L’America invierà truppe in Africa. Non contro al-Qa’ida, ma contro la Cina

All’inizio di febbraio il governo del Niger ha autorizzato il dispiegamento dei droni USA per le operazioni di sorveglianza ed intelligence contro le milizie jihadiste attive nella regione del Sahel (si veda anche l’approfondimento di Antonio Mazzeo).

La notizia non sarebbe così sconvolgente, se non fosse solo la punta dell’iceberg di un programma molto più ampio e articolato.

Gli Stati Uniti stanno dispiegando truppe in 35 Paesi africani, a cominciare da Libia, Sudan, Algeria e appunto Niger. La notizia, annunciata dall’agenzia AP a Natale e passata pressoché inosservata sui principali organi d’informazione, pare gettare le basi per un futuro intervento americano nel Continente nero.
In particolare, reparti speciali delle forze armate USA, coadiuvati dagli eserciti locali, saranno in grado di partecipare a più di cento esercitazioni militari sul campo già dal prossimo anno.

Ufficialmente, Washington intende eradicare la minaccia terroristica nel Nord Africa. Lo stesso conflitto in Mali (d’iniziativa francese, ma col supporto americano) testimonia che una dozzina d’anni dopo l’11 settembre, la guerra al terrore ha inaugurato un nuovo fronte: quello del deserto.
Dunque il problema esiste.

Tuttavia, un tale dispiegamento di forze nel continente avrà l’effetto di rendere tutta l’Africa, e non solo la regione sahariana, un immenso teatro di operazioni militari degli Stati Uniti. Curioso, se pensiamo che la presenza di al-Qa’ida e affini non è segnalata in quasi nessuno dei 35 Paesi in questione.

Quasi tutti, però, sono in affari con aziende cinesi. E quasi tutti sono ricchi di risorse: petrolio, diamanti, rame, oro, ferro, cobalto, uranio, bauxite, argento, legname e frutti tropicali.
Ecco dunque il vero obiettivo dell’AFRICOM: eliminare l’influenza della Cina dalla regione.
Non bastando più il soft power (il Washington consensus è ormai un retaggio del passato), per vincere la sfida col Dragone cinese si ritorna alla muscolarità del caro vecchio hard power. Ma niente colpi di Stato stile Guerra Fredda, stavolta: è sufficiente dispiegare le proprie truppe in difesa del regime locale (quasi mai democraticamente eletto) contro i gruppi armati eventualmente attivi sul territorio. Obiettivo dei regimi: mantenere il potere. Obiettivo degli Stati Uniti: acquisire appalti e concessioni estrattive.

Come conferma Unimondo:

L’invasione non ha pressoché nulla a che fare con l’”islamismo”e quasi tutto a che fare con l’acquisizione di risorse, in particolare minerali, e con l’accelerazione della rivalità con la Cina.

Come nella guerra fredda, la divisione del lavoro prescrive che il giornalismo e la cultura popolare occidentali mettano a disposizione la copertura a una guerra santa contro un “arco minaccioso” di estremismo islamico, non diverso dalla fasulla “minaccia rossa” di una cospirazione mondiale comunista.

La vicenda Kony deve pur insegnarci qualcosa.

L’ONU apre un’indagine sui droni, ma intanto i raid continuano

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
Un anno fa notavo le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto, sotto la regia di CIA e Pentagono, giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni antiterrorismo. Prova ne è la nomina, a capo della CIA, di quel John Brennan che era stato consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca e che ha contribuito a pianificare (attraverso la cosiddetta Kill list) l’eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi proprio per mezzo dei droni.

Ora, è di qualche giorno fa la notizia che l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani ha aperto un’inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per accertare i danni delle scorribande dei droni tra le popolazione civili nelle aree in cui sono impiegati, per chiarire se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra.
L’ONU intende studiare 25 casiin cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.
Il Post:

Gli obiettivi più immediati dello studio riguarderanno 25 attacchi di droni avvenuti negli ultimi anni in Pakistan, Afghanistan, Somalia e nei territori palestinesi. A chi gli ha chiesto se la commissione si sarebbe dedicata in via preferenziale agli Stati Uniti, Emmerson ha risposto “assolutamente no”. Attualmente 51 paesi del mondo sono in possesso di tecnologia per sviluppare droni, ma il leader, in un mercato che è previsto raggiunga i 50 miliardi di euro di giro d’affari nel 2022, sono proprio gli Stati Uniti.
La decisione di aprire un’indagine sull’uso di droni ha incontrato il favore di molti oppositori delle politiche dell’amministrazione Obama. Hina Shamsi, direttrice del National Security Project all’American Civil Liberties Union, ha dichiarato: “Accogliamo quest’indagine nella speranza che la pressione internazionale possa riportare gli Stati Uniti in linea coi dettami della legge internazionale, che limitano severamente il ricorso alla forza letale”. La commissione investigativa, infatti, probabilmente si occuperà da vicino delle decisioni della Casa Bianca: negli ultimi anni l’amministrazione Obama ha reso l’utilizzo di droni per esecuzioni mirate un perno della sua politica estera, tanto che nel solo Pakistan – ha calcolato il Bureau of Investigative Journalism – i raid della CIA avrebbero ucciso poco meno di 3.500 persone, di cui quasi 900 civili. Secondo i dati diffusi da un think tank liberal, New American Foundation, il numero delle uccisioni mediante droni dell’amministrazione Obama è più di quattro volte quello dell’amministrazione Bush.

Per un quadro completo sul dossier droni si veda questa lunga analisi (di aprile, ma tuttora incardinata nell’attualità) su Michael Hastings sulla rivista Rolling Stones, tradotta qui. Eccone alcuni significativi passaggi:

L’utilizzo dei droni sta rapidamente trasformando il nostro modo di condurre la guerra. Sul campo di battaglia un capo plotone può ricevere dati in tempo reale da un drone che gli permettono di avere una visione della zona per miglia in tutte le direzioni, aumentando le capacità d’azione di quella che normalmente sarebbe stata un’unità piccola e isolata. “È un’informazione sul campo resa democratica,” dice Daniel Goure, un esperto di sicurezza nazionale che ha lavorato al Ministero della Difesa durante entrambe le amministrazioni Bush. “È l’equivalente di Twitter nel campo della ricognizione.” I droni hanno anche cambiato il volto della CIA, trasformando un’agenzia civile di raccolta di informazioni in un’organizzazione paramilitare a tutti gli effetti – un’organizzazione che colleziona lo stesso numero di scalpi di qualsiasi altro corpo dell’esercito.

“I droni sono diventati l’arma antiterrorismo di elezione per l’amministrazione Obama,” dice Rosa Brooks, una docente di Legge di Georgetown che ha collaborato all’istituzione di un nuovo ufficio del Pentagono dedicato alle politiche legali e umanitarie. “Quello che credo non si sia fatto abbastanza è fare un bel passo indietro e domandarsi: ‘Non staremo creando più terroristi di quanti ne uccidiamo? Non staremo promuovendo militarismo ed estremismo, proprio nei luoghi dove li stiamo attaccando?’ Molto di quel che riguarda le azioni coi droni è avvolto nella segretezza. È molto difficile valutare dall’esterno quanto siano davvero pericolose le persone prese di mira.”

Il basso costo e l’efficacia letale dei droni – la morte per telecomando – ne hanno fatto uno strumento imprescindibile per le maggiori potenze militari, così come per qualunque dittatore da operetta. Il mercato globale per i velivoli senza pilota è oggi di 6 miliardi di dollari all’anno, con più di 50 paesi a fare da acquirenti.

Sia il Pentagono sia la CIA amano vantarsi delle azioni teleguidate che hanno eliminato nemici combattenti nel corso della Guerra al Terrorismo.

Ma per ogni obbiettivo di “alto valore” ucciso dai droni, c’è un civile o un’altra vittima innocente che ne paga il prezzo. Il primo grande successo ottenuto dai droni – l’attacco del 2002 che eliminò il leader di AL Qaeda nello Yemen – comportò anche la morte di cittadini statunitensi.

In effetti, entrando in carica Obama ha ereditato due distinti programmi per l’uso dei droni – e dopo le insistenze del Vice Presidente Joe Biden, che ha premuto parecchio per una maggior attenzione alle tattiche antiterroristiche, li ha ampliati entrambi radicalmente. Il primo programma, che rientra nel campo d’azione del Pentagono, si concentra soprattutto sulla ricognizione e sugli attacchi aerei che proteggono le truppe sul terreno. “Il successo più grande dei droni è quello di mantenere vivi i soldati americani,” dice Goure. Il programma del Pentagono, che si sviluppa più o meno in maniera non riservata, è localizzato in più di una dozzina di centri in tutto il mondo, dal Nevada all’Iraq. In un ampio hangar della base aerea di Al Udeid (nel Qatar), tre avvocati militari coprono a turno le ventiquattr’ore, pronti a sottoscrivere le autorizzazioni alle missioni dei droni.

Il programma droni della CIA, al contrario, è stato sviluppato in segreto. Gli avvocati dell’agenzia devono controfirmare gli attacchi, ma la procedura rimane classificata, e la supervisione è assai meno restrittiva di quella attuata in campo militare. A rendere le cose ancora più torbide, la CIA effettua i suoi attacchi coi droni in zone dove ufficialmente gli USA non sono in guerra, inclusi Yemen, Somalia e Pakistan. “Se ci si trova in Afghanistan sarà l’aviazione a decidere l’attacco,” dice un ex funzionario della CIA addentro al programma droni. “Se invece ci si trova in pieno territorio pachistano, la faccenda viene affidata alla CIA.”

Gli attacchi senza equipaggio contro obbiettivi di alto profilo – chiamati “personality strike” – di solito necessitano dell’approvazione di un avvocato come Rizzo, del capo della CIA e qualche volta del Presidente in persona.

Ma per paesi come il Pakistan ciò che l’America considera un attacco legittimo contro dei terroristi è da considerarsi poco meno che la versione militarizzata di un omicidio.

Per Obama – un uomo noto per meticolosità e moderazione – i droni rappresentano un sistema maggiormente mirato di condurre operazioni belliche; un sistema con la potenzialità di eliminare i colpevoli di terrorismo e di limitare le vittime statunitensi. “Il numero di personale USA a rischio è minore,” dice Brooks, il docente di legge che ha consigliato il Pentagono. “La tecnologia rende logiche le scelte che riducano i costi dell’uso di forza letale.”

Nel corso dell’anno passato, tuttavia, il crescente affidamento prestato dal presidente ai droni ha provocato sempre più dissidi all’interno dell’amministrazione.

Alla Casa Bianca questa crisi ha scatenato una piccola baruffa tra gli addetti alla sicurezza nazionale del presidente e la CIA.

Resta incerto quale sia il ruolo svolto dalla Casa Bianca nella scelta dei nomi che finiscono sulla lista dei bersagli. Alcuni funzionari hanno parlato di una commissione segreta all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale [NSC] che terrebbe una lista dei bersagli da eliminare o catturare. La commissione, di cui nessun documento ufficiale autorizza l’esistenza, si dice coinvolga uno dei massimi consulenti antiterrorismo, John Brennan, che è stato uno dei più accaniti difensori della decisione dell’amministrazione Bush di torturare i prigionieri di Guantanamo. Altri funzionari che hanno familiarità con la procedura di selezione dei bersagli affermano che l’idea di una commissione segreta sia una vera esagerazione. L’NSC, insistono, nella maggior parte degli attacchi di droni non è affatto coinvolto, certo non su base quotidiana – specialmente riguardo i “signature strike” effettuati dalla CIA. Questo vuol dire che la CIA possiede ancora una notevole autonomia nel programmare la propria lista di uccisioni, con una supervisione limitata da parte della Casa Bianca. Così la mette un ex funzionario della CIA: “L’NSC decide quando il presidente debba essere coinvolto – e quali impronte digitali lasciare, sempre che se ne lascino.”

I droni offrono al governo un’arma precisa e avanzata per la sua guerra al terrorismo – eppure molti di coloro che vengono uccisi dai droni sembra che terroristi non lo siano affatto. Infatti, secondo uno studio dettagliato sulle vittime dei droni redatto dal Bureau for Investigative Journalism, almeno 174 tra coloro che sono stati eliminati da droni avevano un’età inferiore ai 18 anni – in altre parole, erano bambini. Altre stime di gruppi per i diritti civili, che includono gli adulti che verosimilmente erano semplici civili, alzano la cifra delle vittime innocenti a più di 800. I funzionari statunitensi rigettano simili cifre – “cazzate” mi ha detto un funzionario dell’amministrazione. Brennan, uno dei principali consiglieri di Obama sul terrorismo, lo scorso giugno insisteva assurdamente che non c’è stato “un solo civile” ucciso dai droni durante l’anno precedente.

USA, avanti con gli omicidi mirati e le detenzioni arbitrarie

La questione dei droni e degli omicidi mirati ha attirato sempre più critiche al presidente degli Stati Uniti, specie dopo un articolo del New York Times di giugno, secondo cui ogni martedì viene sottoposta a Obama una “Kill List”, ossia una lista di jihadisti e terroristi da eliminare redatta da cento alti funzionari di CIA e Pentagono. A Obama spetta l’ultima parola su chi uccidere e chi no, e in queste decisioni è aiutato dall’allora consigliere antiterrorismo John Brennan, da quello per la Sicurezza nazionale Tom Donilon e dal suo stratega politico David Axelrod.
In quei giorni scrivevo:

Obama crede nella pace, ma non è un pacifista. E’ sempre stato consapevole che  le belle parole da sole non sarebbero bastate ad estirpare il cancro del terrorismo. La sua idea politica è la perfetta applicazione del si vis pace, para bellum. Come scrivevo in ottobre:

Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, nda]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta”, ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo.
Forse è per questo che l’America non era mai stata impegnata su così tanti fronti come da quando è guidata da Obama: due guerre in corso in Iraq e Afghanistan, a cui si aggiungono altre guerre fantasma(con i droni) in Pakistan, YemenSomaliaMessico e, ultimamente, Uganda. Eppure questo atteggiamento, discutibile su un piano ideale, si è rivelato più fruttuoso di quello viceversa (fin troppo) concreto di Bush: ques’ultimo ha sperperato miliardi di dollari nelle campagne mediorientali, gonfiando ildebito Usa e abdicando di fatto dal ruolo di unica superpotenza che l’ex governatore del Texas aveva ereditato da Clinton, con l’aggravante di quasi 5.000 soldati caduti 225.000 morti totali. Obama, invece, ha saputo togliere di mezzo tre nemici come Bin Laden, al-Awlaki e Gheddafi senza perdite umane.

L’aggressività mostrata nella lotta contro al-Qa’ida ha contrariato quanti credevano che la tortura e le guerre ombra fossero un ricordo del passato. Le azioni promosse o supervisionate da Obama sono spesso rimaste imperscrutabili, coperte dal silenzio e senza alcun avallo di quelle organizzazioni internazionali di cui lo stesso presidente aveva sempre esaltato il ruolo.
Interessante questo articolo di Linkiesta, dove si spiega che nessun presidente ha fatto ricorso all’omicidio segreto quanto Obama

Adesso quel John Brennan, che la Kill list l’aveva creata, sarà il nuovo direttore della CIA - in sostituzione di David Petraeus.
In generale, Brennan è stato una figura chiave dell’amministrazione Obama negli ultimi anni: come consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca, ha contribuito a pianificare il programma di eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi per mezzo dei droni. Il Washington Post ne offre questo ritratto.
Quanto all’uso dei droni, prima visto con sospetto, ora asse portante della caccia ai jihadisti, Linkiesta racconta:

Per anni gli Usa hanno espresso perplessità sugli omicidi mirati operati da Israele. La situazione è cambiata con l’11 settembre. Tanto Bush quanto Obama hanno affermato il diritto degli Stati Uniti, in guerra con al Qaeda, di difendersi dai terroristi ad ogni latitudine, colpendoli ovunque si trovassero. Lo scorso marzo in un incontro con gli studenti della Northwestern University di Chicago il ministro della Giustizia Eric Holder ha spiegato la coerenza con il diritto internazionale di guerra di queste operazioni, comprese quelle che prendono di mira cittadini americani, come Anwar al Awlaki, ucciso in Yemen nel settembre 2011: «Ci sono casi in cui il governo ha l’autorità, o meglio la responsabilità, di difendere il Paese con l’uso appropriato e legale di forza letale». Washington, sostiene Holder, ha il diritto di intervenire quando la minaccia di attacco è imminente e quando la cattura del terrorista non è possibile.
Un’inchiesta comparsa a fine maggio sulle pagine del New York Times ha descritto l’ispirazione della strategia obamiana – l’adesione alla teoria della “guerra giusta” – e le procedure operative: ogni settimana, durante gli incontri del Terror Tuesday, al presidente viene sottoposta una “kill list” di jihadisti da eliminare, stilata col contributo decisivo di John Brennan – consigliere per l’anti-terrorismo, appena nominato da Obama capo della Cia – al termine di un processo di selezione che, fra servizi segreti e Pentagono, coinvolge circa cento alti funzionari.
Negli ultimi anni, però, c’è stato un salto di quantità nel livello degli strike: non più solo i leader operativi di al Qaeda, impegnati nell’organizzazione di attentati contro l’America – la cui rete, soprattutto in Pakistan, si va destrutturando – ma i militanti delle varie sigle estremiste, in lotta con i propri governi, e che spesso controllano intere regioni, del Pakistan, della Somalia, dello Yemen. Di qui la necessità, sottolineata dallo stesso Obama, di un rule book formale sull’utilizzo dei droni. «Creare una struttura legale, con una serie di processi e di controlli sull’utilizzo delle unmanned weapons è una sfida per me e per i miei successori», ha dichiarato il presidente in un’intervista con Mark Bowden, autore del libro “La cattura”, dedicato all’uccisione di Osama bin Laden.
Le Nazioni Unite sono in allarme, tanto da avere pianificato l’apertura di un’inchiesta sull’operato di Washington.

Anche la politica delle extraordinary renditions appare destinata a continuare.

In proposito, pochi giorni fa un tribunale americano ha condannato la Engility Holdings, una compagnia militare privata, a rimborsare 71 ex detenuti del carcere di Abu Ghraib, sottoposti a torture e abusi durante l’occupazione dell’Iraq.
Spicca  silenzio (assordante, come si dice in questi casi) di CIA, Pentagono e Casa Bianca.

La Francia prepara una guerra ombra nel Mali

il 28 giugno scorso Ansar Dine e altri gruppi collegati ad al-Qa’ida – tra i quali il Movimento unito per il jihad in Africa Occidentale, responsabile del rapimento di Rossella Urruhanno annunciato di aver preso il pieno controllo del Nord del Mali, sconfiggendo i combattenti tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA) nella battaglia di Goa.

Oggi l’Azawad è visto come la versione africana dell’Afghanistan di metà degli anni Novanta, ossia come base di addestramento e rifugio di formazioni jihadiste. Ma anche se il governo francese si è espresso pubblicamente a favore di un intervento armato nel nord del Mali, ha negato le voci di un invio di truppe francesi nel Paese. Invece, Parigi favorisce ufficialmente l’intervento da parte dell’esercito del Mali sostenuto da truppe dell’Unione Africana col supporto logistico fornito dall’ECOWAS, a cui l’Algeria ha già dato la sua tacita approvazione. In realtà, dietro le quinte il governo francese sta seriamente cercando di convincere gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali a sostenere un intervento (in)diretto. Parigi invierà droni di sorveglianza per la raccolta di informazioni di sicurezza, ma girano voci che i francesi stiano arruolando mercenari da utilizzare contro le milizie islamiste.

Un intervento sul campo comporta molti rischi, se non altro per la complessità del quadro internazionale intorno al Mali. Secondo Linkiesta:

Il conflitto è ormai alle porte e il ruolo della Mauritania è centrale, assieme a quello dell’Algeria. Algeri, che in patria persegue una lotta senza quartiere contro le “katibat” islamiste, non vuole però impegnarsi oltre confine e spinge per una soluzione negoziale. Nouakchott, invece, si sta progressivamente allineando alle posizioni di Costa d’Avorio, Burkina Faso, Nigeria, e soprattutto del principale sostenitore dell’intervento, la Francia.
A tessere le trame nell’area è l’ex potenza coloniale. Parigi non può permettersi il lusso di scendere in campo direttamente con la propria armée, sia per evitare accuse di neo-imperialismo – Hollande ha più volte preso le distanze dal concetto di Françafrique – sia per non mettere a rischio le vite dei propri ostaggi, tuttora in mano ad Aqmi. Non resta che affidarsi alle organizzazioni regionali, in primo luogo alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas), che ha deciso di dispiegare una forza di circa 3.300 soldati.
Che l’intervento sia «materia di settimane, non di mesi», come ha detto esplicitamente il ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves le Drian, si è capito da vari segnali. L’ultimo, in ordine di tempo, è stata la decisione, da parte di Parigi, di inviare in Niger, entro la fine dell’anno, i droni Male Harfang rientrati dall’Afghanistan, in modo da sorvegliare la zona. Ma sono soprattutto i movimenti di truppe e di materiale bellico a mostrare che il countdown è partito.
Secondo il quotidiano algerino El-Khabar, il piano d’azione sarebbe stato già definito e prevederebbe l’immediata occupazione militare delle principali città e delle aree residenziali del Nord Mali, da parte di un contingente africano armato dai francesi. Una volta conquistate le roccaforti jihadiste, si provvederebbe poi a smantellare l’intera rete fondamentalista.
Il primo carico – veicoli pesanti, armi leggere e strumenti di comunicazione, per un totale di 80 milioni di euro – è stato spedito da una base transalpina in Senegal ed è sbarcato nel Nord del Burkina Faso, lungo i confini con il Niger. L’impegno di Parigi copre anche l’aspetto logistico. Le forze africane dovrebbero sobbarcarsi un’impresa onerosa, gestendo il controllo di un’area più grande della stessa Francia, per cui l’ex potenza coloniale sta studiando la costruzione di una propria base nel Mali centro-settentrionale, da realizzare una volta cacciati gli islamisti. Esercitazioni militari congiunte, a cui partecipano le forze speciali d’Oltralpe – 200, tra soldati e ufficiali – e un contingente formato da unità dell’esercito nigerino e di quello mauritano, si tengono da settimane in una zona lungo il confine tra il Niger e lo stesso Mali. È la conseguenza di un accordo di cooperazione tra la Francia e l’Ecowas, che mira a preparare l’adattamento dell’armée alle difficili condizioni del deserto africano.
Gli Stati Uniti, in piena campagna per le presidenziali, sono più prudenti. Il generale Carter Ham, comandante di Africom, la struttura creata nel 2008 per gestire le relazioni militari con il continente nero, ha dichiarato «che non esistono piani per un intervento diretto americano in Mali», ma che Washington sosterrebbe operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo. Obama ha autorizzato una serie di missioni segrete di intelligence nel continente, come rivelato a giugno dal Washington Post. Uno dei principali obiettivi è proprio Aqmi. Da tempo i droni a stelle e strisce sorvolano il Sahel alla ricerca delle basi operative degli jihadisti.
La missione di Romano Prodi, neo-inviato speciale dell’Onu per l’area, si annuncia spinosa. Tutti gli intrighi dell’Africa occidentale trovano oggi nel Mali un palcoscenico ideale per le loro sceneggiature. Un esempio? Secondo un recente report delle Nazioni Unite, i sostenitori dell’ex presidente ivoriano Gbagbo – attualmente in custodia all’Aja dopo un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale – stanno cercando un’alleanza con Aqmi per destabilizzare l’intera area e riprendere il potere, cacciando il rivale del loro leader, Alassane Ouattara.

Un centinaio di membri delle forze speciali francesi sono già dispiegati nella regione. Non rimane che convincere i partner europei e gli Stati Uniti ad agire. Per adesso il Vecchio Continente ha dimostrato un tiepido sostegno. Il terrorismo nell’Africa occidentale è un problema europeo: lo è nel Mali – come nel Nord della Nigeria, dove Boko Haram continua a far saltare in aria chiese cristiane con sempre maggiore disinvoltura.
Il problema è questo. Lo scorso anno la Francia è stata promotrice (leggi: istigatrice) e capofila dell’intervento armato in Libia a sostegno delle milizie ribelli. I risultati li conosciamo: guerra costosa e destabilizzazione di un Paese già instabile, con preoccupanti conseguenze sull’equilibrio regionale – di cui la rivolta dei tuareg nel Mali, antefatto all’affermazione dei gruppi islamisti nell’area, è solo l’effetto collaterale più evidente. Dopo un’esperienza così sconfortante, Europa e America saranno ancora disposte a seguire Parigi in una nuova guerra tra le sabbie del Nord Africa?

Stati Uniti vs Iran, la guerra silenziosa

In dicembre ha fatto scalpore la notizia della cattura di un drone americano da parte dell’Iran (qui il presunto video), ultimo e forse più eclatante episodio della guerra silenziosa tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica.
Ora pare che gli ingegneri di Teheran siano riusciti a decrittare i segreti del velivolo, modello Sentinel Rq-170, primo passo verso la realizzazione di una “copia” dell’originale.

Dal 2009 la CIa usa i droni per spiare gli sviluppi del programma nucleare iraniano. Tra le varie tipologie di UAV, il Sentinel è il modello più adatto per questo genere di operazioni perché le sue sofisticate strumentazioni consentono la raccolta di informazioni di terreno dettagliate, essenziali per scoprire l’eventuale trasferimento degli impianti di arricchimento dell’uranio verso basi sotterranee.
Il Sentinel, estremamente efficace nei meccanismi di rilevamento, presenta tuttavia notevoli difetti nei sistemi di sicurezza: è molto vulnerabile alle incursioni pirata volte ad interrompere il comando remoto a distanza tra base e velivolo. In altre parole, è possibile interferire nelle comunicazioni con il drone per alterarne la rotta ed impartirgli nuove istruzioni. Curioso è che tale lacuna fosse nota agli ingegneri americani fin dal 2003, i quali però giudicavano la tecnologia a disposizione dell’Iran insufficiente per consentire il dirottamento o la cattura di un Sentinel.

La caccia ai droni è ufficialmente iniziata nell’ottobre 2001, quando la Russia annuncia di aver fornito all’Iran alcuni modelli Avtobaza IL-22, apparecchiature di intelligence elettronica mobili su veicoli in grado di interferire nelle comunicazioni a distanza. Il sospetto che queste strumentazioni abbiano ricoperto un ruolo nell’affaire Sentinel si fa subito strada.
Tecnicamente, gli Avtobaza consentono di effettuare attacchi jamming e spoofing: operazione combinata che prima interrompe la comunicazioni tra base e velivolo inviando segnali radio che occupano le frequenze radio, e in seguito stabilisce un collegamento diretto con il drone fornendo false coordinate al suo ricevitore GPS. In caso di interruzione del controllo remoto, infatti, il drone si collega direttamente col sistema GPS per tornare alla base. Ma nel caso del Sentinel i potenti segnali inviati dall’Avtobaza hanno coperto quelli del satellite, così il drone invece di rientrare a Kandahar è stato fatto atterrare su una pista militare iraniana.

Nei primi giorni non era chiaro se il drone fosse stato catturato oppure semplicemente abbattuto. BBC ha sottolineato come non si trattasse di una questione di poco conto:

If, as was originally thought, the Sentinel had been shot down then there would have been little to put on display but a pile of twisted wreckage.
Instead, what was on show on Iranian TV was an immaculate gleaming white drone that looked straight off the production line.
Which tends to back up the claim by Iran that its forces brought down the drone through electronic warfare, in other words that it electronically hijacked the plane and steered it to the ground.

Avere tra le mai un mucchio di lamiere o un drone tutto intero non è la stessa cosa.
Foreign Plicy ha cercato di ridimensionare l’episodio: quando l’Iran sarà in grado di “replicare” il drone catturato, sostiene la rivista, l’America avrà nel frattempo  ideato nuovi modelli più sicuri e sofisticati, mantenendo inalterato il gap tecnologico tra i due contendenti:

the Sentinel’s downing will only be a temporary setback. As Aviation Week reported, the Sentinel’s sensor package considered “so invaluable when it debuted in Afghanistan about two years ago is considered outdated.” The hyper-spectral sensor capabilities mounted on future stealth drones will make the RQ-170 Sentinel seem quaint. When those future drones also unfortunately fall onto the territory of Iran or other adversaries, people will be surprised and unnecessarily alarmed then, too.

Il New York Times non è stato altrettanto ottimista:

the centerpiece of what had been a covert program is now in the hands of Iranian forces, which may share the captured technology with other countries.

Timore più che fondato, visto che già in dicembre una fonte iraniana aveva rivelato che funzionari russi e cinesi avevano chiesto il permesso di ispezionare il drone allo scopo di studiarne il funzionamento. Peraltro, è stato proprio lo studio condotto sui droni abbattuti e recuperati in Iraq a svelare agli scienziati iraniani – e russi, interessati a carpire i segreti della tecnologia militare USA - le caratteristiche di base di tali velivoli. Il che ha lanciato l’allarme sul supporto logistico e materiale che l’Iran riceve dall’esterno per sviluppare una capacità di intelligence in campo elettronico che Pentagono e CIA neppure sospettavano:

Iran is busy acquiring the technical know-how to launch a potentially crippling cyber-attack on the United States and its allies

“Over the past three years, the Iranian regime has invested heavily in both defensive and offensive capabilities in cyberspace,”

“Equally significant, its leaders now increasingly appear to view cyber-warfare as a potential avenue of action against the United States

Finora l’Occidente ha sottovalutato i progressi compiuti da Teheran in questo come in altri campi (leggi: il programma nucleare), nonostante il lungo elenco di scienziati e militari uccisi, feriti o scomparsi in circostanze non chiarite. La vicenda del Sentinel dovrebbe riflettere. Forse non muterà l’equilibrio della guerra (invisibile) tra USA e Iran, almeno sul piano delle capacità militari. Ma in termini psicologici, certamente si.

Droni dall’alto, operazioni segrete sul campo. Ecco le guerre americane (ed europee) del futuro

Clandestine drones: Obama administration’s critical tool

Un’interessante analisi su FPIF illustra per sommi le linee guida della pianificazione militare americana. Dopo aver esordito affermando che:

“Despite the talk of massive cuts, the U.S. military will continue to be the profligate, inefficient, and remarkably ineffective institution we’ve come to know and squander our treasure on”;

il testo si concentra sul concetto di guerra offshore:

“Even if the U.S. military is dragging its old habits, weaponry, and global-basing ideas behind it, it’s still heading offshore.  There will be no more land wars on the Eurasian continent.  Instead, greater emphasis will be placed on the Navy, the Air Force, and a policy “pivot” to face China in southern Asia where the American military position can bestrengthened without more giant bases or monster embassies.

For Washington, “offshore” means the world’s boundary-less waters and skies, but also, more metaphorically, it means being repositioned off the coast of national sovereignty and all its knotty problems.  This change, on its way for years, will officially rebrand the planet as an American free-fire zoneunchaining Washington from the limits that national borders once imposed. “

L’archetipo delle operazioni militari del futuro lo abbiamo già visto lo scorso anno, ed è stato il blitz che ha portato all’uccisione di bin Laden:

“the raid that killed Osama bin Laden as a harbinger of and model for what’s to come.  It was an operation enveloped in a cloak of secrecy.  There was no consultation with the “ally” on whose territory the raid was to occur.  It involved combat by an elite special operations unit backed by drones and other high-tech weaponry and supported by the CIA.  A national boundary was crossed without either permission or any declaration of hostilities.”

Ecco il punto. CIA e Pentagono stanno progettando un futuro in cui le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni di guerra e antiterrorismo:

“Since November 2002, when a Hellfire missile from a CIA-operated Predator drone turned a car with six alleged al-Qaeda operatives in Yemen into ash, robotic aircraft have led the way in this border-crossing, air-space penetrating assault. The U.S. now has drone bases across the planet, 60 at last count.  Increasingly, the long-range reach of its drone program means that those robotic planes can penetrate just about any nation’s air space.

War has always been the most human 
and inhuman of activities.  Now, it seems, its inhuman aspect is quite literally on the rise.”

A corollario di quanto detto, va sottolineato che molte delle 60 basi in questione risultano peraltro clandestine.
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Droni e terroristi nelle sabbie del Sahel

Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

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