La Slovenia ha un nuovo presidente, ma non una soluzione alla crisi

Nei primi di dicembre Borut Pahor , già presidente del parlamento e primo ministro sloveno, si è aggiudicato un ballottaggio senza storia, sconfiggendo il presidente uscente Danilo Türk col 67% dei suffragi.

Pahor è il quarto presidente della Slovenia indipendente, il primo ad aver coperto tutte e tre le più alte cariche dello stato. Pochi avrebbero scommesso che ce l’avrebbe fatta. La sua vittoria è stata anche la vittoria del premier Janez Janša – soprannominato “il principe delle tenebre” dall’ex primo ministro Janez Drnovšek, per lepurazione dei personaggi sgraditi e per aver attaccato l’indipendenza della giustizia – e della sua politica di rigore e di contenimento della spesa pubblica (su indicazione dell’Europa e del FMI).
La quale politica che non è che una mera presa d’atto dell‘incapacità della classe dirigente di trovare adeguate soluzioni per il rilancio del Paese, come confermato dai continui declassamenti da parte delle agenzie di rating.

Perché Lubjana ha bisogno di un rilancio. Dopo essere stato per anni un modello della transizione al capitalismo, gli sloveni non si sono mai risollevati dal crollo economico del 2009 (PIL -8%; deficit da allora mai sotto la soglia del 5%). Le previsioni per l’anno in corso e per il prossimo sono altrettanto pessimistiche. L’economiaslovena ha inanellato la seconda recessione degli ultimi tre anni, fortemente influenzata dal pessimo andamento dell’eurozona, oltre che penalizzata da un settore bancario sull’orlo di una crisi di nervi.
Inoltre, il piano di riduzione del deficit è stato parzialmente compromesso da un referendum, che con una percentuale del 72% ha respinto il progetto di riforma delle pensioni che prevedeva l’aumento dell’età pensionabile a 65 anni. I contrasti politici su questo punto hanno provocato la caduta del governo e le elezioni anticipate all’inizio di quest’anno, che hanno riportato al potere il rigorista Janša.

Ma la gente protesta, sia contro la corruzione che contro le severe politiche di austerità (una misura su tutte: il taglio del 40% delle già misere pensioni). La rivolta di Maribor ne è l’esempio lampante: in pratica, tutto è partito dalla decisione comunale di piazzare una serie di autovelox, tramite un’azienda appaltatrice. Quando sono partite le multe il malcontento ha cominciato a montare, scatenando violente accuse contro la gestione – ritenuta clientelare – della città da parte del sindaco Franc Kangler.
Per la prima volta in Slovenia, la polizia ha caricato i manifestanti. Il bilancio degli scontri è lieve e si limita a qualche contuso tra agenti, manifestanti e cavalli. Ma lo shock ha lasciato il segno nell’opinione pubblica. E testimonia come le corruttele e l’impunità dei politici locali abbiano portato all’esasperazione un popolo già provato dalla crisi. E che adesso non sembra più disposto a sopportare.

Anche in Francia i ristoranti non sono più così pieni

Nella notte tra il 19 e il 20 novembre Moody’s ha declassato il rating delle obbligazioni di Stato francesi: Parigi ha così perduto la sua tripla A, attestandosi a livello A1. Ormai è ufficiale: sarà un autunno caldo anche per la Francia. Passato l’entusiasmo per l’elezione di Hollande viene da chiedersi, infatti, come il Paese riuscirà a rispettare l’obiettivo di un deficit/PIL al 4,5% quest’anno e al 3% l’anno prossimo, visto che secondo un rapporto della Corte dei Conti mancano all’appello circa 10 miliardi per quest’anno e 33 miliardi per il prossimo (ipotizzando un Pil non inferiore all’1%).
Ed è solo la punta dell’iceberg. Si moltiplicano, infatti, le voci che parlano di una Francia come il vero grande malato d’Europa.

Secondo l’Economist, l’economia francese è una “bomba a orologeria” che può fare danni seri nel Vecchio Continente, in tempi brevi. Benché ci siano dei punti di forza su cui il Paese può ancora contare, non mancano quelli di debolezza. Negli ultimi anni la Francia ha perso sempre di più competitività rispetto alla Germania. Inoltre non ha tagliato la spesa pubblica – che ammonta al 56,2% del PIL, una delle più alte d’Europa – così da poter diminuire la pressione fiscale, e soprattutto non ha approvato le riforme strutturali necessarie a ridare vigore all’economia, appesantendo anzi la regolamentazione del lavoro. Le imprese francesi sono state appesantite da tasse molto alte e un costo del lavoro tra i più alti d’Europa. Non a caso, il numero delle nuove imprese è rimasto molto basso negli ultimi anni. Come per altri Paesi europei in difficoltà, anche la Francia non ha potuto svalutare per riguadagnare terreno. Le risorse per sostenere l’economia sono arrivate facendo ricorso alla spesa pubblica e aumentando il debito. Di conseguenza la ricchezza dello Stato è diminuita e, dal 1981 a oggi, il debito pubblico è passato dal 22% al 90% del PIL
Anche Die Welt avverte i francesi che dopo anni di immobilismo e finzioni è arrivato il momento di affrontare la dura realtà.

Gli imprenditori, per tornare produttivi, chiedono di tagliare 30 miliardi di oneri per le imprese e di abbattere la spesa pubblica di 60 miliardi. In una lettera aperta pubblicata su Le Journal du Dimanche, la Afep (Associazione Francesi degli imprenditori privati, che rappresenta gli amministratori delegati di 98 delle più grandi società francesi), spiega che il taglio di 30 miliardi dovrebbe per metà derivare da una spesa pubblica più bassa, e l’altra metà da un aumento dell’Iva.
Ma Hollande, nel timore che uno spostamento in modo così deciso della spesa per il welfare sulla tassazione diretta andrebbe a colpire i consumatori di fascia bassa e media, preferirebbe investire di più in piccole e medie imprese, riponendo poi le sue speranze nei negoziati tra sindacati e aziende, per raggiungere un accordo sulla flessibilità del mercato del lavoro in stile tedesco. Una cosa è certa: senza incentivi pubblici, la grande industria francese (soprattutto quella automobilistica) non sta in piedi.

In questo quadro, la missione di Hollande si presenta complicata. Dalla sua elezione, non solo la situazione della Francia non è migliorata, ma le attuali difficoltà stanno portando il presidente nella tenaglia di una doppia pressione: da un lato, la cittadinanza si attende che siano mantenute le promesse fatte prima del voto (difesa dell’equità e dello stato sociale); dall’altro, Berlino spinge invece perché Parigi adotti misure più rigorose. La crisi ha fin qui impedito al neoinquilino dell’Eliseo di avviare concretamente il proprio programma di riforme, ma nel frattempo si sono moltiplicati i segni dell’impazienza tedesca, nel timore che la Francia non stia facendo abbastanza per migliorare i propri fondamentali macroeconomici.
Inutile sottolineare, infatti che i timori sulla stabilità della seconda economia continentale rappresentano un segnale d’allarme per tutta l’Eurozona. Riporto integralmente questo articolo di Giorgio Arfaras su Limes:

Fino alla vittoria elettorale di Hollande in Francia prevaleva l’idea di seguire “il punto di vista di Berlino”, ossia il Fiscal Compact. Con Hollande ha incominciato a prevalere l’idea di una soluzione mista di Fiscal Compact e Fiscal Growth.
I mercati finanziari a quel punto avrebbero potuto muoversi nella direzione di ridurre il peso del debito pubblico francese nei propri portafogli, con ciò mostrando il proprio “non gradimento” per le politiche di Hollande. Invece, l’intervento della Banca centrale svizzera, volto a tenere fermo il cambio del franco, che si stava apprezzando troppo contro l’euro, ha contribuito a frenare il rialzo dei rendimenti sul debito pubblico francese.
Tutto sembrava sotto controllo, o meglio “sopito”, fino a quando – e in pochi giorni -il Fondo MonetarioThe Economist, e adesso l’agenzia di rating Moody’s hannorisollevato il problema: la Francia ha un debito pubblico che cresce velocemente con un’economia stagnante.
La Francia e la Spagna hanno un debito pubblico che cresce velocemente perché i loro deficit pubblici sono elevati e generano debito per il finanziamento, mentre il debito italiano cresce poco perché il deficit è modesto. Tutte e tre le economie sono però stagnanti. Le manovre richieste per portare sotto controllo il debito pubblico – un rapporto debito/pil pari al 60% in qualche anno – dovrebbero, in presenza di rendimenti elevati e di una crescita modesta, “strizzare” i bilanci pubblici dei tre paesi. Una cosa politicamente difficile da perseguire.
Se, invece, il rapporto fosse dell’80% e i rendimenti richiesti sul debito fossero modesti – anche per l’intervento della Banca Centrale Europea – il bilancio pubblico dei tre paesi verrebbe “strizzato” poco, e nel caso italiano non verrebbe più “strizzato”, perché le manovre fin qui perseguite sarebbero sufficienti.
Perseguendo un’austerità “addolcita”, insomma, le cose potrebbe rimettersi abbastanza in ordine senza troppe frizioni. Quattro delle cinque maggiori economie europee (Francia, Italia, Spagna, Olanda) sono relativamente “mal messe”: crescono poco o niente oppure flettono. Questo andamento comincia a lambire la Germania, la prima economia europea.
La Germania non può cavarsela contando di vendere turbine ai cinesi, deve anche vendere automobili agli europei. L’arrivo della Francia – con il suo peso politico ed economico – nel novero dei paesi “mal messi” potrebbe cambiare le carte in tavola. Una politica di austerità addolcita potrebbe essere la nuova direzione delle cose nell’area euro.

E pensare che fino a ieri la mina vagante eravamo noi. Prima che le contingenze ne imponessero la sostituzione con Mario Monti, Berlusconi affermava che in Italia la crisi non c’era perché i ristoranti erano sempre pieni. Ce lo ricordiamo tutti. A quanto pare, anche oltralpe non si raccontava una storia poi tanto diversa.

Sbaglia chi dice di fare come Argentina, Islanda ed Ecuador

Quante volte abbiamo letto, in questi anni di crisi economica, che l’Argentina, l’Islanda e l’Ecuador sono stati un esempio straordinario di sovranità popolare perché hanno ripudiato il debito, ribellandosi ai diktat del Fondo Monetario Internazionale? E quante volte le stesse sottolineano come dopo i rispettivi default, non più oppressi dalla schiavitù del debito, negli anni a seguire questi Paesi hanno registrato tassi di crescita così elevati da far invidia persino ai cinesi? Peccato che si tratti di un invito improponibile, poiché fondato su presupposti errati.
Il Post propone un interessante articolo per sfatare questa leggenda ad uso e consumo della gente comune, spiegando perché, dati alla mano, tali Paesi non sono affatto un esempio da seguire.

Ecuador

Il default di Quito rappresenta un caso particolare: il Paese aveva i soldi necessari per pagare il debito, ma una commissione governativa stabilì nel 2008 che 3,5 miliardi di dollari di titoli erano stati emessi in maniera irregolare. La scelta di non ripagare il debito fu politica, già annunciata dal presidente Correa nel corso della campagna elettorale del 2007. Pochi mesi dal default il governo di Correa ricomprò dai suoi creditori il 91% dei titoli di stato su cui aveva fatto default a un terzo del loro valore originale. L’operazione è andata bene: nel 2011 l’Ecuador ha registrato una crescita del 7,8%. Tuttavia:

Per capire come tutto questo sia stato possibile e perché l’esempio dell’Ecuador non sia un esempio che si può imitare, bisogna dare un’occhiata al paese un po’ più ravvicinata. L’Ecuador ha circa 15 milioni di abitanti e una popolazione molto giovane. Il suo Prodotto interno lordo è di 127 miliardi di dollari, meno della metà del PIL della Grecia e meno di un decimo di quello italiano. Oggi il suo debito pubblico è di circa 25 miliardi di dollari (un centesimo del debito pubblico italiano) e nel 2008 fece default soltanto su 3,5 miliardi di debito.
Ma c’è un fatto ancora più importante che distingue l’Ecuador non solo dall’Argentina e dall’Islanda, ma anche dall’Italia: circa metà della sua economia è basata sulle esportazioni di petrolio. Esportare petrolio è ancora più importante di quello che si può pensare: il primo problema di un paese che fa default è che avrà difficoltà a trovare paesi disposti ad acquistare nuovi titoli di stato. Non avere denaro in prestito significa avere meno denaro da investire in infrastrutture, stipendi, riforme, pensioni e tutto il resto della spesa pubblica.
L’Ecuador però aveva il petrolio e all’indomani del default la Cina si fece avanti, offrendo immediatamente al paese un prestito da un miliardo di dollari in cambio di accordi petroliferi. Il tasso di interesse chiesto dai cinesi, 7,5%, era tre volte più alto di quello dei prestiti offerti dal FMI, ma ottenere denaro a un tasso molto alto era certamente una situazione migliore che non avere denaro affatto. In questi ultimi anni il debito pubblico dell’Ecuador nei confronti della Cinaè arrivato a 7,3 miliardi di dollari.

Islanda

Sulla leggenda della rivoluzione islandese ho già ampiamente spiegato, ricevendo insulti, minacce e maledizioni, ma mai una smentita basata su uno straccio di fonte verificata (a parte il blog di Beppe Grillo…).
Il Post:

 l’Italia con più di 60 milioni di abitanti e l’Islanda, invece, con una popolazione più o meno pari a quella di Verona, circa 300 mila abitanti. Con un termine tecnico, l’Islanda è un paese non “sistemico”, che può compiere scelte anche molto azzardate senza che queste abbiano gravi conseguenze di portata planetaria. Ma non c’è solo questo: anche la ricostruzione della crisi in Islanda che viene diffusa più spesso è profondamente scorretta.

La leggenda del virtuoso default dell’Islanda deriva da un episodio che in realtà sembrerebbe molto più degno di biasimo che di merito. Una delle tre banche nazionalizzate dal governo, laLandsbanki, aveva tra i suoi fondi anche un fondo pensione chiamato Icesave. Con il collasso della Landsbanki cominciò un caso diplomatico e legale estremamente complicato che non si è ancora concluso. In sostanza: all’interno di Icesave avevano depositato i contributi per la loro pensione più di 120 mila cittadini inglesi ed olandesi per un totale di 1,7 miliardi di depositi.
La disputa cominciò per stabilire quanti di quei soldi il governo islandese, che ora controllavaIcesave, avrebbe dovuto ridare ai futuri pensionati inglesi e olandesi. Gli accordi ottenuti nel 2010 e 2011 tra i tre governi per restituire il denaro, in diverse forme e tutte molto complicate, furono tutti bocciati nel corso di due referendum, uno nel 2010 e l’altro nel 2011.

Per ulteriori conferme, si vedano anche questo lungo contributo su FalceMartello e questo video su Youtube.

Argentina

 l’Argentina, dopo il default, ha compiuto scelte economiche azzardate che si stanno rivelando devastanti per la sua economia.
(L’Argentina è di nuovo vicina al default?)

Quello che il governo argentino ha fatto negli ultimi anni è stato in sostanza un tentativo di comprare il consenso elettorale dei suoi cittadini aumentando la spesa pubblica, soprattutto sotto forma di massicci trasferimenti di denaro alla popolazione, cioè agevolazioni, sussidi e stipendi pubblici. Dal default del 2001 -che a differenza di quello dell’Ecuador fu causato dal fatto che in cassa non c’erano più soldi- l’Argentina è considerata un paese inaffidabile e quindi non può ricorrere al mercato per finanziare la sua spesa pubblica.
Le soluzioni trovate dai vari governi guidati dal presidente Cristina Kirchner sono state varie e tutte, potenzialmente, molto pericolose. Uno dei primi gesti fu quello di mettere sotto controllo governativo la Banca Centrale.

L’inflazione è proprio uno dei problemi più gravi dell’Argentina. Secondo fonti indipendenti l’inflazione argentina è ormai a più del 25%, mentre secondo il governo è ferma solo al 9%. In molti, tra giornali e analisti finanziari, hanno dichiarato da tempo di non utilizzare più i dati ufficiali del governo, ritenendoli truccati.

Per scampare all’inflazione gli argentini hanno cercato di acquistare monete stabili, in particolare dollari americani, finché i loro pesos valgono ancora qualcosa. Per evitare questo fenomeno, che fa scendere ancora di più il valore della moneta argentina, il governo ha messo in piedi una serie di ostacoli e divieti per impedire di fatto che i pesos vengano cambiati in dollari: ad esempio un argentino che oggi si trovasse in un paese estero non potrebbe prelevare dollari da un bancomat.
A queste limitazioni si aggiungono altre misure poco ortodosse per limitare le importazioni, un altro di quei fenomeni che, se superiori alle esportazioni, fanno scendere il valore di una moneta.
Questo insieme di cause, insieme a una diminuzione del prezzo delle materie prime di cui l’Argentina è un grande esportatore, unito alla crisi globale, sta facendo crollare il gettito fiscale del governo argentino, che non ha a disposizione il mercato del debito per fronteggiare i buchi nel bilancio. Come se non bastasse, pur di cercare di tenere l’economia in moto, la Banca Centrale sta abbassando i requisiti patrimoniali richiesti alle banche. In altre parole le banche potranno prestare più soldi, tenendo in minor conto i rischi che questi prestiti comportano e detenendo quantità minori di capitale di emergenza nelle loro casse.

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi

L’Europa è una grande famiglia. Ossia un covo di vipere, per dirla con Freud. Mentre l’austerity scalda le piazze del continente e l’Eurozona cade di nuovo in recessione, ad esacerbare le già ampie divisioni tra i suoi membri ci pensa sempre lo stesso tabù: quello dei soldi.
In particolare, quelli destinati al Quadro finanziario pluriennale per il periodo 2014-2020, che saranno decisi nel prossimo vertice del Consiglio europeo in programma il 22-23 novembre. Uno strumento di programmazione che sulla base della proposta della Commissione Europea dovrebbe ammontare a 1.091 miliardi di euro, ma che le resistenze di alcuni Stati (sempre i soliti: Gran Bretagna,  Germania, Olanda e Finlandia) puntano a comprimere in coerenza ad una stretta politica di austerità, già praticata (e imposta) a livello dei bilanci nazionali.

Inizialmente il Presidente del Consiglio Europeo Herman Von Rompuy aveva chiesto un taglio di 80,737 miliardi di euro rispetto alla proposta della Commissione. La presidenza di turno cipriota  aveva invece suggerito tagli per 50 miliardi. Ma il Parlamento europeo, che sarà chiamato ad approvare il bilancio, non è disposto ad accettare un QFP più modesto rispetto a quello attuale.
Dopo il fallimento dei negoziati sul bilancio per il 201, la questione si presenta spinosa. Più che una sforbiciata ai costi, quella del Presidente del Consiglio Europeo sembra un colpo d’accetta poiché tocca tutti i capitoli di spesa, compresi i fondi strutturali e la PAC (politica agricola comunitaria). Per cercare un compromesso, Von Rompuy ha presentato alla Commissione una nuova proposta di bilancio che prevederebbe tagli per 75 miliardi, già bocciata dal primo ministro spagnolo Rajoy.

La crisi economica mondiale ha fatto riemergere la mancanza di una reale autonomia finanziaria dell’Unione europea. Il bilancio della UE è pari all’1,05% del Pil europeo e al 2% della spesa pubblica complessiva dei 27 Stati membri, considerato da alcuni Paesi (come Gran Bretagna, Germania, Finlandia e Svezia) eccessivamente alto in tempi di crisi. E poco importa se, come ricorda perfino Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, quello europeo è innanzitutto un bilancio di investimenti e il 94% degli utili complessivi sono investiti negli stessi Stati membri o per priorità esterne dell’Unione. Secondo Schulz, il bilancio UE è parte integrante della soluzione volta a consentire all’Europa di uscire dall’attuale crisi, a cui vanno assicurate le risorse necessarie. Ma le difficoltà di mettere d’accordo i 27 nel recuperare tali mezzi per un concreto rilancio economico, in risposta ai venti di recessione, sono sotto gli occhi di tutti.
Se non dovesse essere trovato un accordo sul bilancio pluriennale non sarebbe una tragedia dal punto di vista contabile (come nel caso del bilancio 2013), anche se alle scelte finanziarie 2014-2020 sono legati circa 70 regolamenti per la spesa in tutti i settori fondamentali dell’attività europee che vanno concordati con il Parlamento UE, che richiedono un lungo e complesso negoziato.

La necessità di favorire il QFP quale strumento per il rilancio della crescita è perciò stata espressa anche da Mario Monti, il quale già nei giorni scorsi aveva garbatamente avvertito il suo omologo inglese David Cameron della propria indisponibilità ad appoggiare qualunque proposta di tagli al bilancio comunitario. Tuttavia le posizioni non cambiano: benché i rapporti tra i due governi rimangono “solidissimi ed eccellenti”, sul punto Roma e Londra restano molto lontane. Monti sta ora lavorando con Francois Hollande affinché Italia e Francia facciano blocco contro il fronte nordico dei tagli.

L’Italia è contribuente netta al bilancio della UE e se la linea del rigore dovesse passare perderebbe 4,5 miliardi nell’agricoltura e almeno altrettanti (o qualcosa di più) nella coesione sociale, anche se non ci sono conferme.
E al danno si aggiunge la beffa. Secondo Linkiesta, la Polonia si vedrebbe aggiudicare di fatto quasi tutti i soldi che verrebbero tolti all’Italia: dopo tutto, se Berlino e Varsavia rappresentano il nuovo asse portante della UE, qualcosa vorrà pur significare. Peraltro, i tagli a sviluppo e ricerca sono molto più netti di quelli alla politica agricola, che continua a mangiarsi quasi la metà del bilancio europeo.
Ma che il Belpaese non goda di grande credito presso i parrucconi di Bruxelles è cosa nota, come testimoniato dalle rimostranze che alcuni Paesi (sempre i soliti) hanno fatto di fronte alla concessione dei 670 milioni di euro per la ricostruzione in Emilia. Nei palazzi del potere di Berlino, Amsterdam, Londra ed Helsinki ci vedono come spreconi e inaffidabili, dimenticando che l’Emilia è in realtà uno dei maggiori siti produttivi del continente, dove la gente mangia per quel che lavora.
A quanto pare i cari, vecchi pregiudizi e luoghi comuni contano molto di più della realtà, quando riferiti ai parenti vicini e lontani. Come in ogni “grande famiglia” che si rispetti.

Spagna, la fiesta è finita

Per mesi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha respinto le voci secondo cui Madrid fosse sul punto di chiedere un sostegno finanziario sulla falsariga degli altri PIGS. Invece tre giorni fa si è visto costretto ad invocare un aiuto da 100 miliardi di euro per evitare l’implosione del sistema bancario spagnolo. Peraltro la cifra è solo indicativa, perché il reale importo dell’erogazione verrà deciso nei prossimi giorni al termine di due summit tra le banche spagnole in grave crisi e i rappresentanti dei Paesi dell’euro per calcolare l’esatto ammontare del prestito.
E’ (per il momento) l’ultima tappa di una discesa iniziata quattro anni fa, con l’inizio della grande recessione, e che ha vissuto i momenti più drammatici nel 2010, all’indomani dello scoppio della crisi greca, e a fine maggio, con la crisi di Bankia, quarto istituto bancario del Paese.
Come notava Linkiesta già in aprile:

Le banche sono il buco nero di Madrid. Secondo Lombard Street Research le urgenze di ricapitalizzazione per gli istituti di credito sono circa 95 miliardi di euro. Ancora più elevate le stime secondo Citigroup, 140 miliardi di euro. In linea con la casa d’affari londinese è invece Ubs, che parla di 90 miliardi di euro. «Il sistema bancario è in crisi, se non ci fosse stata la Bce non ci sarebbe più stato ossigeno», scrivevano gli analisti della banca elvetica. In effetti, le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) dell’Eurotower hanno fornito oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni. Fra dicembre e febbraio le banche iberiche hanno comprato 68 miliardi di euro di bond governativi, prevalentemente spagnoli, per sostenere il mercato obbligazionario e rifinanziare il proprio debito in portafoglio. Lo ha evidenziato Merrill Lynch la settimana scorsa, ricordando come l’esposizione complessiva ai debiti sovrani degli istituti di credito iberici sia di 250 miliardi di euro. Tanto, ma meno delle banche italiane, esposte sui bond governativi per 302 miliardi di euro.

Tra i vari fattori, quello che finora ha svolto un ruolo decisivo nella deriva di Madrid è stata l’esplosione della bolla immobiliare, durata almeno un decennio. El Pais rileva che tra il 1997 e il 2007 le costruzioni sono cresciute al tasso del 5% all’anno. In quegli anni lo stock edilizio è aumentato di 5,7 milioni di unità, quasi il 30% di tutte quelle esistenti. Nel 1998  il governo Aznar approvò una legge che dichiarava edificabili tutti i terreni, salvo espresso divieto, moltiplicando la crescita irrazionale del settore dell’edilizia. L’idea era quella di aumentare le costruzioni per farne scendere il prezzo, rendendone la soglia di acquisto più accessibile. Invece si ebbe l’effetto contrario, quello di alimentare un circuito speculativo: le case venivano acquistate non perché a buon mercato, bensì perché suscettibili di rivalutazione. Complice l’entrata nell’euro, che aveva comportato la diminuzione dei tassi d’interesse, le banche elargivano mutui a volontà, incoraggiando gli acquisti. In dieci anni l’incremento di valore degli immobili ha raggiunto il 191%.  Era dunque inevitabile che banche e edilizia si ritrovassero strette in un abbraccio mortale.
Già in novembre scrivevo come mai la fine del mattone ha segnato la fine del miracolo spagnolo:

Nel decennio dal 1996 al 2007, la quota del PIL generata dall’edilizia si è situata tra l’11,7% e il 18% del totale. Nello stesso periodo il settore ha impiegato tra il 9% e il 13% della forza lavoro totale. In realtà il peso del mattone nell’economia spagnola era molto più ingombrante. Questo perché i dati statistici non tengono conto degli effetti a cascata prodotti dal sistema dell’edilizia, concretizzati da un vasto indotto economico (agenzie immobiliari, forniture, servizi, arredamento, manutenzione, ecc.) e da un significativo aumento delle entrate pubbliche (più fatturato per le imprese del settore uguale più imposte sul reddito; più case uguale più imposte immobiliari). In totale, nel 2007 il 40% dell’intera economia spagnola gravitava intorno all’industria del mattone. Una situazione che Naredo aveva sintetizzato nel suo saggio La burbuja immobiliario-financiera.

Di colpo, la crisi immobiliare ha messo a nudo le carenze del sistema produttivo del Paese.

Il caso della Spagna non è unico. Finora, almeno otto Paesi hanno erogato oltre 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico per salvare il sistema proprio finanziario, secondo le stime del FMI. La differenza è che il governo Rajoy ha dovuto ricorrere ai partner europei per trovare i soldi necessari.
Cosa dovrà fare la Spagna in cambio del prestito, non è ancora dato sapere. Il Post considera questo uno dei punti più oscuri della vicenda:

Il premier Rajoy ha assicurato che alla Spagna non verranno chiesti altri sacrifici, principalmente per due motivi: nel caso spagnolo, a differenza di Grecia, Portogallo e Irlanda, non è direttamente coinvolta la cosiddetta “troika” (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che negli altri casi ha, almeno in parte, supervisionato i paesi in difficoltà per controllare strettamente i piani di risanamento delle loro economie.
Inoltre, la Spagna recentemente ha già approvato dure misure di austerità. Si prevede già una crescita della disoccupazione, già molto alta, e nuovi tagli potrebbero peggiorare la situazione. Del resto il prestito internazionale non è destinato direttamente alle casse del governo spagnolo ma alle banche, che a loro volta dovranno rispettare nuovi parametri che verranno resi noti nei prossimi giorni. È vero, però, che anche l’Irlanda ha ricevuto gli aiuti internazionali per una crisi del sistema bancario simile a quella spagnola: con il coinvolgimento dell’FMI, ha dovuto approvare in cambio dure misure di austerità.

Anche il ministro delle finanze, Cristobal Montoro, ha detto che che “los hombres de negro”, come vengono definiti gli ispettori della troika, non giungeranno in Spagna. Al contrario, El Pais nota come tale proposito sarà presto smentito, perché la normativa del fondo salva-Stati, da cui proverranno gli aiuti, prevede che le entità soccorse risultino conformi alle ispezioni di UE, BCE ed Autorità Bancaria Europea. Inoltre, secondo le attuali regole di accesso al fondo, il beneficiario deve dimostrare di avere una programmazione di politica fiscale “solida”. Infine Madrid sarà inevitabilmente costretta ad innalzare l’età pensionabile prima del previsto.

L’analisi conclude che i bailout comportano, dal punto di vista economico, almeno un decennio di vacche magre: difficoltà d’accesso al mercato dei finanziamenti, fuga dei capitali stranieri e misure d’austerità, con rilevanti sacrifici sociali. Proprio l’ultima cosa di cui la Spagna ha bisogno in questo momento. A fine anno Madrid registrerà un deficit di bilancio del 5,3%, stando alle previsioni del governo, mentre Rajoy aveva rassicurato Bruxelles che non avrebbe superato il 4,5%. Ma El Pais ritiene che alla fine si attesterà al 5,8%. Il tutto a fronte di un PIL dato in contrazione di un punto percentuale e di un debito pubblico che passerà dal 68,5% nel 2011 al 78,5% di fine 2012, per non parlare del tasso di disoccupazione, stabile al 24%.

Lo scorso autunno Zapatero era stato costretto ad andarsene perché tacciato di incompetenza, se non proprio di deliberata disonestà. Nel 2008, proprio nei giorni della partita Italia-Spagna, annunciò al mondo che il PIL pro capite spagnolo aveva superato quello italiano. “Prossimo sorpasso, la Francia”, diceva. Di Natale sbagliò un rigore, Fabregas segnò quello decisivo e le furie rosse proseguirono la corsa verso la coppa – ironia della sorte, battendo quella Germania che, calcio a parte, occupa il trono d’Europa, quello vero. Finiti i festeggiamenti, ci si accorse che l’economia di Madrid non era così inarrestabile come la squadra di Luis Aragones. Il resto è storia nota.
Sabato scorso, di nuovo Italia-Spagna, di nuovo un pareggio. E a Madrid c’è di nuovo un premier che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Oggi Rajoy si trova in una situazione non dissimile a quella del suo predecessore, considerato che la stampa spagnola non gli perdona di usare mille giri di parole pur di non pronunciare quella fatidica: “salvataggio”. La cosa peggiore, nota El Pais, non è l’ironia dei giornalisti – riassunta nello slogan Tú dices tomate, yo digo rescate, dal titolo di un articolo di Lisa Abend sul Time -, quanto la diffidenza dei leader europei verso Rajoy perché non hanno capito se la vendita al pubblico del “non-salvataggio” è una mossa di marketing politico oppure una dimostrazione di incapacità di comprendere la realtà.
Forse la Spagna vincerà l’Europeo come nel 2008. Ma a Madrid, pomodori a parte, sanno tutti che la fiesta è finita da un pezzo.

Più che finanziario, il declassamento degli Usa è geopolitico

di Luca Troiano

No, non credo alla profezia dei Maya sul 2012. Tuttavia, più ci avviciniamo alla fatidica data e più il mondo sembra andare a rotoli.
Venerdì 5 agosto l’agenzia Standard & Poor’s ha annunciato quello che tutti ci aspettavamo: il downgrade degli Stati Uniti da AAA ad AA+. Neppure l’accordo sul tetto del debito è bastato a salvare l’immacolata tripla A dello Zio Sam. E da giorni le borse mondiali sembrano ripiombate nella Fossa delle Marianne del ’29. Continua a leggere

Cronache dalla crisi sistemica globale

Tratto da Informazione scorretta

 

GEAB N.56 – Speciale Estate 2011 – Crisi sistemica globale – 
Ultimo avvertimento prima dello shock dell’Autunno del 2011, quando 15mila miliardi di dollari di attività finanziarie andranno in fumo

Il 15 Dicembre del 2010, nel GEAB N.50, LEAP/E2020 ha anticipato l’esplosione del debito pubblico Occidentale (1) per la seconda metà del 2011. Abbiamo poi descritto un processo che avrebbe avuto inizio con la crisi europea del debito pubblico, e che avrebbe poi appiccato il fuoco al cuore del sistema finanziario globale, ovvero al debito federale degli Stati Uniti (2). Ed è proprio a questo punto che noi ci troviamo, all’inizio della seconda metà del 2011, con un’economia globale allo sbando più completo (3),

un sistema monetario globale sempre più instabile (4) e i centri finanziari in una situazione disperata (5), e tutto questo nonostante le migliaia di miliardi di denaro pubblico che sono state investite per evitare proprio questo tipo di situazione.

L’insolvenza del sistema finanziario globale, ed innanzitutto del sistema finanziario occidentale, torna di nuovo in primo piano, dopo poco più di un anno di cosmesi politica, volta a seppellire questo fondamentale problema sotto montagne di denaro.
Avevamo stimato, nel 2009, che il mondo aveva circa 30.000 miliardi di Dollari di assets fantasma. Quasi la metà è andata in fumo nei sei mesi tra Settembre 2008 e Marzo 2009.

Per il nostro team, è ora l’altra metà, ovvero i residui 15.000 miliardi di Dollari di assets fantasma, che puramente e semplicemente scompariranno fra Luglio 2011 e Gennaio 2012. E questa volta sarà coinvolto anche il debito pubblico, a differenza del 2008/2009, dove per lo più sono stati i soggetti privati ad essere stati colpiti.

Per misurare l’entità della scossa a venire, è utile sapere che anche le banche statunitensi stanno cominciando a ridurre l’utilizzo dei T-Bonds degli Stati Uniti, per garantire la loro transazioni, per timore dei rischi sempre più grandi che incombono sul debito pubblico degli Stati Uniti (6).

Per i players del mondo finanziario, lo shock dell’Autunno 2011 sarà letteralmente come avere sabbie mobili sotto ai piedi, dal momento che a precipitare bruscamente è il vero fondamento del sistema finanziario globale, i T-Bonds degli Stati Uniti (7).
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