Per favore non chiamatela primavera turca

La proverbiale disattenzione che i media nostrani riservano alla pagina degli esteri comporta, quando di ciò che accade nel mondo non si può proprio fare a meno di parlarne, una lettura degli eventi superficiale e per lo più legata ad una serie di cliché consolidati.
Non c’è dunque da stupirsi che le manifestazioni in corso in Turchia vengano interpretate alla luce di uno tra i paradigmi più temuti (e abusati) dei nostri tempi: la protesta contro il pericolo di re-islamizzazione della società, a cui si contrappone lo spirito di autodeterminazione di una gioventù laica e cosmopolita. E non mancano poi gli audaci paragoni tra i giovani di piazza Taksim e quelli (non più fortunati) che due anni fa riempivano piazza Tahrir; paragoni dettati più dalla seducente assonanza tra i nomi che da una approfondita analisi sul campo.

Detto questo, proviamo a guarda le cose per quelle che sono.

Non è strano che la maggiore (ma non l’unica) sfida all’autorità del primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan in quasi undici anni di potere sia cominciato come una piccola manifestazione ambientalista. Lo scontro sul parco Gezi nasconde infatti un regolamento di conti su altre questioni. Non soltanto il divieto sull’alcool, quello di baciarsi in pubblico o le altre manifestazioni di islamizzazione strisciante. A frustrare il presente della popolazione turca son piuttosto le pressioni sulle università, la repressione della libertà di espressione e in generale l’arroganza con cui il premier si è imposto pensando che il Paese gli appartenga solo perché ha avuto per tre volte la maggioranza dei voti.
In Turchia (qui una breve guida alla storia recente) si protesta per fermare la demolizione di qualcosa di più grande di un parco: il diritto a vivere in democrazia. Perché la Turchia governata dall’Akp è un caso da manuale di come funziona una democrazia svuotata.
Gezi Park è la goccia che ha fatto traboccare il vaso di un conflitto tra le componenti di una società spaccata che si protrae già da lungo tempo. Ma da qui a parlare di primavera turca ce ne corre.

Riporto qui alcuni contributi tra i (pochi) interessanti che si circolano in questi giorni. Continua a leggere

In morte della democrazia ungherese

La nuova Costituzione ungherese, entrata in vigore il 1 gennaio 2012, continua a far discutere. In questi giorni il Parlamento di Budapest ha adottato un’importante serie di emendamenti al testo, che secondo gli osservatori internazionali e diversi costituzionalisti ungheresi metterebbe a rischio la democrazia nel Paese. Malgrado il voto sia stato boicottato dalle opposizioni, la larga maggioranza su cui Fidesz  - il partito del controverso premier Viktor Orbán – può contare in parlamento, circa i due terzi dei seggi, ha fatto sì che gli emendamenti venissero approvati con 265 voti a favore, 11 contrari e 33 astenuti.
La scorsa settimana l’Unione Europea e il Dipartimento di stato americano avevano chiesto a Orbán di rimandare il voto, valutando di nuovo le modifiche costituzionali non compatibili con gli impegni che l’Ungheria si è presa aderendo all’UE. Fidesz si era però rifiutata.
L’opposizione socialista ha boicottato il voto, uscendo dal parlamento e sventolando delle bandiere nere dalle finestre per simboleggiare “una giornata nera per la democrazia ungherese”.

Le limitazioni alle libertà politiche e civili introdotte dalle modifiche sono diverse: è stata ridotta la possibilità per i partiti politici di fare campagna elettorale attraverso i media nazionali; gli studenti potranno ottenere delle sovvenzioni statali solo se si impegnano a lavorare in Ungheria dopo la laurea; sono state introdotte delle multe e pene detentive per i senzatetto; è stata ridefinita la categoria di “famiglia”, che non includerà più le coppie non sposate, quelle senza figli e quelle formate da persone dello stesso sesso. Inoltre, secondo Frontiere News:

Le modifiche approvate alla Costituzione. Il nuovo emendamento limita, infatti,  i poteri della Corte Costituzionale che negli ultimi due anni ha bloccato molte delle leggi approvate dal Parlamento. D’ora in poi non potrà più entrare nel merito delle leggi che potranno essere esaminate solamente da un punto di vista formale. Questo, secondo i costituzionalisti,  stravolge l’architettura istituzionale ungherese e l’equilibrio tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario. Colpita anche la libertà di espressione che potrà essere limitata in presenza di comportamenti considerati lesivi della dignità della nazione ungherese. Sono stati inoltre vietati i dibattiti elettorali su radio e tv private: dalle prossime elezioni potranno svolgersi solamente sulle tv pubbliche controllate dall’esecutivo. Un duro colpo è stato assestato anche al partito Socialista: il vecchio partito Comunista, da cui nasce la principale forza di opposizione, è stato infatti definito una “organizzazione criminale”. Sul fronte dei diritti civili, il nuovo emendamento chiude definitivamente al riconoscimento delle coppie di fatto, riservando alle sole coppie con figli i diritti e le agevolazioni previste per le famiglie. Colpiti anche i neolaureati che hanno usufruito di borse di studio: se si trasferiscono all’estero dovranno restituire gli incentivi. Molte polemiche ha suscitato anche la criminalizzazione dei senzatetto, che d’ora in poi potranno essere perseguiti penalmente.

E davanti ad un governo che continua a indebolire la democrazia ungherese, Bruxelles si dimostra impotente, commenta la stampa europea.
Lo 
scontro con l’Unione Europea, di cui l’Ungheria è stato membro, sulla questione della riforma della Costituzione era già iniziato nel gennaio 2012, quando la Commissione europea aveva avviato ufficialmente tre procedure d’infrazione, più volte annunciate, contro l’Ungheria per le suddette modifiche al testo costituzionale giudicate non in linea con lo spirito libertario dei principi giuridici europei.
Pochi mesi dopo, in aprile, la Commissione europea si era detta disposta a discutere di un supporto finanziario per l’Ungheria a condizione che il governo di Budapest cambiasse la legge sulla banca centrale. Eppure, nonostante l’unica concessione arrivata da Orbán fossero delle promesse, alla fine è stato quest’ultimo a prevalere, ottenendo dagli eurocrati un’apertura in merito alla concessione di aiuti finanziari.
Il 27 luglio, durante una riunione dell’Associazione nazionale degli imprenditori (Vosz) a Budapest, il premier si è nuovamente esibito in una postura liberticida evocando la possibilità di un “nuovo sistema al posto della democrazia”, perché il suo popolo, “semi-asiatico”, “capisce soltanto la forza”. Due giorni dopo, in occasione di una visita alla minoranza ungherese in Romania, Orbán ha riacceso le polemiche con Bruxelles, affermando che la UE è la “principale responsabile della profonda crisi attuale, tratta i paesi dell’Europa dell’est con disprezzo” e “non può avere successo”.

Nel frattempo, più per ricevere aiuti che in virtù della decantata genesi orientale del suo popolo, Orbán ha cominciato a guardare all’Asia per davvero. Si spiega così la visita a maggio del vicepremier cinese Li Keqiang, il quale, prima di atterrare in una Bruxelles imbavagliata per l’occasione, ha fatto tappa in Ungheria dove ha siglato ben sette accordi di cooperazione.
Inoltre, a metà agosto il suo partito Fidesz ha deciso di sostenere un oscuro festival incentrato sui legami fra la nazione ungherese e le tribù dell’Asia centrale nel quadro del turanismo, una corrente ideologica che sostiene l’unione dei discendenti delle tribù di lingua turca dell’Asia centrale, legata all’estrema destra ungherese moderna e tradizionale. Questo in un Paese dove la cultura è sempre più asservita alla propaganda ultranazionalista.
Estrema destra, a proposito, oggi rappresentata dal partito Jobbik, di cui fa parte il deputato Marton Gyongyosi, che lo scorso novembre – nel silenzio della stampa internazionale – aveva proposto di schedare la popolazione ungherese di origine ebraica.
Sempre guardando ad Est, con il futuro passaggio del gasdotto South Stream sul suolo ungherese si prepara un matrimonio energetico con la Federazione russa.

Per mantenere l’attuale consenso, il primo ministro ha iniziato a preparare il campo per la sua rielezione nel 2014. In novembre il parlamento ha avviato l’esame di una legge che cambia le regole per la campagna elettorale del prossimo anno. Dopo aver soppresso l’iscrizione automatica alle liste elettorali, il governo sembra cercare il sistema per eliminare ogni concorrenza in modo da continuare la sua controversa avventura con la minor legittimità democratica possibile. Ma non è l’unica misura volta a favorire i suoi elettori.
Proprio nel 2014 dovrebbe scadere il divieto agli stranieri di acquistare terreni, imposto dal 1994 ed esteso in occasione dell’adesione dell’Ungheria all’Unione europea dieci anni dopo. L’Ungheria non ha petrolio o altre risorse naturali. Ha però terre coltivabili (circa 5 milioni di ettari) che stuzzicano l’appetito di molti. Così la nuova legge agraria, adottata nel luglio scorso, preclude agli stranieri di comperare terreni agricoli e inficia i contratti firmati in previsione dell’apertura del mercato. Ma il provvedimento, più che lasciare la terra nelle mani dei piccoli contadini ungheresi, tende a favorire i latifondisti che, manco a dirlo, spesso sono membri della cerchia del premier.

Tuttavia, le assurde decisioni del premier, unite alla crescente crisi economica e alla svalutazione del fiorino, non potevano restare senza conseguenze.  Orbán gode sempre di una forte maggioranza in Parlamento, ma il supporto dell’opinione pubblica inizia a venir meno.
L’11 febbraio il rientro universitario è stato contrassegnato da una serie manifestazioni di studenti, che hanno occupato diverse facoltà in segno di protesta contro i citati emendamenti della Costituzione. Lo stesso giorno diverse migliaia di persone hanno manifestato davanti al Parlamento di Budapest contro le nuove norme del codice del lavoro, che impone ai disoccupati e agli inattivi lavori di interesse generale in condizioni spesso durissime e degradanti.
L’Ungheria, a fronte ad un governo autoritario, soffre la mancanza di un’opposizione autorevole. Le proteste dei socialisti contro la recente riforma costituzionale si sono risolte in una polemica faziosa e strumentale all’imminente campagna elettorale. Al momento, non c’è alternativa al predominio di Fidesz.

Curiosamente, Orbán gode anche delle simpatie della controinformazione nostrana, che lo considera un “baluardo contro lo strapotere dell’Europa”. Per certa intelligentia, le critiche del premier alle politiche di austerity comandate da Bruxelles bastano a far chiudere entrambi gli occhi sulla realtà di un governo che sta allontanando sempre di più il Paese dalla democrazia. A Budapest nessuno può più criticare apertamente il premier come invece in Italia possiamo fare con Berlusconi e Monti. Eppure in rete Orbán
Secondo Altrenotizie:

Le critiche degli ambienti di potere internazionale sono comunque dovute in gran parte ai toni e alle iniziative populiste di Orbán, il quale continua a sfruttare la profonda opposizione tra gli ungheresi alle politiche di austerity dettate da Bruxelles e dal Fondo Monetario Internazionale, con il quale il governo di Budapest ha da qualche tempo rotto le trattative che erano in corso per ottenere un pacchetto di aiuti economici a favore del paese mitteleuropeo.
In risposta al coro di proteste seguite alle modifiche alla Costituzione, nella giornata di martedì Orbán ha così riproposto le consuete tirate nazionaliste e anti-UE, affermando ad esempio che l’Ungheria ha troppi creditori stranieri e promettendo alle aziende locali di convertire i loro debiti in valuta estera in prestiti in fiorini. Inoltre, il premier ha anche annunciato di volere creare un sistema bancario domestico pubblico, facendo perciò intravedere, secondo quanto riportato dalla Reuters, una svolta rispetto alle politiche neo-liberiste che hanno contraddistinto nell’ultimo decennio i governi dei paesi dell’ex blocco sovietico.
Una simile strategia non può però nascondere la vera natura del governo di estrema destra del premier Viktor Orbán, impegnato fin dal suo primo mandato alla guida del paese tra il 1998 e il 2002 a indebolire le strutture democratiche dell’Ungheria per consolidare il potere dell’esecutivo. Una tendenza marcatamente autoritaria, quella del leader di Fidesz, confermata anche dopo il trionfo elettorale del 2010 ma accompagnata ora ad una retorica populista di facciata per fare leva sul più che giustificato malcontento domestico verso le istituzioni europee e le rovinose politiche di rigore che esse continuano a promuovere senza scrupoli in tutto il continente.

Bugie, secessioni e tanto petrolio. Quel che rimane dell’Iraq

In Iraq, dove la democrazia è stata calata dell’alto, ci accorgiamo che la guerra non è mai finita. Ha solo cambiato protagonisti e bersagli. A un anno dal ritiro del grosso delle truppe americane e dopo altri nove di occupazione, continuano le lotte di potere tra gruppi politici, etnici e religiosi e si profila la possibilità di elezioni anticipate prima dello scadere della legislatura, nel 2014. O peggio ancora, di una tripartizione curdo-sunnito-sciita del Paese.

L’Iraq nel 2012

Dopo Saddam doveva essere democrazia, ma la realtà è ben diversa. I più recenti dati di Human Rights Watch parlano di libertà personali e collettive negate, abusi su popolazione e minoranze, permanente divisione del Paese in tre aree etnico-religiose.
Gli attentati terroristici si moltiplicano: 325 morti e oltre 700 feriti a luglio. 365 uccisi e 683 feriti nel solo mese di settembre. Nello stesso mese, la condanna a morte in contumacia dell’ex vicepresidente iracheno, il sunnita Tariq al-Hashemi, colpevole di avere organizzato con gruppi terroristici sunniti oltre 150 attentati e omicidi tra il 2005 e il 2011 contro politici e funzionari sciiti del governo di Maliki. Hashemi, fuggito dall’Iraq, si trova ora in Turchia, che rifiuta di concederne l’estradizione a Baghdad.
Resta irrisolta la questione curda, rimasta più o meno silente dal 1992. Anche se il Kurdistan ha una produzione giornaliera di soli 1.000 barili, il Governo autonomo ha stipulato oltre 40 contratti per l’estrazione e l’esportazione autonoma del petrolio contro la volontà del governo centrale, che li ha definiti illegali.
Per finire, in dicembre il Presidente Jalal Talabani, impegnato in una difficile mediazione tra sunniti, sciiti e curdi, è stato colpito da un ictus, cadendo in uno stato di coma profondo.

Il conflitto settario

Tra tutti i paesi del Medio Oriente l’Iraq è quello che ospita al suo interno il maggior numero di minoranze – di cui i sunniti rappresentano chiaramente la punta di diamante -, i cui diritti vengono sistematicamente ignorati. Ragion per cui la deriva settaria del malcontento della popolazione rischia di infiammare un quadro già acceso.
Dal 23 dicembre infiammano le manifestazioni della minoranza sunnita, che accusa il primo ministro Nuri al-Maliki d’incompetenza nella gestione dei servizi pubblici e denuncia la legislazione antiterrorista da cui si sente presa di mira. L’argomento secessione non è più un tabù. Le proteste di massa nel governatorato di Anbar hanno dato origine l’idea di uno “Stato dell’Iraq occidentale” che comprenda popolazione sunnita del Paese.
La primavera confessionale irachena si articola sulle richieste dei manifestanti sunniti (qui in arabo) formulate in 15 punti, sui quali spicca l’istituzione di una “regione sunnita secondo la Costituzione”, a cui segue la caduta del governo Maliki nel caso di rifiuto all’accoglimento di tale istanza. Già lo scorso aprile fonti kuwaitiane (in arabo) rivelavano che Hashemi aveva sostenuto la formazione di una cosiddetta “Grande regione sunnita”  che comprendesse le province di Tikrit, Mosul, Anbar e Diyala. La quale potrebbe essere una delle ragioni, al di là di quelle ufficiali, della sua estromissione e persecuzione da parte del governo Maliki. Secondo altre fonti, Hashemi – definito un burattino nelle mani del governo turco – avrebbe elargito 4 milioni di dollari ai capi tribù delle suddette province per continuare le manifestazioni di piazza.
Negli stessi giorni è tornato a farsi vivo anche Ezzat Ibrahim ad-Duri, ex vicepresidente del Consiglio del comando della rivoluzione dei tempi di Saddam, ultimo ex uomo forte del passato regime e tuttora latitante, dando il suo sostegno alle manifestazioni antigovernative sunnite e lasciando intendere che Maliki è una burattino nelle mani dall’Iran.
La partita irachena non si gioca più solo nei palazzi del potere, ma anche nelle piazze e con le tende. E nel prossimo futuro anche con le armi, se è vero che in novembre è nato lEsercito libero dell’Iraq, fotocopia dell’omologo siriano. I suoi uomini dicono di voler abbattere il “potere sciita” nel Paese e “combattere l’influenza dell’Iran” nella regione. Nessun riferimento a libertà e diritti.
Il giornalista Latif Alsaadi ricorda:

Tutti questi problemi sono comunque la conseguenza della base politica costituzionale, su cui si è mosso il processo politico seguente, e della realtà creata dopo l’occupazione dal plenipotenziario americano Bremer e dal Governo da lui diretto.
Con lui si è fondata la distribuzione del potere su base etnica e settaria e si sono formati, “in nome” della democrazia e del processo democratico, nuovi potenti interessi. Sempre su questa base è stata modificata la legge elettorale con cui si è andati alle elezioni del 2010, in seguito alle quali, stante anche la presenza di una costituzione malata, si sono consolidati interessi selvaggi e legati ad un potere autoritario.
Tale legge infatti ha attribuito gli oltre due milioni di voti delle forze sconfitte ai partiti più forti e grandi, col risultato che molti sono entrati in parlamento senza essere stati votati.

La questione curda

E poi ci sono i curdi. Il Kurdistan gode di un certo grado di autonomia nell’area a nord del Paese, ma l’atmosfera di apparente cooperazione col governo centrale si è parecchio incrinata nell’ultimo periodo.Le polemiche con Baghdad ruotano intorno a due questioni: l’applicazione dell’art. 140 della Costituzione in merito alla giurisdizione su alcune aree contese (come le province di Kirkuk, Salah’din, Ninive e Diyala) e la divisione degli utili del petrolio. Centrale, in entrambi i casi, è la posizione di Kirkuk, città nei cui paraggi viene estratto il 20% di tutto il petrolio iracheno.
Sul primo punto, l’accordo col governo Maliki prevedeva che alle popolazioni locali venisse concesso di decidere se stare con il Governo Regionale Curdo o no, ma Baghdad ha preferito inviare un contingente armato verso i confini del Kurdistan – la Forza operativa Dijlah, allo scopo di controllare le suddette località, anche se formalmente con la finalità di combattere il terrorismo. Sul secondo, ai curdi spetterebbe 17% dei proventi petroliferi, ma non siamo mai andati oltre il 13%-14% a causa dei tagli imposti da Baghdad.
Come nella contesa tra sunniti e sciiti, il braccio di ferro tra curdi e governo centrale interessi molto concreti. Globalist:

La controversia in merito alla sovranità territoriale tra governo centrale e KGR ha, infatti, multiple sfaccettature. Da un lato alle diatribe politiche tra Baghdad ed Erbil è sottesa una spaccatura tra arabi e curdi che potrebbe riaprire contraddizioni di natura etnica all’interno del Paese, dall’altro un ruolo importante è giocato dagli alleati internazionali delle due parti. A seguito della ritirata delle truppe statunitensi, sia il governo centrale sia il KGR hanno cercato di ricalibrare a proprio favore i rapporti di forza interni. In questo senso il governo al Maliki ha tentato un riposizionamento sull’asse sciita al fianco dell’Iran mentre il governo di Barzani ha lavorato per apparire un partner credibile per gli investitori esteri.

Gli investimenti stranieri nel settore petrolifero iracheno sono diretti perlopiù in Kurdistan o nelle provincie contese e per quanto durante l’estate il governo di al Maliki abbia cercato di riprendere la gestione delle concessioni anche minacciando le compagnie petrolifere, Barzani mantiene salda la sua posizione ed ha reso noto il progetto di un oleodotto curdo verso la Turchia che estrometterebbe completamente il governo iracheno dalla gestione degli impianti. L’alleanza con attori internazionali, e in particolar modo con Ankara, ha, però, obbligato il KGR a rilanciare il proprio protagonismo nell’area e ad esprimersi anche su questioni come la guerra in Siria, foriere di dissidi a livello interno. Nel caso specifico Baghdad ed Erbil si trovano su fronti opposti. Al Maliki sostiene gli al-Assad mentre Barzani ha dato rifugio a molti profughi siriani e ha creato forti legami con il Consiglio Nazionale Siriano (CNS).

In questo contesto un eventuale conflitto interno tra curdi ed arabi non solo renderebbe palese il fallimento del processo di unificazione nazionale dell’Iraq, ma avrebbe anche conseguenze che travalicano i confini del Paese e che potrebbero aggiungere elementi di instabilità alla regione.

In quest’ottica, il Kurdistan vuole internazionalizzare la sua lotta per assumere un ruolo chiave nel quadro geopolitico regionale.
Se da un lato il governatore curdo Erbil ha intrapreso una serie di iniziative di lotta “interne”, come la sospensione delle proprie forniture a Baghdad quale arma di negoziato, dall’altro ha alzato lo sguardo oltreconfine stringendo accordi di esplorazioni con le maggior compagnie petrolifere mondiali. Uno su tutti – quello con Exxon Mobil -, ha complicato estremamente le relazioni tra il governo autonomo e la compagnia statunitense, da una parte, e le autorità irachene, dall’altra. Il pericolo rappresentato da questa mossa si spiega in due effetti: le Big Oil sembrano ora pronte a rischiare l’ira di Baghdad pur di guadagnare una posizione in Kurdistan, mentre la regione sembra acquistare, in questo modo, sempre maggiore autonomia di manovra.
Il controllo sull’Iraq passa per la frammentazione del tessuto politico, sociale ed economico che lo costituisce. Perché l’Iraq odierno non è che questo: un Paese incatenato da forze politiche ed economiche che ne inibiscono la crescita, continuando però a sfruttare le sue risorse energetiche.
Sarà anche per questo che, da qualche tempo, i media internazionali danno grande rilevanza al Kurdistan iracheno, mentre i diritti di oltre 20 milioni di curdi che vivono in Turchia non sembrano meritare lo stesso spazio (parentesi: per un background completo sulla questione curda si veda Limes).

Il futuro che non c’è

Per la Banca Mondiale l’Iraq un Paese ancora da tutto da ricostruireLe risorse per farlo ci sarebbero, in teoria. In pratica, in cima all’agenda del governo questo punto pare non esserci. Nel 2013 Baghdad avrà a disposizione il più grande bilancio della storia del Paese, forte dei 118,6 miliardi di dollari previsti dai proventi del petrolio. Ma a beneficiarne non saranno i cittadini: la fetta più grande della torta è destinata infatti a incrementare la produzione di greggio, a rafforzare la sicurezza e la difesa, e a soddisfare tutte le esigenze dell’ufficio del primo ministro. La ricostruzione, dunque, dovrà ancora attendere.
Senza contare le inefficienze e disuguaglianze direttamente imputabili alla corruzione, che in Iraq coinvolge tutti gli aspetti della vita quotidiana.

Per finire, anche la verità – prima e l’ultima vittima dell’invasione irachena – dovrà attendere. Il giorno di Natale, le famiglie dei militari americani e britannici coinvolti nell’invasione del 2003 hanno appreso che la declassificazione di alcuni messaggi privati intercorsi tra l’allora premier Tony Blair e il presidente USA George W. Bush è stata nuovamente rimandata: doveva essere pronta quasi due anni fa, poi nel 2012 e ora prossima data utile sembra essere fine 2013, forse l’inizio del 2014. Colpa delle resistenze incontrate tra le fila del governo inglese.
A dieci anni di distanza, ci sono segreti (di Pulcinella) che non possono ancora essere svelati.

Congresso del PCC, niente di nuovo sotto il sole di Pechino

Fin dalla nascita della Repubblica Popolare, il passaggio di consegne tra le classi dirigenti cinesi avviene attraverso la successione di generazioni. Un gruppo di leadership (praticamente formato da coetanei), cresce all’interno del partito con una carriera che prevede ruoli di crescente importanza prima a livello locale e poi nazionale, preparando lentamente il ricambio in modo che al momento della selezione ufficiale non ci siano pericoli di fratture. E quando queste ci sono, possono essere ricomposte con mezzi più o meno leciti, come si è visto nel caso di Bo Xilai – punta dell’iceberg delle contrapposizioni tra neomaoisti e liberisti.
La generazione di Hu Jintao è la quarta; quella che si accinge a prenderne il posto è la quinta e già si intravede all’orizzonte l’emergere della sesta. Per capire la struttura politica del Partito Comunista Cinese si veda questa mappa.

Con queste premesse è iniziato il 18° Congresso del PCC, in programma a Pechino dall’8 al 15 novembre. L’altro grande fatto di attualità internazionale del mese (dopo le elezioni americane), e più in generale del 2012.
Il popolo vuole diritti e libertà d’espressione. L’Occidente, invece, chiede crescita, liberalizzazioni e ulteriore apertura al sistema capitalista. Ma al di là delle frasi di rito spese per la proposta di rinnovamento della Costituzione, tutto quello che uscirà dalla settimana di riunione sarà deciso “per il bene del partito”, dunque al fine di preservare lo status quo. Lo ha lasciato intendere il portavoce Cai Mingzhao che, nella conferenza stampa di presentazione, alla domanda di un giornalista straniero sulla democrazia, ha risposto che ” il sistema di governo attuale si è rivelato adatto alla società cinese”. Tradotto in altri termini: avanti col partito unico, e riforme alle calende greche.
Per il momento, dunque, i profondi squilibri che caratterizzano l’economia cinese resteranno inalterati.

Sarà anche per questa ostinato clima di opacità che nei giorni precedenti all’apertura del Congresso, la stampa nazionale ha sottolineato il disinteresse dei cittadini. Inevitabile conseguenza della coltre di segretezza e di misure di restrizione della libertà di movimento e di comunicazione che circondano i lavori. Non c’è dunque da stupirsi se milioni di giovani abbiano manifestato maggiore interesse per le presidenziali americane – come testimoniato dai milioni di commenti sui weibo, gli equivalenti cinesi di Twitter – che per quanto avveniva nei palazzi del potere di Pechino.
Tuttavia, la censura non aiuta. Francesco Sisci su Limes spiega perché il Congresso sbaglia a tenere le porte chiuse:

Questa differenza sembra mettere in cattiva luce la Cina. L’America, grazie alla trasparenza della sua campagna elettorale, arriva ad avere un’influenza globale. Il mondo intero può osservare e ammirare la trasparenza del suo processo democratico.

Al contrario, nessuno al mondo sa cosa stia succedendo in Cina. Gli analisti non possono fare a meno di domandarsi come questo paese potrà mai riuscire a ottenere potere e influenza quando il suo processo più importante, la scelta dei leader, rimane completamente segreto. A questo proposito, l’accavallarsi di voci contrastanti non fa che confermare la prima impressione: come può un paese che vuole avere maggiore capacità d’influenza tenere nascosto il proprio aspetto più significativo (chi è che comanda davvero) agli occhi della sua gente e a quelli del mondo? Con un comportamento del genere, la Cina si tarpa le ali da sola: chi tiferà mai per lei, quando nessuno sa niente neppure di chi andrà a governarla?

E pensare che, stando alla BBC, ci sono almeno otto argomenti – in Cina otto è un numero di buon auspicio – per cui il mondo dovrebbe prestare attenzione a ciò che accade nei corridoi segreti del Congresso. Dalla crescita dell’economia alla salute dell’ambiente e di molte specie animali; dall’ascesa del mandarino come lingua globale alle dispute insulari con Giappone e Filippine.

Meles Zenawi, dittatore spietato ma gradito all’Occidente

Da due mesi non dava notizie di sé. Un lungo silenzio interrotto lo scorso 21 agosto con questo annuncio: Meles Zenawi (qui la biografia), da 21 anni primo ministro e uomo forte dell’Etiopia, è morto presso l’ospedale St. Luc di Bruxelles in seguito a un lungo ricovero.
The Post Internazionale lo ricorda così:

Meles è rimasto al potere per 21 anni diventando un personaggio capace di ottenere miliardi di dollari in aiuti dai governi occidentali e allo stesso tempo ricevere numerose condanne da gruppi di monitoraggio dei diritti umani per le sue politiche oppressive nei confronti di stampa e gruppi di opposizione.

Ampiamente ammirato per avere portato sviluppo economico e allo stesso tempo mantenuto stabilità e sicurezza in un paese distrutto da divisioni interne. In patria, ha soppresso il dissenso e controllato capillarmente le attività politiche ed economiche con precisione autocratica. Nel 2005, la Bbc riportò che 193 oppositori vennero uccisi in seguito a proteste contro la rielezione di Meles.


Un diplomatico occidentale vicino a Meles ha dichiarato recentemente che in Etiopia “vige una dittatura che tiene il popolo al limite della povertà ma è riuscita ad affascinare gente del calibro di Tony Blair e Bill Clinton”.

In altre parole, pochi governanti hanno manifestato tante contraddizioni come lui. Zenawi è stato uno dei leader più lodati del Continente Nero (anche se non da gruppi sostenitori dei diritti umani) per la sua mentalità oritnetata allo sviluppo regionale. C’è chi lo ergeva a simbolo del “Rinascimento Africano” accanto a Nelson Mandela. La sua disponibilità a collaborare con gli Stati Uniti contro il terrorismo – che ha trovato la sua punta massima nell’offensiva contro le Corti Islamiche in Somalia nel 2006, sponsorizzata da Washington – lo aveva reso un alleato indispensabile in una regione turbolenta come il corno d’Africa. Il New York Times si interroga su come cambierà la strategia degli USA in quell’angolo di mondo ora che questo alleato non c’è più.
Celebrato dall’Occidente, Zenawi era allo stesso tempo un grande estimatore della Cina, come da lui stesso riconosciuto in un lungo discorso nel vertice dell’Unione Africana lo scorso gennaio.

Sul piano economico, tra il 2000 e il 2008 l’Etiopia ha registrato una crescita annuale media dell’8,8%: praticamente ai a livelli cinesi. Comunque la più alta in Africa tra le economie non legate all’esportazione di petrolio. Zenawi ha anche promosso l’apertura di cliniche in 1500 villaggi e il miglioramento della rete stradale del Paese. Con 4 miliardi di dollari di aiuti esteri all’anno (di cui un quinto solo dagli Satti Uniti) poteva permettersi questo ed altro. Da rimarcare i suoi accordi di collaborazione con Gibuti e Somaliland per assicurare all’Etiopia lo scalo nei porti dei rispettivi Paesi, a vent’anni dalla perdita di ogni sbocco sul mare in seguito all’indipendenza dell’Eritrea.
Allo stesso tempo, il suo governo è stato caratterizzato da un cinico divide et impera con cui ha escluso molti dei principali gruppi etnici del Paese dalla vita politica ed economica, negando gli aiuti umanitari a quelli ritenuti infedeli e “sovversivi”. Il miracolo economico non è stato a beneficio di tutti. La malnutrizione è ancora diffusa, e più volte il governo è stato accusato di corruzione e cattiva gestione degli aiuti esteri. Attualmente l’Etiopia è al 174° posto  secondo l’Indice di Sviluppo Umano, in una classifica di 187. Il suo programma di sviluppo mostra qualche luce e molte ombre, come i faraonici progetti per la costruzione di dighe e la svendita delle terre alle aziende estere nonostante le carenze alimentari sofferte dal Paese. Per quanto riguarda le libertà civili, va ricordato il progetto di legge (Charities and Societies Proclamation) con cui il governo si è riservato il diritto di regolare e sopprimere arbitrariamente tutte le organizzazioni civili, interne ed estere. Da segnalare infine lo scarso contrasto alla tratta degli esseri umani.

Anche Voice of America sottolinea l’impegno di Zenawi nel mantenere il Paese forte e rilevante nel panorama africano, il suo spirito di collaborazione verso gli Stati Uniti e l’impulso impartito alla crescita economica, ma allo stesso tempo rimprovera al defunto premier l’incapacità di promuovere tra le libertà e i diritti civili così come aveva fatto con lo sviluppo commerciale. E VoA lo sa bene: Zenawi ne aveva oscurato il segnale perché non gradiva le sue trasmissioni.

L’ambiguo equilibrio tra apertura all’estero e chiusura all’interno è sintetizzato da questo articolo del CPJ a firma di Mohamed Keita: Zenawi aveva la capacità di comprendere ciò che noi stranieri volevamo sentirci dire. In un certo senso, parlava la nostra lingua. Esprimendosi in inglese accanto ai potenti, si mostrava pacato, conciliante e disposto al dialogo con tutti. Lotta alla povertà e lotta al terrorismo erano il succo dei suoi discorsi. Per il mondo, Zenawi ostentava l’immagine di un intellettuale che ha sostenuto lo sviluppo e combattuto le politiche contro il cambiamento climatico. Ma sul versante interno, in una lingua che nessuno in Occidente sa comprendere, il suo tono era molto diverso. Con gli altri etiopi era maleducato, arrogante, minaccioso. Ha proseguito la censura del regime di Mengistu, coprendo perfino le notizie su carestie e siccità. Ha spietatamente represso ogni dissenso. Eskinder Nega è solo l’ultimo nome aggiunto nella lunga lista degli attivisti condannati. In uno dei suoi ultimi discorsi, Zenawi si è scagliato contro le critiche – reali o immaginarie – dei giornalisti indipendenti, accusati di essere “terroristi”.

Al momento, il posto di primo ministro è temporaneamente occupato dal suo vice Hailemariam Desalegnpiombato da un giorno all’altro sotto la luce dei riflettori. Hailemariam era stato nominato vice primo ministro e ministro degli esteri nel settembre 2010, subito dopo la quarta vittoria elettorale del Fronte Rivoluzionario Democratico dei Popoli. Poche settimane dopo il voto, il congresso del partito lo aveva promosso come vice presidente. Nonostante la sua rapida ascesa, è semisconosciuto all’estero. Il congresso del partito si riunirà alla fine di settembre e deciderà se rimarrà in carica fino alle elezioni per il 2015. Al momento, non tutti sono convinti che sotto il suo interregno l’Etiopia manterrà l’attuale stabilità.
Sul futuro politico del Paese, si veda questa lunga ed incisiva analisi sul Time.
Zenawi è stato l’antitesi della massima del presidente Obama, secondo cui “l’Africa non ha bisogno di uomini forti, ha bisogno di istituzioni forti“. In quanto uomo forte, la sua scomparsa lascia un vuoto di potere in un’istituzione debole. E lascerà l’Occidente senza un prezioso alleato. L’ennesimo perso da un anno e mezzo a questa parte, dopo Ben Alì, Mubarak ,Gheddafi e Saleh spazzati via dall’uragano della Primavera Araba. L’ennesimo dittatore “buono”, che reprimeva la sua gente ma piaceva ai nostri potenti.

Cina, la “paranoia” di Tiananmen 23 anni dopo

A 23 anni di distanza, le autorità cinesi mostrano ancora grande imbarazzo sul tema di Tiananmen. Pechino si è sempre rifiutata di aprire una discussione su quanto accadde quel 4 giugno 1989: la manifestazione giovanile, la repressione, le vittime (ufficialmente 200, ma il dato reale è ignoto). Il risultato è che, a due decenni da allora, oggi soo pochi i cinesi under 30 ad avere una pur vaga cognizione degli eventi, ma internet e le nuove tecnologie hanno contribuito ad aprire una breccia in questo muro di silenzio.

CSMonitor spiega quanti sforzi faccia Pechino per imporre l’amnesia collettiva.
Nelle settimane precedenti alla ricorrenza i gestori di Weibo, ossia l’equivalente cinese di Twitter, hanno coscienziosamente censurato ogni termine che potesse avere attinenza con Piazza Tiananmen“tank”, “crush” ,“never forget”, “square”, oltre ovviamente a alla coppia di numeri “6.4”. Anche il terno “535” è stato oscurato, poiché per eludere la rigida sorveglianza dall’alto, molti utenti avevano furbescamente celato la data del 4 giugno sotto le mentite spoglie di un ideale “35 maggio“.
Anche il termine “candle” e la relativa immagine, simbolo con cui commemorare le vittime di Tiananmen,  sono stati censurati. In prossimità della fatidica data, i gestori hanno rilevato un’impennata di 200.000 messaggi riferenti al termine candela. Difficile che sfuggisse loro il messaggio tra le righe.

Per una straordinaria coincidenza, ieri lo Shanghai Composite Index, ossia l’indice della Borsa di Shanghai, ha registrato una flessione di 64.89 punti, componendo dunque la data del 4 giugno ’89 in un modo e in un luogo che nessuna censura avrebbe potuto occultare. Solo un caso? Forse no: pochi minuti dopo l’indice ha evidenziato un’altra bizzarra torsione, attestandosi a quota 2364.98 punti – ossia: 23° anniversario dal 4 giugno ’89, leggendo l’anno al contrario. Gli analisti ha rifiutato di commentare i numeri.

Singolare la presa di posizione delle autorità statunitensi, che hanno pubblicamente chiesto a quelle cinesi di liberare i dimostranti ancora in prigione a 23 anni di distanza. In una dichiarazione del Dipartimento di Stato di domenica, il viceportavoce Mark Toner ha detto che gli Stati Uniti hanno incoraggiato la Cina a fornire un resoconto completo di tutte le persone uccise, detenute o scomparse durante la violenta repressione delle manifestazioni. Ha inoltre chiesto di porre fine a ciò che lo stesso Toner ha descritto come la continua persecuzione dei partecipanti alle proteste e alle loro famiglie. Richiesta che ha contrariato il regime di Pechino.
Come spesso accade, gli slanci umanitari di marca USA nascondono altri fini. Sabato 2 giugno, appena un giorno prima della dichiarazione di Toner, il Segretario alla Difesa Leon Panetta aveva annunciato un nuovo piano per reindirizzare l’attenzione del militare degli Stati Uniti verso il Pacifico attraverso l’invio di un maggior numero di navi. Entro il 2020 le forze navali americane saranno dislocate tra Pacifico e Atlantico secondo una proporzione di 60-40, contro il 50-50 di oggi. Sempre che per allora il maggiore degli oceani non sia passato dallo status di Mare Nostrum di Washington a lago interno di Pechino.

Probabilmente la nota su Piazza Tiananmen è stata dettata più dall’opportunismo che dal reale interesse per la verità. In attesa di mostrare i muscoli nelle acque del Pacifico. E poco importa che la repressione di quel 4 giugno continui a mietere vittime ancora oggi. Allora con le armi, ora col silenzio.

Il caso Chen e il difficile equilibrio tra libertà e diplomazia

“Le relazioni sino-americane valgono più di un avvocato autodidatta. Anche se cieco.”

Si conclude così questo post sul sito del Fatto quotidiano che riassume la vicenda umana di Chen Guangcheng, simbolo vivente delle libertà negate nell’ex Terra di Mezzo, e  Non potrebbe esserci sintesi migliore, visti gli sviluppi.
Oggi molte delle assicurazioni ricevute dall’ambasciata americana sono state smentite dai fatti. Ad esempio, a Chen era stato detto che la sua permanenza in ospedale sarebbe stata garantita dalla presenza di personalità diplomatiche degli USA. Invece oggi accanto a lui non c’è nessuno, a parte i poliziotti cinesi che sorvegliano il reparto in cui l’attivista si trova ricoverato. Il governo degli Stati Uniti è responsabile per una promessa di protezione che non può più rispettare.
Come nota Lucia Annunziata:

In verità, dubbi sulla soluzione trovata erano filtrati fin dall’inizio. Ci si chiedeva soprattutto come fosse stato possibile che la Cina lasciasse a un dissidente libertà di azione nel Paese. E ci si chiedeva come potessero gli americani farsi garanti di diritti su cui chiaramente non avrebbero avuto nessun controllo.

Appare chiaro che il destino di Chen e della sua famiglia (anche qui, la cui salvaguardia era stata assicurata dagli americani) sono ormai nelle mani del governo cinese, che ieri ha formalmente chiesto le scuse degli Stati Uniti per aver permesso al dissidente di rifugiarsi nella propria ambasciata. Senza mezzi termini, Pechino ha accusato Washington di “interferire negli affari interni della Cina”.
Al riguardo, scorrendo le varie opinioni sul web – una cui sintesi è riportata dal Guardian – salta subito all’occhio questa riflessione di Duncan Hewitt sul Daily Beast:

It remains to be seen how the Chen case will affect relations between China and the U.S.: with China in the midst of the sensitive run-up to a leadership transition this fall, Beijing clearly did not want the ongoing humiliation of a high profile citizen remaining under U.S. diplomatic protection on its own territory. With Chen now out of the U.S. embassy, it’s not clear how serious the Chinese demands for an apology are—after a U.S. spy-plane crash landed at a Chinese airfield in 2001, the U.S. made a statement expressing regret, which China translated as a formal apology, though the U.S. said that was not exactly the case. And one Chinese newspaper said today, before news of Chen’s departure, that the incident “will not affect Sino-U.S. relations.”

Bastano questi spunti per capire come mai la vicenda Chen stia causando un incidente diplomatico tra le due (future) colonne portanti dell’ordine mondiale. Soprattutto se consideriamo che il 2012 sarà un anno delicato per entrambi i giganti.
Al momento la posizione americana è molto impacciata. In queste circostanze è facile tacciare lo zio Sam di ipocrisia, senza considerare che anche la dottrina del “double standard” ha i suoi perché.  Hillary Clinton ha invitato la Cina al rispetto dei diritti umani senza mai nemmeno nominare Chen, chiaro esempio di come gli USA si stiano barcamenando in un complicato gioco d’equilibrio per mantenere delle buone relazioni con il proprio maggior creditore senza perdere la faccia davanti all’opinione pubblica, sia interna che estera. Inoltre non dimentichiamo che il caso Chen irrompe proprio a pochi mesi dalle elezioni di novembre.
Quello che si può rimproverare all’America, in questo momento, è la mancanza di una strategia comunicativa precisa e coerente, come dimostra l’esistenza di ben tre versioni fornite su caso nel giro di 24 ore: quella americana, che parla di un lieto fine in cui l’America facilita la permanenza di Chen in Cina; quella degli attivisti, secondo cui Chen e la sua famiglia sarebbero stati minacciati; quella dello stesso Chen, deciso a lasciare la Cina con destinazione Stati Uniti. Così si scade nel ridicolo.

D’altra parte anche la Cina è impegnata nella transizione di potere al vertice. Reuters traccia un’analisi sul tema mettendo in relazione la vicenda Chen, il siluramento di BO Xilai avvenuto poche settimane fa e la probabile nomina del vicepresidente Xi Jinping come successore di Hu Jintao. Vicende strettamente legate tra loro.
Globalproject riassume lo scenario complessivo:

La situazione è complicata anche per Obama che da un lato – nel caso di richiesta di asilo politico negli Usa da parte di Chen – avrebbe difficoltà a dire di no, perché un “gran rifiuto” (il presidente e Hillary Clinton in passato hanno difeso pubblicamente Chen) regalerebbe una carta in più alla campagna elettorale dei repubblicani. Mitt Romney, il probabile sfidante di Obama al voto di novembre, domenica ha dichiarato: «Il nostro paese deve pretendere in maniera decisa le riforme in Cina e sostenere chi sta combattendo per quelle stesse libertà di cui noi già godiamo».
D’altro canto Washington in questo momento ha bisogno dell’appoggio di Pechino su una serie di dossier internazionali (Siria, Iran, Corea del nord) e vuole che la Cina apra sempre di più i suoi mercati alle aziende a stelle e strisce.
Il caso di Fang Lizhi, il fisico che dopo la repressione della rivolta di piazza Tiananmen, dal 5 luglio 1989 passò oltre un anno nell’ambasciata Usa di Pechino, si sbloccò dopo un compesso accordo tra Kissinger e Deng Xiaoping: a Fang fu permesso di scappare negli Usa.
Per Chen gli americani dovranno trovare il punto di equilibrio tra realpolitik e difesa dei diritti dell’uomo. I cinesi sembrano interessati soprattutto a minimizzare le possibili conseguenze di questo incidente sullo scontro di potere interno al Pcc. Anche questa volta il compromesso non si annuncia facile.

Per il momento, tra tante ipotesi, è questa l’unica certezza.

Quattro colpi di Stato, quattro lezioni sulla democrazia (che non c’è) in Africa occidentale

Il colpo di Stato del 22 marzo nel Mali è stato il quarto avvenuto nell’Africa occidentale negli ultimi anni, dopo quelli in Mauritania (2008), Guinea (2008), e Niger (2010). Riflettiamo su questo punto, mettendo da parte la questione dei Tuareg e tutto ciò che le ruota intorno. Quattro casi, alcune analogie. Tutti i Paesi in questione, al momento del cambio di regime, stavano attraversando momenti di evidente crisi. E tutti erano in procinto di andare alle elezioni.

La storia della Mauritania, in seguito alla fine del sistema monopartitico nel 1978, include quattro colpi di mano in successione: 1978, 1984, 2005, e appunto 2008. Mentre i primi due installarono al potere dei regimi militari, il terzo venne motivato da crescenti tensioni domestiche sotto la dittatura del colonnello Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya. Quest’ultimo tentò di stemperare la situazione attraverso una moderata tolleranza verso l’apertura alla democrazia. Nel 2007 furono organizzate delle libere elezioni. Ma all’interno della leadership militare serpeggiava la convinzione che un governo civile sarebbe stato politicamente debole di fronte alle minacce che incombevano all’orizzonte, segnatamente quella jihadista. Si giunse così al colpo di Stato nell’agosto del 2008. Il leader del golpe, il generale Mohamed Ould Abdel Aziz, era peraltro già stato un elemento chiave nel precedente colpo di mano del 2005. Nel 2009 la giunta militare ha indetto le elezioni presidenziali. Abdel Aziz si è presentato come candidato e ha vinto. È al potere ancora oggi, nonostante le accuse di corruzione, affarismo e familismo.

La Guinea ha avuto due colpi di Stato: nel 1984, alla morte di Sekou Toure, presidente in carica fin dall’indipendenza, e nel 2008, alla morte del presidente Lansana Conte, salito al potere proprio 24 anni prima. Il controllo venne assunto da una giunta militare presieduta dal capitano Moussa Dadis Camara, che aveva dapprima promesso nuove elezioni, in seguito alle quali avrebbe lasciato il potere, salvo poi rimangiarsi tutto. Nel settembre 2009 ha fatto reprimere nel sangue una manifestazione dell’opposizione. Tre mesi dopo una delle sue guardie gli ha sparato un colpo in testa. Il potere è passato al generale Sekouba Konate, che ha indetto nuove elezioni (in un doppio turno nei mesi di giugno e novembre del 2010) segnate da pesanti violenze e accuse di frode. Il vincitore Alpha Condé, a lungo leader dell’opposizione, è ancora presidente.

Anche il Niger ha avuto quattro golpe. Nel 1974, quando fu rovesciato il Hamani Diori, in carica dall’indipendenza. Nel 1996 quando salì al potere il colonnello Ibrahim Mainassara, dopo una serie di governi democratici ma instabili. Nel 1999, in seguito all’assassinio di Mainassara da parte delle sue guardie del corpo e che portò alle elezioni poi vinte da Mamadou Tandja. Infine l’ultimo nel febbraio 2010, guidato dal colonnello Salou Djibo, che cacciò Tandja dopo che questi aveva modificato la costituzione per rimanere in carica oltre la scadenza naturale del suo secondo mandato. L’episodio del 2010 mostra una significativa continuità con quello precedente del 1999: Djibo, che si considerava l’arbitro della democrazia nigerino, ha poi organizzato nuove elezioni in tempi relativamente brevi. Il voto si è tenuto nei mesi di gennaio e marzo del 2011 ed è stato vinto dall’allora leader dell’opposizione – e attuale presidente – Mahamadou Issoufou.

Il Mali, prima di quello del 22 marzo, ha avuto altri due rovesciamenti: 1968 e 1991. Il primo portò al potere Moussa Traoré, che aveva spodestato il primo presidente del Paese Modibo Keita e che avrebbe governato col pugno di ferro per oltre vent’anni. Il secondo avvenne per mano di un altro militare, Amadou Toumani Touré, il quale cedette il potere a un governo eletto l’anno successivo (guadagnandosi il soprannome di “soldato della democrazia”), e poi riuscì a farsi eleggere presidente nel 2002, ottenendo un secondo mandato nel 2007. E pensare che aveva promesso di non ripresentarsi alle presidenziali. Inoltre, il governo di Touré è stato segnato da incompetenza e corruzione. Sullo sfondo, nel Paese si sono susseguite tensioni religiose e intercomunitarie, nonché una diffusa criminalità urbana. E a Nord c’erano i Tuareg, i quali hanno collezionato una lunga serie di ribellioni nel corso degli ultimi cinquant’anni: tra il 1962 e il 1964, tra il 1990 e il 1995, e infine tra il 2007 e il 2009.
Alcuni membri del governo Touré sono stati anche accusati di aver tollerato l’ingovernabilità nel vasto Nordest desertico proprio per lucrare sui traffici illeciti che fioriscono nella regione. In ogni caso, l’incapacità di fronteggiare la nuova rivolta dei Tuareg in corso nella vasta area ha determinato il colpo di mano del 22 marzo.

Quattro esempi, quattro riflessioni.
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Putin, il prezzo della vittoria

Tutti si aspettavano la vittoria di Putin; pochi il fuori programma delle proteste, soprattutto con questa intensità. Segno che se al 63% dei russi – con una punta del 99,4% in Cecenia, dove Vladimir ha sparso il sale – vanno bene altri sei (dodici?) anni con l’ex agente del Kgb al potere, il restante 37% non la pensa esattamente così. In altre parole, in Russia sta nascendo quella cosa che noialtri chiamiamo “opinione pubblica”, ossia quel movimento trasversale che partendo dalla base può produrre vibrazioni fino al vertice della piramide.
Nel corso della campagna elettorale, e in particolare all’indomani delle contestate elezioni parlamentari del 4 dicembre, Putin aveva bollato le manifestazioni di piazza come una minoranza destabilizzante nelle mani di non meglio precisati governi stranieri. I suoi discorsi traboccavano di nazionalismo, tutti convergenti sulla necessità di “difendere la Russia, anche se non si è capito bene da chi. In compenso lui sa difendere bene se stesso da ogni forma di dissenso: Reuters e BBC parlano di 550 arresti tra i manifestanti (tra cui tre giornalisti e un blogger), benché i media statali riportino cifre molto inferiori. Perfetto corollario del suo programma politico, incentrato sul solo obiettivo della permanenza al Cremlino.

Come mai il dissenso è esploso proprio adesso? La Russia sta attraversando un periodo di crescita (+4,3% nel 2001), mentre la vicina Europa annaspa. In realtà, come rilevato da molti studiosi, la ricchezza forma la classe media, principale antagonista di ogni forma di regime. In Russia tale classe è nata proprio negli ultimi anni, dopo il sofferto decennio eltsiniano. Come dire che è stato lo stesso sviluppo economico di cui Putin si professa artefice a segnare la fine del grande consenso intorno alla sua figura.
Lo spiega bene Linkiesta: Quando il paese si trova agli albori della crescita, il leader distribuisce la rendita petrolifera al popolo, con un occhio di riguardo secondo le simpatie politiche e industriali. In seguito l’impalcatura inizia a mostrare le prime crepe. I proventi petroliferi, sia pur in forma di briciole, finiscono nelle tasche del popolo, favorendo l’ascesa di professionisti, docenti, intellettuali: una prima forma di “borghesia”, appunto. A questo punto il regime tenta in qualche modo di cooptare la classe media nello schema di potere. Il problema è che nessun regime è mai riuscito ad assicurarsi la sopravvivenza politica in questo modo, a meno di non impiegare la violenza su larga scala.

In ogni caso la vittoria di Putin costerà allo Stato russo centinaia di miliardi di dollari: a tanto ammonta il controvalore delle promesse elettorali necessarie a “comprare” il consenso delle masse.
Questa ricca analisi della Reuters analizza nel dettaglio il programma di spese previsto. Il costo degli aumenti retributivi del settore pubblico peserà sul bilancio pubblico per l’1,5% del PIL all’anno. Percentuale con gli altri impegni di spesa sociale che potrà arrivare al 2% entro il 2018, o ma alcune stime parlano addirittura del 4-5%. Ci sono poi le spese militari: 790 miliardi di dollari entro il 2020, che faranno lievitare la spesa pubblica di un ulteriore 2,2% del PIL annuo.
Non è poco se pensiamo che nei primi due mesi del 2012, la spesa pubblica è già aumentata del 37% rispetto ad un anno fa. Inoltre Putin ha più volte ripetuto che non aumenterà l’età pensionabile dagli attuali 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, gravando il bilancio statale (il cui 10% è impiegato per le prestazioni pensionistiche) di un ulteriore onere implicito.
Tutti numeri la cui stabilità è legata all’imponderabile volatilità del greggio, in un’economia dove le rendite energetiche rappresentano ancora i due terzi delle esportazioni nazionali. La Russia raggiunge il pareggio di bilancio con il petrolio a 90 dollari al barile, e lo scorso anno il prezzo medio si è attestato ben al di sopra quota 110, complici la Primavera araba e la guerra in Libia.
Certo, se Putin si decidesse a fare qualcosa per combattere gli sprechi e la corruzione la Russia potrebbe tagliare il budget federale di un 5-10%, risparmiando l’equivalente dell’1-2% del PIL all’anno. Ma è ovvio che non farà nulla.

Se sarà rieletto anche tra sei anni, Putin avrà trascorso venti anni da presidente più quattro da primo ministro. Totale 24 anni: sarà stato al potere meno di Stalin, ma più di Brezhnev. E’ stata un’elezione meno tediosa di quanto potesse immaginare, ma è comunque tornato al Cremlino evitando il ballottaggio e tanto gli basta. Poco importa se i dati siano falsati, come sostengono gli osservatori internazionali.
Il sostegno all’uomo forte del Cremlino resta alto, soprattutto nelle province e nelle campagne. Ma è nelle città che si annida la temibile classe media. La stessa classe consapevole che in Russia non sono i governati a scegliere i governanti, bensì i governanti a scegliersi da soli. Di conseguenza l’appuntamento elettorale degrada a teatrino messo in piedi per il popolo, ad una una pubblicità per esaltare il sostegno a Putin. In concreto, il presidente sta esasperando il confronto con l’opposizione fino al punto di rottura. Egli sta dichiarando guerra a quel 37% che non lo voterà mai. Con la conseguenza di inacidire l’avversione nei suoi confronti. Per adesso ha vinto una battaglia, ma la guerra è appena iniziata.

Senegal, democrazia al capolinea

Fino a poche settimane fa, il Senegal poteva vantare l’orgoglioso primato di essere l’unico Paese d’Africa a non aver mai subito un colpo di Stato. Circostanza che aveva reso Dakar un modello di democrazia per l’intero continente.
Oggi questo fiore all’occhiello non c’è più, calpestato dall’ostinazione con cui il presidente in carica Abdoulaye Wade sta cercando il terzo mandato, nonostante la costituzione (da lui stesso modificata) preveda solo una possibilità di rielezione. In gennaio la Corte Costituzionale ha rigettato i ricorsi dell’opposizione, sentenziando che Wade può correre per il terzo mandato – respingendo al contempo la candidatura del cantante Youssou N’Dour. Una decisione che ha spento ogni speranza di risolvere la crisi politica che va profilandosi attraverso le vie legali.

Certo, si può obiettare che, dall’indipendenza nel 1960, in Senegal si sono succeduti solo tre presidenti (l’indimenticato Léopold Sédar Senghor, Abdou Diouf e lo stesso Wade) e che la legalizzazione dei partiti politici è giunta solo nel 1981, ma resta il fatto che il Paese aveva sempre mostrato una maggiore libertà e partecipazione rispetto a quelli vicini. I morti negli scontri tra civili e polizia nel corso delle manifestazioni dei giorni giorni testimoniano come questa stabilità potrebbe essere già il ricordo di un felice passato.

Ma cosa è stato il Senegal sotto la presidenza Wade? Da questa analisi di IRIN, che passa sotto la lente i risultati dei suoi 12 anni di governo, emergono luci ed ombre. In sintesi, da una parte il PIL è cresciuto del 5% medio all’anno, sono aumentati gli investimenti stranieri (soprattutto francesi), industria e servizi hanno consolidato un discreto grado di sviluppo. La sanità è migliorata, la popolazione al di sotto della soglia della povertà si è ridotta del 15% (ora è al 50,7%) e la società civile si è confermata un ambiente fiorente e aperto. Dall’altra parte, però, il conflitto nella Casamance rimane irrisolto, trasparenza e governance sono in visibile declino e il progressivo aumento della popolazione (3% annuo) ha fatto si che il numero di poveri, diminuito in termini relativi, abbia in realtà subito un incremento del 10% in termini assoluti. Anche la disoccupazione giovanile è aumentata.

Secondo il prof. Horace Campbell, docente di Studi Africani e Americani alla Syracuse University, con il suo colpo di mano Wade ha tradito quell’ideale di panafricanismo di cui per anni si era fatto portatore (di fatti lo definisce un panafricanista “fraudolento”). Nel corso della Conferenza dell’Unione Africana del 2007, Wade aveva detto: “Se non riusciamo ad unirci, diventeremo deboli, e se viviamo isolati in Paesi divisi, ci troveremo di fronte al rischio di crollare di fronte ad economie più forti ed unite”. Se dicevi sul serio, chiosa Campbell, dimettiti adesso.