Tag Archive: crisi


Probabilmente la perdita riportata da JP Morgan finirà per essere molto più grande rispetto ai due miliardi dichiarati sui giornali. In ogni caso rappresenta l’ennesima prova dell’incapacità del mercato di autoregolarsi, in barba alle proprietà salvifiche della “mano invisibile” teorizzata da Adam Smith. L’ennesimo sfacelo di quella deregulation che avrebbe dovuto essere la molla dell’economia e invece si è rivelata la sua scure.
L’Huffington Post, in un articolo che analizza le (altre) perdite sui derivati riportate dall’istituto, afferma:

The U.S. can count on JPMorgan to continue both long and short market manipulation and take its winnings and losses from blind gambles. Shareholders, taxpayers, and consumers will foot the bill for any unpleasant global consequences.

Non solo. Questa analisi della Reuters osserva che il rovescio da due miliardi è  il risultato, forse inevitabile, dell’interazione delle due politiche adottate per mettere una pezza al sistema finanziario americano dopo il disastro del 2008: quella del too big to fail, da un lato; e quella del denaro alle banche  a costo zero, dall’altro:

Too big to fail, the de facto insurance provided by the U.S. to financial institutions so big their failure would be disastrous, provides JP Morgan and its peers with a material advantage in funding and as counterparties. Depositors see it as an advantage, as do bondholders and other lenders. That leaves TBTF banks flush with cash.
At the same time, ultra-low interest rates make the traditional business of banks less attractive, naturally leading to a push to make money elsewhere. With interest rates virtually nothing at the short end but not terribly higher three, five or even 10 years out, net interest margins, once the lifeblood of large money center banks, are disappointingly thin. Given that investors are rightly dubious about the quality of bank earnings, and thus unwilling to attach large equity market multiples to them, this puts even more pressure on managers to look elsewhere for profits[si veda qui]

Per avere un’idea  di JP Morgan, è bene ricordare che:

  • Ha avanzato, assieme a Goldman Sachs, una proposta di regolamentazione degli strumenti derivati, salvo poi affossare ogni concreta possibilità di riforma;
  • È stata tenuta in piedi dal sontuoso piano di salvataggio del governo USA, salvo poi utilizzare i soldi gentilmente ricevuti per investire in India e di altri progetti che ingrosserà le tasche dei suoi top manager, ma non quelle esangui dei contribuenti americani

Manca qualcosa? Ah, si. Benché sia “troppo grande”, può plausibilmente fallire.

La Cina deve investire la sue riserve valutarie (3.200 mld dollari) e il debito americano non le basta più. Dopo anni di acquisti di Treasury Bond, Pechino ha preso di mira l’Europa.
Poi si è lanciata alla caccia di public utilities, avvantaggiata dalla crisi che ha reso possibili fusioni e acquisizioni a prezzi ridotti e ha quasi azzerato la forza contrattuale dei Paesi più indebitati.
Ai governanti va bene così: messi in difficoltà dall’opinione pubblica e più interessati alle prossime elezioni che alle future generazioni, gli esecutivi del Vecchio Continente accolgono giulivi i denari che da Pechino arrivano copiosi, tralasciando il fatto che in questo modo stanno svendendo l’avvenire di quei Paesi che in teoria sarebbero chiamati a salvaguardare.

Il Portogallo è l’esempio più lampante di questa scarsa lungimiranza strategica dettata dallo stato di necessità. Lo scorso anno destò molto stupore la notizia che i cinesi stavano effettuando massicci investimenti in titoli pubblici di Lisbona (qui, qui e qui).
In maggio il Portogallo è stato salvato dalla bancarotta attraverso un prestito di 78 miliardi di euro da parte dell’Unione europea e del Fondo Monetario Internazionale, in cambio di un programma di austerity che comprendeva tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni di asset statali. La Cina non ha perso tempo e, forte della crescente quota di debito (e di sovranità) portoghese in suo possesso, si è fiondata sul banchetto di privatizzazioni. Nonostante ciò, tra banche in rosso e spread alle stelle, Lisbona è ormai ad un passo del baratro, e per salvarsi cerca di fare cassa svendendo le proprie aziende di servizi.
Giovedì scorso la China State Grid è diventata socio di riferimento della rete elettrica portoghese, dopo che il governo le ha ceduto una quota del 40% per 592 milioni di euro, circa 150 milioni in più rispetto al prezzo di mercato.
L’operazione fa il paio con un’altra, nel mese di dicembre, nella quale Lisbona ha venduto il 21,35% di Energias de Portugal (EDP) alla Three Gorges Corp. per 2,7 miliardi di euro (50% di più del prezzo di mercato).
E si tratta solo delle prime mosse di un più vasto piano di sostegno dell’economia lusitana, che potrebbe portare altri 8 miliardi di ulteriori investimenti.

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Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch continuano ad abbassare la valutazione del debito dei Paesi in crisi, mettendo a rischio non solo stabilità dell’Eurozona ma la sua stessa esistenza.
L’ultimo assalto è avvenuto perché gli Stati europei avevano osato pensare a una partecipazione volontaria delle istituzioni finanziarie private (banche, assicurazioni, fondi di gestione, ecc) al salvataggio della Grecia, il cui fallimento è dato quasi per certo. Una soluzione alla quale le tre Parche del rating hanno imposto il loro veto con un’ecatombe di declassamenti (qui i rapporti esplicativi), alimentando così il clima di nervosismo dei mercati finanziari.
Che le agenzie di rating siano venute meno ai loro compiti di fornire un’informazione corretta è ormai un sospetto molto diffuso.  Benché il rating sia un servizio importante fornito agli investitori, in realtà nel tempo è diventato un meccanismo poco trasparente e monopolizzato dalle tre grandi società che oggi si accaparrano il 95% del mercato. Il settore è oggi uno dei più segreti e sconosciuti al mondo, ma anche uno dei più redditizi, se pensiamo che  negli ultimi tempi i profitti delle agenziesi sono spinti fino al 50% del loro giro d’affari (1,3 miliardi di euro per S&P’s nel 2010).
Anche se le agenzie rispondono che fanno il loro lavoro e che il mercato non ha bisogno di loro per farsi un’opinione, due studi (uno del FMI, l’altro della BCE) dimostrano la loro responsabilità diretta nell’attuale instabilità finanziaria. In entrambi casi la conclusione è che i ripetuti downgrading hanno un effetto diretto sugli investitori, che chiedono automaticamente dei tassi di interesse più alti in ragione del premio di rischio. Spesso queste agenzie seguono le paure del mercato, ma talvolta le anticipano, creando delle previsioni che si autoavverano. Mobilitando diverse decine di miliardi di euro per mettere interi Paesi (Grecia, Irlanda e Portogallo) al riparo da un fallimento peraltro non ancora scongiurato. In un mercato integrato come quello dell’euro, questi declassamenti hanno un effetto destabilizzante sull’insieme degli altri Paesi, compresi quelli dell’esclusivo club della tripla A.

Da un punto di vista storico, i dati devono far riflettere. Per anni le agenzie hanno sistematicamente ignorato i problemi strutturali legati alla bolla immobiliare USA e alle economie periferiche europee, nonostante da tempo mostrassero segni inquietanti. Questa lunga analisi del Sole 24 ore ricostruisce nel dettaglio il caso greco. Ai primi di dicembre 2009 un report di Moody’s scriveva ancora che i “timori degli investitori sulla Grecia era malposti”. Solo dopo che il governo di Atene ha ammesso di aver mentito sulla portata del debito greco, è cominciato il ciclo di declassamenti. Un allarme più tempestivo avrebbe potuto ridurre il flusso di denaro investito verso Atene ed evitare così il super haircut del 50% deciso il 26 ottobre a Bruxelles, che oggi costerà 100 miliardi di euro di perdite nei bilanci della maggiori banche del mondo.
Sulla Grecia Moody’s si è difesa dicendo che la sua estrema prudenza è stata determinata dalla convinzione che l’ingresso di Atene nella zona euro avrebbe evitato per sempre qualsiasi ipotesi di bancarotta. In compenso l’agenzia ha percepito cifre varianti da 330.000 a 540.000 dollari ogni anno per dare il rating al debito pubblico ellenico.
E poi ci sono gli altri casi consegnati agli annali. Lehman Brothers, che ha mantenuto la tripla A fino al giorno stesso del fallimento. Enron, anch’essa tripla A fino ad un secondo prima del collasso. Il downgrading degli Stati Uniti, dovuto ad un errore di 2.000 miliardi di dollari nelle stime di riduzione del debito e motivato da affermazioni politicamente molto orientate alle critiche del Tea Party. Il downgrading della nuova Tunisia, proprio il giorno dopo la cacciata di Ben Alì. In ultimo gli Eurobond, affondati prima ancora di vedere la luce (se mai la vedranno) perché marchiati da un voto basato sulla più bassa valutazione del credito tra quella dei Paesi partecipanti – se fosserogarantiti per il 27% dalla Germania, per il 20% dalla Francia e per il 2% dalla Grecia, il rating sarebbe CC, quello della Grecia
Gli infortuni delle agenzie hanno contribuito ad innescare quel disastro finanziario del 2008 costato finora ben 7.700 mld di dollari di finanziamenti della Federal Reserve allo 0,1% di interesse alle grandi banche americane, secondo quanto ricostruito da Bloomberg. Dopo aver affondato l’economia americana, ora pare che le agenzie vogliano la pelle dell’euro, unendo così in un unico tragico destino le due sponde dell’Atlantico

La questione del controllo delle società di rating si lega strettamente a quella del (presunto) anonimato dei cosiddetti “mercati”. A prima vista, infatti, la speculazione appare un fenomeno fisiologico, insito alla natura stessa della finanza e dovuto all’azione congiunta della generalità degli investitori; in realtà dietro le quinte si celano nomi e volti. Sempre gli stessi.
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La storia dell’Islanda che “sconfigge l’economia globale” circola da mesi. Idealisti e indignados sia di destra che di sinistra l’hanno elevata ad emblema della ribellione popolare per dimostrare a noi onesti cittadini oppressi dal debito che vincere contro presunti complotti di altrettanto presunti “poteri forti”, “governi occulti”, e chi più ne ha più ne metta, si può.
Tuttavia, nell’epoca di internet e dell’informazione in tempo reale, praticamente nessuno si è preoccupato di verificare le fonti, limitandosi ad accettare acriticamente quanto veniva diffuso su Facebook o altri canali alternativi. Se qualcuno si fosse degnato di fare una ricerca con il pc nella sua cameretta, senza dar retta a questa o quella chimera, si sarebbe reso conto da solo che la sproporzione tra entusiaste dichiarazioni e realtà sul campo si dimostra massima.
Questo articolo su sito Approfondendo.it analizza la vicenda islandese punto per punto, spiegando perché quanto viene propagandato dalla controinformazione italiana non sia altro che fumo negli occhi. Il testo risponde fondamentalmente a queste tre domande: cosa c’è di vero nel caso islandese, cosa è veramente successo e se l’esperienza islandese possa essere trasposta nella realtà italiana.

Una premessa: qui mi sono limitato a sintetizzare questo articolo, ma sulla rete ci sono molti altri contributi che approfondiscono la vicenda islandese. Mesi fa, io stesso avevo parlato della decisione di Regno Unito e Olanda di convenire l’Islanda in tribunale in caso di bocciatura del referendum popolare sul piano di rientro del debito (mentre tutti elogiavano tale scelta di “non pagare il debito”) e della disinformazione che anima  slogan e “ricette per la crisi” proposti dai cosiddetti indignados. Ricevendo insulti e critiche, come prevedibile, o al più indifferenza.
È chiaro che svegliarsi da un sogno non è mai piacevole, ma chiudere gli occhi di fronte alla realtà non è cosa saggia. Finalmente sulla rete, in mezzo a tante approssimazioni, se non addirittura vere e proprie menzogne e falsità, cominciano ad elevarsi alcune voci decise a chiarezza.

Dunque, il caso Islanda.
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Quel mostro chiamato Equitalia

C’è chi l’ha definita l’istituzione più temuta del Paese. Si tratta di Equitalia, ente concessionario unico per la riscossione. Essa è una società per azioni, partecipata al 51% dall’Agenzia delle Entrate e al 49% all’Inps, e dal 1° ottobre 2006 ha sostituito i 40 enti preesistenti, tra istituti bancari e privati, divenendo unico l’esattore fiscale in Italia (con la sola eccezione della Sicilia). Il tutto in nome di una semplificazione, riduzione dei costi e lotta all’evasione fiscale.
Il passato governo Berlusconi, nella sua duplice palese incapacità di programmare l’uscita dalla crisi e di risanare le finanze pubbliche, ha pensato bene di concedere pieni poteri all’agenzia in questione per rimediare liquidi dall’esazione presso i contribuenti. Tremonti aveva assegnato l’obiettivo 13 miliardi per la prossima raccolta fiscale. Dopo vari rinvii e altrettante rivisitazioni di provvedimenti contenuti in decreti mai portati a termine, e a prescindere dalle manovre finanziarie più o meno spericolate dell’ultima estate, in ottobre il governo ha previsto una serie di misure che dà al Fisco poteri mai visti. Leggi l’articolo completo »

Sembra passato un secolo da quando l’Europa intera invidiava la Spagna. Fino al 2007 Madrid ha viaggiato col vento in poppa, al punto che molti la vedevano in lizza per sottrarre a Berlino la patente di locomotiva d’Europa.
Oggi, invece, la Spagna rappresenta l’ultima lettera di quel gramo acronimo PIIGS con cui il Financial Times ha apostrofato gli anelli deboli della catena dell’euro. Dimenticando che per oltre un decennio la Spagna era stata al centro della scena economica europea.
I dati dell’INE (Istituto Nacional de Estatistica) parlano di una crescita mai inferiore al 3% nel periodo compreso tra il 1995 e il 2008, con punte del 5%. In questo arco temporale il PIL spagnolo è più che raddoppiato, passando da 447 miliardi di euro a 1000 miliardi. Il PIL pro capite era balzato dal 93% della media europea del 1997 al 105% del 2007, mentre quello italiano, tanto per fare un paragone, era precipitato dal 109% al 103,5%. Nel 2007 la disoccupazione aveva toccato il suo minimo storico all’8%, poco più di un terzo rispetto alla metà degli anni Novanta. Una crescita di cui hanno beneficiato anche le entrate statali, passate dai 90 miliardi di euro del 1997 agli oltre 200 miliardi del 2007.
Un boom economico che ha comportato un notevole afflusso di immigrati, cresciuti di quasi 5 milioni negli ultimi dieci anni. Al punto che la quasi totalità (98%) dell’incremento demografico avuto in tale periodo è ascrivile ai flussi migratori.
La Spagna aveva ottime ragioni per vantarsi di tale sviluppo. A differenza delle economie di carta di Islanda e e Irlanda, cadute dalle stelle alle stalle in seguito al collasso dei rispettivi settori bancari, il miracolo spagnolo era fondato su basi reali. La Spagna ha fatto passi da gigante in tutti i principali settori strategici: trasporti, comunicazioni, energia. Un progresso compiuto anche grazie ad un coscienzioso uso dei fondi strutturali europei, che dal 1987 (anno di ingresso nella CEE) al 2007 ha portato nelle casse di Madrid, in media, 6 miliardi di euro all’anno (circa un quarto di tutti i fondi europei di sviluppo). Grazie a tale sostegno il Paese ha realizzato grandiosi investimenti in infrastrutture. Oggi la Spagna può giovarsi di oltre 2.500 km di ferrovie ad alta velocità e oltre 13.000 km di autostrade, il doppio rispetto all’Italia. Negli ultimi trent’anni le utenze telefoniche sono triplicate, passando da 6 milioni a 18 milioni. La rete degli oleodotti è più che raddoppiata, passando da 1.300 km nel 1980 ai 4.000 km odierni; quella dei gasdotti, inesistente negli anni Settanta, si estende oggi per 27.000 km.

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1. È come uno studente costretto a studiare tutto all’ultimo, in vista di un esame che vale l’intero percorso accademico. E il voto non poteva che essere un 18, sufficienza risicata che consente di andare di avanti, chissà ancora per quanto. È questa l’impressione che l’Europa ha avuto di Berlusconi e della sua lettera. Arrivata al photo finish, tra una limatura e l’altra fin quasi al momento della consegna, l’epistola di intenti riassume un elenco di buone intenzioni da qui ai prossimi mesi; non certo la soluzione a tutti i mali, ma tanto è bastato affinché Bruxelles la accogliesse con un giudizio (provvisoriamente) positivo. Ma l’Europa è parte in causa e non un giudice obiettivo, perché costretta a fidarsi di noi, pena la sua stessa sopravvivenza. Avrebbe forse gradito un contenuto più preciso attraverso un’elencazione dei mezzi più che dei fini, ma è costretta a fidarsi di noi. Un responso più obiettivo giungerà dai mercati, a colpi di spread e tassi d’interesse.
A ogni modo, definire il percorso di riforme che il nostro governo si impegna a seguire entro i prossimi otto mesi non è che il primo passo di questo duro cammino. Se da un lato l’aver posto il tema del lavoro in cima all’agenda è stato un elemento di apprezzata sensibilità politica, dall’altro il rispetto del rigido calendario di scadenze concepito dallo stesso governo è precondizione necessaria affinché tale percorso sia credibile. Il mancato rispetto dei termini farebbe scadere la lettera da programma politico a mero elenco di promesse, in un momento in cui il mondo ci chiede fatti e nient’altro che fatti.

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1. Non vale la pena esagerare la portata dello scambio di sorrisi tra Merkel e Sarkozy: di per sé, non è che una trascurabile parentesi a margine di un importante vertice europeo; l’antiberlusconismo ne ha fatto il caso del giorno. Il ghigno gallo-teutonico rimane comunque una caduta di stile, prima ancora che la “prova” di quanto la nostra immagine all’estero sia sprofondata in basso. Ben più rilevante, e che il dileggio ha declassato in secondo piano, è la ragione di fondo del vertice in questione, ossia la crisi dell’eurozona (leggi: del nostro debito sovrano).
Il gioco di parole in testa al presente contributo è opera del prof. Mario Monti, che in un recente editoriale sul Corriere ha detto ad alta voce quello che prima si diceva a mezza bocca: l’Italia può affondare l’euro. Perché siamo noi, e non la Grecia, a tenere i mercati in fibrillazione. Lo mostrano i tassi di interesse sul debito: più alti per l’Italia che per la Spagna – e più alti che per la Polonia, benché questa, non facendo ancora parte dell’euro, presenti un esplicito rischio di cambio. Se (rectius: quando) salta Atene, la falla può essere riparata e il vascello euro può sperare di proseguire verso acque più tranquille; viceversa, se saltiamo noi, la moneta unica cola a picco. E se salta l’euro, salta l’Europa; se salta l’Europa, salta l’economia mondiale, tuttora convalescente a quattro anni da un’epidemia finanziaria mai spenta. Se per le banche si era coniata l’espressione “too big to fail”, viceversa l’Italia possiamo definirla “too big to save”: troppo grande per essere salvata. Ed è proprio Bruxelles a ricordarcelo, ente supremo a cui Roma ha da tempo delegato la paternità delle politiche più impopolari.
Diviso più che mai, prostrato da una crisi dalla quale non riesce a rialzarsi, soffocato da caste che sacrificano il merito sull’altare del corporativismo, guidato da un (mal)governo che non si regge sulle proprie gambe, il Belpaese si vede così investito di una responsabilità globale nel momento in cui meno appare in grado di assumere le decisioni più opportune, più urgenti e (per questo) più sofferte. Da noi tutti sono disposti a scontentare tutti in nome del bene comune, a parole; nei fatti ciascun parruccone di Montecitorio ha questa o quella cara corporazione a cui dover dire “grazie” o “obbedisco”.
Mina vagante in un mare in tempesta e seconda I dell’acronimo PIIGS, l’Italia appesa al cappio di una maggioranza politica agonizzante e sotto il tiro della speculazione geofinanziaria si trova per la prima volta a fare i conti con quelle scelte che ne ridefiniranno la fisionomia sia interna che esterna. Ma l’alternativa preferibile in astratto, e che dall’alto ci viene suggerita (riforme strutturali in tempi rapidi), fa a botte con la concretezza di una classe politica e di una costellazione più o meno ampia di lobbies (avvocati, medici, farmacisti, evasori), ostinatamente attaccate al proprio corredo di privilegi feudali. Senza contare la fitta rete di relazioni clientelari sulla quale la politica fonda la propria (il)legittimità. Nel quadro caotico di una bufera speculativa, la necessità di riformare lo status quo (leggi: di assumere misure impopolari) rappresenta il peggiore scenario possibile per un esecutivo come il nostro, privo di idee e contenuti, tenuto in piedi da un movimento separatista e da un gruppo di re$pon$abili, sbeffeggiato in ogni dove e sempre più indebolito da un’inarrestabile emorragia di consensi.

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Le violente proteste in Grecia non sono che la punta dell’iceberg della disperazione che si vive nel Paese culla della civiltà. Giudicati fannulloni e irresponsabili dai colletti bianchi dell’eurocrazia, i Greci stanno pagando un prezzo altissimo per i sacrifici loro imposti in nome della moneta unica.
Press Europe riassume a grandi linee i caratteri di quello che definisce un genocidio finanziario: riduzione di stipendi e pensioni fino al 30%; prezzi di luce e gas rincarati del 50%, quelli dei carburanti raddoppiati; oltre 55.000 imprese commerciali fallite; dipendenti pubblici pagati con mesi di ritardo (quelli del Ministero della Cultura non prendono stipendio da quasi due anni); disoccupazione giovanile al 40%; scuole e università paralizzate; nuove tasse inventate da un giorno all’altro e consumi crollati.

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Lo riporta il Fatto quotidiano: secondo i mercati le probabilità che l’Italia dichiari bancarotta entro il 2016 sono pari al 34,94%, ossia una su tre.
È quanto ha reso noto Cma Datavision, insieme a Markit la principale società di monitoraggio dei mercati extraborsistici dei titoli derivati, oltre una settimana fa, dunque prima del noto declassamento da parte di S&P’s. In una ipotetica (e poco ambita) classifica dei Paesi che hanno maggiori probabilità di fallire da qui a 5 anni, l’Italia occupa il settimo posto, preceduta da Grecia (93%), Portogallo (62,98%), Venezuela (56,33%), Irlanda (52,51%), Pakistan (47,73%) e Argentina (44,92%). Nessun altro Paese precede l’Italia, che ormai ha ampiamente scavalcato anche la Spagna (31,56%).

Le misurazioni compiute da Cma, si concentrano sul valore dei Credit default swaps (Cds), i derivati utilizzati per scaricare i rischi delle potenziali sofferenze creditizie, acquistati a protezione del debito pubblico italiano. Con la sottoscrizione di questi contratti, una parte si impegna a tutelare un’altra dall’impossibilità di recuperare un credito a fronte dell’insolvenza del debitore. In sostanza si tratta di una garanzia prestata dietro un compenso in proporzione al rischio.
In metà settembre i Cds per la prima volta hanno superato quota 500 punti base, il che, detto in altre parole, significa che assicurare un credito da un milione di euro con l’Italia ne costa 50.000.

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di Luca Troiano

Il bailout, ossia la procedura di salvataggio dei Paesi in crisi, non è un’esclusiva del Vecchio continente. La scorsa settimana il governo del Sudafrica ha annunciato un prestito di 2,4 miliardi di rand (355 milioni di dollari) da destinare al vicino regno dello Swaziland, ormai sull’orlo della bancarotta e già abbandonato da altri possibili finanziatori, tra cui la Banca Africana per lo Sviluppo e il FMI. Il prestito verrà offerto in tre rate, a partire da questo mese.

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di Luca Troiano

1. Una regola non scritta in architettura tramanda che “la tragedia migliora il progetto”. Trasposta sul piano sociopolitico, vuol dire dire che la morte di un uomo – se qualcosa di positivo può esserci – dovrebbe avere l’effetto di smuovere le coscienze dei singoli verso il cambiamento.
A dieci anni dal G8 di Genova, dalle devastazioni della città all’assalto della scuola Diaz, dalle torture di Bolzaneto al corpo di Carlo Giuliani disteso sull’asfalto, dovremmo chiederci se tutto questo sia almeno servito ad incoraggiare la naturale tendenza verso quegli ideali di giustizia, solidarietà, eguaglianza invocati dai giovani (quelli pacifici, si sottolinea) scesi in strada in quei giorni di fine luglio del 2001.

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di Luca Troiano

La storia ci insegna che l’andamento dei cicli economici si svolge secondo una caratteristica forma a V: ad ogni recessione segue una pronta ripresa. In altre parole, le crisi hanno sempre una sorta di “effetto molla” sulla crescita globale.
Eppure, a tre anni dalla crisi finanziaria, le prospettive di ripresa dell’economia globale sono ancora incerte, e nessun esperto ha finora saputo rispondere se e quando questa insicurezza passerà. I debiti sovrani, l’instabilità monetaria, le crisi alimentari ed energetiche accrescono tali dubbi. In un mondo postcrisi, sono segnali di un recupero fallito.
Il motivo è semplice. Il tipico ciclo dell’economia si manifesta come un meccanismo naturale di ammortizzazione tale da scongiurare gli eventi imprevisti. I quali non impediscono il recupero del sistema. Più profonda è la crisi, maggiore è la forza di ripresa. E più elastico è il rimbalzo della V.

Lo scenario attuale è molto diverso. Produzione e occupazione stentano a recuperare. In pratica, mancano del rimbalzo a V: il sistema non sta riuscendo ad assorbire i precedenti traumi, il che lo espone inevitabilmente shock ulteriori. Un autentico salasso per un’economia già indebolita e inchiodata alla velocità di stallo del 3% di crescita annua, che potrebbe aprire le porte (rectius: il baratro) di una nuova recessione.
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Tratto da Informazione scorretta

 

GEAB N.56 – Speciale Estate 2011 – Crisi sistemica globale – 
Ultimo avvertimento prima dello shock dell’Autunno del 2011, quando 15mila miliardi di dollari di attività finanziarie andranno in fumo

Il 15 Dicembre del 2010, nel GEAB N.50, LEAP/E2020 ha anticipato l’esplosione del debito pubblico Occidentale (1) per la seconda metà del 2011. Abbiamo poi descritto un processo che avrebbe avuto inizio con la crisi europea del debito pubblico, e che avrebbe poi appiccato il fuoco al cuore del sistema finanziario globale, ovvero al debito federale degli Stati Uniti (2). Ed è proprio a questo punto che noi ci troviamo, all’inizio della seconda metà del 2011, con un’economia globale allo sbando più completo (3),

un sistema monetario globale sempre più instabile (4) e i centri finanziari in una situazione disperata (5), e tutto questo nonostante le migliaia di miliardi di denaro pubblico che sono state investite per evitare proprio questo tipo di situazione.

L’insolvenza del sistema finanziario globale, ed innanzitutto del sistema finanziario occidentale, torna di nuovo in primo piano, dopo poco più di un anno di cosmesi politica, volta a seppellire questo fondamentale problema sotto montagne di denaro.
Avevamo stimato, nel 2009, che il mondo aveva circa 30.000 miliardi di Dollari di assets fantasma. Quasi la metà è andata in fumo nei sei mesi tra Settembre 2008 e Marzo 2009.

Per il nostro team, è ora l’altra metà, ovvero i residui 15.000 miliardi di Dollari di assets fantasma, che puramente e semplicemente scompariranno fra Luglio 2011 e Gennaio 2012. E questa volta sarà coinvolto anche il debito pubblico, a differenza del 2008/2009, dove per lo più sono stati i soggetti privati ad essere stati colpiti.

Per misurare l’entità della scossa a venire, è utile sapere che anche le banche statunitensi stanno cominciando a ridurre l’utilizzo dei T-Bonds degli Stati Uniti, per garantire la loro transazioni, per timore dei rischi sempre più grandi che incombono sul debito pubblico degli Stati Uniti (6).

Per i players del mondo finanziario, lo shock dell’Autunno 2011 sarà letteralmente come avere sabbie mobili sotto ai piedi, dal momento che a precipitare bruscamente è il vero fondamento del sistema finanziario globale, i T-Bonds degli Stati Uniti (7).
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