Slovenia e Croazia nella spirale della crisi

Un tempo Slovenia e Croazia erano unite nella repubblica federativa di Jugoslavia. Ora che la Jugoslavia non c’è più, ad unire i due Paesi ci pensa una crisi economica che sembra non aver fine. Secondo le ultime previsioni economiche della Commissione europea le prospettive di crescita di Lubiana devono essere riviste al ribasso in maniera significativa, mentre Zagabria, pur uscendo dai paesi in recessione già dal prossimo anno, avrà comunque il tasso di crescita più basso dell’UE.

In settembre l’Osservatorio Balcani e Caucaso aveva tracciato uno speciale in due parti sulla situazione economica nei Balcani a cinque anni dal crollo di Lehman Brothers. Vediamo i passaggi riguardanti ciascuno dei due Paesi ex jugoslavi:

Slovenia, fine di un modello

La Slovenia è tra i paesi, circa una trentina al mondo, i cui livelli di attività economica sono inferiori a quelli pre-crisi. La dimensione complessiva dell’economia1 era di 49 miliardi di dollari nel 2009, mentre nel 2012 si è attestata a quota 45. In questo stesso arco di tempo il reddito pro capite è sceso da 24.367 a 22.193 euro. Quanto al Pil, è crollato di oltre sette punti nel 2009 e dopo una leggera ripresa nel 2010-2011 è tornato nel 2012 sotto la quota della crescita zero: -2,3%. Le previsioni rivelano che da qui a fine anno Lubiana dovrebbe perdere altri due punti. La disoccupazione, infine. Era al 5,9% nel 2009. Ora lambisce i dieci punti percentuali.

L’origine dei guai sloveni, in buona sostanza, sta nella politica dissennata dei prestiti elargiti dalle banche, che hanno gonfiato la bolla immobiliare. L’arrivo della crisi internazionale l’ha fatta esplodere, aumentando notevolmente il numero dei mutui non performanti – il loro valore ha toccato quota sette miliardi di euro – e portando il settore del credito al collasso. È venuto così a mancare il pilastro principale di un’impalcatura economica in larga parte controllata dallo stato (i tre principali istituto di credito sono ad esempio in mano pubblica), spesso vista come modello positivo dall’estero.

La crisi non ha risparmiato la politica. Il governo di centrodestra guidato da Janez Janša – per la cronaca, a giugno s’è beccato due anni sulla base di un’accusa di corruzione – è capitolato in seguito alle proteste popolari scoppiate a causa delle politiche di austerità. A Janša è subentrata Alenka Bratušek, esponente del partito Slovenia Positiva. Alla guida di una coalizione a trazione progressista-liberale s’è caricata sulle spalle l’arduo compito di evitare il crack. Senza avere troppi margini di manovra, però. L’attuale esecutivo ha lanciato un programma di privatizzazioni imponente, concordato con Bruxelles. Sul mercato ci sono diversi pezzi pregiati, tra cui la compagnia di bandiera Adria Airways, Telekom Slovenije e Nova Kreditna Banka Maribor, il secondo istituto del paese.

Nel frattempo, seppure in ritardo, dovrebbe andare in porto a ottobre il varo della bad bank, dove convogliare i mutui non ripagati. Sarebbe dovuta partire a giugno, ma l’UE ha voluto verificare il reale ammontare dei mutui spazzatura, temendo che fosse addirittura superiore ai sette miliardi.

La bad bank potrebbe comunque non bastare. La Slovenia ha bisogno del bailout o quanto meno è solo all’inizio del calvario delle riforme, dice qualcuno a Bruxelles. Da parte sua il governo cerca di convincere l’UE che il paese non è così malconcio, con un occhio agli equilibri della maggioranza (il Partito dei pensionati è contrario a ogni ritocco degli assegni sociali e i liberali della Lista Civica si oppongono all’aumento delle tasse). Intanto le stime indicano che nel periodo 2014-2017 ci sarà una ripresa. Ma tutto dipende da come le variabili attualmente sul tappeto si incastreranno tra loro.

Per la Slovenia non è stato un 2013 favorevole, tra crisi di governo di inizio anno, fantasmi della troika e tumulti sociali, ed è già certo che il 2014 non sarà meglio.
Secondo l’agenzia Ansa (5 novembre):

Le stime della Commissione europea sui dati macroeconomici per la Slovenia non sono di buon auspicio: per il 2013 si prevede una contrazione del Pil del 2,7%, mentre a maggio la stima della decrescita prevedeva un -2%. Stesso discorso per le stime per il 2014: si prevede una nuova recessione dell’1%, mentre a maggio si parlava di un -0,1%. Tuttavia, nonostante le stime negative, secondo il commissario Olli Rehn, Lubiana potrebbe ancora farcela da sola a uscire dalla crisi. Un primo risveglio dell’attività economica di Lubiana si dovrebbe registrare nel 2015 con una crescita dello 0,7%.

Secondo le stime della Commissione, nel 2014 la Slovenia sarà l’unico Paese dell’eurozona, insieme a Cipro, ancora in recessione. Preoccupanti anche i dati sul deficit, che dovrebbe attestarsi al 5,8% del pil nel 2013, salire al 7,1% del pil nel 2014 per poi scendere al 3,8% del pil nel 2015. Di conseguenza si prevede anche un aumento del debito pubblico, che dovrebbe essere del 63,2% del pil nel 2013, del 70,1% nel 2014 per aumentare ancora fino al 74,2% del pil nel 2015.

La disoccupazione dovrebbe, secondo le stime di Bruxelles toccare l’11,1% quest’anno, per salire ancora all’11,6% nei prossimi due anni. Secondo il commissario Rehn, il risanamento del settore bancario e una decisa politica sulle riforme strutturali potrebbero ancora assicurare a Lubiana la ripresa della crescita economica. Se il governo sloveno attuerà le riforme come d’accordo con Bruxelles, il programma di aiuto da parte dei meccanismi europei potrebbe non essere necessario, ha chiarito Rehn.

Parlavamo della ristrutturazione del sistema bancario. La liquidazione di due istituti tra i più piccoli del Paese, Probanka e Factor banka, annunciata il 6 settembre, potrebbe avere serie ripercussioni sulle finanze dello stato e sull’imprenditoria slovena, posto che il governo ha annunciato che coprirà circa 500 milioni di euro di depositi bancari per ogni banca in modo da scongiurare una corsa agli sportelli.
Proprio sui problemi del settore bancario, Linkiesta spiega:

Per il terzo anno consecutivo le previsioni danno il settore bancario sloveno in perdita. Le tre principali banche del paese necessitano iniezioni di capitale per ripianare le perdite dovute ai prestiti “non performanti” (tradotto: i finanziamenti diventati carta straccia). Solo nel mese di marzo 2012 la loro entità è aumentata di 300 milioni di euro. La somma totale delle perdite del settore è stimata tra 6 miliardi di euro, l’11% sul totale dei mutui (reuters) e 4 miliardi di euro. La situazione più preoccupante è probabilmente quella della “Nova Ljubljanska Banka”, il primo istituto di credito del paese,controllato dallo stato: entro la fine del mese avrà bisogno di 320 milioni di euro per essere in linea con i requisiti dell’Autorità Bancaria Europea.

Il ministro dell’economia sloveno, Uros Cufer, ha già dichiarato che il peggioramento delle stime da parte della Commissione europea sui dati macroeconomici della Slovenia era nelle previsioni. Anche Antonio Silimpergo, capo delegazione del Fondo Monetario Internazionale, la Slovenia ha ancora la possibilità di uscire da sola dalla crisi. Ma i fatti mostrano una realtà meno rosea.
Lubiana ha promesso di portare il suo deficit al di sotto del 2,5% del pil nel 2015, ma la riuscita del piano dipende da molti fattori sconosciuti. Secondo le previsioni, infatti, la crescita economica rallenterà rapidamente il prossimo anno e il tasso di disoccupazione continuerà ad aumentare per i prossimi due, con una crescita reale degli stipendi sarà negativa fino al 2015. A ciò dovrà probabilmente aggiungersi il costo della ristrutturazione del sistema bancario. In ogni caso, anche se la Slovenia dovesse rispettare le aspettative di Bruxelles, è probabile che deluda profondamente il suo popolo.

Se la Slovenia piange, la Croazia non ride. Riprendiamo l’analisi dell’OBC:

Il malato croato

Anche Zagabria, come Lubiana, è nel plotoncino di paesi la cui attività economica, in questi anni, s’è contratta. A differenza del caso sloveno, quello croato è più il frutto di una serie di nodi strutturali accumulatisi nel corso degli anni, venuti di colpo a galla con la crisi: export debole, competitività deficitaria, corruzione, turismo troppo legato alla stagionalità.

Con la sola eccezione della crescita zero del 2001, il Pil è sceso continuamente nel corso dell’attuale congiuntura, perdendo 6,9 punti percentuali nel 2009, 2,3 nel 2010 e due nel 2012. Quest’anno si tornerà alla crescita zero, come nel 2011. Così almeno pare. Quanto a disoccupazione e debito pubblico, la prima ha toccato il picco (21,3%) nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istituto croato di statistica, scendendo poi all’attuale 18,5%; il secondo, in crescita costante, si aggira sul 60%.

Lo scenario socio-economico è tra i motivi, assieme all’emergenza corruzione (l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato condannato a dieci anni), che alle elezioni del 2011 hanno portato l’Hdz, storico partito della destra, a lasciare la plancia di comando ai socialdemocratici. L’attuale primo ministro Zoran Milanović, tuttavia, s’è ritrovato con le mani legate, dando corpo a una politica di sacrifici che ha inoculato malumore e sfiducia tra la popolazione.

La Croazia dovrebbe ripartire, anche se lentamente, nel prossimo triennio. Una possibile iniezione potrebbe essere fornita dai fondi strutturali e di coesione dell’UE. Da qui al 2017 Zagabria riceverà circa 11 miliardi di euro. Una dote tutt’altro che irrilevante, se verrà utilizzata intelligentemente.

In Croazia la crisi aveva spento l’entusiasmo per l’ingresso nella UE ancora prima di entrarvi, quando a Bruxelles veniva già accostata ai Piigs. Finora il bilancio di questi primi quattro mesi da 28esimo membro dell’Unione è decisamente negativo: invece di ottenere credito a buon mercato, la Croazia si è vista declassare alla categoria speculativa dalle agenzie di rating. Non ci sono più tasse doganali, ma i prezzi non sono calati, e intanto il regime di visti ha messo in fuga migliaia di turisti turchi, russi e ucraini. La questione delle deroghe al mandato d’arresto europeo ha scatenato un braccio di ferro con Bruxelles che, come prevedibile, si è risolto in favore di quest’ultima.

Inoltre Zagabria è sotto sorveglianza da parte dell’UE per l’esplosione del deficit pubblico: secondo la stampa nazionale rischia di “fare la fine della Grecia” se non ridurrà il suo deficit di 1,7 miliardi di kuna (220 milioni di euro) nei primi tre mesi dell’anno prossimo.

A peggiorare la situazione c’è il problema che anche Zagabria, come Lubiana, ha un sistema bancario tutt’altro che in salute. In settembre la Centar Banka di Zagabria è stata ufficialmente dichiarata in bancarotta, dopo una mozione inviata dall’Advisory council della Banca Centrale Croata al Tribunale per le procedure fallimentari.

Vi è da dire che negli ultimi mesi la situazione economica è peggiorata in parte proprio a causa dell’adesione. Secondo Rischio Calcolato:

La Waterloo si sostanzia con i dati terrificanti dell’export locale, spina dorsale della piccola economia croata. Al -6% dell’ultimo semestre contribuisce il calo deciso fino a luglio ed il tracollo del -19% rilevato ad agosto. E tutto ciò nonostante il paese abbia deciso di rinviare l’adesione alla moneta unica europea cosa che avrebbe determinato un cataclisma addirittura peggiore. Con la disoccupazione oltre il 20% (la terza peggiore dopo Grecia e Spagna), il rapporto deficit-PIL ben al di sopra del fatidico 3%, la necessità di ricorrere alla procedura di salvataggio , come già messo in opera per la stessa Grecia, l’Irlanda ed il Portogallo, è più una certezza che un’ipotesi.

Il crollo dell’export è dovuto al fatto che l’adesione all’Ue ha esposto maggiormente la Croazia alla concorrenza internazionale, oltre alla perdita dei privilegi che derivavano dall’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale.

Adriatico, la corsa agli idrocarburi

Si scrive Adriatico,‭ ‬ma si potrebbe leggere Golfo Persico.‭ ‬La ricerca di idrocarburi nelle acque di quello un tempo era il confine marittimo della Cortina di ferro è infatti in costante crescita.‭ ‬Solo sul versante italiano‭ ‬si contano‭ ‬107‭ ‬piattaforme offshore dedicate all’estrazione di gas naturale – destinate ad aumentare grazie allo sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti in Puglia – ‭ ‬che attualmente coprono il‭ ‬9,2%‭ ‬del fabbisogno nazionale di gas.‭ ‬Oltre ad essere un inesauribile fonte di polemiche sul tema dell’impatto ambientale.
La novità di oggi è che lo sfruttamento dei combustibili fossili racchiusi nei fondali marini non è più una prerogativa tutta italiana.‭ ‬Anche Albania,‭ ‬Croazia e Montenegro stanno avviando una serie di attività di ricerca e coltivazione dei depositi a largo delle proprie coste.‭ ‬Con possibili risvolti anche per l’Europa.
In Albania l’attività petrolifera ha una‭ ‬lunga storia:‭ ‬il bitume veniva estratto già in epoca romana.‭ ‬L’estrazione moderna è iniziata alla fine degli anni Venti durante l’occupazione italiana e ha toccato il suo apice intorno al‭ ‬1970‭ ‬con il contributo dell’ingegneria cinese,‭ ‬che consentì a Tirana di raggiungere una produzione pari a‭ ‬43.000‭ ‬b/g‭ (‬barili al giorno‭)‬.‭ ‬Pochi per diventare un produttore mondiale di rilievo,‭ ‬ma sufficienti per essere il primo limitatamente alla regione balcanica.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬con lo strappo‭ “‬strappo di Hoxha‭” ‬del‭ ‬1978,‭ ‬l’allora dittatore al potere decretò la fine di ogni alleanza internazionale dell’Albania e ci cinesi partirono per non tornare più.‭ ‬Da allora la produzione di oro nero è costantemente scesa fino a toccare il suo minimo storico nel‭ ‬2004:‭ ‬appena‭ ‬600‭ ‬b/g.
Ora l’era petrolifera di Tirana sembra poter inaugurare un nuovo capitolo,‭ ‬come dettagliatamente illustrato da‭ ‬Balkanalisys‭ ‬già lo scorso anno.‭ ‬A partire dal‭ ‬2009‭ ‬gli investimenti privati nel settore del greggio hanno registrato una decisa impennata,‭ ‬da quando cioè sono iniziate le operazioni nel giacimento onshore di Patos Marinza,‭ ‬dove si pensa sia no custoditi più di‭ ‬7,7‭ ‬miliardi di barili.‭ ‬L’ultimo accordo di rilievo risale allo scorso‭ ‬27‭ ‬aprile,‭ ‬quando il ministero albanese dell’Economia e dell’Energia ha concluso un‭ ‬negoziato‭ ‬con la società San Leon Energy Plc.‭ ‬Investimento previsto:‭ ‬250‭ ‬milioni di dollari per i prossimi due anni.‭ ‬Tirana punta a raggiungere l’autosufficienza petrolifera entro i prossimi cinque anni,‭ ‬e c’è la possibilità che diventi esportatore netto almeno per un certo periodo. In Albania le royalties sono del‭ ‬70%‭ ‬sui pozzi già avviati‭ – ‬alcuni risalenti alla Guerra Fredda e costellati di problemi strutturali‭ – ‬mentre ammontano appena al‭ ‬10%‭ ‬sui pozzi nuovi pre-tasse,‭ ‬a cui si somma una tassa speciale del‭ ‬50%‭ ‬sui profitti.‭ ‬Buona parte del petrolio albanese finirà nelle raffinerie d’Italia.‭
Fin qui i pro.‭ ‬I contro,‭ ‬invece,‭ ‬si annidano nella corruzione e nelle precarie condizioni socioeconomiche del Paese.‭ ‬L’Albania è solo al‭ ‬69simo posto dell’indice di sviluppo umano dell‭’‬United Nations development programme.‭ ‬E l’eldorado petrolifera non ha finora contribuito a migliorare la situazione.‭ ‬Anzi,‭ ‬due anni fa ha addirittura rischiato di farla precipitare,‭ ‬è vero che è stato una delle cause principali dell’acuirsi delle tensioni tra il governo allora guidato da Sami Berisha ed opposizione capeggiata dal sindaco di Tirana Edi Rama‭ (‬vincitore delle‭ ‬elezioni dello scorso giugno‭)‬,‭ ‬poi riversatesi in‭ ‬duri scontri di piazza.‭ ‬Non dimentichiamo poi la dura coda polemica che è seguita alla‭ ‬privatizzazione‭ ‬della compagnia statale Albpetrol,‭ ‬voluta dal governo Berisha sul fiire del‭ ‬2011‭ ‬e contro cui Rama si scagliò con veemenza arrivando a definirla un‭ “‬atto antinazionale‭”‬.‭ ‬La legge di vendita era stata varata poco prima che l’Autorità di controllo concedesse alla comagnia anche una licenza di esplorazione e ricerca nei fondali marini.‭ ‬Dopo due anni di polemiche,‭ ‬accuse e strumentalizzazioni a sfondo politico,‭ ‬in febbraio il ministro dell’Economia,‭ ‬Edmond Haxhinasto,‭ ‬ha dichiarato che il processo di privatizzazione si è concluso con un sostanziale fallimento.‭
Resta infine controversa la questione dei possibili legami tra le attività in corso a Patos Marinza e lo‭ ‬sciame sismico‭ ‬che interessa le città limitrofe da circa tre anni,‭ ‬per i quali la popolazione accusa senza mezzi termini la compagnia petrolifera canadese Bankers Petroleum,‭ ‬concessionaria del giacimento.

In Croazia,‭ ‬l’avvio della ricerca è stato‭ ‬annunciato‭ ‬lo scorso‭ ‬2‭ ‬luglio,‭ ‬all’indomani dell’ingresso ufficiale come‭ ‬28esimo nell’Unione Europea.‭ ‬Dopo aver sposato entrambi i progetti‭ ‬TAP‭ ‬e‭ ‬South Stream‭ ‬per rafforzare la diversificazione delle forniture di gas,‭ ‬Zagabria punta ora ad implementare dello sfruttamento dei giacimenti ubicati a largo delle proprie coste.‭ ‬Secondo il Ministro dell’Economia,‭ ‬Ivan Vrdoljak,‭ ‬vi sarebbero circa‭ ‬20‭ ‬giacimenti in un’area di‭ ‬2000‭ ‬chilometri quadrati,‭ ‬che nei piani del governo dovrebbero garantire introiti per milioni di euro sotto forma di‭ ‬royalties‭ ‬già dal prossimo anno.
Il governo croato è ben consapevole che l’industria energetica del Paese goda di‭ ‬buone prospettive.‭ ‬In maggio,‭ ‬l’esecutivo ha proposto un ddl sugli idrocarburi che prevede una‭ ‬semplificazione delle procedure burocratiche‭ ‬necessarie per avere i permessi di ricerca e sfruttamento di‭ ‬idrocarburi‭ ‬offshore,‭ ‬nel presupposto che la vecchia legge non stimolava la ricerca di gas e petrolio.‭ ‬Ad oggi,‭ ‬infatti un investitore che potenzialmente trovi dei giacimenti non è automaticamente garantito anche il loro sfruttamento,‭ ‬ma c’è bisogno di una nuova gara.
Oltre che alla ricerca di gas lungo le coste e al suo futuro ruolo di corridoio di transito,‭ ‬la Croazia è impegnata in un altro progetto,‭ ‬destinato ad impreziosire il suo ruolo nello schacchiere energetico del Mediterraneo:‭ ‬la costruzione di un rigassificatore sull’isola di Krk‭ (‬con il‭ ‬contributo del Qatar‭)‬,‭ ‬che consentirà a Zagabria di importare sia il gas liquefatto da Doha che lo shale proveniente dagli USA da destinare poi al mercato europeo.

Infine,‭ ‬anche il Montenegro guarda con interesse ai‭ (‬possibili‭?) ‬giacimenti sottomarini.
Già in settembre il governo di Podgorica aveva indetto una gara d’appalto per lo sfruttamento del petrolio nazionale che però‭ ‬non è ancora stato scoperto,‭ ‬anche se la presenza di alcuni depositi di gas naturale lascia sperare nella analoga presenza di oro nero.‭ ‬La dimensione di ogni blocco è di circa‭ ‬300‭ ‬chilometri quadrati.‭ ‬Nella prima gara saranno pubblicati i bandi per‭ ‬13‭ ‬blocchi per una superficie totale di un massimo di‭ ‬3.000‭ ‬chilometri quadrati.
Allo stesso tempo,‭ ‬il governo ha adottato una politica fiscale per la produzione di petrolio e gas che garantisca un reddito stabile e congruo per lo Stato.‭ ‬Secondo le nuove norme,‭ ‬nelle casse pubbliche confluirà il‭ ‬70%‭ ‬degli utili di compagnie che operano in questo business.‭ ‬La compensazione per il petrolio sarà progressiva,‭ ‬dal‭ ‬5%‭ ‬al‭ ‬12%‭ ‬della produzione,‭ ‬e la tassa extra profitto sarà del‭ ‬59%.‭ ‬L’obiettivo,‭ ‬secondo il portavoce del Ministro dell’Economia,‭ ‬Vladan Dubljević,‭ ‬è quello di aspettarsi un cospicuo flusso di entrate a partire dal‭ ‬2017.
In realtà,‭ ‬non è tutto rose e fiori.
In primo luogo,‭ ‬la gara d’appalto per le esplorazioni rientra nel quadro di un piano più ampio ufficialmente volto ad attrarre capitali stranieri,‭ ‬ma che in concreto si sostanzia nella‭ ‬progressiva svendita degli asset nazionali‭ ‬per risanare l’esangue bilancio del Paese.
In secondo luogo,‭ ‬se da un lato le autorità croate si sono dette disposte a collaborare nella ricerca e nello sfruttamento delle risorse sottomarine con quelle montenegrine,‭ ‬dall’altro non sono escluse‭ ‬future tensioni tra i due vicini,‭ ‬se davvero verrà confermata l’esistenza di un grosso giacimento di oro nero al largo della penisola di Prevlaka,‭ ‬la cui delimitazione marittima è tuttora contesa con Zagabria.

Tra luci e ombre,‭ ‬il settore energetico presenta interessanti prospettive in tutti e tre i Paesi esaminati.‭ ‬Anche l’Europa sembra interessata,‭ ‬e non soltanto per i volumi di idrocarburi che l’offshore dell’Adriatico potrebbe immettere sul mercato.‭ ‬Albania,‭ ‬Croazia e‭ – ‬benché in misura inferiore‭ ‬-‭ ‬il Montenegro interessano altresì come canali di transito.‭
Già in maggio i rispettivi governi‭ ‬-‭ ‬assieme all’Italia‭ ‬-‭ ‬avevano già firmato‭ ‬un protocollo d’intesa a sostegno del Gasdotto Trans Adriatico‭ (‬TAP‭)‬,‭ ‬il progetto di diversificazione delle forniture di gas nato in concorrenza con quello sponsorrizato dall’Unione,‭ ‬il Nabucco,‭ ‬e che ha praticamente indotto Bruxelles‭ ‬a rinunciare a questo.‭ ‬Per l’Europa,‭ ‬l’accantonamento del gasdotto di verdiana denominazione rappresenta una‭ ‬sconfitta‭; ‬per i Paesi adriatici,‭ ‬invece,‭ ‬la TAP rappresenta una ghiotta opportunità di rilancio,‭ ‬a cui anche la famelica Bruxelles sembra ora strizzare l’occhio.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

La Croazia in Europa senza entusiasmo

Da oggi la Croazia è il ventottesimo membro dell’Unione Europea. Dopo la Slovenia, è il secondo Paese dell’ex-Jugoslavia a entrare a farne parte, ma i festeggiamenti sono smorzati dalla grave situazione economica in cui Zagabria versa. Questo, unito alla lunghezza eccessiva (2005-2011) dei negoziati, frutto del peso della guerra degli anni Novanta, della difficile riconciliazione con le ex repubbliche jugoslave e del non facile processo di democratizzazione delle istituzioni, ha molto raffreddato gli entusiasmi dei croati alla viglia dell’adesione. L”astensione del 79% alle sue prime elezioni europee e del 57% al referendum interno sull’adesione sono i segni più evidenti della crescente disillusione croata nei confronti dell’Europa.

Per celebrare l’ingresso di Zagabria come 28esimo Stato membro, dal 24 giugno al primo luglio Presseurop ha pubblicato ogni giorno un articolo del quotidiano Novi List sulla Croazia alla vigilia dell’adesione.
In sintesi, i croati sono divisi nelle loro aspettative: alcuni temono l’arrivo dell’austerity, altri sperano nelle opportunità offerte dall’apertura dei confini.
Germania, Austria e Italia temono un’invasione di lavoratori croati dopo l’adesione di Zagabria e si preparano a limitare i flussi di manodopera.
Serpeggiano disillusione e scetticismo delle fasce più deboli della popolazione, soprattutto degli operai e dei piccoli artigiani, timorosi che Bruxelles trasformi Zagabria in una “piccola Cina europea.
L’ingresso nel mercato comune europeo esporrà le aziende croate a una maggiore concorrenza, che penalizzerà soprattutto le imprese più piccole e meno all’avanguardia.
Nei dieci anni intercorsi tra la domanda di adesione e l’ingresso nella UE, il percorso di riforme necessario per adeguare le istituzioni croate agli standard europei hanno profondamente cambiato il volto del Paese.
Infine, Novi List ricorda che per un Paese con un passato di guerre e di regimi autoritari, aderire all’Ue significa prima di tutto entrare in una comunità di valori positivi.

Questo per quanto riguarda Zagabria. E per Bruxelles, invece, cosa cambia?

Secondo la stampa europea l’allargamento non risolverà alcun problema e pone interrogativi sulla forma futura dell’UE.

Secondo Limes, invece:

L’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, evento dagli effetti pratici immediati piuttosto modesti a Bruxelles, è un fatto politico fondamentale in vista del definitivo aggancio dei paesi dei Balcani occidentali – quelli che un tempo componevano la Jugoslavia – all’orbita europea.

Per quanto secondo una crescente parte dell’opinione pubblica
 continentale l’Unione non abbia nulla da guadagnare da un allargamento a questi paesi, il processo di stabilizzazione dell’area e la sua integrazione nel sistema economico-politico europe compiono grazie all’adesione croata un significativo passo in avanti.

L’integrazione della Croazia all’Ue, effettiva da oggi lunedì primo luglio – ricuce appunto simbolicamente una serie di profonde fratture legate alle vicissitudini storiche di tutto il continente.

Insomma l’adesione sarà un’opportunità per ambo le parti, in teoria. In concreto Zagabria, appena entrata a Bruxelles, è già a rischio sanzioni per i suoi pessimi indicatori macroeconomici. Non proprio il modo migliore di dare il benvenuto.

Croazia, non ancora in Europa ma già nei Piigs

Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica - dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

Vecchie ferite si riaprono nell’ex Jugoslavia

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.

C’era una volta la Jugoslavia

La Jugoslavia poteva essere salvata”. Negli ultimi vent’anni questa storia si è sentita più volte, ciclicamente riesumata dalla formalità delle ricorrenze; il ventennale del primo attacco a Sarajevo – che cade il 5 aprile – non fa eccezione.
La Jugoslavia crollò in seguito a due guerre d’indipendenza tra la Serbia e altrettante repubbliche federali. La prima, contro la Slovenia, durò 11 giorni nell’agosto del 1991 e lasciò pochi segni, presto cancellati. La seconda, contro la Croazia, fu molto più cruenta e si concluse solo nell’estate del 1995 con la riconquista da parte di Zagabria dell’autoproclamata Repubblica Serba della Krajina, Stato fantoccio alle dipendenze di Belgrado.
La Bosnia dichiarò l’indipendenza nel 1992 e fu trascinata in una guerra di tutti contro tutti molto più violenta di quella serbo-croata, terminata alla fine del 1995 con gli accordi di Dayton. La Macedonia si era separata già sul finire del 1991 e senza spargimenti di sangue. Ciò che restava della Jugoslavia sopravvisse fino al 2003, quando fu sostituita dall’Unione di Serbia e Montenegro. Tre anni dopo il Montenegro raggiunse l’indipendenza per via referendaria. E per finire il Kosovo ha proclamato unilateralmente la propria secessione da Belgrado nel 2008.
Con la dietrologia non si va da nessuna parte, ma non va dimenticato che la disgregazione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia era iniziata molto prima che le armate dessero fuoco alle polveri. La Federazione veniva da un travagliato decennio, gli anni Ottanta, segnati dalla crisi economica iniziata nel ‘79 e mai finita, dall’instabilità politica successiva ala morte di Tito e dall’erosione – comune a tutto il blocco orientale – della mitologia comunista. A ciò si aggiunse il ritorno delle suggestioni etnico-nazionaliste, brandite dalle élite a cui faceva gola la ripartizione delle risorse delle rispettive repubbliche e funzionali alla necessaria mobilitazione delle masse. Di lì a poco, la caduta del Muro di Berlino avrebbe fato da innesco a questo processo centrifugo.

Ufficialmente la storia è andata così, ma c’è un cortocircuito mentale in questa ricostruzione. Di fronte alle carneficine balcaniche ci siamo ripetuti che l’Europa poteva e doveva fare di più, ma nessuno sa spiegare di preciso cosa. A noi europei – o meglio, a noi che nei quarant’anni precedenti eravamo stati al di qua della cortina di ferro – certe dinamiche sfuggirono quasi completamente. Alle nostre orecchie la causa del conflitto furono le fanatiche ambizioni serbocentriche di Slobodan Milosevic, a cui si contrapponevano il desiderio di libertà degli altri popoli a lui sottoposti. L’opinione pubblica dei dodici (quanti erano i membri della UE), così come i governi, si schierarono apertamente dalla parte delle istanze indipendentiste, ma fu proprio questa confusa partigianeria per il principio di indeterminazione a far precipitare le cose.
Fu la Germania a premere affinché l’Europa riconoscesse la sovranità di Lubiana e Zagabria. L’allora cancelliere Helmut Kohl, spalleggiato dal ministro degli esteri Hans-Dietrich Genscher, furono irremovibili in questo proposito. Il tentativo di riequilibrare la destabilizzazione balcanica attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, a ragion veduta, fece da apripista ad un conflitto uscito presto fuori controllo, al di là del fatto che la realtà sul campo denotasse già segni di ebollizione.
Perché l’Europa sposò acriticamente la posizione di Berlino? Per la stessa ragione per cui è sempre Berlino, al giorno d’oggi, a dirigere di fatto i conti pubblici all’interno dell’Eurozona. Se la chiamano Locomotiva d’Europa, non è solo per le sue potenzialità economiche. Ma allora, perché Berlino aveva adottato proprio quella posizione per raffreddare il calderone balcanico? Probabilmente per due ragioni. Da un lato, in ossequio al principio di autodeterminazione, lo stesso che aveva consentito ai tedeschi dell’est di riunirsi all’ovest giusto pochi mesi prima. Dall’altro, per forzare i tempi verso la cancellazione di ciò che restava dell’ordine mondiale stabilito a Jalta. In altre parole, Kohl vedeva negli eventi in corso in Jugoslavia la possibilità di archiviare la pax europea del 1945 per forgiare una nuova politica estera libera dai lacci e laccioli a cui era stata costretta in quanto ex superpotenza sconfitta.

Vent’anni dopo, qual’è la morale della storia?
Allora, come oggi, Berlino si è servita dell’impalcatura europea per tutelare i propri interessi a scapito di quelli di chi le stava intorno. Oggi la Locomotiva mantiene una robusta presenza nell’ex Jugoslavia, favorita da relazioni economico-finanziarie che sono prosperate nei decenni in perfetta continuità con l’era di Tito. Massimo risultato col minimo sforzo.
Per l’Europa, invece, vale l’esatto contrario. Maldestra e inconsistente negli anni caldi del conflitto, Bruxelles ha cercato di riparare alle proprie mancanze attraverso la progressiva integrazione delle ex martoriate repubbliche forte della ricca dote promessa – benessere, fondi strutturali, libertà di circolazione -, prima che la crisi economica e i mal di pancia post allargamento del 2004 rallentassero tutto. E per ripulirsi la coscienza (oltre alla memoria?) delle atrocità di quegli anni, ha più volte esercitato pressioni affinché i responsabili degli eccidi fossero consegnati alla Corte penale dell’Aja, al punto da condizionare la stessa adesione alla UE alla collaborazione nella persecuzione dei criminali di guerra- lasciandolo intendere tra le righe, ovviamente.
Ironia della sorte, l’Europa cerca di riunire le sei repubbliche jugoslave proprio oggi che pare sul punto di implodere, incapace di ricomporre gli squilibri economici e politici – su tutti, l’ambiguità di un’unione monetaria a cui corrispondono 27 differenti politiche fiscali – che l’eurocrazia aveva generato.
La Croazia diventerò il 28esimo membro dell’Unione il 1° luglio 2013; la Serbia è ufficialmente candidata da quest’anno, il Montenegro lo è dal 2010 e la Macedonia già dal 2005.
Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti. E pensare che oggi, in un’epoca in cui i giovani si dicono convinti di vivere un periodo più difficile di quella dei propri genitori, la stragrande maggioranza delle persone ancora rimpiange la perdita di un Paese unito.

Un piede in Europa e l’altro nel baratro: il vento delle proteste soffia anche in Croazia

 

A vent’anni dall’indipendenza, il Paese si appresta ad entrare nell’Unione all’ombra di una situazione sempre più difficilIn febbraio la Croazia è stata scossa da una serie di manifestazioni di piazza contro il governo Kosor, giudicato responsabile della difficile situazione economica. Accanto alle proteste dei giovani, organizzate su Facebook, ci sono quelle dei veterani di guerra che accusano lo stesso governo di tradimento degli interessi nazionali.


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