Italia, affogata nel cemento prima e nell’acqua dopo

Partiamo da un punto: i cambiamenti climatici sono in atto. Molti lo negano, finanche a negarne l’evidenza, ma sono in atto. E la correlazione tra questi fenomeni e l’aumento abnorme delle precipitazioni è un fatto ormai dimostrato. Il MIT stima che per ogni aumento di 1°C della temperatura globale, le regioni tropicali vedranno il 10% in più di precipitazioni estreme, con sempre più probabili inondazioni nelle regioni densamente popolate. E tra gli effetti collaterali del cambiamento climatico potrebbe emergere un fenomeno che fin qui non era stato preso in considerazione: ci sarà meno vento. Si avranno pochi uragani, ma più forti. Sandy è l’esempio lampante di questa drammatica evoluzione.

L’intensificazione dei fenomeni meteorologici estremi ha conseguenze anche nel nostro Paese: sull’Italia piove in modo sempre più fitto. Nelle ultime 48 su Liguria e Toscana è piovuta tanta acqua quanta ne cadeva in sei mesi solo pochi anni fa. E per le due regioni, come spiega Il Cambiamento, si tratta di una catastrofe annunciata:

Le due regioni sono fra le peggiori: il 98 per cento dei comuni toscani, 280 in totale, ed il 99 di quelli liguri, 232, sono a rischio idrogeologico. Significa che in caso di forti precipitazioni, come quelle avvenute durante il fine settimana alluvioni e inondazioni sono praticamente inevitabili. In Liguria è a rischio tutta la fascia costiera, che occupa una frazione minima del territorio della regione (il 5 per cento) ma ospita il 90 per cento della popolazione. In Toscana 680mila persone sono quotidianamente esposte al pericolo di frane e alluvioni.
Al resto della penisola non va poi così meglio. Secondo Legambiente sono 6.633 i comuni italiani in pericolo per la fragilità del suolo. 8 comuni su 10. L’82 per cento delle amministrazioni ha a che fare con questo problema e in ben 5 regioni la minaccia riguarda il 100 per cento del territorio: Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta. Oltre 5 milioni di persone sono in pericolo in tutta Italia.
Il clima impazzito mette a nudo tutte le miserie del genere umano. il cambiamento climatico è una enorme lente d’ingrandimento , che ingigantisce i problemi, li rende più visibili e più pericolosi. Diventa così evidente, d’un tratto, tutto il potenziale distruttore della cementificazione selvaggia, vera e propria piaga italiana, concentrato di tutti i mali della nostra nazione (mafia, politica collusa, cattiva urbanistica, disinteresse per l’ambiente).

Negli ultimi 30 anni abbiamo cementificato circa 6 milioni di ettari: praticamente un quinto del territorio italiano. Oggi si contano 10 milioni di case vuote. Eppure si continua a costruire, consumando i suoli fertili. Perché? In Italia il cemento è sempre l’unica forma di sviluppo prevista.
Senza edilizia non c’è crescita, non c’è occupazione, non c’è il segno + davanti al dato sul PIL. Si può dire che l’Italia è una repubblica fondata sul cemento. O sarebbe meglio dire af-fondata, come ho spiegato un anno fa. Troppe licenze edilizie concesse con troppa disinvoltura da parte delle amministrazioni comunali. Ma su un territorio instabile come quello del Belpaese, privo di una qualunque elementare forma di pianificazione, certi spropositi provocano tragiche conseguenze.
Gli allagamenti in Toscana (dove sono stati battuti tutti i record di precipitazioni) sono il frutto di cinquant’anni di abusi. Stesso discorso per la Liguria, che secondo Greenreport:

è l’esempio dello sfascio pendulo nel quale la rendita edilizia, non sempre e non necessariamente illegale, ha trasformato il territorio italiano, delle “messe in sicurezza” solo per costruire ed appesantire il territorio con nuovo cemento ed infrastrutture che cambiano la situazione e generano nuovi rischi, dell’edilizia “contrattata”, delle “varianti, delle deroghe, che non tengono conto né delle mutate condizioni ambientali all’era del Global warming né delle mutazioni subite da un territorio a rischio abbandonato a monte e saturato a valle dall’uomo, privo di vera e sistematica manutenzione, mentre si investe in grandi opere, Tav, strade che finiscono sott’acqua… e tutto questo come se nelle fosse accaduto, nulla accadesse e nulla potesse accadere.

A tutto ciò si aggiunge l’inchiesta della procura di Genova sulla falsificazione dei dati riguardanti l’alluvione del novembre 2011 e in particolare la tempistica di esondazione del Fereggiano.
Quale sarà la prossima regione colpita dalle bombe d’acqua? Forse l’Abruzzo, dove i cantieri si sprecano, e dove nei giorni scorsi è stato lanciato l’allarme per le grandi piogge in arrivo. Ma ciò non ha minimamente sensibilizzato i politici locali a fare una prudente riflessione sull’opportunità di frenare l’avanzata del cemento.

E chi pensava che il governo dei tecnici potesse scrivere la parola fine a questa piaga si è dovuto ricredere. E’ vero che pochi giorni fa governo e le regioni hanno raggiunto l’accordo sul ddl contro il consumo di suolo agricolo, in cui è stata peraltro introdotta una moratoria che impedisca il consumo di superficie terriera, ma… fatta la legge, trovato l’inganno. Secondo l’assessore regionale toscana Anna Marson: “il testo dichiara di voler tutelare i suoli agricoli e limitarne il consumo, ma nei suoi dispositivi concreti prevede che sia determinata a livello nazionale la quantità di nuove superfici edificabili, e che essa venga poi ripartita tra le Regioni“. Da qui il concreto “rischio che la legge porti a peggiorare il consumo di suolo in atto, e addirittura a produrne di nuovo.
Inoltre, un articolo di un ddl “sulla semplificazione” apre un varco alla cementificazione anche delle porzioni protette del nostro martoriato territorio. Sottolinea Il Fatto Quotidiano: Mario Monti è il primo Presidente del Consiglio ad esser anche membro del consiglio di amministrazione del FAI (Fondo Ambiente Italiano). Forse è venuto il momento di scegliere: proteggere l’ambiente e contemporaneamente spalancare la porta al cemento sarebbe troppo anche per un politico italiano di professione. Figuriamoci per un tecnico.

Se l’Italia viene lasciata (metaforicamente) affogare nel cemento prima, non possiamo stupirci che poi affoghi (concretamente) nelle valanghe d’acqua che ad ogni autunno irrompono nelle zone più instabili. Un anno fa Ermete Realacci denunciava:

Mentre ancora si scava nel fango per cercare i dispersi dell’alluvione ha colpito Liguria e Toscana, mentre la fragilità del territorio accresce con eventi meteorologici sempre più estremi, l’incapacità del Governo nel far fronte alle priorità del paese, come quella di mettere in sicurezza il territorio dal rischio frane e smottamenti, è diventata intollerabile”.

Ok, il governo in questione era quello Berlusconi, ma con i tecnici la musica è rimasta la stessa. Il problema è tanto chiaro quanto di difficile soluzione. Perché i cambiamenti climatici sono troppo rapidi per la proverbiale lentezza della nostra classe dirigente. Tecnica o politica che sia.

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[UPDATE 14 novembre]

Linkiesta pubblica questa analisi: La buona urbanistica può salvarci dai cambiamenti climatici

Ma i ghiacci della Groenlandia stanno davvero scomparendo?

In questi giorni i media hanno lanciato l’allarme sullo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia:

La NASA ha pubblicato una nuova immagine che mostra le rilevazioni satellitari sullo scioglimento dei ghiacci in Groenlandia nella prima metà di luglio, e il risultato delle osservazioni è preoccupante. Per alcuni giorni lo strato di ghiaccio che ricopre la grande isola si è sciolto a ritmi mai osservati prima negli ultimi trent’anni di dati raccolti con i satelliti.

Solitamente, nel periodo estivo, circa la metà della superficie di ghiaccio della Groenlandia si scioglie. 

Quest’anno le cose sono andate diversamente, con un aumento senza precedenti dello scioglimento dei ghiacci: i ricercatori stimano che il 97 per cento della superficie ghiacciata della Groenlandia sia stata interessata dal disgelo a metà luglio.

L’immagine mostra l’estensione del fenomeno tra l’8 e il 12 luglio scorsi. Le zone rosse indicano le aree in cui si è sicuramente verificato lo scioglimento dei ghiacci, mentre quelle rosso chiaro le aree dove è probabile che il ghiaccio si sia sciolto. Il fenomeno è stato repentino: l’8 luglio solamente il 40 per cento della superficie risultava interessata dal disgelo, quattro giorni dopo era il 97 per cento.

Anche la zona attorno alla Summit Station in Groenlandia, a circa tre km sopra il livello del mare e che si trova vicino al punto più alto e più freddo della calotta di ghiaccio, mostrava segni di fusione. I ricercatori non hanno ancora stabilito se questo evento contribuirà all’innalzamento del livello del mare nel periodo.
La notizia segue di una settimana quella del distacco di un enorme iceberg (circa 120 kmq: due volte Manhattan) dal ghiacciaio Petermann, da cui già nel 2010 si era staccato un altro blocco di ghiaccio da 250 kmq.

Alcuni studi sulle calotte di ghiaccio sembrano far pensare che la causa sia, effettivamente, il surriscaldamento delle temperature del nostro pianeta:

«Non siamo in questo momento grado di stabilire se si tratta di un evento naturale o causato da azioni dell’uomo – aggiunge Wagner – ma sappiamo con certezza che l’assottigliarsi dello spessore dei ghiacciai della Groenlandia dipende dai cambiamenti climatici». Sul fatto che questa estate sia insolitamente calda per la Groenlandia ci sono pochi dubbi. «Dipende dal fatto che sistemi di frequente alta pressione hanno parcheggiato sopra l’isola – spiega Thomas Mote, climatologo dell’Università della Georgia – portando calore, nevicate e conseguente scioglimento dei ghiacciai». È interessante notare che simili sistemi di alta pressione sono stati rilevati sopra il Midwest degli Stati Uniti in coincidenza con la siccità.

Siamo sul punto di perdere la Groenlandia? Forse no, almeno per il momento:

La calotta di aria calda che ha generato questo insolito e allargato scioglimento di ghiacci superficiali e più profondi sembra essersi dissipata lo scorso 16 luglio. Secondo i glaciologi che hanno studiato attraverso i carotaggi i ghiacci più vecchi della Groenlandia questi fenomeni sono accaduti già in passato e sembrano ciclici ogni 150 anni. Un veneto simile si è avuto nel 1889 e dunque siamo nel periodo dei successivi 150 anni. Ma per i glaciologi le fusioni ora si devono fermare qui perché diversamente sarebbero da leggere come eventi preoccupanti.

I media si sono lasciati prendere dal facile allarmismo. Innanzitutto, la stessa NASA ha diramato un comunicato stampa il cui titolo parla di “scioglimento senza precedenti“, per poi confinare la spiegazione di cui sopra alle ultime righe in fondo. Tanto che la climatologa Pat Michaels ironizza dicendo che la NASA farebbe bene a distribuire dei dizionari agli autori dei suoi comunicati stampa.
I giornali nostrani non sono stati più attenti. Il Corriere titola “scioglimento record dei ghiacci“, salvo poi correggere il tiro menzionando il ciclo dei 150 anni alla fine; Repubblica, invece, del ciclo non fa alcun cenno.
L’autorevole blog WUWT, attraverso grafici e tabelle, spiega che non tutti i ghiacci si stanno sciogliendo e che sebbene il fenomeno sia stato abbastanza rapido, potrebbe essersi già esaurito. A confermarlo ci sono anche le immagini via webcam della Summit Station.
E’ vero che, come osserva la glaciologa Lora Koenig del centro Goddard della NASA,se qualcosa di simile dovesse verificarsi anche la prossima estate, ci sarebbe da preoccuparsi“, ma al momento l’allarme è ingiustificato.

I cicli di ampliamento e riduzione dei ghiacci della Groenlandia testimoniano come i climi possano cambiare anche in modo repentino – e senza il contributo dell’uomo. Anzi, si tratta del caso meglio documentato da fonti storiche, in particolare dalla saga che narra le vicende di Erik il Rosso e di suo figlio Leif il Fortunato, pionieri della colonizzazione vichinga dell’isola nel 982 d.c..
Secondo la tradizione, fu Erik a battezzarla “Groenlandia”. Alcuni sostengono fosse un trucco per attirare coloni in una terra inospitale – benché nei mesi estivi il Sud dell’isola sia di fatto “colorato” dalla vegetazione. Altri vedono nel termine attuale una storpiatura di Gruntland (terra bassa, definizione presente nelle prime mappe), che farebbe riferimento alle baie poco profonde della Groenlandia meridionale. In ogni caso, allora il clima era più temperato di quanto non lo sia oggi, e nel 985 25 navi di coloni salparono dall’Islanda in direzione della “Terra verde”.
Gli scavi effettuati di recente confermano che la regione godeva di una certa prosperità. La popolazione disponeva di poderi, granai e spazio per l’allevamento del bestiame. Caccia, pesca, e scambi commerciali con la Norvegia – a cui la Groenlandia fu annessa nel 1261 – costituivano la altre attività. Sono stati riportati alla luce anche i resti di una cattedrale in pietra lunga 30 metri. I rapporti con gli inuit, migrati verso nord alla fine della precedente era glaciale, erano pacifici. Una lapide di pietra del XIV secolo, scoperta a circa 73° di latitudine Nord, conferma che i coloni esplorarono anche le regioni artiche.
Ma proprio nel XIV secolo il clima iniziò a cambiare, subendo un rapido quanto drammatico deterioramento. Certo, l’eccessivo sfruttamento agricolo e la crescente deforestazione avranno senz’altro contribuito all’inesorabile depauperamento del suolo, ma è accertato che le temperature della regione subirono un drastico calo. Gli inuit furono costretti a migrare verso Sud, scontrandosi ripetutamente con i vichinghi per il controllo delle poche risorse alimentari rimaste. Alla metà del secolo la navigazione oltre il 60° parallelo divenne impossibile, isolando la Groenlandia dalla madrepatria Norvegia, nonché dal resto del mondo civilizzato. Le ultime notizie della colonia groenlandese si trovano negli Annali d’Islanda del 1410, quando un islandese rientrato in patria riportò uno spaventoso resoconto delle condizioni della colonia. La quale, probabilmente, non sopravvisse all’inverno successivo.
Gli europei non avrebbero più rimesso piede sull’isola fino agli inizi del XVIII secolo, quando il regno di Norvegia e Danimarca intraprese una nuova campagna di colonizzazione.

Dunque la Groenlandia ha già conosciuto questi cicli naturali di progressivo riscaldamento/raffreddamento. Qualcuno noterà che se gli scioglimenti segnalati dalla NASA si ripetono ogni 150 anni, il prossimo sarebbe dovuto avvenire nel 2039, ma 27 anni di anticipo non sono di per sè molti per gli scienziati.
Certo l’episodio deve farci riflettere sull’accelerazione della fusione dei ghiacci e sull’urgenza di intervenire per ridurre significativamente le emissioni di gas serra, ma gettare la notizia in pasto all’uomo di strada, notoriamente digiuno delle  nozioni di cui sopra, è allarmismo puro.
Per il momento la “vera” notizia è la sopravvalutazione di questo evento atmosferico da parte dei media – e di alcuni scienziati della NASA.

Il mito di Kiribati sommersa dall’oceano

Da anni gli scienziati ci mettono in guardia sui pericoli del riscaldamento globale, sollevando il cupo spettro di intere città inghiottite dall’innalzamento del livello dei mari in un futuro non troppo lontano. Un futuro che invece sembrerebbe molto vicino per Kiribati, arcipelago del Pacifico in procinto di essere sommerso a causa dei cambiamenti climatici. A preoccupare gli abitanti c’è anche l’inclusione dell’acqua salmastra all’interno degli atolli, che minaccia di esaurire rapidamente le riserve d’acqua dolce.

Per salvare Kiribati da tale destino, il presidente Anote Tong ha paventato la possibilità di abbandonare le isole per trasferire tutta la popolazione altrove. Atong ha intavolato una lunga trattativa con le Fiji per l’acquisto di circa seimila acri di terreno fertile a Vaua, la maggiore isola dell’arcipelago, per trasferirvi l’inetera popolazione di Kiribati (113.000 persone). Il terreno costa 10 milioni di dollari e appartiene ad unorganizzazione religiosa con la quale c’è già un accordo. Il denaro proverrebbe dal  Revenue Equalization Reserve Fund (RERF), il fondo sovrano istituito nel 1956 e alimentato dalle royalties ricavate dall’estrazione dei fosfati. Nel 2009 la sua consistenza ammontava a 570,5 mln di dollari.

L’ambizioso progetto, secondo Tong, richiede una lenta migrazione del suo popolo sul nuovo territorio per ridurre al minimo l’impatto dell’integrazione sulla popolazione delle Fiji, che di abitanti ne hanno appena 860.000 ed economicamente non sono molto più ricchi dei futuri vicini (il reddito pro capite di Kiribati è di 1600 dollari l’anno). All’inizio partirà solo personale qualificato, gradualmente seguiranno anche gli altri. Inoltre, per preservare ciò che resta della sovranità nazionale (conquistata solo nel 1979) e fare in modo che Kiribati non si estingua come entità statuale, il governo pensa di investire per rinforzare un’unica isola dell’atollo, che rimarrebbe così l’ultimo baluardo dell’identità del Paese, consentendogli di rimanere Stato tra gli Stati. In pratica, un investimento per le future generazioni.

Fin qui, la notizia; ora qualche riflessione. Innanzitutto, Kiribati sta affondando davvero? Ecco la madre di tutte le domande, alla quale gli articoli allarmistici sul tema non rispondono. La risposta è no, e già in passato uno studio che aveva smentito tale catastrofica eventualità. Qualunque oceanografo o biologo marino sa che un atollo (e Kiribati ne conta ben 32) non può affondare. Anzi, più il livello del mare sale, più l’atollo s’innalza di conseguenza. Inoltre, l’aumento del livello del mare non ha nulla a che fare con il depauperamento delle riserve di acqua dolce, le quali sono preservate all’interno della cd. “lente“, ossia una formazione di acque sotterranee alimentate dalla precipitazioni e separata dall’acqua marina. Per approfondire si veda questo post su What’up with that, uno dei più frequentati (e attendibili) siti dedicati ai cambiamenti climatici in circolazione. Kiribati non sta affondando, né tanto meno rischia di trovarsi senz’acqua potabile. Due anni fa un pericolo analogo era stato prospettato anche per Vanuatu, poi rientrato. Se mai, ad avere problemi seri in questo momento sono proprio le Fiji, in questi giorni colpite da una violenta inondazione.

In realtà, la più grande minaccia per gli atolli come Kiribati è la pesca eccessiva poiché compromette il ciclo riproduttivo dei pesci, i quali permettono l’accumulo di sabbia di cui gli atolli stessi sono costituiti. Senza i pesci, in altre parole, l’atollo non sta in piedi. Siamo di fronte ad una nazione insulare sovrappopolata che ha bisogno di far emigrare una porzione dei abitanti affinché la formazione di terra emersa su cui essi vivono non sia minacciata dall’eccessivo sfruttamento delle risorse marittime. I proclami apocalittici del presidente Atong servono ad atirare capitali dall’estero per finanziare l’acquisto dei terreni nelle Fiji. La vecchia dottrina del “dateci più soldi” che funziona sempre, soprattutto quando confezionata all’interno di una notizia idonea a suscitare più curiosità che allarme. Ciò non toglie che i cambiamenti climatici siano una minaccia reale e da prendere sul serio. Il rapporto Valuing the ocean, pubblicato dallo Stockholm Enviromental Institute pochi giorni fa, afferma che i cambiamenti climatici potrebbero portare alla riduzione del valore economico degli oceani per un controvalore pari allo 0,37% del PIL mondiale nel 2100. C’è da riflettere.

Confermato, l’insorgere delle guerre è influenzato dai cambiamenti climatici

Mappa degli effetti dei cambiamenti climatici sulle popolazioni umane elaborata dalla McGill University

di Luca Troiano

1. Quella che per molti era una intuizione trova ora conferma in uno studio scientifico: il ciclo climatico globale influenza gli aumenti periodici delle guerre. A dirlo è una ricerca interdisciplinare condotta dalla Columbia University e pubblicata sull’ultimo numero della rivista Nature. L’analisi statistica applicata alle osservazioni meteorologiche e all’andamento storico dei conflitti evidenzia una correlazione positiva tra le variazioni del clima e la destabilizzazione politica di diverse aree nel mondo.
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