Azerbaijan e Kazakistan, per l’Europa l’energia conta più della democrazia

Mercoledì 9 ottobre Ilham Aliyev è stato rieletto per la terza volta presidente dell’Azerbaijan con l’84,5% dei voti. Il principale sfidante, Jamil Hasanli, ha ottenuto solo il 5,5% e ha denunciato massicce violazioni in tutto il paese durante la campagna elettorale e il voto.

Per la maggior parte degli azeri è stato un giorno come tutti gli altri, dato che i più avevano già smesso di credere che sia possibile avere elezioni libere ed eque. Tra gli elettori sembrava esserci voglia di cambiamento, ma in pochi credevano che questo fosse possibile. Ed ecco allora le due facce della medaglia: da un lato, la notorietà di Aliyev e l’impopolarità degli altri 9 candidati assicura una scontata vittoria all’attuale presidente; dall’altro, astensionismo, denunce di brogli e mobilitazioni degli attivisti all’estero testimoniano un dissenso comunque diffuso. in particolare l’elevato numero di denunce di irregolarità presentate, soprattutto online, dai cittadini azeri sono state la vera novità di queste elezioni.

Nonostante ciò, gli osservatori internazionali sono divisi: per l’OSCE le elezioni sono state macchiate dai brogli, per l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è invece tutto a posto. La ragione prova a spiegarla l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Il forte contrasto che emerge tra questi rapporti di monitoraggio internazionali lascia perplessi e ci si chiede se tutto questo sia l’effetto della cosiddetta diplomazia del caviale, che ha spinto a lasciare indifferenti rispetto al processo di costruzione democratica del Paese.

Un rapporto pubblicato nel 2012 dall’ESI e titolato “La diplomazia del caviale: come l’Azerbaijan ha silenziato il Consiglio d’Europa” descrive dettagliatamente questa “diplomazia del caviale” evidenziando anche chi, in seno all’Assembla parlamentare del Consiglio d’Europa (PACE), sia “caduto” sotto l’incantesimo.

Prima che si tenessero le elezioni erano usciti numerosi articoli in cui si anticipavano di fatto i risultati. Ma si è andati ben oltre. La sera prima delle elezioni infatti, chi ha scaricato una App appositamente realizzata dalla Commissione elettorale centrale per diffondere i risultati elettorali, si è ritrovato già i nomi dei candidati con i rispettivi risultati ottenuti. La Commissione si è affrettata a intervenire, affermando si fosse verificato un disguido meramente tecnico, ma sulla credibilità della giornata elettorale è stato messo un grande punto interrogativo.

Ho già spiegato in passato che il futuro energetico dell’Europa dipende dall’Azerbaijan. Non c’è da stupirsi che Unione Europea e Stati Uniti abbiano promosso le elezioni presidenziali azere senza dar peso alle denunce di brogli: Il gas, il petrolio e la posizione strategica di Baku sono più importanti dei principî. Già l’Eurovision 2012 ci aveva dimostrato come  i soldi del petrolio bastino a tenere lontane le critiche.

All’Occidente va bene così, dato che non c’è niente che assicuri stabilità degli investimenti esteri più una dittatura. Secondo Limes:

L’Azerbaigian dispone di riserve di petrolio per 7 miliardi di barili e di circa altri 18 miliardi recuperabili. Per il gas si parla di 1,3 trilioni di metri cubi di riserve provate e di 4,4 trilioni recuperabili. Ma oltre alla quantità, che rimane comunque inferiore alle disponibilità dei principali paesi esportatori mondiali, è soprattutto la sua posizione strategica a farne una pedina di primo piano sullo scacchiere energetico a cavallo fra Europa e Mar Caspio.

È infatti nel settore del gas naturale che Baku è destinata a giocare un ruolo sempre più importante nei prossimi decenni, in concorrenza con quello della Russia. E con l’Europa che prova a smarcarsi da Mosca, l’Azerbaigian sarà un partner chiave anche per l’Italia. Basti pensare alla Tap (la Trans Adriatic Pipeline) che, attraversando prima la Turchia, porterà l’oro azzurro nel vecchio continente a partire dal 2019.

Il progetto della joint venture internazionale - costituita da Socar (20%), BP (20%), Statoil (20%), Fluxys (16%), Total (10%), E.on (9%) e Axpo (5%) – prevede la realizzazione di un gasdotto che dalla Grecia si muoverà verso occidente fino al territorio albanese e quindi al Mare Adriatico. La sezione offshore del metanodotto si irradierà dalla città albanese di Fier oltre l’Adriatico, collegandosi a quella italiana gestita da Snam ReteGas. Nella sua porzione iniziale la Tap risulterà invece interconnesso al Desfa, il sistema di gasdotti greco che, continuando verso oriente, sarà a sua volta connesso alle infrastrutture turche, così da garantire l’accesso dell’intera rete al giacimento di gas naturale azero di Shah Deniz.

Nell’ottica di questo e altri progetti (il primo dei quali è stato lo sfruttamento dei giacimenti offshore caspici di Azeri, Chirag e Guneshli a opera del consorzio Azerbaijan International Oil Company, partecipato dall’azera Socar e da altri gruppi internazionali) risulta chiaro come i rapporti tra Azerbaigian e Occidente saranno sempre più determinati dal fattore energetico.

In questo senso la stabilità assicurata dalla dinastia Aliev rappresenta la base migliore per una fruttuosa cooperazione, peraltro già comprovata, che nel futuro si farà – magari – sempre più stretta.

Un analogo discorso vale per il Kazakistan. Due anni fa scrivevo:

Oggi il Kazakistan è forse il Paese più stabile dell’Asia Centrale. Il 3 aprile il presidente Nursultan Nazarbayev, che guida il Paese dal 1989 in epoca sovietica, è stato rieletto per altri 5 anni con il 95,6% dei voti. Benché l’Ocse abbia denunciato brogli e irregolarità nel voto, in Occidente la rielezione di Nazarbayev è stata salutata con favore. Stabilità politica significa stabilità economica, e gli investitori esteri, che dal 1991 hanno impiegato oltre 120 miliardi di dollari nel Paese centroasiatico, lo sanno bene. Inutile indignarsi per la (consueta) doppia morale delle nostre latitudini.

Il caso Ablyazov ha messo in luce non soltanto l’importanza strategica delle relazioni economiche tra Italia e Kazakistan. ma anche la sudditanza di Roma nei confronti di Astana, capace di violare sia l’art. 10 della Costituzione che le più elementari garanzie del giusto processo pur di non mettere questo legame in discussione.

Perfino l’l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha condannato l’arresto e l’espulsione dall’Italia della moglie e della figlia di Ablyazov, riscontrando una similitudine con la pratica illegale della extraordinary rendition.

Se però può consolarci, non si tratta di un’esclusiva del Belpaese. Secondo un rapporto di EUobserver, il Kazakistan si avvale nientemeno che dell’Interpol, il corpo di polizia comune con sede a Lione, per perseguitare i dissidenti politici esiliati nei Paesi della UE.
Alla faccia dei principi di libertà e democrazia di cui Bruxelles ama ergersi ad alfiere.

La vicenda TAP dimostra quanto l’Italia conti poco in Europa

Abbiamo visto come il tramonto del progetto Nabucco comporterà il via libera definitivo al gasdotto TAP, che connetterà Italia e Grecia attraverso l’Albania, permettendo l’afflusso di gas naturale proveniente dalla zona del Caucaso, del Mar Caspio (Azerbaijian) e, potenzialmente, del Medio Oriente.
Una sconfitta per l’Europa e una vittoria per la Russia, sempre più monopolista nelle forniture energetiche al Vecchio continente.

In un primo momento, la realizzazione della TAP prometteva delle ricadute positive per l‘Italia. La posizione privilegiata al centro del Mediterraneo, infatti, metteva il nostro Paese nella condizione di diventare un hub di prima grandezza nel trasporto del gas dall’Azerbaijan al resto d’Europa.
A partire dal 2019, infatti, dovrebbero approdare in Puglia circa 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas naturale, una quantità sufficiente per alimentare circa 3 milioni di consumatori domestici. Con l’aggiunta di una terza stazione di compressione il gasdotto sarà in grado di duplicare la quantità trasportata a 20 miliardi di metri cubi/anno. Il gas così immesso nelle rete nazionale sarebbe poi venduto ad altri acquirenti europei.

Questo era ieri. Oggi, invece, la posizione dell’Italia sembra essere a serio rischio.

 Venerdì 20 settembre il governo azero ha siglato due sontuosi contratti di fornitura con la compagnia tedesca E.On e con francese Suez Gaz de France, rispettivamente per l’acquisto di 1,4 miliardi e 92 miliardi di metri cubi di oro blu all’anno. La firma conferma le indiscrezioni sul prolungamento della TAP in Nord Europa, in ossequio ad un disegno sostenuto dalle aziende azioniste del progetto: l’inglese British Petroleum, la norvegese Statoil, la belga Fluxys, la francese Total, la svizzera AXPO, oltre ovviamente alla tedesca E.On.

L’Italia sarebbe ridotta dall’essere il Paese di approdo della TAP a un mero corridoio di transito verso altre destinazioni, senza avere negoziato in termini contrattuali il cambio di status. In altre parole, rischiamo di declassati per unilaterale decisione dei nostri vicini e con il governo Letta del tutto impreparato di fronte a tale iniziativa.
L’Italia, potenza medio-piccola sempre costretta ad ingegnarsi per ritagliarsi uno spazio in un contesto internazionale ostile, palesa di nuovo l’incapacità di tutelare i propri interessi strategici al cospetto dei partner europei. Per l’ennesima volta, la posizione di Roma al centro del Mediterraneo si rivela essere una straordinaria fonte di opportunità… per gli altri; per noi, al contrario, sarebbe l’ennesima occasione persa.

Requiem per il Nabucco, la Russia ha vinto

Con la sconfitta del progetto per il gasdotto Nabucco l’approvvigionamento energetico – e dunque l’indipendenza economica e politica – è costretto tra le maglie della Russia, fautrice delle linee rivali North Stream e South Stream. Un’occasione mancata per gli europei.

Partiamo da alcuni fatti noti.

Nel mese di giugno ho spiegato che buona parte delle divisioni politiche in seno all’Europa trova origine nel conflitto tra i diversi progetti di approvvigionamento energetico che i vari Stati membri lottano per far prevalere:

L’indipendenza politica di uno Stato ha come presupposto l’indipendenza economica; l’indipendenza economica presuppone quella energetica. Il perseguimento di quest’ultima comporta obiettivi e decisioni non sempre conciliabili, se non quando apertamente  in conflitto, con quelli dei propri partner vicini e lontani.

Due anni fa avevo scritto perché il futuro energetico del continente dipende dall’Azerbaijan:

L’Azerbaijan, in conclusione, gioca un ruolo chiave in tutti i piani europei per diversificare le forniture energetiche dalla Russia: tutti i progetti lungo il corridoio Sud coinvolgono Baku in un modo o nell’altro. Perciò sostiene tutti i progetti in tal senso al fine di acquisire influenza politica ed economica su tutti agli attori ai suoi punti cardinali: Occidente, Russia, Turchia e Iran

Futuro che prevedeva, tra le altre cose, la realizzazione del gasdotto Nabucco, che nelle intenzioni avrebbe dovuto affrancare l’Europa dal monopolio energetico russo. Già un anno fa spiegavo perché il progetto era ad un punto morto:

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Mosca ha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.

Nel Grande Gioco dell’energia Bruxelles è chiaramente sfavorita. Eloquente sul punto l’amara osservazione di Mitschek: “la Guerra Fredda non è mai veramente finita, ha solo cambiato forma”.
Se i russi bacchettano l’Europa affermando che mentre South Stream è un’operazione commerciale, il Nabucco è invece un progetto politico, non si può negare che ogni conduttura, al di là dell’obiettivo primario di aumentare la diversificazione sia per i fornitori che i consumatori, determina un’impronta di influenza politica dei primi sui secondi. Ma in questi anni la Ue ha fatto ben poco per mantenere i buoni propositi di affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, rimanendo consapevolmente alla mercé di Mosca – cioè di Putin.

Oggi pare che il Nabucco sia definitivamente tramontato, in quanto a fine giugno l’Azerbaijan ha scelto di portare il gas in Europa attraverso un altra linea, il gasdotto TAP. Secondo Green Report:

il consorzio Shah Deniz ha annunciato a Baku di aver scelto il progetto Trans Adriatic Pipeline (Tap) per l’esportare il gas di hah Deniz II verso l’Europa. Gli azionisti di Tap sono tre grosse multinazionali: la svizzera  Axpo (42,5%), la norvegese Statoil (42,5%) e la tedesca E.ON (15%). Il gasdotto transiterà attraverso la Turchia, sarà lungo 870 km e si collegherà alla Trans Anatolian Pipeline (Tanap) vicino a Kipoi al confine tra Grecia e Turchia, trasporterà il gas proveniente dal Mar Caspio in Italia attraversando la Grecia, l’Albania, e il mare Adriatico.

Secondo il quotidiano russo Izvvestia il gas azero dovrebbe cominciare a transitare nel gasdotto già nel 2018. Progettato per consentire un ampliamento della capacità da 10 a 20 miliardi di m3 all’anno (il 5% del fabbisogno dell’Ue, che consuma circa 550 miliardi di m3 di gas all’anno), il Tap aprirà il cosiddetto Corridoio Sud, rafforzando la sicurezza degli approvvigionamenti energetici europei con una nuova fonte di provenienza del gas. Proprio quello che non volevano i russi ed un pericoloso concorrente per gli altri gasdotti in progetto o in via di realizzazione, visto  che il suo tracciato è pensato per facilitare la connessione e la fornitura di diversi Paesi dell’Europa meridionale e orientale come  Bulgaria, Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Croazia ed altri.

Anche se l’Ue ha fortemente voluto il Tap per aggirare la Russia, a Mosca sembrano comunque tranquilli: Vladimir Feiguin, direttore dell’Istituto dell’energia e delle finanze russo ha detto a Ria Novosti che «Questo progetto sarà solo un simbolo della riduzione della dipendenza dal combustibile russo. In un primo tempo l’Europa riceverà meno di 10 miliardi di m3 di gas azero all’anno e la Turchia 6 miliardi, una certa quantità sarà riservata alla Grecia e alla Bulgaria. 10 miliardi di m3 non possono influire significativamente sulla ripartizione dei mercati energetici, ma secondo i rappresentanti dell’Ue questa diversificazione permetterà di ridurre un po’ le tariffe. In questo dossier, molto dipenderà dal futuro dell’economia europea. In caso di crescita e di aumento del numero di progetti che necessitano di gas, non si potrà certamente parlare di calo delle tariffe. Soprattutto se si tiene conto delle basse capacità del Tap. Ma se continuerà il declino attuale e il consumo di gas diminuirà, la concorrenza diventerebbe effettivamente più accresciuta».

Secondo Limes, che cerca di spiegare le ragioni del fallimento del Nabucco, si tratta comunque di una vittoria per la Russia:

Una delle principali beneficiarie di questo scenario in evoluzione appare proprio Mosca, in quanto la realizzazione del Tap risolverà a suo favore la competizione geopolitico-energetica che vedeva contrapposti il progetto Nabucco e il gasdotto South Stream: ora la Russia potrà consolidare i propri legami energetici con i paesi dell’Europa sudorientale esclusi dal corridoio meridionale (praticando anche delle riduzioni sul prezzo del gas).

I 10 mmc di gas trasportati dal Tap non scalfiranno la preminente posizione russa sul mercato europeo, mentre i 30 mmc di gas previsti da Nabucco avrebbero rappresentato circa un terzo delle importazioni attuali di Mosca verso l’Ue.

La capacità ridotta del Tap permetterà inoltre a Gazprom di serrare con successo la “tenaglia energetica” Nord-Sud attorno all’Europa: infatti, con l’avvio dei North Stream (55 mmc di capacità) e l’implementazione di South Stream (capacità prevista 63 mmc) la Russia si appresta a raddoppiare i volumi di gas esportati in Europa, capace di soddisfare consumi crescenti.

Il destino di Nabucco appare irrimediabilmente segnato: le rassicurazioni su una futura fattibilità del progetto appaiono come frasi di circostanza da parte dei membri del consorzio e dei politici europei.

Teoricamente, il futuro incremento delle esportazioni azere potrebbe anche alimentare Nabucco, ma il problema di individuare ulteriori paesi fornitori rimane irrisolto: far confluire gas dall’Iraq appare una prospettiva ottimistica data l’instabilità e l’insicurezza della regione, mentre l’idea di utilizzare il gas centroasiatico (Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan) risulta condizionata dal veto russo sulla realizzazione del corridoio transcaspico.

L’Azerbaijan si affaccia sul Mediterraneo

Un anno fa ho spiegato il ruolo cruciale dell’Azerbaijan nei piani di diversificazione energetica dell’Unione Europea. Se ne è parlato in un incontro a Londra il 24 ottobre, in occasione dei dieci anni dal completamento dell’oleodotto BTC, che trasporta un milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del Caspio all’importante terminal di Ceyhan (Turchia). Tuttavia, negli ultimi dodici mesi Bruxelles non si è avvicinata di molto a Baku; in compenso oggi quest’ultima pare avvicinarsi sempre di più al Mediterraneo.

L’Azerbaijan sta coltivando rapporti sempre più stretti col Montenegro. Secondo l’Osservatorio Balcani e Caucaso:

Lo scorso luglio ad esempio la SOCAR, potente e ricchissima azienda statale petrolifera azera, ha vinto la gara per accaparrarsi (per i prossimi 90 anni) la concessione dell’ex zona militare di Kumbor, sulla suggestiva costa delle Bocche di Cattaro, e trasformarla in un complesso vacanziero di lusso [l'analisi del Financial Times su questo controverso investimento, n.d.r.]. La vittoria è arrivata nonostante la mancanza di precedenti esperienze nel settore, e superando l’agguerrita concorrenza di consorzi turchi e americani.
E questo è solo l’ultimo di una serie di ricchi accordi bilaterali firmati negli ultimi due anni. Oggi l’Azerbaijan investe in Montenegro anche nel porto di Bar, nella costruzione della superstrada Tivat – Budva, nell’autostrada Bar – Boljari, in perforazioni alla ricerca di idrocarburi nell’Adriatico meridionale.
D’un tratto, la rotta aerea Podgorica – Baku s’è fatta affollata. Molto affollata.

Visti i precedenti, fin troppo facile pronosticare che, a breve, anche Podgorica potrà fregiarsi di una statua ad Heydar Aliyev . E pensare che, come ricorda Monitor
, la capitale montenegrina è gemellata da anni con quella armena Yerevan...

Ma sono soprattutto i crescenti legami con Israele ad avvicinare Baku all’ex Mare Nostrum. SOCAR ha iniziato il proprio piano per diventare un produttore energetico internazionale proprio da qui, entrando con una partecipazione del 5% nel giacimento petrolifero di Mel Ashdod, l’unico economicamente conveniente nelle acque a largo dello Stato ebraico. Previsti investimenti anche per lo sviluppo dei giacimenti di gas.
I ben informati non mancheranno di notare che l’accordo è giunto tre mesi dopo che Israele aveva concluso con Baku un contratto per la vendita di armi (con tanto di sistemi di difesa antimissile) da 1,6 miliardi di dollari. L’asse tra azeri e israeliani affonda le sue radici, oltre che nella cooperazione energetica, anche nella comune rivalità con l’Iran, ribadita in febbraio con la disponibilità di concedere le proprie basi all’aviazione israeliana - benché Baku non avrebbe nulla da guadagnare da un eventuale ai siti nucleari di Teheran.
Israele fornirà all’Azerbaijan anche la tecnologia necessaria per la dissalazione e la potabilizzazione dell’acqua di mare.

Per finire, gli azeri hanno più volte ribadito la propria neutralità di fronte ai due progetti concorrenti del Nabucco e del TAP, entrambi volti a convogliare il gas dalle proprie sponde a quelle più calde del Mediterraneo. Qualunque progetto sarà alla fine realizzato, Baku sarà comunque più vicina.

Armenia, Ungheria e Azerbaijan. Cosa c’è dietro l’affare Safarov

Nel 2004 due ufficiali, uno armeno e l’altro azero, erano entrambi ospiti della base Nato a Budapest, per un seminario della Partnership per la Pace. Come è facile immaginare, i due non si piacquero granché. Finita la sessione, Gurgen Margaryan, 24 anni, l’armeno, fece ritorno nel suo alloggio. Ramil Safarov, l’azero invece si recò allo spaccio del compound militare per comprare un’ascia. Giunto nel dormitorio, si introdusse nella stanza di Margaryan, sfortunatamente aperta e, mentre il ragazzo dormiva (secondo altre versioni no), lo uccise con 16 colpi d’accetta. Il motivo? Quest’ultimo aveva urinato sulla bandiera dell’Azerbaigian.
Safarov venne arrestato subito dopo e nel 2006 condannato all’ergastolo, da scontare in Ungheria. La storia, dopo il clamore iniziale, fu presto dimenticata. Almeno fino a pochi giorni fa, quando l’Ungheria si è decisa ad accogliere la richiesta di estrazione avanzata dall’Azerbaijan. Ma appena è atterrato a Baku, ad accogliere Safarov non c’era una cella, bensì il presidente Ilham Aliyev in persona. Il quale lo ha “perdonato”, abbracciato e addirittura promosso al grado di maggiore in quanto “eroe” nazionale. Il motivo? Se Margaryan aveva oltraggiato la bandiera azera, allora il suo omicidio è “patriottico”.

Inutile dire che l’Armenia è su tutte le furie. Yerevan ha già interrotto i suoi rapporti con l’Ungheria e il 2 settembre il presidente armeno Serzh Sarkisian si è spinto a dichiarare di essere pronto ad una guerra contro l’Azerbaijan. La tregua fra i due Paesi è sempre più fragile. Solo un armistizio, firmato nel maggio del 1994, si frappone fra la pace e la guerra. E i ripetuti incidenti alle frontiere negli ultimi tre mesi hanno fatto che aumentare la tensione.
Se l’affermazione del presidente armeno sembra troppo avventata, non è stata da meno quella del vicepresidente azero nonché segretario del partito presidenziale Nuovo Azerbaigian, Ali Akhmedov: ora che “Ramil è stato rilasciato, la prossima liberazione sarà quella del Karabakh“.
L’indignazione degli armeni è stata forte e le scuse degli ungheresi non sono bastate a placarla. Sarkistan ha dovuto chiedere alla sua gente di non bruciare più bandiere ungheresi in segno di protesta.

Peraltro, lo stesso governo ungherese si dice contrariato dall’atteggiamento di Baku, visto che il governo azero si era impegnato a rispettare le condizioni stabilite da Budapest per l’accoglimento della richiesta di estradizione. A riguardo, il Ministero ungherese della Pubblica amministrazione e la giustizia aveva ricevuto una risposta via fax, firmata dal viceministro della Giustizia azero, Vilayat Zahirov, la quale rassicurava sul fatto che, per prassi generale, le persone condannate all’estero ed estradate in Azerbaigian devono scontare la propria pena senza bisogno di una nuova procedura giudiziaria.
In realtà, Zahirov aveva affermato di aderire al disposto dell’art. 9 della Convenzione di Strasburgo sul trasferimento di persone condannate, il quale statuisce che:

Le autorità competenti dello Stato di esecuzione devono: 
continuare l’esecuzione della condanna immediatamente o sulla base di una decisione giudiziaria o amministrativa, alle condizioni previste dall’articolo 10; o convertire, per mezzo di una procedura giudiziaria o amministrativa, la condanna in una decisione di detto Stato, sostituendo in tal modo la pena inflitta nello Stato di condanna con una sanzione prevista dalla legge dello Stato di esecuzione per lo stesso reato, alle condizioni previste all’articolo 11. 
Lo Stato di esecuzione deve, se richiesto, indicare allo Stato di condanna, prima del trasferimento della persona condannata, quale delle procedure intende seguire. 
L’esecuzione della condanna è regolata dalla legge dello Stato di esecuzione e questo Stato è l’unico competente a prendere ogni decisione al riguardo.

Ma la stessa convenzione prevede, all’art. 12, che “Ciascuna Parte può accordare la grazia, l’amnistia o la commutazione della condanna conformemente alla propria Costituzione o ad altre leggi”. In altre parole, nessuno poteva impedire all’Azerbaijan di liberare Safarov una volta tornato in patria. Per quanto discutibile, si tratta di una scelta giuridicamente legittima.
Altra cosa è la questione politica. Il quotidiano magiaro Origo riporta una controversa dichiarazione di Zahid Oruj, un membro del comitato  nazionale sicurezza del parlamento azero, secondo cui la ragione principale dell’apertura di un’ambasciata azera a Budapest era proprio quella di tutelare gli interessi di Safarov in vista di una possibile estradizione. Dunque l’Ungheria sapeva – e non poteva non sapere - che, una volta in patria, questi sarebbe stato liberato e perfino accolto come un eroe. Eppure lo ha consegnato lo stesso alla “giustizia” azera. Perché?
Il governo Orban, in carica dal 2010, ha ereditato la pesante situazione economica di un Paese oberato dai debiti e in piena recessione. Una sfida che il nuovo esecutivo ha cercato di affrontare attraverso – parole dello stesso Orban – soluzioni “non ortodosse”. Una politica che, dietro le confortanti espressioni di “apertura globale” e “apertura orientale”, ha sbattuto la porta in faccia ai prestiti condizionati dell’Europa e del FMI per aprire la strada ad accordi di cooperazione economica ed assistenza con Paesi come la Cina, l’Arabia Saudita ed anche – e questo è il punto che ci interessa – l’Azerbaijan.
All’inizio di agosto l’Ungheria ha annunciato di considerare l’idea di una emissione di titoli di Stato in Turchia, denominati in lire turche oppure in manat azeri, o in entrambe le divise. E a proposito di titoli sovrani, gira voce (smentita dagli azeri) che il governo di Baku abbia promesso l’acquisto di quelli ungheresi per un ammontare di 3 miliardi di euro. Il 20 dello stesso mese, vale a dire un giorno dopo che la compagnia petrolifera azera Socar aveva dichiarato la propria partecipazione al progetto Nabucco per il trasporto di gas dai giacimenti di Shah Deniz all’Europa, l’Ungheria ha confermato il proprio assenso alla costruzione del gasdotto sul proprio territorio.
11 giorni dopo Safarov è stato estradato. Coincidenze?

Il sospetto che il governo ungherese si sia “venduto” è forte: a pensarlo sono sia gli armeni che gli stessi ungheresi (qui qui). Oggi il segretario degli affari esteri azero Novruz Mammadov rivela che colloqui occasionali tra Orban e il presidente azero Ilham Aliyev a proposito del destino di Safarov si sono susseguiti per oltre un anno.
L’Ungheria ha bisogno sia di prestiti che di energia, per cui l’opzione azera non poteva – e non può – essere accantonata a cuor leggero. E la libertà di un assassino, nei canoni della realpolitik, è un prezzo sufficiente in cambio del benessere di un intero Paese. Sull’altro piatto della bilancia troviamo la rottura dei legami con un partner orientale, il danno d’immagine e un futuro giudizio (poco lusinghiero) da parte della storia.
In ogni caso, l’affare Safarov è l’ennesimo esempio di come la giustizia venga facilmente sacrificata sull’altare degli interessi politici. Avanti il prossimo.

Sale la tensione tra Armenia e Azerbaijan

Dai primi di giugno il traballante cessate-il-fuoco tra Armenia e Azerbaijan è messo a dura prova da una delle peggiori serie di incidenti degli ultimi anni.

Tutto è iniziato il 31 maggio con ripetuti scambi di artiglieria in diverse località in tutto il settore settentrionale, che si protraggono per 3 giorni. Pochi giorni dopo si comincia a spargere sangue. Il 4 giugno tre soldati armeni sono stati uccisi e sei feriti dalle forze azere in uno scontro presumibilmente innescata da un tentativo di infiltrazione in territorio armeno. Le autorità azere hanno tuttavia affermato che l’incidente è stato una  provocazione da parte delle forze di Yerevan. Il giorno seguente sono caduti cinque soldati azeri  in un nuovo scontro al confine.

Quale che sia la verità sugli incidenti, le informazioni disponibili suggeriscono che in entrambi i casi si sia trattato di un tentativo delle due parti di catturare le posizioni avversarie. Ed è un fatto preoccupante, se pensiamo che di solito gli scontri si limitano a raffiche di mitragliatrice o al massimo al lancio di alcune granate. E’ inoltre degno di nota che i combattimenti sono avvenuti ad una distanza significativa (circa 50 km) dalla frontiera col Nagorno-Karabakh, teatro abituale degli scontri: i soldati armeni morto a Tavush, vicino al villaggio di Chinari, mentre i soldati azeri sono stati uccisi nei pressi di Ashagy-Askipara, parte di una piccola – e quasi interamente deserta – esclave di Baku in Armenia. Tutto ciò indica che gli scontri non sono in funzione della geografia locale (vale a dire una incursione armeno seguito da un locale azero contropiede), ma bensì di un disegno più ampio volto a sondare la capacità di reazione avversaria lungo il confine.

Coincidenza, i fatti sono avvenuti proprio nel corso del tour di Hillary Clinton nel Caucaso. Il Segretario di Stato USA ha  condannato le violenze, insistendo affinché le parti si astengano dall’uso della forza. Le quali, in ogni caso, non hanno perso occasione per incolparsi reciprocamente. Secondo Yerevan, gli azeri avrebbero violato il cessate-il-fuoco quasi 11.000 volte negli ultimi sette mesi.

E gli incidenti, manco a dirlo, sono continuati.
Il 20 luglio un ufficiale azero ha perso la vita per mano delle forze azere. Coincidenza anche qui, il giorno prima si era avuta la conferma di Bako Sahakian a presidente dell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh. Evento che ha contribuito a gettare benzina sul fuoco regionale, visto che nessuno tra Turchia (i cui già tesi rapporti con l’Armenia minacciano di deteriorarsi ulteriormente), Georgia e ovviamente Azerbaijan intende riconoscere il benché minimo valore a queste elezioni.
L’ultimo episodio si è verificato a fine luglio, quando le guardie azere hanno aperto il fuoco approfittando del fatto che il presidente armeno si trovava a Londra per presenziare ai Giochi Olimpici.

Nonostante questa scia di fuoco – contornata da 11 morti totali – militari e politici di ambo i fronti non hanno alimentato l’avvio di una vera e propria escalation.
Possiamo pensare che i comandanti di frontiera godano di una certa autonomia rispetto ai rispettivi stati maggiori centrali. Tuttavia la concomitanza tra scontri a fuoco ed eventi politici di vario genere suggerisce che le parti – soprattutto l’Azerbaijan – intendessero sfruttare la maggiore visibilità per attrarre l’attenzione sul tema del Nagorno-Karabakh.
Un piano coerente con l’ambigua strategia azera, che alterna offerte di dialogo e minacce di guerra:

Innanzitutto nel 2014 ricorrerà il ventennale del cessate-il-fuoco ratificato nel luglio del 1994. Se risultati negoziali di spessore non saranno raggiunti entro questa data, la dirigenza di Baku potrebbe essere tentata a spingere sull’ “acceleratore” del conflitto per evitare che i maggiori attori internazionali incomincino a considerare lo status-quo come un elemento ormai acquisito. In secondo luogo, il 2014 segnerà anche il lento ma inevitabile declino delle scorte petrolifere azere, il cosiddetto “oil peak”. Per il “Centre for Economic and Social Development” di Baku, la stima dovrebbe essere anticipata al 2011, mentre il 2012 sarà l’anno di svolta secondo quanto affermato dalla stessa dirigenza azera e dalla BP. Malgrado il paese disponga di ingenti scorte di gas naturale, l’attuale potere negoziale di Baku, costruito in gran parte sugli idrocarburi, potrebbe incrinarsi sensibilmente dando al regime degli Aliyev un senso di malsana “urgenza” nel colpire il nemico storico. Oltre a questo, nel 2014 si terranno anche le Olimpiadi invernali a Sochi, in Russia, con il conseguente “spostamento” dell’interesse pubblico mondiale per l’area dal minuscolo Nagorno al più consistente evento sportivo.

Ma come si sta preparando, materialmente, l’Azerbaijan al conflitto?

Come detto, incrementando in qualità e quantità gli armamenti a sua disposizione. Con il 3.4% di PIL (1,421,000,000$) destinato alla difesa, il paese caucasico si pone al 30esimo posto mondiale in valore percentuale e al 60esimo in valore assoluto per spesa (Sipri, 2011). Confrontato al più modesto budget armeno (404,000,000$), il flusso di denaro destinato al futuro sforzo bellico risalta alquanto rendendo l’Azerbaijan un attivo compratore internazionale. Nonostante le vicinanze “storiche”, per quanto riguarda le armi non tanto è la Turchia il partner commerciale di spicco quanto piuttosto Russia, Pakistan, Sud Africa e Israele oltre che, in maniera saltuaria, Germania, Repubblica Ceca e Polonia (Oxford Analytica, 2012). Questo, ovviamente, in spregio a un embargo istituito dall’OSCE nel 1992 che impedirebbe la vendita di armi ai soggetti coinvolti direttamente nel conflitto in Nagorno-Karabakh.

D’altra parte, in questi diciotto anni, le armi hanno fatto sentire la loro voce molto più della diplomazia. Secondo Wikipedia:

Sin dal loro avvio le trattative di pace sono state coordinate dall’Osce attraverso il Gruppo di Minsk. I primi colloqui, nel 1994 e nel 1995 non concretizzano alcun risultato per il sostanziale immobilismo delle parti. Nel 1996 la dichiarazione conclusiva del Summit Osce di Lisbona non è firmata dall’Armenia che contesta la posizione espressa nel documento.
Nel maggio 1997 il Gruppo di Minsk presenta un nuovo documento che scontenta sia gli armeni che gli azeri. Altri tentativi e proposte nei mesi a venire non sortiscono alcun risultato. Nel 1999 il presidente armeno Robert Kocharyan e quello azero Ilham Aliyev si incontrano a New York a margine di lavori delle Nazioni Unite: sarà il primo di numerosi incontri tra le massime autorità dei due stati.
Anche i meeting di Parigi (gennaio 2001), Key West in Florida (aprile 2001), Rambouillet in Francia (gennaio 2006) si concludono senza risultati apprezzabili.
Nel 2007 un documento Osce, i cosiddetti Principi di Madrid, getta le basi per le future discussioni nonostante il livello di insoddisfazione delle parti rimanga alto; il documento verrà rivisto nel 2009 dopo che anche l’incontro di San Pietroburgo (giugno 2008) non è andato a buon fine.
Il 2 novembre 2008 il presidente armeno (ora Serzh Sargsyan) e quello azero si incontrano al castello moscovita di Maiendorf ospiti del collega russo Dmitrij Medvedev e firmano una dichiarazione congiunta (la prima dall’Accordo di Bishkek del 1994) in cinque punti che sembra rappresentare una concreta base di mediazione.
Nonostante questo passaggio significativo il negoziato non riesce ad andare avanti. Nuove proposte sono avanzate al G8 del’Aquila a luglio 2009.
Ma tra frequenti violazioni del cessate il fuoco, minacce di ripresa dell’ostilità (soprattutto da parte azera) e nuovi vertici falliti (l’ultimo a Kazan nel giugno 2011) la trattativa per la soluzione del contenzioso non riesce a sbloccarsi.

Lo scenario pare destinato a mantenersi in questo limbo. Ma gli incidenti dei giorni scorsi hanno dimostrato quanto la tregua sia fragile, e quanto facilmente gli scontri possano diffondersi lungo il confine.

Perché la Russia vuole il gas del Mediterraneo

Le speranze dell’Europa di assicurarsi l’indipendenza energetica (dalla Russia) nel lungo periodo passano per le opportunità di sviluppo dei giacimenti recentemente scoperti nel Levante Mediterraneo. A cominciare da Leviathan, situato a largo delle coste israelo-libanesi. Se lo scorso anno pareva che il futuro energetico del vecchio continente dipendesse dall’Azerbaijan, oggi la chiave di volta sembra essere nei fondali dell’ex lago dell’Impero Romano.
La possibilità di importare il gas dalle acque del Mare Nostrum (via Turchia) rappresenta al momento l’alternativa ideale all’approvvigionamento dal gigante russo – costantemente in forse a causa dei capricci di Putin -, visto che l’unico altro progetto finora concepito, ossia il Nabucco, è stato di fatto affossato proprio dai russi prima attraverso la concorrenza del South Stream e poi tramite l’accaparramento di tutto il gas messo a disposizione dal fornitore prescelto da Bruxelles, ossia l’Azerbaijan.
Per evitare di perdere la propria posizione di monopolio naturale, Mosca sta ora pensando di fare la stessa cosa col gas offshore nel Mediterraneo orientale, allungando i tentacoli fin nelle nostre acque:

The Russians appear to be making a determined bid to secure a stake in the energy boom in the eastern Mediterranean despite the danger of conflict.

Only a few weeks ago, Russian energy giant Gazprom signed a preliminary deal with Israel to buy liquefied natural gas from offshore fields that are to start producing over the next 2-3 years.
Gazprom is also reportedly interested in bidding for one of 12 exploration blocks off Cyprus, 300 miles north of Israel.

In altre parole, Mosca sta cercando di opzionare il gas levantino ancora prima che le trivelle comincino a perforare il fondale. E pensare che quel gas non ha ancora nemmeno un proprietario certo, visto il conflitto che va profilandosi tra Israele, Turchia e Cipro per assicurarsene la fetta più grossa. Anzi, in questa contesa la Russia pare aver già preso posizione alle spalle del triangolo israelo-greco-cipriota contro l’(ex?) alleato turco:

Russia seems willing to put its friendship with Turkey at risk by endorsing the “triangle’s” position on zoning and exploration rights, against Turkey’s position. Moscow’s minimal objective is access to Cypriot offshore gas deposits for Gazprom and Novatek, in the framework of the Greek Cypriot government’s international tender for 12 offshore blocks (see “Exploration Intensifying for East-Mediterranean Natural Gas,” EDM, May 8).
Russia’s maximal goal is to aggregate Cypriot and Israeli offshore gas volumes for transportation and reselling via Gazprom on international markets. Toward that goal, Gazprom recently concluded a preliminary (nonbinding) agreement to purchase liquefied gas volumes from Israel’s Leviathan project. Meanwhile, Gazprom is one of the bidders for DEPA, the gas transmission pipelines in mainland Greece. If successful in that bid, Gazprom would undoubtedly strive to increase its intake of Cypriot and Israeli offshore gas, transport it (probably in liquefied form) to mainland Greece, and use DEPA pipelines to re-sell it on European markets.

Spalleggiando il governo di Tel Aviv, il Cremlino assicurerebbe un trattamento di favore a Gazprom. La quale non vede l’ora di poter vendere l’oro blu ai suoi migliori (e unici) clienti: noi europei.
Non dimentichiamo che Gazprom ha anche avanzato un’offerta per la compagnia petrolifera greca Depa, la cui privatizzazione è stata imposta dalla UE in cambio degli aiuti finanziari ad Atene e che sembra fare gola a molti, in un momento di rinnovato interesse per le potenzialità dei giacimenti offshore ellenici.

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Il gasdotto Nabucco non si farà più. O forse si?

Lo scorso 26 dicembre Turchia e Azerbaijan hanno firmato un memorandum per la costruzione del gasdotto Tanap (Trans Anational Pipeline), che nella fase iniziale trasporterà 16 miliardi di m3 all’anno, di cui sei miliardi destinati al mercato turco, e i restanti dieci all’Europa, provenienti dal giacimento azero di Shah Deniz II. Al consorzio partecipano la compagnia statale per l’energia azera Socar (80%) e due compagnie turche, quella per la gestione degli oleodotti turca Botas quella petrolifera Tpao (20%), a cui in futuro potranno aggiungersi anche altre imprese. I lavori per l’infrastruttura, che avrà un costo stimato di 3,8 miliardi di euro, inizieranno nel 2012 e dovrebbero concludersi a fine 2017. La capacità del gasdotto con il tempo potrà essere aumentata a 24 miliardi di m3.
Tale accordo avrà molte conseguenze per l’Europa. Il Tanap conferma il ruolo della Turchia come incrocio delle vie di approvvigionamento tra l’Asia e il vecchio continente, ma farà tramontare forse definitivamente il progetto Nabucco, sostenuto dalla Ue, perché non c’è più abbastanza gas nei giacimenti azeri per alimentarlo.

Nabucco (qui la presentazione) è un progetto nato male e cresciuto peggio. Messe da parte le questioni del superamento dei costi previsti, a lungo sottovalutati dai responsabili di gestione, e della crisi finanziaria europea, che ha monopolizzato l’attenzione di Bruxelles accantonando ogni altro dossier dal tavolo dei 27, la realizzazione del gasdotto è messa in forse da due grossi ostacoli.
Il primo è la mancanza di fonti sicure di approvvigionamento. Nel gennaio 2010 l’unico fornitore confermato era l’Azerbaijan, ma nel frattempo il gas azero ha trovato altri acquirenti.
Il secondo è il fattore R, ossia la Russia, la quale considera il Nabucco nient’altro che un tentativo dell’Europa di farle pressione. In questi anni Mosca ha saputo giocare bene le sue carte per mettere i bastoni tra le ruote del Nabucco, complici le spaccature interne alla Ue. Dapprima ha proposto un progetto alternativo (South Stream), adesso in fase di realizzazione, che presentava l’ulteriore vantaggio di bypassare l’Ucraina per lasciarla evntualmente a secco. In seguito ha raddoppiato la capacità prevista dallo stesso South Stream (da 31 a 63 miliardi di m3) rendendo ogni altra struttura ridondante. Infine ha acquistato sempre maggiori quantità di gas dall’Azerbaijan, togliendo dal mercato l’unico fornitore che l’Europa considerava certo.
Nel 2010 Mosca importava da Baku 800 milioni di m3 all’anno; nel 2011 la quantità è raddoppiata a 1,5 miliardi e la scorsa settimana le due parti hanno firmato un accordo che prevede un ulteriore raddoppio a 3 miliardi di m3 all’anno per il 2013 “a condizioni molto favorevoli per noi”, ha dichiarato Rovnag Abdullayev, presidente di Socar.
Anche in Iraq, altro possibile fornitore, la russa Lukoil è un importante attore nei progetti di esplorazione ed estrazione.

All’inizio del 2012 perfino Reinhard Mitschek, amministratore delegato del consorzio per la realizzazione del Nabucco, ha ammesso le lacune e inefficienze del programma energetico della Ue. South Stream non ha nemmeno superato la fase di fattibilità e si basa solo sul gas naturale russo, mentre Nabucco collegherebbe l’Europa direttamente ai Paesi fornitori in Asia centrale – prima che sia la Cina, favorita dalla contiguità geografica, a fare incetta dei ricchi giacimenti ivi custoditi. Inoltre, l’Europa non è ancora pronta per l’alternativa delle risorse non convenzionali, come lo shale gas, per cui la dipendenza dalle fonti tradizionali è e resta ancora un dato imprescindibile.
Nel Grande Gioco dell’energia Bruxelles è chiaramente sfavorita. Eloquente sul punto l’amara osservazione di Mitschek: “la Guerra Fredda non è mai veramente finita, ha solo cambiato forma”.
Se i russi bacchettano l’Europa affermando che mentre South Stream è un’operazione commerciale, il Nabucco è invece un progetto politico, non si può negare che ogni conduttura, al di là dell’obiettivo primario di aumentare la diversificazione sia per i fornitori che i consumatori, determina un’impronta di influenza politica dei primi sui secondi. Ma in questi anni la Ue ha fatto ben poco per mantenere i buoni propositi di affrancamento dalla dipendenza dal gas russo, rimanendo consapevolmente alla mercé di Mosca – cioè di Putin.

A onor del vero, non tutti pensano che l’accordo turco-azero sul Tanap si traduca nel testamento del Nabucco. L’istituto Jamestown, a margine di una riflessione sul ruolo strategico della Turchia, pensa che il gasdotto transanatolico potrebbe contribuire alla riconfigurazione del Nabucco, riducendone la lunghezza, e di conseguenza i costi, senza necessariamente diminuire il volume di gas originariamente previsto.
Tuttavia, per stare in piedi il Nabucco ha bisogno di fornitori certi, che al momento non ci sono. La ricerca prosegue.

Crescono le tensioni tra Iran e Azerbaijan

1. Da alcuni mesi l’Azerbaijan è attraversato da un sottile ma crescente ondata di dissenso, e nelle alte sfere del governo di Baku si sta facendo strada l’idea che dietro la regia dei disordini ci sia l’Iran. In altre parole, la Repubblica Islamica sta facendo leva sulla comune fede islamica sciita per accrescere la propria influenza nel Paese del Caucaso, secondo una politica che rischia di alimentare una spirale di tensione tra le parti.
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L’Armenia afflitta da miseria e diaspora

1. Primo Stato al mondo ad aver adottato il cristianesimo come religione ufficiale (nel 301) e da sempre vicina all’Europa per cultura e tradizione, l’Armenia sta vivendo forse il periodo più difficile della sua storia recente. Gran parte della popolazione vive in condizioni di indigenza, e la conseguente emigrazione sottrae al Paese le risorse umane per favorire una pronta ripresa.
Secondo le ultime statistiche ufficiali disponibili, nel 2009 un terzo degli armeni viveva sotto la soglia di povertà. Continua a leggere