Siria al voto: dopo Assad ci sarà Assad

Lunedì 21 aprile il presidente del Parlamento siriano, Mohammad al-Laham, ha annunciato che in Siria le elezioni presidenziali si terranno il prossimo 3 giugno

Gli oppositori del regime hanno definito una messa in scena le prossime elezioni presidenziali, ricordando che i cambiamenti di alcune leggi impediranno di fatto alle opposizioni di essere rappresentate. La Costituzione del 2012 ha ridotto la presenza del partito Ba’ath sul sistema politico, ma ha stabilito che possano candidarsi solo le persone che ricevono l’esplicito sostegno di 35 parlamentari e che abbiano vissuto in Siria negli ultimi dieci anni, cosa che di fatto esclude dalle elezioni tutti i componenti delle forze dell’opposizione all’estero. Inoltre verosimilmente i seggi saranno istituiti solo nelle aree sotto il controllo dell’esercito siriano, escludendo quelle dove il sostegno all’opposizione è più forte. Secondo il governo i 2,7 milioni di profughi del conflitto potranno votare il 28 maggio nelle ambasciate siriane. Difficilmente l’organizzazione parteciperà alle presidenziali.

Il presidente in carica Bashar al-Assad ha atteso qualche giorno prima di formalizzare la propria – scontata  candidatura. Assad, che è succeduto a suo padre Hafez nel 2000, e che governa la Siria coadiuvato da un opaco consiglio governativo formato da nove uomini, era stato rieletto per altri sette anni nel 2007 con il 98% dei voti. La sua candidatura a un terzo mandato era apparsa in dubbio quando le forze lealiste sembravano considerare l’ipotesi di un compromesso con l’opposizione, che pone la rimozione del presidente in cima alle sue priorità. Negli ultimi mesi però l’equilibrio sul campo si è spostato in favore dell’esercito e Assad ha affermato che le sue forze stanno per vincere la guerra civile. Continua a leggere

Il ruolo di Cipro nella guerra di Siria

Nei due anni in cui la guerra civile siriana si è protratta, esperti e commentatori di politica estera di tutto il mondo hanno passato al vaglio la posizione dei vari attori in gioco: locali (Turchia, Iran, Israele, Libano, Giordania), regionali (Egitto e petromonarchie del Golfo) e globali (Stati Uniti e UE da una parte, Russia e Cina dall’altra).

Poco o nulla si è invece detto su Cipro, nell’ultimo anno salita alla ribalta per i suoi problemi finanziari ma praticamente mai in relazione al conflitto siriano. Con ciò trascurando che Nicosia, in virtù della propria posizione geografica, della propria appartenenza all’Unione Europea, del fatto di essere per metà (quella Nord) sotto occupazione da parte dell’esercito turco, e della presenza di due basi militari britanniche (Akrotiri e Dhekelia), e in ultimo dei suoi stretti legami con la Russia, è pienamente integrata nello scenario di crisi.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il movimento di mezzi militari all’interno e intorno all’isola ha prodotto tensioni, tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, nell’opinione pubblica greco-cipriota. Il portavoce del governo, Christos Stylianides, il ministro della Difesa, Fotis Fotiou, e il ministro degli Esteri, Ioannis Kasoulides, hanno cercato di contenere il senso d’allarme ribadendo che l’isola rappresenta un “centro di stabilità, pace e sicurezza” nella regione.

La crescita della tensione e la strategia di contenimento

Tali dichiarazioni sono state una replica alle preoccupazioni suscitate dall’arrivo di sei jet Typhoon britannici, all’inizio di settembre, e dalla missione di controllo, decisa con inconsueta rapidità, effettuata da due di essi nello spazio internazionale tra la Siria e Cipro, lo scorso 8 settembre. Come confermato dal ministro della Difesa britannico, due aerei da combattimento hanno attraversato lo spazio tra i due paesi, non rispondendo alle richieste d’identificazione provenienti da Cipro.

Gli esperti hanno interpretato l’accaduto come una risposta del governo siriano agli avvertimenti ricevuti dagli Stati Uniti e da altri paesi Nato. Gli aerei non identificati erano probabilmente due Sukhoi Su-24s di fabbricazione russa, dotati di armamento pesante.

Il 16 settembre un altro episodio è accaduto non lontano dall’isola, alimentando le tensioni nella regione. Un elicottero siriano, dopo essere entrato nello spazio aereo turco ed aver ricevuto un avvertimento da due jet F-16, è stato abbattuto all’altezza del confine tra la Siria e la provincia turca dell’Hatay.

Il senso d’allarme a Cipro è stato rafforzato dall’arrivo di una fregata francese nei dintorni di Larnaca, nella parte meridionale dell’isola, e di alcuni aerei francesi e statunitensi presso la base britannica di Akrotiri, nei pressi di Limassol.

Tutto ciò è parso difficilmente conciliabile con le parole di rassicurazione pronunciate dai rappresentanti della Repubblica di Cipro. Il portavoce del governo ha infatti dichiarato che in nessun caso l’isola sarebbe diventata una “base di operazioni militari”, e quindi un possibile bersaglio degli attacchi siriani. Alle sue parole ha fatto eco il ministro della Difesa, Fotiou, ribadendo che il ruolo della Repubblica di Cipro sarebbe stato limitato all’eventuale assistenza umanitaria, accogliendo i possibili profughi provenienti dalla Siria, dal Libano o da altri paesi limitrofi.

Fotiou ha aggiunto che proprio il riconoscimento di Cipro come territorio sicuro ha indotto i paesi coinvolti nello scenario di crisi a pensare all’isola come destinazione verso cui dirigere i propri cittadini in caso di necessità. Sarebbe contraddittorio, ha osservato il ministro, utilizzare come piattaforma d’attacco un paese d’accoglienza per le vittime del conflitto.

Tuttavia, alcuni analisti hanno osservato come sia difficile trascurare due dati di fatto: la vicinanza di Cipro alla costa siriana, a poco più di cento chilometri, e la presenza nell’isola, oltre alle basi britanniche di Akrotiri e Dhekelia, di sofisticate apparecchiature di spionaggio. Cipro ospita infatti la Joint Service Signals Unit, una delle maggiori postazioni di sorveglianza al mondo.

In effetti, nei convulsi giorni di fine agosto, quando l’attacco missilistico a Damasco pareva imminente, Regno Unito e USA avevano messo in pre-allarme le proprie basi aeree sull’isola, ma il 31 agosto il ministro degli Esteri Kasoulides ha ribadito che “dall’isola di Cipro non partirà alcun attacco militare contro la Siria ed abbiamo ricevuto garanzie in questo senso”.

Casualmente, proprio il giorno prima la Russia aveva accettato di ristrutturare le condizioni del prestito di 2,5 miliardi di euro fatto a Cipro, richiedendo, fino al 2016, solo il pagamento di cedole semestrali con interessi (molto più accessibili) al 2,5% e rinviando la restituzione del capitale ai quattro anni successivi.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio. Continua a leggere

Con l’opposizione divisa, ora Assad rischia di vincere

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Siria, il raid israeliano non provocherà una guerra con Damasco

Nuovi dettagli sui raid israeliani in Siria dell’altro giorno.

Il quotidiano iracheno Azzaman, secondo quanto riporta il JPost, svela che il raid avrebbe provocato molte vittime tra le Guardie rivoluzionarie iraniane presenti vicino alla struttura colpita dai bombardamenti, secondo quanto riferito da un diplomatico occidentale. L’offensiva è avvenuta almeno 48 ore prima della diffusione della notizia, fatta filtrare da Gerusalemme.

Secondo l’Economist, l’attacco non significa che Israele voglia interferire nella guerra civile siriana. Piuttosto, segna la continuazione della guerra segreta contro il riarmo di Hezbollah.

Ennio Remondino su Globalist:

I tre bombardamenti israeliani effettuati nella notte su convogli di trasporto armi siriani parlano chiaro. Traduzione pratica delle minacce indirizzate a Damasco dal Primo Ministro israeliano che, dopo aver incontrato Re Abdallah di Giordania a fine dicembre, non aveva escluso un attacco preventivo contro “gli arsenali chimici siriani” per impedire che finiscano sotto il controllo di Hezb’Allah libanese o dei jihadisti presenti all’interno dell’ “Esercito di Liberazione Siriano”, l’Els, dando corpo alle confessioni rese dal generale Abdul Aziz Jasim al Shalali, ex capo della Polizia militare siriana, defezionista rifugiato in Turchia. Nessuna eco, invece, alle dichiarazioni di Bashar al Assad a un giornale libanese filo-siriano dove sostiene che se la Turchia facesse venir meno il supporto ai “ribelli” la guerra finirebbe “in due settimane”.

La stampa israeliana considera l’attacco in Siria un evento in grado di provocare una reazione a catena dalle conseguenze imprevedibili. Israele avrebbe infatti messo in stato d’allerta le truppe stanziate nel nord del Paese.
Dello stesso tenore i media internazionali. Secondo Victor Kotsev sull’Asia Times, “È difficile dire quanto sia probabile una guerra regionale nel prossimo futuro, ma è fuor di dubbio che l’attacco israeliano di martedì è stato uno sviluppo di grande rilievo”. Ad esempio, in un certo senso il bombardamento aereo di obiettivi militari in territorio siriano da parte di Israele avvenuto il 30 gennaio è solo “una prova del conflitto mai esploso tra Tel Aviv e Teheran”, spiega il Washington Post.
Teheran ha infatti reagito con veemenza all’attacco israeliano, minacciando “serie conseguenze per Tel Aviv”, mentre Hezbollah ha chiesto una condanna su larga scala dell’azione militare compiuta dallo Stato ebraico. Nel tradizionale discorso del venerdì, il segretario generale del movimento Hassan Nasrallah ha affermato che l’aggressione di Israele “smaschera” le vere cause della guerra civile siriana: distruggere questo paese e indebolire il suo esercito. Oltre a confermare la volontà dello Stato ebraico cerca di impedire qualsiasi sviluppo delle capacità tecnologiche e militari dei Paesi arabi.
Quasi in risposta alle dichiarazioni dall’Iran, il segretario di Stato uscente Hillary Clinton ha messo in guardia la Repubblica Islamica dal fornire supporto alla Siria in termini di personale addetto alla sicurezza militare. Come se la presenza iraniana in Siria (anche in funzione antiisraeliana) non fosse già il segreto di Pulcinella.
Di maggior rilievo quanto riportato da 
Asharq al-Awsat, secondo il quale la Russia avrebbe inviato cinque navi da guerra nel levante Mediterraneo per svolgere una serie di esercitazioni nei pressi della costa siriana.

Nubi di guerra all’orizzonte? No.

Al di là dei gridi d’allarme, diversi analisti israeliani tendono ad escludere una escalation militare immediata in conseguenza del raid aereo in Siria.
Dello stesso avviso è Lorenzo Trombetta, corrispondente ANSA da anni anni residente a Beirut, secondo cui il “presunto” raid israeliano nei pressi di Damasco non cambia per ora gli equilibri regionali e si inserisce solo indirettamente nella dinamica del conflitto interno in corso in Siria:

La Siria degli Asad da decenni non costituisce una minaccia reale alla sicurezza di Israele. Anzi, come hanno più volte affermato in modo diretto e indiretto i politici israeliani, la permanenza al potere del presidente Bashar al Asad è una garanzia e non un pericolo per lo Stato ebraico. Che non ha mai nascosto di preferire il suo miglior nemico all’ignoto.
I segnali che nessuna guerra sta per scoppiare nella regione provengono anche dai due principali alleati di Damasco: gli Hezbollah hanno condannato verbalmente il raid ma, pur avendone ampiamente i mezzi, non hanno fatto nulla per evitare che i caccia israeliani bombardassero un obiettivo a due passi dalla capitale siriana.
Gli aerei di Israele sono entrati – lo ha confermato il ministero della Difesa di Beirut - da Naqura, sul mare, e in direzione nord-est, hanno attraversato quasi tutta la valle della Beqaa passando sopra le retrovie, i depositi e i campi di addestramento della milizia sciita. Se Hezbollah intendeva proteggere davvero il suo alleato – e scatenare una nuova guerra con Israele – poteva usare almeno uno dei ventimila missili che si dice siano in possesso del movimento filo-iraniano.
E se Israele voleva sostenere i ribelli siriani anti-regime – è la tesi dei sostenitori di Asad, che grida al complotto straniero guidato dai sionisti – non si sarebbe limitata a bombardare solo un obiettivo e dopo quasi due anni dell’inizio della rivolta, ma avrebbe da tempo avviato una campagna su più fronti per accelerare la caduta del raìs.
L’Iran, dal canto suo, aveva nei giorni scorsi affermato che “ogni attacco alla Siria sarà considerato un attacco all’Iran”. Ma dalla dichiarazione di condanna espressa nelle ultime ore da Teheran – dal sottosegretario agli esteri e non dal ministro della Difesa – appare evidente che la Repubblica islamica non agirà militarmente in soccorso del suo storico alleato arabo.
Il governo siriano – tramite l’ambasciatore a Beirut, non il presidente Asad -afferma che si riserva il diritto di rispondere alla vile aggressione, ma che lo farà a sorpresa. Come se l’effetto sorpresa fosse un’eccezione in questo tipo di azioni e non la norma.
La difficile posizione del regime siriano è messa in queste ore ancor più a nudo dalla constatazione – segnalata non solo da fini analisti ma dal più semplice degli uomini della strada in Siria – che nessun velivolo militare siriano si è alzato in volo per proteggere il paese dal raid israeliano.
E che l’aviazione di Damasco non sarà usata contro il “nemico” bensì che continuerà ad essere usata contro ospedali da campo dove sono ammucchiati feriti, panetterie di fronte alle quali si allungano file di donne e bambini, moschee dove sono rifugiati famiglie di sfollati.

PS: più preoccupanti sono le notizie dal fronte orientale della Siria, dove ormai è al-Qa’ida a comandare.

Doppio raid israeliano in Siria

L’agenzia stampa siriana SANA ha confermato le indiscrezioni riportate dalla tv di Stato sull’attacco aereo compiuto da Israele nei confronti di un sito militare nei pressi di Damasco, negando dunque che l’obiettivo del raid fosse fosse un convoglio che trasportava missili SA-17 russi a Hezbollah.

Eppure fonti americane confermano questa seconda versione (si veda anche qui). Alcuni funzinari israeliani avrebbero anche avvertito i loro omologhi USA circa la volontà di procedere. La Russia condanna.

L’obiettivo del raid non è l’unico aspetto controverso.

In un primo si era parlato di un attacco lungo il confine siro-libanese; ora invece si parla di un intervento all’interno del territorio siriano, non lontano da Damasco. Ma per colpire un deposito di armi o un convoglio?

Entrambe le cose, perché ora appare chiaro che i raid sono stati due.

Questa la sintesi dei fatti offerta dal blog Falafel Café:

Domenica scorsa Netanyahu l’aveva detto. «Il Medio Oriente non aspetta: o ci muoviamo o rischiamo di trovarci tonnellate di esplosivo chimico in casa. A est, a nord, a sud del nostro Paese tutto è in fermento, dobbiamo prepararci». Quarantotto ore dopo ecco che alle 2 di notte (ora israeliana, l’1 in Italia) di mercoledì 30 gennaio dodici caccia dell’Israeli Air Force e un drone radiocomandato decollavano dalle basi israeliane. Direzione Siria.

Il veicolo radiocomandato è arrivato sopra la città di Al-Zabadani verso le 4,30 del mattino. Qui, in pochi secondi, ha sganciato i suoi missili contro un convoglio che da Damasco stava viaggiando verso il confine libanese. L’esplosione è avvenuta a circa 5 chilometri dall’autostrada Damasco-Beirut. All’interno del mezzo militare munizioni, armi di vario tipo. Soprattutto sistemi missilistici di fabbricazione russa, a partire dagli SA-17.

Più o meno alla stessa ora i dodici caccia – dieci velivoli secondo altre fonti – sorvolavano i cieli sopra il Libano a gruppi di 2-3, passavano sopra Damasco e una volta a Jamraya, a pochi chilometri dalla capitale, attaccavano un deposito di munizioni. Nell’edificio, secondo l’agenzia di Stato siriana – che smentisce qualsiasi attacco a convogli a Al-Zabadani – almeno due persone avrebbero perso la vita, altre cinque sarebbero ferite in quello che non chiamano deposito militare, ma «centro di ricerca che lavorava per rafforzare la resistenza ai ribelli e ai nemici».

Quello che è certo è che la località di Al-Zabadani, dove ha colpito il drone, per Gerusalemme è diventato un centro nevralgico del passaggio di armi da Damasco a Beirut. «Da mesi in città c’è un clima di relativa calma», spiegano da Gerusalemme. «Pochissima resistenza ad Assad, poche vittime tra i civili e, soprattutto, cibo che non scarseggia. Dall’anno scorso il dittatore siriano ha concesso una sorta di indipendenza all’area in cambio di due cose: nessun gruppo ribelle e lasciapassare ai convogli militari di Damasco».
La località, secondo gl’israeliani, non sarebbe stata scelta a caso da Assad. «Nelle stesse zone, prima dell’accordo con il dittatore, passavano le armi (missili anti-carro, munizioni, mitra, ecc) fornite dagli occidentali ai ribelli siriani pagate dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e, ovviamente, da Washington.
Che qualcosa stava cambiando, in Israele, lo si era capito anche da quel ch’è successo la scorsa settimana quando l’esercito ha installato due Iron Dome – il sistema anti-missilistico super-sofisticato – nel Nord, tra Haifa e il confine con il Libano. «Magari la guerra non arriva domani, ma dobbiamo essere pronti per ogni scenario», ha spiegato Amir Eshel, generale delle forze armate israeliane. E nel farlo ha parlato, per la prima volta, anche dell’Egitto. Il governo Netanyahu, nella riunione di domenica, ha chiaramente spiegato che «il governo guidato dal presidente Morsi e dai Fratelli Musulmani non funziona più. Nessuno degli aspetti chiave del Paese – l’esercito, la sicurezza interna e la polizia – è ormai sotto il controllo di Morsi».

Conclusione che lascia intravedere nuove nubi all’orizzonte di uno scenario regionale già instabile.

——————–

UPDATE

Long War Journal:

Durante la scorsa settimana, i funzionari israeliani hanno espresso una crescente preoccupazione per quanto riguarda la situazione in Siria. Domenica scorsa, Israele ha schierato batterie Iron Dome nel nord, tra cui vicino a Haifa, anche se un portavoce dell’IDF ha detto che lo schieramento “non è legato a valutazioni della situazione attuale.”

Il giorno seguente, il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Israeliano Yaakov Amidror è stato inviato a Mosca per una “visita lampo”, nel tentativo “di convincere il Cremlino ad adottare misure per evitare che i depositi [di armi] della Siria possano cadere nelle mani di gruppi terroristici”. Lo stesso giorno, il New York Times ha riferito che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “ha avuto [una recente] maratona di riunioni con i capi militari e di intelligence e di ministri  per diversi giorni, con insoliti protocolli si segretezza.”

Martedì, Al-Monitor ha riferito che il capo dell’agenzia d’intelligence IDF, il Magg. Gen. Aviv Kochavi, si è incontrato con i funzionari del Pentagono, tra cui il presidente del Joint Chiefs of Staff generale Martin Dempsey.

L’America invia 10.000 soldati verso la Siria. Ma sarà vero?

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.