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Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.

Da un anno la Serbia è ufficialmente uno Stato candidato dell’Unione Europea, ma per cominciare l’iter delle trattative con i governi occidentali che porteranno Belgrado a far parte della UE, Bruxelles pretende da Belgrado la sottoscrizione di un accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Ad oggi, infatti, le relazioni con l’ex provincia a maggioranza albanese costituiscono il principale ostacolo all’apertura formale dei negoziati di adesione.
Dopo dodici ore di trattativa sponsorizzata dall’Unione, il 2 aprile le delegazioni serba e kosovara si sono separate senza trovare un accordo. “Il solco tra le due parti è stretto ma profondo”, ha dichiarato l’alta rappresentante Ue per gli affari esteri Catherine Ashton. Il no definitivo sarebbe giunto l’8 aprile,quando la Serbia ha respinto il progetto di accordo sulle relazioni con il Kosovo.
Si tratta di una sconfitta per la diplomazia europea e in primo luogo per Catherine Ashton, che aveva personalmente supervisionato i lavori mostrandosi ottimista circa il buon esito dei negoziati. In febbraio la baronessa aveva anche parlato di non meglio specificati “progressi significativi” durante l’incontro tra il primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci.

In marzo il governo di Pristina aveva adottato – non senza fatica - il piano in otto punti elaborato dalla Ashton per regolamentare la cooperazione tra le municipalità a maggioranza serba del nord del Kosovo. Dal punto di vista amministrativo darebbe a Pristina il controllo dell’intero territorio del Kosovo, Nord compreso; sotto il profilo politico, invece, aprirebbe la strada alla sottoscrizione del patto per l’associazione e stabilizzazione, primo passo verso l’adesione di Pristina all’Unione Europea. Thaci in questi mesi ha dovuto affrontare l’opposizione del partito di minoranza Vetevendosja, contrario ad ogni ipotesi di trattativa con Belgrado fintantoché non arrivi un pieno riconoscimento da parte serba – che tuttavia non arriverà mai, come ribadito dal presidente serbo Nikolic. L’appoggio del Aak di Ramush Haradinaj ha dato il via libera per le trattative.
Il problema, a questo punto, era convincere Belgrado. La Ashton da sei mesi a questa parte aveva cercato di persuadere sopratutto la parte serba. La quale ha rifiutato il piano dell’Alto rappresentante Ue perché in concreto voleva dire perdere per sempre l’influenza nel Nord del Kosovo, dove è concentrata la minoranza serba. Sono due i punti che la Serbia non accetta: 1) l’accorpamento delle municipalità di Mitrovica nord (a maggioranza serba) e Mitrovica sud (a maggioranza albanese), che altererebbe gli equilibri etnici locali; 2) la futura presenza delle forze militari di Pristina nelle municipalità abitate da serbi, fino ad ora autogestite con delle strutture  parallele a quelle del governo centrale kosovaro. Al contrario, Belgrado preme affinché Pristina accettasse di concedere un’ampia autonomia ai “suoi” serbi, riuniti in un unico comune, accordando loro poteri semi-esecutivi, il controllo del sistema giudiziario e della pianificazione territoriale. Ma i kosovari hanno dalla loro il sostegno degli USA – la cui posizione, in questo frangente, conta molto più di quella europea – e così non concedono nulla.
Ora, caduta anche l’ultima possibilità di un compromesso dopo il rifiuto comunicato l’8aprile, Bruxelles lascerà Belgrado in stand-by forse fino al 2014, causa lungaggini delle procedure decisionali.

I rapporti tra Belgrado e Bruxelles rimangono piuttosto tesi. Sul fronte interno, la destra ultranazionalista, manifestando in favore di un “Kosovo serbo”, si è scagliata apertamente contro l’Europa. A complicare i rapporti tra le parti sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che alza il velo sulla vicenda dei “neonati desaparecidos”, ossia quei bimbi morti a poche ore dalla nascita e fatti sparire per coprire casi di malasanità, oltre a quelli nati vivi e sottratti intenzionalmente alle loro famiglie per essere dati illegalmente in adozione.
Sullo sfondo c’è la crisi sociale, che morde duramente il Paese e che – nonostante la ripresa industriale e le favorevoli previsioni macroeconomiche – non accenna a esaurirsi.

Infine c’è l’Europa. Per Bruxelles, che tanto si era spesa in favore di un accordo, lo stallo dei negoziati tra Serbia e Kosovo rappresenta un‘ennesima sconfitta. Ancora una volta, la pur generosa politica del dialogo di marca europea si mostra incapace di portare a una soluzione. Neanche stavolta la UE si dimostra all’altezza di quel ruolo globale a cui aspira, vista l’incapacità di gestire in maniera autonoma le spinose questioni balcaniche senza chiamare in causa Stati Uniti e Russia.

In Bulgaria la piazza ribolle. Bollette salatissime, provvedimenti d’austerità e condizioni di vita difficili hanno scatenato un’ondata di manifestazioni popolari che hanno costretto il governo alle dimissioni. Più di 100.000 persone, forse di più , hanno riempito le strade di Sofia e di oltre 40 città del Paese, in quelle che i media locali hanno descritto come le più grandi manifestazioni dal 1997, quando proteste di massa contro l’iperinflazione portarono alla caduta dell’allora governo socialista.
Il passo indietro del premier, Boiko Borisov, e l’annuncio delle elezioni anticipate a maggio (ma la legislatura sarebbe comunque finita in luglio) non hanno placato le proteste. Le piazze continuano ad essere presidiate giorno e notte da migliaia di manifestanti che si rifiutano di smobilitare e che nello stesso giorno in cui veniva celebrato l’insediamento di Neofit, il nuovo patriarca della Chiesa ortodossa bulgara, hanno accolto con fischi il tentativo del capo dello Stato, Rossen Plevneliev, di calmare gli animi.
Borisov, eletto nel 2009, aveva portato avanti una politica di “risanamento economico” tanto benedetta dalla Unione Europea quanto maledetta dai cittadini.

Secondo Rinascita:

In un Paese in cui il salario medio mensile non è superiore ai 400 euro, il popolo chiede che le bollette di energia elettrica vengano ridotte e tutti i contratti firmati con le società elettriche negli ultimi 24 anni siano rivisti. In primo luogo vi sono delle importanti richieste economiche. Marciando lungo le strade tutti uniti, i manifestanti hanno protestato “contro il monopolio delle aziende elettriche”, affinché vengano disciplinate o nazionalizzate le società elettriche svendute agli stranieri. Del resto Borisov cosa ha fatto? Ha pensato “bene”, di darle in gestione ad alcune compagnie della Repubblica Ceca, provocando in poco tempo un aumento vertiginoso dei costi, dopo averle privatizzate in ossequio al turboliberismo, come deciso dai tecnocrati di Bruxelles.

E i manifestanti di oggi sono diversi da quelli del 1997, perché non soltanto vogliono rovesciare un governo o un partito politico, ma sono contro tutti i partiti e contro un sistema, in vigore dal 1989, che vedono come assolutamente non funzionale e evidentemente corrotto. Molti giornalisti stranieri e analisti si sono affrettati a dire che il governo bulgaro è l’ultima vittima dell’austerità. Ma la verità è che mentre la disoccupazione è in aumento – attualmente si aggira attorno al 12% – gli stipendi restano troppo bassi e le imprese sono in difficoltà.
Dal punto di vista economico, possiamo comunque affermare che il paese si trova costantemente “in transizione”, dopo la caduta del comunismo. E come affermano gli analisti, i cittadini bulgari che hanno oggi 30 anni ne hanno vissuti ben 24 in fase di transizione e di instabilità economica. Tuttavia l’ingresso nell’Unione europea avvenuto sei anni fa ha messo in moto un meccanismo perverso che viene pagato a caro prezzo dai cittadini.

Il legame tra il malcontento in corso e la politica dei 27 è approfondito da Lettera43:

Ma le bollette della luce sono solo il pretesto, la punta di un malcontento che ha gonfiato negli ultimi mesi prima il disincanto e poi la rabbia verso i politici.
Un pretesto tuttavia più che comprensibile, se si pensa che dall’inizio del 2013 il costo per l’elettricità è raddoppiato. E lo stesso fanalino di coda riguarda la media dei salari, ferma a 400 euro mensili: buona parte del reddito di un bulgaro se ne va per pagare luce e riscaldamento.
LA RABBIA CONTRO LE POLITICHE UE. Sul banco degli imputati sono finiti i tre grandi gruppi privati che detengono il monopolio del servizio di fornitura, tutti stranieri, i cechi Cez ed Energo-Pro e l’austriaco Evn, accusati di aver creato un cartello che ha manipolato i costi garantendo ampi margini di profitto.
I manifestanti ne hanno chiesto la nazionalizzazione, sostenuti dall’opposizione socialista e dell’estrema destra, auspicando così la retromarcia su una delle riforme (la privatizzazione dei servizi energetici) introdotta nel 2004 per ottemperare ai criteri di Bruxelles per accedere all’Unione europea. Ma il passo dai consorzi energetici ai palazzi della politica è stato breve.

I manifestanti non chiedono di tornare alle urne ma che si formi un governo di programma, con un’agenda poco politica e molto concreta: adozione del sistema elettorale maggioritario, sospensione dei processi contro gli utenti in debito con i consorzi energetici, pubblicazione dei contratti con le stesse compagnie, inserimento di rappresentanti popolari negli organi di controllo.
Povertà, disoccupazione e mancanza di prospettive, soprattutto fra i giovani, la generazione che avrebbe dovuto beneficiare dei nuovi orizzonti aperti dall’ingresso nell’Unione Europea, hanno innescato la miccia della protesta contro la casta.
Dalle piazze bulgare emerge una rabbia anti sistema che coinvolge tutti i partiti tradizionali ma che non ha ancora trovato i suoi nuovi punti di riferimento.

Niccolò Locatelli su Limes riassume cosa hanno comportato quindici anni di liberismo e austerity imposti da Bretton Woods e da Bruxelles:

Il Financial Times riporta che a gennaio la spesa media per le bollette è stata di 100 euro, in un paese in cui il reddito pro capite è di 440 euro, il salario è sotto i 400 e la disoccupazione oltre il 12%. La Bulgaria, la cui valuta nazionale (il lev) è legata all’euro da cambio fisso,  è il paese con il reddito pro capite più basso dell’Unione Europea, di cui è membro dal 2007. Non essendo indipendente dal punto di vista energetico, deve importare gas e petrolio, prevalentemente dalla Russia.
Un inverno freddo ha fatto schizzare verso l’alto i consumi per il riscaldamento.Ma il prezzo insostenibile per i bulgari è da attribuire alla privatizzazione della distribuzione del gas, avvenuta nel 2004: il mercato è oggi in mano a sussidiarie dicompanies austriache (Evn) e della Repubblica Ceca (Cez, Energo Pro). Queste, nota Stratfor, hanno aumentato i prezzi in risposta al calo dei profitti registrato in Europa Occidentale.
La rinazionalizzazione del settore permetterebbe di abbassare le tariffe, ma peserebbe sulle finanze pubbliche. Soprattutto, rappresenterebbe una rottura con il paradigma di liberismo e austerity di cui la Bulgaria è stata un modello.

D’altra parte la Bulgaria è un tassello fondamentale del progetto South Stream [carta] che dovrebbe portare il gas russo in Europa Occidentale. E lo è anche del suo concorrente Nabucco, sponsorizzato dall’Unione Europea proprio per ridurre la dipendenza del Vecchio Continente dall’energia di Mosca. Nel 2013 dovrebbero iniziare i lavori per la costruzione del ramo bulgaro di entrambi i gasdotti.

Infine, come conclude Global Project:

Sostengono, i manifestanti, di avere tre nemici: i partiti, i politici e le multinazionali straniere. Ma a voler fare una ulteriore sintesi, il nemico è uno solo: quella insostenibile politica bancaria di “risanamento economico” che ha già macellato la Grecia e che, a partire dai Paesi più poveri come la Bulgaria, sta mietendo uno alla volta tutti gli Stati europei.

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta - la Svizzera non è più una meta così gettonata - ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.

Come sappiamo, l’Europa dipende da fornitori esteri sia per l’approvvigionamento di risorse energetiche che per quanto riguarda quelle alimentari. In particolare, il gas che alimenta le stufe e le centrali elettriche del Vecchio continente proviene per i tre quinti dalla Russia, la quale ne fa uno strumento di ricatto geopolitico. Il resto proviene dal Nord Africa e dai produttori mediorientali, i quali sono soggetti alla perdurante instabilità interna che tutti conosciamo. Esempio degli ultimi giorni: il sequestro dell’impianto di In Aménas, in Algeria, che ha comportato una contrazione della quantità di gas che l’Italia riceve da Algeri dell’ordine del 17% (60-65 mln m3 al giorno contro una media di 70-75).
Per quanto riguarda il grano e la carne il mercato di approvvigionamento è ancora quello dell’America Latina, forte delle grandi quantità disponibili e dei prezzi accessibili. Ma questo trattamento di favore potrebbe cambiare, soprattutto a causa delle rinate tensioni tra Argentina e Regno Unito sulle Falkland.

La soluzione ad entrambi i problemi potrebbe venire dall’Europa stessa, e precisamente da uno dei suoi membri più a Est: la Romania.
Sul piano energetico, l’alternativa più allettante alle forniture di gas estere è data dallo shale gas. In dicembre il Primo Ministro romeno, Victor Ponta, ha ritirato la moratoria precedentemente posta (ufficialmente per ragioni ambientaliste, secondo altri per fare un favore al Cremlino) sulle estrazioni del gas di scisti, concedendo alla compagnia USA Chevron il via libera per lo sfruttamento dei relativi giacimenti. Bucarest è entrata così tra i Paesi che sostengono il gas non convenzionale assieme a Regno Unito, Polonia (di cui è ricca), Germania e Lituania.
Sul piano alimentare, la risposta alla crescente domanda di approvvigionamento dell’Europa potrebbe arrivare anch’essa da Bucarest. La Romania risulta fra i principali produttori di cereali, tanto da essereil più importante esportatore netto del Vecchio continente dal 1995. Se già nel 2007 – al momento dell’adesione nella UE – si parlava dell’agricoltura, motore trinante dell’economia del Paese, come di una carta fondamentale per competere nell’Unione, oggi Bucarest rappresenta una sorta di nuova frontiera agricola per migliaia di agricoltori dell’Europa occidentale, pronti a trasferirsi nell’Est in quanto attirati dal basso prezzo dei terreni.
Nel 2013,  spiega Cristis Unteanu, giornalista del quotidiano romeno Adevarul (la Verità), la dipendenza di Bruxelles dalle importazioni di cereali continuerà ad aumentare e la lotta per le risorse si farà più dura, posto che i fenomeni meteorologici estremi del 2012 hanno considerevolmente ridotto la produzione agricola in tutto il mondo. Forte della sua produzione agroalimentare, la Romania potrebbe dunque accrescere la sua importanza all’interno dei 27, rispondendo alle insicurezze che questi si troveranno a fronteggiare.

Il premier Victor Ponta ha vinto le elezioni politiche tenutesi in Romania. Grande sconfitto il suo avversario di sempre: il presidente Traian Băsescu. Ma è tuttavia difficile proclamare un vincitore, a fronte di un’astensione del 60%.
Nonostante la schiacciante maggioranza (59%), Ponta potrebbe comunque non governare il Paese. Da un lato, la coalizione che lo sostiene e composta anche dai nazionalisti e dalla minoranza ungherese, che si sono presentati alle urne con programmi contrapposti. Dall’altro, il Presidente Basescu ha dichiarato di non voler nominare Ponta per un secondo mandato.

Conclusa una campagna elettorale dominata dai temi dell’austerity e della lotta alla corruzioneil futuro governo dovrà affrontare grandi sfide: prima fra tutte, l’attuazione delle riforme attese da tempo dai creditori internazionali (FMI, Banca Mondiale ed UE) in cambio dei prestiti necessari per continuare a pagare gli stipendi e le pensioni, i quali gravano sul debito pubblico in misura sempre più preoccupante.
Anche a causa dell’incapacità della classe dirigente di gestire adeguatamente le finanze pubbliche.

Tutto questo mentre quasi nove milioni di rumeni vivono con poco più di cento euro al mese e le grandi imprese pubbliche chiudono i propri bilanci regolarmente in perdita. Inoltre, a cinque anni dall’adesione all’Unione Europea, i cittadini romeni (assieme a quelli bulgari) continuano a essere esclusi dall’area di libera circolazione sancita in quel di Schengen e discriminati nel mercato del lavoro.

Bruxelles finge di non vedere, nonostante i due Paesi siano in prima linea nei piani di politica energetica della UE. La Romania ha anche dato il via – assieme alla Moldavia – alla costruzione del gasdotto Iasi-Ungheni, un progetto che condurrà all’integrazione energetica di Chisinau nel mercato europeo.

Ma con Ponta le cose potrebbero cambiare. Le speranze di approvvigionamento energetico dai giacimenti romeni sono legate allo sviluppo dei giacimenti di shale gas. Ora, mentre presidente Basescu ribadisce sostegno alla politica energetica di Bruxelles, il premier Ponta ha deciso una moratoria alle esportazioni di oro blu ai Paesi dell’Unione, suscitando le furie della Commissione Europea.

Nello stesso giorno delle elezioni politiche, un referendum sullo sfruttamento del gas shale in Romania non ha raggiunto il quorum necessario per essere valido. Formalmente, il fallimento del referendum consente la continuazione dello sfruttamento dello shale, ma la conferma di Ponta alla testa del governo potrebbe portare Bucarest a confermare la moratoria sul gas non convenzionale, e a reiterare lo scontro politico con il Capo dello Stato. E di riflesso, con l’Europa.

Ieri, mentre in Italia c’erano le primarie del PD, nella comunità autonoma spagnola della Catalogna si sono tenute le elezioni per eleggere il nuovo parlamento regionale, la Generalitat, indette a inizio ottobre dal presidente Artur Mas, leader della coalizione liberaldemocratica di centrodestra Convergenza e Unione (CiU). L’affluenza alle urne è stata del 56%, circa 8 punti in più rispetto alla precedente tornata elettorale e in assoluto la maggiore mai registrata nella regione. La coalizione di Mas è prima, ma ha perso un quinto dei seggi. In altre parole, non ottiene quella “maggioranza eccezionale” invocata in campagna elettorale, necessaria a  proseguire sulla via della secessione con un mandato più forte.
La grave crisi economica che ha interessato la Catalogna è stata al centro della campagna elettorale in queste settimane. Mas ha più volte ribadito la volontà di indire un referendum sull’indipendenza della regione. Secondo  (come El Pais e La Vanguardia), la perdita di consensi si spiega col fatto che Mas abbia puntato quasi esclusivamente su questo tema per mettere in secondo piano altri argomenti, sfavorevoli al suo governo, come i conti disastrosi della regione. La Catalogna ha infatti un debito di 42 miliardi di euro sui 140 miliardi totali delle regioni spagnole, nonostante sia la più produttiva del Paese. Senza contare che, nell’ultima settimana della campagna elettorale, Mas è stato anche accusato di corruzione e di riciclaggio di denaro, sulla base di alcune anticipazioni non ufficiali di un’indagine nei suoi confronti.

Nel complesso, i partiti catalanisti presi nel loro complesso perdono seggi: da 76 a 74. Quelli spagnolisti, favorevoli allo status quo, guadagnano: da 21 a 28. Chi ha vinto, dunque? Secondo La Vanguardia (quotidiano catalano, non dimentichiamolo) ha vinto lo Spagna, o meglio, lo status quo spagnolo:

Quando nelle prossime settimane si comincerà a negoziare la formazione di un nuovo governo, si potrà constatare quanto entusiasmo suscita la prospettiva di far parte di un esecutivo obbligato a seguire la via dei duri sacrifici.
La Spagna ha un problema: una crisi durissima e due parlamenti sovranisti (quello basco e quello catalano). Ma in fondo è un problema gestibile: i baschi non faranno nulla che possa realmente mettere a rischio i saldi fiscali positivi del loro vantaggioso statuto, mentre la Catalogna, intrappolata nella retorica sentimentale del sovranismo, si trasformerà in un vespaio. Ha vinto la Spagna, ha vinto l’ordine costituito.

L’ondata separatista ha dunque subito una frenata (come era già successo in Galizia un mese fa), ma in ogni caso resta una spinosa questione. In ottobre il Financial Times notava come mentre il governo britannico ha autorizzato il referendum sull’indipendenza della Scozia, Madrid continua a negarlo alla Catalogna, rischiando di rafforzare il separatismo.
Le crisi hanno però la tendenza a semplificare tutto. E Al di là della retorica di Mas e delle reticenze di Madrid, la realtà appare molto più complessa di quella che il teatrino della politica spagnola sembra ostentare.

A prima vista, la regione più ricca non vuole più pagare per il resto del Paese e minaccia di staccarsi. Il debito è frutto della voracità fiscale di Madrid, affermano a Bercellona, perciò le rivendicazioni catalane sono legittime e vanno seriamente discusse.
In realtà, le origini dirette dei problemi economici catalani sono la drammatica recessione prodotta dall’enorme bolla immobiliare e le decisioni prese dai diversi governi nel corso degli anni. Un problema comune a tutta la Spagna, senza eccezioni tra regione e regione. Secondo l’analisi di Bruxelles, il precario stato delle finanze pubbliche della Catalogna non è dunque frutto dei trasferimenti verso Madrid o dei tagli di bilancio imposti dal governo centrale (anche se il sistema di finanziamento e redistribuzione non è perfetto e su questo si può discutere), come invece sostiene il movimento separatista per giustificare le sue pretese.
E poi, alla Catalogna conviene davvero l’indipendenza? Obiettivamente, no.

Il distacco di Barcellona da Madrid presenta dei problemi non trascurabili, sia nel quadro dei successivi rapporti economici con la Spagna che nel contesto internazionale. Limes, che presenta un excursus storico delle le pulsioni identitarie catalane, riassume la questione così:

L’independència, infatti, infervora gli animi e le gradinate dello stadio Camp Nou di Barcellona, ma presuppone una serie di problemi non trascurabili. Il nuovo stato nascerebbe fuori dall’Ue: potrebbe entrarci solo con l’accordo unanime dei membri. Come si comporterebbe in questo caso Madrid? Comunque, per un periodo negoziale di durata non prevedibile, merci e capitali catalani sarebbero esclusi dalla libera circolazione, perdendo l’accesso al mercato spagnolo. Ecco perchè le imprese e le banche di Barcellona e dintorni preferiscono la ricerca di un compromesso. Lo stesso Mas non manca di puntualizzare come la sovranità della Catalogna non debba consistere in un “addio alla Spagna”.

I tentativi catalani di approfondire l’autonomia da Madrid sono stati numerosi durante i secoli, e spesso decisamente sfortunati. Resta però da chiedersi quanto senso abbia la nascita di un nuovo Stato nazione in Europa, quando il confronto geopolitico del nostro continente avviene con entità come Cina, Stati Uniti, Russia o Brasile. Nella stessa Unione Europea, le capitali tendono a perdere il loro potere decisionale in favore di centri alternativi come Francoforte, Bruxelles o Berlino.

Globalist approfondisce il tema, con una conclusione che alza uno sguardo sulle analoghe rivendicazioni in giro per l’Europa:

Vale la pena di ricordare che l’Ue non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo. E il fatto che la Catalogna sia più ricca non la sottrae certo alla trafila della richiesta di adesione. In campagna elettorale Mas ha parlato anche di Catalogna Stato membro della Nato, «ma senza esercito». Una contraddizione in termini.
Tutto questo è comunque secondario. La Costituzione spagnola sancisce il carattere “indissolubile” dell’unità statale, il referendum ha in questo paese carattere consultivo, va ratificato, dai cittadini, ovvero tutti gli abitanti del paese e non solo i catalani.
A Madrid sono in pochi a prendere sul serio le rivendicazioni di Mas per una Catalogna indipendente, sottolineando però i rischi di un effetto domino in altre aree del paese, a cominciare dai Paesi Baschi. Quasi tutti i madrileni ascoltati da Globalist nella capitale spagnola, concordano su un punto: Mas cerca di alzare l’asticella col governo per fare paura, sapendo benissimo di non poter camminare con le proprie gambe.
«Quello che davvero Mas vuole ottenere sono nuove concessioni dal governo, una maggiore autonomia e un regime fiscale più vantaggioso» dice Enrique, 44enne esponente delle Forze dell’Ordine in borghese. Isabel, giovane ingegnere non ancora trent’enne con esperienza in cooperazione internazionale incontrata a Puerta del Sol alla vigilia del voto catalano sottolinea: «La prospettiva di una Catalogna indipendente non sta in piedi. E proprio per il fatto che le rivendicazioni sono di tipo economico. Che faranno stamperanno una valuta nuova? Di certo non potranno usare l’euro».
Il punto centrale della rivendicazione catalana è un’Austerity attribuita alla redistribuzione della ricchezza locale col resto del paese. Il debito catalano è però pari a circa 44 milioni di euro [dato ovviamente errato] e la disoccupazione interessa almeno 800 mila catalani. Ed è proprio qui che casca l’asino. Un improbabile stato indipendente di Catalogna vedrebbe questo debito incrementato. Lo conferma il Financial Times, che scrive: «Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna». Tanto per cominciare ci sarebbe da restituire qualche soldo a Madrid per la quota di debito nazionale e la ristrutturazione delle banche. Poi c’è la questione dell’export.
Lo spiega bene The Economist, citando il blog del Professor Pankaj Ghemawat, della IESE Business School di Barcellona. Ghemawat ha creato una mappa delle esportazioni catalane, dimostrando che se è vero che questa regione esporta, è anche vero che esporta una bella fetta di produzione nella stessa Spagna. Gli attuali 49 miliardi di export sarebbero dimezzati, con un inevitabile ripercussione sull’occupazione. L’elenco potrebbe continuare, ma, dato che il segno dei tempi è diventato la parola “spread” si pensi alla reazione dei mercati alla notizia di una dichiarazione unilaterale di secessione catalana.
Questa è la sostanza. Condita però da Mas con dei toni populistici che rimandano all’identità nazionale che non trovano ragione nei fatti. Le rivendicazioni culturali catalane sono state affrontate e soddisfatte una decina di anni fa. A Barcellona il catalano ha pari dignità con lo spagnolo.

Resta da vedere se la vicenda catalana sommata alla questione fiamminga e alla prospettiva di un referendum separatista in Scozia segni l’inizio di una tendenza europea.
In tempi di crisi economica come quella che il vecchio continente attraversa, le isterie nazionalistiche fanno paura. Anche negli anni ’30 del secolo scorso andò più o meno così.

Eccoci allora al punto nodale, la madre di tutti i problemi nrll’Europa di oggi, quella dell’austerity: la crisi sta riaccendendo ovunque le tensioni tra le regioni più prospere e i governi centrali. Ed è singolare che tanto i separatisti scozzesi quanto quelli catalani fanno ricorso proprio agli ideali europei per sostenere le rispettive rivendicazioni. L’integrazione europea, che mirava ad unirci, ci sta portando sempre più alla frammentazione.
Una contraddizione che il quotidiano polacco Uwazam Rze ha cercato di mettere in luce:

Ormai i sostenitori dell’autodeterminazione preferiscano soprattutto gli ambienti ovattati dei gabinetti ministeriali o delle istituzioni europee, gli eventi culturali e la promozione delle lingue regionali. Una strategia che sembra avere successo: alla vigilia delle scadenze elettorali i governi si piegano alle rivendicazioni dei separatisti in cambio del loro sostegno.
In questa battaglia la lingua è un’arma molto potente. I catalani la utilizzano con la stessa maestria con cui giocano a calcio. In Catalogna lo spagnolo è considerato una lingua straniera e le scuole sono obbligate a garantire solo quattro ore settimanali di spagnolo. Per chi arriva dalla Castiglia o dall’Andalusia con la propria famiglia è impossibile trovare una scuola con un insegnamento integralmente in spagnolo.
Negoziando con le autorità statali i separatisti non esitano a ricorrere ad argomenti filo-europei, e difendono la tesi secondo cui l’indipendenza della Catalogna, del Paese basco o della Scozia non metterebbe in difficoltà la nazione spagnola o britannica, poiché la federalizzazione dell’Unione ridurrà comunque il ruolo degli stati nazione. Se le capitali cedono di anno in anno parte dei loro poteri alla Commissione europea, perché non darne un po’ anche a Edimburgo o a Barcellona?
Con questa retorica europeistica, i separatisti hanno trovato una valida soluzione per cancellare l’etichetta di pericolosi e irresponsabili fanatici che era attribuita loro.

Secondo il New York Times il caso della Catalogna dimostra come l’integrazione europea (o meglio, la sua attuale e perversa applicazione), anziché unire gli Stati, abbia finito dare una spinta al secessionismo delle regioni:

La Catalogna potrebbe diventare la scintilla di una nuova ondata separatista nell’Unione europea, ed essere seguita da presso da Scozia e Fiandre. Il grande paradosso dell’Ue – che si fonda sul concetto della sovranità condivisa – è che abbassa l’asticella spingendo le regioni a battersi per la propria autonomia.
Mentre dalla crisi della zona euro potrebbe emergere un’Unione post-nazionale, caratterizzata dall’impulso verso una maggiore unione fiscale e un controllo più centralizzato sui budget e le banche nazionali, la crisi ha accelerato le ambizioni separatiste delle regioni più ricche dei paesi membri, che non vogliono più finanziare i loro vicini più poveri.
Il presidente catalano Artur Mas ha sconvolto la Spagna e i mercati convocando elezioni regionali anticipate e promettendo di indire un referendum sull’indipendenza dalla Spagna, anche se Madrid lo considera illegale. La Scozia vuole fissare per l’autunno del 2014 un referendum sull’indipendenza. I fiamminghi hanno ormai raggiunto un’autonomia pressoché totale, sia sul piano amministrativo sia su quello linguistico, ma sono tuttora profondamente risentiti per l’egemonia dei francofoni della Vallonia e dell’élite di Bruxelles. La prova potrebbe essere costituita dalle elezioni provinciali e comunali in programma per il  14 ottobre.
Come nei matrimoni, esistono innumerevoli cose che  tengono uniti i paesi anche a malincuore: una storia comune, guerre comuni, figli in comune, nemici comuni. Ma la crisi economica nell’Unione europea sta mettendo in luce anche antichi dissapori.
In Catalogna come nelle Fiandre molti pensano di pagare ai governi centrali molto più di quanto ricevono. Da questo punto di vista è una replica in piccolo della controversia della zona euro, in cui i paesi settentrionali più ricchi come Germania, Finlandia e Austria deplorano il fatto che le loro relative ricchezze e il loro successo siano prosciugati per tenere a galla paesi come Grecia, Portogallo e Spagna.
L’espansione complessiva dell’integrazione europea di fatto ha abbassato l’asticella del secessionismo, perché le entità emergenti sanno di non dover essere del tutto autonome e indipendenti”, ha detto Mark Leonard, direttore del Consiglio europeo per le relazioni estere. “Sanno che avranno accesso a un mercato di 500 milioni di persone e ad alcune delle garanzie dell’Ue”.

Prospettiva davanti alla quale Bruxelles è dovuta correre ai ripari. Ma benché l’Unione Europea abbia già precisato che gli indipendentisti troveranno la porta chiusa per quanto riguarda un’automatica adesione, particolarismi e rivendicazioni procedono indisturbati. Peccato che sia proprio l’Europa ad incoraggiarli: a Bruxelles ci siano già più di 300 uffici a difendere gli interessi di territori grandi e piccoli, che fanno della UE il più grande tavolo di negoziati del mondo.

Nella UE dei 27 Stati, la voce grossa delle comunità locali è la regola, non l’eccezione. E dire che l’Europa era nata per unirci.

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l'analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

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Venerdì 6 luglio il Parlamento romeno ha approvato in seduta comune una mozione di “impeachment” contro il presidente della Repubblica, Traian Basescu, presentata dalla coalizione che sostiene il premier Victor Ponta, gettando il Paese nel caos istituzionale. L’impeachment è stato etichettato dalla società civile di Bucarest come un “golpe bianco“, posto che a prima vista non c’è alcun motivo che lo giustifichi. L’intera vicenda è riassunta su East Journal.
L’ultima parola sul destino politico del presidente Traian Basescu spetterà ai cittadini romeni, attraverso un referendum che sancirà o meno la destituzione del capo di Stato.
L’Agenzia Nova, citando il Washington Post, riporta la preoccupazione degli USA per gli eventi in corso:

In molti paesi dell’Unione europea è in atto una preoccupante “erosione del rispetto politico e dei controlli e contrappesi costituzionali, guidata da populisti che sfruttano l’insoddisfazione dei cittadini in difficoltà economiche: l’ultimo esempio è la Romania, dove un nuovo primo ministro di sinistra sta premendo per rimuovere i controlli al suo governo, spingendo il presidente della repubblica a lasciare l’incarico”. E’ quanto scrive oggi il quotidiano statunitense “Washington post” in un’editoriale. “Victor Ponta, salito al potere nel mese di maggio senza vincere le elezioni dopo il crollo di due coalizioni di centrodestra, ha allarmato gli altri governi dell’Unione europea, così come l’amministrazione di Barack Obama, cercando di consolidare rapidamente il potere”, scrive il quotidiano statunitense

Chi ne guadagna da tutto questo? Il sito Rumeni in Italia ha le idee ben chiare: la Russia, il quale nota che tra i provvedimenti d’emergenza disposti dal Governo Ponta c’e anche la forte limitazione per il voto al referendum ai romeni all’estero, da sempre ostili all’attuale esecutivo. Ma probabilmente tale giudizio è influenzato dai precedenti storici più che da un’approfondita disamina.
Tuttavia la Russia ha da guadagnarci davero.

Il rischio che Bucarest scivoli lentamente nel baratro dell’autoritarismo, dal quale è uscita dopo la caduta di Ceausescu, potrebbe non essere senza conseguenze per il resto d’Europa. I timori con cui Bruxelles guarda all’evolversi della crisi romena non sono dettati dalla mera volontà di difendere la democrazia all’interno dell’UnionePochi sanno che in seguito alle recenti scoperte di giacimenti nel Mar Nero, la Romania vanta oggi le terze riserve di gas naturale dell’Unione Europea -  secondo gli esperti in via d’esaurimento in 10-15 anni, ma che tuttavia hanno già attirato l’attenzione di giganti come Exxon.
La Voce Arancione spiega cosa c’è dietro:

La questione energetica dietro l’impeachment al Capo di Stato romeno

Oltre che per ragioni politiche, il contrasto tra Basescu e Ponta riguarda anche questioni di natura energetica. Il Capo dello Stato, favorevole ai progetti della Commissione Europea di diversificazione delle forniture di gas, e determinato a diminuire la forte dipendenza del suo Paese dalle forniture della Russia, ha varato un piano per lo sfruttamento dei giacimenti di oro blu nelle acque territoriali romene del Mar Nero.

Inoltre, Basescu ha avviato consultazioni con la vicina Bulgaria per la messa in comune dei gasdotti dei due Paesi – come previsto dalle clausole del Terzo Pacchetto Energetico UE – e ha dato il via libera alle indagini di verifica della presenza sul terrotorio nazionale di riserve di gas Shale.

Appena salito al potere, nel Maggio del 2012, Ponta ha cavalcato l’onda ecologista, ed ha posto una moratoria sui lavori per l’individuazione dei giacimenti di gas shale. Inoltre, il premier socialista ha rallentato l’erogazione dei finanziamenti per l’individuazione delle riserve di oro blu nel Mar Nero, lasciando così il Paese ancora fortemente dipendente dai rifornimenti di Mosca, e lontano dalla realizzazione delle clausole previste dalle leggi dell’Unione Europea.

La crisi politica romena si lega strettamente al domanda energetica europea. Con la possibile caduta di Basescu, la UE perderebbe un alleato chiave nei propri piani di diversificazione delle fonti. Tra l’altro, la Romania è molto interessata al gasdotto Nabucco, progetto fortemente sostenuto dalla UE, A dichiararlo è stato lo stesso presidente Basescu, a cui va aggiunto quanto riportato nei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. La sezione romena del gasdotto dovrebbe richiedere un investimento compreso tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro. Ma la possibile destituzione del Capo di Stato romeno potrebbe rimettere in forse ogni proposito. Più in generale, l’arresto di tutte le attività inerenti agli idrocarburi priverebbe l’Europa della più prossima tra le possibili fonti di approvvigionamento.
E’ ancora presto per dire se Mosca abbia avuto un ruolo nella bagarre in corso a Bucarest. Di certo, l’episodio segna un punto in favore del Cremlino. L’ennesimo nell’eterna partita Europa-Russia sul gas.

I fatti salienti del G20 di Los Cabros sono essenzialmente due. Innanzitutto, per la prima volta i leader mondiali non hanno ostentato il solito buonismo di facciata con tanto di sorrisi e  ”foto di famiglia”, dove contrasti e i litigi trovano spazio, con discrezione, dietro le quinte e non emergono nel comunicato finale, già scritto prima che la riunione abbia inizio. Stavolta, al contrario, confronti  e polemiche sono affiorati alla luce del sole.
In secondo luogo, i leader extraeuropei, concentrandosi sulla crisi dell’euro come la più grande minaccia per la rirpesa globale, hanno apertamente esortato i loro omologhi europei ad agire rapidamente per risolvere i problemi di casa propria, presupposto necessario per il rilancio dell’economia. Per tutta risposta, Barroso ha dichiarato che l’Europa non doveva ricevere lezioni da nessuno, tanto meno da Paesi non democratici. Ma l’Europa è una costruzione meno democratica di quanto sembri. E al giorno d’oggi le ragioni che ne erano alla base si sono rivelate insufficienti per legittimare ulteriori passi (leggi: sacrifici?) nel tortuoso processo di unificazione politica.

Stimolare la crescita, garantire la stabilità finanziaria e sostenere il progetto di  un’unione fiscale europea sono la ricetta. Il punto è vedere se e come queste parole potranno mai tradursi in azioni efficaci. Se gli ultimi due anni rappresentano un indizio, la risposta non può che essere negativa.
Secondo l’ultimo editoriale di Presseurop:

Da oltre due anni i famosi summit dell’ultimo momento per salvare l’euro e la Grecia non hanno trovato un rimedio alla crisi. La Grecia è ancora fortemente indebitata e gravata da uno stato decadente e da una classe politica che si aggrappa alle proprie abitudini. Spagna e Italia paiono più che mai vicine a scivolare nella spirale infernale dell’indebitamento.
Ne consegue che i bailout non funzionano. Sarebbe ora di trovare soluzioni a lungo termine. Lo si sente ripetere un po’ ovunque, in Europa, e di questo si parlerà al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno.

Il risultato delle politiche di austerità, condicio sine qua non per la concessione dei piani di salvataggio, sono stati una recessione più profonda, maggiori disordini sociali e sconvolgimenti politici nelle economie più deboli del Vecchio Continente. Il tutto condito da un generale senso di sfiducia verso l’integrazione europea, fino a vent’anni fa sbandierata come la nuova l’Eldorado. Di fatto, la risposta alla crisi greca sono state ulteriori crisi in Irlanda, Portogallo e Spagna. Cipro sarà la prossima, in attesa che i dardi della speculazione puntino nuovamente sul bersaglio più grosso – l’Italia. Il tutto per la mancanza di soluzioni di lungo periodo – meglio ancora, per la scarsa volontà politica di elaborarle.

In tale contesto, i leader mondiali hanno cercato di premere su Angela Merkel affinché fornisca un sostegno più forte e (soprattutto) più flessibile alle economie in difficoltà – ad esempio, accettando di rinegoziare col nuovo governo greco i termini del salvataggio di Atene, oppure aprendo la strada agli Eurobond. Ma la cancelliera, come sempre, si è mostrata irremovibile.
La posizione tedesca non è del tutto irrazionale. Negli ultimi anni, Berlino ha navigato in acque tutt’altro che sicure. All’inizio degli anni Duemila il debito pubblico è schizzato dal 60% al 70%, la disoccupazione giovanile al 20% e la crescita media è rimasta inchiodata a percentuali da prefisso. Una situazione precaria coronata con lo sforamento del patto di stabilità nel 2003. per rimettersi in carreggiata, il governo Schroeder fu costretto a sottoporre il Paese ad una cura da cavallo. Le riforme promosse dall’allora cancelliere sono sì costate la rielezione a quest’ultimo, ma hanno permesso alla locomotiva tedesca uno spettacolare recupero di competitività.
Mentre Berlino inaugurava la stagione delle riforme, le economie mediterranee aderenti alla moneta unica languivano in uno stato d’abulia, confidando sulle proprietà salvifiche dell’integrazione monetaria. Non c’è da stupirsi che ora i tedeschi lamentino di dover mettere mano al portafoglio per rimediare all’altrui inerzia.
Secondo Berlino, la crisi dell’eurozona è una questione di responsabilità. In tal senso gli appelli alla solidarietà europea sono visti con diffidenza perché mascherano pretese di assegni in bianco, che i tedeschi ovviamente non sono disposti a concedere – alla luce dello sconfortante precedente della Transuferunion nei Lander dell’ex DDR, che ha sì portato benessere ma non sono bastati ad innescare lo sviluppo economico sperato.

In realtà, i problemi della Germania con l’Europa partono da più lontano. A parte la paura di perdere un welfare e un modello sociale avanzato al quale i suoi cittadini si erano abituati dalla fine della Seconda guerra mondiale, ad essere in discussione è  lo stesso ruolo di Berlino all’interno del Vecchio continente. Prima che scoppiasse la crisi, la dialettica tra Berlino e Bruxelles ammetteva senza riserve che le soluzioni tedesche sono le migliori per tutti. Ora, per salvare l’Europa, i tedeschi non solo dovranno tirare fuori più soldi dalle loro tasche, ma dovranno anche ripensare la propria politica estera. Ora che all’Europa sembrano non crederci più, se non come mercato di sbocco per le proprie merci.
A prima vista anche Angela Merkel sembra essere consapevole della necessità di una nuova Europa. Così la cancelliera ha annunciato la presentazione di un piano di lavoro per far avanzare il processo di unificazione politica del continente. Maggiore integrazione per maggiori aiuti, è il messaggio. Ma la mancanza di unità potrebbe essere una scusa per ritardare le misure necessarie per garantire che gli aiuti siano messi a disposizione in condizioni praticabili.
La verità è che nel quadro politico europeo, la Germania vive una paradossale condizione: è troppo debole per esercitare una leadership sul continente, ma abbastanza forte per turbarne l’equilibrio. Se il peccato originale dell’euro è quello di essere una moneta senza sovrano, alla quale cioè non corrisponde nessuno Stato, la creazione dei famosi eurobond sarebbe lo sbocco più logico verso l’integrazione richiesta – a parole – dalla Merkel.
Ed ora che l’asse Merkozy non c’è più, la Francia, un tempo il migliore alleato della Germania, di colpo sembra diventato  il primo avversario.
Conclude l’editoriale di Presseurop, citato all’inizio:

Due progetti antitetici si fronteggiano: il presidente François Hollande, sostenuto ora da una maggioranza assoluta in Parlamento, vuole una politica di crescita da affiancare all’austerity in vigore in Europa, in previsione di una maggiore integrazione economica e politica. La cancelliera tedesca Angela Merkel, invece, vuole dar vita a un’unione economica e politica per aumentare il controllo sulle politiche di bilancio dei paesi Ue, in previsione di misure per la crescita e per un’eventuale rateizzazione del debito. Insomma, la rottura rispetto a “Merkozy” è netta e si ignora per il momento se Hollande – che ha trovato in Mario Monti un alleato – riuscirà a modificare l’equilibrio dei poteri nel quale finora Merkel ha sempre prevalso.

Carta di Laura Canali tratta dal Quaderno Speciale di Limes 3/2010 "La lingua è potere"

L‘accordo per la formazione di un nuovo governo, raggiunto in piena notte da otto partiti (quattro fiamminghi e quattro valloni) dopo 482 giorni di stallo politico, è stato salutato come un nuovo inizio nella storia dello Stato belga. Inizio che condurrà il Paese alla sesta riforma istituzionale in quarant’anni sotto la guida di un esecutivo a guida del socialista francofono Elio Di Rupo. Le tensioni tra la comunità fiamminga e quella vallone sembrano smorzarsi, restituendo euforia ad un’opinione pubblica esausta dopo un anno e mezzo di inerzia.
L’entusiasmo è comprensibile, ma ha il difetto di mascherare una realtà tutt’altro che rosea. Per due ragioni.

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Nel corso della sua recente visita a Bruxelles, il presidente Berlusconi ha rilasciato questa dichiarazione: «Sappiamo che è opportuno innalzare l’età del pensionamento, per tenere conto dell’aumento della speranza di vita; tuttavia ogni governo ha difficoltà a farlo, perché perderebbe voti. Se l’Ue, invece, decidesse di dare un’indicazione in questo senso, tutti i governi sarebbero felici di farlo, perché obbligati dall’Europa».
In pratica, se fosse la Ue ad “obbligare” l’Italia a procedere in questo senso il governo non perderebbe voti in conseguenza ad una scelta così impopolare.

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di Luca Troiano

Il Guardian ha pubblicato una mappa interattiva che riassume la situazione degli orientamenti politici del continente dal 1973 ad oggi. Partendo dalla tradizionale distinzione cromatica delle ideologie (rosso per la sinistra, blu per la destra), un dato salta subito all’occhio: l’Europa non è mai stata tanto blu prima d’ora. Sono solo cinque i Paesi in cui la destra non è al potere:Spagna (ma il governo socialista di Zapatero ha i giorni contati), Grecia(idem), AustriaSloveniaCipro. E accanto alla destra, va segnalato il proliferare dell’estrema destra.

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