Per la Spagna è la fine di un’era

È un tipico esercizio della stampa, quello di mettere in relazione eventi superficialmente simili, ancorché distinti e privi di qualunque nesso funzionale, per renderli meglio fruibili al grande pubblico. Non ha fatto eccezione la recente doppia “abdicazione” spagnola, ossia quella di re Juan Carlos ha cui ha fatto seguito l’uscita di scena della Nazionale di calcio dai Mondiali in Brasile. Al di là della scontata, e se vogliamo ingenua tendenza dei cronisti a cedere alla seduzione di certe analogie, i due eventi testimoniano un cambiamento di portata molto più ampia di quanto immaginiamo. Non si tratta solo del fatto che adesso la Spagna abbia un nuovo re e non sia più Campione del mondo; la vera notizia è che essa non sarà più come l’abbiamo conosciuta fino oggi.

Juan Carlos aveva molte buone ragioni per abdicare: al peso degli anni si era aggiunto quello, meno sopportabile, degli scandali; negli ultimi tempi la caduta di consensi era stata inversamente proporzionale al numero degli acciacchi fisici. Nel suo ultimo discorso, il monarca ha parlato della necessità di lasciare spazio alla generazione giovane «che merita di andare avanti», indicando nel figlio Felipe la figura migliore per affrontare le sfide del presente. Ad esempio la crisi economica, oppure – ma questo il re non poteva dirlo – la conservazione stessa della monarchia. Al di là delle spinte indipendentiste della Catalogna, infatti, molti osservatori non nascondono che in Spagna più che la monarchia fosse popolare Juan Carlos e ora mettono in dubbio che l’istituzione possa sopravvivere all’uscita di scena di quello che era stato ribattezzato “il re repubblicano”. La Spagna si scopre dunque un Paese diviso tra regioni che vogliono andarsene e altre che invece dettano le proprie condizioni per restare; tra chi acclama il nuovo re e chi aspira invece ad eleggere un presidente.

Passando dal trono ai campi da gioco, perfino gli analisti allergici al pallone concordano come lo spirito della Spagna si rifletta appieno nel suo calcio. Fino al trionfo negli Europei del 2008, la Nazionale iberica ha sempre presentato una singolare contraddizione. Da una parte vantava alcuni tra i più forti giocatori nel panorama calcistico internazionale ed era solita i gironi di qualificazione per Europei/Mondiali a pieni punti segnando sempre valanghe di gol; dall’altra, nelle fasi finali delle grandi competizioni steccava sempre. La ragione, spiegavano gli esperti, rispecchiava un carattere di fondo dell’intera società spagnola: la divisione tra diverse anime al suo interno. Perché se la Spagna è politicamente unita fin dal matrimonio di Ferdinando e Isabella, rispettivamente sovrani d’Aragona e di Castiglia, gli spagnoli sono invece sempre stati divisi. Ci accorgiamo allora che, metafore a parte, un filo sottile lega l’uscita di scena del re a quella delle Furie rosse. Continua a leggere

C’erano una volta i Paesi emergenti

A partire dal 2008, complice la crisi che stava per mettere al tappeto le economie piú avanzate, i Paesi emergenti sono diventati i nuovi cavalli su cui gli analisti scommettevano come nuova locomotiva della crescita globale. Si diceva che questi Paesi — coi BRICS a fare da alfieri — si sarebbero presto trasformati nel serbatoio della domandamondiale, fino a gareggiare coi tradizionali mercati di sbocco. I fatti hanno smentito tali previsioni. La crisi dei Paesi emergentidoveva esserci, ed è arrivata nelle ultime settimane. Dapprima sono finiti al centro della bufera IndiaTurchia e Argentina; poi è stato il turno di Brasile e Sudafrica — senza dimenticare la crisi politica in corso in Ucraina in una pericolosa spirale che rischia di trascinare altre economie, aggravando la congiuntura globale. La crisi degli emergenti va analizzata sotto un duplice profilo. Essa, da un lato, ha una dimensione finanziaria che, seppur in misura diversa, coinvolge tutti i Paesi in questione; dall’altro, ha una dimensionepolitica, che interessa ciascuno per ragioni diverse. In questa prima parte, ci occuperemo dei problemi finanziari.

Facciamo un salto indietro d’un anno. Il 23 maggio 2013, Manuel Sánchez, vicegovernatore della Banca del Messico, dichiarò che i Paesi emergenti avrebbero pagato un prezzo molto alto a causa delle politiche accomodanti messe in campo dalle banche centrali delle economie piú ricche (in particolare la Fed) per sostenere gli esausti mercati interni nei rispettivi Paesi. Il riferimento era ovviamente al terzo quantitative easing (QE), il piano che prevedeva l’acquisto di titoli sul mercato per un ammontare complessivo di 85 miliardi di dollari al mese. Con lo stimolo monetario, alle immissioni di liquidità è corrisposto un incremento dei flussi di capitale verso i Paesi in via di sviluppo, il quale ha «gonfiato» il prezzo dei titoli e degli altri asset finanziari, allontanando cosí le quotazioni dal loro valore equo. Continua a leggere

L’Angola colonizza il Portogallo con la compiacenza dell’Europa

Una degli effetti collaterali della crisi economica è il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno caratterizzato le relazioni tra il cosiddetto Primo Mondo e il Terzo negli ultimi secoli. Una sorta di effetto boomerang che un Paese su tutti, il Portogallo, sta sperimentando sulla propria pelle.

Oggi l’Angola, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) approfittando di una crescita in doppia cifra e del momento di difficoltà dell’ex madrepatria, sta pesantemente investendo in Portogallo rilevando molte aziende. Un anno fa ne parlavo qui. Se poi aggiungiamo che una grossissima fetta di immigrati portoghesi – 150 mila secondo l’ambasciata portoghese – si è vista costretta ad emigrare a Luanda i cerca di lavoro, è evidente che i rapporti  i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo.
Secondo Capire davvero la crisi:

Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

L’ex potenza coloniale in crisi è diventata un supermercato dove i nuovi ricchi dell’ex colonia, a cominciare dalla famiglia del presidente Dos Santos, acquistano banche e immobili. Panorama (che ricorda come nel 2012 l’Angola sia cresciuta del 6,8%, ma si trovi anche al 157 esimo posto su 174 nella classifica dei Paesi più corrotti secondo Transparency) scende più nei dettagli di questi investimenti:

Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendoforte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera stataleSonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

In prima fila tra gli investitori angolani in Portogallo c’è appunto Isabel Dos Santos. Laureata al King’s College di Londra, la “principessa” di Luanda è uno dei personaggi chiave di questa complicata saga postcoloniale. Per la stampa nazionale è la prova evidente di come anche l’Angola, un Paese dove il 70% degli abitanti sopravvive con meno di due dollari al giorno, può anche produrre delle storie di successo nel campo della finanza internazionale; per la rivista Forbes (secondo la stessa inchiesta citata sopra) è invece una creatura inventata di sana pianta dal padre per permettere al suo “clan” di accaparrarsi di una parte dei redditi pubblici, dal petrolio ai diamanti, per poi metterli al sicuro all’estero, cioè in Portogallo.

Linkiesta elenca i principali investimenti portoghesi di Isabel e di altri esponenti del clan presidenziale:

Secondo Forbes, Isabel dos Santos Fontes, la quarantenne figlia maggiore del Presidente dell’Angola, è la prima miliardaria africana della storia. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, Isabel dos Santos si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola. Per entrare nella classifica diForbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese, mentre lei è nata a Baku da madre azera): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Per vari anni membro del consiglio d’amministrazione della Galp è stato Manuel Vicente, il presidente della Sonangol. La compagnia di Stato, oltre che in Galp, è presente nel Millennium Bcp – principale banca portoghese, in cui è il maggiore azionista. Vicente, che secondo la stampa specializzata è legato al fondo Carlyle, è stato nominato vice-presidente dell’Angola nel 2012 ed è dato come favorito nella corsa per succedere a Jose Eduardo Dos Santos, 71 anni, al potere dal 1979. Senza dimenticare i generali Hélder Vieira Dias, meglio noto come “Kopelipa”, e Leopoldino Nascimento “Dino”. Il primo è il più stretto collaboratore militare del presidente, il secondo ha diretto a lungo le telecomunicazioni. Possiedono un terzo dei 110 appartamenti all’Estoril Sol Residence, il più rinomato della località balneare, insieme ad altri facoltosi angolani. A questi nomi si è aggiunto proprio, prima di Ferragosto, António Mosquito che è entrato in Soares da Costa Construções con due terzi del capitale. Un’operazione, resa necessaria dall’esposizione del gruppo Soares da Costa verso le banche, in cui è intervenuto il BCP che ha identificato l’imprenditore angolano che ha già varie attività in Portogallo. Del resto in Angola la società di costruzioni nel 2012 ha realizzato 44% del fatturato (+8%, mentre in Portogallo c’è stata una flessione di 28%).

António Mosquito ha dimostrato interesse anche per il gruppo Controlinveste, proprietario del Diário de Notícias, del Jornal de Notíciase di altri media portoghesi. Se l’acquisto di cui si parla da mesi dovesse concretizzarsi, l’estensione del potere angolano nelle comunicazioni portoghesi raggiungerebbe livelli preoccupanti, dato che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Newshold di Alvaro Sobrinho, che già controlla il settimanale Sol e ha partecipazioni in due periodici (Visão ed Expresso) e nei quotidiani Correio da Manhâ (il maggiore per circolazione) e Jornal de Negocios. Newshold si è detta interessata ad acquisire RTP (Radio e Televisâo Portuguesa) nel caso in cui il governo di centro-destra decidesse di privatizzare l’emittente.

Per avere un’idea di quale sia l’equazione di potere nei legami tra l’establishment di Lisbona e l’ex colonia basta osservare quanto accaduto negli ultimi due mesi. Lo scorso anno un settimanale di Lisbona ha pubblicato la notizia dell’inchiesta aperta nella capitale portoghese a carico di alcune figure pubbliche legate al governo angolano, provocando la dura reazione della stampa angolana. In questi mesi vari ministri si sono recati a Luanda per riallacciare i rapporti, fino ad arrivare alle scuse diplomatiche formulate dal ministro degli esteri portoghese Rui Machete a metà settembre. Il ministro ha però aggiunto che aggiungendo che “non è stato possibile” evitare l’inchiesta. Queste dichiarazioni hanno provocato grande scalpore a Lisbona, dove diversi politici ed editorialisti hanno fermamente disapprovato l’atteggiamento di sottomissione del ministro.

Ma la precisazione finale del ministro, unita al coro di dissensi verso il ministro, ha finito per offendere Luanda, accendendo dibattito sulla relazione di dipendenza che collega l’ex potenza coloniale sull’orlo del fallimento alla sua ex colonia in piena ascesa economica. Durante il suo discorso sullo stato della nazione, il 15 settembre, il presidenteDos Santos ha ritenuto che le condizioni per un “partenariato strategico” non erano più presenti, concetto ribadito anche in un successivo discorso di ottobre. A inizio novembre 14 deputati portoghesi si sono recati a a Luanda per cercare di migliorare le relazioni fra Lisbona e la sua ex colonia.

L’episodio no è passato inosservato. Il quotidiano francese online Mediapart è quello che più di ogni altro ha cercato di squarciare il velo di opacità intorno agli interessi di Luanda in quel di Lisbona. In una lunga inchiesta (via Presseurop) racconta perché la provenienza dei capitali angolani riversati nell’economia lusitana susciti parecchi dubbi. Nella prima parte dell’inchiesta si spiega:

La “rivincita del colonizzato” è più che ambigua. Un gran numero di “investimenti” angolani nel settore dell’edilizia di lusso sulla costa o nelle banche sono di dubbia origine e favoriscono solo un piccolo gruppo di imprenditori vicini al potere. Diverse persone contattate da Mediapart a Lisbona parlano di un sistema con enormi ramificazioni e di cui il Portogallo serve da centro di riciclaggio del denaro sporco per i nuovi ricchi angolani.

Per l’ex giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes, oggi professore all’Ehess di Parigi, questa pratica di riciclaggio di capitali risale a molto prima della crisi attuale. La si può datare alla fine degli anni novanta, quando l’Angola, all’epoca in piena guerra civile, aveva emesso nuove concessioni petrolifere. La decisione aveva provocato l’esplosione della produzione di oro nero nel paese, rimpinguato le casse dello stato e rafforzato la sua influenza sulla scena internazionale. La recessione dei paesi dell’Europa meridionale, a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare la grande trasformazione delle relazioni fra l’Angola e il Portogallo.

Nella seconda:

“Il Portogallo riveste un ruolo strategico per il potere angolano: permette all’élite economica e politica di prepararsi una via di fuga in caso di cambio di regime, e una parte delle sue ricchezze è custodita in Portogallo. Ma il paese serve anche al riciclaggio dei capitali angolani di dubbia provenienza”, riassume Jorge Costa del Blocco di sinistra, che a gennaio dovrebbe pubblicare un libro sui “padroni angolani del Portogallo”.

Un rapporto pubblicato nel 2011 dall’ong Global witness passa in rassegna i conti – particolarmente opachi – dell’industria petrolifera in Angola e afferma chiaramente che tra i registri tenuti dal ministero del petrolio e quelli del ministero delle finanze esiste una differenza di non meno di 87 milioni di barili di petrolio rispetto alla produzione complessiva dell’anno 2008. Questo è soltanto un esempio tra i tanti del fallimento delle istituzioni, che possono favorire prelievi illeciti di fondi pubblici.

Malgrado l’entità delle operazioni è già tanto se il dibattito scuote la scena portoghese. Il caso delle scuse diplomatiche di Rui Machete lo ha soltanto sfiorato e l’interessato ha finito per evitare le dimissioni. “Tutti i politici portoghesi, al potere o all’opposizione, hanno intrattenuto rapporti con le forze angolane, da un lato o dall’altro del conflitto”, precisa Pedro Rosa Mendes.

Il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), un tempo rigidamente marxista-leninista, ha aderito all’Internazionale socialista nel 2003. Intrattiene dunque rapporti stretti con i comunisti e i socialisti, ma anche con i socialdemocratici oggi al potere in Portogallo. “Col passare delle generazioni l’Mpla ha sempre saputo adeguarsi al contesto e cambiare alleanze a seconda delle evoluzioni politiche”, prosegue Pedro Rosa Mendes.

Secondo il resoconto di Jorge Costa dopo il ritorno del Portogallo alla democrazia nel 1974 26 ministri e segretari di stato hanno occupato o continuano a occupare poltrone nelle aziende angolane dopo essere passati attraverso un ministero pubblico. L’attuale primo ministro Pedro Passos Coelho ha trascorso parte della sua infanzia in Angola. La stampa portoghese fa anche congetture sull’esistenza di una “lobby angolana” all’interno del governo, costituita da vari ministri nati o cresciuti a Luanda.

In tutto questo contesto spicca l’assenza dell’Europa, sempre secondo Mediapart dettata da una precisa ragione:

Secondo l’eurodeputata socialista Ana Gomes l’Europa sarebbe addirittura complice di questa operazione: “L’austerità e i programmi di privatizzazione imposti a Lisbona dall’Europa hanno come effetto quello di aggravare la dipendenza del Portogallo dall’Angola. E non solo l’Europa non dice niente, ma addirittura spinge in questa stessa direzione”.

In ogni caso non ci si deve aspettare una reazione da parte della Commissione europea, tenuto conto delle elezioni europee dell’anno prossimo. José Manuel Barroso, a capo della commissione dal 2004, è stato uno dei primi ministri portoghesi più vicini a Dos Santos. Nel 2003 si era recato a Luanda in compagnia di dieci ministri. In qualità di presidente della Commissione ha effettuato una visita di due giorni in Angola nell’aprile 2012 per rafforzare la cooperazione dell’Ue con Luanda.

Nel 2003 Barroso è stato uno degli invitati d’onore al matrimonio di un’altra figlia del presidente angolano, Tchizé Dos Santos. Quest’ultima, più discreta della sorellastra Isabel, ha appena rilevato il 30 per cento di una società portoghese di spedizioni di frutta.

Slovenia e Croazia nella spirale della crisi

Un tempo Slovenia e Croazia erano unite nella repubblica federativa di Jugoslavia. Ora che la Jugoslavia non c’è più, ad unire i due Paesi ci pensa una crisi economica che sembra non aver fine. Secondo le ultime previsioni economiche della Commissione europea le prospettive di crescita di Lubiana devono essere riviste al ribasso in maniera significativa, mentre Zagabria, pur uscendo dai paesi in recessione già dal prossimo anno, avrà comunque il tasso di crescita più basso dell’UE.

In settembre l’Osservatorio Balcani e Caucaso aveva tracciato uno speciale in due parti sulla situazione economica nei Balcani a cinque anni dal crollo di Lehman Brothers. Vediamo i passaggi riguardanti ciascuno dei due Paesi ex jugoslavi:

Slovenia, fine di un modello

La Slovenia è tra i paesi, circa una trentina al mondo, i cui livelli di attività economica sono inferiori a quelli pre-crisi. La dimensione complessiva dell’economia1 era di 49 miliardi di dollari nel 2009, mentre nel 2012 si è attestata a quota 45. In questo stesso arco di tempo il reddito pro capite è sceso da 24.367 a 22.193 euro. Quanto al Pil, è crollato di oltre sette punti nel 2009 e dopo una leggera ripresa nel 2010-2011 è tornato nel 2012 sotto la quota della crescita zero: -2,3%. Le previsioni rivelano che da qui a fine anno Lubiana dovrebbe perdere altri due punti. La disoccupazione, infine. Era al 5,9% nel 2009. Ora lambisce i dieci punti percentuali.

L’origine dei guai sloveni, in buona sostanza, sta nella politica dissennata dei prestiti elargiti dalle banche, che hanno gonfiato la bolla immobiliare. L’arrivo della crisi internazionale l’ha fatta esplodere, aumentando notevolmente il numero dei mutui non performanti – il loro valore ha toccato quota sette miliardi di euro – e portando il settore del credito al collasso. È venuto così a mancare il pilastro principale di un’impalcatura economica in larga parte controllata dallo stato (i tre principali istituto di credito sono ad esempio in mano pubblica), spesso vista come modello positivo dall’estero.

La crisi non ha risparmiato la politica. Il governo di centrodestra guidato da Janez Janša – per la cronaca, a giugno s’è beccato due anni sulla base di un’accusa di corruzione – è capitolato in seguito alle proteste popolari scoppiate a causa delle politiche di austerità. A Janša è subentrata Alenka Bratušek, esponente del partito Slovenia Positiva. Alla guida di una coalizione a trazione progressista-liberale s’è caricata sulle spalle l’arduo compito di evitare il crack. Senza avere troppi margini di manovra, però. L’attuale esecutivo ha lanciato un programma di privatizzazioni imponente, concordato con Bruxelles. Sul mercato ci sono diversi pezzi pregiati, tra cui la compagnia di bandiera Adria Airways, Telekom Slovenije e Nova Kreditna Banka Maribor, il secondo istituto del paese.

Nel frattempo, seppure in ritardo, dovrebbe andare in porto a ottobre il varo della bad bank, dove convogliare i mutui non ripagati. Sarebbe dovuta partire a giugno, ma l’UE ha voluto verificare il reale ammontare dei mutui spazzatura, temendo che fosse addirittura superiore ai sette miliardi.

La bad bank potrebbe comunque non bastare. La Slovenia ha bisogno del bailout o quanto meno è solo all’inizio del calvario delle riforme, dice qualcuno a Bruxelles. Da parte sua il governo cerca di convincere l’UE che il paese non è così malconcio, con un occhio agli equilibri della maggioranza (il Partito dei pensionati è contrario a ogni ritocco degli assegni sociali e i liberali della Lista Civica si oppongono all’aumento delle tasse). Intanto le stime indicano che nel periodo 2014-2017 ci sarà una ripresa. Ma tutto dipende da come le variabili attualmente sul tappeto si incastreranno tra loro.

Per la Slovenia non è stato un 2013 favorevole, tra crisi di governo di inizio anno, fantasmi della troika e tumulti sociali, ed è già certo che il 2014 non sarà meglio.
Secondo l’agenzia Ansa (5 novembre):

Le stime della Commissione europea sui dati macroeconomici per la Slovenia non sono di buon auspicio: per il 2013 si prevede una contrazione del Pil del 2,7%, mentre a maggio la stima della decrescita prevedeva un -2%. Stesso discorso per le stime per il 2014: si prevede una nuova recessione dell’1%, mentre a maggio si parlava di un -0,1%. Tuttavia, nonostante le stime negative, secondo il commissario Olli Rehn, Lubiana potrebbe ancora farcela da sola a uscire dalla crisi. Un primo risveglio dell’attività economica di Lubiana si dovrebbe registrare nel 2015 con una crescita dello 0,7%.

Secondo le stime della Commissione, nel 2014 la Slovenia sarà l’unico Paese dell’eurozona, insieme a Cipro, ancora in recessione. Preoccupanti anche i dati sul deficit, che dovrebbe attestarsi al 5,8% del pil nel 2013, salire al 7,1% del pil nel 2014 per poi scendere al 3,8% del pil nel 2015. Di conseguenza si prevede anche un aumento del debito pubblico, che dovrebbe essere del 63,2% del pil nel 2013, del 70,1% nel 2014 per aumentare ancora fino al 74,2% del pil nel 2015.

La disoccupazione dovrebbe, secondo le stime di Bruxelles toccare l’11,1% quest’anno, per salire ancora all’11,6% nei prossimi due anni. Secondo il commissario Rehn, il risanamento del settore bancario e una decisa politica sulle riforme strutturali potrebbero ancora assicurare a Lubiana la ripresa della crescita economica. Se il governo sloveno attuerà le riforme come d’accordo con Bruxelles, il programma di aiuto da parte dei meccanismi europei potrebbe non essere necessario, ha chiarito Rehn.

Parlavamo della ristrutturazione del sistema bancario. La liquidazione di due istituti tra i più piccoli del Paese, Probanka e Factor banka, annunciata il 6 settembre, potrebbe avere serie ripercussioni sulle finanze dello stato e sull’imprenditoria slovena, posto che il governo ha annunciato che coprirà circa 500 milioni di euro di depositi bancari per ogni banca in modo da scongiurare una corsa agli sportelli.
Proprio sui problemi del settore bancario, Linkiesta spiega:

Per il terzo anno consecutivo le previsioni danno il settore bancario sloveno in perdita. Le tre principali banche del paese necessitano iniezioni di capitale per ripianare le perdite dovute ai prestiti “non performanti” (tradotto: i finanziamenti diventati carta straccia). Solo nel mese di marzo 2012 la loro entità è aumentata di 300 milioni di euro. La somma totale delle perdite del settore è stimata tra 6 miliardi di euro, l’11% sul totale dei mutui (reuters) e 4 miliardi di euro. La situazione più preoccupante è probabilmente quella della “Nova Ljubljanska Banka”, il primo istituto di credito del paese,controllato dallo stato: entro la fine del mese avrà bisogno di 320 milioni di euro per essere in linea con i requisiti dell’Autorità Bancaria Europea.

Il ministro dell’economia sloveno, Uros Cufer, ha già dichiarato che il peggioramento delle stime da parte della Commissione europea sui dati macroeconomici della Slovenia era nelle previsioni. Anche Antonio Silimpergo, capo delegazione del Fondo Monetario Internazionale, la Slovenia ha ancora la possibilità di uscire da sola dalla crisi. Ma i fatti mostrano una realtà meno rosea.
Lubiana ha promesso di portare il suo deficit al di sotto del 2,5% del pil nel 2015, ma la riuscita del piano dipende da molti fattori sconosciuti. Secondo le previsioni, infatti, la crescita economica rallenterà rapidamente il prossimo anno e il tasso di disoccupazione continuerà ad aumentare per i prossimi due, con una crescita reale degli stipendi sarà negativa fino al 2015. A ciò dovrà probabilmente aggiungersi il costo della ristrutturazione del sistema bancario. In ogni caso, anche se la Slovenia dovesse rispettare le aspettative di Bruxelles, è probabile che deluda profondamente il suo popolo.

Se la Slovenia piange, la Croazia non ride. Riprendiamo l’analisi dell’OBC:

Il malato croato

Anche Zagabria, come Lubiana, è nel plotoncino di paesi la cui attività economica, in questi anni, s’è contratta. A differenza del caso sloveno, quello croato è più il frutto di una serie di nodi strutturali accumulatisi nel corso degli anni, venuti di colpo a galla con la crisi: export debole, competitività deficitaria, corruzione, turismo troppo legato alla stagionalità.

Con la sola eccezione della crescita zero del 2001, il Pil è sceso continuamente nel corso dell’attuale congiuntura, perdendo 6,9 punti percentuali nel 2009, 2,3 nel 2010 e due nel 2012. Quest’anno si tornerà alla crescita zero, come nel 2011. Così almeno pare. Quanto a disoccupazione e debito pubblico, la prima ha toccato il picco (21,3%) nel febbraio di quest’anno, secondo l’Istituto croato di statistica, scendendo poi all’attuale 18,5%; il secondo, in crescita costante, si aggira sul 60%.

Lo scenario socio-economico è tra i motivi, assieme all’emergenza corruzione (l’ex primo ministro Ivo Sanader è stato condannato a dieci anni), che alle elezioni del 2011 hanno portato l’Hdz, storico partito della destra, a lasciare la plancia di comando ai socialdemocratici. L’attuale primo ministro Zoran Milanović, tuttavia, s’è ritrovato con le mani legate, dando corpo a una politica di sacrifici che ha inoculato malumore e sfiducia tra la popolazione.

La Croazia dovrebbe ripartire, anche se lentamente, nel prossimo triennio. Una possibile iniezione potrebbe essere fornita dai fondi strutturali e di coesione dell’UE. Da qui al 2017 Zagabria riceverà circa 11 miliardi di euro. Una dote tutt’altro che irrilevante, se verrà utilizzata intelligentemente.

In Croazia la crisi aveva spento l’entusiasmo per l’ingresso nella UE ancora prima di entrarvi, quando a Bruxelles veniva già accostata ai Piigs. Finora il bilancio di questi primi quattro mesi da 28esimo membro dell’Unione è decisamente negativo: invece di ottenere credito a buon mercato, la Croazia si è vista declassare alla categoria speculativa dalle agenzie di rating. Non ci sono più tasse doganali, ma i prezzi non sono calati, e intanto il regime di visti ha messo in fuga migliaia di turisti turchi, russi e ucraini. La questione delle deroghe al mandato d’arresto europeo ha scatenato un braccio di ferro con Bruxelles che, come prevedibile, si è risolto in favore di quest’ultima.

Inoltre Zagabria è sotto sorveglianza da parte dell’UE per l’esplosione del deficit pubblico: secondo la stampa nazionale rischia di “fare la fine della Grecia” se non ridurrà il suo deficit di 1,7 miliardi di kuna (220 milioni di euro) nei primi tre mesi dell’anno prossimo.

A peggiorare la situazione c’è il problema che anche Zagabria, come Lubiana, ha un sistema bancario tutt’altro che in salute. In settembre la Centar Banka di Zagabria è stata ufficialmente dichiarata in bancarotta, dopo una mozione inviata dall’Advisory council della Banca Centrale Croata al Tribunale per le procedure fallimentari.

Vi è da dire che negli ultimi mesi la situazione economica è peggiorata in parte proprio a causa dell’adesione. Secondo Rischio Calcolato:

La Waterloo si sostanzia con i dati terrificanti dell’export locale, spina dorsale della piccola economia croata. Al -6% dell’ultimo semestre contribuisce il calo deciso fino a luglio ed il tracollo del -19% rilevato ad agosto. E tutto ciò nonostante il paese abbia deciso di rinviare l’adesione alla moneta unica europea cosa che avrebbe determinato un cataclisma addirittura peggiore. Con la disoccupazione oltre il 20% (la terza peggiore dopo Grecia e Spagna), il rapporto deficit-PIL ben al di sopra del fatidico 3%, la necessità di ricorrere alla procedura di salvataggio , come già messo in opera per la stessa Grecia, l’Irlanda ed il Portogallo, è più una certezza che un’ipotesi.

Il crollo dell’export è dovuto al fatto che l’adesione all’Ue ha esposto maggiormente la Croazia alla concorrenza internazionale, oltre alla perdita dei privilegi che derivavano dall’Accordo di libero scambio dell’Europa centrale.

Cina, il miracolo economico è ufficialmente finito

Per anni la stampa di mezzo mondo ha celebrato i grandi numeri dell’economia cinese. Dalle riforme di Deng Xiaoping, avviate nel 1979, Pechino ha conosciuto quasi 35 anni di crescita pressoché ininterrotta. Si diceva che il PIL cinese avrebbe toccato quota 123 trilioni di dollari entro il 2040. Nel 2009, quando la crisi metteva al tappeto sia Europa che USA, su Twitter si leggevano proclami del tipo: “1949: solo il socialismo può salvare la Cina. 1979: solo il capitalismo può salvare la Cina. 1989: solo la Cina può salvare il socialismo. 2009: solo la Cina può salvare il capitalismo“-
Certo, di tanto in tanto il Dragone mostrava qualche scricchiolio, ma la maggioranza degli economisti insisteva sempre che si trattasse di cali momentanei, e che in poco tempo i numeri di Pechino sarebbero tornati a stupire, come puntualmente accadeva. E poi, si diceva, male che vada la Cina cadrà in piedi.
Altri tempi. Oggi la corsa cinese pare essersi definitivamente fermata.

In maggio l’indice delle attività manifatturiere cinesi ha segnato, per la prima volta da sette mesi, un calo sotto la soglia dei 50 punti che separa l’espansione dalla contrazione a causa della diminuzione degli ordini.
Nello stesso mese  le esportazioni hanno segnato il tasso di crescita annuale più basso in quasi un anno all’1%, con i flussi sia verso gli Stati Uniti sia verso l’Europa – i primi due mercati della Cina – in discesa per il terzo mese consecutivo. Anche le importazioni sono diminuite dello 0,3%, contro attese di un aumento del 6%, poiché il volume di molte spedizioni di materie prime è sceso rispetto a un anno prima.
Di fronte a tanti indici che scendono, ad aumentare sono solo i timori di un ulteriore rallentamento della crescita nel secondo trimestre e di un ulteriore taglio delle stime per l’intero anno. Tirando giù anche le borse.

Dopo lunghi periodi di sviluppo con tassi a doppia cifra, la dura realtà ci mostra una locomotiva asiatica che rallenta a vista d’occhio: negli ultimi 3 anni il segno più è passato dal 10,4% del 2010 al 9,3% del 2011 per arrivare al 7,8% del 2012, il dato più basso da 13 anni a questa parte. E le stime vengono costantemente riviste all’ingiù: anche in questo 2013 la Cina crescerà meno di quanto previsto, ossia “solo” del 7,7% a fronte dell’8,4% sperato.
Secondo uno studio, la crescita potrebbe arrestarsi del tutto a partire dal 2015, quando il calo della popolazione in età lavorativa – conseguenza della scellerata politica del figlio unico – e l’aumento del tasso di dipendenza dovrebbero portare a un calo del tasso di risparmio. Sempre ammesso che in termini reali non sia già prossima allo zero già oggi.

Secondo il prof. Gordon G.Chang, editorialista di Forbes, questi dati non sono credibili. In un articolo pubblicato sul volume 6/12 (“Usa contro Cina”) di Limes, Chang ricorda che, storicamente, il dato della produzione di energia elettrica ha sempre superato quello della crescita del PIL. Considerato che nel 2012 l’aumento medio mensile di produzione elettrica è stato del 2,1%, se ne deduce che lo scorso anno la crescita cinese potrebbe essersi quasi fermata. Lo stesso dato sull’energia elettrica potrebbe essere stato gonfiato per per apparire il quadro più roseo di quanto non sia.
Inoltre, Chang ricorda che a settembre 2012 l’indice composito delle attività manifatturiere – definito il termometro dell’economia nazionale – si è contratto per l’undicesimo mese consecutivo, mentre l’indice dei prezzi alla produzione nello stesso mese ha segnato un -3,6%. Dati preoccupanti, perché, ricorda l’esperto, deflazione e crescita raramente vanno a braccetto.
Inoltre, i profitti delle imprese di Stato, più difficili da contraffare dei dati sul PIL, sono calati del 11,4% nei primi nove mesi del 2012.
I tempi in cui Pechino veniva invocata come salvatrice del capitalismo sembrano un lontano ricordo.

Nel 2009 la Cina ha attraversato quasi immune la tempesta finanziaria globale attraverso un programma di stimolo economico da 1,1 mila miliardi di dollari – iniettati nel sistema direttamente o indirettamente, tramite le banche – in un’economia che all’epoca valeva 4,4 mila miliardi. Ancora oggi gli investimenti pubblici costituiscono il primo pilastro della crescita di Pechino. Che tuttavia ha i suoi inconvenienti.
In primo luogo l’inefficienza della spesa: in Cina ci vogliono sette yuan di investimenti per crearne uno di PIL. Insomma l’economia cinese si basa in gran parte su investimenti interni senza ritorno, che ne gonfiano artificiosamente i numeri.
Da anni si sa che la crescita cinese è “drogata” dal settore immobiliare. In Cina ci sono milioni di  caseaeroporti e addirittura intere città completamente vuoti. Se da un lato rimpinza l’economia interna con grandi numeri e posti di lavoro, dall’altro impedisce alla Cina di compiere il grande salto verso le produzioni ad alto valore aggiunto, crea diseguaglianza sociale (attraverso la speculazione edilizia e la corruzione a essa strettamente legata) e devasta il territorio.

In secondo luogo, c’è il crescente indebitamento, soprattutto delle amministrazioni locali. Oggi, secondo i calcoli dell’economista Larry Lang, il debito consolidato (Stato centrale + amministrazioni periferiche) potrebbe aver toccato quota 200% in rapporto al PIL. In Cina, secondo Lang, ogni provincia è una Grecia.
L’agenzia di rating Fitch deve averlo capito, tanto che lo scorso 9 aprile ha declassato il debito di Pechino da AA- ad A+. Il 19 giugno anche Moody’s ha lanciato un avvertimento in tal senso.
Non è il debito estero a essere in questione, quanto una serie di “debolezze strutturali di fondo” che ne mimano la stabilità. E i segnali di una crescente difficoltà circa la tenuta del debito cominciano a farsi evidenti.

In terzo luogo, quella immobiliare non è l’unica bolla che tiene a galla il Paese. L’espansione economica di Pechino, infATTI, è sorretta da una rapida espansione del credito frutto di un sistema bancario ombra che sta raggiungendo dimensioni ipertrofiche. Una bolla creditizia, dunque, aggravata dall’eccessiva libertà con cui le autorità centrali manipolano i tassi. Probabilmente perché non hanno la più pallida idea di cos’altro fare.
Nonostante la decelerazione della crescita, nel primo trimestre di quest’anno i prestiti bancari sono aumentati del 60%, mentre l’aggregato monetario M2 (l’offerta totale di moneta nel quadro dell’economia di un Paese, compreso il denaro depositato presso le banche) è aumentato del 15,8%. Ossia livelli record per entrambi i parametri.
Aumentando i prestiti non si stimola la crescita economica. Comunque arrivino i soldi, non tornano più indietro. Eppure l’espansione creditizia prosegue, semplicemente perché non può fermarsi senza correre il rischio di far capitolare il sistema.
Interessante che nel 2012 la Cina entrare nel mondo dei covered bond, ufficialmente per mitigare gli effetti della caduta dei prezzi degli immobili e quelli del debito pubblico degli enti locali, di fatto – almeno secondo diversi operatori finanziari – per permettere alle banche cinesi di sbarazzarsi di tutti i crediti deteriorati che hanno in portafoglio.

Le speranze riguardo ad una possibile ripresa del Dragone sono pressoché nulle per due ragioni. La prima è che delocalizzare in Cina non conviene più: sempre più spesso, le aziende straniere decidono di chiudere i propri stabilimenti a Shenzhen o Shanghai per aprirne altri in Vietnam o nelle Filippine, dove il costo del lavoro è più basso. Chiudendo le fabbriche, scende la produzione manifatturiera, per trent’anni pilatro del miracolo di Pechino.
La seconda è legata al profilo demografico del Paese, così come è stato plasmato dalla trentennale politica del figlio unico. Quando le riforme di Deng aprirono la strada alla crescita, l’economia poteva avvalersi dell’aumento della forza lavoro garantito da una forte rendita demografica. Oggi, invece, la popolazione non cresce più. Al contrario, comincerà a contrarsi entro un decennio, forse già nel 2020. Secondo le stime del governo, nel 2016 la Cina dovrebbe toccare il picco della forza lavoro. Dovrebbe, perché vari indizi suggeriscono che il picco sia stato già raggiunto nel 2010. In parole povere, tra non molto ogni singolo lavoratore cinese porterà sulle spalle due genitori e quattro nonni. Se la demografia ha il suo peso, nel caso della Cina si tratterà di una zavorra.
In conclusione, i problemi della Cina, a lungo mascherati da controverse forme di “cosmesi” economica, sociale e politica, cominciano ad avvitarsi su se stessi.

Per sapere tutto sulla bolla speculativa cinese si veda anche questo post sul blog dell’economista Jesse Colombo, costantemente aggiornato.

Croazia, non ancora in Europa ma già nei Piigs

Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica – dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

Irlanda ancora nei guai, servono altri 30 miliardi

Le recenti crisi a Cipro e in Slovenia ci hanno fatto dimenticare di uno dei primi fronti dell’eurocrisi: l’Irlanda.

Dal 2008, i contribuenti Irlandesi hanno già pagato 64 miliardi sotto forma di debito pubblico per nazionalizzare e ricapitalizzare le loro banche. Denari che pesano sui conti dello Stato che si fece carico, allo scoppio della bolla immobiliare, degli enormi passivi degli istituti. Da allora l’Irlanda è stata costretta a chiedere aiuto alla troika – 67,5 miliardi in tre anni concessi a fine 2010 – e ad accettare un faticoso programma di risanamento, per cui Dublino è condizionata dalla supervisione di FMI, BCE e Commissione Europea nella gestione della sua finanza pubblica. Le misure di austerity già costate 25 miliardi di sacrifici (a cui si aggiungeranno i 3,5 del nuovo budget varato a fine 2012).

Il 5 marzo l’Unione europea ha concesso una proroga a Irlanda e Portogallo per il rimborso dei prestiti contratti nell’ambito del bailout. Ma non lo ha fatto “gratis”: solo due giorni dopo, infatti, il presidente della BCE Mario Draghi ha invitato il governo irlandese ad “accelerare il ritmo delle riforme bancarie“.
Inoltre, il controllo esterno a cui lo Stato è sottoposto, anziché allentarsi, sembra irrigidirsi ancora di più. Ad esempio, il governo irlandese dovrà fornire alla troika dei rapporti mensili sulle spese sanitarie nel quadro del processo di riduzione dei costi. Questo perché, secondo un rapporto confidenziale preparato dalla Commissione europea, i creditori internazionali sono preoccupati dalle spese sanitarie eccessive, dalla quantità di mutui non pagati e dal persistere di alti livelli di disoccupazione.

Un controllo così stringente che pochi giorni fa il presidente Michael Higgins è finito nell’occhio del ciclone dopo aver rilasciato un’intervista al Financial Times in cui dichiarava che l’UE è una forza “egemonica” e attraversa una “crisi morale” tanto quanto economica.

Purtroppo, le cattive notizie non finiscono qui. E nemmeno i sacrifici. Secondo Rischio Calcolato:

alle crisi bancarie non c’è limite. La notizia bomba della settimana la scrive il giornalista Dan White sull’Irish Indipendent: Taxpayer beware! Irish banks need another €30bn at least

L’inchiesta del giornalista Dan White parte dai pessimi risultati di Danske Bank in Irlanda, la banca danese ancora una volta ha svalutato i propri crediti (specie ipotecari) aprendo ancora una volta una stagione di svalutazioni che potrebbero portare ad almeno altri 30 mld di capitale fresco necessario per ri-capitalizzare il sistema bancario Irlandese.

Ovvero un 18-20% di debito in più rispetto al Pil.

Meno male che, secondo certa stampa, infatti, il Paese stava uscendo dalla crisi. Anzi, in questo senso Dublino era considerata un paradigma di successo nel quadro delle politiche di austerità necessarie al risanamento dei conti pubblici.

Secondo altre voci, l’Irlanda avrebbe sconfitto la crisi economica diventando “green“, ossia puntando sulle energie rinnovabili. Ma ad una analisi più attenta, la svolta “green” della ex tigre celtica più che una rivoluzione sembra uno specchietto per le allodole per convincere gli altri Paesi a seguire la stessa strada di austerità.
Se mai, la vera svolta sul piano energetico è stata la scoperta di un giacimento di petrolio a largo della località di Cork, che dovrebbe produrre circa 280 milioni di barili. Ma per dare il via al progetto servono un miliardo e mezzo di euro.

La realtà mostra un altro Paese rispetto ai ritratti a tinte rosee che i giornali cercano (inconsapevolmente?) di proporre. Un recente report a firma di Anthony Doyle, team fixed income M&G, sintetizzato su Investire Oggi, ci conferma la crisi irlandese è tutt’altro che conclusa.