Gas in cambio di meno austerità: Cipro ci prova

Nelle puntate precedenti:

La paranoia di Cipro può riassumersi così: Nicosia è il quinto Paese dell’Eurozona a chiedere aiuto all’Europa per salvarsi dal dissesto finanziario. L’isola ha bisogno di un’immissione di liquidità per complessivi 18 miliardi. In marzo la Troika propone un piano da 10 miliardi, subordinato però all’approvazione di durissime riforme di austerità per colmare il restante buco di 8 miliardi.
A fare scalpore è soprattutto la tassa una tantum sui conti correnti, che comporta il prelievo del 9,9% sui depositi superiori a 100 mila euro e del 6,75% su quelli inferiori con l’intento di raccogliere circa 5,8 miliardi.
Il 20 marzo il parlamento cipriota boccia il prelievo forzoso all’unanimità. Tuttavia, la situazione è così drammatica che, a fine mese, si decide di portare al 30% l’aliquota sui depositi sopra i 10o mila, lasciando intatti quelli inferiori.
Il 2 aprile il governo cipriota conclude un accordo con la troika per stabilire le ulteriori condizioni del prestito da 10 miliardi: sul piatto, riduzioni di stipendio per i dipendenti statali e soprattutto un lauto banchetto di privatizzazioni.
Per non alienarsi i favori degli “amici” russi, il 14 aprile, in occasione di un discorso pronunciato davanti ad alcuni uomini d’affari moscoviti a Limassol, il presidente cipriota Nicos Anastasiades offre la nazionalità cipriota a chi ha perso almeno 3 milioni di euro a causa del piano di salvataggio e della ristrutturazione del sistema bancario.
Finalmente il 30 aprile Anastasiades, minacciando il collasso imminente, riesce a strappare al parlamento l’approvazione del piano negoziato con la Troika (per un soffio: 29 voti favorevoli e 27 contrari).
Il 14 maggio l’Eurogruppo approva lo sblocco di una prima tranche di aiuti da 3 miliardi di euro.a

La situazione non migliora. A tre mesi di distanza, il piano di salvataggio non sembra già più in grado di risolvere la crisi che ha stritolato l’isola. Neppure le banche godono di miglior salute, nonostante il (doloroso) piano di ristrutturazione predisposto per Bank of Cyprus. Secondo un rapporto riservato il settore bancario cipriota è ancora caratterizzato da un alto rischio di riciclaggio, errori nei registri bancari, mancanza di controlli sull’identità e dubbi su molti correntisti.
Intanto le privatizzazioni proseguono: prossime alla vendita sono la compagnia di telecomunicazioni Cyta, la compagnia elettrica Ahk e quella delle strutture portuali per un totale di 14, miliardi di euro.

A metà giugno Anastadies invia una lettera a Bruxelles per chiedere una revisione del piano di salvataggio. “L’economia cipriota”, spiega il presidente, “è precipitata in recessione, portando ad un ulteriore aumento della disoccupazione e rendendo più difficile il risanamento”. La Commissione Europea, tuttavia, gela subito le speranze dei ciprioti, lasciando intendere che “Non c’è nessuna possibilità di una revisione“.

Anastasiades ha però un asso nella manica.

Pochi giorni fa ho spiegato come alla base delle divisioni esistenti in seno all’Unione Europea ci siano le divergenze in merito alla politica energetica, che per ciascuno dei Paesi membri è una questione di fondamentale importanza. Ricordavo inoltre che presto Israele e Turchia potrebbero diventare degli importanti fornitori di gas della UE grazie allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi nel Levante Mediterraneo.
Laggiù nel Levante c’è anche Cipro, che di quei giacimenti reclama una fetta. In maggio Anastasiades manifesta l’intenzione di trasformare l’isola in uno “snodo energetico” per l’Europa.

Il 22 giugno La Voce Arancione pubblica questa notizia:

Il Governo cipriota avvia trattative con la compagnia israeliana Delek. Anche la statunitense Noble Energy e la francese Technip coinvolte nel progetto

La cordata israelo-americana garantisce all’Unione Europea il gas da Israele.

Nella giornata di mercoledì, 19 Giugno, Cipro ha dichiarato l’avvio di trattative con la compagnia energetica israeliana Delek per la realizzazione di un rigassificatore in territorio cipriota.

L’infrastruttura è programmata dalla Cyprus National Hydrocarbon Company, in collaborazione con la compagnia franceseTechnip, per trasportare gas asiatico e dell’Europa Sud-Orientale in Unione Europea.

In particolare, l’infrastruttura è concepita anche per veicolare in Europa il gas proveniente dal giacimento Aphrodite, ubicato nelle acque territoriali cipriote.

L’Aphrodite, che secondo le stime contiene 6 Trilioni di piedi cubi di gas, è sfruttato dalla Delek, dalla compagnia israeliana Asvel, e dalla compagnia USA Noble Energy.

Inoltre, il rigassificatore cipriota serve anche per veicolare in Unione Europea il gas israeliano dei giacimenti Leviathan, Tamar e Kadish.

I giacimenti israeliani sono sfruttati, oltre che dalla Delek, anche dalla Noble Energy, che è interessata nella realizzazione del rigassificatore a Cipro.

Un’alternativa alla dipendenza dal transito dal Medio Oriente

L’utilizzo di Cipro come hub del gas cipriota e israeliano permette ad Israele di superare l’impasse nell’invio dell’oro blu finora incontrata a causa della posizione di Siria e Giordania.

Questi due Paesi si sono opposti alla realizzazione di un gasdotto pianificato da Israele per veicolare il gas in Europa attraverso la Turchia.

Il progetto turco-israeliano è stato possibile grazie all’intervento del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha invitato Turchia ed Israele a superare una crisi diplomatica.

Promettendo di veicolare il gas israeliano vero l’Europa, Cipro spera di ottenere qualche margine in più di manovra in vista di un’eventuale revisione del piano.

Come l’Europa ha trasformato la crisi di Cipro in una potenziale catastrofe

Nelle puntate precedenti:

Cipro pesa per lo 0,2% sul PIL dell’Eurozona. Il prestito messo sul piatto dall’Unione Europea (10 miliardi di euro) e il fabbisogno per salvare il sistema bancario dell’isola (altri 5 miliardi) sono briciole rispetto alle cifre necessarie per salvare la Grecia o a quelle in discussione per il bilancio UE 2014-2020. Eppure la vicenda Nicosia rischia di minare le fondamenta stesse della moneta unica.

Senza gli aiuti internazionali, infatti, l’area euro potrebbe vedere la seconda insolvenza di uno Stato membro nell’arco di due anni, dopo il default selettivo della Grecia.
La crisi delle banche cipriote nasce dalla forte esposizione proprio verso Atene: 28 miliardi di euro, pari ad un terzo del loro attivo totale e addirittura al 170% del PIL dell’isola. Circa 4,7 miliardi sono costituiti da titoli di Stato (ricordiamo che il debito greco è già stato ristrutturato, per cui le obbligazioni saranno rimborsate ad un valore inferiore di quello nominale), il resto da prestiti verso un sistema di aziende, quello greco, ormai decotto.
Per concedere i denari di cui Nicosia ha urgentemente bisogno, i finanziatori esteri (ossia la troika FMI-BCE-Commissione Europea), chiedono un coinvolgimento domestico. Secondo la Bce,  una financial transaction tax non era praticabile. Da qui l’idea del prelievo forzoso sui conti correnti, condizione vincolante per il bail out deciso dall’Eurogruppo.
All’inizio il neopresidente cipriota Nikos Anastasiades era fermamente contrario, ma a fargli cambiare idea sarebbe stato il negoziatore per conto della Bce, il tedesco Jörg Asmussen, il quale avrebbe rimarcato che senza gli aiuti internazionali la Laiki Bank, la seconda banca del Paese, sarebbe andata in bancarotta. Trascinando nel baratro altri istituti di credito. A quel punto, il presidente ha dovuto cedere.
Per rendere operativo il piano di aiuti si è così deciso di introdurre una tassa, chiamata one-off stability levy, che nella sua prima formulazione prevedeva due aliquote di prelievo: 6,75% per i depositi fino a 100.000 euro, 9,9% oltre questa soglia. Secondo i calcoli di Barclays, i depositi oltre i 100.000 euro rappresentano il 54% del totale: 36,917 miliardi di euro su 68,363 miliardi complessivi.
L’obiettivo richiesto dalla troika è quello di raccogliere circa 5,8 miliardi di euro. Secondo la banca britannica, tassando tutti i depositi sotto i 100.000 euro si otterrebbero 2,123 miliardi di euro, il 37% di quanto occorre. I conti correnti con depositi tra i 100.000 e 500.000 euro frutterebbero circa 810 milioni di euro, ossia il 14%. Tassando invece solo i depositi oltre i 500.000 euro (al 9,9%) si otterrebbero circa 2,8 miliardi, il 49% del totale.
Decisione, quella del prelievo forzoso, che non poteva non scatenare divisioni politiche e rabbia sociale. Fino alla clamorosa decisione di martedì 19 marzo, quando il Parlamento ha bocciato la misura perché “troppo iniqua”, in mancanza di un’esenzione sui piccoli risparmiatori.

Grande rifiuto di Cipro, o grande errore di Bruxelles?

La Germania (azionista di maggioranza della) vuole evitare la creazione di “precedenti”: che in Europa cioè siano i Paesi in surplus ad accollarsi l’onere di salvare quelli in deficit per garantire la stabilità dell’euro. Così pretende sacrifici. L’elezione di Anastasiades alla presidenza dell’isola avrebbe dovuto agevolare l’adozione e l’implementazione delle misure richieste dalla troika. Invece sono sorte non poche complicazioni.
Innanzitutto, Cipro rappresenta un caso diverso rispetto alla Grecia e agli altri PIIGS. Secondo Giorgio Arfaras su Limes:

Cipro, a differenza di altri paesi europei salvati dall’intervento della troika Fmi-Bce-Commissione Europea, ha dei tratti che la rendono poco “simpatica”. L’isola è un paradiso fiscale: alle imprese si chiede, infatti, un’imposta sui profitti del 10% (in Italia e Germania l’imposta Irpeg è del 30%) e, in aggiunta, non si fanno troppe domande sull’origine dei denari che arrivano copiosi, soprattutto dalla Russia. Secondo l’intelligence tedesca questi ammontano a circa 26 miliardi, ossia a quasi il doppio del pil cipriota. Una parte dei depositi è quindi di non ciprioti – per quanto forniti di residenza, che si ottiene solo portando del denaro “nell’isola di Afrodite”.

Inoltre, il prelievo sui conti è una mossa controproducente. Se un governo si arroga il diritto di mettere le mani nei conti correnti dei risparmiatori, a soffrirne non sono solo tali i risparmi, ma il rapporto di fiducia tra cittadini e autorità. Il timore di un bank-run, a giudicare dalle code agli sportelli per ritirare i propri contanti custoditi nei bancomat, si è rivelato reale.
Come spiega Fabrizio Goria su Linkiesta:

In altre parole, Ue e Cipro hanno congelato parte dei conti correnti dei ciprioti e di tutti gli stranieri che hanno depositi sull’isola. Ed è proprio su questo punto che rischia di crollare tutto il sistema di fiducia su cui si basa l’eurozona. Dal momento che viene meno la libera circolazione dei capitali, disciplinata dagli articoli 56 e 60 del Trattato CE, viene meno uno dei pilastri fondamentali dell’Ue stessa.

L’introduzione di misure per la limitazione alla circolazione del capitale, unito a un prelievo forzoso, rischia di fare molto più male che l’inconcludenza della politica europea per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non solo. Paradossalmente, rischia di fare più male dell’austerity e dei suoi effetti. Quando si era salvata la Grecia si disse che era un caso «unico». Si è visto che i bailout non si sono fermati. Anche quando la Grecia ha effettuato la prima ristrutturazione del debito sovrano nella storia della zona euro si disse che era una situazione «unica». Poi arrivò il default selettivo e il piano di buyback del debito.

Gustavo Piga, ordinario di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, spiega la portata dell’”incredibile errore economico e politico dei governanti europei con Cipro”:

Per ottenere 6 miliardi di euro dai depositanti ciprioti, tassa altamente regressiva (perché i cittadini più ricchi non detengono che una quota molto bassa della loro ricchezza in depositi bancari e perché tipicamente i più ricchi queste cose le vengono a sapere prima, in tempo per scappare) e altamente ingiusta (perché basata su contingenze del quotidiano e non di una effettiva e certa capacità di contribuire di colui che subisce l’imposta), l’Europa è riuscita nell’incredibile performance tafazziana di contemporaneamente:
a) perdere il supporto di una larga parte della popolazione cipriota sul progetto europeo;
b) aumentare la paura dei risparmiatori mondiali sugli investimenti nell’area euro, con tutti i connessi impatti sui rendimenti richiesti sulle attività in euro e sulla (accresciuta) probabilità di un effetto contagio sui depositi delle banche degli altri Paesi euro in caso di future notizie macroeconomiche negative appunto in quel Paese.

Al momento, Cipro è virtualmente fuori dall’Eurozona. Solo virtualmente, poiché l’articolo 50 del Trattato di Lisbona disciplina solo l’uscita dall’Unione Europea e non anche dall’Eurozona. secondo l’attuale legislazione, dunque, Nicosia non  può uscire dall’euro. Ma senza il piano di salvataggio da parte della troika, il suo sistema bancario rischia di implodere. A certificarlo è stato l’ennesimo downgrade da parte di Standard & Poor’s, che a portato il merito dell’isola da CCC+ a CCC, con outlook negativo. Ora un solo gradino (CCC-) separa l’isola dalla D di default.

Nicosia – Mosca, relazioni pericolose

Nello stesso giorno del gran rifiuto del Parlamento di Nicosia, il ministro delle Finanze Michalis Sarris è volato a Mosca con il ministro per l’Energia al fine di discutere della crisi del Paese con le autorità russe. In serata, Sarris ha poi rassegnato le dimissioni. Il motivo? Uno litigio telefonico fra il Sarris e Anastasiades, in cui il presidente avrebbe accusato il suo ministro di aver lasciato che la troika imponesse l’odioso prelievo dai conti correnti. Dimissioni infine rientrate, a riprova del caos che regna a Nicosia in questi giorni.

Il fatto che Cipro, membro della UE e dell’Eurozona, sia andata a negoziare con la Russia, è un vero smacco per Bruxelles. Ma neppure Nicosia è così entusiasta all’idea di chiedere aiuto a Mosca.
Nei giorni in cui la troika imponeva ai ciprioti il suo aut aut, il gigante energetico russo Gazprom, offriva la propria disponibilità al salvataggio dell’isola in cambio dei diritti di esplorazione dei depositi di gas naturale a largo del Paese. Cipro ha respinto l’offerta, scegliendo di proseguire i negoziati con la troika.
Il governo di Cipro non vuole rinunciare alle sue riserve di oro blu, il cui valore stimato ammonterebbe a circa 300 miliardi di euro (20 volte gli aiuti necessari a salvarla). Per giunta, sta cercando di utilizzare tali riserve per scoraggiare il bank-run, offrendo ai risparmiatori di compensare i prelievi sui depositi con titoli legati alla redditività dei giacimenti.
Anche qui però ci sono degli intoppi. Lo sviluppo dei giacimenti richiederà almeno sette anni. Dunque il governo cipriota non ne incasserebbe gli introiti prima del 2020. Questo secondo le ipotesi più ottimistiche, perché le rivendicazioni avanzate dalla Turchia e da Israele ritarderanno verosimilmente l’inizio delle estrazioni almeno di qualche anno.

In realtà il gas di Cipro rappresenta una questione più strategica che economica. L’obiettivo di Mosca non è estrarre il gas, ma che non siano gli europei a sfruttarlo, rompendo così il monopolio delle forniture russe. Ancora Giorgio Arfaras:

per la Russia, che dipende almeno per il 70% del suo bilancio statale dai proventi di gas e petrolio, i giacimenti individuati al largo di Cipro e Israele, come pure nel mare greco, sono una minaccia: il primo mercato di future estrazioni sarebbe ovviamente l’Europa, in diretta concorrenza con le forniture russe. Così non stupisce che Gazprom voglia partecipare ai progetti estrattivi ciprioti e stia cercando scorciatoie.
Stupirebbe di più, fanno notare gli analisti, se una volta ottenute le licenze, la compagnia russa le sfruttasse appieno. Le esportazioni dai giacimenti in territorio russo garantiscono infatti il 100% dei profitti, il triplo di quanto può mettere in conto per l’export realizzato fuori dai propri confini nazionali.
Insomma, davanti all’offerta di un “salvataggio alternativo” da parte di Gazprom, Cipro continua a pensare che i russi abbiano solo interesse a entrare nei progetti, ma non a svilupparli completamente.

La crisi di Cipro nasce dalla sua natura di paradiso fiscale, in cui gli oligarchi russi (e non solo loro) depositavano i loro soldi senza dare troppe spiegazioni. Ma è stata la miopia politica dell’Europa a trasformare Nicosia da ridente isola del Mediterraneo a bomba ad orologeria in seno all’area euro.

Lo strano caso del commissario Dalli e il potere del lobbying all’interno della UE

Era un tranquillo pomeriggio d’autunno quando il 16 ottobre, a Bruxelles, il Commissario europeo per la Salute e la tutela dei consumatori, il maltese John Dalli, ha annunciato le sue immediate dimissioni. In genere le dimissioni di un alto funzionario della UE sono un fatto inconsueto; in questo caso sono state addirittura un fulmine e ciel sereno, senza essere accompagnate da una formale motivazione.
Gli sviluppi dei giorni seguenti hanno tratteggiato uno scenario di intrighi e corruzione, fino a profilarsi come un vero e proprio complotto che sta mettendo in imbarazzo l’Unione Europea e in particolare il presidente della Commissione José Manuel Barroso.

La sintesi della vicnda è offerta da questo articolo de La Tribune, tradotto da Presseurop:

Si tratta di uno scenario alla John Le Carré, che potrebbe essere fonte di molti imbarazzi per il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Un caso legato a questioni di lobby, “big money” e spie.
Secondo un’inchiesta dell’Olaf (l’organo antifrode europeo), un certo Silvio Zammit, uomo d’affari maltese, avrebbe proposto alla Swedish Match, un produttore di sigari e tabacco da masticare svedese, di modificare un progetto di direttiva sul tabacco in cambio di una tangente da 60 milioni di euro. Il rapporto dell’Olaf è stato trasmesso a José Manuel Barroso il 15 ottobre. Il 16 la Commissione europea ha annunciato con un comunicato che il commissario John Dalli, incaricato della legislazione sul tabacco, “aveva presentato le sue dimissioni” in seguito a questa inchiesta. Il 17 la Commissione europea ha aperto la sua sala stampa – evento rarissimo – al direttore generale dell’Olaf, Giovanni Kessler, che ha fornito ai corrispondenti europei i dettagli di questa inchiesta.
La conseguenza immediata di queste dimissioni è stata la sospensione sine die dell’adozione del progetto di direttiva sui prodotti del tabacco da parte della Commissione europea per la mancanza di un commissario europeo in grado di assumersene “la responsabilità politica”. Di fatto il 22 ottobre il testo doveva entrare nella fase finale in vista di un’adozione nelle settimane successive.
Subito le organizzazioni europee di lotta contro il tabacco hanno tirato il segnale di allarme. La SmokeFree Partneership (Sfp), una lobby anti-tabacco, vede nelle dimissioni del commissario “un evento molto inopportuno”, secondo la sua direttrice Florence Berteletti Kemp. Da più di un anno l’uscita della direttiva è stato rinviata di mese in mese, e gli attivisti anti-tabacco vedono ridursi sempre di più le possibilità che la procedura arrivi a termine in questa legislatura che finisce nel 2014. Infatti dopo l’adozione del progetto da parte del collegio dei commissari, prima di arrivare al voto finale rimane da compiere un lungo processo legislativo presso il consiglio dei ministri e al parlamento europeo.
Tuttavia il 18 ottobre un’altra sgradevole sorpresa attendeva i collaboratori dell’Sfp al loro arrivo al 49-51 rue de Trêves, nel centro del quartiere europeo: i loro uffici erano stati visitati durante la notte. Diversi computer sono stati rubati e gli archivi rovistati.
Sulla ventina di organizzazioni presenti nell’edificio, solo tre uffici sono state visitati: quelli dell’Sfp, quelli dell’European Public Health Association e quelli dell’European Respiratory Society. Tre ong in guerra aperta contro le multinazionali del tabacco, che accusano di “bloccare, di correggere e di rinviare” la nuova legislazione, per riprendere il titolo di un rapporto di un centinaio di pagine sul lobbying dell’industria del tabacco commissionato dall’Sfp insieme a diverse organizzazioni di lotta contro i tumori.
Secondo i primi elementi dell’inchiesta i ladri sarebbero riusciti a disattivare il sistema di sorveglianza. Sarebbero entrati nell’edificio di otto piani dal tetto, scendendo lungo la facciata ed entrando dai balconi, per poi uscire dall’entrata con almeno una decina di computer portatili sotto  braccio.
Dopo questo furto lo scandalo politico sta diventando sempre più grande. Dopo l’annuncio delle sue dimissioni, l’ex commissario Dalli ha fatto capire di esservi stato costretto. “La porta era aperta e dovevo uscire, con le buone o con le cattive”, ha raccontato sul sito euractiv.com. Per la Commissione queste dimissioni “sono state presentate” da Dalli al presidente Barroso “davanti a testimoni”.
Nel corso dei mesi scorsi il progetto di direttiva è stato bloccato diverse volte, in particolare su richiesta del servizio giuridico e della segretaria generale della Commissione, provocando la rabbia di diversi paesi, in particolare dell’Irlanda che è tradizionalmente all’avanguardia nella lotta contro il tabacco.

Per quella direttiva che stava preparando, Dalli era profondamente inviso alle lobby del tabacco. Linkiesta aggiunge:

Dalli, che respinge seccamente le accuse, sostiene inoltre che «tuttora non ho accesso al rapporto Olaf e dunque non ho avuto modo di ribattere». Accuse ribadite ieri in conferenza stampa. «Chiedete all’Olaf – ammicca – se le procedure sono state corrette». Poche ore dopo giungeva la notizia delle dimissioni del responsabile dell’Advisory Board dell’Olaf, l’olandese Christiaan Timmermann. Ufficialmente, è un cambio della guardia di routine, secondo voci non confermate il funzionario non avrebbe informato a dovere i membri del board Olaf sulle accuse rivolte a Dalli prima di inviarle alle autorità giudiziarie maltesi.
Il 21 ottobre, intanto, Barroso aveva a sua volta reso pubblica una lettera a Dalli. «Vorrei informarla – scrive gelido – che non sono in grado di accettare le affermazioni contenute nella sua lettera. Nel nostro incontro del 16 ottobre, Lei stesso mi ha dichiarato in modo inequivocabile le sue dimissioni, di fronte al direttore generale dei servizi legali e del capo del mio ufficio privato». E’ scontro aperto. Dalli comincia a dire in varie interviste che, con le sue dimissioni, la direttiva sul Tabacco «è morta». La Commissione spiega che, con il cambio della guardia (al posto di Dalli arriva l’attuale ministro degli Esteri maltese Tonio Borg) ci vorrà più tempo, nega però che la direttiva sia arenata. Ieri, intanto, Dalli ha fatto sapere che denuncerà Barroso.
Il giallo si complica con le dichiarazioni di Patrik Hildigsson, presidente del Consiglio Europeo per il tabacco senza fumo (Estoc) e vicepresidente di Swedish Match. Al sito internet Europolitics afferma di aver saputo che in incontro con un avvocato maltese e il segretario generale di Estoc, Inge Delfoss il 7 marzo, Dalli avrebbe detto che togliere il bando dello snus sarebbe per lui un «suicidio politico». Il commissario sarebbe poi uscito, mentre sarebbe subentrato il famoso imprenditore maltese. La sua interpretazione: «un suicidio politico non si fa in cambio di niente», dunque, è la traduzione di Hildigsson, bisognava pagare.
Una brutta storia, appunto, ancora tutta da chiarire. Possibile che Dalli – che faceva il duro con la lobby del tabacco – fosse pronto a vendersi per l’oscuro snus? Non sono in pochi i maligni a pensare che dietro la curiosa vicenda possa esserci il più classico dei trappoloni: uno scandalo per togliere di mezzo il commissario scomodo. Se davvero fosse così – starà ai magistrati chiarirlo – Dalli, quanto meno con la sua disaccortezza, ha certamente dato una mano. Non si può neanche dire, però, che Barroso abbia brillato per trasparenza. Un’ombra scura resterà, almeno per un bel po’.

Un appunto sulle dimissioni di Timmermans. Il 24 ottobre un altro fatto il procuratore generale di Malta ha trasmesso le sue raccomandazioni alla polizia maltese affinché apra un’indagine separata. Timmermans ha lasciato l’incarico nella stessa giornata, secondo la Frankfurter Allgemeine Zeitung in segno di protesta contro il fatto che l’Olaf ha trasmesso le informazioni su Dalli alla giustizia maltese senza informarne il comitato. 

Altra coincidenza, la vicenda Dalli esplodeva proprio nei giorni del 33° congresso Unitab (Unione dei produttori di tabacco), svoltosi a Budapest, in cui l’intera categoria ha ribadito la propria contrarietà alla direttiva Dalli facendosi scudo – come sempre in questi casi – dell‘importanza del settore come volano per l’occupazione.

Ps: Per la cronaca, il governo maltese ha già nominato il vice primo ministro Tonio Borg come nuovo Commissario alla Salute in sostituzione di Dalli. Tale nomina dovrà essere ratificata dal Parlamento europeo nel mese di novembre, e non si tratta di una semplice formalità, dato che Borg non gode di una buona fama per via delle sue posizioni troppo conservatrici, in particolare contro l’aborto e l’omosessualità. Già nel 2004, il Parlamento si era rifiutato di confermare la nomina di Rocco Buttiglione più o meno per lo stesso motivo.

La Cina produce l’85% delle merci sequestrate in Europa

di Luca Troiano

Il valore delle merci contraffatte intercettate in Europa ammonta ad un miliardo di euro, l’85% del quale proviene dalla Cina. Nel 2009 era il 64%.
A renderlo noto è la Commissione Europea.
La Cina è di gran lunga il maggior esportatore di beni taroccati in un elenco che comprende anche l’India (da cui provengono soprattutto farmaci contraffatti), Hong Kong (schede di memoria) e Thailandia (beni di lusso). Anche la Turchia è nella lista.
Il totale di prodotti fisici sequestrati ammonta a oltre 103 milioni di unità, comunque in calo rispetto ai 117 milioni nel 2009 e 178 milioni nel 2008.
Le sigarette rappresentavano il 34% degli articoli fermati alla dogana, seguiti da prodotti per la casa (14,5%), forniture per ufficio (9%), altri derivati del tabacco (8%), abbigliamento e giocattoli (7%).

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