Irlanda ancora nei guai, servono altri 30 miliardi

Le recenti crisi a Cipro e in Slovenia ci hanno fatto dimenticare di uno dei primi fronti dell’eurocrisi: l’Irlanda.

Dal 2008, i contribuenti Irlandesi hanno già pagato 64 miliardi sotto forma di debito pubblico per nazionalizzare e ricapitalizzare le loro banche. Denari che pesano sui conti dello Stato che si fece carico, allo scoppio della bolla immobiliare, degli enormi passivi degli istituti. Da allora l’Irlanda è stata costretta a chiedere aiuto alla troika - 67,5 miliardi in tre anni concessi a fine 2010 - e ad accettare un faticoso programma di risanamento, per cui Dublino è condizionata dalla supervisione di FMI, BCE e Commissione Europea nella gestione della sua finanza pubblica. Le misure di austerity già costate 25 miliardi di sacrifici (a cui si aggiungeranno i 3,5 del nuovo budget varato a fine 2012).

Il 5 marzo l’Unione europea ha concesso una proroga a Irlanda e Portogallo per il rimborso dei prestiti contratti nell’ambito del bailout. Ma non lo ha fatto “gratis”: solo due giorni dopo, infatti, il presidente della BCE Mario Draghi ha invitato il governo irlandese ad “accelerare il ritmo delle riforme bancarie“.
Inoltre, il controllo esterno a cui lo Stato è sottoposto, anziché allentarsi, sembra irrigidirsi ancora di più. Ad esempio, il governo irlandese dovrà fornire alla troika dei rapporti mensili sulle spese sanitarie nel quadro del processo di riduzione dei costi. Questo perché, secondo un rapporto confidenziale preparato dalla Commissione europea, i creditori internazionali sono preoccupati dalle spese sanitarie eccessive, dalla quantità di mutui non pagati e dal persistere di alti livelli di disoccupazione.

Un controllo così stringente che pochi giorni fa il presidente Michael Higgins è finito nell’occhio del ciclone dopo aver rilasciato un’intervista al Financial Times in cui dichiarava che l’UE è una forza “egemonica” e attraversa una “crisi morale” tanto quanto economica.

Purtroppo, le cattive notizie non finiscono qui. E nemmeno i sacrifici. Secondo Rischio Calcolato:

alle crisi bancarie non c’è limite. La notizia bomba della settimana la scrive il giornalista Dan White sull’Irish Indipendent: Taxpayer beware! Irish banks need another €30bn at least

L’inchiesta del giornalista Dan White parte dai pessimi risultati di Danske Bank in Irlanda, la banca danese ancora una volta ha svalutato i propri crediti (specie ipotecari) aprendo ancora una volta una stagione di svalutazioni che potrebbero portare ad almeno altri 30 mld di capitale fresco necessario per ri-capitalizzare il sistema bancario Irlandese.

Ovvero un 18-20% di debito in più rispetto al Pil.

Meno male che, secondo certa stampa, infatti, il Paese stava uscendo dalla crisi. Anzi, in questo senso Dublino era considerata un paradigma di successo nel quadro delle politiche di austerità necessarie al risanamento dei conti pubblici.

Secondo altre voci, l’Irlanda avrebbe sconfitto la crisi economica diventando “green“, ossia puntando sulle energie rinnovabili. Ma ad una analisi più attenta, la svolta “green” della ex tigre celtica più che una rivoluzione sembra uno specchietto per le allodole per convincere gli altri Paesi a seguire la stessa strada di austerità.
Se mai, la vera svolta sul piano energetico è stata la scoperta di un giacimento di petrolio a largo della località di Cork, che dovrebbe produrre circa 280 milioni di barili. Ma per dare il via al progetto servono un miliardo e mezzo di euro.

La realtà mostra un altro Paese rispetto ai ritratti a tinte rosee che i giornali cercano (inconsapevolmente?) di proporre. Un recente report a firma di Anthony Doyle, team fixed income M&G, sintetizzato su Investire Oggi, ci conferma la crisi irlandese è tutt’altro che conclusa.

Salvando Cipro, l’Europa aiuterà la mafia russa

La questione del prossimo bailout di Cipro è al centro del dibattito europeo dalla scorsa estate. Da mesi i leader della zona euro stanno preparando un intervento più massiccio del previsto per aiutare i Paesi in difficoltà, che comprende anche un programma in favore di Nicosia.
Ma i tedeschi sono riluttanti, e stavolta non soltanto in nome di quella probità fiscale della cui mancanza rimproverano la Grecia e il resto delle economie mediterranee. Secondo un rapporto dei servizi segreti tedeschi, i primi ad approfittare degli almeno 10 miliardi richiesti dall’isola a Bruxelles sarebbero gli oligarchi russi, che hanno parcheggiato 20,3 miliardi di fondi neri nelle banche di Nicosia.
Dal blog di Antonio Vannuzzo su Linkiesta:

Lo dice un rapporto segreto della Bnd, la Cia tedesca, diffuso dal settimanale Spiegel. L’isola mediterranea sta trattando con Bruxelles un salvataggio di “soli” 10 miliardi di euro dopo che la Cyprus Popular Bank, la principale banca del Paese, è stata pesantemente colpita dal taglio al valore nominale dei titoli greci verso i quali era fortemente esposta. Un salvataggio dal significato più geopolitico che finanziario: nonostante Cipro abbia adottato l’euro dal 2008, è fortemente e storicamente legata alla Russia, tanto che già l’anno scorso ha ricevuto un prestito da 2,5 miliardi di euro a un tasso del 4,5 per cento. Un legame consolidato dopo il crollo dell’Unione sovietica e le successive privatizzazioni delle società statali, favorito dalla tassazione praticamente inesistente che ne fa un paradiso fiscale dove hanno sede oltre 40mila società off shore.
«Il report della Bnd evidenzia che i maggiori beneficiari dei miliardi provenienti da fondi foraggiati con i soldi dei contribuenti europei saranno gli oligarchi russi, uomini d’affari e mafiosi che hanno parcheggiato i loro guadagni illeciti a Cipro», si legge sullo Spiegel. Secondo l’intelligence tedesca, i russi hanno depositato sull’isola 26 miliardi di dollari (20 miliardi di euro circa), cifra che supera di gran lunga il Pil locale, pari a 17 miliardi di euro.
Nonostante sia uscito dalla black list Ocse dei paradisi fiscali nel 2000, dopo aver siglato con l’organizzazione internazionale di Parigi un accordo formale per implementare la trasparenza bancaria e la lotta al riciclaggio, Cipro rimane una piazza estremamente attraente, con una tassazione al 4,5% degli utili e una sui redditi che va dal 10 al 20%, a seconda che i soldi transitino attraverso una banca domiciliata nel Paese. Un regime di favore che l’Europa, come condizione per erogare i fondi necessari al salvataggio, vorrebbe riformare. Ma dalle parti di Nicosia dormono sonni tranquilli: c’è sempre Mosca a cui rivolgersi.

Questo è il punto. Secondo gli 007 di Berlino, Cipro offre ancora la possibilità di riciclare denaro sporco, nonostante abbia ufficialmente adottato tutte le misure richieste per uscire dalla black list dei paradisi fiscali. Inoltre, l’isola ha concesso ad 80 oligarchi russi la nazionalità cipriota, rendendoli così a tutti gli effetti cittadini dell’Unione Europea.
Per il momento la crisi di Cipro ha favorito un altro peso piuma dell’Eurozona: l’Estoniale cui banche sono state letteralmente prese d’assalto dai magnati russi, ansiosi di trasferirvi i propri denari nel timore che qualcosa potesse accadere. Ma la questione politica rimane: l’articolo di Der Spiegel ha immediatamente scatenato reazioni politiche a Berlino, che ora si trova in una posizione molto imbarazzante. Sempre secondo il settimanale tedesco, tradotto da Presseurop:

Rifiutare gli aiuti però non è un’opzione praticabile: così facendo si manderebbe un segnale disastroso ai mercati finanziari. Perché gli europei dovrebbero riuscire a salvare la Spagna e l’Italia se non riescono a tirar fuori dai guai un paese minuscolo come Cipro?
Il governo tedesco si trova in una posizione molto imbarazzante. Ci sono notevoli rischi politici: se acconsentisse a concedere un bailout a Cipro, Angela Merkel rischierebbe di screditare la sua intera linea politica dell’euro.
Gli europei non potranno fingere di non sapere. Il Bnd ha analizzato la situazione a Cipro e ne ha discusso con esperti della “troika”, di cui fanno parte la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea (Bce).
I funzionari del Bnd non hanno portato buone notizie. Da un punto di vista formale, l’isola si adegua a tutte le normative sulla lotta al riciclaggio di denaro previste dall’Ue e a tutti gli accordi internazionali, ha detto l’agenzia. Il paese ha approvato le leggi necessarie e ha istituito le organizzazioni richieste. Ma quando si è trattato di far rispettare le leggi in questione i problemi sono venuti a galla.
Il riciclaggio di denaro è facilitato dalle laute provvigioni versate dai magnati russi per ottenere la cittadinanza cipriota, e secondo la Bnd sarebbero già 80 gli oligarchi che si sono procurati l’accesso all’intera Ue.
Nel solo 2011 dalla Russia sono usciti circa 80 miliardi di dollari, e buona parte di essi è transitata da Cipro, secondo il Bnd. I russi inoltre avrebbero depositato nelle banche dell’isola 26 miliardi di dollari, una cifra molto superiore al pil annuale di tutta Cipro.
La conclusione del Bnd è che se Cipro otterrà un bailout dall’Ue per poter restare nella zona euro, i soldi dei contribuenti tedeschi e di altri europei di fatto andranno a tutelare i soldi sporchi dei russi.

Cipro è diventata membro dell’Ue nel 2004 ed è entrata nella zona euro tre anni e mezzo dopo. E all’improvviso è diventata richiestissima.

Da allora il modello economico cipriota è diventato estremamente interessante. Il paese è un paradiso fiscale all’interno dell’Ue, ma l’Ocse gli ha dato un certificato di buona salute perché si presume che faccia abbastanza per impedire il riciclaggio.
Tuttavia, un documento del Parlamento europeo riguardante la criminalità organizzata in Russia cita parecchie volte l’isola, e un rapporto della Banca mondiale che parla di 150 casi di corruzione internazionale cita numerose società e conti a Cipro.

Data la sua posizione geografica, Cipro è strategicamente importante per molte nazioni sia dentro che fuori dall’Europa. Soprattutto per la Russia, che come abbiamo visto ama l’isola non soltanto per l’ubicazione e per il clima. Qui le società di comodo sono anonime, le banche discrete, le tasse basse. I soldi sporchi hanno offerto un boom prolungato agli abitanti del posto, nonostante un livello d’industrializzazione prossimo allo zero. Un paradiso per gli oligarchi e per la mafia russa, che da vent’anni prospera sulle macerie dell’Urss.
Fatto non secondario, il rapporto di Der Spiegel compare proprio nei giorni in cui Cipro avvia lo sfruttamento massiccio dei giacimenti di gas a largo delle sue acque.
Mafia, mercati, oligarchi ed energia. Tutti elementi che rendono complicata la vicenda. Non a caso, un confidente della cancelliera Merkel ha fatto sapere che secondo lei “Cipro non è un problema economico, ma politico”.

Spagna sull’orlo del baratro

La non-notizia di oggi è che la Spagna ammette di essere sull’orlo del baratro:

Madrid ha alzato bandiera bianca. «Non ci sono più soldi per i servizi pubblici e senza gli acquisti di titoli di Stato effettuati dalla Banca centrale europea, La Spagna sarebbe collassata». Il ministro iberico del Bilancio, Cristóbal Montoro, non ha usato mezzi termini per descrivere di fronte al Parlamento la situazione che sta vivendo la Spagna. Ufficializzata la richiesta di sostegno finanziario per il sistema bancario, Madrid ora attende l’Eurogruppo di domani per capire in che modo potrà ottenere i fondi, senza i quali il collasso sarebbe inevitabile.

Che Madrid avesse superato il punto di non ritorno, si sapeva già da aprile. Basti pensare che oggi i tassi pagati sui propri titoli pubblici sono ben superiori a quelli che Portogallo, Irlanda e Grecia pagavano quando hanno chiesto, ciascuna a suo tempo, il salvataggio internazionale: CBS ricorda che tali nazioni hanno atteso una durata media di 22 giorni prima di chiedere aiuto una volta che gli interessi sui propri titoli a 10 anni hanno varcato la soglia del 7%.

La novità è che per la prima volta la triste realtà viene ammessa in pubblico. Per anni Zapatero prima e Rajoy dopo avevano cercato di minimizzare l’entità della crisi, se non addirittura di negarla. Risultato? Oggi la Spagna dovrà affrontare la situazione a costi molto maggiori di quanto sarebbe stato necessario nel 2009, quando i primi segnali iniziarono a manifestarsi:

Prima il bailout, poi l’austerity. Lo stesso scenario visto per Grecia, Irlanda e Portogallo, si è oggi ripresentato per la Spagna. Arriveranno 65 miliardi di euro di tagli in due anni e mezzo. «Siamo in mezzo al guado, dobbiamo decidere cosa fare e sono sicuro che tutti gli spagnoli sapranno essere uniti», ha detto il premier Mariano Rajoy presentando le misure di austerity che dovranno riformare il Paese. Il conto dei pacchetti di bilancio lievita quindi a 123 miliardi di euro nell’arco dell’ultimo anno. Prima i 15 miliardi di euro dell’ultimo periodo di José Luis Rodríguez Zapatero, poi i 16 miliardi di sforbiciate alla spesa delle Regioni autonome, infine i 27,3 miliardi di tagli deciso dal governo Rajoy nei mesi scorsi. Tuttavia, come spiegano da HSBC, potrebbe non essere abbastanza per evitare un piano di salvataggio ad ampio spettro e non solo limitato al sistema bancario

Ciò non significa che la classe dirigente abbia perduto la sua peggiore abitudine: la reticenza. El Pais racconta che il parlamento – manovre a parte - non ha ancora discusso né si è pronunciato sul piano di salvataggio da 100 miliardi di euro (approvato oggi da quello tedesco), richiesto proprio da Madrid un mese fa:

El Gobierno español ha pedido el rescate con fondos europeos para recapitalizar la banca. Es una operación que ha puesto a España bajo todos los focos internacionales. Supone pedir una ayuda de hasta 100.000 millones de euros que pasarán a engrosar la deuda pública. Y, sin embargo, el Parlamento español ni ha debatido ni se ha pronunciado sobre el rescate, del que el Gobierno apenas ha dado cuenta al Congreso, más allá de alguna alusión de pasada en el debate de los recortes que protagonizó Mariano Rajoy o de alguna pregunta parlamentaria en las sesiones de control del Gobierno.

El contraste es más brutal porque son los Parlamentos de otros países europeos lo que sí están debatiendo y votando un rescate que afecta principalmente a España. El Parlamento holandés, el Bundestag alemány el Parlamento finlandés han votado las condiciones por las que se regirá el sistema financiero español, mientras el Parlamento español lo ignoraba.

I documenti su cui il Bundestag si è pronunciato sono pubblicati e commentati dal Financial Times, che ne mette in luce le ambiguità.

Le ragioni del collasso dell’economia spagnola le ho già spiegate qui. A ciò si aggiunge ora il problema delle finanze pubbliche. La Spagna non è la Grecia, ma la deleteria combinazione di entrate fiscali in calo e tassi obbligazionari in rialzo stanno per infliggere il colpo di grazia alle esangui casse di Madrid.
Magical Spain spiega. come detto sopra, la Spagna paga oggi interessi superiori al 7%. Conta 450.000 politici, ossia il triplo della Germania e il doppio della Francia (entrambi con una popolazione e un PIL molto maggiori a corrispettivi iberici). Ogni euro incassato tramite le entrate fiscali, lo Stato ne spende 1,5, ragion per cui il debito di bilancio sfiora la doppia cifra. La bilancia delle partite correnti è in passivo (in generale è in rosso per tutte le economie mediterranee dell’Eurozona). Quasi i due terzi del debito sovrano sono a carico dei 17 governi regionali.
In queste condizioni, la Spagna potrebbe aver bisogno di un nuovo piano di salvataggio entro l’autunno, stavolta non solo limitato alle banche.
Per concludere, la discesa verso gli inferi prevede tre gradini: i primi due – bailout e austerity – li ha già indicati Linkiesta. Manca solo il terzo: le privatizzazioni selvagge.

Europa e Russia, cosa c’è dietro la competizione per gli aiuti a Cipro

Agli inizi di giugno ho scritto che il prossimo Paese a richiedere l’aiuto del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) sarebbe stato Cipro:

L’esposizione complessiva delle banche cipriote ammonta a ben 23 miliardi di euro: per noi equivalgono ad una manovra, ma per l’isola si tratta del 130% del PIL (che è di 17,3 miliardi)

Nei giorni seguenti, la Spagna – o meglio, i 100 miliardi che l’Europa ha messo sul tavolo per salvarne il sistema bancario – hanno catturato l’attenzione degli osservatori, distogliendola dal Levante Mediterraneo per tre settimane. Ora il ricorso alla procedura di bailout sembra ormai scontato. Il punto – ed è qui la novità – è che l’aiuto potrebbe non venire dalla UE, bensì da Mosca. Nicosia, infatti, “porta avanti negoziati paralleli per trovare una fonte di finanziamento alternativa”, particolare che irrita non poco Bruxelles.
Curioso Stato, Cipro. Paradiso fiscale, vicino alla bancarotta, retto da un presidente - Demetris Christofias - comunista, l’ultimo del Vecchio Continente. Dulcis in fundo, dal 1° luglio assumerà la presidenza di turno dell’Unione Europea. Ossia il giorno dopo aver sciolto la riserva se accettare l’aiuto di Bruxelles o quello di Mosca. In pratica, sceglierà se diventare provincia germanica o vassallo del Cremlino. E pensare che i russi, con l’isola levantina, hanno stretto un rapporto speciale. 50.000 persone di origine russa hanno scelto di stabilirvisi. Ci sono scuole e persino una radio che si esprimono nella lingua di Dostojevsky.
Linkiesta svela i retroscena di questa relazione speciale:

Il sostegno di Mosca, secondo il viceministro cipriota per gli Affari Europei, Andreas D. Mavroyannis, è tanto economico quanto politico, in opposizione alle rivendicazioni turche sulla parte orientale dell’isola, dopo l’invasione di Ankara del 1974. Malgrado l’emergere di sentimenti anti-russi, soprattutto per via dell’inflazione immobiliare provocata dall’afflusso dei magnati, la mano tesa dal governo in direzione di Putin riscuote un certo consenso. Molti sottolineano come l’eventuale preferenza per Mosca sarebbe dettata unicamente dall’analisi dei numeri. L’ex presidente George V. Vassiliou taccia le critiche di pura e semplice russofobia: «E’ un residuo della guerra fredda. Se Citibank ci avesse proposto un prestito, nessuno ci avrebbe accusato di essere vassalli degli Stati Uniti».
Gli analisti si chiedono che cosa chieda Mosca, in cambio dei fondi. Cipro non è solo il destinatario di ingenti investimenti diretti, un ruolo prima svolto da alcuni Paesi arabi, ma soprattutto un avamposto di straordinaria importanza all’interno del Mediterraneo, a maggior ragione in una fase come questa, in cui il Cremlino rischia di perdere l’unico vero alleato sul Mare Nostrum, la Siria. Lo scorso gennaio un cargo russo diretto a Damasco, con 20 tonnellate di armamenti, fu autorizzato a sbarcare nell’isola, anche se alla fine fu costretto a cambiare la propria rotta, per via dell’embargo europeo sulle armi ad Assad. Alcuni sottolineano anche che Cipro, per via della sua posizione, sia tuttora la base operativa di molte spie, in servizio tra Occidente e Oriente.
Bruxelles non nasconde la sua preoccupazione per le mire di Putin

Gli esperti sanno che quando si parla di Russia, si parla di gas, e viceversa. Non soltanto il gas di casa propria, custodito nel sottosuolo del proprio sconfinato territorio. A Mosca interessa anche l’oro blu dei vicini, non certo per sé ma per sottrarlo alla famelica Bruxelles, sempre più conscia della propria insicurezza energetica. Come ho spiegato un mese fa, i giacimenti del Levante Mediterraneo non fanno eccezione:

Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

Dunque dopo Grecia e Israele, la terza tappa del cammino di Mosca verso la monopolizzazione delle fonti di gas più prossime all’Europa è Cipro. La quale, in cambio del generoso prestito russo, non dovrebbe avere particolari remore nel concedere a Gazprom i diritti di esplorazione ed estrazione delle proprie riserve offshore. Per il Cremlino sarebbe l’ennesimo punto a favore nella partita con Bruxelles.
Pochi giorni fa, i russi ne hanno registrato uno di sicuro rilievo. Nell’ultimo Forum Economico di Pietroburgo, terminato lo scorso 24 giugno, Gazprom & company hanno incassato un ricco bottino di contratti con le più importanti compagnie energetiche europee, destinati a garantire a Mosca l’egemonia nel settore per un’altra decina di anni.
Cipro è solo l’ennesimo tavolo di questa eterna partita.

Spagna, prossimamente in svendita

Nonostante il piano di salvataggio da 100 miliardi di euro deciso domenica, nè i mercati nè le gli osservatori più autorevoli (come il premio Nobel J. Stiglitz) ritengono che Madrid sia fuori pericolo. Anzi, lo spread viaggia a quota 544 punti e i tassi di interessi al 7%. In queste condizioni, sono in molti a pensare che un’altra iniezione di denaro sia inevitabile. D’altra parte, alcuni analisti si aspettavano un’elargizione addirittura doppia rispetto a quella decisa dalle istituzioni internazionali.

Ma i guai della Spagna non finiscono qui. Ieri è arrivato anche il downgrade di Moody’s, che pone la Spagna molto vicina al livello “junk”. Moody’s sostiene che il piano dell’Europa per salvare le banche iberiche aumenterà il carico del debito sovrano. Il downgrade, da A3 a Baa3, potrebbe proseguire entro i prossimi tre mesi, fanno sapere dall’agenzia di rating. E pensare che Rajoy aveva cercato di rassicurare tutti proprio su questo punto, sottolineando che l’aiuto esterno a Madrid serve a garantire liquidità al sistema bancario e non a rifinanziare il debito pubblico, come invece è accaduto in Grecia, Irlanda e Portogallo.
Come nota il quotidiano Europa , il quale rivela che dietro il salvataggio di Madrid c’è la mano di Parigi - è stato infatti Pierre Moscovici, ministro dell’economia e braccio destro del neo presidente, a mediare tra le posizioni in campo, scrivendo infine col suo omologo spagnolo Luis De Guindos i termini del salvataggio -:

I soldi andranno al Fondo di ristrutturazione bancaria (Frob), aumentando il debito pubblico, e gli interessi si caricheranno sul deficit: cento miliardi di debito, la cifra ritenuta attendibile dalla maggior parte degli analisti, e tre miliardi l’anno di maggior deficit (al 3 per cento di interessi). Né i fondi andranno nell’economia reale incentivando il credito. Serviranno a sanare le perdite, mentre il controllo sul sistema finanziario spagnolo avrà l’immediato effetto di ridurre ancora la concessione di crediti. La troika controllerà da vicino la ristrutturazione del sistema finanziario e il rispetto degli impegni spagnoli che, come per Irlanda, Grecia e Portogallo, verranno sottoscritti con la firma del memorandum of understanding, il memoriale di intesa che, come esplicitamente detto dall’euroguppo, avrà carattere vincolante e presuppone, per cominciare, il rispetto di tutti gli impegni presi da Zapatero e confermati da Rajoy. Il tutto, in un contesto ancora oscuro, illuminato solo in piccola parte.
Ancora una volta le banche vengono salvate coi soldi dei contribuenti, aumentando il debito pubblico precluso invece a politiche di sviluppo economico e potenziamento del welfare.

Ne consegue che se la Spagna dovesse essere davvero declassata a livello spazzatura, alcuni investitori potrebbero essere costretti a dover vendere i propri titoli, aggravando una situazione già drammatica.
La morale della favola è che Madrid ha un bisogno disperato di quattrini, e la via più semplice dove andare a cercali (a parte la nota “più tagli, più tasse”, già ampiamente battuta) è quella delle privatizzazioni.
Il patto dell’euro sottende l’equazione di potere della nuova Europa: la Germania finanzia i Paesi più indebitati in cambio dell’eterodirezione dei conti pubblici e la cessione degli asset virtuosi. Se la prima fase può dirsi praticamente raggiunta – stando alle condizioni che Madrid, al di là dei giri di parole di Rajoy, sarà costretta a rispettare a fronte dell’aiuto ricevuto -, l’effetto del downgrade di Moody’s (al quale presto seguiranno quelli delle altre due Parche del rating, visto che la tempistica dei loro giudizi è quasi sempre sincrona) sarà quello di imprimere una brusca accelerazione alla seconda.

Nemmeno 20 giorni fa il Ministreo dell’Economia di Madrid aveva annunciato che su tavolo del governo c’è un piano di privatizzazioni da approvare entro l’estate, che dovrebbe garantire alle casse dello Stato un introito complessivo tra 20 e 30 miliardi di euro. Le dismissioni dovrebbero riguardare società pubbliche come  Renfe, Aena, Puertos del Estado, Paradores, Loterias y Apuestas del Estado, oltre alle cessione delle partecipazioni in altre grosse aziende – come IAG, compagnia risultante de la fusione di Iberia e British Airways, Ebro Foods o Red Electrica de Espana – detenute tramite la Sociedad Estatal de Participaciones Industriales (SEPI).
E sullo sfondo rimangono i bocconi più ghiotti: Telefonica e Repsol - benché il valore di quest’ultima sia parecchio diminuito dopo la spoliazione di YFP da parte del governo argentino.

Tuttavia, questo non significa che l’economia tedesca o quella americana (principale beneficiaria, dei declassamenti,  almeno nelle intenzioni) potranno fare una scorpacciata al prossimo banchetto di cessioni pubbliche che Madrid sarà costretta ad imbandire. Al tavolo c’è già la Cina che, forte delle sue immense riserve valutarie, avrà modo di proseguire la sua campagna di acquisizioni nel Vecchio Continente.
Proprio domenica 10 giugno, giorno del rescate da 100 miliardi di euro, Telefonica ha annunciato la vendita di una quota del 4,56% di una delle principali società cinesi di telecomunicazioni, China Unicom, per 1,13 miliardi di euro. E due settimane prima la compagnia cinese STGRD.UL ha annunciato l’acquisto delle attività in Brasile della spagnola Actividades de Construcción y Servicios SA per 531 milioni di dollari più l’accollo dei debiti per ulteriori 411 milioni.
Antipasto di un simposio in procinto di essere servito.

Spagna, la fiesta è finita

Per mesi il premier spagnolo Mariano Rajoy ha respinto le voci secondo cui Madrid fosse sul punto di chiedere un sostegno finanziario sulla falsariga degli altri PIGS. Invece tre giorni fa si è visto costretto ad invocare un aiuto da 100 miliardi di euro per evitare l’implosione del sistema bancario spagnolo. Peraltro la cifra è solo indicativa, perché il reale importo dell’erogazione verrà deciso nei prossimi giorni al termine di due summit tra le banche spagnole in grave crisi e i rappresentanti dei Paesi dell’euro per calcolare l’esatto ammontare del prestito.
E’ (per il momento) l’ultima tappa di una discesa iniziata quattro anni fa, con l’inizio della grande recessione, e che ha vissuto i momenti più drammatici nel 2010, all’indomani dello scoppio della crisi greca, e a fine maggio, con la crisi di Bankia, quarto istituto bancario del Paese.
Come notava Linkiesta già in aprile:

Le banche sono il buco nero di Madrid. Secondo Lombard Street Research le urgenze di ricapitalizzazione per gli istituti di credito sono circa 95 miliardi di euro. Ancora più elevate le stime secondo Citigroup, 140 miliardi di euro. In linea con la casa d’affari londinese è invece Ubs, che parla di 90 miliardi di euro. «Il sistema bancario è in crisi, se non ci fosse stata la Bce non ci sarebbe più stato ossigeno», scrivevano gli analisti della banca elvetica. In effetti, le due operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) dell’Eurotower hanno fornito oltre 1.000 miliardi di euro di liquidità a tre anni. Fra dicembre e febbraio le banche iberiche hanno comprato 68 miliardi di euro di bond governativi, prevalentemente spagnoli, per sostenere il mercato obbligazionario e rifinanziare il proprio debito in portafoglio. Lo ha evidenziato Merrill Lynch la settimana scorsa, ricordando come l’esposizione complessiva ai debiti sovrani degli istituti di credito iberici sia di 250 miliardi di euro. Tanto, ma meno delle banche italiane, esposte sui bond governativi per 302 miliardi di euro.

Tra i vari fattori, quello che finora ha svolto un ruolo decisivo nella deriva di Madrid è stata l’esplosione della bolla immobiliare, durata almeno un decennio. El Pais rileva che tra il 1997 e il 2007 le costruzioni sono cresciute al tasso del 5% all’anno. In quegli anni lo stock edilizio è aumentato di 5,7 milioni di unità, quasi il 30% di tutte quelle esistenti. Nel 1998  il governo Aznar approvò una legge che dichiarava edificabili tutti i terreni, salvo espresso divieto, moltiplicando la crescita irrazionale del settore dell’edilizia. L’idea era quella di aumentare le costruzioni per farne scendere il prezzo, rendendone la soglia di acquisto più accessibile. Invece si ebbe l’effetto contrario, quello di alimentare un circuito speculativo: le case venivano acquistate non perché a buon mercato, bensì perché suscettibili di rivalutazione. Complice l’entrata nell’euro, che aveva comportato la diminuzione dei tassi d’interesse, le banche elargivano mutui a volontà, incoraggiando gli acquisti. In dieci anni l’incremento di valore degli immobili ha raggiunto il 191%.  Era dunque inevitabile che banche e edilizia si ritrovassero strette in un abbraccio mortale.
Già in novembre scrivevo come mai la fine del mattone ha segnato la fine del miracolo spagnolo:

Nel decennio dal 1996 al 2007, la quota del PIL generata dall’edilizia si è situata tra l’11,7% e il 18% del totale. Nello stesso periodo il settore ha impiegato tra il 9% e il 13% della forza lavoro totale. In realtà il peso del mattone nell’economia spagnola era molto più ingombrante. Questo perché i dati statistici non tengono conto degli effetti a cascata prodotti dal sistema dell’edilizia, concretizzati da un vasto indotto economico (agenzie immobiliari, forniture, servizi, arredamento, manutenzione, ecc.) e da un significativo aumento delle entrate pubbliche (più fatturato per le imprese del settore uguale più imposte sul reddito; più case uguale più imposte immobiliari). In totale, nel 2007 il 40% dell’intera economia spagnola gravitava intorno all’industria del mattone. Una situazione che Naredo aveva sintetizzato nel suo saggio La burbuja immobiliario-financiera.

Di colpo, la crisi immobiliare ha messo a nudo le carenze del sistema produttivo del Paese.

Il caso della Spagna non è unico. Finora, almeno otto Paesi hanno erogato oltre 1,2 miliardi di euro di denaro pubblico per salvare il sistema proprio finanziario, secondo le stime del FMI. La differenza è che il governo Rajoy ha dovuto ricorrere ai partner europei per trovare i soldi necessari.
Cosa dovrà fare la Spagna in cambio del prestito, non è ancora dato sapere. Il Post considera questo uno dei punti più oscuri della vicenda:

Il premier Rajoy ha assicurato che alla Spagna non verranno chiesti altri sacrifici, principalmente per due motivi: nel caso spagnolo, a differenza di Grecia, Portogallo e Irlanda, non è direttamente coinvolta la cosiddetta “troika” (Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea e Unione Europea), che negli altri casi ha, almeno in parte, supervisionato i paesi in difficoltà per controllare strettamente i piani di risanamento delle loro economie.
Inoltre, la Spagna recentemente ha già approvato dure misure di austerità. Si prevede già una crescita della disoccupazione, già molto alta, e nuovi tagli potrebbero peggiorare la situazione. Del resto il prestito internazionale non è destinato direttamente alle casse del governo spagnolo ma alle banche, che a loro volta dovranno rispettare nuovi parametri che verranno resi noti nei prossimi giorni. È vero, però, che anche l’Irlanda ha ricevuto gli aiuti internazionali per una crisi del sistema bancario simile a quella spagnola: con il coinvolgimento dell’FMI, ha dovuto approvare in cambio dure misure di austerità.

Anche il ministro delle finanze, Cristobal Montoro, ha detto che che “los hombres de negro”, come vengono definiti gli ispettori della troika, non giungeranno in Spagna. Al contrario, El Pais nota come tale proposito sarà presto smentito, perché la normativa del fondo salva-Stati, da cui proverranno gli aiuti, prevede che le entità soccorse risultino conformi alle ispezioni di UE, BCE ed Autorità Bancaria Europea. Inoltre, secondo le attuali regole di accesso al fondo, il beneficiario deve dimostrare di avere una programmazione di politica fiscale “solida”. Infine Madrid sarà inevitabilmente costretta ad innalzare l’età pensionabile prima del previsto.

L’analisi conclude che i bailout comportano, dal punto di vista economico, almeno un decennio di vacche magre: difficoltà d’accesso al mercato dei finanziamenti, fuga dei capitali stranieri e misure d’austerità, con rilevanti sacrifici sociali. Proprio l’ultima cosa di cui la Spagna ha bisogno in questo momento. A fine anno Madrid registrerà un deficit di bilancio del 5,3%, stando alle previsioni del governo, mentre Rajoy aveva rassicurato Bruxelles che non avrebbe superato il 4,5%. Ma El Pais ritiene che alla fine si attesterà al 5,8%. Il tutto a fronte di un PIL dato in contrazione di un punto percentuale e di un debito pubblico che passerà dal 68,5% nel 2011 al 78,5% di fine 2012, per non parlare del tasso di disoccupazione, stabile al 24%.

Lo scorso autunno Zapatero era stato costretto ad andarsene perché tacciato di incompetenza, se non proprio di deliberata disonestà. Nel 2008, proprio nei giorni della partita Italia-Spagna, annunciò al mondo che il PIL pro capite spagnolo aveva superato quello italiano. “Prossimo sorpasso, la Francia”, diceva. Di Natale sbagliò un rigore, Fabregas segnò quello decisivo e le furie rosse proseguirono la corsa verso la coppa – ironia della sorte, battendo quella Germania che, calcio a parte, occupa il trono d’Europa, quello vero. Finiti i festeggiamenti, ci si accorse che l’economia di Madrid non era così inarrestabile come la squadra di Luis Aragones. Il resto è storia nota.
Sabato scorso, di nuovo Italia-Spagna, di nuovo un pareggio. E a Madrid c’è di nuovo un premier che si rifiuta di guardare in faccia la realtà. Oggi Rajoy si trova in una situazione non dissimile a quella del suo predecessore, considerato che la stampa spagnola non gli perdona di usare mille giri di parole pur di non pronunciare quella fatidica: “salvataggio”. La cosa peggiore, nota El Pais, non è l’ironia dei giornalisti – riassunta nello slogan Tú dices tomate, yo digo rescate, dal titolo di un articolo di Lisa Abend sul Time -, quanto la diffidenza dei leader europei verso Rajoy perché non hanno capito se la vendita al pubblico del “non-salvataggio” è una mossa di marketing politico oppure una dimostrazione di incapacità di comprendere la realtà.
Forse la Spagna vincerà l’Europeo come nel 2008. Ma a Madrid, pomodori a parte, sanno tutti che la fiesta è finita da un pezzo.

Anche l’Africa ha la sua Irlanda. Il Sudafrica salverà lo Swaziland dalla bancarotta

di Luca Troiano

Il bailout, ossia la procedura di salvataggio dei Paesi in crisi, non è un’esclusiva del Vecchio continente. La scorsa settimana il governo del Sudafrica ha annunciato un prestito di 2,4 miliardi di rand (355 milioni di dollari) da destinare al vicino regno dello Swaziland, ormai sull’orlo della bancarotta e già abbandonato da altri possibili finanziatori, tra cui la Banca Africana per lo Sviluppo e il FMI. Il prestito verrà offerto in tre rate, a partire da questo mese.

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