Cina, il miracolo economico è ufficialmente finito

Per anni la stampa di mezzo mondo ha celebrato i grandi numeri dell’economia cinese. Dalle riforme di Deng Xiaoping, avviate nel 1979, Pechino ha conosciuto quasi 35 anni di crescita pressoché ininterrotta. Si diceva che il PIL cinese avrebbe toccato quota 123 trilioni di dollari entro il 2040. Nel 2009, quando la crisi metteva al tappeto sia Europa che USA, su Twitter si leggevano proclami del tipo: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo“-
Certo, di tanto in tanto il Dragone mostrava qualche scricchiolio, ma la maggioranza degli economisti insisteva sempre che si trattasse di cali momentanei, e che in poco tempo i numeri di Pechino sarebbero tornati a stupire, come puntualmente accadeva. E poi, si diceva, male che vada la Cina cadrà in piedi.
Altri tempi. Oggi la corsa cinese pare essersi definitivamente fermata.

In maggio l’indice delle attività manifatturiere cinesi ha segnato, per la prima volta da sette mesi, un calo sotto la soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione a causa della diminuzione degli ordini.
Nello stesso mese  le esportazioni hanno segnato il tasso di crescita annuale più basso in quasi un anno all’1%, con i flussi sia verso gli Stati Uniti sia verso l’Europa – i primi due mercati della Cina – in discesa per il terzo mese consecutivo. Anche le importazioni sono diminuite dello 0,3%, contro attese di un aumento del 6%, poiché il volume di molte spedizioni di materie prime è sceso rispetto a un anno prima.
Di fronte a tanti indici che scendono, ad aumentare sono solo i timori di un ulteriore rallentamento della crescita nel secondo trimestre e di un ulteriore taglio delle stime per l’intero anno. Tirando giù anche le borse.

Dopo lunghi periodi di sviluppo con tassi a doppia cifra, la dura realtà ci mostra una locomotiva asiatica che rallenta a vista d’occhio: negli ultimi 3 anni il segno più è passato dal 10,4% del 2010 al 9,3% del 2011 per arrivare al 7,8% del 2012, il dato più basso da 13 anni a questa parte. E le stime vengono costantemente riviste all’ingiù: anche in questo 2013 la Cina crescerà meno di quanto previsto, ossia “solo” del 7,7% a fronte dell’8,4% sperato.
Secondo uno studio, la crescita potrebbe arrestarsi del tutto a partire dal 2015, quando il calo della popolazione in età lavorativa – conseguenza della scellerata politica del figlio unico – e l’aumento del tasso di dipendenza dovrebbero portare a un calo del tasso di risparmio. Sempre ammesso che in termini reali non sia già prossima allo zero già oggi.

Secondo il prof. Gordon G.Chang, editorialista di Forbes, questi dati non sono credibili. In un articolo pubblicato sul volume 6/12 (“Usa contro Cina”) di Limes, Chang ricorda che, storicamente, il dato della produzione di energia elettrica ha sempre superato quello della crescita del PIL. Considerato che nel 2012 l’aumento medio mensile di produzione elettrica è stato del 2,1%, se ne deduce che lo scorso anno la crescita cinese potrebbe essersi quasi fermata. Lo stesso dato sull’energia elettrica potrebbe essere stato gonfiato per per apparire il quadro più roseo di quanto non sia.
Inoltre, Chang ricorda che a settembre 2012 l’indice composito delle attività manifatturiere – definito il termometro dell’economia nazionale – si è contratto per l’undicesimo mese consecutivo, mentre l’indice dei prezzi alla produzione nello stesso mese ha segnato un -3,6%. Dati preoccupanti, perché, ricorda l’esperto, deflazione e crescita raramente vanno a braccetto.
Inoltre, i profitti delle imprese di Stato, più difficili da contraffare dei dati sul PIL, sono calati del 11,4% nei primi nove mesi del 2012.
I tempi in cui Pechino veniva invocata come salvatrice del capitalismo sembrano un lontano ricordo.

Nel 2009 la Cina ha attraversato quasi immune la tempesta finanziaria globale attraverso un programma di stimolo economico da 1,1 mila miliardi di dollari – iniettati nel sistema direttamente o indirettamente, tramite le banche – in un’economia che all’epoca valeva 4,4 mila miliardi. Ancora oggi gli investimenti pubblici costituiscono il primo pilastro della crescita di Pechino. Che tuttavia ha i suoi inconvenienti.
In primo luogo l’inefficienza della spesa: in Cina ci vogliono sette yuan di investimenti per crearne uno di PIL. Insomma l’economia cinese si basa in gran parte su investimenti interni senza ritorno, che ne gonfiano artificiosamente i numeri.
Da anni si sa che la crescita cinese è “drogata” dal settore immobiliare. In Cina ci sono milioni di  caseaeroporti e addirittura intere città completamente vuoti. Se da un lato rimpinza l’economia interna con grandi numeri e posti di lavoro, dall’altro impedisce alla Cina di compiere il grande salto verso le produzioni ad alto valore aggiunto, crea diseguaglianza sociale (attraverso la speculazione edilizia e la corruzione a essa strettamente legata) e devasta il territorio.

In secondo luogo, c’è il crescente indebitamento, soprattutto delle amministrazioni locali. Oggi, secondo i calcoli dell’economista Larry Lang, il debito consolidato (Stato centrale + amministrazioni periferiche) potrebbe aver toccato quota 200% in rapporto al PIL. In Cina, secondo Lang, ogni provincia è una Grecia.
L’agenzia di rating Fitch deve averlo capito, tanto che lo scorso 9 aprile ha declassato il debito di Pechino da AA- ad A+. Il 19 giugno anche Moody’s ha lanciato un avvertimento in tal senso.
Non è il debito estero a essere in questione, quanto una serie di “debolezze strutturali di fondo” che ne mimano la stabilità. E i segnali di una crescente difficoltà circa la tenuta del debito cominciano a farsi evidenti.

In terzo luogo, quella immobiliare non è l’unica bolla che tiene a galla il Paese. L’espansione economica di Pechino, infATTI, è sorretta da una rapida espansione del credito frutto di un sistema bancario ombra che sta raggiungendo dimensioni ipertrofiche. Una bolla creditizia, dunque, aggravata dall’eccessiva libertà con cui le autorità centrali manipolano i tassi. Probabilmente perché non hanno la più pallida idea di cos’altro fare.
Nonostante la decelerazione della crescita, nel primo trimestre di quest’anno i prestiti bancari sono aumentati del 60%, mentre l’aggregato monetario M2 (l’offerta totale di moneta nel quadro dell’economia di un Paese, compreso il denaro depositato presso le banche) è aumentato del 15,8%. Ossia livelli record per entrambi i parametri.
Aumentando i prestiti non si stimola la crescita economica. Comunque arrivino i soldi, non tornano più indietro. Eppure l’espansione creditizia prosegue, semplicemente perché non può fermarsi senza correre il rischio di far capitolare il sistema.
Interessante che nel 2012 la Cina entrare nel mondo dei covered bond, ufficialmente per mitigare gli effetti della caduta dei prezzi degli immobili e quelli del debito pubblico degli enti locali, di fatto – almeno secondo diversi operatori finanziari – per permettere alle banche cinesi di sbarazzarsi di tutti i crediti deteriorati che hanno in portafoglio.

Le speranze riguardo ad una possibile ripresa del Dragone sono pressoché nulle per due ragioni. La prima è che delocalizzare in Cina non conviene più: sempre più spesso, le aziende straniere decidono di chiudere i propri stabilimenti a Shenzhen o Shanghai per aprirne altri in Vietnam o nelle Filippine, dove il costo del lavoro è più basso. Chiudendo le fabbriche, scende la produzione manifatturiera, per trent’anni pilatro del miracolo di Pechino.
La seconda è legata al profilo demografico del Paese, così come è stato plasmato dalla trentennale politica del figlio unico. Quando le riforme di Deng aprirono la strada alla crescita, l’economia poteva avvalersi dell’aumento della forza lavoro garantito da una forte rendita demografica. Oggi, invece, la popolazione non cresce più. Al contrario, comincerà a contrarsi entro un decennio, forse già nel 2020. Secondo le stime del governo, nel 2016 la Cina dovrebbe toccare il picco della forza lavoro. Dovrebbe, perché vari indizi suggeriscono che il picco sia stato già raggiunto nel 2010. In parole povere, tra non molto ogni singolo lavoratore cinese porterà sulle spalle due genitori e quattro nonni. Se la demografia ha il suo peso, nel caso della Cina si tratterà di una zavorra.
In conclusione, i problemi della Cina, a lungo mascherati da controverse forme di “cosmesi” economica, sociale e politica, cominciano ad avvitarsi su se stessi.

Per sapere tutto sulla bolla speculativa cinese si veda anche questo post sul blog dell’economista Jesse Colombo, costantemente aggiornato.

Come volevasi dimostrare: la Cina ha sottovalutato il debito degli enti locali…

di Luca Troiano

Debito pubblico cinese al dicembre 2010

Non più tardi di un mese fa affermavo che la Cina potesse aver sottovalutato l’incremento del debito locale*. Ora lo sostiene anche Mooddy’s. Secondo l’agenzia di rating, Pechino ha sottostimato il debito delle amministrazioni locali per un ammontare di 541,6 miliardi dollari. Inoltre, la percentuale di prestiti in sofferenza potrebbe essere ben superiore a quella prevista in precedenza.
In un comunicato che ha tutta l’aria di un severo avvertimento, Moody ha ammonito che in mancanza di un concreto piano per affrontare le esposizioni dei governi locali, la posizione della Cina potrebbe subire un brusco declassamento.

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Il capitalismo cinese si mantiene grazie ai trucchi stile Enron

1. Un messaggio su Twitter nell’estate 2009 diceva: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo”.
Se i ricchi (cioè gli Usa) sono diversi dagli altri perché hanno (avevano?) più soldi, la Cina è differente perché ha più gente: quando si parla di Pechino si ragiona in termini di grandi numeri. Con la conseguenza che ogni vibrazione negli equilibri interni all’ex Impero di mezzo rischia di turbare il sonno degli statistici impegnati nel controllo dell’economia globale.
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Il Dragone in affanno: l’economia cinese sta rallentando?

Ormai è quasi banale parlare dei grandi numeri dell’economia cinese. La crescita del Dragone sembra non conoscere ostacoli. Una crescita fondata sull’export: i bassi costi di manodopera, i massacranti turni di lavoro nelle fabbriche, la forza di un paese che è residenza di un quarto del genere umano hanno promosso ovunque il Made in China nel mondo. E i poderosi surplus di bilancio che il paese registra ogni mese vengono poi reinvestiti in faraonici progetti, sia all’interno che all’esterno. Continua a leggere