Confermato: il denaro di terroristi e narcotrafficanti riciclato nelle grandi banche internazionali

Non bastavano la crisi del 2008, la finanza creativa e il recente scandalo del Liborgate. Ad affossare la già scarsissima rispettabilità delle banche internazionali mancava solo la conferma che esse hanno favorito le operazioni di riciclaggio dei narcotrafficanti messicani e dei terroristi arabi.

Lo rivela un rapporto di 330 pagine del Senato americano. Il succo è che nonostante le severe regole sulla tracciabilità dei capitali, alcune banche non sono riuscite a monitorare la provenienza né le transazioni di ingenti somme ad essi affidate, nonché di “verificare” l’identità di alcuni dei correntisti più facoltosi, consentendo a miliardi di dollari denaro sporco proveniente dal Messico di essere riciclati nel circuito finanziari USA. Sotto accusa è in particolare il colosso HSBC, che opera in oltre 80 Paes e che solo in America vanta 470 filiali con 4 milioni di clienti. Si veda qui.
Già nel 2003 la banca era stata invitata dalle autorità competenti a monitorare i flussi di denaro da e per il Messico. A quasi un decennio di distanza, abbiamo ora la conferma che tali direttive sono state disattese.
Purtroppo, HBSC non è l’unico istituto coinvolto in simili attività.

Questa lunga analisi sul Guardian (da leggere dall’inizio alla fine) spiega come, con il diffondersi della violenza in Messico, gli ingenti fiumi dei cartelli ha cominciato a penetrare nel sistema finanziario globale. Ma gli avvertimenti in tal senso sono sempre stati (inconsapevolmente?) ignorati. Il quotidiano esordisce narrando l’episodio di un DC-9 atterrato nella città portuale di Ciudad del Carmen il 10 aprile 2006. Trasportava 5,7 tonnellate di cocaina per un valore di 100 milioni di dollari. Nel corso di 22 mesi di indagini dagli agenti della US Drug Enforcement Administration, l’Internal Revenue Service e altri enti investigativi, è emerso che i trafficanti di cocaina aveva acquistato l’aereo con i soldi che avevano riciclato attraverso Wachovia, all’epoca una delle più grandi banche negli Stati Uniti, ora parte del gruppo Wells Fargo. La banca se la cavò con una multa di 160 milioni di dollari: meno del 2% dei ricavi (12,3 miliardi) nell’anno 2009.
Com’è ovvio, nessun dirigente finì dietro le sbarre. Come notava Peacereporter un anno fa:

In modo molto strano i dirigenti maggiormente invischiatinell’affaire sono stati semplicemente licenziati, altri solo multati. Di fatto a loro carico non è stato sollevato alcun processo. In molti si sono chiesti il perchè di tanta tolleranza nei confronti di una banca e di dirigenti che si sono resi complici dei narcos messicani.
C’è dell’altro. Secondo quanto riportato da alcuni siti internet d’informazione che hanno citato il capo della lotta alla droga dell’Onu, l’italiano Antonio Maria Costa, le uniche disponibilità finanziarie liquide presenti nelle banche Usa durante la profonda crisi del 2008 erano quelle relative ai proventi del traffico internazionale di cocaina dal Sudamerica.
I narcos messicani sono molto potenti con le armi, tanto che nel corso degli ultimi anni il numero delle vittime relativo alla guerra fra cartelli ha sfiorato quota 45mila morti.
Ma hanno dimostrato di essere molto potenti anche a livello finanziario riuscendo a corrompere fior di istituti bancari che hanno contribuito al riciclo del denaro sporco. Adesso è compito delle autorità capire se le banche in questione fossero davvero all’oscuro delle operazioni sporche che stavano mettendo in pratica.

Il caso Wachovia è solo la punta dell’iceberg. Questa lunga analisi su Examiner, da leggere dall’inizio alla fine, spiega che i “favori” delle banche ai cartelli messicani e sudamericani non sono niente di nuovo.

Al culmine della crisi del 2008 bancario, Antonio Maria Costa, allora capo dell’ufficio delle Nazioni Unite sulla droga e la criminalità, ha sostenuto che i proventi droga e la criminalità erano “l’unico investimento di capitale liquido” a disposizione delle banche sull’orlo del collasso. Le indagini da lui condotte dimostrarono che la maggior parte dei 352 miliardi di dollari (stimati) prodotti dal traffico di droga era stata assorbita nel sistema economico mondiale. Sistema bancario e il narcotraffico risultano dunque interdipendenti de facto, e ciò solleva un serio interrogativo circa l’influenza che criminalità è in grado di esercitare sull’economia globale in tempi di crisi.
Non è un caso se qualcuno sostiene che il controllo del traffico di droga alla fonte è la vera ragione per cui gli americani non lasceranno l’Afghanistan tanto presto.

Spagna, la fiesta è finita

Per mesi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha respinto le voci secondo cui Madrid fosse sul punto di chiedere un sostegno finanziario sulla falsariga degli altri PIGS. Invece tre giorni fa si è visto costretto ad invocare un aiuto da 100 miliardi di euro per evitare l’implosione del sistema bancario spagnolo. Peraltro la cifra è solo indicativa, perché il reale importo dell’erogazione verrà deciso nei prossimi giorni al termine di due summit tra le banche spagnole in grave crisi e i rappresentanti dei Paesi dell’euro per calcolare l’esatto ammontare del prestito.
E’ (per il momento) l’ultima tappa di una discesa iniziata quattro anni fa, con l’inizio della grande recessione, e che ha vissuto i momenti più drammatici nel 2010, all’indomani dello scoppio della crisi greca, e a fine maggio, con la crisi di Bankia, quarto istituto bancario del Paese.
Come notava Linkiesta già in aprile:

Le banche sono il buco nero di Madrid. Secondo Lombard Street Research le urgenze di ricapitalizzazione per gli istituti di credito sono circa 95 miliardi di euro. Ancora più elevate le stime secondo Citigroup, 140 miliardi di euro. In linea con la casa d’affari londinese è invece Ubs, che parla di 90 miliardi di euro. «Il sistema bancario è in crisi, se non ci fosse stata la Bce non ci sarebbe più stato ossigeno», scrivevano gli analisti della banca elvetica. In effetti, le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) dell’Eurotower hanno fornito oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni. Fra dicembre e febbraio le banche iberiche hanno comprato 68 miliardi di euro di bond governativi, prevalentemente spagnoli, per sostenere il mercato obbligazionario e rifinanziare il proprio debito in portafoglio. Lo ha evidenziato Merrill Lynch la settimana scorsa, ricordando come l’esposizione complessiva ai debiti sovrani degli istituti di credito iberici sia di 250 miliardi di euro. Tanto, ma meno delle banche italiane, esposte sui bond governativi per 302 miliardi di euro.

Tra i vari fattori, quello che finora ha svolto un ruolo decisivo nella deriva di Madrid è stata l’esplosione della bolla immobiliare, durata almeno un decennio. El Pais rileva che tra il 1997 e il 2007 le costruzioni sono cresciute al tasso del 5% all’anno. In quegli anni lo stock edilizio è aumentato di 5,7 milioni di unità, quasi il 30% di tutte quelle esistenti. Nel 1998  il governo Aznar approvò una legge che dichiarava edificabili tutti i terreni, salvo espresso divieto, moltiplicando la crescita irrazionale del settore dell’edilizia. L’idea era quella di aumentare le costruzioni per farne scendere il prezzo, rendendone la soglia di acquisto più accessibile. Invece si ebbe l’effetto contrario, quello di alimentare un circuito speculativo: le case venivano acquistate non perché a buon mercato, bensì perché suscettibili di rivalutazione. Complice l’entrata nell’euro, che aveva comportato la diminuzione dei tassi d’interesse, le banche elargivano mutui a volontà, incoraggiando gli acquisti. In dieci anni l’incremento di valore degli immobili ha raggiunto il 191%.  Era dunque inevitabile che banche e edilizia si ritrovassero strette in un abbraccio mortale.
Già in novembre scrivevo come mai la fine del mattone ha segnato la fine del miracolo spagnolo:

Nel decennio dal 1996 al 2007, la quota del PIL generata dall’edilizia si è situata tra l’11,7% e il 18% del totale. Nello stesso periodo il settore ha impiegato tra il 9% e il 13% della forza lavoro totale. In realtà il peso del mattone nell’economia spagnola era molto più ingombrante. Questo perché i dati statistici non tengono conto degli effetti a cascata prodotti dal sistema dell’edilizia, concretizzati da un vasto indotto economico (agenzie immobiliari, forniture, servizi, arredamento, manutenzione, ecc.) e da un significativo aumento delle entrate pubbliche (più fatturato per le imprese del settore uguale più imposte sul reddito; più case uguale più imposte immobiliari). In totale, nel 2007 il 40% dell’intera economia spagnola gravitava intorno all’industria del mattone. Una situazione che Naredo aveva sintetizzato nel suo saggio La burbuja immobiliario-financiera.

Di colpo, la crisi immobiliare ha messo a nudo le carenze del sistema produttivo del Paese.

Il caso della Spagna non è unico. Finora, almeno otto Paesi hanno erogato oltre 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico per salvare il sistema proprio finanziario, secondo le stime del FMI. La differenza è che il governo Rajoy ha dovuto ricorrere ai partner europei per trovare i soldi necessari.
Cosa dovrà fare la Spagna in cambio del prestito, non è ancora dato sapere. Il Post considera questo uno dei punti più oscuri della vicenda:

Il premier Rajoy ha assicurato che alla Spagna non verranno chiesti altri sacrifici, principalmente per due motivi: nel caso spagnolo, a differenza di Grecia, Portogallo e Irlanda, non è direttamente coinvolta la cosiddetta “troika” (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che negli altri casi ha, almeno in parte, supervisionato i paesi in difficoltà per controllare strettamente i piani di risanamento delle loro economie.
Inoltre, la Spagna recentemente ha già approvato dure misure di austerità. Si prevede già una crescita della disoccupazione, già molto alta, e nuovi tagli potrebbero peggiorare la situazione. Del resto il prestito internazionale non è destinato direttamente alle casse del governo spagnolo ma alle banche, che a loro volta dovranno rispettare nuovi parametri che verranno resi noti nei prossimi giorni. È vero, però, che anche l’Irlanda ha ricevuto gli aiuti internazionali per una crisi del sistema bancario simile a quella spagnola: con il coinvolgimento dell’FMI, ha dovuto approvare in cambio dure misure di austerità.

Anche il ministro delle finanze, Cristobal Montoro, ha detto che che “los hombres de negro”, come vengono definiti gli ispettori della troika, non giungeranno in Spagna. Al contrario, El Pais nota come tale proposito sarà presto smentito, perché la normativa del fondo salva-Stati, da cui proverranno gli aiuti, prevede che le entità soccorse risultino conformi alle ispezioni di UE, BCE ed Autorità Bancaria Europea. Inoltre, secondo le attuali regole di accesso al fondo, il beneficiario deve dimostrare di avere una programmazione di politica fiscale “solida”. Infine Madrid sarà inevitabilmente costretta ad innalzare l’età pensionabile prima del previsto.

L’analisi conclude che i bailout comportano, dal punto di vista economico, almeno un decennio di vacche magre: difficoltà d’accesso al mercato dei finanziamenti, fuga dei capitali stranieri e misure d’austerità, con rilevanti sacrifici sociali. Proprio l’ultima cosa di cui la Spagna ha bisogno in questo momento. A fine anno Madrid registrerà un deficit di bilancio del 5,3%, stando alle previsioni del governo, mentre Rajoy aveva rassicurato Bruxelles che non avrebbe superato il 4,5%. Ma El Pais ritiene che alla fine si attesterà al 5,8%. Il tutto a fronte di un PIL dato in contrazione di un punto percentuale e di un debito pubblico che passerà dal 68,5% nel 2011 al 78,5% di fine 2012, per non parlare del tasso di disoccupazione, stabile al 24%.

Lo scorso autunno Zapatero era stato costretto ad andarsene perché tacciato di incompetenza, se non proprio di deliberata disonestà. Nel 2008, proprio nei giorni della partita Italia-Spagna, annunciò al mondo che il PIL pro capite spagnolo aveva superato quello italiano. “Prossimo sorpasso, la Francia”, diceva. Di Natale sbagliò un rigore, Fabregas segnò quello decisivo e le furie rosse proseguirono la corsa verso la coppa – ironia della sorte, battendo quella Germania che, calcio a parte, occupa il trono d’Europa, quello vero. Finiti i festeggiamenti, ci si accorse che l’economia di Madrid non era così inarrestabile come la squadra di Luis Aragones. Il resto è storia nota.
Sabato scorso, di nuovo Italia-Spagna, di nuovo un pareggio. E a Madrid c’è di nuovo un premier che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Oggi Rajoy si trova in una situazione non dissimile a quella del suo predecessore, considerato che la stampa spagnola non gli perdona di usare mille giri di parole pur di non pronunciare quella fatidica: “salvataggio”. La cosa peggiore, nota El Pais, non è l’ironia dei giornalisti – riassunta nello slogan Tú dices tomate, yo digo rescate, dal titolo di un articolo di Lisa Abend sul Time -, quanto la diffidenza dei leader europei verso Rajoy perché non hanno capito se la vendita al pubblico del “non-salvataggio” è una mossa di marketing politico oppure una dimostrazione di incapacità di comprendere la realtà.
Forse la Spagna vincerà l’Europeo come nel 2008. Ma a Madrid, pomodori a parte, sanno tutti che la fiesta è finita da un pezzo.

Regno Unito e Olanda porteranno l’Islanda in tribunale?

Nel 2008, il default delle tre principali banche islandesi (la Glitnir, la Kaupþing, e la Landsbanki ) lasciò sul lastrico, oltre agli islandesi, anche parecchi investitori stranieri. In particolare, il fallimento di Icesave, società controllata da Landsbanki, comportò una perdita complessiva da 5,6 miliardi di dollari per circa 340.000 correntisti inglesi e olandesi. Un danno di cui Regno Unito e Olanda si fecero carico, in attesa che l’Islanda fosse in grado di rifondere i capitali elargiti.

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