La guerra (non troppo) segreta tra Pakistan e India in Baluchistan

Da circa due anni nel Baluchistan, la più estesa provincia del Pakistan, rapimenti e ritrovamenti di cadaveri mutilati con chiari segni di torture si susseguono senza sosta. Generalmente si tratta di uomini tra i venti e quarant’anni, ma da qualche tempo il numero di donne è in forte crescita. Amnesty International segnala centinaia di casi.
I media pakistani non ne parlano: le cronache del Baluchistan occupano sempre le ultime pagine sui giornali si Islamabad (con tanto di vere e proprie distorsioni), ed anche le forze dell’ordine sembrano si mostrano indifferenti a questa catena di sparizioni e omicidi.
Tale mancanza di interesse, sorprendente a prima vista, diventa più comprensibile quando emerge che i principali indiziati dei delitti non sono bande di ribelli, bensì l’esercito e l’ISI, l’onnipotente agenzia di intellicence del Paese asiatico.
Ecco la guerra sporca del Pakistan nella sua provincia più refrattaria (qui e qui due video). Mentre l’attenzione straniera è concentrata più a Nord, sul fronte Afpak, e sui taliban, l’esercito di Islamabad combatte per reprimere un popolo che non si riconosce sotto sua bandiera. La rivolta dei baluchi, in corso da quattro anni (ma radicata nei decenni precedenti), è contornata di interessi ed intrighi stranieri, legati alle ricchezze minerarie del luogo come alla destabilizzazione e al reciproco indebolimento dei Paesi della regione.

Il Baluchistan occupa il 44% dell’intera superficie del Pakistan, ma la sua popolazione è appena la metà di quella di Karachi (sei milioni). I 46.000 soldati pakistani d’istanza sul territorio non bastano a presidiarlo efficacemente. E in tali vaste lande desertiche trovano rifugio combattenti di ogni risma: taliban, agenti segreti americani, indiani e iraniani, trafficanti di droga. Gli americani dispongono anche di una base (ufficialmente chiusa) da cui sferrare attacchi con i droni.
Sullo sfondo, il popolo baluchi è animato da un acceso fervore antipakistano. Gli studenti si rifiutano di cantare l’inno nazionale o di alzare la sua bandiera. Le università sono divenute focolai di sentimento nazionalista. La rabbia è radicata nella povertà: appena il 25% della popolazione è alfabetizzata (la media nazionale è del 47%), circa il 30% è disoccupata e solo il 7% ha accesso all’acqua potabile. E mentre la provincia fornisce un terzo al Pakistan un terzo del suo fabbisogno di gas naturale, solo una manciata di città baluchi sono collegate alla rete di alimentazione.
Il gas è solo una delle risorse di cui il sottosuolo è ricco: L’azienda Tethyan ha scoperto 4 miliardi di tonnellate di minerali estraibili, dalle quali potrebbero ricavarsi circa 200.000 tonnellate di rame e 250.000 once d’oro all’anno, tali da rendere il Baluchistan una delle più grandi miniere al mondo, sulla quale le companies hanno già messo gli occhi – qui un’esauriente disamina.

Sul fuoco della rivolta sono in tanti a soffiare. Qui si parla delle manovre americane nel Baluchistan iraniano nel tentativo di destabilizzare il regime degli ayatollah (video). Lo stesso Iran gioca la carta baluchi contro lo scomodo vicino Islamabad. Un rapporto militare pakistano sostiene che almeno quattro gruppi terroristici attivi nella provincia siano sostenuti da Israele e India, come peraltro confermato dai cables di Wikileaks. Il Baluchistan non sarebbe altro che una trasposizione in riva all’oceano dell’eterno conflitto per la sovranità del Kashmir.
A farne le spese non sono soltanto gli attivisti, ma anche la gente comune, vittima dei soprusi dei militari. È inquietante notare come l’escalation di violenze contro donne e bambini ricordi la storia del Bangladeshnegli anni Settanta, prima della secessione.
Tuttavia, le violazioni dei diritti umani non sono un’esclusiva dell’esercito. Come il conflitto va inasprendosi, anche i ribelli stanno diventando sempre più brutali e spietati. Negli ultimi due anni, i militanti hanno rapito operatori umanitari, ucciso giornalisti e civili (soprattutto insegnanti).
Nel vuoto di informazione che circonda tutta la vicenda, i potenti fanno quello che vogliono in ossequio all’unica legge realmente condivisa in Pakistan: quella del più forte. E pensare che questa guerra non dichiarata in Baluchistan appare ben poca cosa rispetto ai grandi problemi di Islamabad: il fondamentalismo, la talibanizzazione e la cronica instabilità politica. Ma è sintomatica della drammatica incapacità dei pakistani di vivere insieme in un Paese che, sotto l’unico collante dato dal mantello islamico, è un mosaico di etnie e culture.