Il Brasile cerca ancora un posto tra i grandi

Introduzione

Il primo decennio del Ventunesimo secolo ha segnato l’ascesa di Paesi che fino al termine della Guerra Fredda parevano in secondo piano sulla scena internazionale. Tra questi un posto d’onore spetta al Brasile.
La crescita economica degli ultimi anni, complice la simultanea flessione delle economie Primo mondo, ha modificato il profilo internazionale del gigante sudamericano spingendolo al centro della scena non solo regionale, ma anche globale. Oggi Brasilia è determinata ad accrescere la sua influenza nel Sudamerica, a stabilire un solido rapporto con la Cina e con gli altri Paesi emergenti, ad accreditarsi come portavoce delle rivendicazioni di questi ultimi, a riassestare le relazioni con gli USA su un piano paritario e ad assumere un ruolo guida sulla ristrutturazione della governance globale. Lottare per un nuovo ordine economico e politico mondiale per il Brasile vuol dire sostanzialmente: guadagnare un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu; acquisire maggior peso nelle istituzioni di Bretton Woods; stabilire solide alleanze con gli altri paesi emergenti; avere voce in capitolo nelle più importanti questioni internazionali.

I concetti chiave della politica estera brasiliana

Sarebbe arduo ripercorrere la storia del Brasile in poche righe. Per ciò che riguarda la presente analisi, possiamo notare che i caratteri fondamentali dell’identità verdeoro sono stati essenzialmente due: il mantenimento nel tempo dell’unità nazionale e la costante aspettativa di giocare un ruolo all’altezza della sua taglia nelle relazioni internazionali. Su queste basi, la politica estera di Brasilia ha sempre avuto come obiettivi la protezione il vasto territorio nazionale, evitando o risolvendo tutti i conflitti con i Paesi vicini, il mantenimento di una distante ma cordiale relazione con gli Stati Uniti e la promozione di iniziative volte ad incoraggiare il commercio su scala globale. Benché nell’ultimo secolo la proiezione esterna del Brasile non si sia discostata rispetto a queste posizioni, è tuttavia possibile identificare uno spartiacque a partire dal 2002, anno dell’elezione a Presidente di Luiz Inácio Lula da Silva meglio noto come Lula. Continua a leggere

Il G8 non è ancora al tramonto

Dall’ultimo G8 il mondo si aspettava risposte chiare riguardo ai temi ricorrenti alla crisi, alle pesanti conseguenze sociali che essa comporta, e agli altri capitoli scottanti del nostro presente, come la Siria.
Permangono le divisioni tra Russia ed Europa su Damasco e, benché il vertice si sia concluso con qualche timido passo in avanti in materia di paradisi fiscali e della lotta al terrorismo, sull’economia sono giunte solo promesse retoriche.
Per l’ennesima volta la montagna ha partorito il topolino e, di fronte alla sempre maggiore sproporzione tra annunci della vigilia e risultati ottenuti, l’opinione pubblica comincia a domandarsi a cosa servano ancora queste riunioni tra gli otto grandi del mondo.

Dopo la crisi finanziaria del 2008, furono in tanti a dire che il G8 non era più il gruppo più adeguato per dirigere l’economia mondiale. L’asse del mondo si era improvvisamente spostato verso Oriente, dove le tigri asiatiche registravano tassi di crescita da fantaeconomia, e verso Sud, dove un gigante come il Brasile e un Paese in perenne cerca di riscatto scalpitavano per conquistare un posto tra i grandi.

Fu allora che, per superare l’impasse in cui il mondo era precipitato dopo il fallimento di Lehman Brothers, che due nuovi consessi vennero ad affacciarsi sulla scena internazionale: uno era il G20, ossia il vecchio G8 allargato ai Paesi emergenti ed economicamente più dinamici del momento; l’altro erano i BRIC – poi BRICS con l’inclusione del Sudafrica – sigla nata quasi per gioco dal pensiero di un analista finanziario (Jim O’Neill) e poi divenuta un momento di incontro tra le cinque economie più influenti al di fuori dell’Occidente.

Cinque anni dopo, la tempesta perfetta non si è ancora placata. L’economia mondiale è ancora in fase di stallo, la crisi del debito diffonde le sue metastasi un po’ ovunque e i meccanismi di democrazia diretta sono sempre più erosi dalla necessità, per i governi, di sottostare alle sempre più fameliche richieste (ricatti?) dei mercati.

Eppure il G8, che nei giorni scorsi si è riunito in Irlanda, è sempre lì. Ed è sempre un utile momento di confronto. Questo perché esso, alla faccia di chi lo giudica anacronistico o ne ricama ciclicamente il necrologio, è ancora l’espressione delle esigenze comuni dell’Occidente.
Secondo il Financial Times, tradotto da Linkiesta:

Il vero motivo della sopravvivenza del G8 va ricercato altrove. La prima e più importante ragione è la riscoperta del concetto di “Occidente”: il gruppo di paesi riunito nel Regno Unito infatti non include più tutte le maggiori economie del mondo. Ma, fatta eccezione della Russia, consiste in paesi accomunati da tenori di vita alti e da un forte impegno per la promozione della democrazia liberale.

I paesi del G8 formano così un gruppo più coerente del G20 – che al suo interno include Paesi con livelli di povertà molto alti, come l’India, e autoritari, come la Cina e l’Arabia Saudita. […]

Per questo, la nuova organizzazione ha deluso le alte speranze riposte in essa fin dalla sua creazione. È diventato evidente che il più grande merito del G20 – la dimensione e l’eterogeneità dei suoi membri – è anche il suo più grande punto debole. Il gruppo si è dimostrato troppo eterogeneo per ottenere progressi sufficienti nelle questioni identificate come rilevanti – come l’evasione fiscale o il cambiamento climatico.

Al contrario, il G8 è un gruppo più piccolo e più coerente. Nel summit di questi giorni lotterà per dimostrare che è altrettanto importante e potente.

Il G20 ha invece deluso: è solo una potenza economica; o meglio un insieme di potenze economiche. Ma il mondo globalizzato ha bisogno di una potenza politica che sia in grado di sostenerne gli equilibri mutati. E il G20 non lo è.

Neanche i BRICS lo sono. Dovevano essere il nuovo faro della rinascita globale, invece si sono rivelati per quello che sono: un gruppo di Paesi troppo diversi tra loro per poter concepire un progetto comune.

Dal 2009, quando si sono riuniti per la prima volta, i BRICS non hanno collaborato molto tra loro. Sono sempre stati, anzi, in forte competizione. Nel loro terzo vertice, nel 2011, sono stati in disaccordo praticamente su tutto. Il quarto summit, nel 2012, si era chiuso con una sfilza di “no” alle politiche dell’Occidente e nessuna proposta concreta. Il quinto, celebrato lo scorso marzo, doveva essere l’occasione per una svolta storica: la creazione di una banca per lo sviluppo, alternativa alla tradizionale Banca Mondiale controllata dall’Occidente. Invece l’incontro si è concluso con un nulla di fatto: troppo profonde le divergenze che affliggono il gruppo.

Come ho già avuto modo di argomentare, i BRICS sono rimasti ciò dovevano essere nelle intenzioni di Jim O’Neill: un semplice acronimo, e niente di più. Il salto di qualità volto ad assumere un profilo politico sostanziale non è ancora stato compiuto, e forse non lo sarà mai.

Ad oggi, nessuno dei nuovi grandi ostenta più la forma smagliante di un tempo: la Cina è prossima al collasso, il Brasile è scosso dalle proteste, il Sudafrica fa ancora i conti con le mai sopite divisioni economiche, etniche e sociali, la Russia insegue nemici finti per distogliere l’attenzione dai problemi veri, in India la crescita economica non tiene il passo di quella demografica. Più in generale, l’economia, fino a poco tempo fa fiore all’occhiello dei cinque, sta rallentando pericolosamente.

In conclusione, due anni fa scrivevo:

l’economia del XXI secolo presenterà uno scenario multipolare. Non più occidentale e non soltanto orientale o emergente. I Brics guideranno la crescita, ma l’Occidente resterà ancora in sella al sistema monetario internazionale, ancorché in condominio.

Il nuovo paradigma dei rapporti globali passerà dalla dipendenza all’interdipendenza. Ma guai a pensare che il G8 resterà solo un’esperienza del passato.

Perché si protesta in Brasile

In Brasile, invece, l’occasione è stata la Confederations Cup. Migliaia di persone manifestano da giorni in un Paese che non ha problemi di democrazia e ha (aveva?) un’economia in salute. Le proteste, ufficialmente scatenate dall’aumento del presso dei mezzi pubblici, sono state molto riprese dalla stampa di tutto il mondo, non tanto per le loro dimensioni quanto perché si stanno tenendo nei giorni in cui si gioca la Coppa delle Confederazioni, antipasto dei Mondiali del prossimo anno.

Come in occasione del Gran Premio di Formula Uno nel Bahrein, anche nel Paese carioca un evento sportivo ha fatto da cassa di risonanza ad un’ondata di protesta diffusa. Ed è un bene, checché ne dica Blatter. Altrimenti all’estero non se ne sarebbe proprio parlato.

Brasilia val bene un biglietto dell’autobus

La giovane filmaker Carla Dauden a spiegare il perché in un video su Youtube:

«La Coppa del Mondo – dice Carla – costerà al Brasile circa 30 miliardi di dollari. Ora dimmi: in un Paese dove l’analfabetismo colpisce in media il 10% della popolazione (con picchi del 21%) e dove 13 milioni di persone soffrono la fame e molte altre muoiono aspettando di essere cura, ha bisogno di altri stadi?»

In un lungo articolo su Limes che traccia un parallelo tra Argentina, Brasile e Cile – che hanno tutti e tre un paio di cose in comune: sono (o saranno presto) governati da capi di Stato donne e hanno un modello di sviluppo di successo ma problematico – Maurizio Stefanini spiega che dietro alle proteste in corso nel Paese verdeoro non ci sono solo le polemiche per il costo degli stadi e men che meno quelle per il costo degli autobus, bensì l’insofferenza verso sprechi e corruzione:

Partiamo dal Brasile, dove manifestazioni sempre più massicce contestano sia il governo, sia le amministrazioni locali di centrodestra, proprio mentre parte la Confederations Cup: la prima del ciclo di manifestazioni che tra Giornate della Gioventù con visita del Papa, Mondiali di Calcio e Olimpiadi dovevano celebrare la definitiva ascesa della nuova potenza brasiliana, in attesa di ottenere anche l’Esposizione Universale del 2020.

Invece risuona il grido “La Turchia è qui”, assieme a quello storico della sinistra latinoamericana “il popolo unito non sarà mai vinto”, scandito per ironia della sorte contro un governo di sinistra guidato da una ex guerrigliera.

Come in Turchia la difesa di un parco, in effetti, anche in Brasile l’aumento dei prezzi del trasporto pubblico da 3 a 3,20 reais a biglietto (da 1,5 a 1,6 dollari) non è stato che il pretesto attorno al quale si è coagulato un risentimento più generale. La realizzazione delle infrastrutture per i grandi eventi, occasione di sperperi e scandali, ha contribuito a far traboccare l’ira dei manifestanti. Iniziate a San Paolo, le dimostrazioni si sono estese a Brasilia e poi a Rio, dove si sono verificati degli scontri fuori dallo stadio dove si è giocato Italia-Messico.

Dopo che in tutto il paese c’erano state manifestazioni e proteste, 200 mila persone sono scese in piazza in otto diverse città. Centomila mila a Rio de Janeiro, dove uno slogan era “se non si abbassa il costo dei trasporti si ferma Rio”, e dove la polizia ha sparato lacrimogeni e pallottole di gomma per impedire l’invasione dell’Assemblea legislativa statale. A Belo Horizonte i manifestanti erano 40 mila e 10 mila a Brasilia, dove 200 dimostranti hanno occupato il tetto del Congresso dopo averne infranto i vetri. Sempre nella capitale, un movimento che lotta per la trasparenza nella realizzazione dei Mondiali ha bloccato le strade bruciando pneumatici e scope.

Movimento passe libre, “Movimento trasporto gratis”, è l’organizzazione da cui sono iniziate le proteste. Creata nel 2005 da studenti che partecipavano al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, continua da allora a lottare per l’utopia del trasporto gratis, e talvolta è riuscita a ottenere dei ribassi dei prezzi.

Come in Turchia la dura repressione della polizia ha accresciuto il risentimento, cui si è aggiunto il generale malcontento per tutto ciò che non funziona nel modello brasiliano, che ha dato lavoro, case, auto, benessere materiale, sicurezza alimentare agli indigenti, visibilità al paese in campo internazionale, ma fa pagare troppe tasse, non riesce a ridurre la corruzione dei politici e non riesce a migliorare sensibilmente un sistema educativo, sanitario e di trasporti gravemente carente.

Peraltro, anche ciò che ha funzionato pare a rischio, con la crescita economica sempre più debole e un’inflazione salita al 6,5% in due mesi. Accanto alla contraddizione del Partito dei lavoratori (Pt) di Lula e Dilma, antica forza di protesta ormai adagiata sul potere, ci sono quella del Partito della socialdemocrazia brasiliana (Psdb). Il Psdb è la prima forza dell’opposizione di centrodestra, cui appartiene il governatore di San Paolo Geraldo Alkmin, che in un tipico riflesso condizionato dei ceti medi locali ha subito difeso l’attuazione della polizia, senza se e senza ma.

Mentre al Pt appartiene il sindaco di San Paolo Fernando Haddad, che con un colpo al cerchio e uno alla botte ha criticato sia la polizia sia il “vandalismo” dei manifestanti, cui ha spiegato che per trovare i 2 miliardi di euro necessari a assicurare il trasporto gratis bisognerebbe raddoppiare le tasse. Tuttavia i giovani del suo partito si sono uniti alla protesta.

Anche se ha chiesto ai sindaci di revocare gli aumenti dei biglietti e si è detta “orgogliosa” della protesta – come prova di democrazia – Dilma è stata fischiata allo stadio e la sua popolarità nei sondaggi è scesa dal dal 65 al 57%. Comunque il consenso resta altissimo e l’intenzione di voto a suo favore per le prossime presidenziali, pur scesa dal 58 al 51%, le permetterebbe ancora di vincere al primo turno. Per il secondo posto arrancano il leader del Psdb Aecio Neves e l’ex ministro dell’Ambiente Marina Silva, entrambi al 16%. La Silva è al momento impegnata nel difficile processo di fondazione di un nuovo partito. Al 6% sta il governatore la popolarità di Pernambuco Eduardo Campos, presidente del Partito Socialista Brasiliano (Psb).

Come in Cile (vedi sotto) e in tante altre parti del mondo compresa l’Italia, insomma, c’è un disagio che non si riconosce più né nella sinistra né nella destra tradizionali e che cerca nuovi canali di espressione. In Brasile neanche quella forma aggiornata di panem et circenses rappresentata da “Programma fame zero” e calcio riesce più a calmarla.

L’economia brasiliana sta davvero così bene?

Non del tutto, a quanto pare. Se qualche segno di cedimento era apparso evidente già negli anni scorsi (qui e qui), oggi le difficoltà sembrano farsi man mano più evidenti.
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Senza Chávez in America Latina cambia tutto

Per capire da che parte va l’America Latina del dopo Chávez, partiamo da un evento recente. Si è concluso giovedì 23 maggio a Cali, in Colombia, il settimo vertice dell’Alleanza del Pacifico, organizzazione che comprende Messico, Colombia, Perù e Cile. All’incontro hanno partecipato anche diversi altri Stati (quasi tutti latinoamericani, più Canada, Giappone e Spagna) in qualità di osservatori. Secondo Niccolò Locatelli su Limes:

L’Alleanza del Pacifico è unica e interessante per tre motivi. Innanzitutto, la geografia: come suggerisce il nome, fanno parte dell’Ap esclusivamente paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico e che, in virtù di ciò, si proiettano anche commercialmente verso i dinamici mercati dell’Asia Orientale, a cominciare naturalmente da quello della Cina. Poi, l’economia: non solo nel senso che l’Alleanza nasce con obiettivi economici quali garantire la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone e favorire la crescita, lo sviluppo e la competitivà dei paesi membri. Ma anche nel senso che chi ne fa parte è un convinto sostenitore dell’economia di mercato, deve aver stretto accordi di libero commercio con gli altri membri e punta sull’export (percentuale export/pil: Colombia 19%, Perù 29%, Messico 32%, Cile 38%; nessuna grande economia regionale ha valori più alti). Infine, la politica: per essere membri dell’Alleanza del Pacifico basta essere uno Stato di diritto, democratico, con separazione dei poteri. L’Ap non si pone obiettivi politici nè nasce in antagonismo ad altre organizzazioni regionali – almeno, non dichiaratamente. Il fatto che i 4 paesi che la compongono siano retti da governi di destra (Cile, Colombia), di centro (Messico) o nazionalisti (Perù) conta fino a un certo punto. Sicuramente nessuno di quei presidenti è un seguace di Hugo Chávez

L’America Latina è una delle regioni economicamente più dinamiche del mondo in questo periodo storico. Assieme all’Africa, è l’unica area del pianeta ad aver registrato un incremento netto degli investimenti esteri nel 2012 rispetto all’anno precedente, in gran parte provenienti dalla Cina ma di cui non è possibile avere dati certi (perché Pechino investe attraverso paradisi fiscali o in paesi avari di dati come il Perù e il Venezuela). Basta questo ad avere un’idea di quanto Estremo Oriente e America del Sud puntino forte al processo di integrazione economico-commerciale in corso – per quanto le conseguenze di questo boom di investimenti non siano tutte positive.

Corollario di queste considerazioni è che al momento l’Alleanza del Pacifico si contrappone all’altro grande blocco commerciale del continente, il Mercosur, che comprende Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay (sospeso lo scorso anno), Venezuela e in procinto di accogliere la Bolivia.  Un mercato comune sudamericano in realtà controllato dai suoi azionisti di maggioranza (Argentina e Brasile), che non esitano a ricorrere a misure protezionistiche per tutelare economie meno aperte di quelle dei membri dell’AP. Pensiamo proprio al Brasile. E’ la prima economia latinoamericana, che tuttavia rischia di rimanere intrappolata nelle stesse politiche restrittive volte a difenderla: il protezionismo alla Lula, utile nelle fasi iniziali di sviluppo di un settore industriale, nel lungo periodo è insostenibile. E senza cambiamenti strutturali, la ripresa della crescita (dopo le difficoltà palesate nell’ultimo biennio) potrebbe tardare.

Emerge così la spaccatura che si sta creando in America Latina: mentre Messico, Colombia, Perù e Cile puntano sull’integrazione e sul commercio con i mercati emergenti dell’Asia, gli orfani di Chávez si trovano costretti fare i conti con la nuova realtà economica e politica che va profilandosi nel continente.

Che l’asse bolivariano si stia sgretolando è dimostrato da un altro evento simbolico avvenuto durante la scorsa settimana, e precisamente venerdì 24 maggio, all’indomani della chiusura del vertice dell’AP. A Quito, Rafael Correa si è insediato per la terza volta alla presidenza dell’Ecuador.
Il filo conduttore che lega i due eventi è la scelta del presidente di entrare proprio nell’AP (attualmente il Paese gode dello status di osservatore) rifiutando di far parte del Mercosur. Se da un lato Correa è indicato come il naturale erede di Chávez come leader del blocco dei governi latinoamericani di sinistra più radicale, dall’altro sta mostrando doti di grande pragmatismo, testimoniate appunto dalla volontà di avvicinare il Paese alla sponda del Pacifico e alle opportunità che questa offre, allontanandolo dalle – almeno in teoria – più affini Bolivia e Venezuela.
Due Paesi i cui presidenti non attraversano un grande periodo di forma.

In Bolivia, Evo Morales potrà correre alla presidenza per la terza volta, ma è messo alle strette dalla recente ondata di scioperi. Raggiunto l’accordo con i minatori per l’aumento delle pensioni, che ha consentito la ripresa dell’attività nel principale sito minerario del Paese (quello di Huanuni) dopo 18 giorni di blocco, il presidente non ha trovato di meglio che accusare gli Stati Uniti di aver finanziato le proteste antigovernative attraverso l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale Usaid, espulsa dal Paese all’inizio di maggio.

Analoga la situazione del Venezuela, non soltanto a causa del comprensibile smarrimento per aver perduto la guida del comandante Chávez . Il presidente Maduro vede complotti ovunque: da parte della CNN, accusata di fomentare un colpo di stato; della compagnia Alimentos Polar, il maggior produttore di alimenti del Paese, colpevole di nascondere gli alimenti di base per destabilizzare il suo governo; di Obama e della vicina Colombia, fautori di piani cospiratori rivolti allo stesso fine. Inoltre, ha appena ordinato la costituzione di una nuova milizia dei lavoratori a difesa della “rivoluzione bolivariana” del Paese, in un momento in cui il governo deve affrontare un periodo di problemi economici e incertezza politica.
In realtà, si tratta solo di folcloristici annunci per distrarre la popolazione dal vero problema del Venezuela: l’incapacità del neopresidente di governare un Paese bisognoso di riforme che vadano oltre la semplice redistribuzione delle rendite petrolifere.

Il WTO va al Brasile, segno degli equilibri globali che cambiano

Roberto Carvalho de Azevêdo, brasiliano, 55 anni, è il nuovo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del Commercio (WTO), per i prossimi 4 anni. Succederà al francese Pascal Lamy, il cui mandato termina il primo settembre. Azevêdo l’ha spuntata sul messicano Herminio Blanco, al termine di una consultazione durata quattro mesi. Alla fine Azevêdo ha conquistato il consenso della maggioranza dei 157 membri dell’organizzazione, aggiudicandosi così il prestigioso incarico.

Il Brasile conquista così un’altra importante tribuna della scena internazionale, dopo l’elezione di José Graziano Da Silva alla guida della FAO nel 2011. Ma è dal 2003 che il Brasile ha assunto un ruolo chiave all’interno della WTO, dove è diventato uno dei grandi negoziatori assieme all’Unione Europea, agli USA, al Giappone, e ai BRICS le nuove potenze emergenti.
Che il Paese verdeoro sia sugli scudi non è comunque una novità. Basti ricordare che la trasformazione di un semplice acronimo in un forum per il dialogo e il coordinamento tra Brasile, Russia, India e Cina, allargato in seguito al Sudafrica, avvenuta dietro il decisivo impulso del governo Lula, con l’obiettivo di identificare le possibili convergenze nelle agende dei rispettivi governi e le eventuali azioni coordinate prevalentemente sui temi di carattere economico.
Sempre più, Brasilia sta dunque acquisendo un ruolo di primo piano sul piano geopolitico, grazie a un lavoro diplomatico paziente e meticoloso, teso a rafforzare alleanze con gli altri Paesi del Sud del mondo in tutti gli scacchieri che contano a livello internazionale. Un lavoro che mette il Brasile in prima fila per la conquista di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza ONU (se mai la sempre annunciata riforma dell’organismo dovesse concretizzarsi), e che, dal nostro punto di vista, pone inoltre una questione generale di ridisegno dei meccanismi di governance globale che va al di là della riforma delle Nazioni Unite.

Come è spiegato su Limes, pur senza essere stata particolarmente combattuta, l’elezione di Azevêdo è stata una battaglia diplomatica, e come ogni battaglia, lascia sul campo vincitori e vinti. Tra i primi c’è indubbiamente il Brasile, e di riflesso i BRICS (ma solo sul piano simbolico, visto che Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica sono riusciti a dare un segnale d’unità  solo in un secondo momento). Tra i secondi, invece, c’è innanzitutto il Messico, patria del candidato sconfitto, ma anche Stati Uniti ed Europa, che lo avrebbero preferito rispetto al brasiliano.
E qui tocchiamo un punto fondamentale: quello di adeguare le istituzioni globali a una geografia economica e politica mutata, dove il peso dell’economia del pianeta si sta spostando verso Est e verso Sud. Verso un sistema di rappresentanza dove inevitabilmente i nuovi equilibri trovano espressione negli incarichi, e nella mutata provenienza di coloro che sono chiamati a ricoprirli.

La nomina di un direttore brasiliano conferma dunque la lenta, ma inevitabile ridefinizione degli assetti internazionali. Dopo le tensioni provocate dalla nomina di Christine Lagarde (francese) alla direzione generale del Fondo Monetario Internazionale (a seguito dell’affaire Strauss Khan) la presidenza della Banca Mondiale è stata assegnata ad un coreano (seppure cittadino statunitense); nel contempo sono cambiate le quote decisionali all’interno dell’istituzione per consentire alle nuove potenze, Cina in primis, di acquisire posizioni più confacenti alle loro dimensioni. Si tratta di passa avanti significati, se pensiamo che finora ai paesi in via di sviluppo era riservata la carica di segretario generale delll’ONU: una posizione di prestigio ma dal contenuto meramente simbolico, poiché soggetta ai veti delle cancellerie occidentali.

Al di là dei simbolismi, fino a ieri il versante economico è sempre stato saldamente in mano ad Europa e Stati Uniti. Oggi invece si scorgono segnali di un reale cambiamento. La nomina del direttore generale del WTO, come quella dell’analogo incarico del FMI o della Banca Mondiale, sono sempre passate attraverso negoziazioni ad alto livello tra i governi europei e quello americano. Adesso è il momento di farla finita con la screditata logica politica che sta dietro a decisioni di questo tipo, volta solo a favorire gli interessi del Nord del mondo e perciò aggravando le già misere condizioni in cui versava il Sud.
Il Sole 24 ore ci ricorda che il WTO è stata l’organizzazione più odiata perché vittima dei suoi stessi “successi”: primo fra tutti la liberalizzazione nei settori manifatturieri, a causa della aziende con lavoratori privi di tutele sono entrati in concorrenza con imprese che occupavano operai e tecnici più garantiti. Ciò che messo d’accordo gli interessi di tutti -dei Paesi richi che volevano ridurre il costo del lavoro e di quelli poveri che volevano crare posti di lavoro – ma non è stata curata l’efficienza degli interventi, che sono stati disarmonici. In un contesto di cambi fissi o quasi-fissi, che impedivano ogni riequilibrio, gli effetti sono stati molto casi pesanti, accentuando le diseguaglianze e dando l’avvio alla crisi globale da cui non siamo ancora riusciti a tirarci fuori. Pertanto, secondo la testata, ci sarà anche bisogno di una nuova WTO, che non si faccia “odiare”. Il cui primo compito sarà rilanciare il ciclo di negoziati del Doha Round, lanciato nel 2001 e arenato per assenza di un accordo.

Il WTO ha bisogno di un direttore generale che vada al di là delle logiche politiche e che possa tracciare i principi economici di un nuovo ordine globale. Il mandato di Azevêdo rappresenta una sfida difficile. Non soltanto per lui. Le sue qualità sono indiscutibili, così come l’importanza del Paese da cui proviene, anche se tutto questo sbiadisce di fronte alla fatidica ineluttabilità decisionale che l’ha condotto al vertice dell’organizzazione: la presa d’atto che i vecchi equilibri sono definitivamente saltati.

La nuova corsa all’Africa parte dai BRICS

Solitamente per “neocolonialismo” in Africa si intende quella una condizione di dominio esercitata dagli Stati europei sui propri ex territori coloniali subito dopo i processi che portarono questi Paesi a guadagnare l’indipendenza, a vantaggio soprattutto delle grandi multinazionali, sempre ghiotte delle materie prime custodite nel sottosuolo del Continente nero.

Quello che la vulgata ignora è che la nuova ondata del neocolonialismo proviene da Oriente, più che da Occidente; o per usare una metafora tratta dai punti cardinali, dal(l’ex) Sud del mondo, più che dal Nord.
Al centro del recente summit dei BRICS a Durban (Sudafrica), c’era anche la definizione delle politiche di sviluppo nei confronti dell’Africa, a cominciare dall’idea di creare una Banca per lo Sviluppo, alternativa a quella Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Era la prima volta che il vertice dei cinque si svolgeva nel continente culla dell’umanità e, già dall’agenda, è apparso chiaro come il mondo di oggi sia spaccato a metà. Da una parte le vecchie potenze politiche occidentali che hanno disegnato gli equilibri geopolitici del secolo scorso. Dall’altra le potenze emergenti dei BRICS. I primi la decadenza, i secondi il futuro.
In mezzo c’è l’Africa, terreno di sfida nel Grande Gioco del nuovo millennio che coinvolge, oltre agli Stati Uniti, anche la Cina e le altre potenze emergenti. A dare conferma di questo rinnovato interesse ci sono i dati del centro di ricerca finanziario statunitense Emerging Portfolio Fund Research (EPFR), secondo cui nel solo dicembre del 2012 i capitali raccolti da fondi d’investimento private equity dedicati all’Africa sono stati 878,4 i milioni di dollari, quattro volte la somma raccolta il mese precedente e il doppio rispetto all’ammontare raccolto nell’intero 2010. Soldi provenienti da ogni angolo del mondo. E il trend è destinato a crescere.

L’idea di una prossima competizione tra USA e Cina per il Continente nero era già stata formulata da diversi anni. Allora apparve subito chiare le differenze nell’approccio dei due contendenti: l’America cercava di difendere la propria influenza grazie alla presenza militare; la Cina invece la incrementava attraverso un proficuo scambio materie prime versus infrastrutture.
Più di recente, abbiamo visto come il Pentagono abbia pianificato l’invio di militari in 35 Paesi del continente; ufficialmente per contrastare il terrorismo islamico, di fatto per impedire a Pechino di guadagnare terreno. Ma i BRICS sembrano ora avvantaggiati.

Linkiesta riassume i punti di forza della Cina e dei suoi due principali competitor, India e Brasile:

C’è una lunga letteratura sulla presenza di Pechino in Africa. Nel 2009 la Cina ha scalzato gli Usa come primo partner commerciale e negli ultimi quattro anni, dopo il sorpasso su Washington, gli scambi bilaterali sono più che raddoppiati, passando da 91 miliardi di dollari a 198.

Nuova Delhi si è affacciata all’Africa in tempi recenti.

Gli scambi sono cresciuti in maniera vertiginosa negli ultimi anni.
 Nel 1991 erano pari a 967 milioni di dollari, nel 2010 a 51 miliardi, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere quota 90 miliardi entro il 2015.


Rispetto alla Cina, Nuova Delhi promette un approccio differente, basato sulla valorizzazione della manodopera locale, punta sul soft power di una democrazia – per quanto ricca di limiti e contraddizioni – nonché sull’eredità culturale del Mahatma Gandhi, che proprio a Durban si fece le ossa come avvocato.
Accanto a Cindia nell’ultimo decennio si è affiancato un altro ambizioso esponente dei Brics, il Brasile, che può contare sul vantaggio di antichi “legami”, risalenti all’epoca dell’impero portoghese. Si stima che fino all’abolizione della schiavitù, nel 1888, abbia importato dall’Africa un numero di schiavi dieci volte superiore a quello degli Stati Uniti.
Negli ultimi anni, a partire dalla presidenza Lula, si è assistito a un vero e proprio salto di qualità nelle relazioni con l’Africa. I numeri sono ancora distanti da quelli cinesi, e persino da quelli indiani, ma indicano che il guanto della sfida è stato lanciato: dai 4,3 miliardi di dollari del 2002 gli scambi commerciali sono passati ai 27,6 miliardi del 2011.
Il Brasile sta cercando di trasformare in business quello che Lula ha chiamato «il debito storico» nei confronti del continente nero. I progetti di cooperazione si sono moltiplicati e gli aiuti esteri di Brasilia, che superano il miliardo di dollari, prendono spesso la strada dell’Africa.

Brasilia non è Pechino: essendo un grande produttore di petrolio e di derrate alimentari, non ha grandi necessità di import. …
La strategia è mista, investimenti privati uniti agli aiuti governativi. Un impegno a largo raggio, che ha portato il Brasile ad aprire ben 36 ambasciate nel continente, mentre è in arrivo la trentasettesima, in Malawi.

L’approccio dei BRICS non gode tuttavia di consenso unanime. Secondo l’opinione di Patrick Bond, direttore dell’Ukzn Centre for Civil society di Durban, i cinque intendono spartirsi l’Africa per rilanciarsi. Si vedano anche i pesanti giudizi sulla strategia cinese espressi da Lamido Sanusi, governatore della Banca centrale nigeriana.

Ciononostante, la politica dei nuove cinque grandi del mondo raccoglie più consensi che critiche. Pechino & co. sanno che se vogliono attingere alle risorse africane a costi i più convenienti possibili, devono poter offrire qualcosa ai 400 milioni di africani che vivono con un reddito pro-capite inferiore a due dollari al giorno – e ai regimi corrotti che li governano.
A fronte di una politica occidentale storicamente improntata sullo sfruttamento che ha aperto la strada a guerre sanguinose (qui e qui), e più di recente, all’integralismo islamico, i BRICS cercano di offrire all’Africa qualcosa che finora non ha mai conosciuto: la speranza di avere un futuro. E’ questa la differenza.

Il 2012 in sintesi

Il 2012 dal punto di vista della politica internazionale può essere visto sotto un duplice aspetto: quello dei fatti noti e dei meno noti.
Niccolò Locatelli su Limes riassume i temi dominanti dell’anno che sta per concludersi:

Il 2012 non è stato per la politica internazionale un anno rivoluzionario (e indimenticabile) come il 2011, quanto piuttosto un anno in cui si sono consolidate tendenze emerse in passato o ne sono nate di nuove, dagli esiti ancora incerti. È stato un anno di cambi di leadership realizzati (Cina), mancati (Stati Uniti), in sospeso (Venezuela). È stato un anno di crisi sventate o per lo meno rinviate (il collasso dell’euro, l’attacco all’Iran). Per questi motivi il 2012 può essere definito un anno di transizione.
In Siria la transizione è stata duplice: quella che nel 2011 era una ribellione è diventata una vera e propria guerra civile [...] la guerra in Siria è diventata nel corso del 2012 una guerra per procura tra l’asse dei paesi sunniti – appoggiato, in mancanza di alternative migliori, dall’Occidente – e l’Iran, per l’occasione spalleggiato dalla Russia.

gli Stati Uniti sono presi dalla transizione delle loro priorità geopolitiche: l’allontanamento dal Medio Oriente verso il Pacifico,per contenere la Cina e concentrarsi sull’area dove l’economia crescerà di più, è in atto. La conferma alla Casa Bianca di Obama, tra i principali artefici di questa strategia, la rafforzerà.

Attraverso il Diciottesimo congresso del Partito comunista, la Cina ha avviato con successo, malgrado lo scandalo di Bo Xilai, il cambio di leadership che si concluderà a marzo. [...] Nel 2012 la Cina è stata particolarmente assertiva nel rivendicare la propria sovranità(disputata) di alcune isole nel Mar Cinese. Le prove di forza con GiapponeVietnam eFilippine sono rimaste sul piano politico e simbolico, ma anche se non si è arrivati alla guerra la situazione resta tesa.

La transizione per l’Unione Europea, e in particolare per l’Eurozona, nel 2012 ha significato lotta per la sopravvivenza. [...] Rimangono insoluti i nodi politici e culturali: se la soluzione dev’essere condivisa, quanta sovranità sono disposti a cedere gli Stati, e a chi?

A est dell’Ue l’eco delle sentenze del Tribunale penale internazionale dell’Aja ci dice che la transizione verso una convivenza pacifica nell’ex Jugoslavia è ancora incompleta.

Il 2012 è stato un anno di transizione anche per la cosiddetta “primavera araba”:l’assalto al consolato Usa di Bengasi, le contestate decisioni di Morsi in Egitto, l’ondata di arresti in Kuwait e Bahrein hanno portato molti a dubitare della possibilità che la democrazia trionfi sulla sponda Sud del Mediterraneo.

In America Latina una transizione potrebbe avviarsi da un momento all’altro. Per la prima volta nel XXI secolo, il Venezuela e la regione potrebbe essere presto orfani – politicamente o biologicamente – di Hugo Chávez. [...] L’alleato più stretto del Venezuela, la Cuba dei fratelli Castro, ha già avviato una lentissima transizione verso un’economia più aperta, sul modello cinese e vietnamita. Come a Pechino e ad Hanoi, anche sull’isola la democrazia non è alle viste.

I fatti e gli eventi trascurati e meno noti al grande pubblico, ma che potrebbero diventare i trending topic del 2013, come di consueto, sono invece raccontati da Foreign Policy.
In sintesi:

  1. Le relazioni commerciali tra India e Pakistan
    L’interscambio commerciale tra i due Paesi è aumentato di nove volte tra il 2004 e il 2011, arrivando a toccare quota 2,7 miliardi di dollari. Ed è destinato ad aumentare ulteriormente dopo la firma di diversi accordi nello scorso settembre.
  2. Il Brasile diventa Paese d’immigrazione
    Attulamente ci sono stati circa 2 milioni di stranieri (molti dei quali portoghesi) che vivono legalmente in Brasile e circa 600.000 clandestini. L’interesse da parte dei cittadini di altri Paesi è frutto delle opportunità offerte dall’economia in crescita (ma non troppo), che nel prossimo anno richiederà un apporto di lavoratori qualificati tra le 200.000 e 400.000 unità, da impiegare in settori come il petrolio, le miniere, e la tecnologia.
  3. Gli Inuit rivendicano maggiori diritti sulle estrazioni nell’Artico
    La tendenza è iniziata nel mese di marzo, quando il governo Inuit del Labrador, in Canada,ha revocato il divieto di estrazione dell’uranio. Poi, nel mese di settembre, un gruppo di Inuit del territorio di Nunavut si è rivolto a Wall Street per trovare investitori disposti a finanziare un progetto di estrazione di oro, argento, rame, zinco e diamanti.
  4. Il verme di Guinea è quasi scomparso
    L’OMS ritiene che nei prossimi due anni verme di Guinea diventerà la seconda malattia conosciuta, dopo il vaiolo, ad essere completamente eliminata. Altre patologie (come la lebbra e la peste tubercolosi), però, sembrano tornare in ascesa a dispetto delle previsioni.
  5. Stampa 3D, innovazione e problemi
    Nel futuro prossimo la tecnologia tridimensionale porrà delle serie questioni sia per il copyright che per quanto riguarda l’ecosostenibilità.
  6. Finisce il mito dei call center indiani
    Per anni, l’immagine dei giganteschi call center in India è stata uno dei cliché della globalizzazione (chi non ricorda il film The Millionaire?). Ma da quest’anno la quota degli operatori telefonici localizzati a Delhi è scesa dall’80% al 60% in virtù della crescente concorrenza di Filippine, Brasile, Messico, Vietnam e alcuni Paesi dell’Europa orientale. Nel subcontinente il mercato dell’outsourcing sembra ormai saturo; le altre altre economie emergenti sanno ora di poter competere.
  7. Hong Kong in controffensiva
    Le tensioni tra Hong Kong e la madrepatria sono in crescita, accentuandole tendenze nazionalistiche in seno alla città autonoma. Le prove di forza di Pechino nel Mar Cinese Meridionale preoccupano sempre di più il governo locale.
  8. Cipro, la sponda di Mosca sul Mediterraneo
    Il salvataggio dell’economia dell’isola da parte della Russia (qui e qui) ha di fatto allontanato Nicosia da Bruxelles. L’influenza su Cipro garantisce al Cremlino un valido avamposto sia nei rapporti con la Turchia che col resto del Vicino Oriente.
  9. Il petrolio nel Congo
    Si stima che l’area del Parco Nazionale del Virunga, vicino al confine con l’Uganda, contenga giacimenti di oro nero per un ammontare di 6 miliardi di barili. Ai prezzi correnti, il valore di quel petrolio sarebbe pari a 28 volte l’intero PIL del Congo. Ma le operazioni di ricerca ed estrazione sono complicate dai rischi geopolitici ed ambientali che le attività petrolifere comportano.
  10. Le dispute insulari di cui non abbiamo sentito parlare
    Per tutto il 2012 si è parlato delle tensioni nell’Asia orientale per quanto riguarda il possesso di determinate isole (su tutte, le Spratly e le Senkaku). Ma anche nel Golfo Persico c’è chi litiga per lo stesso motivo: è il caso di Iran e Emirati Arabi Uniti, che rivendicano la sovranità su Abu Musa e i lembi di terra limitrofi.