Obama ha vinto, ma le sfide iniziano adesso

Sono le prime ore di mercoledì 7 novembre. Al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha appena finito di pronunciare il discorso della vittoria. Nel backstage, il presidente riceve l’abbraccio di Family and Friends, il gruppo di parenti e amici di una vita che è sempre intorno a lui nelle grandi occasioni della sua carriera. Tra i presenti, si staglia l’enorme figura di Allison Davis, l’avvocato dei diritti civili che molti anni fa accolse nella sua Law Firm il giovane Obama, fresco di laurea a Harvard. Il presidente lo indica agli altri: «Questo è l’uomo che mi ha assunto». Poi si abbracciano. «You made it», ce l’hai fatta, dice Davis. Obama lo guarda negli occhi, gli prende la mano stringendola forte e ribatte: «Allison, I don’t lose», io non perdo. Fa una pausa, poi ripete: «I don’t lose». Barack Obama è molto competitivo.
Paolo Valentino, «Io non perdo» Così Barack ai suoi amici, Corriere della Sera, 09/11/2012

Obama ce l’ha fatta. Sondaggisti e statistici (quelli seri, almeno), lo avevano previsto, ma lo psicodramma della rielezione (ce la farà? Non ce la farà?), su cui gli analisti di tutto il mondo si sono scervellati per due anni – dalla débacle delle elezioni di midterm del 2010 -, ha avuto il lieto fine solo nella notte di martedì 6 novembre. E’ il verdetto che esce da una tra le più drammatiche e combattute elezioni della storia recente degli Stati Uniti, in cui non sono mancate le accuse di frode e le minacce di strascichi giudiziari.
Il voto popolare mostra però un’America divisa esattamente in due: donne, giovani, afroamericani, ispanici sono tornati a votare il presidente democratico come quattro anni fa, ma rispetto ad allora la coalizione di gruppi che ne avevano decretato il trionfo ha perso molti pezzi. Tradotto in termini di voti, se il Senato resta sotto il controllo dei democratici, la Camera vede un rafforzamento della maggioranza dei repubblicani. Il che lascia a molti il dubbio se queste elezioni le abbia davvero vinte Obama o piuttosto le abbia perse Romney. E’ dunque probabile che i prossimi mesi presenteranno lo stesso panorama di divisioni e lotte che ha segnato questa campagna.
Una somma delle opinioni a caldo sulla conferma di Obama si trova su Internazionale Presseurop. Facciamo però un passo indietro e proviamo ad indagare sulle radici di questo risultato.

Di fatto, Obama resta alla guida di due nazioni ben distinte: l’America rurale bianca, profondamente conservatrice se non reazionaria, e quella urbana e cosmopolita che si è schierata con il presidente uscente. Che non è più lo stesso di quattro anni fa: nel 2008 Obama seppe comunque conquistare il cuore e la mente di tanti americani con il suo messaggio di cambiamento e di speranza, la bravura della sua squadra elettorale, le sue capacità oratorie, la sua immagine bella e vincente. Quattro anni dopo ha vinto un altro Obama: un presidente prudente e centrista, che ha dovuto gestire la peggiore crisi dal ’29 e che anche per questo, con la sola eccezione importante della riforma sanitaria, a dispetto delle attese non è stato artefice di nessuna rivoluzione.

Limes traccia un’anatomia della vittoria di Obama: il presidente ha vinto con un margine di voti minore rispetto a quattro anni fa, ma ha prevalso in tutti i battleground States: Colorado, Iowa, New Hampshire, Virginia, Wisconsin, Ohio e Massachussets – di cui Romney era stato governatore. Tuttavia il risultato non giustifica trionfalismi: al di là delle divisioni nel Congresso – preludio di un nuovo muro contro muro coi repubblicani a due mesi dalfiscal cliff -, la spaccatura è anche socioeconomica: avendo votato per Obama soprattutto i poveri e le minoranze, mentre Romney è stato preferito dalle fasce di reddito più alte e l’elettorato bianco. In generale, la chiave del successo di Obama sta nell’aver rimodulato il suo messaggio politico rispetto al trionfo del 2008: se la prima campagna faceva appello soprattutto alle emozioni, questa ha puntato in primo luogo sulle ragioni. E ha fatto centro.

Il risultato di queste elezioni era probabilmente inscritto nella mappa demografica del Paese: i repubblicani hanno ancora una volta fatto presa sugli uomo bianchi eterosessuali (il gruppo demografico che ha governato il paese dall’inizio); ma dall’altra parte, la maggiore partecipazione di nuovi gruppi etnici (ispanici) e sociali (gay, donne), insieme a giovani e afroamericani, prefigura la potenzialità di una maggioranza democratica stabile, una volta che essa sia sollecitata da opportune politiche e messaggi che vertono sui temi sociali. Non è infatti un mistero che Obama abbia riconquistato la Casa Bianca in virtù dell’attenzione mostrata per i diritti civili. Nello stesso tempo, con l’affermarsi di un movimento “da sinistra”  al suo interno, il Partito Democratico non è più il partito della mediazione, come era stato fin dai tempi di Lyndon Johnson.
Si segnalano comunque episodi di razzismo dopo la rielezione, a testimonianza del pericolo di polarizzazione nel mutato tessuto sociale americano.

Conclusa la sbornia elettorale, è già tempo di rimettersi al lavoro. E Obama ne ha molto. Foreign Policy individua i 14 temi principali che il rieletto presidente dovrà affrontare nel suo secondo mandato: dai cambiamenti climatici alla Cina, dal nucleare all’Africa, il settimanale ha sentito l’opinione di alcuni esperti.
In primo luogo ci sono i conti pubblici: il fiscal cliff vale 600 miliardi di dollari, fatti di aumenti fiscali e taglio di agevolazioni che scatteraanno automaticamente il 1 gennaio 2013 senza un accordo bipartisan; un termine che potrebbe far naufragare i suoi sforzi per risollevare l’economia e contenere un debito pubblico da 16.235 miliardi di dollari. Sempre spinoso il nodo del lavoro: Obama è il primo presidente Usa rieletto con un tasso di disoccupazione quasi all’8%.
In politica estera, il primo banco di prova è il Medio Oriente. Dove la crisi siriana, le trattative (segrete?) sul nucleare iraniano e i rapporti sempre più tesi con Israele (Netanyahu tifava per Romney) dipingono un quadro sempre più ingarbugliato per il presidente. Neppure la Cina non è contenta: la conferma di Obama significa stabilità, ma come ha sintetizzato il China daily «ha avanzato più critiche contro la Cina Obama in quattro anni che George W. Bush in due mandati».
C’è poi il tema dell’ambiente, trascurato da entrambi i candidati in campagna elettorale (nonostante i disastri del 2011 e la siccità dei mesi scorsi) ma tornato prepotentemente di scena dopo il devastante passaggio dell’uragano Sandy, che qualcuno considera la prova tangibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sullo sfondo c’è sempre lo scenario di una guerra permanente contro il terrorismo, che nel Nord del Mali potrebbe vedere il suo prossimo palcoscenico.

Se dunque il meglio per l’America deve ancora venire, dall’altra parte le sfide che attendono il presidente sono tante e complicate. Buona fortuna, Barack. Ne avrai davvero bisogno.

Quel mostro chiamato Equitalia

C’è chi l’ha definita l’istituzione più temuta del Paese. Si tratta di Equitalia, ente concessionario unico per la riscossione. Essa è una società per azioni, partecipata al 51% dall’Agenzia delle Entrate e al 49% all’Inps, e dal 1° ottobre 2006 ha sostituito i 40 enti preesistenti, tra istituti bancari e privati, divenendo unico l’esattore fiscale in Italia (con la sola eccezione della Sicilia). Il tutto in nome di una semplificazione, riduzione dei costi e lotta all’evasione fiscale.
Il passato governo Berlusconi, nella sua duplice palese incapacità di programmare l’uscita dalla crisi e di risanare le finanze pubbliche, ha pensato bene di concedere pieni poteri all’agenzia in questione per rimediare liquidi dall’esazione presso i contribuenti. Tremonti aveva assegnato l’obiettivo 13 miliardi per la prossima raccolta fiscale. Dopo vari rinvii e altrettante rivisitazioni di provvedimenti contenuti in decreti mai portati a termine, e a prescindere dalle manovre finanziarie più o meno spericolate dell’ultima estate, in ottobre il governo ha previsto una serie di misure che dà al Fisco poteri mai visti. Continua a leggere

Ma la Terra commercia in nero con i marziani?

Se lo chiede l’Economist. È solo una battuta, ma sintetizza un macroscopico squilibrio insito nelle statistiche globali. In teoria, su scala mondiale il saldo delle partite correnti (dato dal controvalore dei volumi di import-export) dovrebbe essere a somma zero, perché l’esportazione di un Paese è di importazione un altro. Tuttavia, dal World Economic Outlook dell’Fmi emerge che nel 2010 il mondo avrebbe esportato 331 miliardi dollari in più rispetto a quanto ha importato, volume destinato più che a raddoppiare (700 miliardi) entro il 2014, secondo le previsioni. Gli economisti commentano ironicamente che il surplus è dovuto al commercio in nero con gli extraterrestri. In realtà il dato riflette la presenza di errori statistici: o il disavanzo di alcuni Paesi (come gli Usa) è sottostimato o l’eccedenza di altri (come la Cina) è sopravvalutato, e in quantità crescente.
Un dato empirico suggerisce la dinamica di entrambe le ipotesi. Il commercio globale ha registrato un persistente disavanzo per almeno tre decenni fino al 2005. Nel 2001, ad esempio, si calcolava un deficit delle partite correnti pari allo 0,5% del PIL mondiale; nel 2012, secondo l’Fmi, si prevede al contrario un surplus dello 0,8%. Ma questo dato supera il surplus della Cina nello stesso periodo, il quale dovrebbe raddoppiare entro i prossimi tre anni. A rigor di logica, altrove dovrebbe registrarsi un deficit sempre maggiore. Al contrario il Fmi prevede un avanzo corrente anche per il resto del mondo. Inverosimile.
Gli economisti sollecitano i governi ad adottare politiche che consentano di ridurre gli squilibri globali, trascurando però che i vizi insiti nelle statistiche che li rappresentano. Per riassestare i dati è necessario scoprire dove si annidano gli errori.

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L’Italia è la grande malata d’Europa e per guarirla non basterà una lettera

1. È come uno studente costretto a studiare tutto all’ultimo, in vista di un esame che vale l’intero percorso accademico. E il voto non poteva che essere un 18, sufficienza risicata che consente di andare di avanti, chissà ancora per quanto. È questa l’impressione che l’Europa ha avuto di Berlusconi e della sua lettera. Arrivata al photo finish, tra una limatura e l’altra fin quasi al momento della consegna, l’epistola di intenti riassume un elenco di buone intenzioni da qui ai prossimi mesi; non certo la soluzione a tutti i mali, ma tanto è bastato affinché Bruxelles la accogliesse con un giudizio (provvisoriamente) positivo. Ma l’Europa è parte in causa e non un giudice obiettivo, perché costretta a fidarsi di noi, pena la sua stessa sopravvivenza. Avrebbe forse gradito un contenuto più preciso attraverso un’elencazione dei mezzi più che dei fini, ma è costretta a fidarsi di noi. Un responso più obiettivo giungerà dai mercati, a colpi di spread e tassi d’interesse.
A ogni modo, definire il percorso di riforme che il nostro governo si impegna a seguire entro i prossimi otto mesi non è che il primo passo di questo duro cammino. Se da un lato l’aver posto il tema del lavoro in cima all’agenda è stato un elemento di apprezzata sensibilità politica, dall’altro il rispetto del rigido calendario di scadenze concepito dallo stesso governo è precondizione necessaria affinché tale percorso sia credibile. Il mancato rispetto dei termini farebbe scadere la lettera da programma politico a mero elenco di promesse, in un momento in cui il mondo ci chiede fatti e nient’altro che fatti.

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I dati BIS confermano che la crisi ha incentivato la speculazione finanziaria

La Bank for International Settlements (BIS) di Basilea, istituto internazionale che svolge funzione di intermediario delle banche centrali, ha pubblicato l’atteso rapporto triennale sulla situazione del mercato dei derivati cosiddetti over-the-counter (OTC), ovvero quelli non negoziati su mercati regolamentati ma affidati alla libera contrattazione degli operatori finanziari.

Secondo la BIS, alla fine di giugno 2010 il mercato mondiale degli OTC ammonta a 582.655 miliardi di dollari di valore “sottostante”, rispetto ai 507.907 miliardi di dollari di fine giugno 2007: ciò significa che la speculazione finanziaria non ha minimamente risentito dalla crisi, anzi ne è uscita rafforzata.
Non solo. Gli strumenti OTC rappresentano appena un terzo del mercato dei derivati: a fine 2009 il controvalore di quelli quotati in mercati regolamentati (exchange traded derivatives) ammontava ad oltre oltre 1.100.000 miliardi di dollari.

Per fornire un ordine di grandezza, basta dire che il PIL mondiale 2010 viene stimato in 69.980 miliardi di dollari: questo significa che esiste una massa speculativa di titoli OTC di 8,5 volte più grande del valore di tutto il lavoro dell’umanità, cui si somma un mercato speculativo finanziario “regolamentato” pari ad ulteriori 18 volte il controvalore del lavoro di tutti noi.