OT: Gabriel García Márquez, il vento della libertà

Se volete farvi un’idea della grandezza di Gabriel García Márquez guardate questa foto. Avrete riconosciuto l’uomo al fianco dello scrittore: Bill Clinton, ex Presidente degli Stati Uniti d’America. L’occasione era un incontro alla Casa Bianca nel 1995.

Quando muore un grande narratore, ci si sente inadeguati a ripercorrere al posto suo la sua vita e le sue opere; l’unico modo sarebbe avventurarsi tra le pagine che sono uscite dalla sua penna. Questa è cultura. Peccato che la stragrande maggioranza degli utenti web che in queste ore sta inondando Facebook con i suoi aforismi, ci scommetto, non abbia letto neppure uno dei suoi capolavori. E questa è moda.

Affiderò il mio ricordo a questa foto, a suo modo storica.

La vocazione di Márquez era raccontare storie, ed è stato in quelle storie che un intero continente ha imparato a trovare la reale coscienza della propria identità. Perché lui non è stato solo un grande scrittore: è stato prima di tutto un osservatore della realtà, uno che la sua notorietà la ha sempre usata anche quale megafono per un un impegno in nome della libertà e giustizia, valori spesso dimenticati dalle dittature sudamericane, in un’epoca come gli anni Sessanta e Settanta, nella quale era impossibile essere scrittori in America Latina senza impregnarsi di politica e ideologia.

Sono fondamentalmente uno scrittore, un giornalista, non un politico“, rispondeva a chi gli chiedeva ragione del suo impegno politico. Ma tanto bastò per renderlo inviso a chi – gli Stati Uniti – sul fuoco del caos politico latino americano soffiava costantemente. Per vent’anni fu nel mirino della Cia, censurato dalle librerie americane, bandito dagli USA in quanto persona non gradita. Continua a leggere

L’ONU apre un’indagine sui droni, ma intanto i raid continuano

Sono la principale innovazione bellica degli anni Duemila: i droni, gli aerei senza pilota (in inglese UAV: Unmanned Aerial Vehicles). Da anni sono lo strumento principale attraverso cui gli Stati Uniti affrontano la global war on terror. Afpak, ma anche Iraq, Somalia, Yemen e ultimamente Messico sono i principali scenari del loro utilizzo.
Se si escludono alcuni sporadici raid dei primi anni, la vera e propria “guerra dei droni” ha avuto inizio nell’agosto del 2008, quando Bush autorizzò l’intensificazione degli attacchi (trenta in pochi mesi) nelle province di confine tra Afghanistan e Pakistan. Ma è stato Obama a farne un uso massivo e continuo, estendendone l’impiego negli altri continenti.
Un anno fa notavo le operazioni segrete sul campo e i droni dall’alto, sotto la regia di CIA e Pentagono, giocheranno un ruolo sempre più importante nelle operazioni antiterrorismo. Prova ne è la nomina, a capo della CIA, di quel John Brennan che era stato consigliere per l’antiterrorismo della Casa Bianca e che ha contribuito a pianificare (attraverso la cosiddetta Kill list) l’eliminazione fisica dei terroristi più pericolosi proprio per mezzo dei droni.

Ora, è di qualche giorno fa la notizia che l’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani ha aperto un’inchiesta – su domanda di diversi Paesi – per accertare i danni delle scorribande dei droni tra le popolazione civili nelle aree in cui sono impiegati, per chiarire se la loro azione non si possa configurare come un crimine di guerra.
L’ONU intende studiare 25 casiin cui sarebbero morti almeno 500 civili in operazioni in Yemen, nelle aree tribali del Pakistan, in Somalia, Afghanistan e Gaza. In realtà i numeri sembrano molto più alti.
Il Post:

Gli obiettivi più immediati dello studio riguarderanno 25 attacchi di droni avvenuti negli ultimi anni in Pakistan, Afghanistan, Somalia e nei territori palestinesi. A chi gli ha chiesto se la commissione si sarebbe dedicata in via preferenziale agli Stati Uniti, Emmerson ha risposto “assolutamente no”. Attualmente 51 paesi del mondo sono in possesso di tecnologia per sviluppare droni, ma il leader, in un mercato che è previsto raggiunga i 50 miliardi di euro di giro d’affari nel 2022, sono proprio gli Stati Uniti.
La decisione di aprire un’indagine sull’uso di droni ha incontrato il favore di molti oppositori delle politiche dell’amministrazione Obama. Hina Shamsi, direttrice del National Security Project all’American Civil Liberties Union, ha dichiarato: “Accogliamo quest’indagine nella speranza che la pressione internazionale possa riportare gli Stati Uniti in linea coi dettami della legge internazionale, che limitano severamente il ricorso alla forza letale”. La commissione investigativa, infatti, probabilmente si occuperà da vicino delle decisioni della Casa Bianca: negli ultimi anni l’amministrazione Obama ha reso l’utilizzo di droni per esecuzioni mirate un perno della sua politica estera, tanto che nel solo Pakistan – ha calcolato il Bureau of Investigative Journalism – i raid della CIA avrebbero ucciso poco meno di 3.500 persone, di cui quasi 900 civili. Secondo i dati diffusi da un think tank liberal, New American Foundation, il numero delle uccisioni mediante droni dell’amministrazione Obama è più di quattro volte quello dell’amministrazione Bush.

Per un quadro completo sul dossier droni si veda questa lunga analisi (di aprile, ma tuttora incardinata nell’attualità) su Michael Hastings sulla rivista Rolling Stones, tradotta qui. Eccone alcuni significativi passaggi:

L’utilizzo dei droni sta rapidamente trasformando il nostro modo di condurre la guerra. Sul campo di battaglia un capo plotone può ricevere dati in tempo reale da un drone che gli permettono di avere una visione della zona per miglia in tutte le direzioni, aumentando le capacità d’azione di quella che normalmente sarebbe stata un’unità piccola e isolata. “È un’informazione sul campo resa democratica,” dice Daniel Goure, un esperto di sicurezza nazionale che ha lavorato al Ministero della Difesa durante entrambe le amministrazioni Bush. “È l’equivalente di Twitter nel campo della ricognizione.” I droni hanno anche cambiato il volto della CIA, trasformando un’agenzia civile di raccolta di informazioni in un’organizzazione paramilitare a tutti gli effetti – un’organizzazione che colleziona lo stesso numero di scalpi di qualsiasi altro corpo dell’esercito.

“I droni sono diventati l’arma antiterrorismo di elezione per l’amministrazione Obama,” dice Rosa Brooks, una docente di Legge di Georgetown che ha collaborato all’istituzione di un nuovo ufficio del Pentagono dedicato alle politiche legali e umanitarie. “Quello che credo non si sia fatto abbastanza è fare un bel passo indietro e domandarsi: ‘Non staremo creando più terroristi di quanti ne uccidiamo? Non staremo promuovendo militarismo ed estremismo, proprio nei luoghi dove li stiamo attaccando?’ Molto di quel che riguarda le azioni coi droni è avvolto nella segretezza. È molto difficile valutare dall’esterno quanto siano davvero pericolose le persone prese di mira.”

Il basso costo e l’efficacia letale dei droni – la morte per telecomando – ne hanno fatto uno strumento imprescindibile per le maggiori potenze militari, così come per qualunque dittatore da operetta. Il mercato globale per i velivoli senza pilota è oggi di 6 miliardi di dollari all’anno, con più di 50 paesi a fare da acquirenti.

Sia il Pentagono sia la CIA amano vantarsi delle azioni teleguidate che hanno eliminato nemici combattenti nel corso della Guerra al Terrorismo.

Ma per ogni obbiettivo di “alto valore” ucciso dai droni, c’è un civile o un’altra vittima innocente che ne paga il prezzo. Il primo grande successo ottenuto dai droni – l’attacco del 2002 che eliminò il leader di AL Qaeda nello Yemen – comportò anche la morte di cittadini statunitensi.

In effetti, entrando in carica Obama ha ereditato due distinti programmi per l’uso dei droni – e dopo le insistenze del Vice Presidente Joe Biden, che ha premuto parecchio per una maggior attenzione alle tattiche antiterroristiche, li ha ampliati entrambi radicalmente. Il primo programma, che rientra nel campo d’azione del Pentagono, si concentra soprattutto sulla ricognizione e sugli attacchi aerei che proteggono le truppe sul terreno. “Il successo più grande dei droni è quello di mantenere vivi i soldati americani,” dice Goure. Il programma del Pentagono, che si sviluppa più o meno in maniera non riservata, è localizzato in più di una dozzina di centri in tutto il mondo, dal Nevada all’Iraq. In un ampio hangar della base aerea di Al Udeid (nel Qatar), tre avvocati militari coprono a turno le ventiquattr’ore, pronti a sottoscrivere le autorizzazioni alle missioni dei droni.

Il programma droni della CIA, al contrario, è stato sviluppato in segreto. Gli avvocati dell’agenzia devono controfirmare gli attacchi, ma la procedura rimane classificata, e la supervisione è assai meno restrittiva di quella attuata in campo militare. A rendere le cose ancora più torbide, la CIA effettua i suoi attacchi coi droni in zone dove ufficialmente gli USA non sono in guerra, inclusi Yemen, Somalia e Pakistan. “Se ci si trova in Afghanistan sarà l’aviazione a decidere l’attacco,” dice un ex funzionario della CIA addentro al programma droni. “Se invece ci si trova in pieno territorio pachistano, la faccenda viene affidata alla CIA.”

Gli attacchi senza equipaggio contro obbiettivi di alto profilo – chiamati “personality strike” – di solito necessitano dell’approvazione di un avvocato come Rizzo, del capo della CIA e qualche volta del Presidente in persona.

Ma per paesi come il Pakistan ciò che l’America considera un attacco legittimo contro dei terroristi è da considerarsi poco meno che la versione militarizzata di un omicidio.

Per Obama – un uomo noto per meticolosità e moderazione – i droni rappresentano un sistema maggiormente mirato di condurre operazioni belliche; un sistema con la potenzialità di eliminare i colpevoli di terrorismo e di limitare le vittime statunitensi. “Il numero di personale USA a rischio è minore,” dice Brooks, il docente di legge che ha consigliato il Pentagono. “La tecnologia rende logiche le scelte che riducano i costi dell’uso di forza letale.”

Nel corso dell’anno passato, tuttavia, il crescente affidamento prestato dal presidente ai droni ha provocato sempre più dissidi all’interno dell’amministrazione.

Alla Casa Bianca questa crisi ha scatenato una piccola baruffa tra gli addetti alla sicurezza nazionale del presidente e la CIA.

Resta incerto quale sia il ruolo svolto dalla Casa Bianca nella scelta dei nomi che finiscono sulla lista dei bersagli. Alcuni funzionari hanno parlato di una commissione segreta all’interno del Consiglio di Sicurezza Nazionale [NSC] che terrebbe una lista dei bersagli da eliminare o catturare. La commissione, di cui nessun documento ufficiale autorizza l’esistenza, si dice coinvolga uno dei massimi consulenti antiterrorismo, John Brennan, che è stato uno dei più accaniti difensori della decisione dell’amministrazione Bush di torturare i prigionieri di Guantanamo. Altri funzionari che hanno familiarità con la procedura di selezione dei bersagli affermano che l’idea di una commissione segreta sia una vera esagerazione. L’NSC, insistono, nella maggior parte degli attacchi di droni non è affatto coinvolto, certo non su base quotidiana – specialmente riguardo i “signature strike” effettuati dalla CIA. Questo vuol dire che la CIA possiede ancora una notevole autonomia nel programmare la propria lista di uccisioni, con una supervisione limitata da parte della Casa Bianca. Così la mette un ex funzionario della CIA: “L’NSC decide quando il presidente debba essere coinvolto – e quali impronte digitali lasciare, sempre che se ne lascino.”

I droni offrono al governo un’arma precisa e avanzata per la sua guerra al terrorismo – eppure molti di coloro che vengono uccisi dai droni sembra che terroristi non lo siano affatto. Infatti, secondo uno studio dettagliato sulle vittime dei droni redatto dal Bureau for Investigative Journalism, almeno 174 tra coloro che sono stati eliminati da droni avevano un’età inferiore ai 18 anni – in altre parole, erano bambini. Altre stime di gruppi per i diritti civili, che includono gli adulti che verosimilmente erano semplici civili, alzano la cifra delle vittime innocenti a più di 800. I funzionari statunitensi rigettano simili cifre – “cazzate” mi ha detto un funzionario dell’amministrazione. Brennan, uno dei principali consiglieri di Obama sul terrorismo, lo scorso giugno insisteva assurdamente che non c’è stato “un solo civile” ucciso dai droni durante l’anno precedente.

Obama ha vinto, ma le sfide iniziano adesso

Sono le prime ore di mercoledì 7 novembre. Al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha appena finito di pronunciare il discorso della vittoria. Nel backstage, il presidente riceve l’abbraccio di Family and Friends, il gruppo di parenti e amici di una vita che è sempre intorno a lui nelle grandi occasioni della sua carriera. Tra i presenti, si staglia l’enorme figura di Allison Davis, l’avvocato dei diritti civili che molti anni fa accolse nella sua Law Firm il giovane Obama, fresco di laurea a Harvard. Il presidente lo indica agli altri: «Questo è l’uomo che mi ha assunto». Poi si abbracciano. «You made it», ce l’hai fatta, dice Davis. Obama lo guarda negli occhi, gli prende la mano stringendola forte e ribatte: «Allison, I don’t lose», io non perdo. Fa una pausa, poi ripete: «I don’t lose». Barack Obama è molto competitivo.
Paolo Valentino, «Io non perdo» Così Barack ai suoi amici, Corriere della Sera, 09/11/2012

Obama ce l’ha fatta. Sondaggisti e statistici (quelli seri, almeno), lo avevano previsto, ma lo psicodramma della rielezione (ce la farà? Non ce la farà?), su cui gli analisti di tutto il mondo si sono scervellati per due anni – dalla débacle delle elezioni di midterm del 2010 -, ha avuto il lieto fine solo nella notte di martedì 6 novembre. E’ il verdetto che esce da una tra le più drammatiche e combattute elezioni della storia recente degli Stati Uniti, in cui non sono mancate le accuse di frode e le minacce di strascichi giudiziari.
Il voto popolare mostra però un’America divisa esattamente in due: donne, giovani, afroamericani, ispanici sono tornati a votare il presidente democratico come quattro anni fa, ma rispetto ad allora la coalizione di gruppi che ne avevano decretato il trionfo ha perso molti pezzi. Tradotto in termini di voti, se il Senato resta sotto il controllo dei democratici, la Camera vede un rafforzamento della maggioranza dei repubblicani. Il che lascia a molti il dubbio se queste elezioni le abbia davvero vinte Obama o piuttosto le abbia perse Romney. E’ dunque probabile che i prossimi mesi presenteranno lo stesso panorama di divisioni e lotte che ha segnato questa campagna.
Una somma delle opinioni a caldo sulla conferma di Obama si trova su Internazionale Presseurop. Facciamo però un passo indietro e proviamo ad indagare sulle radici di questo risultato.

Di fatto, Obama resta alla guida di due nazioni ben distinte: l’America rurale bianca, profondamente conservatrice se non reazionaria, e quella urbana e cosmopolita che si è schierata con il presidente uscente. Che non è più lo stesso di quattro anni fa: nel 2008 Obama seppe comunque conquistare il cuore e la mente di tanti americani con il suo messaggio di cambiamento e di speranza, la bravura della sua squadra elettorale, le sue capacità oratorie, la sua immagine bella e vincente. Quattro anni dopo ha vinto un altro Obama: un presidente prudente e centrista, che ha dovuto gestire la peggiore crisi dal ’29 e che anche per questo, con la sola eccezione importante della riforma sanitaria, a dispetto delle attese non è stato artefice di nessuna rivoluzione.

Limes traccia un’anatomia della vittoria di Obama: il presidente ha vinto con un margine di voti minore rispetto a quattro anni fa, ma ha prevalso in tutti i battleground States: Colorado, Iowa, New Hampshire, Virginia, Wisconsin, Ohio e Massachussets – di cui Romney era stato governatore. Tuttavia il risultato non giustifica trionfalismi: al di là delle divisioni nel Congresso – preludio di un nuovo muro contro muro coi repubblicani a due mesi dalfiscal cliff -, la spaccatura è anche socioeconomica: avendo votato per Obama soprattutto i poveri e le minoranze, mentre Romney è stato preferito dalle fasce di reddito più alte e l’elettorato bianco. In generale, la chiave del successo di Obama sta nell’aver rimodulato il suo messaggio politico rispetto al trionfo del 2008: se la prima campagna faceva appello soprattutto alle emozioni, questa ha puntato in primo luogo sulle ragioni. E ha fatto centro.

Il risultato di queste elezioni era probabilmente inscritto nella mappa demografica del Paese: i repubblicani hanno ancora una volta fatto presa sugli uomo bianchi eterosessuali (il gruppo demografico che ha governato il paese dall’inizio); ma dall’altra parte, la maggiore partecipazione di nuovi gruppi etnici (ispanici) e sociali (gay, donne), insieme a giovani e afroamericani, prefigura la potenzialità di una maggioranza democratica stabile, una volta che essa sia sollecitata da opportune politiche e messaggi che vertono sui temi sociali. Non è infatti un mistero che Obama abbia riconquistato la Casa Bianca in virtù dell’attenzione mostrata per i diritti civili. Nello stesso tempo, con l’affermarsi di un movimento “da sinistra”  al suo interno, il Partito Democratico non è più il partito della mediazione, come era stato fin dai tempi di Lyndon Johnson.
Si segnalano comunque episodi di razzismo dopo la rielezione, a testimonianza del pericolo di polarizzazione nel mutato tessuto sociale americano.

Conclusa la sbornia elettorale, è già tempo di rimettersi al lavoro. E Obama ne ha molto. Foreign Policy individua i 14 temi principali che il rieletto presidente dovrà affrontare nel suo secondo mandato: dai cambiamenti climatici alla Cina, dal nucleare all’Africa, il settimanale ha sentito l’opinione di alcuni esperti.
In primo luogo ci sono i conti pubblici: il fiscal cliff vale 600 miliardi di dollari, fatti di aumenti fiscali e taglio di agevolazioni che scatteraanno automaticamente il 1 gennaio 2013 senza un accordo bipartisan; un termine che potrebbe far naufragare i suoi sforzi per risollevare l’economia e contenere un debito pubblico da 16.235 miliardi di dollari. Sempre spinoso il nodo del lavoro: Obama è il primo presidente Usa rieletto con un tasso di disoccupazione quasi all’8%.
In politica estera, il primo banco di prova è il Medio Oriente. Dove la crisi siriana, le trattative (segrete?) sul nucleare iraniano e i rapporti sempre più tesi con Israele (Netanyahu tifava per Romney) dipingono un quadro sempre più ingarbugliato per il presidente. Neppure la Cina non è contenta: la conferma di Obama significa stabilità, ma come ha sintetizzato il China daily «ha avanzato più critiche contro la Cina Obama in quattro anni che George W. Bush in due mandati».
C’è poi il tema dell’ambiente, trascurato da entrambi i candidati in campagna elettorale (nonostante i disastri del 2011 e la siccità dei mesi scorsi) ma tornato prepotentemente di scena dopo il devastante passaggio dell’uragano Sandy, che qualcuno considera la prova tangibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sullo sfondo c’è sempre lo scenario di una guerra permanente contro il terrorismo, che nel Nord del Mali potrebbe vedere il suo prossimo palcoscenico.

Se dunque il meglio per l’America deve ancora venire, dall’altra parte le sfide che attendono il presidente sono tante e complicate. Buona fortuna, Barack. Ne avrai davvero bisogno.

Obama vs Romney, alcuni spunti di riflessione

E’ una noia dover parlare del secondo dibattito tra Obama e Romney ma a meno di venti giorni dal voto certi eventi non possono essere ignorati.
Per una sintesi del confronto in dieci punti si veda qui. Dicono tutti che l’ha spuntata Obama, ma non è questo che conta. Gli spunti di riflessione sono altri.

Primo. I due candidati si sono avvicendati in un botta e risposta mirante non tanto a delineare le strategie future, quanto a respingere e contrattaccare le accuse di fallimento e ambiguità reciprocamente rivolte. A farne le spese, però, è stato il merito delle questioni. Le schermaglie mettono in secondo piano il fatto che a tre settimane dal voto i programmi di entrambi i candidati restano vacui e fumosi.

Secondo. La grande assente dalla campagna presidenziale USA 2012 è la politica estera. A parte l’attentato di Bengasi, fulmine a ciel sereno dell’ultim’ora, nessuno dei candidati pare interessato a ciò che succede fuori dai confini statunitensi. Da parte di Obama c’era da aspettarselo: nella campagna elettorale del 2008 si è concentrato quasi esclusivamente sulle questioni interne, mentre nel suo quadriennio ha gestito la politica estera americana alla stregua di un curatore fallimentare, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Romney, da parte sua, ha fatto ancora meno: si è limitato a rivolgere accuse allo sfidante Obama già trite e ritrite, proposte per il futuro modeste (che ricalcano manifestamente l’approccio dell’attuale amministrazione) e un rilancio poco entusiasta dei temi della Freedom Agenda di George W. Bush, peraltro mai citata per nome.
A proposito di Bush: il fantasma del presidente si è materializzato al 43esimo minuto del dibattito. Ecco come.

Terzo. In America esiste ancora il giornalismo indipendente: durante la sfida Romney ha affermato il falso dichiarando che Obama ha ammesso che l’attentato di Bengasi si trattava di un atto terroristico solo dopo due settimane dai fatti. Tutto falso. Al punto che la moderatrice, Candy Crowley della Cnn, è intervenuta per smentirlo:  Obama “Lo ha detto nel giro di 24 ore”. In America le regole del gioco sono queste. Dov’è la notizia? Provate ad immaginare una scena del genere in Italia (abituati come siamo allo pseudogiornalismo servile e interessato) e capirete quante cose abbiamo ancora da imparare. Provate…

Entro pochi giorni sapremo se Israele attaccherà l’Iran oppure no

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato “Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.

Usa e Russia, il reset che non c’è

carta di Laura Canali tratta da Limes QS 3/2008 "Russia contro America, peggio di prima"

1. Quando il presidente Barack Obama si è insediato nel gennaio 2009, le relazioni tra Usa e Russia attraversavano una fase delicata. Gli otto anni di presidenza Bush avevano in parte logorato quel clima di cooperazione instaurato negli anni Novanta e le tensioni tra le due ex superpotenze erano sotto gli occhi di tutti. Ad esempio, durante il primo mandato di Bush gli Stati Uniti hanno cercato allargare i confini della Nato fino alle porte della Russia, ignorando completamente la promessa fatta da suo padre a Gorbaciov che l’Alleanza Atlantica non si sarebbe espansa verso est al di là di Germania riunificata. Nel 2002 la decisione unilaterale degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato di difesa Abm (Anti Missili Balistici) deteriorò ulteriormente la collaborazione, tanto che i vertici del Cremlino affermarono si sentirsi “ingannati e traditi”.
In un contesto così teso, il “reset” annunciato da Obama nelle relazioni con Mosca è stato una priorità della nuova politica estera americana. Lo stesso presidente russo Medvedev ha confermato che gli sforzi di Obama hanno contribuito a migliorare i rapporti tra i due Paesi. Il trattato Start sul disarmo nucleare e l’appoggio della Casa Bianca all’ingresso della Russia nel WTO sono i due più significativi esempi della nuova era di collaborazione inaugurata dalle due ex superpotenze.
Tuttavia, alcune questioni chiave sono rimaste in sospeso. I negoziati sullo scudo antimissile non procedono bene e la Nato è sempre in procinto di espandersi verso est con l’inclusione di Georgia e Ucraina. Cambiano i tempi moderni, ma restano i vecchi sospetti.

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