Libia: finita la guerra, ne comincia un’altra. O forse due.

Gli esperti lo avevano detto: la Libia, per mesi unita dall’unico obiettivo di rovesciare Gheddafi, è ora sull’orlo del caos.
Dal 23 ottobre, giorno della proclamazione ufficiale della liberazione della Libia, situazione si è fatta via via più incandescente. In quarant’anni di dominio assoluto, Gheddafi era riuscito a mantenere unito un Paese intrinsecamente diviso. La sua morte si è dimostrata il pretesto di una nuova escalation di tensioni.
Il Consiglio Nazionale di Transizione ha compiuto progressi limitati per disarmare i gruppi combattenti ed estendere il suo controllo sul territorio. In assenza di un’autorità centrale funzionante, sono questi ultimi a detenere il potere reale nelle strade della Libia.

Punta dell’iceberg sono gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Tripoli tra le guardie nazionali e le brigate di Zintan. Questi ultimi sono stati poi coinvolti in pesanti sparatorie nella località di Wamis, 190 km a sud di Tripoli, con la tribù dei Masciascià, ex sostenitrice di Gheddafi. Le due fazioni sono divise da una vecchia rivalità esacerbata da sette mesi di guerra civile.
Altro episodio plateale dell’attuale condizione di anarchia è stato il sequestro lampo di Abdul-Aziz al-Hassady, procuratore generale di Tripoli, trascinato fuori dalla sua auto e minacciato di morte in pieno giorno da un gruppo di uomini armati che gli intimavano di rilasciare alcuni loro compagni detenuti in prigione.
Si segnalano anche l’attentato al capo militare Khalifa Haftar e il breve sequestro del comandante militare Abdel Hakim Belhaj (qui la sua biografia), il cui aereo è stato bloccato alla partenza dalle brigate di Zintan.
Non si sa ancora cosa sia successo nella cittadina di Tawergha, dove 30.000 persone sono state cacciate dalle proprie case in conseguenza di quella che sembra un’azione di vendetta per il ruolo ricoperto dalla città nell’assedio di Misurata.

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