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Roberto Carvalho de Azevêdo, brasiliano, 55 anni, è il nuovo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), per i prossimi 4 anni. Succederà al francese Pascal Lamy, il cui mandato termina il primo settembre. Azevêdo l’ha spuntata sul messicano Herminio Blanco, al termine di una consultazione durata quattro mesi. Alla fine Azevêdo ha conquistato il consenso della maggioranza dei 157 membri dell’organizzazione, aggiudicandosi così il prestigioso incarico.

Il Brasile conquista così un’altra importante tribuna della scena internazionale, dopo l’elezione di José Graziano Da Silva alla guida della FAO nel 2011. Ma è dal 2003 che il Brasile ha assunto un ruolo chiave all’interno della WTO, dove è diventato uno dei grandi negoziatori assieme all’Unione Europea, agli USA, al Giappone, e ai BRICS le nuove potenze emergenti.
Che il Paese verdeoro sia sugli scudi non è comunque una novità. Basti ricordare che la trasformazione di un semplice acronimo in un forum per il dialogo e il coordinamento tra Brasile, Russia, India e Cina, allargato in seguito al Sudafrica, avvenuta dietro il decisivo impulso del governo Lula, con l’obiettivo di identificare le possibili convergenze nelle agende dei rispettivi governi e le eventuali azioni coordinate prevalentemente sui temi di carattere economico.
Sempre più, Brasilia sta dunque acquisendo un ruolo di primo piano sul piano geopolitico, grazie a un lavoro diplomatico paziente e meticoloso, teso a rafforzare alleanze con gli altri Paesi del Sud del mondo in tutti gli scacchieri che contano a livello internazionale. Un lavoro che mette il Brasile in prima fila per la conquista di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU (se mai la sempre annunciata riforma dell’organismo dovesse concretizzarsi), e che, dal nostro punto di vista, pone inoltre una questione generale di ridisegno dei meccanismi di governance globale che va al di là della riforma delle Nazioni Unite.

Come è spiegato su Limes, pur senza essere stata particolarmente combattuta, l’elezione di Azevêdo è stata una battaglia diplomatica, e come ogni battaglia, lascia sul campo vincitori e vinti. Tra i primi c’è indubbiamente il Brasile, e di riflesso i BRICS (ma solo sul piano simbolico, visto che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono riusciti a dare un segnale d’unità  solo in un secondo momento). Tra i secondi, invece, c’è innanzitutto il Messico, patria del candidato sconfitto, ma anche Stati Uniti ed Europa, che lo avrebbero preferito rispetto al brasiliano.
E qui tocchiamo un punto fondamentale: quello di adeguare le istituzioni globali a una geografia economica e politica mutata, dove il peso dell’economia del pianeta si sta spostando verso Est e verso Sud. Verso un sistema di rappresentanza dove inevitabilmente i nuovi equilibri trovano espressione negli incarichi, e nella mutata provenienza di coloro che sono chiamati a ricoprirli.

La nomina di un direttore brasiliano conferma dunque la lenta, ma inevitabile ridefinizione degli assetti internazionali. Dopo le tensioni provocate dalla nomina di Christine Lagarde (francese) alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale (a seguito dell’affaire Strauss Khan) la presidenza della Banca Mondiale è stata assegnata ad un coreano (seppure cittadino statunitense); nel contempo sono cambiate le quote decisionali all’interno dell’istituzione per consentire alle nuove potenze, Cina in primis, di acquisire posizioni più confacenti alle loro dimensioni. Si tratta di passa avanti significati, se pensiamo che finora ai paesi in via di sviluppo era riservata la carica di segretario generale delll’ONU: una posizione di prestigio ma dal contenuto meramente simbolico, poiché soggetta ai veti delle cancellerie occidentali.

Al di là dei simbolismi, fino a ieri il versante economico è sempre stato saldamente in mano ad Europa e Stati Uniti. Oggi invece si scorgono segnali di un reale cambiamento. La nomina del direttore generale del WTO, come quella dell’analogo incarico del FMI o della Banca Mondiale, sono sempre passate attraverso negoziazioni ad alto livello tra i governi europei e quello americano. Adesso è il momento di farla finita con la screditata logica politica che sta dietro a decisioni di questo tipo, volta solo a favorire gli interessi del Nord del mondo e perciò aggravando le già misere condizioni in cui versava il Sud.
Il Sole 24 ore ci ricorda che il WTO è stata l’organizzazione più odiata perché vittima dei suoi stessi “successi”: primo fra tutti la liberalizzazione nei settori manifatturieri, a causa della aziende con lavoratori privi di tutele sono entrati in concorrenza con imprese che occupavano operai e tecnici più garantiti. Ciò che messo d’accordo gli interessi di tutti -dei Paesi richi che volevano ridurre il costo del lavoro e di quelli poveri che volevano crare posti di lavoro – ma non è stata curata l’efficienza degli interventi, che sono stati disarmonici. In un contesto di cambi fissi o quasi-fissi, che impedivano ogni riequilibrio, gli effetti sono stati molto casi pesanti, accentuando le diseguaglianze e dando l’avvio alla crisi globale da cui non siamo ancora riusciti a tirarci fuori. Pertanto, secondo la testata, ci sarà anche bisogno di una nuova WTO, che non si faccia “odiare”. Il cui primo compito sarà rilanciare il ciclo di negoziati del Doha Round, lanciato nel 2001 e arenato per assenza di un accordo.

Il WTO ha bisogno di un direttore generale che vada al di là delle logiche politiche e che possa tracciare i principi economici di un nuovo ordine globale. Il mandato di Azevêdo rappresenta una sfida difficile. Non soltanto per lui. Le sue qualità sono indiscutibili, così come l’importanza del Paese da cui proviene, anche se tutto questo sbiadisce di fronte alla fatidica ineluttabilità decisionale che l’ha condotto al vertice dell’organizzazione: la presa d’atto che i vecchi equilibri sono definitivamente saltati.

Solitamente per “neocolonialismo” in Africa si intende quella una condizione di dominio esercitata dagli Stati europei sui propri ex territori coloniali subito dopo i processi che portarono questi Paesi a guadagnare l’indipendenza, a vantaggio soprattutto delle grandi multinazionali, sempre ghiotte delle materie prime custodite nel sottosuolo del Continente nero.

Quello che la vulgata ignora è che la nuova ondata del neocolonialismo proviene da Oriente, più che da Occidente; o per usare una metafora tratta dai punti cardinali, dal(l’ex) Sud del mondo, più che dal Nord.
Al centro del recente summit dei BRICS a Durban (Sudafrica), c’era anche la definizione delle politiche di sviluppo nei confronti dell’Africa, a cominciare dall’idea di creare una Banca per lo Sviluppo, alternativa a quella Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Era la prima volta che il vertice dei cinque si svolgeva nel continente culla dell’umanità e, già dall’agenda, è apparso chiaro come il mondo di oggi sia spaccato a metà. Da una parte le vecchie potenze politiche occidentali che hanno disegnato gli equilibri geopolitici del secolo scorso. Dall’altra le potenze emergenti dei BRICS. I primi la decadenza, i secondi il futuro.
In mezzo c’è l’Africa, terreno di sfida nel Grande Gioco del nuovo millennio che coinvolge, oltre agli Stati Uniti, anche la Cina e le altre potenze emergenti. A dare conferma di questo rinnovato interesse ci sono i dati del centro di ricerca finanziario statunitense Emerging Portfolio Fund Research (EPFR), secondo cui nel solo dicembre del 2012 i capitali raccolti da fondi d’investimento private equity dedicati all’Africa sono stati 878,4 i milioni di dollari, quattro volte la somma raccolta il mese precedente e il doppio rispetto all’ammontare raccolto nell’intero 2010. Soldi provenienti da ogni angolo del mondo. E il trend è destinato a crescere.

L’idea di una prossima competizione tra USA e Cina per il Continente nero era già stata formulata da diversi anni. Allora apparve subito chiare le differenze nell’approccio dei due contendenti: l’America cercava di difendere la propria influenza grazie alla presenza militare; la Cina invece la incrementava attraverso un proficuo scambio materie prime versus infrastrutture.
Più di recente, abbiamo visto come il Pentagono abbia pianificato l’invio di militari in 35 Paesi del continente; ufficialmente per contrastare il terrorismo islamico, di fatto per impedire a Pechino di guadagnare terreno. Ma i BRICS sembrano ora avvantaggiati.

Linkiesta riassume i punti di forza della Cina e dei suoi due principali competitor, India e Brasile:

C’è una lunga letteratura sulla presenza di Pechino in Africa. Nel 2009 la Cina ha scalzato gli Usa come primo partner commerciale e negli ultimi quattro anni, dopo il sorpasso su Washington, gli scambi bilaterali sono più che raddoppiati, passando da 91 miliardi di dollari a 198.

Nuova Delhi si è affacciata all’Africa in tempi recenti.

Gli scambi sono cresciuti in maniera vertiginosa negli ultimi anni.
 Nel 1991 erano pari a 967 milioni di dollari, nel 2010 a 51 miliardi, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere quota 90 miliardi entro il 2015.


Rispetto alla Cina, Nuova Delhi promette un approccio differente, basato sulla valorizzazione della manodopera locale, punta sul soft power di una democrazia – per quanto ricca di limiti e contraddizioni – nonché sull’eredità culturale del Mahatma Gandhi, che proprio a Durban si fece le ossa come avvocato.
Accanto a Cindia nell’ultimo decennio si è affiancato un altro ambizioso esponente dei Brics, il Brasile, che può contare sul vantaggio di antichi “legami”, risalenti all’epoca dell’impero portoghese. Si stima che fino all’abolizione della schiavitù, nel 1888, abbia importato dall’Africa un numero di schiavi dieci volte superiore a quello degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni, a partire dalla presidenza Lula, si è assistito a un vero e proprio salto di qualità nelle relazioni con l’Africa. I numeri sono ancora distanti da quelli cinesi, e persino da quelli indiani, ma indicano che il guanto della sfida è stato lanciato: dai 4,3 miliardi di dollari del 2002 gli scambi commerciali sono passati ai 27,6 miliardi del 2011.
Il Brasile sta cercando di trasformare in business quello che Lula ha chiamato «il debito storico» nei confronti del continente nero. I progetti di cooperazione si sono moltiplicati e gli aiuti esteri di Brasilia, che superano il miliardo di dollari, prendono spesso la strada dell’Africa.

Brasilia non è Pechino: essendo un grande produttore di petrolio e di derrate alimentari, non ha grandi necessità di import. …
La strategia è mista, investimenti privati uniti agli aiuti governativi. Un impegno a largo raggio, che ha portato il Brasile ad aprire ben 36 ambasciate nel continente, mentre è in arrivo la trentasettesima, in Malawi.

L’approccio dei BRICS non gode tuttavia di consenso unanime. Secondo l’opinione di Patrick Bond, direttore dell’Ukzn Centre for Civil society di Durban, i cinque intendono spartirsi l’Africa per rilanciarsi. Si vedano anche i pesanti giudizi sulla strategia cinese espressi da Lamido Sanusi, governatore della Banca centrale nigeriana.

Ciononostante, la politica dei nuove cinque grandi del mondo raccoglie più consensi che critiche. Pechino & co. sanno che se vogliono attingere alle risorse africane a costi i più convenienti possibili, devono poter offrire qualcosa ai 400 milioni di africani che vivono con un reddito pro-capite inferiore a due dollari al giorno – e ai regimi corrotti che li governano.
A fronte di una politica occidentale storicamente improntata sullo sfruttamento che ha aperto la strada a guerre sanguinose (qui e qui), e più di recente, all’integralismo islamico, i BRICS cercano di offrire all’Africa qualcosa che finora non ha mai conosciuto: la speranza di avere un futuro. E’ questa la differenza.

Il 2012 in sintesi

Il 2012 dal punto di vista della politica internazionale può essere visto sotto un duplice aspetto: quello dei fatti noti e dei meno noti.
Niccolò Locatelli su Limes riassume i temi dominanti dell’anno che sta per concludersi:

Il 2012 non è stato per la politica internazionale un anno rivoluzionario (e indimenticabile) come il 2011, quanto piuttosto un anno in cui si sono consolidate tendenze emerse in passato o ne sono nate di nuove, dagli esiti ancora incerti. È stato un anno di cambi di leadership realizzati (Cina), mancati (Stati Uniti), in sospeso (Venezuela). È stato un anno di crisi sventate o per lo meno rinviate (il collasso dell’euro, l’attacco all’Iran). Per questi motivi il 2012 può essere definito un anno di transizione.
In Siria la transizione è stata duplice: quella che nel 2011 era una ribellione è diventata una vera e propria guerra civile [...] la guerra in Siria è diventata nel corso del 2012 una guerra per procura tra l’asse dei paesi sunniti – appoggiato, in mancanza di alternative migliori, dall’Occidente – e l’Iran, per l’occasione spalleggiato dalla Russia.

gli Stati Uniti sono presi dalla transizione delle loro priorità geopolitiche: l’allontanamento dal Medio Oriente verso il Pacifico,per contenere la Cina e concentrarsi sull’area dove l’economia crescerà di più, è in atto. La conferma alla Casa Bianca di Obama, tra i principali artefici di questa strategia, la rafforzerà.

Attraverso il Diciottesimo congresso del Partito comunista, la Cina ha avviato con successo, malgrado lo scandalo di Bo Xilai, il cambio di leadership che si concluderà a marzo. [...] Nel 2012 la Cina è stata particolarmente assertiva nel rivendicare la propria sovranità(disputata) di alcune isole nel Mar Cinese. Le prove di forza con GiapponeVietnam eFilippine sono rimaste sul piano politico e simbolico, ma anche se non si è arrivati alla guerra la situazione resta tesa.

La transizione per l’Unione Europea, e in particolare per l’Eurozona, nel 2012 ha significato lotta per la sopravvivenza. [...] Rimangono insoluti i nodi politici e culturali: se la soluzione dev’essere condivisa, quanta sovranità sono disposti a cedere gli Stati, e a chi?

A est dell’Ue l’eco delle sentenze del Tribunale penale internazionale dell’Aja ci dice che la transizione verso una convivenza pacifica nell’ex Jugoslavia è ancora incompleta.

Il 2012 è stato un anno di transizione anche per la cosiddetta “primavera araba”:l’assalto al consolato Usa di Bengasi, le contestate decisioni di Morsi in Egitto, l’ondata di arresti in Kuwait e Bahrein hanno portato molti a dubitare della possibilità che la democrazia trionfi sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In America Latina una transizione potrebbe avviarsi da un momento all’altro. Per la prima volta nel XXI secolo, il Venezuela e la regione potrebbe essere presto orfani – politicamente o biologicamente - di Hugo Chávez. [...] L’alleato più stretto del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha già avviato una lentissima transizione verso un’economia più aperta, sul modello cinese e vietnamita. Come a Pechino e ad Hanoi, anche sull’isola la democrazia non è alle viste.

I fatti e gli eventi trascurati e meno noti al grande pubblico, ma che potrebbero diventare i trending topic del 2013, come di consueto, sono invece raccontati da Foreign Policy.
In sintesi:

  1. Le relazioni commerciali tra India e Pakistan
    L’interscambio commerciale tra i due Paesi è aumentato di nove volte tra il 2004 e il 2011, arrivando a toccare quota 2,7 miliardi di dollari. Ed è destinato ad aumentare ulteriormente dopo la firma di diversi accordi nello scorso settembre.
  2. Il Brasile diventa Paese d’immigrazione
    Attulamente ci sono stati circa 2 milioni di stranieri (molti dei quali portoghesi) che vivono legalmente in Brasile e circa 600.000 clandestini. L’interesse da parte dei cittadini di altri Paesi è frutto delle opportunità offerte dall’economia in crescita (ma non troppo), che nel prossimo anno richiederà un apporto di lavoratori qualificati tra le 200.000 e 400.000 unità, da impiegare in settori come il petrolio, le miniere, e la tecnologia.
  3. Gli Inuit rivendicano maggiori diritti sulle estrazioni nell’Artico
    La tendenza è iniziata nel mese di marzo, quando il governo Inuit del Labrador, in Canada,ha revocato il divieto di estrazione dell’uranio. Poi, nel mese di settembre, un gruppo di Inuit del territorio di Nunavut si è rivolto a Wall Street per trovare investitori disposti a finanziare un progetto di estrazione di oro, argento, rame, zinco e diamanti.
  4. Il verme di Guinea è quasi scomparso
    L’OMS ritiene che nei prossimi due anni verme di Guinea diventerà la seconda malattia conosciuta, dopo il vaiolo, ad essere completamente eliminata. Altre patologie (come la lebbra e la peste tubercolosi), però, sembrano tornare in ascesa a dispetto delle previsioni.
  5. Stampa 3D, innovazione e problemi
    Nel futuro prossimo la tecnologia tridimensionale porrà delle serie questioni sia per il copyright che per quanto riguarda l’ecosostenibilità.
  6. Finisce il mito dei call center indiani
    Per anni, l’immagine dei giganteschi call center in India è stata uno dei cliché della globalizzazione (chi non ricorda il film The Millionaire?). Ma da quest’anno la quota degli operatori telefonici localizzati a Delhi è scesa dall’80% al 60% in virtù della crescente concorrenza di Filippine, Brasile, Messico, Vietnam e alcuni Paesi dell’Europa orientale. Nel subcontinente il mercato dell’outsourcing sembra ormai saturo; le altre altre economie emergenti sanno ora di poter competere.
  7. Hong Kong in controffensiva
    Le tensioni tra Hong Kong e la madrepatria sono in crescita, accentuandole tendenze nazionalistiche in seno alla città autonoma. Le prove di forza di Pechino nel Mar Cinese Meridionale preoccupano sempre di più il governo locale.
  8. Cipro, la sponda di Mosca sul Mediterraneo
    Il salvataggio dell’economia dell’isola da parte della Russia (qui e qui) ha di fatto allontanato Nicosia da Bruxelles. L’influenza su Cipro garantisce al Cremlino un valido avamposto sia nei rapporti con la Turchia che col resto del Vicino Oriente.
  9. Il petrolio nel Congo
    Si stima che l’area del Parco Nazionale del Virunga, vicino al confine con l’Uganda, contenga giacimenti di oro nero per un ammontare di 6 miliardi di barili. Ai prezzi correnti, il valore di quel petrolio sarebbe pari a 28 volte l’intero PIL del Congo. Ma le operazioni di ricerca ed estrazione sono complicate dai rischi geopolitici ed ambientali che le attività petrolifere comportano.
  10. Le dispute insulari di cui non abbiamo sentito parlare
    Per tutto il 2012 si è parlato delle tensioni nell’Asia orientale per quanto riguarda il possesso di determinate isole (su tutte, le Spratly e le Senkaku). Ma anche nel Golfo Persico c’è chi litiga per lo stesso motivo: è il caso di Iran e Emirati Arabi Uniti, che rivendicano la sovranità su Abu Musa e i lembi di terra limitrofi.

Una volta i flussi migratori si dirigevano dalle colonie verso i Paesi che ne furono la madrepatria. I capitali, invece, seguivano il percorso inverso: le industrie nazionali investivano nelle economie emergenti, sfruttando le opportunità (basso costo del lavoro, materie prime, ecc.) offerte dalle loro economie in crescita.
Oggi la musica è cambiata: i flussi migratori si sono rovesciati, e così sono i talenti del Vecchio Continente, lasciati senza prospettive nelle nostre lande, ad emigrare verso il Nuovo mondo, e non più viceversa. I capitali, al contrario, da qui affluiscono copiosi per sostenere le esangui economie mediterranee.
Spagna e Portogallo sono l’esempio più lampante di questa nuova tendenza. La crisi economica ha invertito i ruoli tra colonizzati e colonizzatori. Una versione moderna della (ri)colonizzazione in cui la storia sta decretando la rivincita di quelli su questi.

Spagna

La stampa spagnola parli addirittura di “esodo” per descrivere il fenomeno della migrazione dei giovani (e non solo) iberici in terra argentina: nel 2011 50mila persone hanno lasciato la madrepatria per raggiungere l’ex colonia. All’inizio di quest’anno il Wall Street Journal segnalava che nel 2011 per la prima volta negli ultimi vent’anni la Spagna ha registrato più partenze che arrivi – in altre parole gli emigranti hanno superato gli immigrati -, e che secondo i sondaggi il 62% degli oltre cinque milioni di spagnoli oggi senza lavoro sarebbero disposti a lasciare il Paese pur di ottenerne uno. Linkiesta aggiunge che Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare: il primo paese di destinazione è sì il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania, ma le tendenze emergenti sembrano essere altre: Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, ma che coinvolge anche i cosiddetti cervelli in fuga.
Secondo l’OCSE, accade addirittura che cittadini originariamente argentini, emigrati in Europa durante la crisi del 2001 e naturalizzati spagnoli, stiano ora facendo ritorno a Buenos Aires e dintorni. L’inquietudine riguarda anche il numero complessivo della popolazione spagnola destinata a ridursi, nei prossimi dieci anni, dagli attuali 47 milioni a poco più di 45.
Per Maurizio Stefanini su Limes racconta come al XXII Vertice Ibero-Americano il governo di Mariano Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna:

Il dato piuttosto imbarazzante sia per la Spagna che per il Portogallo è che ormai questo vertice non rappresenta più tanto un’occasione per offrire aiuto ai paesi latinoamericani, bensì per chiederlo. Clamorose, in particolare, le interviste con cui Jesús Gracia, sottosegretario alla Cooperazione e per l’Iberoamerica nel governo Rajoy, ha chiesto di “rendere più facile l’emigrazione dei giovani spagnoli nell’Iberoamerica”. “Di fronte alla crisi spagnola, molti ibero-americani stanno tornando ai loro paesi, con alcune capacità che prima non avevano, accompagnati da giovani spagnoli con buona formazione che cercano un’opportunità di impiego. Non va visto come un dato negativo. Si stanno sviluppando nuove forme di emigrazione per rendere più facile l’inserimento lavorativo. C’è un deficit di tecnici specializzati in paesi come Colombia, Perù o Brasile dove possono essere i benvenuti”.
Nel 2012, circa 50 mila spagnoli sono emigrati: 9 mila sono andati in America Latina, il cui pil a livello regionale dovrebbe crescere del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2013; nel 2006 solo 3600 spagnoli erano emigrati qui. L’impressione è che stia per scatenarsi un’ondata.
Rajoy ha chiesto “regole del gioco chiare” per le imprese spagnole che investono in America Latina, al fine di evitare nuovi casi Ypf. A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari. Il premier spagnolo ha inoltre esortato lemultilatinas - le nuove multinazionali latino-americane, che quasi in contemporanea si riunivano in un forum a Bogotá – a investire in Spagna. “Se nel passato l’America Latina è stata un’opportunità per l’Europa, adesso l’Europa è un’opportunità per l’America Latina”.Dulcis in fundo, la Spagna sta chiedendo di essere ammessa all’Unasur.
Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali. Il prossimo appuntamento sarà a Panama, il 18 e 19 ottobre 2013, nel 500esimo anniversario dalla scoperta del Pacifico proprio da parte dei Conquistadores arrivati nel territorio dell’Istmo.

Portogallo

Lisbona non se la passa tanto meglio. Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo. Solo nell’ultimo anno 70.000 lusitani hanno preso il volo per il Brasile attratti dalle opportunità di lavoro offerte in ragione dei massicci investimenti intrapresi per la Coppa del Mondo 2014 (500 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero PIL di Lisbona).
Qualcuno ha optato anche per l’Angola: nel 2007 solo 156 portoghesi hanno chiesto un visto per l’Angola. Nel 2010 il loro numero è salito a 23.787. Luanda è sì una delle capitali più care al mondo, in stridente contrasto con l’infima qualità della vita, ma se in Portogallo lo stipendio di un ingegnere civile non raggiunge i mille euro, laggiù lo stesso ingegnere può arrivare a guadagnare quattro volte tanto.
Anche il Mozambico è una destinazione ambita: nel 2010, infatti, il Paese ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13% in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.
E poi c’è Macao, la Las Vegas del mondo lusofono.
Panorama riporta alcuni dati:

Il contatore dell’emigrazione corre al ritmo di circa 40 mila persone l’anno e il numero di cittadini portoghesi registrati in Angola, il più grande produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria, è cresciuto del 64% nel 2010, arrivando da quasi 92 mila presenze.
Il Mozambico segna +23% sul 2008 e il Brasile + 9%, con oltre 705 mila persone coinvolte. Il Primo Ministro Pedro Passos Coelho, consapevole del peso crescente dei sussidi di disoccupazione sugli sforzi per tagliare le spese e raggiungere i rigorosi obiettivi di bilancio stabiliti dal piano di salvataggio, ha invitato gli insegnanti disoccupati a prendere in considerazione le alternative in tutto il mercato di lingua portoghese.

Linkiesta aggiunge che inversione dei ruoli non riguarda solo il mercato del lavoro:

In cambio dei fondi concessi nel maggio del 2011 per evitare il default, 78 miliardi di euro, Europa e Fmi hanno imposto a Lisbona alcune condizioni, compresa una massiccia dose di privatizzazioni, a partire dalla Edp (Energias de Portugal) e dalla Ren (Reds Energéticas Nacionais). Sulla lista dei compratori l’Angola è in prima fila. Il campione degli investimenti esteri di Luanda è la Sonangol, il gigante petrolifero nazionale, che ha già una partecipazione del 14 per cento nella più grande banca privata portoghese, la Millennium Bcp. All’inizio del 2011 ha comprato una fetta della Escom Investments, del Grupo Espirito Santo, e adesso ambisce ad entrare nella Galp, la compagnia energetica statale di Lisbona.
Se in precedenza erano le banche portoghesi a dominare il mercato di Luanda, l’ex colonia è diventata colonizzatrice anche in ambito finanziario. Isabel dos Santos non è soltanto la quarantenne figlia del presidente angolano. È la manager che ha conquistato le cronache di Forbes grazie alle sue scorribande economiche. Dal 2008 è azionista di Portugal Telecom e fa parte del cda della Edp, del Banco Português de Investimento e del Banco Espirito Santo. Nel 2010 la sua Kento Holding ha comprato il dieci per cento di Zon Multimedia, leader nel mercato della pay tv e secondo provider internet portoghese. L’angolana Bic, di cui possiede una quota, ha comprato il Banco Português de Negócios – che era stato nazionalizzato nel 2008 in seguito a problemi finanziari – per una cifra molto inferiore a quella inizialmente richiesta.
In questo momento è Luanda a fare la voce grossa.

E la voce grossa, l’Angola la fa davvero. Forte dei capitali investiti a Lisbona e attraverso l’influenza dell’onnipotente Sonangol, il regime di Luanda riesce a condizionare la libertà di stampa all’interno dell’ex madrepatria, al punto da far “dimenticare” ai media lusitani che l’Angola, dopo tutto, è e rimane un Paese non democratico. Ma non è il momento per le critiche: il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare beni, l’Angola, invece, di soldi ne ha a palate ma ha bisogno di tutto il resto. Domanda e offerta si incontrano, e la situazione sociopolitica dell’ex colonia diventa un tabù.
Oggi 
i rapporti di forza sono questi.

Il Brasile in affanno

Negli ultimi dieci anni il Brasile ha vissuto un periodo di prosperità senza precedenti. Ne sono la prova i 30 milioni di brasiliani passati dalla povertà al ceto medio. L’economia ha vissuto una crescita costante, passando attraverso la crisi del 2008 senza troppo scossoni, fino a raggiungere il sesto gradino sulla scala mondiale. La B dei BRICS è elogiata dagli investitori internazionali per le opportunità di sviluppo offerte, e assieme all’India è forse l’unico esempio di stabile democrazia rinvenibile nell’acronimo in questione. In rete c’è chi definisce Rio  come la culla dell’economia.
Ma adesso il Brasile sembra in fase di stallo, per non dire di rallentamento:

Il ministro delle Finanze brasiliano Guido Mantega ieri si è sforzato di sottolineare l’unico elemento positivo nella batteria di dati divulgati dall’Istituto nazionale di statistica, vale a dire il rimbalzo del settore industriale, che ha fatto registrare una crescita dell’1,7% rispetto ai tre mesi precedenti.
«Buone notizie», ha sottolineato Mantega. E in effetti si tratta del miglior risultato da un anno a questa parte per un comparto in crisi dalla metà del 2011. Segno che, ha affermato il ministro, la politica di incentivi pubblici e sgravi fiscali messa in campo dal Governo sta dando i suoi frutti.
Mantega si aspetta un’accelerazione dell’economia al 4-4,5% nella seconda parte dell’anno, grazie anche all’aiuto che arriverà dal deprezzamento del real e dalla discesa del tasso d’interesse. Mercoledì la Banca centrale l’ha tagliato per la settima volta, portandolo al minimo storico per il Brasile (8,5%).
E tuttavia le cose potrebbero essere più complicate di come le dipinge Mantega.
A maggio, l’indice Pmi del comparto manifatturiero, un parametro che è un buon anticipatore dell’andamento del Pil, è rimasto stagnante a quota 49,3 in Brasile (quindi segnalando una contrazione dell’attività), con una flessione dei sotto-indici relativi a nuovi ordini, anche dall’estero, e della produzione.
Non a caso, Mantega ieri ha anche confermato che il Governo è prontissimo a intervenire con nuovi pacchetti di sostegno all’economia, soprattutto per incentivare gli investimenti, in parallelo all’accomodante politica monetaria della Banca centrale.

Secondo il presidente Dilma Rousseff, questa discesa ha delle responsabilità ben precise:

Secondo Dilma tutto ciò è causa delle operazioni di quantitative easing messe in atto dalle banche centrali dei Paesi sviluppati. Gli Stati Uniti prima, e più di recente l’Europa, hanno inondato il mercato finanziario di liquidità a basso costo per evitare il credit crunch da parte delle banche.
Missione riuscita nel caso degli Stati Uniti e in via di soluzione in Europa ma, secondo Dilma, a spese di Paesi come il Brasile: “Il quantitative easingè una forma artificiale di svalutazione delle monete non regolata dal World Trade Organization. Il Brasile prenderà misure istituzionali per evitare la cannibalizzazione del suo mercato interno”
Le sue parole si riferiscono al surriscaldamento del Real, la valuta brasiliana. Il rapido apprezzamento degli ultimi anni ha fatto salire i costi di produzione dell’industria locale, rendendo i prodotti made in Brazil poco competitivi. “Nessuno potrà venire da me e lamentarsi se il Brasile si difenderà”, ha detto Dilma.

A cui possiamo aggiungere le misure protezionistiche recentemente decise dall’Argentina, suscettibili di penalizzare l’export brasiliano.
Più obiettivamente, Limes identifica la principale causa della frenata in un welfare troppo generoso, eredità del decennio targato Lula ma che il demerito di orientare il sostegno all’economia troppo verso la domanda, a scapito degli investimenti. E di investimenti, il Brasile, avrebbe più che mai bisogno:

Il principale problema della crescita economica carioca (mai andata negli ultimi anni oltre il 4%, meno della metà di Russia, Turchia e Cina) è legato alla stessa origine del suo boom: l’andamento erratico (e previsto in calo) dei prezzi delle molte materie prime di cui il paese abbonda. Tanto più in un momento in cui l’economia internazionale entra nuovamente in una fase perturbata e la stessa Cina, principale partner economico del Brasile, sembra voler rallentare la sua corsa. A queste negatività si aggiungono l’alto tasso degli interessi, che è dietro l’ipervalutazione del real, la moneta brasiliana, e un welfare molto articolato e ”robusto”. Quest’ultimo fattore è il frutto di politiche pensate per far dimenticare le dolorose traversie economiche e gli altissimi costi sociali sostenuti dai brasiliani per buona parte del XX secolo. Ora però si sta trasformando in una debolezza. Quando nel 2003 con il programma “Bolsa Familia” Lula varò uno dei programmi di welfare e protezione dei redditi più generoso tra i paesi emergenti, l’allora presidente lo fece consapevolmente a spese di una crescita a ritmi ben più sostenuti. Il programma politico prevedeva una “stabilità a qualsiasi costo”: quel costo ora si è manifestato nelle spese per lo Stato sociale, che nel 2010 gravavano per il 40% sull’intera economia. Un ordine di grandezza rilevante, se si pensa che nella maggior parte dei paesi emergenti tale cifra di solito non va oltre il 20%. … Molti analisti propongono di mettere in soffitta il “modello Lula”, un insieme dei più tipici interventi di stimolo (incrementi salariali, potenziamento delle coperture di welfare, stimolo fiscale e crediti a costi bassissimi) che negli anni scorsi era stato fondamentale per risparmiare al paese la crisi del 2008. A giudicare dagli alti prezzi al consumo, dal lato della domanda sembra che tutto quello che si poteva fare sia stato fatto. Sarebbe tempo di pensare agli investimenti … Finché i tassi d’interesse si manterranno intorno al 10%, difficilmente la situazione potrà migliorare. Non è un caso se il “Doing Business Report” della Banca mondiale classifica il Brasile in 126esima posizione, tra i 183 paesi sotto osservazione. Alcune recenti decisioni politiche hanno fatto pensare a un protezionismo crescente, sicuramente stridente con lo status di peso massimo dell’export del Brasile. Un costo del denaro più in linea con la statura del paese, un tasso di interesse più contenuto e più investimenti. Quale di questi obiettivi per assicurare al Brasile una crescita più accentuata – tutti necessari ma in contrasto tra loro in termini di scelte politiche necessarie a raggiungerli – deciderà di trascurare il governo?

La situazione non più rosea dell’economia era già nota un anno fa (ne avevo parlato qui). A fine agosto di un anno fa, la decisione della Banca Centrale basiliana di tagliare i tassi d’interesse (prima di una lunga serie) aveva sorpreso un pò tutti. Allora nessuna delle economia emergenti (i BRICS, appunto) sembrava avviata verso una fase di rallentamento, e i numeri esibiti da quella carioca erano ancora lusinghieri. In seguito, la discesa dell’inflazione – ancora al 4,9%, ma pur sempre ai livelli più bassi dal 2010 – e gli altri indicatori macroeconomici hanno dato prova che la frenata è già in atto, nonostante le continue riduzioni dei tassi. Non è un caso se ora il Financial Times si chiede se Alexandre Tombini, governatore della Banca Centrale, sia stato bravo o semplicemente fortunato.

E’ ora di cambiare strada. Per riprendere il passo, il governo dovrà assumersi la responsabilità di scelte impegnative, necessarie dal punto di vista politico, complicate sotto l’aspetto economico e – questo è il punto controverso – antipatiche sotto quello sociale. In concreto, il dubbio amletico è: fare riforme per aumentare la competitività dell’industria nazionale o favorirla attraverso misure protezionistiche?
In attesa che Dilma decida cosa fare, non mi resta che concludere con le stesse parole di un anno fa:

La tentazione di rimandare ogni decisione impopolare è forte. Ma senza una energica svolta la stella del Sud rischia di spegnersi lentamente, archiviando un decennio d’oro. Quello che è valso al Brasile un posto tra i Bric [il Sudafrica ancora non ne faceva parte, n.d.a.],  tra i nuovi grandi del mondo.

Ho già spiegato come mai la contesa delle Falklands si sia riaccesa proprio adesso, a trent’anni dalla guerra che ne decretò l’appartenenza al Regno Unito. La ragione è il petrolio, ma in politichese si preferisce non dire certe cose apertamente, preferendo ammantarle con motivazioni storico-sociologico-culturali – vere o presunte – che conferiscano un’aura di rispettabilità alle proprie pretese.
Chi volesse ripercorre la vicenda dal principio può dare uno sguardo a questo esauriente excursus.

Soffermandoci sul presente, la tensione diplomatica tra i contendenti ha subito una brusca impennata l’apice nelle ultime settimane. L’Argentina ha reagito con rabbia alla decisione della Royal Navy di inviare il suo distruttore Dauntless nell’Atlantico meridionale. Parimenti ha mal digerito la visita del principe William in “uniforme da conquistatore, giudicata una provocazione. Alle rimostranze politiche si sono poi aggiunte quelle di piazza, culminate nella manifestazione del 20 gennaio di fronte all’amabasciata di Londra, in cui alcune persone hanno anche incendiato una bandiera britannica.
Eventi a cui Londra ha replicato accusando Buenos di colonialismo e – fatto più significativo – rafforzando la difesa dell’arcipelago con l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare Trafalgar, dotato di missili da crociera Tomahawk e siluri Spearfish. In proposito il ministero britannico della difesa ha rifiutato ogni commento ufficiale.
In ogni caso le Falklands sono ben guarnite.

L’aspetto sul quale vale la pena riflettere è che, rispetto al 1982, le parti sono invertite: ora quella forte è l’Argentina. Confortata da indicatori macroeconomici favorevoli (crescita tra il 7% e il 10%, povertà all’8.3% e disoccupazione al 7,2%), Buenos Aires sta vivendo un momento favorevole, benché in mezzo a tante luci non manchino le ombre (inflazione e surplus commerciale previsto in ribasso). Lo Stato è tornato ad essere protagonista della vita economica, dopo la scellerata parentesi liberista targata Menem. L’incremento dei prezzi di materie prime e prodotti agroalimentari hanno contribuito al rilancio dell’export, mentre l’istituzione di restrizioni all’import ha avviato il mercato interno verso la quasi totale autosufficienza.
L’economia di Londra, al contrario, è ancora in stallo a causa della crisi, anche perché appesantita da un debito (pubblico e privato) che cresce a vista d’occhio. Le estrazioni petrolifere sono diminuite di un terzo rispetto all’anno, e il referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il 2014 rischia di portare via anche ciò che resta dei giacimenti nel Mare del Nord.

Anche a livello internazionale la bilancia pende dalla parte dell’Argentina. Pressoché tutti i Paesi dell’America Latina sono schierati con Buenos Aires. Lo si era capito in dicembre, quando il presidente Cristina Kirchner, nel discorso di insediamento alla presidenza del Mercosur, ha ringraziato i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni delle Falklands. La prima di una serie di iniziative volte a tagliare fuori i keplers (gli abitanti delle isole) dal resto del mondo.
Londra, invece, parteggia da sola. Cameron è politicamente sempre più isolato dall’Europa. L’America mantiene un profilo neutrale, limitandosi all’augurio che le parti raggiungano un accordo attraverso il dialogo bilaterale.
Elementi che rispecchiano i mutati rapporti di forza sullo scacchiere globale. Non solo tra Argentina e Regno Unito.

Negli ultimi anni la fiducia del Sud America nelle proprie possibilità viaggia di pari passo con l’ascesa della sua economia. Il continente è riuscito a crescere a ritmi lusinghieri nonostante la crisi. I Paesi latinoamericani hanno capito che al mondo non ci sono solo Washington, Londra o Berlino. Così si sono impegnati a stringere solidi legami con le altre economie emergenti (Cina in primis), nonché a rafforzare i rapporti intracontinentali attraverso una serie di riuscite iniziative diplomatiche: Unasur e Celac su tutte.
Contemporaneamente sono cresciute le spese militari, motivata da ragioni diverse da Paese a Paese ma in definitiva volta a ridimensionare le mire straniere sui giacimenti del continente. Nel periodo 2003-2010 Il bilancio della difesa in America Latina è cresciuto con una media annua del 8,5%, fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari. L’Argentina spenderà 5 miliardi di euro nel 2012, contro i 3,2 miliardi dello scorso anno. Oltre al completamento del programma di modernizzazione del TAM (Tanque Argentino Medium), Buenos Aires ha deciso di acquistare una cinquantina di elicotteri dalla Cina e di avviare i preparativi per la costruzione di un sottomarino nucleare (in un chiaro esempio di imitazione e/o deterrenza rispetto al Brasile). Previsto anche un programma di sviluppo nel settore dei droni.

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Sembra incredibile, ma nei giorni in cui l’attenzione dei media internazionali è concentrata sulla (improbabile) nascita dello Stato palestinese e sulle tensioni tra Turchia e Israele torna in auge la questione delle Falkland. Trent’anni dopo la breve guerra che oppose Regno Unito e Argentina, ad agitare nuovamente le relazioni tra i due Paesi c’è la possibilità sotto le acque dell’arcipelago si celi un cospicuo giacimento di petrolio.

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1. I giacimenti di petrolio a largo del Brasile potrebbero avere la “stessa dimensione di quelli del Mare del Nord”. E il Paese vuole cautelarsi dall’evenienza di operazioni tese ad esercitare un’influenza su un tale tesoro.
A metà luglio Francisco Filho Nepomuceno, amministratore della sede londinese di Petrobras, ha dichiarato all’agenzia di stampa Mercopress che le riserve petrolifere offshore del Paese ammonterebbero ad una sessantina di miliardi di barili, più o meno lo stesso potenziale di quelle del Mare del Nord, prima che Regno Unito e Norvegia ne avviassero lo sfruttamento. Per citare alcuni esempi, il giacimento Tupi (scoperto nel 2007) contiene riserve stimate per 33 miliardi di barili, il giacimento di Giove (scoperto nel 2008) ne ospita 12 miliardi e quello ribattezzato Lula-Cernambi tra i 7 e gli 11 miliardi. In totale il Brasile vanta il 5% di tutto il petrolio stimato in America Latina; mantenendo gli attuali ritmi di produzione garantirà l’approvvigionamento del Paese per 30 anni.
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di Luca Troiano

I giacimenti di petrolio accertati in Sud America costituiscono il 20% di tutte le riserve mondiali, dopo l’aumento del 40% sulle precedenti stime. È quanto dicono i dati diramati dall‘Organizzazione Latino Americana dell’Energia (Olade), nel corso del primo Seminario latino americano e caraibico su petrolio e gas tenuto a Quito (Ecuador) il 12-13 luglio.
Solo in Venezuela, il bacino dell’Orinoco (55.000 kmq) custodirebbe ben 297 miliardi di barili (85% della regione), sufficienti a soddisfare l’intera domanda globale per quasi 10 anni.
Secondo l’Olade, la regione centro e sudamericana è seduta su almeno 345 miliardi di barili di petrolio pronti per l’estrazione.

Per il Venezuela si tratta della 34esima stima al rialzo in sei anni, da quando cioè fu promosso il programma “Magna Reserva” al fine di accertare tutte le riserve esistenti sul proprio territorio. Ora Caracas è nei primi cinque posti nel mercato mondiale degli idrocarburi.
Anche il Brasile ha recentemente scoperto di possedere notevoli giacimenti al largo delle sue coste atlantiche. Come il giacimento Tupí (33 miliardi di barili), rilevato nel 2007 , o il giacimento di Giove (12 miliardi), esplorato nel 2008, che equivalgono al 5% delle riserve continentali.
Al terzo posto c’è il Messico (4% riserve), che sebbene negli ultimi 15 anni abbia visto diminuire le stime sulle proprie riserve, può tuttora contare sul giacimento Paleocanal Chicontepec (137 miliardi) scoperto nel 2009.
Al quarto c’è l’Ecuador (3%), le cui riserve nel 2008 sono aumentate dei due terzi rispetto all’anno precedente, in parte grazie all’esplorazione di un nuovo giacimento da 960 milioni di barili.
Venezuela, Messico e Brasile producono l’80% del totale nella regione; un altro terzetto formato da Colombia, Argentina ed Ecuador produce il 17%, mentre gli altri Paesi producono il restante 3%. Senza ulteriori scoperte e mantenendo gli attuali ritmi di produzione, le riserve venezuelane potranno durare per 201 anni, quelle dell’Ecuador per 34, quelle del Brasile per 18, quelle di Messico e Argentina per 11, quelle della Colombia per 8.

Tutti i Paesi sono costantemente alla ricerca di nuovi giacimenti.
L’Argentina, ad esempio, ha annunciato un programma di sviluppo delle esplorazioni per il periodo 2010-2014, gestito dalla compagnia ispano-argentina Repsol. Il programma mira a determinare il potenziale di riserve sotterranee nazionali.
Il Messico si è impegnato ad investire più di 27 miliardi di dollari entro il 2019 al fine di sviluppare il proprio potenziale offshore.
Anche la compagnia brasiliana Petrobras ha in programma investimenti dell’ordine di 73 miliardi entro il 2015, in joint venture con i suoi partner, nella piattaforma del bacino di Santos, a sudest. Zona dove da qualche tempo staziona la Quarta flotta Usa, ufficialmente per attività di ricognizione.
Analisi delle attività condotte dalle companies ha permesso di concludere chel’America Latina e i Caraibi produrranno 12 milioni barili al giorno di petrolio nel 2015, rispetto ai 9,6 milioni del 2009.

È soprattutto il Venezuela a pianificare progetti faraonici sull’estrazione e la lavorazione del greggio. Caracas sta per promuovere la trivellazione di 10.500 pozzi, oltre alla costruzione di due raffinerie e di un nuovo terminal di esportazione. Entro il 2015, la produzione di petrolio venezuelano ammonterà a 4,5 milioni di barili al giorno, e la raffinazione a 3,6 milioni.
Per aumentare la propria capacità di export, PDVSA, compagnia statale di Caracas, ha appena acquisito il 60% di una società di trasporti che possiede circa 300 chiatte sul fiume Paraná, che scorre attraverso Brasile, Paraguay e Argentina.
Prosegue inoltre la produzione di petrolio in associazione con Petroecuador, quella del gas con la compagnia statale boliviana, e le attività di esplorazione in Argentina e Uruguay. PDVSA è anche coinvolta in due grandi progetti per la costruzione di raffinerie nella regione: a Manabí (Ecuador), che raffinerà 300.000 barili al giorno, e a Pernambuco (Brasile), con una capacità di 230.000 barili al giorno.
Nel contempo, la compagnia sta riducendo i suoi investimenti nelle raffinerie in Europa, giudicate inutili. Ne ha appena vendute due in Germania (a Gelsenkirchen e Karlsruhe) al colosso russo Gazprom.

L’obiettivo del governo venezuelano è triplice: stabilire nuove partnership, accedere a nuovi mercati e rafforzare il ruolo geopolitico dell’Opec. Soprattutto quest’ultimo tassello offre al Paese notevole profonda strategica. Perciò il presidente venezuelano Hugo Chavez ha più volte tentato di condizionare la produzione petrolifera ad una regolamentazione per incrementare l’influenza esercitata dai Paesi produttori.
Ma il petrolio di Caracas è un piatto troppo ghiotto e gli Stati Uniti, tradizionali avversari di Chavez, starebbero cercando di metterci le mani.
La lotta degli Stati Uniti per mettere le mani sul petrolio del Venezuela è iniziata nel dicembre del 2002, quando PDVSA dovette far fronte a uno sciopero che coinvolse circa 20.000 dipendenti. Ma la destabilizzazione attesa dagli Usa non ci fu e lo sciopero terminò con una sconfitta nel febbraio del 2003, quando PDVSA fu nazionalizzata. Circa 15.000 dipendenti del settore petrolifero furono licenziati e le perdite causate dalla rivolta si aggirarono sui 10 miliardi di dollari.
Non vanno poi dimenticate le recenti sanzioni emesse da Washington per punire PDVSA, rea di aver inviato una nave cisterna con 20.000 tonnellate di benzina all’Iran. Un mero atto intimidatorio, secondo Caracas. I media americani, intanto, criticano pesantemente la cooperazione economica e militare del Venezuela con Russia e Cina.
Inoltre, il settore petrolifero venezuelano è escluso dai contratti con le compagnie USA, dai prestiti per le esportazioni e le importazioni e dall’acquisizione di tecnologie avanzate per l’estrazione e la raffinazione del petrolio. Ma PDVSA è un colosso abbastanza grande da sopravvivere all’esclusione dal mercato statunitense. E alle voci sulle condizioni di salute di Chavez, sul quale da giorni è calato il silenzio dei media.
Quelli occidentali, ovviamente.

1. Il Brasile del dopo Lula ha molto di cui essere orgoglioso: il decennio appena concluso è stato caratterizzato da una continua fase di crescita, combinata ad un programma di politiche sociali ha consentito una maggiore condivisione del benessere. Dal 2004 il Paese ha registrato una crescita media intorno al 5%, con una sola lieve flessione nel 2009 (-0,6%) e toccando la punta del 7,5% lo scorso anno. Il tasso di disoccupazione di aprile, attestato al 6,4%, è il più basso mai registrato. Il mercato del credito è in forte espansione. L’indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, seppur ancora alto, è fortemente diminuito. Per la maggior parte dei brasiliani le condizioni socioeconomiche non sono mai stato così floride.
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