuss, among other issues, the possibility of undermining Assad. He and his colleagues advised Cheney that, if the United States does try to move against Syria, members of the Syrian Muslim Brotherhood would be “the ones to talk to,” Jumblatt said.”

“There is evidence that the Administration’s redirection strategy has already benefitted the Brotherhood. The Syrian National Salvation Front is a coalition of opposition groups whose principal members are a faction led by Abdul Halim Khaddam, a former Syrian Vice-President who defected in 2005, and the Brotherhood. A former high-ranking C.I.A. officer told me, “The Americans have provided both political and financial support. The Saudis are taking the lead with financial support, but there is American involvement.” He said that Khaddam, who now lives in Paris, was getting money from Saudi Arabia, with the knowledge of the White House. (In 2005, a delegation of the Front’s members met with officials from the National Security Council, according to press reports.) A former White House official told me that the Saudis had provided members of the Front with travel documents.” 

Hersh rivela che la cricca libanese di Saad Hariri aveva fatto da tramite tra gli americani e la Fratellanza in Siria. Abbiamo dunque la conferma che i Fratelli musulmani e Hariri hanno lavorato insieme a Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita per anni.
Non solo. La resurrezione politica della Fratellanza Musulmana porta - almeno in parte - la firma del Dipartimento di Stato americano, grazie ai fiumi di denaro e al supporto diplomatico elargiti dietro le quinte. L’occasione per cementare questo sodalizio, secondo il blog Land Destroyer, fu il vertice inaugurale dell’Alleanza dei Movimenti Giovanili, tenuto a New York nel 2008, dove parteciparono anche coloro che poi sarebbero diventati i leader del 6th april Movement. Lo scorso anno il New York Times ha rivelato che quegli stessi leader sono stati addestrati, equipaggiati, finanziati dagli Stati Uniti, prima di essere rispediti a destabilizzare l’Egitto all’inizio nel 2010 e poi nel 2011 nel corso della cosiddetta “primavera araba”.
A proposito di destabilizzare, ci sono alcuni aspetti che meriterebbero di essere approfonditi. In novembre scrivevo:

A parte il fatto che diversi manifestanti sono rimasti feriti o contusi da armi made in USA (come denuncia anche Amnesty), vi è il sospetto che gli americani siano direttamente sono coinvolti nelle sparatorie di fine novembre. Un video trasmesso dalla Tv egiziana mostra tre stranieri che gettano bottiglie molotov. Più inquietante (e da verificare) è una testimonianza riportata dall’Islam Times, secondo il quale alcuni security contractors (della Xe Services, ex Blackwater?) avrebbero aperto il fuoco presso l’Università americana del Cairo su manifestanti e polizia.

Come se si stesse cercando di esasperare il malcontento popolare contro i militari. A beneficio di chi, è facile immaginarlo. Ma in fondo sono soltanto mie speculazioni. La testimonianza è riportata (in arabo) anche qui.