L’Europa dopo il voto del 25 maggio

Quelle del 25 maggio non sono state elezioni europee come le altre. Quest’anno, si concludeva il processo di transizione iniziato coll’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il cui obiettivo di fondo era una maggior democratizzazione del funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, da questo scrutinio sarebbe emerso il nome del nuovo presidente della Commissione europea. Nella visione dei firmatari di Lisbona, le elezioni di quest’anno rappresentavano perciò uno spartiacque storico nell’àmbito dell’integrazione continentale.

Ciò che a Lisbona nessuno poteva immaginare era che, dal 2009 a oggi, l’Europa sarebbe stata investita da cinque anni di crisi economica, la cui onda lunga ha lasciato profonde ferite nella realtà sociale del Vecchio Continente. E il disagio dei popoli non poteva che manifestarsi anche nelle urne. Risultato: il voto recentemente espresso avràconseguenze tanto importanti quanto insidiose sia per l’Europa sia per i singoli Stati membri.

La prima è la netta e ampiamente prevista affermazione dei movimenti euroscettici. «Per la prima volta ci sarà una vera opposizione alParlamento europeo», ha esultato il leader della Lega Matteo Salvini, il quale trascura — come molti osservatori — che quella da noi chiamata «opposizione euroscettica» è tutt’altro che un monòlito. I movimenti che la compongono sono sí uniti quando si tratta di puntar il dito contro l’Europa, a loro avviso la radice di tutti i mali, ma si dividono quando si tratta d’esporre visioni e obiettivi, in aperto contrasto fra loro. Continua a leggere

L’Ucraina attende ancora la sua rivoluzione

Il significato originale di Ucraina è “confinante, di frontiera”. La sua posizione in bilico tra l’est e l’ovest l’hanno infatti resa a un tempo culla e colonia della vicina Russia, passando per la dominazione polacca e qualche sporadica parentesi d’indipendenza. Ieri contesa tra gli Asburgo e i Romanov; oggi tra Bruxelles e da Mosca. Se è vero che che nel nome sia scritto il proprio destino, questo spiega come mai Kiev sia ciclicamente in preda di tensioni sia interne che esterne. Un vaso di Pandora che in questi giorni si è riversato a piazza Maidan, il cui nome per i media internazionali comincia a fare rima con quello delle più famose Tahrir e Taksim. Ma andiamo con ordine.

Il 28 novembre, al vertice sul Partenariato orientale di Vilnius, in Lituania, l’Ucraina avrebbe potuto compiere un passo storico verso l’integrazione europea con la sottoscrizione dell’Accordo di associazione, nelle cui clausole era prevista l’intesa per la creazione di un’area di libero scambio con Bruxelles. Ma all’ultimo il presidente Yanukovich ha rinunciato alla firma, cedendo alle pressioni (non troppo) diplomatiche di Mosca che vorrebbe includere l’ex repubblica sovietica nell’ambito dell’Unione Doganale Eurasiatica. 

Solo pochi giorni prima, la firma dell’Ucraina pareva cosa fatta. All’inizio di settembre Yanukovich si era rivolto ai suoi parlamentari per l’adozione delle leggi necessarie alla firma e alla ratifica dell’Accordo, e la Rada suprema si è messa subito all’opera. Ma nei primi di novembre, quando anche a Bruxelles circolava già ottimismo, è arrivata la svolta: dopo una visita a sorpresa di Yanukovich a Mosca (che ha alimentato molte polemiche) la situazione è mutata radicalmente.

Il presidente ucraino è così tornato sui suoi passi, abbandonando la decisione di compiere un avvicinamento strategico all’Ue proprio per sfuggire alla pressione russa. Ed oggi la stampa europea si divide a metà tra chi punta il dito contro Putin e i suoi ricatti energetici e chi invece addossa all’Europa la responsabilità di questo fallimento (l’ennesimo) in politica estera.

Russia e Ucraina, oltre al gas c’è di più

Il fatto è che, per Kiev, sottrarsi da Mosca è semplicemente impossibile. Al culmine di un duello durato mesi, l’Ucraina ha deciso di arrestare il proprio cammino verso l’Europa per non pregiudicare il complesso sistema di relazioni, politiche ed economiche, che la legano a Mosca. 

L’Ucraina è un Paese dalle tre anime: una parte ucrainofona centrata su Leopoli, erede dell’impronta storica polacca e asburgica; una più ampia regione di mezzo, attorno a Kiev, dove ucrainofoni e russofoni convivono ma non comunicano; infine una parte orientale, a cui va aggiunta la Crimea, russofona e socioeconomicamente legata a Mosca. La prima e la seconda aspirano all’Europa come via di fuga dai ricatti di Mosca; la terza invece comprende vecchie industrie e contadini, le cui relazioni con la Russia sarebbero chiaramente penalizzate dalle norme europee. Legami fortissimi, ereditati dal settantennio sovietico, sussistono infatti tra i due vicini in tutti i settori della produzione e del commercio. Ancora oggi la Russia è il primo mercato di sbocco delle merci ucraine.

Per la Russia, le motivazioni strategiche si sovrappongono a quelle storiche ed economiche. Ho già avuto modo di spiegare perché Mosca consideri l’Ucraina parte integrante della sua sfera di influenza e di sicurezza. Non dobbiamo dimenticare poi gli impulsi storico-culturali: qui sono nati il concetto di civiltà russa e la tradizione religiosa ortodossa. Sul piano economico, infine, Mosca e Kiev insieme formano un mercato da quasi 200 milioni di consumatori: si capisce perché i russi debbano per forza mantenere la propria influenza sull’Ucraina se intendono restare una potenza globale.

Putin ha esercitato forti pressioni al suo omologo ucraino affinché recedesse dall’intento. Partiamo dal gas. Il presidente russo non è nuovo ad usare l’oro blu come un’arma impropria: negli ultimi sei anni tra Ucraina e Russia si sono verificate sei “guerre del gas”, di cui l’ultima proprio nei giorni antecedenti all’incontro di Vilnius. Tra le due parti in causa, quella debole è ovviamente l’Ucraina. Kiev dal canto suo punta all’indipendenza energetica, ma stando ai piani del governo non la raggiungerà prima il 2020, quando cioè sarà troppo tardi per liberarsi dalla dipendenza dalle forniture russe. Inoltre, le relazioni energetiche tra i due Paesi sono tanto complesse quanto poco trasparenti e proprio per questo instabili. Quello che non si capisce è come mai gli eurocrati decidano di firmare certi accordi a ridosso dell’inverno anziché in primavera, quando ci sarebbe tutto il tempo.

In concreto l’offerta del Cremlino comprendeva: gas a buon mercato, offerto a 270 dollari per migliaia di metri cubi a fronte dei 400 attuali; finanziamenti per una quindicina di miliardi di dollari, ossigeno vitale per le asfittiche casse di Kiev; rimozione di tutti i problemi sanitari (creati ad hoc alcuni mesi fa) riguardanti le merci esportate in Russia. Dall’altro, in caso di rifiuto la Russia avrebbe preteso il pagamento dei debiti pregressi per le forniture di gas, oltre ad un ritocco del prezzo a 450 dollari. Un salasso economico che Kiev non avrebbe retto: lo Stato non ha soldi, e le trattative con il Fondo Monetario Internazionale per un programma di aiuti economici sono congelate da quasi due anni. In più, a livello informale, Putin deve aver minacciato di revocare il proprio appoggio a Yanukovich per le presidenziali ucraine del 2015.

In cambio l’Europa offriva 500 milioni di euro di risparmi doganali, 186 milioni per implementare le riforme (ad esempio l’indipendenza sostanziale, oltre che formale, della magistratura) e 610 milioni a riforme avvenute. Inoltre, l’adesione al mercato comune comportava il rischio che le merci europee inondassero l’Ucraina, penalizzandone la bilancia commerciale. Non stupiamoci che Kiev abbia scelto Mosca.

Che tuttavia non può considerarsi vincitrice al cento per cento. Certo, stavolta l’ha spuntata su Bruxelles. Ma esercitare così tante pressioni su un Paese vicino in nome dei propri interessi significa condannarlo all’instabilità permanente, mettendo in forse proprio quella sicurezza interna che i russi mirano ossessivamente a preservare.

L’Europa si è fermata a Vilnius

Quella che poteva essere un’occasione storica per Bruxelles si è invece trasformata in una delle sue pagine più nere. l’Europa ha giocato male la partita per diverse ragioni. Innanzitutto, è caduta vittima anche stavolta del suo peccato originale: quello di non marciare unita. Solo gli stati baltici e la Polonia hanno fatto di tutto affinché l’Ucraina abbracciasse l’Europa, mentre Parigi, Berlino, Roma e Madrid non hanno fatto alcunché. Nonostante la comunità di ucraini in Italia sia una delle più grandi d’Europa, la nostra politica estera è costantemente filorussa. Se Berlusconi è uno dei migliori amici di Putin, Romano Prodi ha sempre sostenuto che un’adesione dell’Ucraina all’Ue è “improbabile tanto quanto quella della Nuova Zelanda”. Stesso discorso per la Germania, le cui strette relazioni economiche con Mosca condizionano non poco l’intera politica della Ue nell’Europa dell’est. In concreto, Aleksander Kwasniewski e Pat Cox, ex Presidente polacco ed ex Presidente del Parlamento Europeo, a capo della delegazione europea incaricata delle trattative, non hanno mai avuto pieni poteri e non hanno più alcun peso politico in Europa, mentre l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Catherine Ashton, è stata – tanto per cambiare – poco più che una comparsa.

In secondo luogo, Bruxelles non ha offerto alcuna forma di protezione a Yanukovich dal suo amico-nemico Putin. Giustificando la sua decisione di non firmare l’accordo a Vilnius, il presidente ucraino ha affermato che “sfortunatamente l’Ucraina nell’ultima fase è rimasta sola ad affrontare i suoi gravi problemi economici e finanziari”, proponendo di dare inizio a dialoghi trilaterali tra Russia, Ucraina e Unione europea e sollecitando Bruxelles da un lato per aiutare l’Ucraina a alleggerire i termini di un possibile prestito da parte del Fondo monetario internazionale, e dall’altro affinché conceda un lauto un pacchetto di aiuti economici al suo Paese. Ma ipresidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, ha rifiutato i dialoghi trilaterali e ha risposto che Yanukovich deve piuttosto impegnarsi a firmare un accordo che invece rifiuta di sottoscrivere. Rifiutando l’Accordo di associazione con l’Ue il presidente ucraino voleva spuntare un’offerta migliore, ma ora si ritrova stretto tra le condizioni dettate dalla Russia e le manifestazioni di protesta.

In terzo luogo, l’Unione europea ha posto all’Ucraina una serie di spinose condizioni. Tra queste c’era quella imprescindibile della liberazione di Yulia Tymoshenko, che invece Yanukovich vorrebbe tenere in prigione a tempo indeterminato. Pur avendo inviato in questi mesi segnali positivi in direzione di Bruxelles – come la liberazione di Yuri Lutsenko, ex ministro degli Interni, finito in carcere dopo un altro processo sommario – sulla Tymoshenko si è invece mostrato irremovibile. Alla fine è stata la stessa ex leader della Rivoluzione Arancione a chiedere all’Europa di rinunciare alla sua scarcerazione pur di arrivare alla firma, ma non c’è stato verso. In ogni caso, la vicenda personale e giudiziaria dell’ex premier si tratta di uno specchio per le allodole. Ucraina e Unione Europea si parlano, ma non si capiscono, e le ragioni di dissidio tra le due parti abbracciano un più ampio ventaglio di temi.

Piazza Maidan, i perché di una protesta

A pagare il prezzo più alto delle convulsioni geopolitiche di Kiev è tuttavia il popolo ucraino, che si potrebbe dire cornuto (per il mancato avvicinamento all’Ue) e mazziato (dalla polizia, alle dirette dipendenze di Yanukovich). Le manifestazioni in corso a piazza Maidan sono forse l’aspetto più significativo della questione. Esse non vanno viste alla luce della solita e già menzionata contrapposizione tra filorussi e filo-occidentali, ma vanno piuttosto inquadrate nel contesto dei sommovimenti che nel corso del 2013 hanno interessato un po’ tutta l’Europa dell’est.

Per una volta il popolo ucraino è mosso da un fattore drammatico e per questo unificante: il generale risentimento nei confronti dell’attuale classe dirigente, definita come corrotta e incapace. Da quando è stato eletto nel 2010, il presidente Yanukovich ha deluso ogni aspettativa, compresa la speranza di ottenere qualche concessione e agevolazione da Mosca. Sotto il suo predecessore Yushenko (presidente dal 2005 e 2010), specialmente a Kiev, erano fiorite molte piccole e medie imprese. Con l’avvento di Yanucovich, invece, l’iniziativa privata è stata stroncata a colpi di burocrazia e tasse, mentre gli oligarchi che hanno sostenuto e finanziato il partito del presidente hanno ricevuto numerosi sgravi fiscali. Misure che hanno duramente colpito una classe media – per lo più europeista – che andava formandosi, privilegiando invece i proprietari degli obsoleti impianti di estrazione e lavorazione del carbone nel bacino del Don, tradizionalmente. La corruzione poi non è stata nemmeno minimamente combattuta, ma anzi tacitamente incoraggiata. C’è poi la vicenda personale del figlio del presidente, Oleksandr, che da signor nessuno è diventato uno degli uomini più ricchi del Paese. Tutte ragioni che hanno stancato gli ucraini, i quali vedono nell’Europa un’opportunità di cambiamento, al momento negata.

Oggi fioccano i paragoni tra le giornate di Piazza Maidan e la Rivoluzione Arancione di nove anni fa. Un paragone di superficie che tuttavia non ha alcuna aderenza con la realtà. Non avverrà un’altra rivoluzione: la Tymoshenko resta in carcere e gli altri leader non hanno il carisma e la capacità per ricreare quel che è avvenuto nel 2004. L’unica figura che riscuote un certo consenso è quella dell’ex pugile Vitaly Klitschko, pronto a candidarsi alle presidenziali del 2015, ma siamo ben lontani dai livelli di Yulia. La stessa ex primo ministro è ormai sostenuta solo da una cerchia molto stretta di irriducibili capitanati dalla figlia Evgenia. L’Ucraina è alla ricerca di nuovi eroi, o più semplicemente di un’alternativa ad un presente avaro di opportunità. E l’Europa – bella o brutta che vogliamo considerarla – lo era. Sta ora a Bruxelles mostrarsi all’altezza di quest’aspettativa.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

La Croazia in Europa senza entusiasmo

Da oggi la Croazia è il ventottesimo membro dell’Unione Europea. Dopo la Slovenia, è il secondo Paese dell’ex-Jugoslavia a entrare a farne parte, ma i festeggiamenti sono smorzati dalla grave situazione economica in cui Zagabria versa. Questo, unito alla lunghezza eccessiva (2005-2011) dei negoziati, frutto del peso della guerra degli anni Novanta, della difficile riconciliazione con le ex repubbliche jugoslave e del non facile processo di democratizzazione delle istituzioni, ha molto raffreddato gli entusiasmi dei croati alla viglia dell’adesione. L”astensione del 79% alle sue prime elezioni europee e del 57% al referendum interno sull’adesione sono i segni più evidenti della crescente disillusione croata nei confronti dell’Europa.

Per celebrare l’ingresso di Zagabria come 28esimo Stato membro, dal 24 giugno al primo luglio Presseurop ha pubblicato ogni giorno un articolo del quotidiano Novi List sulla Croazia alla vigilia dell’adesione.
In sintesi, i croati sono divisi nelle loro aspettative: alcuni temono l’arrivo dell’austerity, altri sperano nelle opportunità offerte dall’apertura dei confini.
Germania, Austria e Italia temono un’invasione di lavoratori croati dopo l’adesione di Zagabria e si preparano a limitare i flussi di manodopera.
Serpeggiano disillusione e scetticismo delle fasce più deboli della popolazione, soprattutto degli operai e dei piccoli artigiani, timorosi che Bruxelles trasformi Zagabria in una “piccola Cina europea.
L’ingresso nel mercato comune europeo esporrà le aziende croate a una maggiore concorrenza, che penalizzerà soprattutto le imprese più piccole e meno all’avanguardia.
Nei dieci anni intercorsi tra la domanda di adesione e l’ingresso nella UE, il percorso di riforme necessario per adeguare le istituzioni croate agli standard europei hanno profondamente cambiato il volto del Paese.
Infine, Novi List ricorda che per un Paese con un passato di guerre e di regimi autoritari, aderire all’Ue significa prima di tutto entrare in una comunità di valori positivi.

Questo per quanto riguarda Zagabria. E per Bruxelles, invece, cosa cambia?

Secondo la stampa europea l’allargamento non risolverà alcun problema e pone interrogativi sulla forma futura dell’UE.

Secondo Limes, invece:

L’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, evento dagli effetti pratici immediati piuttosto modesti a Bruxelles, è un fatto politico fondamentale in vista del definitivo aggancio dei paesi dei Balcani occidentali – quelli che un tempo componevano la Jugoslavia – all’orbita europea.

Per quanto secondo una crescente parte dell’opinione pubblica
 continentale l’Unione non abbia nulla da guadagnare da un allargamento a questi paesi, il processo di stabilizzazione dell’area e la sua integrazione nel sistema economico-politico europe compiono grazie all’adesione croata un significativo passo in avanti.

L’integrazione della Croazia all’Ue, effettiva da oggi lunedì primo luglio – ricuce appunto simbolicamente una serie di profonde fratture legate alle vicissitudini storiche di tutto il continente.

Insomma l’adesione sarà un’opportunità per ambo le parti, in teoria. In concreto Zagabria, appena entrata a Bruxelles, è già a rischio sanzioni per i suoi pessimi indicatori macroeconomici. Non proprio il modo migliore di dare il benvenuto.

Come lo shale gas potrebbe cambiare gli equilibri geopolitici mondiali (e perché non cambierà quelli europei)

Lo shale gas (gas di scisto) è stata la grande innovazione energetica degli ultimi anni. Benché scoperto agli inizi del secolo scorso, è solo dal 2000 che il suo utilizzo ha conosciuto una decisa accelerazione. Oggi la possibilità di sfruttarlo come fonte di energia potrebbe sconvolgere le dinamiche di mercato e rivoluzionare gli equilibri commerciali e geopolitici a livello mondiale.

La rivoluzione dello shale

Secondo Limessommando gli effetti della crescita della produzione petrolifera convenzionale e non, quattro Paesi mostrano il più alto potenziale in termini di effective production capacity growth (crescita della capacità di produzione effettiva): nell’ordine Iraq, Usa, Canada, e Brasile. Tre su quattro si trovano nell’emisfero occidentale, e solo uno – l’Iraq – in Medio Oriente, tradizionale centro di gravità del mondo petrolifero. Ma il dato più sorprendente è l’esplosione della produzione petrolifera degli Stati Uniti.

In particolare, l’utilizzo combinato di due tecnologie - horizontal drilling e hydrofracking - all’inizio pensate soprattutto per lo sfruttamento dei pozzi non convenzionali, si sta ora diffondendo anche allo sviluppo dei giacimenti convenzionali, con l’effetto di aumentare la redditività di pozzi già maturi, magari considerati già in via di esaurimento. Con tali tecnologie si prolunga di fatto la vita dei giacimenti e più in generale si accrescono le riserve disponibili di petrolio.

Gli USA potrebbero arrivare a produrre, entro il 2020, 11,6 milioni di barili/giorno di greggio e Ngls (Natural Gas Liquids), diventando il secondo più grande produttore petrolifero mondiale dopo l’Arabia Saudita. Se nel 2000 lo shale gas copriva appena l’1% del fabbisogno energetico statunitense, nel 2010 la quota era già cresciuta al 20% e si prevede toccherà il 46% nel 2035. Grazie alle riserve di petrolio e shale gas scoperte negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti dovrebbero presto raggiungere l’autosufficienza energetica.
Inoltre, secondo l’IEA (International Energy Agency), sempre per il 2020 gli USA diventeranno esportatori netti di metano. L’America tornerebbe così uno dei massimi fornitori di energia su scala globale come sono stati fino al 1949, quando il 60% del petrolio mondiale veniva estratto sul suolo degli States.

Le formazioni di scisto, però, non sono presenti solo in Usa: sono state individuate in Europa, Africa, Canada, America del Sud e Cina. Alcune indagini preliminari hanno evidenziato che in ben 32 Stati il volume di gas di scisto “utilizzabile” supera di almeno sei volte quello degli Stati Uniti, anche se non è detto che si tratti di giacimenti di qualità. In Cina, dove secondo le stime IEA si trovano le maggiori riserve di shale a livello mondiale (il 50% in più degli USA), c’è già molto fermento attorno al tema.

Lo shale gas in Europa

Conscia della propria insicurezza energetica, Bruxelles è da tempo alla ricerca di sempre nuove fonti di approvvigionamento. In questo senso, lo shale rappresenta un’opportunità da considerare con attenzione.

Secondo alcuni esperti, per l’Europa lo shale gas potrebbe essere la via d’uscita dalla recessione: con un costo del lavoro dalle 5 alle 18 volte maggiore a quello medio della Cina, l’abbattimento dei costi dell’energia rappresenterebbe una fondamentale opportunità per far sì che le merci made in Europe tornino a competere sui mercati globali.
Secondo alcune stime, il gas di scisto potrebbe arrivare a coprire il 45% della produzione europea di gas entro il 2035, cioè il 10% del totale.

Oltre che ai vantaggi economici, lo shale avrebbe importanti riflessi geopolitici. In particolare, il Vecchio continente potrebbe finalmente uscire dallo scacco energetico russo.

Eppure l’ultimo vertice europeo dei capi di Stato e di Governo, in maggio, si è chiuso con una generica apertura alle risorse non convenzionali. Non ci sarà, insomma, un invito esplicito a inseguire gli Stati Uniti nella rivoluzione dello shale gas, a causa delle divergenze di posizioni e di interessi tra i 27 Paesi membri, a dispetto delle maggiori compagnie energetiche europee che da tempo insistono per interventi urgenti.
L’Europa è divisa, su questo come su qualunque altro argomento possibile. Il dibattito sullo shale gas vede dunque un’Europa spaccata in due, fra euforia e rifiuto totale. Di diversa natura sono le resistenze allo sviluppo dello shale gas nel Vecchio continente.

Da un parte, c’è la spinosa questione dell’impatto ambientale conseguente alle attività di frantumazione idraulica (fracking), necessarie per produrre il gas di scisto. Il Vecchio continente teme i danni causati dall’estrazione.
Già in settembre la commissione Industria ed Energia del Parlamento europeo aveva chiesto regole più severe per lo sfruttamento del gas da scisti. La Germania è uno dei Paesi che con maggiore attenzione sta analizzando il problema: uno studio del ministero dell’Ambiente pubblicato alla fine del 2012 ha esaminato le conseguenze ecologiche del fracking, valutandone le insidie (compreso il possibile inquinamento delle falde acquifere) e imponendo una serie di obblighi nel caso di utilizzo.

Dal punto di vista economico, poi, al di là delle rosse previsioni citate è difficile non riconoscere che le condizioni in Europa sono piuttosto diverse e probabilmente non potranno essere replicate quelle di vantaggio ottenute negli Stati Uniti in merito all’abbassamento dei prezzi del gas. Più in generale, ci sono almeno cinque ragioni per cui lo shale gas non sarà un game changer nel quadro energetico europeo: 1) elevata densità della popolazione, causa di maggiori preoccupazioni ambientali rispetto agli Stati Uniti; 2) giacimenti situati ad una profondità maggiore rispetto a quelli in USA; 3) mancanza del necessario know-how; 4) normativa che non incentiva gli investimenti privati; 5) maggiore convenienza del Gnl (gas naturale liquefatto) e della rete gassifera esistente rispetto allo sviluppo dello shale.

Perché lo shale (non) ci salverà da Mosca

Dall’altra, c’è la questione geopolitica. Con un’Europa forte energeticamente, il ruolo strategico della Russia nello scacchiere globale verrebbe notevolmente ridimensionato. Per questo la Russia è molto preoccupata per il possibile sviluppo dei giacimenti europei di scisto: l’indipendenza energetica europea porrebbe fine al monopolio di Gazprom, e dunque all’influenza di Mosca su Bruxelles.

Non è un caso che, tra i 27, il Paese europeo che più ha spinto e avallato il ricorso a tecniche non convenzionali sia la Polonia, da sempre rivale di Mosca. Il governo di Varsavia ha predisposto una serie di riforme sia di semplificazione nell’accesso alle concessioni che di sfruttamento delle stesse – allargando alcuni vincoli ambientali. Il risultato di questo mix è stato una pioggia di investimenti attesi: il Ministero dell’Ambiente si aspetta per quest’anno l’apertura di 39 pozzi perforativi. Un’analisi sul potenziale dello shale gas in Europa, redatta da Ruud Weijermars e Crispian McCredie, consulenti per Alboran energy Strategy, e pubblicata agli inizi dello scorso anno, spiega perché è più probabile che lo sviluppo europeo di questa risorsa venga guidato da Varsavia e non da Bruxelles. Altro precursore europeo del fracking è l’Ucraina, che non a caso rappresenta – esattamente come la Polonia – uno dei Paesi più energeticamente legati a Mosca.
A fronte di chi tuttavia vorrebbe affrancarsi dal rubinetto russo, c’è invece vi rimane strenuamente attaccato per ragioni di strategie economiche (Germania)  e/o convenienza di varia natura (Italia: si vedano i rapporti tra ENI e Gazprom).

In conclusione, la rivoluzione dello shale potrebbe davvero  rivoluzionare l’industria petrolifera – e la politica estera – americana e cinese, ma non quella europea.

A differenza di Bruxelles Berna riconosce la Cina come economia di mercato

A tre anni dall’inizio dei negoziati, Cina e Svizzera hanno deciso di siglare un trattato di libero commercio.

Ciò è possibile perché, a differenza dell’Unione Europeariconosce la Cina come un’economia di mercato; di conseguenza, non deve imporre le barriere decise da Bruxelles.

Secondo Linkiesta:

Né a Bruxelles, né a Berlino, e neppure a Londra – è la Svizzera che il primo ministro cinese Li Keqiang ha scelto per la sua prima visita in Europa. Nella capitale tedesca si è recato subito dopo; nella capitale comunitaria non ci pensa nemmeno, per il momento, a causa della larvata guerra commerciale che si sta combattendo nell’industria delle telecomunicazioni e in quella dei pannelli solari

Se Li ci ha passato due giorni – un tempo considerevole per un leader, François Hollande in Cina ad aprile ha trascorso meno di 24 ore – è anche perché la Svizzera sembra essere meglio preparata che altri paesi a cogliere i frutti della globalizzazione. Nel 2012 le esportazioni svizzere verso la Cina hanno raggiunto 26,3 miliardi di dollari, 2.800 dollari per abitante. L’acquisto della società di orologeria Corum (130 persone e 140 milioni di franchi di fatturato) da parte del gruppo China Haidian è stata ben accolta, anche se è ben poca cosa rispetto a ciò che le multinazionali svizzere realizzano in Cina: a fine 2011 occupavano quasi 191mila persone, in aumento di 80mila unità rispetto al 2007.
Non sorprende che sia ormai prossima la firma del primo accordo di libero scambio tra la Cina e un grande paese occidentale (o quantomeno più grande che l’Islanda, con cui l’accordo è stato firmato in aprile).

Secondo Ticino News, l’area di libero scambio potrebbe essere il primo passo per rendere la Svizzera la piattaforma finanziaria delle attività internazionali delle grandi imprese cinesi:

Ma c’è un aspetto che è stato sottovalutato nei commenti alla visita in Svizzera del primo ministro Li Keqiang e che potrebbe aprire prospettive ancora più allettanti per il nostro Paese. Il Governo cinese sta infatti lentamente liberalizzando il proprio mercato finanziario e soprattutto sta cercando di internazionalizzare la propria valuta, che finora non è convertibile. La possibilità di operare in renminbi è stato finora concessa a Hong Kong e prossimamente verrà concessa anche a Singapore. Non è escluso (anzi, direi molto probabile) che questo processo continui e che la Svizzera possa essere il primo Paese a poter operare con la moneta cinese. Ciò porterebbe al trasferimento in Svizzera di importanti attività finanziarie di molte imprese cinesi ed occidentali con un conseguente rilancio della piazza finanziaria elvetica. In altri termini, il nostro Paese potrebbe diventare la piattaforma finanziaria cinese nel campo commerciale e anche degli investimenti diretti in Europa.

Inoltre, a riprova dei crescenti legami commerciali tra i due Paesi, il 30 maggio la consigliera federale e Ministro dei Trasporti Doris Leuthard, in vista di lavoro in Cina, ha firmato due accordi che prevedono una maggiore collaborazione nei settori dei trasporti e delle foreste. Nel corso della giornata ha incontrato diversi ministri cinesi negli ambiti di sua competenza.

Il trattato potrebbe avere delle ricadute anche nei confronti dell’Unione Europea.

Secondo Limes, la tempistica dell’accordo sino-elvetico è tutt’altro che casuale:

L’Ue, infatti, si appresta ad imporre dei dazi all’importazione sui pannelli solari prodotti dalle aziende cinesi, accusate di praticare il dumping (la vendita sotto costo).
La proposta era stata avanzata il 9 maggio scorso dal commissario del Commercio Europeo Karel De Gucht e prevederebbe una tassa pari al 47% del valore del prodotto. Bruxelles ha tempo fino al 5 giugno per applicare o no il dazio per un periodo di prova di 6 mesi. L’eventuale decisione di applicare permanentemente il provvedimento verrebbe presa a dicembre.
I membri dell’Ue non sono d’accordo sul da farsi. Secondo l’agenzia Reuters, infatti, 15 paesi sarebbero contro il provvedimento antidumping. La Merkel, che sa bene quanto sia importante il mercato cinese per le aziende tedesche, ha affermato che farà tutto il possibile affinché il provvedimento non diventi permanente. Francia e Italia invece, che desiderano proteggere le rispettive industrie nazionali, si sono schierate a favore del dazio.
L’applicazione permanente del provvedimento antidumping taglierebbe le gambe alla Cina in un settore dove l’export in Europa le frutta circa 21 miliardi di euro. Una cifra sufficiente a spiegare la risolutezza delle parole di Zhong Shan, rappresentante per il commercio internazionale di Pechino: “in caso dell’applicazione di leggi protezionistiche contro i pannelli solari cinesi prenderemo provvedimenti per difendere l’interesse nazionale”.

Croazia, non ancora in Europa ma già nei Piigs

Il primo luglio di quest’anno la Croazia diventerà il 28esimo Stato membro dell’Unione Europea. Eppure il matrimonio tra Bruxelles e Zagabria, non ancora celebrato, è già in crisi. Crisi come quella – economica - dalla quale la Croazia non riesce ad uscire.
Secondo Stefano Giantin:

Ma che cosa porta in dote Zagabria all’Europa? L’orgoglio di avercela fatta, fresche energie. E nuovi problemi.

Problemi perché l’ex repubblica jugoslava issa la bandiera blu a dodici stelle dopo quattro anni di recessione, con un Pil in flessione nel 2012 del 2% e crescita zero nel 2013, causa consumi, investimenti ed export al palo. Una recessione gravissima che, malgrado il florido settore turistico, ha portato a un crollo complessivo del Pil dell’11% dal 2008 a oggi, «la seconda più grave contrazione registrata nel mondo», sottolinea un rapporto Barclays. Come se non bastasse, Zagabria paga l’onta dello stigma di “spazzatura” assegnato ai suoi bond da due agenzie di rating su tre. E in valigia il Paese balcanico nasconde anche una seria questione sociale, con una disoccupazione da codice rosso che ha superato il 18% secondo i dati Eurostat, il 21% secondo quelli dell’omologo locale dell’Istat. Peggio fanno solo Grecia e Spagna, altre nazioni che condividono simili affanni, come l’alto deficit trainato da sanità e pensioni, bassa competitività, un ipertrofico settore pubblico.

Non proprio un quadro roseo. Così, mentre si attendono gli ultimi benestare dei Ventisette al trattato d’adesione di Zagabria – in primis quello di una riluttante Berlino, fra le prime capitali a riconoscere l’indipendenza croata e oggi fra gli ultimi Paesi Ue a ratificarne l’ingresso – non ci si può non interrogare. La Croazia è veramente pronta?

In Germania c’è anche la stampa ad esprimere una certa perplessità. Il tabloid Bild dubita fortemente che l’Unione tragga un vantaggio dall’ammissione della Croazia. “Bruxelles ha già pagato un miliardo abbondante in aiuti per l’adesione al governo di Zagabria”, ricorda il quotidiano, prevedendo che “gli euro scorreranno a fiumi anche dopo l’adesione, perché i croati sperano di mettere le mani su almeno tre miliardi provenienti dalle casse UE”.

La diffidenza tedesca  ha finito per contagiare anche Bruxelles – di cui Berlino è, assieme a Parigi, azionista di maggioranza. La Germania oggi è la capofila di un gruppo di paesi scettici nei confronti dell’allargamento dell’UE, perché è insoddisfatta della situazione di alcuni dei paesi entrati di recente a far parte dell’Unione.
Dopo le adesioni rapide degli anni scorsi, le brutte esperienze hanno suggerito ai 27 un approccio più prudente al processo di apertura verso i Paesi candidati. Il caso limite è stata l’adesione di Romania e Bulgaria all’inizio del 2007: all’ingresso nel club europeo Sofia e Bucarest erano ancora lontane dal raggiungimento dei requisiti richiesti, specialmente in termini di legalità e lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata. Per colmare il ritardo accumulato rispetto agli impegni presi, la Commissione europea ha dovuto improvvisare un “meccanismo di cooperazione e di controllo”, ma ancora oggi Bulgaria e Romania non sono in grado di entrare nell’area Schengen.

Per evitare il ripetersi di una tale situazione, Bruxelles ha instaurato un “meccanismo specifico di rafforzamento continuo” che permetta alla Commissione di valutare il rispetto degli impegni presi nel corso dei negoziati.
La Croazia è stata il primo Paese a subire gli effetti di questa lezione: è stata sottoposta a criteri di adesione molto più rigidi, (che se fossero stati applicati in precedenza, alcuni Paesi attualmente membri dell’UE non vi sarebbero mai entrati. E questo spiega perché il processo di adesione di Zagabria sia durato dieci anni.

Nel frattempo, l’entusiasmo per l’imminente ingresso nell’Unione si è raffreddato. E non soltanto in ragione della lunga attesa. La Croazia, come illustrato nell’articolo di Giantin, soffre una grave recessione, come ricordato anche dal Bild che la considera già alla stregua dei Piigs.
Sulle difficoltà vissute dal Paese avevo già scritto due anni fa. Da allora la situazione non è solo peggiorata, ma pare anche aver spento le speranze che i croati riponevano nelle opportunità conseguenti all’ingresso nella UE.
Il primo atto concreto di partecipazione al processo europeo, ossia le prime elezioni europee nella storia del Paese in aprile, si sono rivelate un autentico flop: ha votato solo il 20,7% degli aventi diritto. “Vi presentiamo i dodici eletti per i quali probabilmente non avete votato“, esordiva il quotidiano Večernji List, commentando con sarcasmo il dato sull’affluenza. Per la cronaca, il voto ha segnato la vittoria della coalizione guidata dall’Unione democratica croata (HDZ, di destra) la sconfitta della coalizione del Partito socialdemocratico (SPD) del primo ministro Zoran Milanović (che ha ottenuto il peggior risultato dalle legislative del 2008).
In realtà, è improprio parlare di una vittoria del HDZ. La scelta dei cittadini di premiare il partito all’opposizione testimonia più che altro la sempre maggiore frustrazione dei croati verso una classe politica incapace di tirare fuori il Paese dalla crisi.
La Croazia perché aderirà nel corso di una delle più gravi crisi finanziarie europee, mentre le misure d’austerità stanno portando alla rinascita dei nazionalismi - emblematico il caso della Catalogna.

Infine, dopo l’adesione alla UE, la Croazia spera di entrare nello spazio Schengen entro il 2015. Tuttavia Zagabria si troverebbe ad essere la frontiera esterna dello spazio di libera circolazione, la gestione della quale rappresenta una grossa sfida per il Paese in termini di mezzi e personale.

Tutto male, allora? Per fortuna no.

Il processo di adesione ha svolto un ruolo decisivo nella risoluzione dell’annoso contenzioso con la vicina Slovenia. Inoltre, sono in via di definizione anche i rapporti con la vicina Serbia: la visita del vice primo ministro serbo Aleksandar Vučić a Zagabria il 29 aprile è il segno di un disgelo nelle relazioni tra i due ex rivali.

“In questo periodo di crisi del progetto europeo, i paesi dei Balcani occidentali ci mostrano che l’Unione europea conserva ancora un po’ del suo soft power”, commenta Eric Maurice su Presseurop ricordando anche l’accordo sulla normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo e la richiesta di perdono del presidente serbo Tomislav Nikolić per i crimini di Srebrenica, Un segnale incoraggiante che però impone a Bruxelles definire una linea di sviluppo mettendo al tempo stesso dei limiti, per preparare meglio l’accoglienza dei nuovi membri ed evitare delusioni future.

A cominciare dalla Croazia, che se dal matrimonio con l’Europa non si aspetta più una luna di miele, confida almeno in un’opportunità per uscire finalmente dalla crisi.

Serbia, il Kosovo è più vicino ma l’Europa ancora lontana

Una ventina di giorni fa la Serbia aveva detto no all’accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. I negoziati sono però proseguiti e il 19 aprile, sotto gli auspici dell’UE, Belgrado e Pristina hanno finalmente raggiunto un’intesa, accolta con sollievo dalla stampa di entrambi i Paesi.

East Journal riporta i 15 punti dell’”Accordo sui principi che disciplinano la normalizzazione delle relazioni”, benché tale versione non sia ancora ufficialmente confermata.
Sul triangolo Belgrado-Pristina-Bruxelles si veda anche questa interessante analisi sulla stessa testata.

Se i parlamenti dei due paesi ratificheranno l’accordo, il Kosovo del Nord passerà sotto l’effettiva giurisdizione di Pristina.
Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

L’accordo in questione regola l’autonomia dei serbi all’interno del Kosovo, il che in pratica significa che non saranno parte della Serbia. Verrà costituita un’Unione dei comuni serbi che godrà di un suo statuto, ma la cui esistenza sarà garantita dalle leggi del Kosovo, e non da quelle della Repubblica di Serbia. Questa Unione, quindi, sarà parte del sistema giuridico del Kosovo e non di quello della Serbia.
I serbi nella futura Unione dei comuni serbi del Kosovo avranno una propria polizia la cui composizione rispetterà la composizione etnica dei comuni. Proporranno i comandanti della polizia sul territorio di questi comuni, ma questi verranno formalmente nominati da Pristina, scegliendo uno dei candidati proposti dai comuni serbi. In Kosovo, quindi, formalmente non esisterà altra polizia oltre a quella kosovara e la polizia nei comuni serbi godrà di una sorta di autonomia e si atterrà alle leggi del Kosovo.
Detto in parole chiare, la parte serba ha mantenuto l’ingerenza in loco, ossia nei comuni serbi, mentre il governo kosovaro ha ottenuto una soluzione che gli offre lo spazio per potere trattare formalmente i comuni serbi come parte del Kosovo. Questa sorta di politica di scambio è davvero il massimo che entrambe le parti in gioco potevano ottenere in questo momento. A Pristina è chiaro che prendere i comuni serbi con la forza non sarebbe stata una buona opzione, e Belgrado comprende che della sovranità sul Kosovo non c’è più niente e che la situazione in Serbia degenererebbe rapidamente se non si accettasse di migliorare le relazioni con Pristina.

Sul piano internazionale, l’accordo schiude a entrambe le porte dell’Unione.

Ancora secondo l’OBC, l’intesa tra Belgrado e Pristina rappresenta un successo per la diplomazia europea oltreché l’unica scelta pragmatica che Belgrado e Pristina potevano fare. Si tratta di un passo fondamentale sia per la Serbia, perché cade il principale ostacolo all’integrazione europea, che per il Kosovo, che può concentrarsi sulla qualità delle proprie istituzioni.

Tutti contenti, allora? Non proprio.

Innanzitutto perché non tutta l’opinione pubblica ha apprezzato la conclusione dell’accordo. A cominciare dai nazionalisti serbi, che hanno organizzato delle manifestazioni di protesta a Belgrado – però in gran parte disattese dalla cittadinanza -, seguiti da altri attori tradizionalmente conservatori, come la Chiesa ortodossa serba, che hanno condannato duramente il patto.

Inoltre, in concreto l’accordo non risolve la questione di fondo: il riconoscimento internazionale del Kosovo.
Secondo Linkiesta, resta il fatto che i grandi sconfitti del negoziato sono proprio serbi dell’enclave, visto che gli accordi si sono svolti senza di loro.
La testata sottolinea poi che se da un lato un riconoscimento formale dell’indipendenza della provincia è da escludere per Belgrado, dall’altro la conclusione dell’accordo la riduce a una mera formalità. Eppure questa formalità avrà il suo peso nel cammino di Belgrado verso Bruxelles. Un ostacolo a cui vanno aggiunte le evidenti riluttanze di Francia e Germania ad accogliere lo Stato serbo nella grande famiglia europea.

Le recenti scuse del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica rappresentano forse l’ennesimo gesto di buona volontà per ammorbidire le posizioni di Parigi e Berlino; in ogni caso la prospettiva di adesione della Serbia ai 27 resta ancora lontana.

Nella diatriba tra Serbia e Kosovo è sempre l’Europa a uscire sconfitta

Da un anno la Serbia è ufficialmente uno Stato candidato dell’Unione Europea, ma per cominciare l’iter delle trattative con i governi occidentali che porteranno Belgrado a far parte della UE, Bruxelles pretende da Belgrado la sottoscrizione di un accordo per la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo. Ad oggi, infatti, le relazioni con l’ex provincia a maggioranza albanese costituiscono il principale ostacolo all’apertura formale dei negoziati di adesione.
Dopo dodici ore di trattativa sponsorizzata dall’Unione, il 2 aprile le delegazioni serba e kosovara si sono separate senza trovare un accordo. “Il solco tra le due parti è stretto ma profondo”, ha dichiarato l’alta rappresentante Ue per gli affari esteri Catherine Ashton. Il no definitivo sarebbe giunto l’8 aprile,quando la Serbia ha respinto il progetto di accordo sulle relazioni con il Kosovo.
Si tratta di una sconfitta per la diplomazia europea e in primo luogo per Catherine Ashton, che aveva personalmente supervisionato i lavori mostrandosi ottimista circa il buon esito dei negoziati. In febbraio la baronessa aveva anche parlato di non meglio specificati “progressi significativi” durante l’incontro tra il primo ministro serbo Ivica Dačić e quello kosovaro Hashim Thaci.

In marzo il governo di Pristina aveva adottato – non senza fatica - il piano in otto punti elaborato dalla Ashton per regolamentare la cooperazione tra le municipalità a maggioranza serba del nord del Kosovo. Dal punto di vista amministrativo darebbe a Pristina il controllo dell’intero territorio del Kosovo, Nord compreso; sotto il profilo politico, invece, aprirebbe la strada alla sottoscrizione del patto per l’associazione e stabilizzazione, primo passo verso l’adesione di Pristina all’Unione Europea. Thaci in questi mesi ha dovuto affrontare l’opposizione del partito di minoranza Vetevendosja, contrario ad ogni ipotesi di trattativa con Belgrado fintantoché non arrivi un pieno riconoscimento da parte serba – che tuttavia non arriverà mai, come ribadito dal presidente serbo Nikolic. L’appoggio del Aak di Ramush Haradinaj ha dato il via libera per le trattative.
Il problema, a questo punto, era convincere Belgrado. La Ashton da sei mesi a questa parte aveva cercato di persuadere sopratutto la parte serba. La quale ha rifiutato il piano dell’Alto rappresentante Ue perché in concreto voleva dire perdere per sempre l’influenza nel Nord del Kosovo, dove è concentrata la minoranza serba. Sono due i punti che la Serbia non accetta: 1) l’accorpamento delle municipalità di Mitrovica nord (a maggioranza serba) e Mitrovica sud (a maggioranza albanese), che altererebbe gli equilibri etnici locali; 2) la futura presenza delle forze militari di Pristina nelle municipalità abitate da serbi, fino ad ora autogestite con delle strutture  parallele a quelle del governo centrale kosovaro. Al contrario, Belgrado preme affinché Pristina accettasse di concedere un’ampia autonomia ai “suoi” serbi, riuniti in un unico comune, accordando loro poteri semi-esecutivi, il controllo del sistema giudiziario e della pianificazione territoriale. Ma i kosovari hanno dalla loro il sostegno degli USA – la cui posizione, in questo frangente, conta molto più di quella europea – e così non concedono nulla.
Ora, caduta anche l’ultima possibilità di un compromesso dopo il rifiuto comunicato l’8aprile, Bruxelles lascerà Belgrado in stand-by forse fino al 2014, causa lungaggini delle procedure decisionali.

I rapporti tra Belgrado e Bruxelles rimangono piuttosto tesi. Sul fronte interno, la destra ultranazionalista, manifestando in favore di un “Kosovo serbo”, si è scagliata apertamente contro l’Europa. A complicare i rapporti tra le parti sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che alza il velo sulla vicenda dei “neonati desaparecidos”, ossia quei bimbi morti a poche ore dalla nascita e fatti sparire per coprire casi di malasanità, oltre a quelli nati vivi e sottratti intenzionalmente alle loro famiglie per essere dati illegalmente in adozione.
Sullo sfondo c’è la crisi sociale, che morde duramente il Paese e che – nonostante la ripresa industriale e le favorevoli previsioni macroeconomiche – non accenna a esaurirsi.

Infine c’è l’Europa. Per Bruxelles, che tanto si era spesa in favore di un accordo, lo stallo dei negoziati tra Serbia e Kosovo rappresenta un‘ennesima sconfitta. Ancora una volta, la pur generosa politica del dialogo di marca europea si mostra incapace di portare a una soluzione. Neanche stavolta la UE si dimostra all’altezza di quel ruolo globale a cui aspira, vista l’incapacità di gestire in maniera autonoma le spinose questioni balcaniche senza chiamare in causa Stati Uniti e Russia.

Bulgaria, ultima vittima dell’austerity targata Europa

In Bulgaria la piazza ribolle. Bollette salatissime, provvedimenti d’austerità e condizioni di vita difficili hanno scatenato un’ondata di manifestazioni popolari che hanno costretto il governo alle dimissioni. Più di 100.000 persone, forse di più , hanno riempito le strade di Sofia e di oltre 40 città del Paese, in quelle che i media locali hanno descritto come le più grandi manifestazioni dal 1997, quando proteste di massa contro l’iperinflazione portarono alla caduta dell’allora governo socialista.
Il passo indietro del premier, Boiko Borisov, e l’annuncio delle elezioni anticipate a maggio (ma la legislatura sarebbe comunque finita in luglio) non hanno placato le proteste. Le piazze continuano ad essere presidiate giorno e notte da migliaia di manifestanti che si rifiutano di smobilitare e che nello stesso giorno in cui veniva celebrato l’insediamento di Neofit, il nuovo patriarca della Chiesa ortodossa bulgara, hanno accolto con fischi il tentativo del capo dello Stato, Rossen Plevneliev, di calmare gli animi.
Borisov, eletto nel 2009, aveva portato avanti una politica di “risanamento economico” tanto benedetta dalla Unione Europea quanto maledetta dai cittadini.

Secondo Rinascita:

In un Paese in cui il salario medio mensile non è superiore ai 400 euro, il popolo chiede che le bollette di energia elettrica vengano ridotte e tutti i contratti firmati con le società elettriche negli ultimi 24 anni siano rivisti. In primo luogo vi sono delle importanti richieste economiche. Marciando lungo le strade tutti uniti, i manifestanti hanno protestato “contro il monopolio delle aziende elettriche”, affinché vengano disciplinate o nazionalizzate le società elettriche svendute agli stranieri. Del resto Borisov cosa ha fatto? Ha pensato “bene”, di darle in gestione ad alcune compagnie della Repubblica Ceca, provocando in poco tempo un aumento vertiginoso dei costi, dopo averle privatizzate in ossequio al turboliberismo, come deciso dai tecnocrati di Bruxelles.

E i manifestanti di oggi sono diversi da quelli del 1997, perché non soltanto vogliono rovesciare un governo o un partito politico, ma sono contro tutti i partiti e contro un sistema, in vigore dal 1989, che vedono come assolutamente non funzionale e evidentemente corrotto. Molti giornalisti stranieri e analisti si sono affrettati a dire che il governo bulgaro è l’ultima vittima dell’austerità. Ma la verità è che mentre la disoccupazione è in aumento – attualmente si aggira attorno al 12% – gli stipendi restano troppo bassi e le imprese sono in difficoltà.
Dal punto di vista economico, possiamo comunque affermare che il paese si trova costantemente “in transizione”, dopo la caduta del comunismo. E come affermano gli analisti, i cittadini bulgari che hanno oggi 30 anni ne hanno vissuti ben 24 in fase di transizione e di instabilità economica. Tuttavia l’ingresso nell’Unione europea avvenuto sei anni fa ha messo in moto un meccanismo perverso che viene pagato a caro prezzo dai cittadini.

Il legame tra il malcontento in corso e la politica dei 27 è approfondito da Lettera43:

Ma le bollette della luce sono solo il pretesto, la punta di un malcontento che ha gonfiato negli ultimi mesi prima il disincanto e poi la rabbia verso i politici.
Un pretesto tuttavia più che comprensibile, se si pensa che dall’inizio del 2013 il costo per l’elettricità è raddoppiato. E lo stesso fanalino di coda riguarda la media dei salari, ferma a 400 euro mensili: buona parte del reddito di un bulgaro se ne va per pagare luce e riscaldamento.
LA RABBIA CONTRO LE POLITICHE UE. Sul banco degli imputati sono finiti i tre grandi gruppi privati che detengono il monopolio del servizio di fornitura, tutti stranieri, i cechi Cez ed Energo-Pro e l’austriaco Evn, accusati di aver creato un cartello che ha manipolato i costi garantendo ampi margini di profitto.
I manifestanti ne hanno chiesto la nazionalizzazione, sostenuti dall’opposizione socialista e dell’estrema destra, auspicando così la retromarcia su una delle riforme (la privatizzazione dei servizi energetici) introdotta nel 2004 per ottemperare ai criteri di Bruxelles per accedere all’Unione europea. Ma il passo dai consorzi energetici ai palazzi della politica è stato breve.

I manifestanti non chiedono di tornare alle urne ma che si formi un governo di programma, con un’agenda poco politica e molto concreta: adozione del sistema elettorale maggioritario, sospensione dei processi contro gli utenti in debito con i consorzi energetici, pubblicazione dei contratti con le stesse compagnie, inserimento di rappresentanti popolari negli organi di controllo.
Povertà, disoccupazione e mancanza di prospettive, soprattutto fra i giovani, la generazione che avrebbe dovuto beneficiare dei nuovi orizzonti aperti dall’ingresso nell’Unione Europea, hanno innescato la miccia della protesta contro la casta.
Dalle piazze bulgare emerge una rabbia anti sistema che coinvolge tutti i partiti tradizionali ma che non ha ancora trovato i suoi nuovi punti di riferimento.

Niccolò Locatelli su Limes riassume cosa hanno comportato quindici anni di liberismo e austerity imposti da Bretton Woods e da Bruxelles:

Il Financial Times riporta che a gennaio la spesa media per le bollette è stata di 100 euro, in un paese in cui il reddito pro capite è di 440 euro, il salario è sotto i 400 e la disoccupazione oltre il 12%. La Bulgaria, la cui valuta nazionale (il lev) è legata all’euro da cambio fisso,  è il paese con il reddito pro capite più basso dell’Unione Europea, di cui è membro dal 2007. Non essendo indipendente dal punto di vista energetico, deve importare gas e petrolio, prevalentemente dalla Russia.
Un inverno freddo ha fatto schizzare verso l’alto i consumi per il riscaldamento.Ma il prezzo insostenibile per i bulgari è da attribuire alla privatizzazione della distribuzione del gas, avvenuta nel 2004: il mercato è oggi in mano a sussidiarie dicompanies austriache (Evn) e della Repubblica Ceca (Cez, Energo Pro). Queste, nota Stratfor, hanno aumentato i prezzi in risposta al calo dei profitti registrato in Europa Occidentale.
La rinazionalizzazione del settore permetterebbe di abbassare le tariffe, ma peserebbe sulle finanze pubbliche. Soprattutto, rappresenterebbe una rottura con il paradigma di liberismo e austerity di cui la Bulgaria è stata un modello.

D’altra parte la Bulgaria è un tassello fondamentale del progetto South Stream [carta] che dovrebbe portare il gas russo in Europa Occidentale. E lo è anche del suo concorrente Nabucco, sponsorizzato dall’Unione Europea proprio per ridurre la dipendenza del Vecchio Continente dall’energia di Mosca. Nel 2013 dovrebbero iniziare i lavori per la costruzione del ramo bulgaro di entrambi i gasdotti.

Infine, come conclude Global Project:

Sostengono, i manifestanti, di avere tre nemici: i partiti, i politici e le multinazionali straniere. Ma a voler fare una ulteriore sintesi, il nemico è uno solo: quella insostenibile politica bancaria di “risanamento economico” che ha già macellato la Grecia e che, a partire dai Paesi più poveri come la Bulgaria, sta mietendo uno alla volta tutti gli Stati europei.

Nell’Europa (dis)unita si litiga sempre per i soldi / 2

La maratona negoziale sul bilancio europeo 2014-2020 è ancora in corso. Si discute sia per il tetto complessivo che per quanto riguarda la suddivisione tra i capitoli di spesa.
In novembre le trattative erano fallite per la difficoltà di trovare un compromesso tra i paesi (tra cui Italia e Francia) che vorrebbero mantenere al livello attuale le risorse destinate al budget europeo e i governi che propongono riduzioni di spesa, come Regno Unito e Germania.
Allora il premier britannico David Cameron aveva proposto una sostanziale riduzione del budget di almeno 30 miliardi sui 973 proposti dal presidente del consiglio europeo Herman Van Rompuy, uscendo (a parole) come il vincitore della contesa. Forte di questo risultato, Cameron ha così avuto l’ardire di promettere all’opinione pubblica un nuovo accordo con l’Ue prima di indire un referendum sulla permanenza nella stessa entro la fine del 2017. Secondo la stampa britannica il discorso ha lasciato molti dubbi sul futuro e, in ogni caso, si fa presto a dire referendum.

Per sapere come sono ripartite le entrate e le spese nell’Unione Europa si può consultare questa infografica del Guardian.
L’ultima notte di trattative ha portato a una riduzione della spesa di 34,4 miliardi di euro. Per quanto se ne sa ora, rivendicano un successo sia quelli che chiedevano un taglio alla spesa come il Regno Unito, sia quelli che invece chiedevano di non tagliare i finanziamenti degli stati membri all’Unione.
Ma se tutti si dicono vincitori pur partendo da posizioni così divergenti, chi è che ha vinto davvero?

In realtà va sempre così, secondo Le Monde: i negoziati sul budget Ue prevedono sempre uno scontro iniziale e un accordo al ribasso. L’Europa attraversata dalla più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, si limita a semplici aggiustamenti marginali. E neanche i sostenitori di un bilancio generoso, sono molto convinti dell’effettivo valore di questo strumento. Il risultato è che tutti cercano di ridurre il loro contributo. Ha cominciato il Regno Unito e adesso tedeschi, svedesi, olandesi e austriaci stanno cercando di fare lo stesso. E paradossalmente tutti giocano sul divario fra le spese promesse e le spese realmente fatte per riconciliare i paesi contributori e quelli beneficiari.

Curioso, poi, che l’ammontare complessivo del budget 2014-2020 – un trilione di euro – corrisponda più o meno allo stesso ordine di grandezza dell’evasione fiscale nel Vecchio continente. Come dire che se la “guerra” alla fuga dei capitali all’estero ormai inaugurata da tutti leader dei 27 si concludesse con un successo, non ci sarebbero più queste risse da bar in sede di Consiglio Europeo per decidere dove andare a prendere le risorse tramite cui contribuire alla ripresa dell’Unione. Ma quella di Bruxelles rischia di essere una sfida ai mulini a vento ed è sintomatica della (dis)unità di intenti che alberga in seno all’impalcatura europea.
Cecilia Tosi su Limes apre uno squarcio sui paradisi fiscali all’interno della UE:

il metodo preferito dagli europei per pagare meno tasse non è quello di andare alle Cayman, ma di lasciare i propri capitali in Europa. Perché la Ue non è un’unione fiscale né tanto meno tributaria e ognuno dei 27 paesi membri può applicare le aliquote che vuole, creando un mercato europeo del conto corrente che si adatta a tutte le tasche.
 I paradisi dove arrivano i capitali in fuga non sono più dietro la porta - la Svizzera non è più una meta così gettonata - ma direttamente dentro casa, anche in membri fondatori dell’Unione come Paesi Bassi e Belgio.
La Commissione europea ha quantificato il costo dell’evasione fiscale per gli Stati dell’Unione a 1 trilione di euro l’anno. Significa che nel 2012 i 27 membri avrebbero avuto a disposizione mille miliardi di euro in più se nessuno avesse presentato una falsa dichiarazione dei redditi o spostato le proprie ricchezze in un posto diverso da quello dove le ha guadagnate.

In totale, pare che da Amsterdam passino 13 mila miliardi di dollari stornati al fisco altrui.

Ma basta fare due passi più a sud per arrivare in un altro paradiso. Il quotidiano economico fiammingo De Tijd ha appena pubblicato un’inchiesta sugli strumenti finanziari più remunerativi concludendo che il Belgio fornisce accoglienza fiscale a circa il 20% delle più grandi società al mondo. Le prime 25 disporrebbero, secondo il giornale, di 336 miliardi di fondi sistemati a Bruxelles per un “risparmio fiscale” pari a 25.4 miliardi.

Con tutta questa concorrenza, i paradisi fiscali “tradizionali” sono costretti a raccattare le briciole.

…Così come i Paesi (l’Italia, ad esempio) dove la fedeltà fiscale dei contribuenti lascia molto a desiderare.