Sbaglia chi dice di fare come Argentina, Islanda ed Ecuador

Quante volte abbiamo letto, in questi anni di crisi economica, che l’Argentina, l’Islanda e l’Ecuador sono stati un esempio straordinario di sovranità popolare perché hanno ripudiato il debito, ribellandosi ai diktat del Fondo Monetario Internazionale? E quante volte le stesse sottolineano come dopo i rispettivi default, non più oppressi dalla schiavitù del debito, negli anni a seguire questi Paesi hanno registrato tassi di crescita così elevati da far invidia persino ai cinesi? Peccato che si tratti di un invito improponibile, poiché fondato su presupposti errati.
Il Post propone un interessante articolo per sfatare questa leggenda ad uso e consumo della gente comune, spiegando perché, dati alla mano, tali Paesi non sono affatto un esempio da seguire.

Ecuador

Il default di Quito rappresenta un caso particolare: il Paese aveva i soldi necessari per pagare il debito, ma una commissione governativa stabilì nel 2008 che 3,5 miliardi di dollari di titoli erano stati emessi in maniera irregolare. La scelta di non ripagare il debito fu politica, già annunciata dal presidente Correa nel corso della campagna elettorale del 2007. Pochi mesi dal default il governo di Correa ricomprò dai suoi creditori il 91% dei titoli di stato su cui aveva fatto default a un terzo del loro valore originale. L’operazione è andata bene: nel 2011 l’Ecuador ha registrato una crescita del 7,8%. Tuttavia:

Per capire come tutto questo sia stato possibile e perché l’esempio dell’Ecuador non sia un esempio che si può imitare, bisogna dare un’occhiata al paese un po’ più ravvicinata. L’Ecuador ha circa 15 milioni di abitanti e una popolazione molto giovane. Il suo Prodotto interno lordo è di 127 miliardi di dollari, meno della metà del PIL della Grecia e meno di un decimo di quello italiano. Oggi il suo debito pubblico è di circa 25 miliardi di dollari (un centesimo del debito pubblico italiano) e nel 2008 fece default soltanto su 3,5 miliardi di debito.
Ma c’è un fatto ancora più importante che distingue l’Ecuador non solo dall’Argentina e dall’Islanda, ma anche dall’Italia: circa metà della sua economia è basata sulle esportazioni di petrolio. Esportare petrolio è ancora più importante di quello che si può pensare: il primo problema di un paese che fa default è che avrà difficoltà a trovare paesi disposti ad acquistare nuovi titoli di stato. Non avere denaro in prestito significa avere meno denaro da investire in infrastrutture, stipendi, riforme, pensioni e tutto il resto della spesa pubblica.
L’Ecuador però aveva il petrolio e all’indomani del default la Cina si fece avanti, offrendo immediatamente al paese un prestito da un miliardo di dollari in cambio di accordi petroliferi. Il tasso di interesse chiesto dai cinesi, 7,5%, era tre volte più alto di quello dei prestiti offerti dal FMI, ma ottenere denaro a un tasso molto alto era certamente una situazione migliore che non avere denaro affatto. In questi ultimi anni il debito pubblico dell’Ecuador nei confronti della Cinaè arrivato a 7,3 miliardi di dollari.

Islanda

Sulla leggenda della rivoluzione islandese ho già ampiamente spiegato, ricevendo insulti, minacce e maledizioni, ma mai una smentita basata su uno straccio di fonte verificata (a parte il blog di Beppe Grillo…).
Il Post:

 l’Italia con più di 60 milioni di abitanti e l’Islanda, invece, con una popolazione più o meno pari a quella di Verona, circa 300 mila abitanti. Con un termine tecnico, l’Islanda è un paese non “sistemico”, che può compiere scelte anche molto azzardate senza che queste abbiano gravi conseguenze di portata planetaria. Ma non c’è solo questo: anche la ricostruzione della crisi in Islanda che viene diffusa più spesso è profondamente scorretta.

La leggenda del virtuoso default dell’Islanda deriva da un episodio che in realtà sembrerebbe molto più degno di biasimo che di merito. Una delle tre banche nazionalizzate dal governo, laLandsbanki, aveva tra i suoi fondi anche un fondo pensione chiamato Icesave. Con il collasso della Landsbanki cominciò un caso diplomatico e legale estremamente complicato che non si è ancora concluso. In sostanza: all’interno di Icesave avevano depositato i contributi per la loro pensione più di 120 mila cittadini inglesi ed olandesi per un totale di 1,7 miliardi di depositi.
La disputa cominciò per stabilire quanti di quei soldi il governo islandese, che ora controllavaIcesave, avrebbe dovuto ridare ai futuri pensionati inglesi e olandesi. Gli accordi ottenuti nel 2010 e 2011 tra i tre governi per restituire il denaro, in diverse forme e tutte molto complicate, furono tutti bocciati nel corso di due referendum, uno nel 2010 e l’altro nel 2011.

Per ulteriori conferme, si vedano anche questo lungo contributo su FalceMartello e questo video su Youtube.

Argentina

 l’Argentina, dopo il default, ha compiuto scelte economiche azzardate che si stanno rivelando devastanti per la sua economia.
(L’Argentina è di nuovo vicina al default?)

Quello che il governo argentino ha fatto negli ultimi anni è stato in sostanza un tentativo di comprare il consenso elettorale dei suoi cittadini aumentando la spesa pubblica, soprattutto sotto forma di massicci trasferimenti di denaro alla popolazione, cioè agevolazioni, sussidi e stipendi pubblici. Dal default del 2001 -che a differenza di quello dell’Ecuador fu causato dal fatto che in cassa non c’erano più soldi- l’Argentina è considerata un paese inaffidabile e quindi non può ricorrere al mercato per finanziare la sua spesa pubblica.
Le soluzioni trovate dai vari governi guidati dal presidente Cristina Kirchner sono state varie e tutte, potenzialmente, molto pericolose. Uno dei primi gesti fu quello di mettere sotto controllo governativo la Banca Centrale.

L’inflazione è proprio uno dei problemi più gravi dell’Argentina. Secondo fonti indipendenti l’inflazione argentina è ormai a più del 25%, mentre secondo il governo è ferma solo al 9%. In molti, tra giornali e analisti finanziari, hanno dichiarato da tempo di non utilizzare più i dati ufficiali del governo, ritenendoli truccati.

Per scampare all’inflazione gli argentini hanno cercato di acquistare monete stabili, in particolare dollari americani, finché i loro pesos valgono ancora qualcosa. Per evitare questo fenomeno, che fa scendere ancora di più il valore della moneta argentina, il governo ha messo in piedi una serie di ostacoli e divieti per impedire di fatto che i pesos vengano cambiati in dollari: ad esempio un argentino che oggi si trovasse in un paese estero non potrebbe prelevare dollari da un bancomat.
A queste limitazioni si aggiungono altre misure poco ortodosse per limitare le importazioni, un altro di quei fenomeni che, se superiori alle esportazioni, fanno scendere il valore di una moneta.
Questo insieme di cause, insieme a una diminuzione del prezzo delle materie prime di cui l’Argentina è un grande esportatore, unito alla crisi globale, sta facendo crollare il gettito fiscale del governo argentino, che non ha a disposizione il mercato del debito per fronteggiare i buchi nel bilancio. Come se non bastasse, pur di cercare di tenere l’economia in moto, la Banca Centrale sta abbassando i requisiti patrimoniali richiesti alle banche. In altre parole le banche potranno prestare più soldi, tenendo in minor conto i rischi che questi prestiti comportano e detenendo quantità minori di capitale di emergenza nelle loro casse.

Spagna sull’orlo del baratro

La non-notizia di oggi è che la Spagna ammette di essere sull’orlo del baratro:

Madrid ha alzato bandiera bianca. «Non ci sono più soldi per i servizi pubblici e senza gli acquisti di titoli di Stato effettuati dalla Banca centrale europea, La Spagna sarebbe collassata». Il ministro iberico del Bilancio, Cristóbal Montoro, non ha usato mezzi termini per descrivere di fronte al Parlamento la situazione che sta vivendo la Spagna. Ufficializzata la richiesta di sostegno finanziario per il sistema bancario, Madrid ora attende l’Eurogruppo di domani per capire in che modo potrà ottenere i fondi, senza i quali il collasso sarebbe inevitabile.

Che Madrid avesse superato il punto di non ritorno, si sapeva già da aprile. Basti pensare che oggi i tassi pagati sui propri titoli pubblici sono ben superiori a quelli che Portogallo, Irlanda e Grecia pagavano quando hanno chiesto, ciascuna a suo tempo, il salvataggio internazionale: CBS ricorda che tali nazioni hanno atteso una durata media di 22 giorni prima di chiedere aiuto una volta che gli interessi sui propri titoli a 10 anni hanno varcato la soglia del 7%.

La novità è che per la prima volta la triste realtà viene ammessa in pubblico. Per anni Zapatero prima e Rajoy dopo avevano cercato di minimizzare l’entità della crisi, se non addirittura di negarla. Risultato? Oggi la Spagna dovrà affrontare la situazione a costi molto maggiori di quanto sarebbe stato necessario nel 2009, quando i primi segnali iniziarono a manifestarsi:

Prima il bailout, poi l’austerity. Lo stesso scenario visto per Grecia, Irlanda e Portogallo, si è oggi ripresentato per la Spagna. Arriveranno 65 miliardi di euro di tagli in due anni e mezzo. «Siamo in mezzo al guado, dobbiamo decidere cosa fare e sono sicuro che tutti gli spagnoli sapranno essere uniti», ha detto il premier Mariano Rajoy presentando le misure di austerity che dovranno riformare il Paese. Il conto dei pacchetti di bilancio lievita quindi a 123 miliardi di euro nell’arco dell’ultimo anno. Prima i 15 miliardi di euro dell’ultimo periodo di José Luis Rodríguez Zapatero, poi i 16 miliardi di sforbiciate alla spesa delle Regioni autonome, infine i 27,3 miliardi di tagli deciso dal governo Rajoy nei mesi scorsi. Tuttavia, come spiegano da HSBC, potrebbe non essere abbastanza per evitare un piano di salvataggio ad ampio spettro e non solo limitato al sistema bancario

Ciò non significa che la classe dirigente abbia perduto la sua peggiore abitudine: la reticenza. El Pais racconta che il parlamento – manovre a parte - non ha ancora discusso né si è pronunciato sul piano di salvataggio da 100 miliardi di euro (approvato oggi da quello tedesco), richiesto proprio da Madrid un mese fa:

El Gobierno español ha pedido el rescate con fondos europeos para recapitalizar la banca. Es una operación que ha puesto a España bajo todos los focos internacionales. Supone pedir una ayuda de hasta 100.000 millones de euros que pasarán a engrosar la deuda pública. Y, sin embargo, el Parlamento español ni ha debatido ni se ha pronunciado sobre el rescate, del que el Gobierno apenas ha dado cuenta al Congreso, más allá de alguna alusión de pasada en el debate de los recortes que protagonizó Mariano Rajoy o de alguna pregunta parlamentaria en las sesiones de control del Gobierno.

El contraste es más brutal porque son los Parlamentos de otros países europeos lo que sí están debatiendo y votando un rescate que afecta principalmente a España. El Parlamento holandés, el Bundestag alemány el Parlamento finlandés han votado las condiciones por las que se regirá el sistema financiero español, mientras el Parlamento español lo ignoraba.

I documenti su cui il Bundestag si è pronunciato sono pubblicati e commentati dal Financial Times, che ne mette in luce le ambiguità.

Le ragioni del collasso dell’economia spagnola le ho già spiegate qui. A ciò si aggiunge ora il problema delle finanze pubbliche. La Spagna non è la Grecia, ma la deleteria combinazione di entrate fiscali in calo e tassi obbligazionari in rialzo stanno per infliggere il colpo di grazia alle esangui casse di Madrid.
Magical Spain spiega. come detto sopra, la Spagna paga oggi interessi superiori al 7%. Conta 450.000 politici, ossia il triplo della Germania e il doppio della Francia (entrambi con una popolazione e un PIL molto maggiori a corrispettivi iberici). Ogni euro incassato tramite le entrate fiscali, lo Stato ne spende 1,5, ragion per cui il debito di bilancio sfiora la doppia cifra. La bilancia delle partite correnti è in passivo (in generale è in rosso per tutte le economie mediterranee dell’Eurozona). Quasi i due terzi del debito sovrano sono a carico dei 17 governi regionali.
In queste condizioni, la Spagna potrebbe aver bisogno di un nuovo piano di salvataggio entro l’autunno, stavolta non solo limitato alle banche.
Per concludere, la discesa verso gli inferi prevede tre gradini: i primi due – bailout e austerity – li ha già indicati Linkiesta. Manca solo il terzo: le privatizzazioni selvagge.

Tra autoritarismo e default l’Ungheria è sull’orlo del baratro

Il 2011 non è stato un certo un anno favorevole all’Ungheria. Prima la delusione del primo semestre di presidenza ungherese della Ue, iniziato tra le polemiche e concluso senza aver raggiunto alcuno degli obiettivi prefissati. Poi la svolta autoritaria del governo Orban (qui un resoconto dettagliato) attraverso una riforma costituzionale congegnata in modo tale da marginalizzare ogni tipo di opposizione. Infine il probabile default in seguito all’interruzione delle trattative con il Fmi per il salvataggio del Paese.

È questo il bilancio di un anno all’insegna di un neoconservatorismo che ha cercato di centralizzare il potere nelle mani dell’esecutivo, ridimensionando sia la libertà di espressione che le forme di controllo, e condizionando ogni diritto sociale ai voleri del governo in carica. Qualche esempio? La legge contro la libertà di stampa, la revoca dell’immunità ai leader dell’opposizione e il progetto di legge sulla nomina politica dei magistrati, che cancellerebbe di fatto l’indipendenza del potere giudiziario.

Finora l’Unione Europea non ha fatto granché per impedire questa involuzione. Mentre nel 2000 stabilì un pacchetto di sanzioni contro l’Austria nel momento in cui Haider entrò nel governo di Vienna (peraltro senza ritoccare la costituzione), al contrario Bruxelles non ha mosso un solo dito nei confronti di Budapest. A ridestare le istituzioni internazionali è stata l’intenzione di Orban di abrogare di fatto la Magyar Nemzeti Bank, ovvero la Banca centrale di Budapest, indipendente dal governo, per fonderla con l’authority di controllo dei mercati finanziari, direttamente sottoposta all’esecutivo. In questo modo la politica monetaria del Paese sarebbe appannaggio del primo ministro. Decisione che ha indotto il Fmi ad interrompere i colloqui per concessione di 15-20 miliardi di aiuti finanziari.

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Per l’Italia le possibilità di default sono una su tre entro il 2016

Lo riporta il Fatto quotidiano: secondo i mercati le probabilità che l’Italia dichiari bancarotta entro il 2016 sono pari al 34,94%, ossia una su tre.
È quanto ha reso noto Cma Datavision, insieme a Markit la principale società di monitoraggio dei mercati extraborsistici dei titoli derivati, oltre una settimana fa, dunque prima del noto declassamento da parte di S&P’s. In una ipotetica (e poco ambita) classifica dei Paesi che hanno maggiori probabilità di fallire da qui a 5 anni, l’Italia occupa il settimo posto, preceduta da Grecia (93%), Portogallo (62,98%), Venezuela (56,33%), Irlanda (52,51%), Pakistan (47,73%) e Argentina (44,92%). Nessun altro Paese precede l’Italia, che ormai ha ampiamente scavalcato anche la Spagna (31,56%).

Le misurazioni compiute da Cma, si concentrano sul valore dei Credit default swaps (Cds), i derivati utilizzati per scaricare i rischi delle potenziali sofferenze creditizie, acquistati a protezione del debito pubblico italiano. Con la sottoscrizione di questi contratti, una parte si impegna a tutelare un’altra dall’impossibilità di recuperare un credito a fronte dell’insolvenza del debitore. In sostanza si tratta di una garanzia prestata dietro un compenso in proporzione al rischio.
In metà settembre i Cds per la prima volta hanno superato quota 500 punti base, il che, detto in altre parole, significa che assicurare un credito da un milione di euro con l’Italia ne costa 50.000.

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Chi detiene il debito pubblico americano

di Luca Troiano

1. Gli otto anni di presidenza Bush e due guerre dissennate tuttora in corso hanno dissanguato le casse degli Stati Uniti. L’ultimo bilancio in pareggio si è avuto nel 2000 durante l’era Clinton. Da allora il Tesoro americano ha sempre chiuso i conti in deficit (-10% nel 2010), stratificando il passivo nello stock del debito pubblico. Se nel 2000 tale debito ammontava ad un gestibile 60% del PIL, oggi si approssima al 100%, pareggiando di fatto il conto con la ricchezza nazionale.
Attualmente il Paese non può ricorrere con i Buoni del Tesoro perché la facoltà di emettere titoli di debito per garantirsi liquidità non è infinita. La cifra massima, fin dal 1917, è calmierata da un tetto massimo (debt ceiling) fissato dal Congresso, oltre il quale il governo federale non ha la potestà di finanziarsi tramite obbligazioni.
L’attuale limite, fissato nel febbraio 2010, ammonta a 14.294.000 miliardi ed è stato raggiunto il 16 maggio. Il segretario al Tesoro, Timothy Geithner è riuscito a metterci una pezza sospendendo i versamenti ai fondi pensione dei dipendenti federali, procrastinando il problema al 2 agosto, fatidica data in cui i liquidi per oliare la pesante macchina burocratica Usa saranno veramente finiti.
L’unica soluzione è l’innalzamento del tetto del debito, altrimenti gli Stati Uniti si troveranno in default tecnico.

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L’Europa è vittima (consapevole) delle agenzie di rating

di Luca Troiano

L’Europa deve biasimare solo se stessa per il caos provocato dalle agenzie di rating.
Importanti personalità quali Jose Manuel Barroso, presidente della Commissione europea, e Wolfgang Schauble, ministro delle Finanze tedesco, hanno aspramente criticato il downgrade del Portogallo da parte di Moody’s e i declassamenti a catena della agonizzante Grecia. Ma di fatto è stata proprio l’Europa a consegnare il futuro di alcuni suoi membri (e, di riflesso, della stessa moneta unica) al pollice verso delle agenzie di rating. L’approccio della Bce alla crisi greca è sintomatico.
Tralasciamo le debolezze strutturali della moneta unica, espressione di tante economie troppo diverse tra loro per funzionare a regime sotto gli stessi parametri.

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Il Minnesota è fallito. A quando il resto degli Usa?

Minnesota budget forecast 2001-2010

di Luca Troiano

La bandiera americana conta cinquanta stelle ma una si è appena spenta per bancarotta. Fuor di metafora, il Minnesota ha dichiarato default, mandando a casa 23.000 dipendenti pubblici su 32.000 totali. Semplicemente perché non ha i soldi per pagarli, come non li ha per le dotazioni degli uffici né per le infrastrutture in corso d’opera.
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