Primavera bosniaca o autunno di Dayton?

E’ impressionante notare come le proteste più grandi e diffuse, quelle in grado davvero di interrompere l’inerzia di uno status quo, nascano spesso da episodi minori, dalle azioni di singoli uomini o da mobilitazioni inizialmente confinate in luoghi circoscritti. Si pensi alla Primavera araba, partita dall’autoimmolazione del giovane tunisino Mohamed Bouazizi.

In Bosnia sta forse accadendo qualcosa di simile. Il 5 febbraio a Tuzla, la terza città del paese e principale polo industriale, centinaia di operai scendono in strada per manifestare contro la chiusura di quattro industrie privatizzate nel corso degli anni Duemila e fino a ieri principale fonte di reddito per la città e per la sua popolazione. Organizzata via Facebook e partita come un raduno pacifico (agli operai si sono aggiunti disoccupati, ma anche studenti e gente comune in segno di solidarietà), la manifestazione degenera poi in violenti scontri con la polizia.

In poche ore le proteste subiscono brusca accelerazione, arrivando a contagiare un po’ tutti e dieci i cantoni in cui è suddivisa la Federazione di Bosnia-Erzegovina (una delle due entità in cui è suddivisa la Bosnia-Erzegovina; l’altra è la Republika Srpska). In cinque di essi le sedi cantonali vengono danneggiate (sebbene questi episodi vengano enfatizzati oltremisura dalla stampa; più avanti vedremo perché), costringendo le autorità ad evacuare quasi tutti i principali edifici istituzionali. In totale si svolgono manifestazioni in più di 30 città. Il dato più interessante è che tutto avviene senza alcun coordinamento né a livello locale, né tanto meno nazionale – l’unica eccezione è Tuzla, dove i manifestanti rendono nota una lista di richieste. Solo nei giorni successivi I dimostranti iniziano ad organizzarsi intorno a dei forum civici nei diversi centri coinvolti dalle proteste. Alcuni portali, come Bosnia-Herzegovina Protest Files, sono stati creati ex novo per pubblicare le richieste dei dimostranti.

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Bosnia, quando un censimento riapre vecchie ferite

Dal primo al 15 ottobre si tiene il primo censimento nella storia della Bosnia Erzegovina. L’ultimo risale al 1991, c’era ancora la Jugoslavia. Allora la Bosnia si chiamava Repubblica Socialista di Bosnia Erzegovina e aveva una popolazione di 4,4 milioni di persone così ripartita: 43,5% musulmani, 31,2% serbi e 17,4% croati.  In un Paese da secoli caratterizzato dalla convivenza di popoli e religioni diversi, questi dati avrebbero fotografato per l’ultima volta l’estrema complessità del tessuto etnico-confessionale bosniaco. Da allora è tutto cambiato: la guerra degli anni Novanta ha provocato lo sfollamento di metà della popolazione; più di 100.000 persone sono state uccise.

Secondo le stime delle Nazioni Unite, i bosniaci residenti nel paese sarebbero oggi 3,8 milioni, 600.000 meno di 20 anni fa. Ma secondo Zdenko Milinović, direttore dell’Istituto Nazionale di Statistica della Bosnia Erzegovina, il dato della perdita di popolazione potrebbe essere ancora più rilevante: “Tutte le nostre stime ci portano a situare il numero della popolazione attuale tra i 3,3 e i 3,5 milioni“.

Con queste premesse, contare la popolazione significa inevitabilmente riaprire i capitoli chiusi con gli accordi di Dayton nel 1995.

Secondo Linkiesta:

Gli accordi di pace conclusi a Dayton, nel novembre 1995, avevano un solo scopo: far tacere le armi e preservare, allo stesso tempo, l’integrità territoriale della Bosnia Erzegovina, divenuta ormai uno stato indipendente. I trattati, che gettavano le basi della struttura istituzionale del Paese, non si premurarono di creare una Costituzione che ne garantisse la governabilità. A quello, si pensava, ci si sarebbe arrivati in un secondo momento: l’importante, dopo tre anni di combattimenti, era che le tre fazioni in lotta accettassero di convivere nello stesso Stato.

Negli ultimi vent’anni, la Bosnia Erzegovina è rimasta un paese paralizzato e gravato da pesantissime inefficienze istituzionali. La riforma degli accordi di Dayton, fino ad ora, si è rivelata una missione impossibile. L’equilibrio raggiunto in questi anni rischia però adesso di essere messo a dura prova, per il semplice fatto che il mantra del 1991, l’equazione fondamentale della Bosnia Erzegovina indipendente, verrà rimesso in discussione. Si scoprirà, molto probabilmente, che i Bosgnacchi hanno accresciuto il proprio peso demografico; ma anche che la percentuale dei Croati è diminuita (in molti, avendo anche un passaporto croato, hanno scelto di emigrare), rinforzando così le proposte nazionalistiche di chi propugna, come ’unico modo per tutelare la presenza croata nel paese’, la creazione della terza entità autonoma, l’Herceg-Bosna che le milizie dell’HVO (il Consiglio croato della difesa) tentarono di attuare negli anni novanta.

Verranno al pettine, inoltre, anche i nodi rimasti irrisolti dopo la fine della guerra: quelle realtà che, per molti versi, sono sotto gli occhi di tutti, ma che non sono mai state ufficializzate ’nero su bianco’. Si saprà, quindi, che la Republika Srpska è stata creata attraverso l’espulsione forzata dei non-serbi. Ma anche che Sarajevo, lungi dall’essere quella «Gerusalemme d’Europa» di cui spesso di parla, è diventata una città a schiacciante maggioranza musulmana. O che, ancora, a Mostar non vivono più Serbi, che rappresentavano circa il 18% della popolazione nel 1991.

Dopo ottobre, insomma, la Bosnia Erzegovina sarà costretta a confrontarsi con l’immagine reale di se stessa. Inevitabilmente, questa prospettiva ha fatto sì che si scatenasse un vero e proprio revival nazionalista attorno alla questione. I politici hanno insistito, nonostante le raccomandazioni dell’Eurostat (che coordina il progetto), affinché nel questionario comparissero le domande relative alla lingua, alla religione e all’affiliazione nazionale. Non sarà obbligatorio pronunciarsi, ma da più parti si sono fatti sempre più insistenti gli appelli a rispondere «nel modo giusto». Soprattutto per quanto riguarda i Bosgnacchi, che sono evidentemente quelli che hanno più da guadagnare dal censimento, provando di essere il gruppo etnico dominante.

Il rischio delle elezioni

La situazione, già complicata, è ancora più tesa per il fatto che, probabilmente, il censimento non avrebbe potuto essere convocato in un momento peggiore. La situazione nel paese è andata aggravandosi nel corso degli ultimi anni. Il Consiglio dei ministri, formato a fine 2011 dopo estenuanti trattative durate 14 mesi, non ha saputo finora promuovere le leggi necessarie a smuovere il paese dalla sua profonda crisi economica, nella quale sta soffocando per colpa di un crescente indebitamento internazionale e di un numero di disoccupati che si aggira attorno al 30% della popolazione.

In questo scenario desolante, il prossimo anno si tornerà alle urne, dopo che già le elezioni amministrative del 2012 avevano premiato i partiti nazionalisti. «Il rischio concreto», dice Lajla Zaimović-Kurtović, dell’Ong ’Iniziativa per la libertà d’espressione’, «è che i risultati del censimento siano resi noti in concomitanza con la campagna elettorale». E che, quindi, la situazione possa degenerare. «Non possiamo evitare le pressioni nazionaliste all’interno dell’opinione pubblica», conclude: «ma spero vivamente che non facciano troppi danni. Questo censimento è davvero necessario, per il bene del Paese».

I principali partiti temono questo appuntamento per la possibile affermazione di un concetto di cittadinanza civile, e non nazionale. Per questo non manca chi accus Un nutrito gruppo di organizzazioni non governative, infatti, sta portando avanti attività volte ad invitare i cittadini della Bosnia Erzegovina a definirsi nel censimento liberamente e senza pregiudizi, anteponendo i fattori di identificazione civili e statali rispetto a quelli nazionali.

Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

La Commissione Europea vuole sapere quanti sono i bosniaci, quale il loro livello di istruzione, l’età media, la distribuzione sul territorio, la ripartizione di genere e le altre informazioni che nel resto d’Europa vengono normalmente censite ogni 10 anni. In Bosnia Erzegovina però, al centro del dibattito sul censimento non ci sono questi dati, ma tre domande: la 24, la 25 e la 26. La prima chiede ai cittadini di indicare la propria nazionalità, la seconda la religione e la terza la lingua materna.

Il paradosso, in un paese che si chiama “Bosnia Erzegovina”, è che non ci sarà una casella con scritto “bosniaco erzegovese”. “Abbiamo solo tre popoli costitutivi”, spiega Milinović. “Se uno vuole segnarsi come bosniaco erzegovese può farlo, ma dovrà scriverlo nella casella aperta”.

Oggi però chi sceglie di identificarsi con un’opzione “civica”, rifiutando quella etnica, oltre ad essere una minoranza è anche un cittadino di seconda categoria. Secondo la Costituzione stabilita con gli accordi di pace di Dayton, infatti, gli appartenenti ai cosiddetti tre popoli costitutivi, serbi, croati e bosgnacchi [bosniaco musulmani], hanno più diritti degli altri, in particolare per quanto riguarda l’accesso ad alcune cariche elettive. Un meccanismo di rappresentanza etnica sovrintende anche all’impiego pubblico. Le quote si basano su proiezioni che si rifanno al censimento del 1991. Questa versione “etnica” della democrazia è uno degli aspetti che rendono particolarmente delicato l’attuale censimento.

A oltre vent’anni dalla fine della guerra la Bosnia non riesce ancora a voltare pagina. Il censimento è stato solo l’ultimo di una lunga lista di elementi che, nel corso del 2013, hanno risvegliato i vecchi fantasmi del conflitto. Il 6 settembre la Corte suprema dell’Aia ha confermato la sentenza che accertava la responsabilità dello stato olandese nel massacro di Srebrenica, riaprendo uno dei capitoli più dolorosi della guerra. Il 12 settembre il Parlamento Europeo ha votato un dispositivo di legge che rende possibile il ritorno temporaneo dei visti per i cittadini dei Balcani occidentali in situazioni d’emergenza. La misura riguarda in particolare la Bosnia Erzegovina, la Serbia e la Macedonia, Paesi che fanno parte della cosiddetta “lista bianca” di Schengen e da poco beneficiano di un sistema agevolato di visti.
Nei mesi scorsi abbiamo assistito alla cosiddetta Beboluzione, la protesta di migliaia di cittadini contro un parlamento incapace di produrre una nuova legge che attribuisse i numeri d’identificazione (l’equivalente del nostro codice fiscale) ai bambini nati dopo il 12 febbraio di quest’anno, quando la legge precedente – che in ossequio agli accordi di Dayton prevedeva i comuni recassero la doppia denominazione in serbo e in bosniaco – è stata sospesa dalla Corte costituzionale.
Pensiamo poi alla Vijećnica, l’ex biblioteca nazionale della Bosnia Erzegovina e simbolo della sua capitale Sarajevo: distrutta dai serbi nel 1992, è stata ricostruita con cinque milioni di euro stanziati dall’UE. Ma la sua rinata presenza continua ancora a dividere i nazionalisti (serbi, croati o musulmani che siano) che premono per una maggiore autonomia da quanti invece vorrebbero veder risorgere un emblema della storia comune del Paese.

Infine, c’è una relazione di diretta proporzionalità tra la stasi politica e quella economica. La classe dirigente non fa più riforme, l’economia non cammina, la prospettiva europea rimane lontana. Sarebbero addirittura circa mille le leggi da emendare per adeguare l’ordinamento a quello comunitario, ma nessuno provvede. L’unico piano che in questi anni è andato avanti è stato quello delle privatizzazioni: mezzo milione di disoccupati, una valanga di aziende chiuse e un numero imprecisato di persone arricchite ne sono stati il disastroso risultato.

Balcani, le rivolte dimenticate

Da diverse settimane l’Europa orientale è in pieno fermento. Cortei di manifestanti attraversano le principali piazze di Sofia, Lubiana, Sarajevo e delle altre capitali dell’Est, tutti inneggianti contro la corruzione, il malgoverno e l’«autoreferenzialità» di classi politiche tacciate d’incompetenza, se non addirittura di vera e propria disonestà. Nell’Europa un tempo socialista, la legittimità dei vari governi è stata messa in forse un po’ ovunque. Eppure, al di fuori del perimetro dei Balcani, nessuno ne parla. Da un lato perché, com’è inevitabile, l’attenzione dei media internazionali è tutta concentrata sull’instabilità egiziana di ieri e sui vènti di guerra in Siria d’oggi. Dall’altro, tuttavia, emerge l’evidente contrasto tra le immagini degl’indignados spagnoli di due anni fa, trasmesse dai TG di tutto il mondo, e il silenzio sulle analoghe manifestazioni al di là dell’ex cortina di ferro.
Cercheremo qui di narrare quanto accade nell’altra metà dell’Europa.

Partiamo dalla Bulgaria, dove l’ondata di manifestazioni popolari si propaga a piú riprese dallo scorso inverno. In febbraio, piú di 100.000 persone invadono le strade di Sofia e d’altre quaranta città in segno di protesta contro gli eccessivi rincari delle bollette energetiche, divenute insostenibili in un Paese dove il salario medio mensile non supera i 440 euro. Sul banco degl’imputati c’è anzitutto il governo, allora guidato da Bojko Borisov, al potere dal 2009 e artefice d’una politica di «risanamento economico» fatta d’allentamento di vincoli e privatizzazioni indiscriminate, tanto appoggiata dall’Unione Europea quanto invisa ai cittadini. Ma non mancano slogan contro le multinazionali dell’energia e la stessa UE, additati come corresponsabili degli aumenti. Il 20 febbraio, Borisov è costretto alle dimissioni. Simbolo della protesta è Plamen Goranov, 36enne deceduto il 4 marzo dopo essersi dato fuoco proprio nel giorno del passo indietro del Primo Ministro.

Le elezioni anticipate di maggio – ma la legislatura sarebbe comunque terminata in luglio – sembrano addirittura peggiorare lo stallo politico. Il partito di Borisov ottiene il 30,1% dei voti; i socialisti di Sergej Stanišev, principale sfidante del Primo Ministro uscente, s’attestano al 26,1%; la quota d’astensionismo è prossima al 50%. Per uscire dall’impasse, l’incarico di governo è affidato al socialista Plamen Oresharski, sostenuto dal proprio partito e dal Movimento per i Diritti e le Libertà (che rappresenta gl’interessi della comunità musulmana), ma che per aver la maggioranza ha bisogno anche dei voti dei deputati del partito xenofobo e ultranazionalista Ataka («Attacco»), guidato da Volen Siderov. Ai bulgari il nuovo governo non piace: da un lato, perché Oresharski è visto come troppo vicino agl’interessi dei grandi imprenditori, a scapito di quelli della popolazione; dall’altro, perché l’esecutivo appare fin da súbito ostaggio dei capricci di Siderov, i cui voti sono necessari per la stabilità dello stesso esecutivo.

A metà giugno, la gente scende nuovamente in strada. Stavolta la scintilla è la nomina del discusso deputato Delyan Peevski, 32 anni, a capo dell’Agenzia di Sicurezza Nazionale – DANS, il controspionaggio – nonostante le resistenze dell’opinione pubblica. Rispetto a febbraio, però, la protesta è ben piú estesa e articolata. Se allora il malcontento era frutto d’un problema concreto, il caro bollette, stavolta la protesta dei cittadini esprime il rigetto nei confronti di quella che l’analista Georgi Gospodinov definisce «un’oligarchia dell’ombra che continua a dirigere il Paese». In Bulgaria, come sottolinea la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «alcune consorterie provenienti dalla vecchia nomenclatura o dai servizi segreti comunisti hanno fagocitato un gran numero d’istituzioni dello Stato per poter condurre i loro affari in una vasta zona grigia che mescola politica, economia e crimine organizzato». L’apice delle proteste è raggiunto il 23 luglio, quando migliaia di bulgari manifestano davanti al Parlamento, impedendo l’uscita dei deputati, che riescono a evacuare il palazzo dietro la protezione d’un fitto cordone di poliziotti. Ma la protesta degenera, e la serata si conclude con una decina di feriti negli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

Le manifestazioni proseguono per tutto il mese d’agosto (anche tramite forme creative), ma la politica rimane indifferente alle istanze della piazza, permettendosi addirittura il lusso d’andar in vacanza. A nulla serve l’annuncio del governo d’un massiccio rimpasto ai vertici dei principali enti pubblici: il legame di fiducia tra il popolo bulgaro e i suoi rappresentanti appare definitivamente compromesso. La contestazione prosegue ininterrottamente da tre mesi. Ironia della sorte, l’unico a beneficiarne è l’ex Primo Ministro Borisov. Proprio colui ch’era stato spinto al passo indietro sotto pressione della piazza, infatti, ha pensato bene di mendicare il consenso perduto aggiungendosi alle centinaia di manifestanti che il 4 settembre hanno sfilato a Sofia, in occasione del rientro parlamentare dalle vacanze.

L’altro Paese dell’Est dove la protesta popolare ha costretto il governo alle dimissioni è la Slovenia. I movimenti di piazza iniziano alla fine del 2012, in reazione alla politica di rigore imposta dal governo di centrodestra di Janez Janša. Il sindaco di Maribor, Franc Kangler, è costretto a dare le dimissioni, mentre altri esponenti politici rimangono ai propri posti nonostante le analoghe richieste d’un passo indietro avanzate dai manifestanti. Coll’arrivo del nuovo anno, le manifestazioni di piazza calano d’intensità, e il nuovo governo – nato dal colpo di mano con cui Janša, dopo le elezioni, ha emarginato all’opposizione il partito Slovenia Positiva di Zoran Janković, che pure aveva ottenuto la maggioranza relativa – appare stabile e in grado di coprire l’intera legislatura.

Poi, un fulmine a ciel sereno. In gennaio, un rapporto della Commissione anticorruzione denuncia una serie d’irregolarità a carico dei leader dei due principali partiti, Janković e appunto Janša, sospettati d’arricchimento illecito. Benché i due non siano accusati di corruzione, l’esistenza di transazioni finanziarie occulte e di proprietà immobiliari non dichiarate risultanti dal rapporto in esame richiama il tema della scarsa trasparenza con cui i partiti maneggiano i soldi pubblici. La crisi politica porta alla caduta del governo, sfiduciato dal Parlamento in data 27 febbraio. La 42enne Alenka Bratušek, esponente di Slovenia Positiva, è incaricata di formare un nuovo esecutivo. Ma per Janša i problemi devono ancora venire: in giugno, l’ex Primo Ministro è condannato a due anni di prigione per un caso di corruzione legato all’acquisto di forniture militari dalla compagnia finlandese Patria nel 2006. È in corso un analogo processo in Finlandia, inaugurato a Helsinki il 20 agosto e che dovrebbe concludersi il 24 ottobre.

Ad alimentare la frustrazione dell’opinione pubblica concorrono poi le misure d’austerity cui la Slovenia deve nel frattempo sottoporsi per evitare di ricorrere a un aiuto esterno (ossia della «trojka», con tutte le conseguenze del caso). Per evitare il «bailout» (il quinto dellazona euro), a metà maggio il governo di Lubiana presenta un piano di riforme che prevede una serie di privatizzazioni nonché ulteriori prelievi fiscali (compresa una nuova imposta dell’1% su tutte le buste paga). Misure cui la gente s’oppone tornando in strada a protestare, esprimendo non soltanto la totale perdita di fiducia nei confronti d’una classe politica corrotta, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, ma anche il disappunto verso la sottomissione dell’esecutivo alle decisioni dell’Europa. Le contestazioni sono tuttora in corso.

In Bosnia, le manifestazioni di piazza hanno assunto caratteri molto particolari. Siamo a Sarajevo, a fine maggio. I medici diagnosticano una grave malformazione congenita alla piccola Belmina Ibrišević, una neonata d’appena tre mesi. Per sopravvivere, Belmina deve sottoporsi urgentemente a un delicato trapianto di midollo in Germania, ma purtroppo non può espatriare. Questo perché la piccola, come tutti i bambini nati dopo il 12 febbraio 2013, è priva del Jedinstveni matični broj građana («numero unico d’identificazione»), equivalente al nostro codice fiscale, che viene di norma assegnato alla nascita e che costituisce il presupposto per il rilascio di qualsiasi documento, compreso il passaporto.

La vicenda nasce da un’aberrazione prodotta dall’Accordo di Dayton, che nel 1995 mise fine alla guerra attraverso la divisione etnica della Bosnia ed Erzegovina – divisione alla base della stessa intelaiatura burocratica e istituzionale che amministra il Paese. Oggi la Bosnia è una federazione suddivisa in due entità nazionali: la Repubblica Serba di Bosnia e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, croato-musulmana, a sua volta ripartita in dieci cantoni su base etnica. È facile intuire come i nazionalismi condizionino ancora profondamente le dinamiche politiche interne alla federazione. Per esempio, ai politici serbi nazionalisti non va giú che i comuni della Republika Srpska siano ancora chiamati con la doppia denominazione, serba e bosniaca. All’inizio dell’anno, Milorad Dodik, Presidente della regione serba, adisce la Corte Costituzionale per impugnare la legge sull’attribuzione dei «numeri unici d’identificazione», che nell’assegnare tali codici identifica i comuni attraverso il criterio della doppia denominazione. La Corte dà ragione a Dodik, sospendendo la legge in questione. Ma, dal giorno seguente alla pronuncia, nessun bambino può piú ricevere il codice identificativo alla nascita; e non può riceverlo ancora oggi, perché in sette mesi il Parlamento nazionale non ha ancora trovato un accordo sulla riforma della legge.

In giugno, il caso della piccola Belmina diventa di dominio pubblico. Decine di cittadini si riuniscono intorno al Parlamento, manifestando silenziosamente. A poco a poco, i manifestanti diventano migliaia. Da Sarajevo, dove si parla già di beboluzione (la «rivoluzione dei bebè»), la protesta s’allarga ad altre località. Alla gente comune, che sfila esibendo le foto della neonata, s’aggiungono gli studenti di Banja Luka – scesi in strada nonostante il divieto di manifestare – e di Mostar. Il 6 giugno, i parlamentari sono addirittura posti sotto assedio dai manifestanti, decisi a non lasciar uscire i deputati dal Parlamento finché non sarà approvata una nuova legge. Il Primo Ministro Vjekoslav Bevanda fugge dalla finestra; gli altri politici vengono «liberati» solo grazie alla mediazione notturna dell’Alto Rappresentante dell’ONU per la Bosnia.
Sorpreso dall’intensità delle manifestazioni, il governo vara un decreto d’urgenza per consentire il temporaneo rilascio dei numeri identificativi, in attesa d’approvare una legge definitiva. La misura non basta ad aiutare la sfortunata Belmina, che nel frattempo viene a mancare. Ma la sua vicenda squarcia il velo s’una realtà troppo spesso sottaciuta: il risentimento dei bosniaci verso una classe politica capace di sacrificare tutto, perfino il buonsenso, sull’altare dei nazionalismi.

In Romaniatutto il 2013 – cosí come il 2012 – è costellato di scioperi e manifestazioni, quasi sempre per questioni salariali e di lavoro. Il caso piú eclatante è quello dell’Oltchim S.A., polo nazionale dell’industria chimica, che il 15 aprile annuncia il licenziamento senza preavviso di 1200 dipendenti (su 4000 totali). La decisione è frutto delle disastrose condizioni in cui l’azienda versa: il 2012 s’è chiuso con un passivo di bilancio pari al 20,9%, e quasi tutti i lavoratori non percepiscono lo stipendio da mesi.
A manifestare sono altresí gl’impiegati delle Poste, ente in perdita per 40 milioni d’euro e che il governo intendeva privatizzare entro il luglio di quest’anno. Decisione che preoccupa i dipendenti, in vista di probabili licenziamenti. Ma analoghe proteste hanno coinvolto anche i dipendenti delle ferrovie e gl’insegnanti, senza contare i lavoratori del settore privato.
In tutti i casi, i manifestanti convergevano verso un punto comune: l’esplicita richiesta di dimissioni dell’esecutivo guidato da Victor Ponta, accusato d’inettitudine nel far fronte all’attuale crisi.

Manifestazioni popolari si segnalano anche in Serbia e Croazia, senza dimenticare l’Ungheria di Viktor Orbán, dove la controversa riforma costituzionale voluta dal Primo Ministro ha messo in forse persino le libertà fondamentali.

In generale, dalla Slovenia alla Bulgaria, passando per le madri di Sarajevo e gli operai dell’Oltchim, c’è un elemento di fondo che lega tutti i sommovimenti in questione. A innescare la miccia delle contestazioni sono quasi sempre problemi locali, frutto di scandali circoscritti. Da qui, l’ondata del malcontento si diffonde rapidamente, accogliendo le istanze d’un numero sempre maggiore di cittadini, fino a metter in discussione la stabilità stessa dei governi di turno. Ciò appare stupefacente, alla luce d’un dato culturale: nei Paesi dell’ex blocco sovietico la gente non è abituata a scendere in piazza. È ancora forte il ricordo delle manifestazioni obbligatorie come esercizio di consenso al regime; non c’è da stupirsi che il ricorso alla piazza risvegli cattivi ricordi ancora oggi, perlomeno nelle fasce piú anziane della popolazione. Ma dalla caduta del Muro è trascorso ormai un quarto di secolo. Oggi, una generazione di giovani si sta affacciando sulla scena per chiedere diritti, lavoro e legalità istituzionale al cospetto di classi dirigenti incapaci e corrotte, aggregando a sé anche quelle fasce meno giovani la cui diffidenza verso la piazza è nota. I movimenti sono cosí passati da locali a nazionali, e in séguito a transnazionali, tutti accomunati dal rifiuto dei partiti e dei politici che li rappresentano.

In un tale contesto, stupisce la totale assenza dell’Europa, che sulle proteste di Sofia, Bucarest, Lubiana e cosí via non ha nemmeno preso posizione. Come se, tra i 27 Paesi dell’UE, i nostri cugini balcanici fossero membri di serie B. Per Bruxelles, le stelle che compaiono sulla sua bandiera non brillano tutte della stessa luce. Silenzio dell’Europa e silenzio dei media, come dicevamo all’inizio.

Peraltro, la rivolta in Bulgaria infiammava proprio nei giorni in cui era in corso un’altra protesta: quella di piazza Taksim, nel centro d’Istanbul, contro il governo Erdoğan, che intendeva abbattere gli alberi del parco Gezi per far posto a un centro commerciale. Tantoché il Corriere ne parlò in un articolo significativamente intitolato «La Taksim dimenticata». In Turchia, che non fa parte dell’UE (né, probabilmente, v’entrerà mai), c’erano le testate di tutto il mondo. In Bulgaria, che della grande famiglia europea fa parte ormai da sei anni, no. Famiglia di cui fanno parte anche Slovenia, Romania e – dal primo luglio – Croazia, mentre la Serbia è in procinto d’aggiungersi. Paesi tanto problematici quanto vicini a noi, dove le telecamere non sono però arrivate.

* Articolo originariamente comparso su The Fielder

Vecchie ferite si riaprono nell’ex Jugoslavia

L‘Operazione Tempesta (in croato oluja) fu un’operazione militare su larga scala coordinata dall’esercito croato, col supporto militare delle forze bosniache e della NATO, contro l’esercito serbo della Krajina e delle milizie ribelli della Regione Autonoma della Bosnia occidentale. Scattata il 4 agosto 1995 e durata ben 84 ore, aveva il fine di riportare sotto il controllo croato la cosiddetta Krajina serba, ossia le zone in Dalmazia e Slavonia occupate dalle forze di Belgrado, e porre fine all’accerchiamento di Bihac. Le ostilità si conclusero l’8 agosto con la totale vittoria croata. Un centinaio di serbi (soldati e civili) furono uccisi o dispersi e oltre 250.000 rastrellati e obbligati alla fuga da città e villaggi razziati e dati alle fiamme.

Nell’aprile 2011, Ante Gotovina e Mladen Markač, due generali del neonato esercito nazionale croato alla testa dell’operazione, sono stati giudicati dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, come i responsabili di “crimini contro l’umanità, mancato rispetto del diritto bellico, persecuzioni, deportazioni, saccheggio, distruzione, omicidi, atti inumani e crudeltà”. Lo scorso 16 novembre, una sentenza d’appello dello stesso Tribunale ha ribaltato quel verdetto.
Di fatto, la sentenza di assoluzione rappresenta della linea da sempre portata avanti dal governo croato, per il quale Oluja fu un’operazione militare conforme al diritto internazionale. La versione ufficiale sostenuta sin dagli esordi dall’allora presidente Tudjman, nonché dai governi che seguirono, è che quella croata fu una guerra di difesa non giudicabile come crimine di guerra. Così regolare da meritare finanche una festività nazionale – quella del 4 agosto, appunto -, celebrato dal 1992 come “giorno del ringraziamento della patria”.
L’adesione della Corte dell’Aja alla versione croata non chiude tuttavia la vicenda. Molti punti restano da chiarire. Su Limes, Enza Roberta Petrillo pone una serie di domande, già sollevate Milorad Pupovac, parlamentare croato al vertice del Samostalna demokratska srpska stranka, il partito che rappresenta la minoranza serba, a cui Zagabria non ha mai voluto rispondere. Ad oggi, infatti, non vi è stata alcuna assunzione di responsabilità da parte del governo croato per i crimini commessi con l’operazione Oluja. Un aspetto che negli anni ha rallentato non poco il processo di adesione della Croazia alla UE e che getta una luce sinistra sulla storia recente del Paese. Poco si sa della rete di connivenze, anche di livello internazionale, che per anni ha protetto Gotovina e i suoi.

C’è da chiedersi come il ripensamento della Corte sia stato possibile, nonostante le oltre 1.300 pagine di motivazione della sentenza di primo grado conclusero che il bombardamento e gli altri crimini avevano lo scopo di rimuovere permanentemente dalla Krajina la popolazione serba, ascrivendo questo disegno criminoso (joint criminal enterprise) direttamente al presidente Tuđjman e ai vertici dello Stato croato.
Linkiesta ipotizza tre ragioni:

Il primo è che le Nazioni Unite vogliono smantellare il tribunale, e rinviare la causa in primo grado ne avrebbe rinviato la chiusura di almeno due anni: se quindi i giudici non se la sentivano di condannare, nonostante la mole di prove raccolte, piuttosto che far ripartire da capo il giudizio hanno preferito assolvere. Il secondo è che questa sentenza non assolve solo gli imputati anche la Croazia, come hanno scritto molti commentatori: il disegno criminale di ripulire la Krajina dei suoi abitanti serbi era infatti stato ascritto direttamente ai vertici dello stato croato – incluso il padre della repubblica, Tuđman – e quindi implicava una forma di responsabilità morale per lo stato che ora si prepara a diventare membro dell’Unione Europea.

Diversi storici e analisti hanno poi scritto che l’Operazione Tempesta fu concepita con l’aiuto di esperti militari americani e fu attuata in consultazione e con l’informale consenso dell’amministrazione Clinton, la quale puntava proprio su questa avanzata croata per porre termine alla guerra di Bosnia (come poi avvenne). Una forma di corresponsabilità americana per i crimini di guerra commessi durante l’Operazione Tempesta sarebbe quindi stata ipotizzabile: la sentenza fuga ogni ombra. Il presidente del Tribunale, che ha presieduto anche la corte d’appello che ha emesso questa sentenza, è americano: il che non prova nulla, naturalmente, ma legittima la domanda.
Infine, questa sentenza può essere letta come una conferma della tesi – opposta a quella che emerge dalle pagine degli storici e dalle scelte della procura del Tribunale – secondo la quale la responsabilità delle guerre jugoslave è tutta dei serbi e solo loro hanno commesso gravi crimini. Molti serbi vi leggono proprio questa intenzione. Di tutti i possibili motivi reconditi della sentenza questo sarebbe forse il peggiore, perché è il più controproducente (ne parlerò dopo il 29 novembre, quando il Tribunale giudicherà due ex guerriglieri kosovari imputati di crimini di guerra).

In ogni caso, questa sentenza incrina gravemente la credibilità del Tribunale e non cancella nessuno dei numerosi singoli crimini accertati dai giudici di primo grado. Nel gioco di strumentalizzazioni seguite alla sentenza, a perderci sono stati per l’ennesima volta quei 250.000 cittadini serbi dimenticati da Zagabria e utilizzati come pedine da Belgrado. E che in Krajina non sono mai più tornati.

Oggi, mentre Zagabria festeggia, Belgrado è sdegnata. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha definito la sentenza un verdetto “scandaloso”, ispirato da “una decisione politica”. E tra i due Paesi si riaprono vecchie ferite. Per dirne una, l’affare Gotovina mette a serio rischio la partita di calcio tra Croazia e Serbia del prossimo 22 marzo, valida per le qualificazioni ai Mondiali del 2014. Nikolic ha anche annunciato che la Serbia ridurrà al minimo “livello tecnico” i rapporti con la Corte dell’Aja. Prima conseguenza, il rinvio a data da destinarsi di una conferenza organizzata dal TPI, prevista per il 22 novembre proprio a Belgrado.
Non è l’unico tribunale contro cui Belgrado protesta. Il 6 novembre, la Corte Europea di Giustizia ha condannato Lubiana e Belgrado a risarcire tre risparmiatori che si erano visti “congelare” i propri risparmi, custoditi prima della guerra nella filiale di Sarajevo della Ljubljanska Banka e in quella di Tuzla della serba Investbanka. Nel suo verdetto, la Corte di Strasburgo ha condannato Serbia e Slovenia, oltre a risarcire i tre richiedenti, anche al pagamento di 4.000 euro di danni, sottolineando poi che nella stessa situazione esaminata dalla sentenza si trovano circa 8.000 persone. Lubiana e Belgrado sarebbero già al lavoro per formare un team legale comune per affrontare il ricorso e che il tema dei “risparmi jugoslavi” ha dominato il recente vertice a Lubiana tra i premier dei rispettivi Paesi Ivica Dacic e Janez Jansa. Per una corte che assolve due criminali di guerra, un’altra condanna due Stati per aver trattenuto i risparmi di tre cittadini stranieri: paradossi della giustizia a cui Belgrado intende opporsi con ogni mezzo.

Qualche chilometro più in là, in Bosnia, il clima non è migliore. Nel diciassettesimo anniversario degli Accordi di Dayton il presidente della Republika Srpska Milorad Dodik lancia una proposta rivoluzionaria: creare un’ulteriore entità croata. Nella visione di Dodik la Bosnia potrà sopravvivere solo come federazione di tre entità a base etnica: dividersi in tre per restare una, sembra essere il messaggio. E così Valentin Inzko, Alto rappresentante internazionale in Bosnia con il preciso mandato di vigilare sul rispetto degli accordi di Dayton, lancia l’allarme al Consiglio di Sicurezza ONU.
Il fatto è che in questo momento l’idea rischia di sembrare credibile:  la Comunità Internazionale è distante e impegnata a risolvere altre questioni, le modifiche alla Costituzione bosniaca sono sollecitate dall’Unione Europea e l’idea di Dodik, provocatoria o meno che sia, pare sempre più l’unico modo per mettere fine allo stallo istituzionale che di fatto dura da diciassette anni.

Tutti esempi che dimostrano come a quasi vent’anni di distanza, il frastuono della guerra produce ancora oggi i suoi sinistri echi. Come scrivevo lo scorso aprile:

Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; e noi che di quegli eventi siamo (colpevolmente) stati meri spettatori non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti.

C’era una volta la Jugoslavia

La Jugoslavia poteva essere salvata”. Negli ultimi vent’anni questa storia si è sentita più volte, ciclicamente riesumata dalla formalità delle ricorrenze; il ventennale del primo attacco a Sarajevo – che cade il 5 aprile – non fa eccezione.
La Jugoslavia crollò in seguito a due guerre d’indipendenza tra la Serbia e altrettante repubbliche federali. La prima, contro la Slovenia, durò 11 giorni nell’agosto del 1991 e lasciò pochi segni, presto cancellati. La seconda, contro la Croazia, fu molto più cruenta e si concluse solo nell’estate del 1995 con la riconquista da parte di Zagabria dell’autoproclamata Repubblica Serba della Krajina, Stato fantoccio alle dipendenze di Belgrado.
La Bosnia dichiarò l’indipendenza nel 1992 e fu trascinata in una guerra di tutti contro tutti molto più violenta di quella serbo-croata, terminata alla fine del 1995 con gli accordi di Dayton. La Macedonia si era separata già sul finire del 1991 e senza spargimenti di sangue. Ciò che restava della Jugoslavia sopravvisse fino al 2003, quando fu sostituita dall’Unione di Serbia e Montenegro. Tre anni dopo il Montenegro raggiunse l’indipendenza per via referendaria. E per finire il Kosovo ha proclamato unilateralmente la propria secessione da Belgrado nel 2008.
Con la dietrologia non si va da nessuna parte, ma non va dimenticato che la disgregazione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia era iniziata molto prima che le armate dessero fuoco alle polveri. La Federazione veniva da un travagliato decennio, gli anni Ottanta, segnati dalla crisi economica iniziata nel ‘79 e mai finita, dall’instabilità politica successiva ala morte di Tito e dall’erosione – comune a tutto il blocco orientale – della mitologia comunista. A ciò si aggiunse il ritorno delle suggestioni etnico-nazionaliste, brandite dalle élite a cui faceva gola la ripartizione delle risorse delle rispettive repubbliche e funzionali alla necessaria mobilitazione delle masse. Di lì a poco, la caduta del Muro di Berlino avrebbe fato da innesco a questo processo centrifugo.

Ufficialmente la storia è andata così, ma c’è un cortocircuito mentale in questa ricostruzione. Di fronte alle carneficine balcaniche ci siamo ripetuti che l’Europa poteva e doveva fare di più, ma nessuno sa spiegare di preciso cosa. A noi europei – o meglio, a noi che nei quarant’anni precedenti eravamo stati al di qua della cortina di ferro – certe dinamiche sfuggirono quasi completamente. Alle nostre orecchie la causa del conflitto furono le fanatiche ambizioni serbocentriche di Slobodan Milosevic, a cui si contrapponevano il desiderio di libertà degli altri popoli a lui sottoposti. L’opinione pubblica dei dodici (quanti erano i membri della UE), così come i governi, si schierarono apertamente dalla parte delle istanze indipendentiste, ma fu proprio questa confusa partigianeria per il principio di indeterminazione a far precipitare le cose.
Fu la Germania a premere affinché l’Europa riconoscesse la sovranità di Lubiana e Zagabria. L’allora cancelliere Helmut Kohl, spalleggiato dal ministro degli esteri Hans-Dietrich Genscher, furono irremovibili in questo proposito. Il tentativo di riequilibrare la destabilizzazione balcanica attraverso il diritto all’autodeterminazione dei popoli, a ragion veduta, fece da apripista ad un conflitto uscito presto fuori controllo, al di là del fatto che la realtà sul campo denotasse già segni di ebollizione.
Perché l’Europa sposò acriticamente la posizione di Berlino? Per la stessa ragione per cui è sempre Berlino, al giorno d’oggi, a dirigere di fatto i conti pubblici all’interno dell’Eurozona. Se la chiamano Locomotiva d’Europa, non è solo per le sue potenzialità economiche. Ma allora, perché Berlino aveva adottato proprio quella posizione per raffreddare il calderone balcanico? Probabilmente per due ragioni. Da un lato, in ossequio al principio di autodeterminazione, lo stesso che aveva consentito ai tedeschi dell’est di riunirsi all’ovest giusto pochi mesi prima. Dall’altro, per forzare i tempi verso la cancellazione di ciò che restava dell’ordine mondiale stabilito a Jalta. In altre parole, Kohl vedeva negli eventi in corso in Jugoslavia la possibilità di archiviare la pax europea del 1945 per forgiare una nuova politica estera libera dai lacci e laccioli a cui era stata costretta in quanto ex superpotenza sconfitta.

Vent’anni dopo, qual’è la morale della storia?
Allora, come oggi, Berlino si è servita dell’impalcatura europea per tutelare i propri interessi a scapito di quelli di chi le stava intorno. Oggi la Locomotiva mantiene una robusta presenza nell’ex Jugoslavia, favorita da relazioni economico-finanziarie che sono prosperate nei decenni in perfetta continuità con l’era di Tito. Massimo risultato col minimo sforzo.
Per l’Europa, invece, vale l’esatto contrario. Maldestra e inconsistente negli anni caldi del conflitto, Bruxelles ha cercato di riparare alle proprie mancanze attraverso la progressiva integrazione delle ex martoriate repubbliche forte della ricca dote promessa – benessere, fondi strutturali, libertà di circolazione -, prima che la crisi economica e i mal di pancia post allargamento del 2004 rallentassero tutto. E per ripulirsi la coscienza (oltre alla memoria?) delle atrocità di quegli anni, ha più volte esercitato pressioni affinché i responsabili degli eccidi fossero consegnati alla Corte penale dell’Aja, al punto da condizionare la stessa adesione alla UE alla collaborazione nella persecuzione dei criminali di guerra- lasciandolo intendere tra le righe, ovviamente.
Ironia della sorte, l’Europa cerca di riunire le sei repubbliche jugoslave proprio oggi che pare sul punto di implodere, incapace di ricomporre gli squilibri economici e politici – su tutti, l’ambiguità di un’unione monetaria a cui corrispondono 27 differenti politiche fiscali – che l’eurocrazia aveva generato.
La Croazia diventerò il 28esimo membro dell’Unione il 1° luglio 2013; la Serbia è ufficialmente candidata da quest’anno, il Montenegro lo è dal 2010 e la Macedonia già dal 2005.
Due decenni trascorsi tra conflitti prima e recriminazioni poi hanno lasciato profonde ferite nei Balcani; non conosceremo mai l’esatta dimensione dei costi umani e sociali di quei conflitti. E pensare che oggi, in un’epoca in cui i giovani si dicono convinti di vivere un periodo più difficile di quella dei propri genitori, la stragrande maggioranza delle persone ancora rimpiange la perdita di un Paese unito.