Il ruolo di Cipro nella guerra di Siria

Nei due anni in cui la guerra civile siriana si è protratta, esperti e commentatori di politica estera di tutto il mondo hanno passato al vaglio la posizione dei vari attori in gioco: locali (Turchia, Iran, Israele, Libano, Giordania), regionali (Egitto e petromonarchie del Golfo) e globali (Stati Uniti e UE da una parte, Russia e Cina dall’altra).

Poco o nulla si è invece detto su Cipro, nell’ultimo anno salita alla ribalta per i suoi problemi finanziari ma praticamente mai in relazione al conflitto siriano. Con ciò trascurando che Nicosia, in virtù della propria posizione geografica, della propria appartenenza all’Unione Europea, del fatto di essere per metà (quella Nord) sotto occupazione da parte dell’esercito turco, e della presenza di due basi militari britanniche (Akrotiri e Dhekelia), e in ultimo dei suoi stretti legami con la Russia, è pienamente integrata nello scenario di crisi.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il movimento di mezzi militari all’interno e intorno all’isola ha prodotto tensioni, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, nell’opinione pubblica greco-cipriota. Il portavoce del governo, Christos Stylianides, il ministro della Difesa, Fotis Fotiou, e il ministro degli Esteri, Ioannis Kasoulides, hanno cercato di contenere il senso d’allarme ribadendo che l’isola rappresenta un “centro di stabilità, pace e sicurezza” nella regione.

La crescita della tensione e la strategia di contenimento

Tali dichiarazioni sono state una replica alle preoccupazioni suscitate dall’arrivo di sei jet Typhoon britannici, all’inizio di settembre, e dalla missione di controllo, decisa con inconsueta rapidità, effettuata da due di essi nello spazio internazionale tra la Siria e Cipro, lo scorso 8 settembre. Come confermato dal ministro della Difesa britannico, due aerei da combattimento hanno attraversato lo spazio tra i due paesi, non rispondendo alle richieste d’identificazione provenienti da Cipro.

Gli esperti hanno interpretato l’accaduto come una risposta del governo siriano agli avvertimenti ricevuti dagli Stati Uniti e da altri paesi Nato. Gli aerei non identificati erano probabilmente due Sukhoi Su-24s di fabbricazione russa, dotati di armamento pesante.

Il 16 settembre un altro episodio è accaduto non lontano dall’isola, alimentando le tensioni nella regione. Un elicottero siriano, dopo essere entrato nello spazio aereo turco ed aver ricevuto un avvertimento da due jet F-16, è stato abbattuto all’altezza del confine tra la Siria e la provincia turca dell’Hatay.

Il senso d’allarme a Cipro è stato rafforzato dall’arrivo di una fregata francese nei dintorni di Larnaca, nella parte meridionale dell’isola, e di alcuni aerei francesi e statunitensi presso la base britannica di Akrotiri, nei pressi di Limassol.

Tutto ciò è parso difficilmente conciliabile con le parole di rassicurazione pronunciate dai rappresentanti della Repubblica di Cipro. Il portavoce del governo ha infatti dichiarato che in nessun caso l’isola sarebbe diventata una “base di operazioni militari”, e quindi un possibile bersaglio degli attacchi siriani. Alle sue parole ha fatto eco il ministro della Difesa, Fotiou, ribadendo che il ruolo della Repubblica di Cipro sarebbe stato limitato all’eventuale assistenza umanitaria, accogliendo i possibili profughi provenienti dalla Siria, dal Libano o da altri paesi limitrofi.

Fotiou ha aggiunto che proprio il riconoscimento di Cipro come territorio sicuro ha indotto i paesi coinvolti nello scenario di crisi a pensare all’isola come destinazione verso cui dirigere i propri cittadini in caso di necessità. Sarebbe contraddittorio, ha osservato il ministro, utilizzare come piattaforma d’attacco un paese d’accoglienza per le vittime del conflitto.

Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come sia difficile trascurare due dati di fatto: la vicinanza di Cipro alla costa siriana, a poco più di cento chilometri, e la presenza nell’isola, oltre alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, di sofisticate apparecchiature di spionaggio. Cipro ospita infatti la Joint Service Signals Unit, una delle maggiori postazioni di sorveglianza al mondo.

In effetti, nei convulsi giorni di fine agosto, quando l’attacco missilistico a Damasco pareva imminente, Regno Unito e USA avevano messo in pre-allarme le proprie basi aeree sull’isola, ma il 31 agosto il ministro degli Esteri Kasoulides ha ribadito che “dall’isola di Cipro non partirà alcun attacco militare contro la Siria ed abbiamo ricevuto garanzie in questo senso”.

Casualmente, proprio il giorno prima la Russia aveva accettato di ristrutturare le condizioni del prestito di 2,5 miliardi di euro fatto a Cipro, richiedendo, fino al 2016, solo il pagamento di cedole semestrali con interessi (molto più accessibili) al 2,5% e rinviando la restituzione del capitale ai quattro anni successivi.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio.

2.‭ ‬Partiamo dall’inizio.‭ ‬Ufficialmente,‭ ‬la Siria non ha armi chimiche.‭ ‬Di fatto,‭ ‬le forze di Assad possiedono circa‭ ‬650‭ ‬tonnellate di gas Sarin,‭ ‬200‭ ‬di iprite e una quantità indefinita di agente‭ ‬15.‭ ‬La conferma dell’esistenza dell’arsenale chimico siriano,‭ ‬immaginato fin dagli anni Settanta,‭ ‬è indirettamente arrivata il‭ ‬23‭ ‬luglio‭ ‬2012‭ ‬dalle stesse autorità di Damasco,‭ ‬quando il portavoce del Ministero degli Esteri,‭ ‬Jihad Maqdisi,‭ ‬dichiarò che la Siria‭ “‬userà le armi chimiche solo in caso di attacco esterno‭”‬.
L’eventualità che il regime utilizzi gli agenti non convenzionali contro ribelli o civili è dunque remota.‭ ‬Eppure,‭ ‬esattamente cinque mesi dopo l’annuncio di Mqdisi‭ ‬-‭ ‬il‭ ‬23‭ ‬dicembre‭ – ‬nel corso di un’offensiva delle forze lealiste in tre quartieri di Homs vengono lanciati alcuni ordigni contenenti del gas.‭ ‬Si contano sette morti e una cinquantina di persone affette complicazioni respiratorie.‭ ‬Il portavoce del Consiglio rivoluzionario siriano,‭ ‬Walid Faris,‭ ‬parla senza mezzi termini di‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬facendo esplodere il caso.‭ ‬La conferma dell’uso dell’agente‭ ‬15‭ ‬a Homs arriva un mese dopo,‭ ‬il‭ ‬15‭ ‬gennaio,‭ ‬dalle righe di‭ ‬un articolo su Foreign Policy,‭ ‬che rivela i dettagli di un’inchiesta del consolato americano.‭ ‬Sette giorni dopo,‭ ‬la testata ritratta:‭ ‬troppe contraddizioni nelle testimonianze,‭ ‬troppo pochi indizi certi su cui fondare delle conclusioni certe.‭ ‬Da allora,‭ ‬le indagini volte ad appurare se l’uso di tali armi sia avvenuto o meno sono andate avanti.‭ ‬Senza mai arrivare ad una risposta certa:‭ ‬non soltanto se queste armi siano state usate,‭ ‬ma anche‭ ‬-‭ ‬e soprattutto‭ – ‬da chi.
Gli sviluppi successivi non chiariscono questi dubbi.‭ ‬Anzi,‭ ‬li accentuano.‭ ‬Due casi di sospetto uso di gas nocivi si verificano ad Aleppo a‭ ‬metà marzo e‭ ‬fine aprile.‭ ‬E‭’ ‬in seguito a quest’ultimo‭ ‬episodio che il presidente‭ ‬Obama invia una lettera al Congresso per diffondere il contenuto di un rapporto d’intelligence,‭ ‬secondo il quale vi erano evidenze circa l’avvenuto uso del Sarin,‭ ‬ma la missiva si smentisce da solo dicendo che‭ “‬non possiamo provarlo‭“‬.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬secondo il‭ ‬Global Post,‭ ‬sulla base delle foto e dei video in possesso della testata,‭ ‬i sintomi mostrati dalle vittime non corrispondono a quelli tipici causati da esposizione al gas Sarin.‭ ‬In questo clima di ambiguità,‭ ‬l’Unione Europea si mostra scettica.‭ ‬Nessuno dei suoi tradizionali alleati sceglie di sostenere l’America su questa strada.‭ ‬Ma Obama,‭ ‬ufficialmente per impedire ulteriori episodi come quelli di Aleppo,‭ ‬si dichiara pronto ad‭ ‬inviare armi ai ribelli.‭ ‬In realtà non succede nulla,‭ ‬e le giornate riprendono a scorrere più o meno oziosamente finché il‭ ‬7‭ ‬maggio,‭ ‬a gettare benzina sul fuoco ci pensano poi le dichiarazioni di Carla Del Ponte,‭ ‬ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale,‭ ‬la quale afferma che il gas Sarin‭ ‬sarebbe stato usato dai ribelli e non dagli uomini di Assad.‭ ‬Affermazioni presto‭ ‬smentite sia dagli USA che dall’ONU.

3.‭ ‬Venti giorni dopo il mondo si sveglia con una notizia bomba.‭ ‬Il‭ ‬27‭ ‬maggio il quotidiano francese‭ ‬Le Monde pubblica una lunga analisi‭ (‬corredata anche da‭ ‬fotografie‭) ‬secondo cui il regime di Damasco avrebbe iniziato a utilizzarle contro i ribelli in maniera sempre più frequente a partire dal mese di aprile.‭ ‬Il giornalista Jean-Philippe Rémy e il fotografo Laurent Van der Stockton,‭ ‬corrispondenti della testata e clandestini in Siria per due mesi,‭ ‬raccontano in maniera molto dettagliata le diverse fasi degli attacchi chimici a cui hanno assistito.‭ ‬In particolare testimoniano un attacco nel quartiere di Jobar,‭ ‬a circa due chilometri a nord est dalle mura di Damasco,‭ ‬nonché episodi simili avvenuti in‭ ‬altre zone della capitale.‭ ‬Per la prima volta due giornalisti di un quotidiano occidentale documentano direttamente l’uso di queste temutissime armi.‭ ‬Non solo:‭ ‬è l’indagine più approfondita sulle armi chimiche in Siria condotta al di fuori dei circuiti di intelligence.
Eppure qui nasce un equivoco.‭ ‬Le testimonianze riportate da Rémy e Van der Stockton,‭ ‬come correttamente specificato dallo stesso Le Monde in un‭ ‬editoriale pubblicato l’indomani,‭ ‬benché certamente dimostrino l’uso di agenti tossici nel conflitto,‭ ‬non offrono comunque una prova inconfutabile dell’uso di armi chimiche.‭ ‬Perché‭ – ‬ecco il disguido‭ ‬-‭ ‬non tutte le sostanze possono considerarsi‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬ma solo quelle citate dalla Convenzione del‭ ‬1993.
Noncurante di tale precisazione,‭ ‬il ministro degli Esteri francese,‭ ‬Laurent Fabius,‭ ‬non perde tempo a‭ ‬dichiarare l’esistenza di nuove prove al riguardo.‭ ‬Nello stesso giorno l’Unione Europea,‭ ‬incapace di trovare un accordo circa il prolungamento dell’embargo sulle forniture di armi in Siria,‭ ‬preferisce alzare le braccia‭ ‬lasciando ai singoli Stati membri ogni decisione sul potenziale invio di armamenti ai ribelli.‭ ‬A distanza di qualche settimana,‭ ‬sia il premier inglese David Cameron che il presidente USA Barack Obama ribadiranno quanto già detto da Fabius.‭ ‬Salvo poi ammettere di non avere prove sufficienti per confermare l’effettivo uso degli agenti chimici sul campo.‭ ‬È un copione che si ripete.
L’indagine di Le Monde,‭ ‬lungi dal fugare ogni dubbio,‭ ‬pone anzi un quesito ad oggi rimasto senza risposta:‭ ‬se due giornalisti sono stati in grado di assistere direttamente al‭ (‬presunto‭) ‬utilizzo di armi chimiche in Siria,‭ ‬come è possibile che non ci siano riusciti i servizi di intelligence delle grandi potenze mondiali‭?

4.‭ ‬A prima vista,‭ ‬l’atteggiamento di Obama lascia perplessi:‭ ‬nell’ultimo anno il registro comunicativo dell’amministrazione Obama si è dipanato in‭ ‬un’altalena di posizioni il cui risultato finale è stato in ogni caso l’immobilismo.‭ ‬Se nell’agosto del‭ ‬2012‭ ‬il presidente metteva in guardia il regime di Damasco anche solo dal‭ “‬muovere le armi chimiche all’interno del Paese‭”‬,‭ ‬nell’agosto successivo ha dichiarato che soltanto‭ “‬un loro eventuale uso sarebbe intollerabile‭”‬,‭ ‬per poi segnare un vero e proprio cambio di passo a partire dalla prima metà di quest’anno,‭ ‬quando l’avvenuto uso di armi chimiche verrà più volte confermato da una serie di rapporti d’intelligente.
Nel pomeriggio di giovedì‭ ‬13‭ ‬giugno‭ (‬in Italia era notte‭)‬,‭ ‬la Casa Bianca‭ ‬annuncia quello che molti ripetono da tempo:‭ ‬il regime siriano ha usato armi chimiche contro la popolazione.‭ ‬La prova arriva dall’analisi di diverse fonti di intelligence,‭ ‬prendendo in esame i piani militari del regime siriano,‭ ‬i rapporti su particolari attacchi condotti nell’ultimo anno,‭ ‬gli esami clinici di sangue e urine nonché le descrizioni dei sintomi riportati dalle persone esposte ai gas,‭ ‬confermano l’avvenuto utilizzo degli agenti chimici.‭ ‬L’uso sarebbe avvenuto‭ “‬su scala ridotta‭” ‬in diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno,‭ ‬uccidendo complessivamente tra le‭ ‬100‭ ‬e le‭ ‬150‭ ‬persone,‭ ‬ma secondo l’intelligence degli USA il numero di morti potrebbe essere più alto.‭ ‬In seguito all’annuncio,‭ ‬Ben Rhodes,‭ ‬tra i più importanti consiglieri di Obama per la sicurezza nazionale,‭ ‬dichiara che le novità sulle armi chimiche porteranno a un‭ “‬maggiore impegno degli Stati Uniti‭” ‬sul fronte siriano,‭ ‬senza tuttavia specificare,‭ ‬in cosa dovrebbe consistere questo coinvolgimento.‭ ‬Le conclusioni della Casa Bianca arrivano nello stesso giorno in cui‭ ‬le Nazioni Unite comunicano le ultime stime sulle vittime del conflitto:‭ ‬almeno‭ ‬93mila morti tra lealisti,‭ ‬ribelli e‭ ‬-‭ ‬soprattutto‭ ‬-‭ ‬civili.
Finora il sostegno degli Stati Uniti alla causa dei ribelli si è mostrato piuttosto tiepido,‭ ‬limitandosi alla fornitura di cibo,‭ ‬medicinali kit di primo soccorso.‭ ‬Un’assistenza sostanzialmente‭ ‬inutile se messa in confronto con le grandi quantità di armi che si pensa siano consegnate regolarmente dall‭’‬Iran e dalla‭ ‬Russia all’esercito lealista.‭ ‬Ciclicamente torna in auge l’ipotesi di istituire una zona interdetta al traffico aereo militare‭ (‬No-fly-zone‭) ‬al confine tra Siria e Giordania,‭ ‬ma in sede ONU una mossa del genere sarebbe subito bloccata dalla Russia,‭ ‬memore dell’esperienza libica.‭ ‬L’unica strada,‭ ‬a questo punto,‭ ‬sarebbe quella di armare direttamente i ribelli,‭ ‬compito peraltro già assolto dalle petromonarchie del Golfo‭ (‬Qatar in testa,‭ ‬Arabia Saudita e,‭ ‬benché non se ne pali mai,‭ ‬Kuwait‭)‬.‭ ‬Un’analoga proposta era già stata avanzata lo scorso anno dall’allora direttore della CIA,‭ ‬David Petraeus,‭ ‬col sostegno del Dipartimento di Stato e del Pentagono,‭ ‬ma la Casa Bianca aveva respinto l’idea.‭ ‬Solo su una cosa sono tutti d’accordo:‭ ‬è escluso ogni intervento sul campo.‭
Generalmente,‭ ‬non pochi attivisti,‭ ‬bloggers e altri esponenti della‭ (‬contro)informazione accusano gli Stati Uniti di strumentalizzare la questione delle armi chimiche proprio al fine di prepararsi una scusa per intervenire militarmente nel caos siriano,‭ ‬sulla falsariga di quanto avvenuto esattamente dieci anni fa in Iraq.‭ ‬In realtà,‭ ‬le cose stanno molto diversamente:‭ ‬l’America non ha nessuna intenzione di impelagarsi in un altro conflitto mediorientale,‭ ‬e la stessa‭ ‬opinione pubblica statunitense vuole che Washington stia alla larga dalla Siria.‭ ‬Tuttavia c’è precisa una ragione per cui il presidente Obama ha più volte modificato i propri paletti.

5.‭ ‬C’è un altro attore che mette lo spettro delle armi chimiche al centro della propria retorica,‭ ‬ed è la Coalizione nazionale siriana.‭ ‬La quale si pone come unico legittimo referente del popolo siriano agli occhi della comunità internazionale,‭ ‬ma i cui legami con le forze ribelli sul campo sono quanto meno indefiniti.‭ ‬Più volte i suoi massimi dirigenti,‭ ‬come il presidente‭ (‬poi dimissionario‭) ‬Moaz al-Khatib o il vicepresidente‭ ‬George Sabra hanno lanciato l’allarme sul possibile impiego di agenti non convenzionali,‭ ‬denunciando che‭ “‬la Siria riterrà il mondo responsabile nel caso in cui il regime non esitasse ad usarle‭”‬.‭ ‬L’opposizione spera così di squalificare ulteriormente Assad agli occhi del mondo e allo stesso tempo strappare aiuti più concreti‭ – ‬leggasi:‭ ‬armi‭ ‬-‭ ‬rispetto al generico‭ (‬e a conti fatti infruttoso‭) ‬sostegno diplomatico ricevuto sinora.‭
A riprova di quanto affermato dall’alto ci sono le evidenze filmate provenienti dal basso.‭ ‬Il clamore sui fatti di Homs nel dicembre‭ ‬2012,‭ ‬ad esempio,‭ ‬nasce dalla pubblicazione di diversi video amatoriali,‭ ‬mostranti alcuni feriti alle prese con complicazioni respiratorie poi frettolosamente attribuite agli effetti del gas Sarin,‭ ‬Altri video mostrano le testimonianze di alcuni medici che attribuiscono l’origine di tali sintomi a‭ “‬gas velenosi‭”‬.‭ ‬Due settimane prima l’emittente panaraba al-Arabiya aveva ripreso altri video improvvisati per realizzare un‭ ‬servizio sulle‭ “‬tracce di armi chimiche” usate contro i civili.
Tuttavia,‭ ‬nella galassia dell’opposizione‭ ‬c’è anche chi si mostra scettico.‭ ‬A fare eccezione sono soprattutto gli attivisti sul campo,‭ ‬pur denunciando le atrocità commesse dalle forze lealiste,‭ ‬compreso l’uso indiscriminato di bombe a grappolo,‭ ‬incendiarie e al fosforo,‭ ‬non credono che il regime userà mai le armi chimiche e parlano piuttosto di una‭ “‬partita mediatica‭” ‬intorno all’argomento.
L’impressione è che quanto più ci si allontana dalla Siria,‭ ‬tanto si più agita la minaccia delle armi chimiche per attirare l’attenzione di una comunità occidentale sensibile solo a questo argomento.‭ ‬Completando il ventaglio delle tante,‭ ‬troppe versioni contrastanti.

6.‭ ‬Al di là del fatto che la Casa Bianca,‭ ‬se solo volesse,‭ ‬avrebbe già pronto l’appiglio per agire,‭ ‬visti gli ultimi,‭ ‬succitati riscontri dell’intelligence,‭ ‬la verità è che nel definire l’utilizzo l’uso di gas letali come la‭ “‬linea rossa‭” ‬oltre la quale Assad avrebbe varcato il punto di non ritorno,‭ ‬Obama intendeva garantirsi la pressoché totale certezza di non dover intervenire nel conflitto.‭ ‬Che la linea rossa fosse stata fissata‭ ‬proprio affinché non venisse superata l’aveva chiarito lo stesso presidente americano,‭ ‬il quale confidava sulla razionalità di un regime che non vuole bruciare le ultime chances di ottenere l’immunità per sé e la sua cricca,‭ ‬una volta che la sconfitta fosse apparsa inevitabile.‭ ‬Agitare lo spettro delle armi chimiche risponde ad un calcolo legato più alla diplomazia che alla pianificazione strategico-militare.‭ ‬Basta seguire le date.
La Casa Bianca ha confermato delle armi chimiche da parte di Asad nella giornata del‭ ‬13‭ ‬giugno,‭ ‬quattro giorni prima della riunione del G8‭ ‬in programma in Irlanda del Nord.‭ ‬A margine del summit,‭ ‬era previsto un incontro bilaterale tra il presidente USA e il suo omologo russo Vladimir Putin,‭ ‬in cui Obama‭ ‬sperava di coinvolgere Mosca in una‭ (‬vera‭) ‬trattativa sulla guerra a Damasco.‭ ‬In altre parole,‭ ‬l’obiettivo degli Stati Uniti era squalificare Assad agli occhi del suo più fedele paladino sul piano diplomatico a tal punto da indurlo a rivedere il suo sostegno al regime.‭ ‬In tal caso sarebbe stato possibile riproporre una risoluzione che preveda l’istituzione di una No-fly-zone senza correre il rischio che questa venga cassata dal veto di Mosca.‭ ‬Ma Putin non ha abboccato,‭ ‬soprattutto ora che la‭ ‬credibilità degli Stati Uniti è messa in forse dalla vicenda Snowden.
La domanda sul perché Obama abbia impresso questa sterzata solo ora è presto spiegata.‭ ‬Fino agli inizi del‭ ‬2013‭ ‬la fine di Assad appariva molto vicina:‭ ‬con la perdita di importanti basi militari,‭ ‬le continue defezioni tra gli alti gradi dell’esercito e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran il destino del regime pareva segnato.‭ ‬Da allora,‭ ‬le sorti del conflitto si sono letteralmente capovolte,‭ ‬sulla scia di una serie di eventi che ne allontanano la fine e che hanno indebolito notevolmente il fronte dei ribelli:‭ ‬il maggiore‭ ‬coinvolgimento di Hezbollah,‭ ‬la riconquista di Qusayr‭ ‬da parte del regime,‭ ‬il gemellaggio di Jabat al Nusra con al Qaeda in Iraq.‭ ‬ Inoltre,‭ ‬il presidente conserva la fedeltà delle Forze armate e lfappoggio di alcune fasce della popolazione che considerano il mantenimento dellfattuale potere il male minore rispetto a un futuro incerto,‭ ‬potenzialmente condizionato dalla presenza dell’islamismo radicale.‭ ‬E con l’opposizione‭ – ‬sia quella armata sul campo,‭ ‬che quella diplomatica all’estero‭ – ‬sempre più divisa,‭ ‬l’ipotesi che alla fine il presidente rimanga in sella è tutt’altro che peregrina.
La soluzione al conflitto proposta dalla Russia porta proprio su questa strada.‭ ‬Assad‭ ‬-‭ ‬col sostegno di Mosca‭ ‬-‭ ‬punta a rimanere al suo posto fino al‭ ‬2014,‭ ‬quando saranno in programma le elezioni‭ “‬democratiche‭” ‬in ossequio al piano di riforme da lui stesso proposto lo stesso anno.‭ ‬E con una parte della popolazione radunata intorno alla sua figura,‭ ‬mentre milioni di altri cittadini saranno impossibilitati a votare in quanto sfollati sia all’interno del Paese che nei campi profughi allestiti in Turchia,‭ ‬Giordania e Iraq,‭ ‬non è difficile immaginare quale sarà l’esito delle urne.‭ ‬Con Assad confermato‭ – “‬democraticamente‭” ‬-‭ ‬alla guida del Paese,‭ ‬per la comunità internazionale sarà molto più difficile continuare ad invocarne l’allontanamento.
Dopo due anni di combattimenti sempre più aspri,‭ ‬100mila vittime,‭ ‬una catastrofe umanitaria e del rischio di uno spill over nella regione,‭ ‬l’esito del conflitto potrebbe risolversi nella permanenza di Assad.‭ ‬Un’eventualità che l’America punta a scongiurare in tutti i modi,‭ ‬compreso il ricorso allo spettro delle armi chimiche.‭ ‬Fallita l’occasione offerta dal G8,‭ ‬e con il regime di Damasco in grado di controllare ancora buona parte del territorio‭ (‬la presa di Quasyr ne è la prova‭)‬,‭ ‬l’unico modo di convincere‭ ‬Mosca a riprendere un negoziato è riguadagnare terreno militarmente.‭ ‬Da qui la decisione,‭ ‬sempre sulla base delle prove raccolte sull’uso di agenti chimici da parte del regime,‭ ‬di‭ ‬inviare armi ai ribelliinviare armi ai ribelli‭ ‬per riequilibrare una situazione al momento sbilanciata dalla parte di Assad.

7.‭ ‬Proprio ai ribelli vale la pena dedicare una chiosa finale.‭ ‬Se alla fine del‭ ‬2012‭ ‬le forze lealiste avevano iniziato a spostare gli stock di agenti chimici all’interno del Paese‭ – ‬provocando la reazione verbale di Obama‭ – ‬non è stato perché avessero intenzione di usarle,‭ ‬bensì per trasferirle in luoghi in più sicuri in vista dell’approssimarsi della minaccia dei ribelli.‭ ‬In quei giorni,‭ ‬le formazioni anti-Assad rivendicavano la conquista di diverse postazioni militari siriane,‭ ‬dove erano custoditi enormi quantitativi di armi e munizioni.‭ ‬Il vero dilemma è cosa accadrebbe se le armi possano finire in mano di ribelli,‭ ‬in particolare quelle di Al-Nusra e delle altre formazioni jihadiste,‭ ‬probabilmente meno propense ad evitarne l’uso rispetto alle divisioni del regime.‭ ‬È probabile che almeno qualche lotto di gas letali lo abbiano già acquisito:‭ ‬le affermazioni di Carla Del Ponte dello scorso maggio‭ – ‬e la foga con cui sia l’America che l’ONU si sono affrettate a smentirle‭ ‬-‭ ‬sono molto indicative in tal senso.‭
Cosa ne sarà dell’arsenale chimico nel caso in cui i ribelli riuscissero a spodestare Assad non è ancora ben chiaro.‭ ‬Sul punto,‭ ‬la narrazione delle opposizioni siriane‭ – ‬sia armate che diplomatiche‭ –
non ha mai espresso una posizione.‭ ‬Per tale ragione,‭ ‬pare esista un accordo sottobanco col governo siriano‭ (‬e con i russi‭) ‬per mantenere gli stock di armi chimiche in sicurezza.‭ ‬Ma un analogo accordo non c’è con i ribelli.‭ ‬I quali,‭ ‬una volta entrati in possesso di tali armi,‭ ‬potrebbero farne uno strumento di pressione nei confronti dell’Occidente in vista di una trattativa sulla Siria che verrà.‭ ‬Inoltre,‭ ‬in questa ipotesi la presenza di formazioni jihadiste armate di gas Sarin a due passi di Israele costringerebbe l’America ad intervenire‭ – ‬stavolta militarmente‭? ‬-‭ ‬per proteggere il suo alleato,‭ ‬alfa e omega della politica estera mediorientale di Washington.‭
Lasciando da parte tali infausti scenari,‭ ‬la conseguenza è che nella guerra civile siriana le armi chimiche conteranno dopo,‭ ‬quando il conflitto sarà finito,‭ ‬piuttosto che nell’attuale fase di perdurante ostilità.‭ ‬Al momento il loro ruolo investe più la sfera delle percezioni che quella degli eventi,‭ ‬nel tentativo delle parti‭ – ‬ciascuna secondo i propri fini‭ – ‬di smuovere l’impasse a suon di colpi mediatici.‭ ‬Con la conclusione che l’unico campo di battaglia sul quale le armi chimiche sono state certamente usate è quello della propaganda.

* Articolo comparso in forma ridotta su The Fielder

Con l’opposizione divisa, ora Assad rischia di vincere

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Siria, il raid israeliano non provocherà una guerra con Damasco

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime - è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione - segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Doppio raid israeliano in Siria

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

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UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

L’America invia 10.000 soldati verso la Siria. Ma sarà vero?

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Perché la fine di Assad appare sempre più vicina

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo lo svolgimento di movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Armi saudite nel conflitto siriano

Oggi dalla Siria ci giungono una notizia e una non-notizia.

La notizia. Alcuni jihadisti hanno attaccato nella notte una struttura dell’intelligence aeronautica alle porte di Damasco. L’attacco al compound nel quartiere di Harasta è stato rivendicato dal gruppo al-Nusra (info sul gruppo qui, qui e qui).

La non-notizia. La BBC ha mostrato la foto di una cassa di armi in una base dei ribelli anti-Assad nella città di Aleppo. Le casse (tre, per la precisione) provengono dall’Arabia Saudita. Nessun commento da Ryadh.
Globalist prova ad esaminare i dettagli:

Dalla foto, però, è possibile comprendere altri particolari. Ad esempio che l’origine del carico sia l’Ucraina, che la società venditrice sia la Dastan Engineering Company e che la casa produttrice dia la Lcw Lushansk, sempre ucraina. Il carico sarebbe partito da Gostomel, Ucraina, per arrivare a Riad. Da lì, per qualche via misteriosa, ai ribelli di Aleppo.
La Dastan Engineering Company è specializzata in armi navali, sistemi radio, componenti missilistiche e sistemi di protezione aerea.
Quindi è verosimile pensare che nelle casse ci fossero sistemi portatili antimissili.

Che le petromonarchie del Golfo stiano foraggiando i ribelli è il segreto di Pulcinella: tutti sanno da mesi che il Free Syrian Army riceve armi, soldi e supporto d’intelligence dall’estero (si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, ma l’elenco di riferimenti è sconfinato). La differenza è che ora l’informazione mainstream comincia a dirlo apertamente.
E quando certe notizie si dicono ad alta voce, spesse volte sono il segno che qualcosa sta per succedere.

La guerra tra Siria e Turchia non ci sarà

Dopo il bombardamento di ieri al confine tra Siria e Turchia, costato la vita ad una cittadina turca e ai suoi quattro bambini, i giornali hanno paventato la possibilità di una guerra aperta tra Damasco e Ankara.
L’ONU e la NATO hanno condannato l’episodio, ma nel contempo il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon ha esortato il governo turco a non rompere i legami con quello siriano. La NATO sostiene la Turchia, Paese membro dotato esercito per dimensioni dell’Alleanza, ma in ogni caso una risposta collettiva all’azione militare della Siria non ci sarà. Non c’è possibilità che le forze occidentali intervengano nella guerra civile in Siria; il perché l’ho più volte spiegato in questi mesi.
Eppure il Parlamento di Ankara ha già dato il via libera allo svolgimento di operazioni militari lungo il confine con la Siria. Un provvedimento che ha tutta l’aria di una dichiarazione di guerra, per quanto il viceministro turco si sia affrettato a smentire tale voce. Il confine turco-siriano è turbolento e, secondo quanto raccontato dall’ex agente della Cia Philip Giraldi, è frequentato dai servizi segreti di mezzo Occidente (non solo CIA) a supporto dei ribelli.

Di fatto, la Turchia è in guerra con la Siria già dall’inizio della sua rivolta interna. Ankara si è assunta da tempo l’onere di appoggiare la causa dei ribelli. Dobbiamo dunque aspettarci un nuovo conflitto in un Medio Oriente già in ebollizione? Razionalmente, no.
Lorenzo Trombetta su Limes spiega perché l’escalation militare non ci sarà:

Nell’ultimo anno la situazione in Siria si è fatta sempre più rovente dal punto di vista militare e la Turchia, membro della Nato, ha più volte fatto capire che non intende infilarsi nel ginepraio siriano. Nemmeno quando uno dei suoi jet è stato abbattuto da un missile terra-aria sparato dalla Siria.
La frontiera tra i due paesi è puntellata di regioni a maggioranza curda. Alcune sostengono la rivolta contro Damasco ma prendono le distanze dai ribelli arabi. Altri mantengono una posizione più defilata in attesa di capire chi sia il vincitore. Altri ancora, fedeli alla linea di quell’ala locale del Pkk dagli anni Ottanta cooptata dalla Siria in funzione anti-Ankara, sono ostili a ogni influenza turca nell’area. Nei giorni scorsi, due di questi miliziani sono stati uccisi in territorio siriano da fuoco turco: un altro episodio inedito che non ha però suscitato alcuna reazione a Damasco.
Ieri invece, le autorità siriane, per bocca del ministro dell’informazione Umran Zubi, hanno accusato implicitamente terroristi di aver sparato il mortaio letale in Turchia. Il ministro ha espresso le condoglianze alle famiglie delle vittime e al popolo turco, definito “fratello e amico”, invitando Ankara a un atteggiamento “responsabile”. “Individueremo con esattezza l’origine dello sparo del colpo di mortaio”, ha detto Zubi, citato dall’agenzia ufficiale Sana, ammettendo poi che quel tratto di confine non è più sotto il controllo delle autorità e alludendo alla presenza di al Qaida (sic).
A Tall Abyad, cittadina frontaliera a due passi da Akcakale - la località turca colpita ieri dal mortaio – si è vissuto stanotte un misto di timore e speranza. Alcuni sperano che un blitz o un raid mirato turco possa aiutare i resistenti siriani ad avere la meglio sulle forze fedeli al presidente Bashar al Asad. Altri temono che l’esercito turco possa entrare via terra: le divise militari di Ankara non sono ben viste.

La Turchia non vuole la guerra aperta, anche perché tale evenienza danneggerebbe la sua (non più florida) economia. Eppure è coinvolta nel calderone siriano più di qualunque altro Paese al mondo, non soltanto per privilegio di territorio o per il crescente legame tra la crisi siriana e l’irrisolta questione curda.
Cosa vuole davvero Ankara – o meglio, il premier Erdogan?

Contrariamente a quanto da molti ipotizzato, la Turchia non è riuscita ad avvantaggiarsi dalle primavere arabe. Non è stata in grado di elevarsi a guida delle nuove generazioni nei Paesi in rivolta, ruolo a cui peraltro Ankara aspirava. Anche nella guerra libica ha mantenuto un profilo defilato, ancor più marginalizzato dall’attivismo del Qatar. Nella bagarre post rivoluzionaria, l’emiro al-Thani foraggiava la Fratellanza Musulmana in Tunisia ed Egitto; idem i sauditi con le frange salafite. In questo quadro la Turchia si è ritrovata tagliata fuori dalla lottizzazione del Medio Oriente neo-democratizzato (leggi: re-islamizzato), cancellando di fatto il dividendo politico che Erdogan si era guadagnato negli anni presso la regione – innanzitutto per il suo sostegno alla causa palestinese e per il conseguente contrasto con Israele, culminato nell’episodio della Mavi Marmara del 2010.
Favorire la caduta di Assad e il successivo insediamento di un regime sunnita è per Erdogan una missione. Per il premier turco la Siria rappresenta la possibilità (l’ultima, forse) di porsi alla guida dell’universo sunnita, riunendo la corrente maggioritaria dell’Islam sotto la sua egida. E difficilmente Erdogan rinuncerà a questa ambizione.

In Siria l’informazione e la diplomazia hanno già perso

La principale ragione per cui la guerra in Siria passerà alla storia è l’overdose di disinformazione con cui viene raccontata. Analisti di mezzo mondo dichiarano che la terza guerra mondiale potrebbe avere avvio proprio a Damasco, trascurando che l’unica guerra combattuta su larga scala è proprio quella dei media. Quelli occidentali, che da mesi anticipano la probabile caduta di Assad alla faccia delle reali dinamiche sul campo. Quelli arabi (al-Jazeera e al-Arabiya), che si abbeverano di fonti non verificabili (i “citizen journalists”) per denunciare le efferatezze del regime, stando attenti a chiudere entrambi gli occhi su quelle dei ribelli. Quelli russi (RT), cinesi (CCTV) e iraniani (Press Tv) che parlano di “guerra in nome dell’imperialismo americano” per alimentare l’ampio dissenso all’intervento armato in seno ai Paesi occidentali.
Il nuovo fronte di questa guerra di carta è il web. Questa analisi della Reuters parte dalle incursioni dei ribelli su Twitter per diffondere voci fasulle sulla morte di Assad o su una Aleppo completamente in mano all’opposizione per concentrarsi sull‘ampio uso dell’hacking ad opera delle parti in campo. Qui si parla del Syrian Electronic Army, un gruppo hacker pro Assad che sul web combatte una battaglia parallela a quella in campo. Globalist aggiunge che Damasco blocca e spia le comunicazioni online dell’opposizione grazie a di sofisticati prodotti made in Usa, venduti all’Iraq, ma arrivati illecitamente in Siria.

A proposito di ciò che accade sul campo, la Turchia è pronta ad invadere il nord della Siria per combattere il movimento rivoluzionario curdo Pkk Le analisi di Globalist Lettera43.
Intanto negli USA riprende corpo l’idea di una no-fly-zone. La guerra civile siriana procede verso la soluzione libica:

Gli Usa e i paesi alleati, in Occidente e in Medio oriente, con ogni probabilita’ attueranno al piu’ presto una «no-fly zone» sulla Siria. Lo ha di fatto annunciato l’ex segretario alla Difesa statunitense, William Cohen, in un’intervista a «Political Capital with Al Hunt» di Bloomberg Television.
Secondo Cohen «stiamo arrivando ad un punto in cui la violenza è così grave, credo, che si assisterà ad una spinta in favore dell’istituzione di quelle no- fly zone“. Per l’ex segretario alla difesa tuttavia la partecipazione americana a questa possibile operazione di “no-fly zone” sarà legata a quella degli alleati. «Non credo che gli Stati Uniti procederanno da soli». 
Nei giorni scorsi John Brennan, consigliere del presidente Barack Obama in materia di sicurezza, aveva rivelato che l’Amministrazione Usa sta valutando l’ipotesi di una no-fly zone “molto attentamente”. Intanto oggi a Istanbul il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha detto durante gli incontri con gli alleati turchi che e’ un imperativo “rompere l’asse Iran-Siria-Hezbollah”.

La vera domanda è per quanto ancora il regime di Assad potrà resistere. Le defezioni degli ultimi giorni – compresa quella del primo ministro Riad Hijabnon hanno ancora destabilizzato la struttura portante del regime, contrariamente a quanto sostenuto da più parti. Tuttavia, nei giorni precedenti il regime pare aver perduto uno dei suoi pilatri portanti. Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes, spiega cos’è il clan dei Tlass e perché la loro uscita di scena potrebbe essere un colpo al cuore per Assad:

La notizia è passata quasi inosservata, ma potrebbe segnare una svolta nella crisi siriana. Si tratta della defezione, con fuga a Parigi via Turchia, del brigadiere-generale Manaf Tlass. Eppure, questo è un evento che colpisce al cuore il regime siriano, perché Tlass è una figura assai vicina a Bachar al Assad.
Nelle analisi usuali sulla struttura del potere di Damasco si parla di solito del clan alawita degli Assad e di quello dei Makhlouf, da cui proveniva la moglie di Hafez el Assad, ora saldamente rappresentato da Rami e Hafez, cugini del presidente Bashar. Queste due famiglie in effetti si sono divise il potere politico e non solo.

Ma in questa architettura c’è un terzo pilastro, fondamentale per la tenuta del sistema fin dall’inizio dell’era Assad. C’è infatti una terza famiglia nel cerchio del potere: quella sunnita dei Tlass, originari di Rostan nella regione di Homs. Questa famiglia ha acquisito importanza grazie alla strettissima collaborazione che più di 40 anni fa Mustafa Tlass ha fornito al compagno di accademia e futuro presidente Hafez el Assad. Mustafà Tlass, che poi è stato ministro della difesa per ben 32 anni, dal 1972 al 2004, è stato un personaggio potentissimo, fuori dalla scena ma in termini sostanziali, poiché ha coagulato a supporto del regime importanti élites sunnite militari e del mondo commerciale imprenditoriale. Il colpo di stato che ha portato al potere Hafez el Assad e la successiva esautorazione della vecchia guardia del partito Baath non sarebbero stati possibili contando solo sulla minoranza alawita, dominante nelle forze speciali e nell’aviazione, senza l’appoggio delle forze armate di terra.

I figli di Mustafa Tlass entrano nel potere economico e militare: Firas Tlass è uno degli uomini più ricchi del paese, secondo solo a Rami Makhlouf, mentre Manaf Tlass, giovane brillante amico e compagno di accademia di Bachar diviene generale nella Guardia repubblicana comandata da Maher el Assad; è incaricato della protezione di Damasco a capo della brigata 105. 

La defezione di Manaf Tlas apre un nuovo scenario. L’effetto è dirompente: ora molti sunniti, e molti ufficiali dell’esercito, sanno che non c’è più nulla da fare, che i loro punti di riferimento hanno abbandonato il regime. È il segnale di una svolta – ne sono il segno le defezioni di altri 45 ufficiali nei giorni scorsi, e probabilmente anche la ripresa di combattimenti a Damasco e Aleppo, o il fatto che la Lega Araba offra una «uscita con garanzie» a Bachar al Assad. Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo la fuga, Manaf Tlass ha lanciato un appello all’opposizione a unirsi e ha chiesto ai militari siriani di abbandonare Assad. Pare che ora sia in pellegrinaggio alla Mecca (per rinverdire le sue credenziali musulmane?). Ma mentre l’opposizione siriana in questi mesi si è divisa, il nome del generale Tlass comincia a circolare come il possibile capo di un «Consiglio supremo delle Forze armate», stile egiziano, che potrebbe mantenere l’unità dell’esercito e farne un garante della transizione: sembra in ogni caso che sia i sauditi, sia la Francia e anche la Russia vedano con favore un suo ruolo.

Perché questa defezione ha avuto pochissimo risalto sui media mentre quella di Hijab è stata sbandierata come l’inizio della fine per Assad? Forse perché alla stampa internazionale non interessa davvero comprendere (e far comprendere) le dinamiche al potere di Damasco: per far presa sul pubblico è meglio puntare sulla spettacolarizzazione. Hijab ha avuto più spazio perché ricopriva un ruolo più elevato nella gerarchia. Il tutto a conferma della tesi iniziale: Assad ha già perso, sa di avere le ore contate e, non potendo più riprendere il mano il suo Paese, massacra la sua gente da efferato dittatore qual è.
A forza di ripetere una bugia, prima o poi questa si trasforma in verità. Un principio che stampa conosce bene.

A livello internazionale, il regime pare tutt’altro che isolato. L’Iran ha recentemente ospitato una conferenza sulla Siria (un’altra è in programma tra un mese) a cui hanno partecipato circa 30 nazioni, tra cui tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Indonesia, Sri Lanka, Ecuador, Afghanistan, Algeria, Iraq. Alcuni non mancano di notare che questi Paesi rappresentano complessivamente 3,4 miliardi di persone – trascurando il fatto che quasi nessuno di essi è una democrazia: dunque chi rappresenta cosa?
Spicca l’assenza di Paesi occidentali o della penisola Arabica, così come l’Iran viene puntualmente messo da parte ogni volta che una conferenza la organizziamo qui da questo lato del mondo. Segno che non è la Siria ad essere isolata: sono le potenze internazionali ad isolarsi a vicenda, arroccandosi in una divisione a blocchi in stile Guerra Fredda (due, per la precisione) che rende impossibile qualunque forma di dialogo.

Non è ancora chiaro chi vincerà in Siria. In compenso, l’informazione e la diplomazia hanno già perso.