Perché la fine di Assad appare sempre più vicina

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo lo svolgimento di movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Obama vs Romney, alcuni spunti di riflessione

E’ una noia dover parlare del secondo dibattito tra Obama e Romney ma a meno di venti giorni dal voto certi eventi non possono essere ignorati.
Per una sintesi del confronto in dieci punti si veda qui. Dicono tutti che l’ha spuntata Obama, ma non è questo che conta. Gli spunti di riflessione sono altri.

Primo. I due candidati si sono avvicendati in un botta e risposta mirante non tanto a delineare le strategie future, quanto a respingere e contrattaccare le accuse di fallimento e ambiguità reciprocamente rivolte. A farne le spese, però, è stato il merito delle questioni. Le schermaglie mettono in secondo piano il fatto che a tre settimane dal voto i programmi di entrambi i candidati restano vacui e fumosi.

Secondo. La grande assente dalla campagna presidenziale USA 2012 è la politica estera. A parte l’attentato di Bengasi, fulmine a ciel sereno dell’ultim’ora, nessuno dei candidati pare interessato a ciò che succede fuori dai confini statunitensi. Da parte di Obama c’era da aspettarselo: nella campagna elettorale del 2008 si è concentrato quasi esclusivamente sulle questioni interne, mentre nel suo quadriennio ha gestito la politica estera americana alla stregua di un curatore fallimentare, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Romney, da parte sua, ha fatto ancora meno: si è limitato a rivolgere accuse allo sfidante Obama già trite e ritrite, proposte per il futuro modeste (che ricalcano manifestamente l’approccio dell’attuale amministrazione) e un rilancio poco entusiasta dei temi della Freedom Agenda di George W. Bush, peraltro mai citata per nome.
A proposito di Bush: il fantasma del presidente si è materializzato al 43esimo minuto del dibattito. Ecco come.

Terzo. In America esiste ancora il giornalismo indipendente: durante la sfida Romney ha affermato il falso dichiarando che Obama ha ammesso che l’attentato di Bengasi si trattava di un atto terroristico solo dopo due settimane dai fatti. Tutto falso. Al punto che la moderatrice, Candy Crowley della Cnn, è intervenuta per smentirlo:  Obama “Lo ha detto nel giro di 24 ore”. In America le regole del gioco sono queste. Dov’è la notizia? Provate ad immaginare una scena del genere in Italia (abituati come siamo allo pseudogiornalismo servile e interessato) e capirete quante cose abbiamo ancora da imparare. Provate…

L’America preme affinché il Giappone riattivi le centrali nucleari

Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric – furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…