Cosa (non) cambia con l’ingresso della Palestina nell’ONU

La Palestina è stata ammessa all’ONU come Stato osservatore non membro. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, quelli astenuti 41 (qui il voto nel dettaglio, qui alcuni retroscena). Dato importante è l’affermazione dei confini precedenti alla guerra del 1967 (compresa Gerusalemme Est).
Ora, il voto del Palazzo di Vetro ha un valore solo simbolico, o potrebbe – il condizionale è d’obbligo trattandosi di Israele e dei suoi sostenitori – avere anche effetti concreti ?

Di fatto, il riconoscimento ha implicazioni pratiche che potrebbero mettere in imbarazzo Israele e disturbare il funzionamento delle diverse agenzie delle Nazioni Unite. La principale conseguenza è la possibilità, una volta firmato e ratificato lo Statuto di Roma, di adire la Corte Penale Internazionale dell”Aja per crimini di guerra o crimini contro l’umanità commessi dalle autorità israeliane, in particolare per l’operazione Piombo Fuso del 2008-09. Eventualità che il Regno Unito ha cercato di scongiurare, condizionando il proprio voto favorevole (Londra si è poi astenuta) alla formale rinunzia della Palestina a tale pretesa.
La Corte potrebbe entrare in gioco anche nel caso in cui si riuscisse a dimostrare che Yasser Arafat è stato avvelenato: in tal caso la Palestina potrebbe chiedere al Procuratore generale presso la Corte di aprire un’inchiesta. Ma la la verità sulle cause del decesso del raìs è una vicenda piena di punti oscuri e sulla quale nessuno vuole fare chiarezza.
Quanto alle agenzie, gli USA (principali sovventori) hanno già minacciato di ritirare i propri finanziamenti, come già accaduto per l’UNESCO.

Manco a dirlo, Netanyahu non l’ha presa bene. Il primo israeliano, oltre a ringraziare i “nove Paesi con la verità” l’appoggio, ha annunciato la costruzione di nuovi insediamenti in Cisgiordania.

In realtà, al di là dell’enfasi e delle celebrazioni, in concreto per la Palestina cambia veramente poco. Niccolò Locatelli su Limes, quasi a far eco alle parole dell’ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Ron Prosor (“Abbas preferisce i simboli alla realtà. Preferisce volare a New York invece di venire a Gerusalemme per negoziare“) spiega perché l’ammissione all’ONU è una vittoria simbolica, ma non una soluzione:

La Palestina, al di là della maggioranza bulgara all’Onu, non può contare su Stati amici altrettanto importanti: gran parte del mondo arabo usa la questione palestinese come diversivo per distrarre la popolazione dai problemi di legittimità interni o per acquisire popolarità a buon mercato. Inoltre non è in grado di minacciare militarmente l’esistenza di Israele; anche il numero di vittime palestinesi è costantemente maggiore di quello delle vittime israeliane [dati 2000-2007]. Infine, la spaccatura tra le due maggiori fazioni del movimento palestinese, Fatah e Hamas, si è amplificata negli anni, giungendo dal 2006 ad assumere anche geograficamente il carattere di una spartizione: Fatah “governa” a Ramallah, dove risiede il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Abu Mazen, e in tutta la Cisgiordania; Hamas ha il predominio sulla Striscia di Gaza.
Date queste circostanze è difficile pensare che il riconoscimento dell’Onu possa avere qualche effetto sulla soluzione della questione palestinese. Certo, nel breve periodo Israele sarà isolata diplomaticamente mentre l’Anp rischierà di perdere i soldi delle tasse (che vengono raccolti da Israele) e quegli aiuti occidentali che hanno permesso a Fatah di arricchirsi e istituzionalizzarsi al potere. La Palestina potrebbe sfruttare il suo nuovo status per denunciare Israele al Tribunale penale internazionale (che finora non poteva esercitare la propria giurisdizione nei Territori) o alla Corte internazionale di giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite.
Ma come detto gli argomenti del diritto internazionale non hanno particolare influenza sulle decisioni dello Stato ebraico. L’eventuale sospensione degli aiuti occidentali potrebbe avere effetti indesiderati per Usa ed Europa: aumento della popolarità di Hamas, maggiori ingerenze da parte di finanziatori con un’agenda diversa (Qatar in primis), recrudescenza dell’instabilità. Il riconoscimento ottenuto all’Onu rappresenta il lascito di Abu Mazen ma non scuote le fondamenta della questione israelo-palestinese. La soluzione di questa passa per Washington e per le maggiori capitali mediorientali, non per il Palazzo di Vetro di New York.

PS: per l’ennesima volta,  l’Unione Europea, non ha perso l’occasione di dimostrare la mancanza di una politica estera unitaria i 27 hanno votato in ordine sparso. Al di là dei tremila diplomatici di alto profilo che affollano il Servizio europeo di azione esterna, Bruxelles non possiede quell’unità e quella volontà politica necessarie alla proiezione di una identità e di una personalità sulla scena mondiale. Il tempo in cui i Paesi europei avevano una visione comune sembra ormai lontanissimo.

La Libia parla di 1100 morti civili per i raid della Nato

di Luca Troiano

Mercoledì 13 luglio, a Tripoli, il procuratore generale Mohamed Zekri Mahjubi ha dichiarato che gli attacchi aerei della Nato a sostegno delle forze ribelli a partire dalla fine di marzo hanno provocato la morte di oltre 1.108 civili e il ferimento di altri 4.537.

Continua a leggere