La Francia prepara una guerra ombra nel Mali

il 28 giugno scorso Ansar Dine e altri gruppi collegati ad al-Qa’ida – tra i quali il Movimento unito per il jihad in Africa Occidentale, responsabile del rapimento di Rossella Urru – hanno annunciato di aver preso il pieno controllo del Nord del Mali, sconfiggendo i combattenti tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA) nella battaglia di Goa.

Oggi l’Azawad è visto come la versione africana dell’Afghanistan di metà degli anni Novanta, ossia come base di addestramento e rifugio di formazioni jihadiste. Ma anche se il governo francese si è espresso pubblicamente a favore di un intervento armato nel nord del Mali, ha negato le voci di un invio di truppe francesi nel Paese. Invece, Parigi favorisce ufficialmente l’intervento da parte dell’esercito del Mali sostenuto da truppe dell’Unione Africana col supporto logistico fornito dall’ECOWAS, a cui l’Algeria ha già dato la sua tacita approvazione. In realtà, dietro le quinte il governo francese sta seriamente cercando di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali a sostenere un intervento (in)diretto. Parigi invierà droni di sorveglianza per la raccolta di informazioni di sicurezza, ma girano voci che i francesi stiano arruolando mercenari da utilizzare contro le milizie islamiste.

Un intervento sul campo comporta molti rischi, se non altro per la complessità del quadro internazionale intorno al Mali. Secondo Linkiesta:

Il conflitto è ormai alle porte e il ruolo della Mauritania è centrale, assieme a quello dell’Algeria. Algeri, che in patria persegue una lotta senza quartiere contro le “katibat” islamiste, non vuole però impegnarsi oltre confine e spinge per una soluzione negoziale. Nouakchott, invece, si sta progressivamente allineando alle posizioni di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Nigeria, e soprattutto del principale sostenitore dell’intervento, la Francia.
A tessere le trame nell’area è l’ex potenza coloniale. Parigi non può permettersi il lusso di scendere in campo direttamente con la propria armée, sia per evitare accuse di neo-imperialismo – Hollande ha più volte preso le distanze dal concetto di Françafrique – sia per non mettere a rischio le vite dei propri ostaggi, tuttora in mano ad Aqmi. Non resta che affidarsi alle organizzazioni regionali, in primo luogo alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha deciso di dispiegare una forza di circa 3.300 soldati.
Che l’intervento sia «materia di settimane, non di mesi», come ha detto esplicitamente il ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves le Drian, si è capito da vari segnali. L’ultimo, in ordine di tempo, è stata la decisione, da parte di Parigi, di inviare in Niger, entro la fine dell’anno, i droni Male Harfang rientrati dall’Afghanistan, in modo da sorvegliare la zona. Ma sono soprattutto i movimenti di truppe e di materiale bellico a mostrare che il countdown è partito.
Secondo il quotidiano algerino El-Khabar, il piano d’azione sarebbe stato già definito e prevederebbe l’immediata occupazione militare delle principali città e delle aree residenziali del Nord Mali, da parte di un contingente africano armato dai francesi. Una volta conquistate le roccaforti jihadiste, si provvederebbe poi a smantellare l’intera rete fondamentalista.
Il primo carico – veicoli pesanti, armi leggere e strumenti di comunicazione, per un totale di 80 milioni di euro – è stato spedito da una base transalpina in Senegal ed è sbarcato nel Nord del Burkina Faso, lungo i confini con il Niger. L’impegno di Parigi copre anche l’aspetto logistico. Le forze africane dovrebbero sobbarcarsi un’impresa onerosa, gestendo il controllo di un’area più grande della stessa Francia, per cui l’ex potenza coloniale sta studiando la costruzione di una propria base nel Mali centro-settentrionale, da realizzare una volta cacciati gli islamisti. Esercitazioni militari congiunte, a cui partecipano le forze speciali d’Oltralpe – 200, tra soldati e ufficiali – e un contingente formato da unità dell’esercito nigerino e di quello mauritano, si tengono da settimane in una zona lungo il confine tra il Niger e lo stesso Mali. È la conseguenza di un accordo di cooperazione tra la Francia e l’Ecowas, che mira a preparare l’adattamento dell’armée alle difficili condizioni del deserto africano.
Gli Stati Uniti, in piena campagna per le presidenziali, sono più prudenti. Il generale Carter Ham, comandante di Africom, la struttura creata nel 2008 per gestire le relazioni militari con il continente nero, ha dichiarato «che non esistono piani per un intervento diretto americano in Mali», ma che Washington sosterrebbe operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo. Obama ha autorizzato una serie di missioni segrete di intelligence nel continente, come rivelato a giugno dal Washington Post. Uno dei principali obiettivi è proprio Aqmi. Da tempo i droni a stelle e strisce sorvolano il Sahel alla ricerca delle basi operative degli jihadisti.
La missione di Romano Prodi, neo-inviato speciale dell’Onu per l’area, si annuncia spinosa. Tutti gli intrighi dell’Africa occidentale trovano oggi nel Mali un palcoscenico ideale per le loro sceneggiature. Un esempio? Secondo un recente report delle Nazioni Unite, i sostenitori dell’ex presidente ivoriano Gbagbo – attualmente in custodia all’Aja dopo un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale – stanno cercando un’alleanza con Aqmi per destabilizzare l’intera area e riprendere il potere, cacciando il rivale del loro leader, Alassane Ouattara.

Un centinaio di membri delle forze speciali francesi sono già dispiegati nella regione. Non rimane che convincere i partner europei e gli Stati Uniti ad agire. Per adesso il Vecchio Continente ha dimostrato un tiepido sostegno. Il terrorismo nell’Africa occidentale è un problema europeo: lo è nel Mali – come nel Nord della Nigeria, dove Boko Haram continua a far saltare in aria chiese cristiane con sempre maggiore disinvoltura.
Il problema è questo. Lo scorso anno la Francia è stata promotrice (leggi: istigatrice) e capofila dell’intervento armato in Libia a sostegno delle milizie ribelli. I risultati li conosciamo: guerra costosa e destabilizzazione di un Paese già instabile, con preoccupanti conseguenze sull’equilibrio regionale – di cui la rivolta dei tuareg nel Mali, antefatto all’affermazione dei gruppi islamisti nell’area, è solo l’effetto collaterale più evidente. Dopo un’esperienza così sconfortante, Europa e America saranno ancora disposte a seguire Parigi in una nuova guerra tra le sabbie del Nord Africa?

Mali, interventi militari in vista

La ribellione nel nord del Mali continua. A fine maggio le due forze occupanti dell’Azawad, ossia il MNLA e Ansar Dine  hanno annunciato un’alleanza  (il quotidiano Aray al Mostenir sostiene di avere il testo dell’accordo, qui in arabo), ma l’accordo pare essere già in via di rottura. Oltre al nervosismo causato dalla ribellione nel suo complesso, la notizia più importante (e inquietante) di questi giorni è la possibile alleanza tra Ansar Dine e AQIM, fatto che preoccupa non poco i Paesi vicini.

In particolare la Mauritania sembra pronta a reagire militarmente per impedire la nascita di uno Stato fondamentalista proprio al di fuori dei suoi confini. Truppe mauritane sarebbero già schierate lungo la frontiera con l’Azawad. Dal 2005 AQIM ha condotto periodici incursioni, rapimenti e attentati in territorio mauritano, ed è normale che Nouakchott tenti di prevenire analoghe azioni in futuro. Ma è anche possibile che la Mauritania stia considerando un’offensiva. Non sarebbe la prima volta: le forze mauritane si sono spinte all’interno del Mali già tre volte nell’arco di un biennio, nel settembre 2010 nella regione di in Timbuktu e poi nel giugno  (si veda anche qui ) nell’ ottobre 2011 nella foresta di Wagadou. E potrebbero esserci episodi ulteriori non resocontati.

Nel frattemnpo, anche l’ECOWAS medita un intervento militare per riportare l’ordine nell’Azawad. L’intenzione è quella di promuovere un pacchetto di sanzioni a cui seguirebbe l’invio di forze di sicurezza. Il piano strategico è già stato sottoposto all’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Kadre Desire Ouedraogo, il presidente dell’ ECOWAS, ha detto che manca solo l’autorizzazione da parte delle Nazioni Unite. Non ci sarebbero aiuti esterni (leggi: occidentali), a parte l’invio di pianificatori militari da parte degli Stati Uniti per coordinare le operazioni sul campo.
L’organizzazione medita un analogo programma nella Guinea Bissau, teatro di un altro recente colpo di Stato.

Sul fronte interno, un rapporto di Human Rights Watch afferma che le diverse parti nel nord del Mali hanno commesso numerose violazioni dei diritti umani durante la ribellione, provocando la fuga di massa delle popolazioni. Di conseguenza, oltre ai venti di guerra gli Stati confinanti devono fare i conti anche col problema dei profughi. In Burkina Faso la situazione è drammatica, in considerazione del fatto che il fenomeno migratorio avviene in un periodo di pesante siccità. Ma è tutto il Sahel ad attraversare una crisi alimentare tra le più gravi e complicate degli ultimi decenni, secondo quanto riportato dal Programma Alimentare Mondiale. Nel frattempo le Nazioni Unite hanno più che quadruplicato il loro appello di finanziamenti per il reinsediamento dei rifugiati nel loro Paese d’origine.

Golfo di Guinea, la minaccia dei pirati sulle rotte del petrolio

Entro il 2015 un quarto delle importazioni petrolifere degli USA sarà di provenienza del Golfo di Guinea. L’industria del greggio nella regione sta attraversando una fase di intensa crescita e la posizione della regione, affacciata sull’Atlantico, consente l’erogazione di forniture dirette verso gli Stati Uniti, senza i pericoli che affliggono le esportazioni del Medio Oriente
Attualmente le nazioni rivierasche producono più di 3 milioni di barili di petrolio al giorno, circa il 4% dell’output mondiale, destinati per lo più ai mercati di Europa e USA. La maggioranza proviene dalla Nigeria (2,2 milioni b/g); seguono Repubblica Democratica del Congo (340.000), Guinea Equatoriale (300.000), Gabon (230.000), Camerun (66.000) e Costa d’Avorio (40.000). Al novero dei produttori potrebbe aggiungersi presto il Ghana, il quale prevede di raggiungere quota 120.000 entro agosto. In queste ultime settimane la compagnia statunitense Anadarko Petroleum Corp. ha segnalato nuove scoperte di giacimenti offshore anche a largo di Liberia e Sierra Leone.
Secondo le oil companies, il Golfo di Guinea sarà – assieme all’Artico – la nuova frontiera nella ricerca dell’oro nero. Questo paper del 2005 offre una panoramica sul regime delle concessioni petrolifere nell’area. Non è un caso che Obama abbia inviato squadre di istruttori militari nella regione (come in Uganda) per contribuire a proteggere i giacimenti e le rotte marittime. Continua a leggere