L’attentato di Beirut è un avvertimento all’Iran

Sono due le esplosioni che hanno scosso il quartiere Bir Hassan nella parte meridionale di Beirut (il video sul sito del Corrieree che hanno causato 23 vittime nella giornata di martedì 19 novembre, sconvolgendo il clima di tranquillità che da sempre ha caratterizzato questa zona residenziale. Secondo una prima rivendicazione dietro l’attentato ci sarebbero le brigate Abdullah Azzam (qui la scheda su Long War Journale l’attacco sarebbe legato agli eventi siriani. 

Ancora una volta, dunque, il Libano è scosso da eventi legati alla guerra civile siriana e per le terza volta nel giro di pochi mesi la periferia di Beirut (ed in particolare le aree controllate da Hezbollah) sono prese di mira da gruppi jihadisti attivi nel Paese. Gli altri due attentati si sono verificati rispettivamente il 9 luglio e il 15 agosto. Il primo aveva colpito il quartiere di Bir al Abed, roccaforte di Hezbollah ed era stato rivendicato dalla sedicente brigata 313 dei ribelli siriani; nel secondo un’autobomba era esplosa nel cuore della periferia sud di Beirut, a Ruayss, altro centro nevralgico del “Partito di Dio”, uccidendo una ventina di persone. 

E’ importante cercare di capire quale oppure chi è il vero obiettivo dell’esplosioneSecondo Ludovico Carlino, esperto di fondamentalismo islamico, le brigate Abdullah Azzam (che prendono il nome dal principale mentore di bin Laden, assassinato nel 1989) sono un gruppo jihadista nato nel 2004 ed operativo in Libano, nella Striscia di Gaza e nel Sinai. Secondo la loro visione Israele, Iran ed Hezbollah farebbero parte di una coalizione tesa a soffocare la rivoluzione siriana, e pertanto sono obiettivi da colpire.

Secondo Lorenzo Trombetta su Limes, che ricostruisce brevemente il quadro geopolitico che contorna la guerra siriana, illustrando le ragioni del coinvolgimento iraniano, l’obiettivo dell’attentato non può che essere Teheran:

L’attacco all’ambasciata iraniana di Beirut segna più di un precedente: uno dei maggiori simboli del potere di Teheran nel paese dei Cedri non era mai stato preso di mira nemmeno durante gli anni della guerra civile libanese (1975-90); obiettivi iraniani, in generale, non erano mai entrati nel mirino in modo diretto ed esplicito durante l’aspra crisi politico-militare che ha dilaniato il Libano dal 2004 al 2008.

Come più volte accaduto anche di recente e sempre in Libano in occasione di attentati contro militari del contingente Onu nel sud del paese (Unifil), anche allora chi intendeva inviare avvertimenti politici a questo o a quell’altro attore rivale lo faceva attaccando i suoi simboli: militari in divisa, agenti dei servizi segreti, sedi diplomatiche.

Lo stesso è avvenuto il 19 novembre a Beirut: attaccare o tentare di attaccare l’ambasciata iraniana è un’azione mirata a inviare un messaggio fin troppo esplicito. E al di là di chi sia realmente il mandante – ormai anche un gruppo di buontemponi arabisti e studiosi di Islam può produrre rivendicazioni verosimili e diffonderle usando alcuni siti ‘autorevoli’ – il fronte armato che si presenta come il “difensore dei sunniti” in Libano, in Siria e in Iraq ha ricordato alla Repubblica islamica che la presenza in forze dei suoi uomini e dei suoi alleati a sostegno di Asad ha un prezzo.

Tuttavia l’attentato di martedì 19 novembre, sottolinea Trombetta, è diverso dagli ultimi due avvenuti nella capitale libanese. Entrambi sono stati interpretati come un monito contro il recente attivismo del movimento sciita nella guerra siriana contro il variegato fronte dei ribelli. Stavolta, invece, l’azione è avvenuta nei pressi di una sede diplomatica straniera. E non una qualsiasi, bensì quella del principale sponsor di Hezbollah, l’Iran:

Il 19 novembre invece non è stato colpito un simbolo religioso (una moschea, un centro culturale) né civile (una scuola, un mercato), bensì politico. E non sono stati colpiti gli Hezbollah o la loro comunità di riferimento, ma i loro padrini regionali. Si è voluta colpire la scelta politica di Teheran di tuffarsi a piedi nudi nella trincea siriana.

È sempre più diffusa negli ambienti siriani e libanesi vicini al sunnismo politico e ostile agli Asad, all’Iran e agli Hezbollah, la percezione di essere “invasi”, “occupati” da “agenti iraniani”. In tal senso, di recente su uno dei siti solidali con la radicalizzazione in senso islamista della rivolta siriana è circolato un poster emblematico: una carta del Medio Oriente trasfigurata, in cui una longa mano iraniana si estendeva dall’Asia Centrale fino alla Siria. La didascalia recitava in arabo e in inglese: “No all’occupazione iraniana”.

Come sottolinea l’agenzia Ansa, l’attentato è avvenuto mentre in Siria le forze governative, sostenute da Teheran e dalle milizie alleate del movimento sciita libanese Hezbollah, sono all’offensiva contro i ribelli. E la televisione di Damasco ha (ovviamente) puntato il dito contro l’Arabia Saudita e il Qatar, sponsor dei gruppi ribelli. Uno dei maggiori esponenti del gruppo Abdullah Azzam, l’emiro Majid bin Muhammad al-Majid, è guarda caso un cittadino saudita, ma è anche vero che il suo nome compare nella lista degli 85 principali ricercati del Regno.

Il regime di Assad sembrava prossimo al tracollo solo qualche mese fa, ma poi molte cose sono cambiate e le ultime settimane hanno registrato una forte avanzata dell’esercito lealista. Un colpo all’opposizione è stato assestato nei giorni scorsi, ad Aleppo, quando è stato ucciso Abdul Qadir al-Saleh, leader della formazione Liwa al-Tawhid, una delle fazioni più forti grazie ai 10 mila combattenti a disposizione.

Perciò è nell’evolversi (sfavorevole ai ribelli) del conflitto siriano che vanno cercate le radici profonde dei recenti attentati a Beirut. La questione della violenza settaria che persegue lo scopo di destabilizzare tutto il Medio Oriente è fuorviante. Come Trombetta ha ripetuto più volte, la componente confessionale serve agli attori politici rivali per muovere le piazze, per ottenere e mantenere consenso sotto la costante minaccia del nemico, per assicurarsi sempre forze nuove, ma non è il motore principale delle tensioni mediorientali e libanesi in particolare.

Dopo aver colpito per due volte il protetto (Hezbollah) ora la furia jihadista ha alzato il tiro puntando al protettore (l’Iran). E, conclude Trombetta, è a Beirut che si inviano i messaggi più espliciti.

Siria, la propaganda delle armi chimiche

1.‭ ‬A due anni e centomila morti dall’inizio delle ostilità,‭ ‬la Siria è un campo minato.‭ ‬Vi sono coinvolte le maggiori potenze regionali e globali,‭ ‬ciascuna secondo una precisa scelta di campo.‭ ‬Troppi gli interessi in gioco,‭ ‬sufficienti a tenere acceso il focolaio di guerra per un tempo indeterminato.‭ ‬Un terreno di trappole incrociate,‭ ‬la più temuta delle quali è rappresentata dalle armi chimiche.‭ ‬Quelle che secondo il presidente americano Obama rappresentavano la cosiddetta‭ “‬linea rossa‭”‬,‭ ‬superata la quale gli Stati Uniti avrebbero rivisto‭ “‬tutta la gamma delle risposte strategiche‭” ‬a loro disposizione.‭ ‬Limite che secondo voci ufficiali‭ (‬nell’ordine:‭ ‬Coalizione Nazionale Siriana,‭ ‬Stati Uniti d’America,‭ ‬Europa,‭ ‬Francia,‭ ‬Regno Unito‭) ‬il regime di Damasco avrebbe già oltrepassato‭; ‬ma nessuno può provarlo con certezza.‭ ‬Ogni conferma viene annunciata tra gli squilli di tromba per poi affievolirsi quando si tratta di esibire le prove.
Da qui una serie di domande:‭ ‬le armi chimiche sono state usate davvero‭? ‬Se sì,‭ ‬da chi‭? ‬In caso contrario,‭ ‬perché se ne parla con sempre maggiore insistenza‭? ‬E perché le versioni sono così contrastanti‭?
Agli ultimi due interrogativi possiamo rispondere fin da ora.‭ ‬In Siria,‭ ‬accanto alla guerra sul campo infiamma la guerra parallela dei media.‭ ‬In un conflitto dove a procedere è solo il numero delle vittime,‭ ‬le parole diventano armi,‭ ‬e la propaganda,‭ ‬strategia.‭ ‬Le informazioni sul campo,‭ ‬veicolate attraverso il web per aggirare la censura del regime,‭ ‬assurgono a verità assolute o a bufale a seconda di chi le afferma.‭ ‬Buona parte dell’informazione sul campo giunge infatti dai filmati pubblicati su YouTube da ribelli e attivisti e poi acriticamente ripresi dalla stampa occidentale.‭ ‬Ma se all’inizio le cronache fai-da-te erano l’unico mezzo per estrarre notizie dal territorio,‭ ‬in seguito il fenomeno mediatico si è ingigantito al punto da sostituire l’informazione improvvisata con la disinformazione strategica.‭ ‬Come sosteneva l’analista Lorenzo Trombetta già nel‭ ‬2011,‭ ‬in Siria scompare il fatto e domina l’opinione.‭ ‬Da guerra sul campo si passa alla guerra di percezioni.‭ ‬Ed è a questo livello che si colloca il possibile utilizzo delle armi chimiche in Siria.‭
La minaccia del loro possibile utilizzo è parte integrante del registro narrativo di tutti i soggetti coinvolti nella mischia siriana:‭ ‬dell’Occidente,‭ ‬per tenersi fuori dal conflitto‭; ‬del regime,‭ ‬per giustificare la sua brutale repressione‭; ‬dei ribelli‭ – ‬o meglio,‭ ‬dell’opposizione all’estero‭ – ‬per invocare l’intervento di una comunità internazionale che sembra udire solo da questo orecchio.

2.‭ ‬Partiamo dall’inizio.‭ ‬Ufficialmente,‭ ‬la Siria non ha armi chimiche.‭ ‬Di fatto,‭ ‬le forze di Assad possiedono circa‭ ‬650‭ ‬tonnellate di gas Sarin,‭ ‬200‭ ‬di iprite e una quantità indefinita di agente‭ ‬15.‭ ‬La conferma dell’esistenza dell’arsenale chimico siriano,‭ ‬immaginato fin dagli anni Settanta,‭ ‬è indirettamente arrivata il‭ ‬23‭ ‬luglio‭ ‬2012‭ ‬dalle stesse autorità di Damasco,‭ ‬quando il portavoce del Ministero degli Esteri,‭ ‬Jihad Maqdisi,‭ ‬dichiarò che la Siria‭ “‬userà le armi chimiche solo in caso di attacco esterno‭”‬.
L’eventualità che il regime utilizzi gli agenti non convenzionali contro ribelli o civili è dunque remota.‭ ‬Eppure,‭ ‬esattamente cinque mesi dopo l’annuncio di Mqdisi‭ ‬-‭ ‬il‭ ‬23‭ ‬dicembre‭ – ‬nel corso di un’offensiva delle forze lealiste in tre quartieri di Homs vengono lanciati alcuni ordigni contenenti del gas.‭ ‬Si contano sette morti e una cinquantina di persone affette complicazioni respiratorie.‭ ‬Il portavoce del Consiglio rivoluzionario siriano,‭ ‬Walid Faris,‭ ‬parla senza mezzi termini di‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬facendo esplodere il caso.‭ ‬La conferma dell’uso dell’agente‭ ‬15‭ ‬a Homs arriva un mese dopo,‭ ‬il‭ ‬15‭ ‬gennaio,‭ ‬dalle righe di‭ ‬un articolo su Foreign Policy,‭ ‬che rivela i dettagli di un’inchiesta del consolato americano.‭ ‬Sette giorni dopo,‭ ‬la testata ritratta:‭ ‬troppe contraddizioni nelle testimonianze,‭ ‬troppo pochi indizi certi su cui fondare delle conclusioni certe.‭ ‬Da allora,‭ ‬le indagini volte ad appurare se l’uso di tali armi sia avvenuto o meno sono andate avanti.‭ ‬Senza mai arrivare ad una risposta certa:‭ ‬non soltanto se queste armi siano state usate,‭ ‬ma anche‭ ‬-‭ ‬e soprattutto‭ – ‬da chi.
Gli sviluppi successivi non chiariscono questi dubbi.‭ ‬Anzi,‭ ‬li accentuano.‭ ‬Due casi di sospetto uso di gas nocivi si verificano ad Aleppo a‭ ‬metà marzo e‭ ‬fine aprile.‭ ‬E‭’ ‬in seguito a quest’ultimo‭ ‬episodio che il presidente‭ ‬Obama invia una lettera al Congresso per diffondere il contenuto di un rapporto d’intelligence,‭ ‬secondo il quale vi erano evidenze circa l’avvenuto uso del Sarin,‭ ‬ma la missiva si smentisce da solo dicendo che‭ “‬non possiamo provarlo‭“‬.‭ ‬Tuttavia,‭ ‬secondo il‭ ‬Global Post,‭ ‬sulla base delle foto e dei video in possesso della testata,‭ ‬i sintomi mostrati dalle vittime non corrispondono a quelli tipici causati da esposizione al gas Sarin.‭ ‬In questo clima di ambiguità,‭ ‬l’Unione Europea si mostra scettica.‭ ‬Nessuno dei suoi tradizionali alleati sceglie di sostenere l’America su questa strada.‭ ‬Ma Obama,‭ ‬ufficialmente per impedire ulteriori episodi come quelli di Aleppo,‭ ‬si dichiara pronto ad‭ ‬inviare armi ai ribelli.‭ ‬In realtà non succede nulla,‭ ‬e le giornate riprendono a scorrere più o meno oziosamente finché il‭ ‬7‭ ‬maggio,‭ ‬a gettare benzina sul fuoco ci pensano poi le dichiarazioni di Carla Del Ponte,‭ ‬ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale,‭ ‬la quale afferma che il gas Sarin‭ ‬sarebbe stato usato dai ribelli e non dagli uomini di Assad.‭ ‬Affermazioni presto‭ ‬smentite sia dagli USA che dall’ONU.

3.‭ ‬Venti giorni dopo il mondo si sveglia con una notizia bomba.‭ ‬Il‭ ‬27‭ ‬maggio il quotidiano francese‭ ‬Le Monde pubblica una lunga analisi‭ (‬corredata anche da‭ ‬fotografie‭) ‬secondo cui il regime di Damasco avrebbe iniziato a utilizzarle contro i ribelli in maniera sempre più frequente a partire dal mese di aprile.‭ ‬Il giornalista Jean-Philippe Rémy e il fotografo Laurent Van der Stockton,‭ ‬corrispondenti della testata e clandestini in Siria per due mesi,‭ ‬raccontano in maniera molto dettagliata le diverse fasi degli attacchi chimici a cui hanno assistito.‭ ‬In particolare testimoniano un attacco nel quartiere di Jobar,‭ ‬a circa due chilometri a nord est dalle mura di Damasco,‭ ‬nonché episodi simili avvenuti in‭ ‬altre zone della capitale.‭ ‬Per la prima volta due giornalisti di un quotidiano occidentale documentano direttamente l’uso di queste temutissime armi.‭ ‬Non solo:‭ ‬è l’indagine più approfondita sulle armi chimiche in Siria condotta al di fuori dei circuiti di intelligence.
Eppure qui nasce un equivoco.‭ ‬Le testimonianze riportate da Rémy e Van der Stockton,‭ ‬come correttamente specificato dallo stesso Le Monde in un‭ ‬editoriale pubblicato l’indomani,‭ ‬benché certamente dimostrino l’uso di agenti tossici nel conflitto,‭ ‬non offrono comunque una prova inconfutabile dell’uso di armi chimiche.‭ ‬Perché‭ – ‬ecco il disguido‭ ‬-‭ ‬non tutte le sostanze possono considerarsi‭ “‬armi chimiche‭”‬,‭ ‬ma solo quelle citate dalla Convenzione del‭ ‬1993.
Noncurante di tale precisazione,‭ ‬il ministro degli Esteri francese,‭ ‬Laurent Fabius,‭ ‬non perde tempo a‭ ‬dichiarare l’esistenza di nuove prove al riguardo.‭ ‬Nello stesso giorno l’Unione Europea,‭ ‬incapace di trovare un accordo circa il prolungamento dell’embargo sulle forniture di armi in Siria,‭ ‬preferisce alzare le braccia‭ ‬lasciando ai singoli Stati membri ogni decisione sul potenziale invio di armamenti ai ribelli.‭ ‬A distanza di qualche settimana,‭ ‬sia il premier inglese David Cameron che il presidente USA Barack Obama ribadiranno quanto già detto da Fabius.‭ ‬Salvo poi ammettere di non avere prove sufficienti per confermare l’effettivo uso degli agenti chimici sul campo.‭ ‬È un copione che si ripete.
L’indagine di Le Monde,‭ ‬lungi dal fugare ogni dubbio,‭ ‬pone anzi un quesito ad oggi rimasto senza risposta:‭ ‬se due giornalisti sono stati in grado di assistere direttamente al‭ (‬presunto‭) ‬utilizzo di armi chimiche in Siria,‭ ‬come è possibile che non ci siano riusciti i servizi di intelligence delle grandi potenze mondiali‭?

4.‭ ‬A prima vista,‭ ‬l’atteggiamento di Obama lascia perplessi:‭ ‬nell’ultimo anno il registro comunicativo dell’amministrazione Obama si è dipanato in‭ ‬un’altalena di posizioni il cui risultato finale è stato in ogni caso l’immobilismo.‭ ‬Se nell’agosto del‭ ‬2012‭ ‬il presidente metteva in guardia il regime di Damasco anche solo dal‭ “‬muovere le armi chimiche all’interno del Paese‭”‬,‭ ‬nell’agosto successivo ha dichiarato che soltanto‭ “‬un loro eventuale uso sarebbe intollerabile‭”‬,‭ ‬per poi segnare un vero e proprio cambio di passo a partire dalla prima metà di quest’anno,‭ ‬quando l’avvenuto uso di armi chimiche verrà più volte confermato da una serie di rapporti d’intelligente.
Nel pomeriggio di giovedì‭ ‬13‭ ‬giugno‭ (‬in Italia era notte‭)‬,‭ ‬la Casa Bianca‭ ‬annuncia quello che molti ripetono da tempo:‭ ‬il regime siriano ha usato armi chimiche contro la popolazione.‭ ‬La prova arriva dall’analisi di diverse fonti di intelligence,‭ ‬prendendo in esame i piani militari del regime siriano,‭ ‬i rapporti su particolari attacchi condotti nell’ultimo anno,‭ ‬gli esami clinici di sangue e urine nonché le descrizioni dei sintomi riportati dalle persone esposte ai gas,‭ ‬confermano l’avvenuto utilizzo degli agenti chimici.‭ ‬L’uso sarebbe avvenuto‭ “‬su scala ridotta‭” ‬in diverse occasioni nel corso dell’ultimo anno,‭ ‬uccidendo complessivamente tra le‭ ‬100‭ ‬e le‭ ‬150‭ ‬persone,‭ ‬ma secondo l’intelligence degli USA il numero di morti potrebbe essere più alto.‭ ‬In seguito all’annuncio,‭ ‬Ben Rhodes,‭ ‬tra i più importanti consiglieri di Obama per la sicurezza nazionale,‭ ‬dichiara che le novità sulle armi chimiche porteranno a un‭ “‬maggiore impegno degli Stati Uniti‭” ‬sul fronte siriano,‭ ‬senza tuttavia specificare,‭ ‬in cosa dovrebbe consistere questo coinvolgimento.‭ ‬Le conclusioni della Casa Bianca arrivano nello stesso giorno in cui‭ ‬le Nazioni Unite comunicano le ultime stime sulle vittime del conflitto:‭ ‬almeno‭ ‬93mila morti tra lealisti,‭ ‬ribelli e‭ ‬-‭ ‬soprattutto‭ ‬-‭ ‬civili.
Finora il sostegno degli Stati Uniti alla causa dei ribelli si è mostrato piuttosto tiepido,‭ ‬limitandosi alla fornitura di cibo,‭ ‬medicinali kit di primo soccorso.‭ ‬Un’assistenza sostanzialmente‭ ‬inutile se messa in confronto con le grandi quantità di armi che si pensa siano consegnate regolarmente dall‭’‬Iran e dalla‭ ‬Russia all’esercito lealista.‭ ‬Ciclicamente torna in auge l’ipotesi di istituire una zona interdetta al traffico aereo militare‭ (‬No-fly-zone‭) ‬al confine tra Siria e Giordania,‭ ‬ma in sede ONU una mossa del genere sarebbe subito bloccata dalla Russia,‭ ‬memore dell’esperienza libica.‭ ‬L’unica strada,‭ ‬a questo punto,‭ ‬sarebbe quella di armare direttamente i ribelli,‭ ‬compito peraltro già assolto dalle petromonarchie del Golfo‭ (‬Qatar in testa,‭ ‬Arabia Saudita e,‭ ‬benché non se ne pali mai,‭ ‬Kuwait‭)‬.‭ ‬Un’analoga proposta era già stata avanzata lo scorso anno dall’allora direttore della CIA,‭ ‬David Petraeus,‭ ‬col sostegno del Dipartimento di Stato e del Pentagono,‭ ‬ma la Casa Bianca aveva respinto l’idea.‭ ‬Solo su una cosa sono tutti d’accordo:‭ ‬è escluso ogni intervento sul campo.‭
Generalmente,‭ ‬non pochi attivisti,‭ ‬bloggers e altri esponenti della‭ (‬contro)informazione accusano gli Stati Uniti di strumentalizzare la questione delle armi chimiche proprio al fine di prepararsi una scusa per intervenire militarmente nel caos siriano,‭ ‬sulla falsariga di quanto avvenuto esattamente dieci anni fa in Iraq.‭ ‬In realtà,‭ ‬le cose stanno molto diversamente:‭ ‬l’America non ha nessuna intenzione di impelagarsi in un altro conflitto mediorientale,‭ ‬e la stessa‭ ‬opinione pubblica statunitense vuole che Washington stia alla larga dalla Siria.‭ ‬Tuttavia c’è precisa una ragione per cui il presidente Obama ha più volte modificato i propri paletti.

5.‭ ‬C’è un altro attore che mette lo spettro delle armi chimiche al centro della propria retorica,‭ ‬ed è la Coalizione nazionale siriana.‭ ‬La quale si pone come unico legittimo referente del popolo siriano agli occhi della comunità internazionale,‭ ‬ma i cui legami con le forze ribelli sul campo sono quanto meno indefiniti.‭ ‬Più volte i suoi massimi dirigenti,‭ ‬come il presidente‭ (‬poi dimissionario‭) ‬Moaz al-Khatib o il vicepresidente‭ ‬George Sabra hanno lanciato l’allarme sul possibile impiego di agenti non convenzionali,‭ ‬denunciando che‭ “‬la Siria riterrà il mondo responsabile nel caso in cui il regime non esitasse ad usarle‭”‬.‭ ‬L’opposizione spera così di squalificare ulteriormente Assad agli occhi del mondo e allo stesso tempo strappare aiuti più concreti‭ – ‬leggasi:‭ ‬armi‭ ‬-‭ ‬rispetto al generico‭ (‬e a conti fatti infruttoso‭) ‬sostegno diplomatico ricevuto sinora.‭
A riprova di quanto affermato dall’alto ci sono le evidenze filmate provenienti dal basso.‭ ‬Il clamore sui fatti di Homs nel dicembre‭ ‬2012,‭ ‬ad esempio,‭ ‬nasce dalla pubblicazione di diversi video amatoriali,‭ ‬mostranti alcuni feriti alle prese con complicazioni respiratorie poi frettolosamente attribuite agli effetti del gas Sarin,‭ ‬Altri video mostrano le testimonianze di alcuni medici che attribuiscono l’origine di tali sintomi a‭ “‬gas velenosi‭”‬.‭ ‬Due settimane prima l’emittente panaraba al-Arabiya aveva ripreso altri video improvvisati per realizzare un‭ ‬servizio sulle‭ “‬tracce di armi chimiche” usate contro i civili.
Tuttavia,‭ ‬nella galassia dell’opposizione‭ ‬c’è anche chi si mostra scettico.‭ ‬A fare eccezione sono soprattutto gli attivisti sul campo,‭ ‬pur denunciando le atrocità commesse dalle forze lealiste,‭ ‬compreso l’uso indiscriminato di bombe a grappolo,‭ ‬incendiarie e al fosforo,‭ ‬non credono che il regime userà mai le armi chimiche e parlano piuttosto di una‭ “‬partita mediatica‭” ‬intorno all’argomento.
L’impressione è che quanto più ci si allontana dalla Siria,‭ ‬tanto si più agita la minaccia delle armi chimiche per attirare l’attenzione di una comunità occidentale sensibile solo a questo argomento.‭ ‬Completando il ventaglio delle tante,‭ ‬troppe versioni contrastanti.

6.‭ ‬Al di là del fatto che la Casa Bianca,‭ ‬se solo volesse,‭ ‬avrebbe già pronto l’appiglio per agire,‭ ‬visti gli ultimi,‭ ‬succitati riscontri dell’intelligence,‭ ‬la verità è che nel definire l’utilizzo l’uso di gas letali come la‭ “‬linea rossa‭” ‬oltre la quale Assad avrebbe varcato il punto di non ritorno,‭ ‬Obama intendeva garantirsi la pressoché totale certezza di non dover intervenire nel conflitto.‭ ‬Che la linea rossa fosse stata fissata‭ ‬proprio affinché non venisse superata l’aveva chiarito lo stesso presidente americano,‭ ‬il quale confidava sulla razionalità di un regime che non vuole bruciare le ultime chances di ottenere l’immunità per sé e la sua cricca,‭ ‬una volta che la sconfitta fosse apparsa inevitabile.‭ ‬Agitare lo spettro delle armi chimiche risponde ad un calcolo legato più alla diplomazia che alla pianificazione strategico-militare.‭ ‬Basta seguire le date.
La Casa Bianca ha confermato delle armi chimiche da parte di Asad nella giornata del‭ ‬13‭ ‬giugno,‭ ‬quattro giorni prima della riunione del G8‭ ‬in programma in Irlanda del Nord.‭ ‬A margine del summit,‭ ‬era previsto un incontro bilaterale tra il presidente USA e il suo omologo russo Vladimir Putin,‭ ‬in cui Obama‭ ‬sperava di coinvolgere Mosca in una‭ (‬vera‭) ‬trattativa sulla guerra a Damasco.‭ ‬In altre parole,‭ ‬l’obiettivo degli Stati Uniti era squalificare Assad agli occhi del suo più fedele paladino sul piano diplomatico a tal punto da indurlo a rivedere il suo sostegno al regime.‭ ‬In tal caso sarebbe stato possibile riproporre una risoluzione che preveda l’istituzione di una No-fly-zone senza correre il rischio che questa venga cassata dal veto di Mosca.‭ ‬Ma Putin non ha abboccato,‭ ‬soprattutto ora che la‭ ‬credibilità degli Stati Uniti è messa in forse dalla vicenda Snowden.
La domanda sul perché Obama abbia impresso questa sterzata solo ora è presto spiegata.‭ ‬Fino agli inizi del‭ ‬2013‭ ‬la fine di Assad appariva molto vicina:‭ ‬con la perdita di importanti basi militari,‭ ‬le continue defezioni tra gli alti gradi dell’esercito e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran il destino del regime pareva segnato.‭ ‬Da allora,‭ ‬le sorti del conflitto si sono letteralmente capovolte,‭ ‬sulla scia di una serie di eventi che ne allontanano la fine e che hanno indebolito notevolmente il fronte dei ribelli:‭ ‬il maggiore‭ ‬coinvolgimento di Hezbollah,‭ ‬la riconquista di Qusayr‭ ‬da parte del regime,‭ ‬il gemellaggio di Jabat al Nusra con al Qaeda in Iraq.‭ ‬ Inoltre,‭ ‬il presidente conserva la fedeltà delle Forze armate e lfappoggio di alcune fasce della popolazione che considerano il mantenimento dellfattuale potere il male minore rispetto a un futuro incerto,‭ ‬potenzialmente condizionato dalla presenza dell’islamismo radicale.‭ ‬E con l’opposizione‭ – ‬sia quella armata sul campo,‭ ‬che quella diplomatica all’estero‭ – ‬sempre più divisa,‭ ‬l’ipotesi che alla fine il presidente rimanga in sella è tutt’altro che peregrina.
La soluzione al conflitto proposta dalla Russia porta proprio su questa strada.‭ ‬Assad‭ ‬-‭ ‬col sostegno di Mosca‭ ‬-‭ ‬punta a rimanere al suo posto fino al‭ ‬2014,‭ ‬quando saranno in programma le elezioni‭ “‬democratiche‭” ‬in ossequio al piano di riforme da lui stesso proposto lo stesso anno.‭ ‬E con una parte della popolazione radunata intorno alla sua figura,‭ ‬mentre milioni di altri cittadini saranno impossibilitati a votare in quanto sfollati sia all’interno del Paese che nei campi profughi allestiti in Turchia,‭ ‬Giordania e Iraq,‭ ‬non è difficile immaginare quale sarà l’esito delle urne.‭ ‬Con Assad confermato‭ – “‬democraticamente‭” ‬-‭ ‬alla guida del Paese,‭ ‬per la comunità internazionale sarà molto più difficile continuare ad invocarne l’allontanamento.
Dopo due anni di combattimenti sempre più aspri,‭ ‬100mila vittime,‭ ‬una catastrofe umanitaria e del rischio di uno spill over nella regione,‭ ‬l’esito del conflitto potrebbe risolversi nella permanenza di Assad.‭ ‬Un’eventualità che l’America punta a scongiurare in tutti i modi,‭ ‬compreso il ricorso allo spettro delle armi chimiche.‭ ‬Fallita l’occasione offerta dal G8,‭ ‬e con il regime di Damasco in grado di controllare ancora buona parte del territorio‭ (‬la presa di Quasyr ne è la prova‭)‬,‭ ‬l’unico modo di convincere‭ ‬Mosca a riprendere un negoziato è riguadagnare terreno militarmente.‭ ‬Da qui la decisione,‭ ‬sempre sulla base delle prove raccolte sull’uso di agenti chimici da parte del regime,‭ ‬di‭ ‬inviare armi ai ribelliinviare armi ai ribelli‭ ‬per riequilibrare una situazione al momento sbilanciata dalla parte di Assad.

7.‭ ‬Proprio ai ribelli vale la pena dedicare una chiosa finale.‭ ‬Se alla fine del‭ ‬2012‭ ‬le forze lealiste avevano iniziato a spostare gli stock di agenti chimici all’interno del Paese‭ – ‬provocando la reazione verbale di Obama‭ – ‬non è stato perché avessero intenzione di usarle,‭ ‬bensì per trasferirle in luoghi in più sicuri in vista dell’approssimarsi della minaccia dei ribelli.‭ ‬In quei giorni,‭ ‬le formazioni anti-Assad rivendicavano la conquista di diverse postazioni militari siriane,‭ ‬dove erano custoditi enormi quantitativi di armi e munizioni.‭ ‬Il vero dilemma è cosa accadrebbe se le armi possano finire in mano di ribelli,‭ ‬in particolare quelle di Al-Nusra e delle altre formazioni jihadiste,‭ ‬probabilmente meno propense ad evitarne l’uso rispetto alle divisioni del regime.‭ ‬È probabile che almeno qualche lotto di gas letali lo abbiano già acquisito:‭ ‬le affermazioni di Carla Del Ponte dello scorso maggio‭ – ‬e la foga con cui sia l’America che l’ONU si sono affrettate a smentirle‭ ‬-‭ ‬sono molto indicative in tal senso.‭
Cosa ne sarà dell’arsenale chimico nel caso in cui i ribelli riuscissero a spodestare Assad non è ancora ben chiaro.‭ ‬Sul punto,‭ ‬la narrazione delle opposizioni siriane‭ – ‬sia armate che diplomatiche‭ –
non ha mai espresso una posizione.‭ ‬Per tale ragione,‭ ‬pare esista un accordo sottobanco col governo siriano‭ (‬e con i russi‭) ‬per mantenere gli stock di armi chimiche in sicurezza.‭ ‬Ma un analogo accordo non c’è con i ribelli.‭ ‬I quali,‭ ‬una volta entrati in possesso di tali armi,‭ ‬potrebbero farne uno strumento di pressione nei confronti dell’Occidente in vista di una trattativa sulla Siria che verrà.‭ ‬Inoltre,‭ ‬in questa ipotesi la presenza di formazioni jihadiste armate di gas Sarin a due passi di Israele costringerebbe l’America ad intervenire‭ – ‬stavolta militarmente‭? ‬-‭ ‬per proteggere il suo alleato,‭ ‬alfa e omega della politica estera mediorientale di Washington.‭
Lasciando da parte tali infausti scenari,‭ ‬la conseguenza è che nella guerra civile siriana le armi chimiche conteranno dopo,‭ ‬quando il conflitto sarà finito,‭ ‬piuttosto che nell’attuale fase di perdurante ostilità.‭ ‬Al momento il loro ruolo investe più la sfera delle percezioni che quella degli eventi,‭ ‬nel tentativo delle parti‭ – ‬ciascuna secondo i propri fini‭ – ‬di smuovere l’impasse a suon di colpi mediatici.‭ ‬Con la conclusione che l’unico campo di battaglia sul quale le armi chimiche sono state certamente usate è quello della propaganda.

* Articolo comparso in forma ridotta su The Fielder

Frammenti di Iraq nel caos siriano

Il fermo (e non “sequestro”) dei 4 reporter italiani in Siria ha costretto i media a gettare la luce sulla formazione militare islamista ritenuta responsabile del gesto: Jabhat al-Nursa (Fronte di Supporto).
Si tratta di  una sigla di miliziani fondamentalisti d’ispirazione qaidista, iscritta nella lista USA dei gruppi terroristi, salita alla ribalta agli inizi dello scorso anno come sedicente responsabile di una serie di attentati contro il regime di Bashar al-Assad. Secondo il Washington Post sarebbe il quarto gruppo armato attivo in Siria per dimensioni (benché i numeri sull’effettiva consistenza delle bande ribelli citati nell’articolo siano esagerati). In gennaio girava voce che avesse instaurato un emirato islamico nella Siria orientale, come ribadito oggi da Pepe Escobar sull’Asia Times.

Il fattore Iraq

Un’analisi di Ennio Remondino su Globalist traccia una sintesi della Siria in cui i 4 italiani erano stati fermati. Tra le altre cose, l’articolo spiega come il progressivo aggravarsi del conflitto in Siria stia favorendo l’infiltrazione e l’ascesa di movimenti jihadisti, provenienti soprattutto dall’Iraq (alcune foto). Un anno fa scrivevo:

oggi gli insorti iracheni utilizzano le stesse reti di comunicazione e trasporto percorse – in senso inverso – negli anni dal 2003 al 2008. Ne consegue che la crescente violenza in Siria è in parte frutto di un disegno tracciato dall’interno del vicino Iraq. Tutti a Baghdad sono interessati al corso degli eventi a Damasco: il primo ministro al-Maliki, al-Qa’ida, i trafficanti di armi, i sadristi. Ciascuno di loro ha qualcosa da guadagnare o proteggere. E finché l’instabilità permane, sempre più iracheni saranno incoraggiati a gettarsi nella mischia. Alimentando una spirale di violenza sempre più fuori controllo.

Comunemente si pensa che la politica dell’Iraq verso la Siria sia eterodiretta dall’Iran, ma questa semplicistica interpretazione trascura un fatto. In realtà, il tiepido sostegno del premier al-Maliki al regime di Assad è dettato dalla preoccupazione che la maggioranza sunnita possa sconfiggere il presidente e prendere il controllo della Siria che verrà. Così ufficialmente Baghdad si mantiene neutrale verso Damasco, ma allo stesso tempo i continua ad invocare una soluzione diplomatica al conflitto. Limes, in una lunga analisi sulle relazioni tra Iraq e Siria alla luce della guerra civile a Damasco, spiega:

Una minaccia ancor più incontrollabile è quella di un fronte jihadista siriano,interessato a elaborare forme di cooperazione più compiute con i colleghi iracheni. Questo perché Damasco non è in grado di contenere il conflitto all’interno dei propri confini, né ciò rientra nei suoi interessi legati alla trasformazione della rivolta popolare in un conflitto etnico (arabo-curdo) e confessionale (sunnita-sciita) su scala regionale. I legami tra sfera jihadista irachena e siriana sono ormai evidenti, specialmente per quanto riguarda una delle formazioni più note dell’attuale escalation militare: il Fronte di supporto (Gabhat al-Nusra). Alcuni funzionari americani avevano attribuito i primi tre grandi attentati suicidi a cavallo tra il 2011 e il 2012 (23 dicembre e 6 gennaio a Damasco, 10 febbraio ad Aleppo) allo Stato islamico dell’Iraq (dawlat al-’iraq al-islamiyya), la filiale irachena di al-Qa‘ida, per poi assistere alla rivendicazione degli ultimi due attacchi da parte del Fronte (19). Il gruppo jihadista segue inoltre un modus operandi tipico delle formazioni qaidiste irachene (20).

Non è da escludere che il regime siriano, pur avendo perso il controllo di molti di questi gruppi, mantenga i legami intessuti con i militanti durante gli anni dell’occupazione americana (21). Bagdad si trova pertanto nel mirino sia del regime siriano, sia dei jihadisti siro-iracheni. Del resto, la fase in cui è entrato l’Iraq presenta alcune somiglianze con la situazione siriana: il fattore confessionale affermatosi come reazione a politiche percepite come discriminatorie all’interno di un movimento originariamente laico; la marginalizzazione economica delle aree teatro delle manifestazioni; la rottura dei legami tribali tra Stato e capi clan, a favore di attori regionali interessati a fomentare la destabilizzazione.

È in questo contesto che possono inserirsi i jihadisti di ritorno dalla Siria e che possono nascere nuove alleanze con baatisti, qaidisti, ex militanti delle sahwa e capi tribali. Il successo di tali alleanze dipende molto da quanto Turchia e paesi del Golfo riusciranno a sfruttare lo sfaldamento dei legami tra Baghdad, Damasco e i clan arabi. Non è un caso che Nawaf Basir e Nawaf al-Faris siano fuggiti proprio ad Ankara dopo aver abbandonato la Siria. Su queste premesse, acquisiscono un primo significato la formazione di un nebuloso esercito iracheno libero in settembre a Ninive (31), le speculazioni circa un suo addestramento turco (32) e il coinvolgimento di esponenti del clan Dulaym (33).

Pur mancando i presupposti per una fitta serie di diserzioni sul modello siriano, il rischio dell’emersione di nuove fasce transnazionali di resistenza armata è più che concreto, anche perché al-Maliki non ha condotto alcuna riforma in linea con le rivendicazioni dell’elettorato sunnita (34). L’esperimento fallimentare della democrazia irachena, avviata dall’occupazione americana, rischia quindi di essere travolto dalle mire espansionistiche dell’asse turco-arabo sunnita e dalle conseguenze dirette del collasso delle istituzioni siriane. L’Iraq va dunque visto come un monito per la Siria, in virtù della sua esperienza fallimentare di riconciliazione nazionale e della deriva confessionale della resistenza jihadista.

Alleanze qaidiste

Al-Qa’ida in Iraq entra ufficialmente nel conflitto siriano l’11 marzo, quando rivendica la paternità di un attentato in cui perdono la vita 48 soldati siriani e nove guardie irachene.
Praticamente un mese dopo, l’8 aprile, Abu Bakr al-Baghdadi, capo del gruppo qaidista, annuncia che la fusione tra la sua organizzazione e Jabhat al-Nusra in Siria. Nel contempo, afferma che lo Stato Islamico in Iraq è stato coinvolto nella guerra civile siriana fin dall’inizio, di fatto confermando l’idea da sempre sostenuta dal regime siriano di una rivolta condotta dai jihadisti.
Ma a smentire la notizia della fusione è proprio il capo di al-Nusra, che in un messaggio audio promette fedeltà ad Ayman al-Zawahri, prendendo però le distanze da al-Qa’ida in Iraq. Non solo. L’annuncio di al-Baghdadi solleva anche la reazione del Free Syrian Army, il quale ribadisce la propria distanza ideologica da al-Nusra.
Come si spiegano tutte queste prese di posizione? Secondo Lorenzo Declich:

Alcuni analisti, visto “l’omaggio”, affermano che “l’ordine” di fondere le due organizzazioni sia arrivato direttamente da Ayman al-Zawahiri.
Se così fosse la Jabhat al-nusra avrebbe disatteso un ordine.
Più probabilmente l’intera vicenda è, lasciando da parte al-Zawahiri, il risultato di un antagonismo fra le sigle irachena e siriana.
Non bisogna dimenticare che lo Stato Islamico Iracheno, cioè al-Qaida irachena, non ha più molto seguito in Iraq, essendosi votato sostanzialmente al caos per aver perseguito negli anni una strategia dinamitarda cieca (molte vittime innocenti). La Jabhat al-nusra, invece, ha in pochi mesi raccolto attorno a sé molti consensi e molti combattenti, impegnandosì certamente in attacchi terroristici-dinamitardi, ma anche in vere e proprie battaglie, nelle quali ha potuto mostrare il coraggio dei propri affiliati.
Questa “mossa” del capo di al-Qaida in Iraq può essere dunque letta come un estremo tentativo di “mettere il cappello” sulla Jabhat al-nusra.
Un tentativo che, fra l’altro, si è rivelato un boomerang mediatico, andando controcorrente rispetto a quella che era stata individuata dagli osservatori come una “strategia di dissimulazione” della Jabhat al-nusra, tesa a farsi ben volere dalla popolazione.
Una strategia che stava funzionando e che ora non funzionerà più, o funzionerà molto meno.
Da diverse aree della Siria “liberata”, luoghi dove le nuove entità politiche stanno costruendo il “dopo Asad”, giungono fra l’altro notizie di tensioni fra militanti della Jabhat al-nusra e di altre formazioni.
Tensioni che fanno preconizzare un lungo e turbolento “post-Asad”.
Al tutto si aggiungono le dichiarazioni sdegnate dei Comitati di Coordinamento Locali i quali, nonostante le violenze e le armi, rimangono l’unico vero organismo politico della rivolta siriana:
“I Comitati di Coordinamento Locali” si afferma in un comunicato “rifiutano completamente le affermazioni di [...] Zawahiri riguardanti la fondazione di uno Stato islamico in Siria [...]. I CCL condannano le interferenze di Zawahiri negli affari interni alla Siria [...] Solo i siriani decideranno il futuro del loro paese. I CCL ribadiscono, di nuovo, che la rivoluzione siriana ha come obbiettivi la libertà, la giustizia e uno Stato civile, pluralista e democratico”.

Assad dopo Assad?

I risvolti politici delle giravolte di cui sopra sono evidenti. A parole, l’obiettivo comune dell’opposizione siriana – nelle sue varie diramazioni – è la caduta di Assad, ma la frammentazione esistente al suo interno e le infiltrazioni jihadiste vanno tutte a vantaggio del presidente siriano. Il quale  sembrava spacciato fino a pochi mesi fa e invece ora, complice l’inerzia della comunità internazionale, potrebbe rimanere in carica fino alle presidenziali del 2014. E magari anche vincerle.

Con l’opposizione divisa, ora Assad rischia di vincere

Due mesi fa la fine di Assad pareva vicina: con la perdita di importanti basi militari, le continue defezioni tra gli alti gradi e le voci di un prossimo abbandono da parte dell’Iran, la contesa sembrava ormai volgere a favore dei ribelli.

Invece, dopo 60.000 morti il dittatore è ancora al suo posto. E ora potrebbe addirittura vincere.

A sorpresa, Moaz al-Khatib, leader  del Syrian National Coalition. propone ora una exit strategy dalla guerra civile. Fra le condizioni il leader della Snc ha posto la liberazione di 160.000 detenuti ribelli nelle carceri di Stato e il rinnovo dei passaporti per gli esuli siriani.
Khatib ha già indicato un possibile interlocutore: Farouq al- Sharaa, vice-presidente siriano, considerato “come l’unico membro del regime a non avere le mani grondanti di sangue”. Insieme ad altri funzionari, questi si sarebbe opposto più di una volta alla linea sanguinaria di Assad.

Per adesso il regime di Damasco non risponde. O meglio, replica come meglio sa fare: continuando la sua propaganda. Fahed al- Freij, ministro della Difesa, ha annunciato che l’esercito non ha paura nè degli attacchi di Israele nè delle minacce internazionali. E la stampa vicina al presidente giudica l’offerta di dialogo come una mossa tardiva, una manovra meramente politica che arriva con due anni di ritardo.
Russia e Iran, grandi sostenitori di Assad, giudicano “incoraggiante” l’offerta di Khatib.

Siamo vicini ad una svolta? Probabilmente no. Innanzitutto perché le affermazioni del leader dell’opposizione sono a titolo personale. In caso di una risposta del regime sarà necessario il sostegno di tutto il SNC, al momento caratterizzato da profonde divisioni. E il regime potrebbe sfruttare i segnali di debolezza che giungono dall’altra parte per garantirsi un margine contrattuale più ampio.
Linkiesta sintetizza così le polemiche sollevate dalla proposta di Khatib:

Si tratta di una iniziativa che sin dall’inizio non ha trovato d’accordo tutti i membri della Coalizione. Ieri infatti l’ufficio legislativo del gruppo e il direttivo del Consiglio nazionale siriano (Cns) l’hanno definita «frutto di una posizione del tutto personale di Khatib, in contrasto con lo statuto della Coalizione, che invece vieta qualsiasi dialogo con il regime di Damasco».

Si è detto invece favorevole a questa idea solo uno degli esponenti del Cns, Samir Satuf, intervistato ad Algeri dall’emittente Al Maiadin. Satuf ha spiegato di «essere favorevole, anche se ritengo che sia difficilmente realizzabile. Le condizioni poste da Khatib sono relativamente importanti, perché in realtà avremmo bisogno di un cessate il fuoco immediato». Secondo Satuf, oltretutto, il regime potrebbe avere difficoltà a liberare 160 mila detenuti, molti dei quali, ricorda l’esponente del Cns, sarebbero «morti nel corso dei mesi».

Più netta invece è stata la reazione di Haytham al Maleh, dirigente del Consiglio nazionale siriano, che all’emittente satellitare Al Arabiya ha spiegato: «l’idea di aprire al dialogo con il regime è unicamente di Khatib il quale non ci ha consultati prima di annunciare la sua proposta». Più morbida invece è la reazione di Abdel Ahad Stif, del direttivo della Coalizione nazionale siriana, il quale sostiene che «pur non essendo questa idea corrispondente ai principi della nostra coalizione, può essere certamente discussa. Bisogna evitare di fare il gioco di chi vuole dividere l’opposizione siriana usando questo pretesto».

Per difendersi dalle critiche Khatib ha spiegato che la sua iniziativa aveva come obiettivo quello di «ridurre le sofferenze del popolo in Siria». Intervistato dall’emittente araba Al Jazeera, in collegamento telefonico dal Cairo, l’imam di Damasco si è difeso dalle accuse di aver tradito i principi dell’opposizione con l’apertura al dialogo con Assad, spiegando che «non ci sono conflitti interni alla Coalizione e in particolare con i membri del Cns. Noi vogliamo solo cercare una via di uscita per aiutare il nostro popolo».

Secondo gli analisti arabi questa «fuga in avanti» di Khatib dimostra le difficoltà in cui versano i ribelli siriani.

Il leader dell’opposizione siriana sa bene che gli unici a conquistare qualche villaggio in questi mesi sono stati i miliziani che fanno capo ad al Qaeda, con i quali non potrà mai governare la futura Siria e che fanno sempre più paura all’occidente. Nella migliore delle ipotesi quindi, nel caso cioè di una caduta del regime di Assad in Siria, «scoppierà certamente un duro scontro tra i gruppi jihadisti e quelli laici dell’opposizione». Ne è convinto anche il leader dei salafiti giordani, Mohammed Shalabi, impegnato da mesi a reclutare e inviare giovani jihadisti in Siria a combattere contro le truppe di Damasco per conto del Fronte di Salvezza, gruppo legato ad al Qaeda.

A indebolire la posizione dei ribelli, rafforzando quella di Assad, è stato anche il raid aereo israeliano di due giorni fa in Siria, che ha provocato due morti e cinque feriti.

Su questo punto, va detto che a una settimana dal bombardamento compiuto in Siria, i caccia dell’aviazione israeliana continuano a violare lo spazio aereo libanese ma nessuno sembra trovarlo illegale.
Intanto, la guerra continua a devastare tutte le regioni della Siria. Quelle orientali sono in mano ad al-Qa’ida, dove il fronte al-Nusra pare aver creato un emirato islamico. In mezzo ci sono i profughi (4 milioni), di cui la comunità internazionale sembra non interessarsi.

Anche la Giordania in bilico

Nel caos della “Primavera araba” ci si dimentica spesso della Giordania, erroneamente considerata un’isola felice come il Marocco. Invece anche la monarchia hascemita deve fare i conti con dei problemi seri e improcrastinabili.
Un anno fa, re Abdullah fu il primo leader arabo a chiedere ad Assad di lasciare il potere. Ma oggi, anche il suo trono pare essere tutt’altro che saldo.

Se ci pensiamo, della Giordania non si sa nulla. Perché nessuno ne scrive, nessuno ne parla. In Italia lo fa solo Alice Marziali su Limes (questa la sua ultima analisi, da legge per intero).
Per mesi ad Amman si è ripetuto che il re è forte, il governo è saldo e mantiene tutto sotto controllo, quindi si può stare davvero tranquilli. Più o meno la stessa cosa che si diceva in Tunisia, Egitto, Libia e Siria, prima che storia prendesse un altro corso.
Dalla sua salita al trono il re non fa altro che giocare la carta della credibilità internazionale, presentandosi come l’alfiere della pace nel Medio Oriente (proprio come suo padre Hussein). Ed è la ragione per cui il re continua a raccogliere consensi all’estero, mentre la situazione interna si fa sempre più precaria. In patria, infatti, re Abdullah ha rimosso ben tre primi ministri dall’inizio dell’anno, ha sciolto il parlamento, ha una legge che consente allo Stato di oscurare i siti internet “che rappresentino una minaccia” – e non è nemmeno il primo bavaglio che Amman mette al web.
Sulla libertà d’espressione in Giordania si veda questa intervista allo scrittore Fadi Zaghmout.

Inoltre, Amman sta pagando un prezzo altissimo alla crisi siriana: secondo l’UNHCR, profughi riparati in Giordania hanno già superato le centomila unità - parliamo di quelli registrati, dunque “ufficiali”; quelli effettivi sarebbero almeno 40.000 in più. La massa di rifugiati rischia di turbare i fragili equilibri di uno Stato che ha già dovuto assorbire ben tre ondate di palestinesi in fuga dalla guerra (nel 1948, nel 1967 e nel 1973).

Poi c’è la crisi economica. Il deficit di bilancio dovrebbe raggiungere i 3.5 miliardi di dollari, mentre quello commerciale ha toccato quota 9,569 miliardi dollari nei primi nove mesi di quest’anno, in crescita del 19,5% rispetto all’anno scorso. In poche parole, la Giordania esporta meno della metà di quello che importa. Situazione insostenibile nel lungo periodo. La corruzione e la disoccupazione, poi, aumentano indisturbate. Fino ad ora, gli unici aiuti concreti per aiutare Amman a rialzarsi sono stati i 487 milioni dollari depositati nella Banca centrale giordana dall’Arabia Saudita e i 250 milioni dal Kuwait. Ma il governo non sembra avere alcun piano per imprimere una svolta.
Il re ha dovuto rivolgersi al FMI per l’impennata del debito pubblico, provocato dalle continue chiusure del gasdotto (colpito da 14 attentati dal febbraio 2011) che trasferisce il gas egiziano attraverso il Sinai. I prezzi dei generi alimentari sono cresciuti. Ma allo stesso tempo non ha pensato di contenere la spesa statale, ad esempio riducendo gli investimenti militari. La Giordania è infatti uno dei Paesi più militarizzati al mondo.

La sera del 14 novembre, il neopremier Abdallah Ensour, nominato dal re da meno di un mese, ha dato il colpo di grazia al malcontento nazionale annunciando della liberalizzazione del mercato energetico e della fine dei sussidi statali. In meno di un’ora, la piazza antistante il ministero degli Interni si è riempita di manifestanti che chiedevano il ritiro del provvedimento. E la caduta del regime. Le proteste hanno violentemente scosso il paese per giorni.
L’unica risposta immediata del regime è la repressione. 45 membri della Fratellanza Musulmana sono stati arrestati a fine mese in seguito alle proteste per il caro carburante.

In ottobre, parlando ad una platea di 3.00 selezionatissimi personaggi della scena pubblica, re Abdullah aveva ribadito di volere che la Giordania cambi per il meglio. Ora il re avrebbe tutte le carte in regola per seguire il sentiero tracciato da Mohammed VI in Marocco, ma sembra non averne il coraggio. Anzi, il usseguirsi di provvedimenti repressivi ha di fatto dimostrato la sua concreta indisponibilità ad attuare dei cambiamenti sostanziali. E allora a decidere potrebbero essere i giordani.

Come già fecero tunisini ed egiziani, al di là degli inconvenienti che qualunque vicenda di regime change comporta.

L’America invia 10.000 soldati verso la Siria. Ma sarà vero?

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Perché la fine di Assad appare sempre più vicina

Nelle ultime settimane il regime siriano ha perso un gran numero di basi ed aeroporti militari con la distruzione al suolo di vari aerei jet ed elicotteri. Così Assad sta progressivamente perdendo la sua forza maggiore: il controllo dei cieli.
Sarà forse per questo che, come rivelato dal New York Times, l’esercito sta compiendo manovre sospette con l’arsenale chimico? Il quotidiano, citando una fonte anonima dell’amministrazione USA, ha persino paventato l’idea che tali armi siano messe in posizione in questi giorni, per quanto non vi sia certezza che Assad abbia ordinato di schierarle né che intenda usarle. Nel dubbio, Hilary Clinton e Barack Obama hanno già lanciato il loro monito: l’uso (o anche solo lo svolgimento di movimenti preparatori) delle armi chimiche “sarebbe totalmente inaccettabile“.
Fatto sta che le armi chimiche siriane (qui un approfondimento di Massimiliano Ferraro), oltre alla popolazione della Siria, spaventano sul serio anche l’America.

Ora, probabilmente nessuno a Damasco pensa che l’uso di armi chimiche come mezzo estremo di sopravvivenza politica possa rivelarsi una strategia vincente. Il regime di Assad finora non ha mai usato le armi chimiche e ribadito in più occasioni che non le userà contro il suo popolo, e benché il presidente non si sia mai curato dei drammatici risvolti umanitari della crisi, stavolta possiamo credergli. Dopo tutto, usare le armi per colpire o più semplicemente mostrare i muscoli contro il nemico non sono certo gli unici motivi validi per tirarle fuori dalla naftalina: riposizionarle in luoghi più sicuri consentirà all’esercito di tenerle al riparo dai ribelli, ormai sempre più vicini alla capitale Damasco.  L’esperienza libica – dove le armi trafugate dagli arsenali gheddafiani, lasciati incustoditi, hanno foraggiato sia la rivolta nel Nord del Mali che le bande beduine del Sinai – dovrebbe suggerirci che tale mossa non è certamente un male. Soprattutto se davvero al-Qa’ida è attiva nelle fila dei ribelli.

Allora perché tanta enfasi da parte dell’amministrazione USA nel denunciare la faccenda? Potrebbe essere un’azione diversiva nel quadro di un’operazione più complessa, volta a rimuovere Assad passo dopo passo, attraverso una lenta ma efficace strategia di soffocamento.
Secondo Ennio Remondino su Globalist:

Una trama complessa. Non sappiamo esattamente chi abbia elaborato la strategia complessiva e i dettagli delle diverse operazioni, ma ne conosciamo alcuni passaggi. Basta guardarsi attorno. Come far implodere il regime di Assad senza farsi coinvolgere in un conflitto aperto e senza cavalcare opposizioni interne più pericolose dello stesso vecchio despota? Lettura atlantica e Statunitense, a quanto ci dicono le nostre fonti. Con la responsabilità di un bel po’ di vittime tra la popolazione di quello sfortunato paese. Ma quando mai le vittime civili entrano nelle contabilità delle guerre?
Operazione Doha. Su pressione di Stati Uniti e Qatar e con la partecipazione attiva di Francia, Germania, Italia, Turchia e Gran Bretagna, dal 4 all’11 novembre sono stati riuniti a Doha oltre 400 delegati della dissidenza siriana. Fritto politicamente e militarmente misto, da maneggiare con le molle, ma indispensabile per formare un soggetto politico siriano credibile e formalmente unitario. Un Parlamento alternativo a quello di Damasco e un Governo transitorio copiato dal “modello libico”. Compito, gestire le “aree liberate”, le attività dell’«Esercito Libero Siriano», soldi e armi.
Democrazia a lotti. Gli equilibri interni sono fondamentali per garantire chi paga. Come Presidente del “Consiglio Nazionale Siriano” (Cns) viene eletto George Sabra (in sostituzione di Abdel Baset Sieda) affiancato da un vice, l’esponente dei Fratelli Musulmani Faruk Tayfur, e 40 membri anche essi di nuova nomina. L’inaspettata scelta di Sabra, cristiano ed ex comunista, è una mossa abile. Sottrarre al Presidente Bashar Assad l’egemonia sulla comunità cristiana, preoccupata dall’ascesa in tutta la regione dei Fratelli Musulmani. Qualche resistenza Usa su quel passato comunista, ma si sa.
L’ombrello plurale. La “Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione” (Ncof) è l’ombrello sotto il quale hanno deciso di ripararsi tutti i rappresentanti delle diverse formazioni. Con l’accordo firmato anche dal Cns (cui andranno 22 dei 60 seggi della Coalizione), di non accettare alcun dialogo e negoziato con il regime damasceno. Nasce un “Consiglio Militare” e una “Commissione Giuridica Nazionale” e, il 19 novembre in Marocco, il gruppo “Gli amici della Siria” per ottenerne i riconoscimento di “legittimo rappresentante del popolo siriano” e i supporti economici e militari.
La Nato chioccia. Presidente è Sheikh Ahmed Moaz al Khatib, siriano, contiguo ai Fratelli Musulmani, all’estero da 3 anni. Due vice: Riad Seif, esponente di spicco dell’opposizione siriana, critico del Cns che valuta scarsamente incisivo, ma favorito dagli USA; Suhair al Atassi, unica donna fra gli eletti. La nuova coalizione è stata subito riconosciuta dal “Consiglio di Cooperazione del Golfo” (Ccg) di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Il segretario generale della Nato Rasmussen, ha applaudito: “Oltre la situazione di stallo della crisi”.
Enfasi umanitaria. Movimento a tenaglia. Contestualmente all’elezione del nuovo Presidente del Cns, il Capo dell’ “Ufficio di Coordinamento degli Affari Umanitari” (Ocha) dell’Onu a Ginevra , John Ging, ha denunciato l’aggravamento dell’emergenza umanitaria in Siria. Una crisi che il prossimo anno investirà oltre 4 milioni di persone. Mentre in centinaia di migliaia continueranno a fuggire dalla Siria in guerra verso i Paesi confinanti. Nel giorno stesso della denuncia Onu sono stati registrati oltre 11 mila profughi siriani che avevano attraversato il confine con la Turchia.
Mezzaluna sciita. Il quotidiano libanese “Daily Star” lancia un’intervista ad esponenti del neo-nato “Esercito Libero dell’Iraq” (Eli), che si ispira all’Els e intende combattere i regimi sciiti sostenuti dall’Iran. La milizia raggrupperebbe anche militanti di Al Qaeda presenti nelle zone sunnite di Anbar, Qaim e Mosul ed elementi di “Sahwa”, formazione di sunniti che, vicende locali li fanno nemici giurati del premier iracheno Nuri al Maliki, contro il quale combattono affinché insieme alla Siria cada anche l’Iraq e si indebolisca l’Iran che li sostiene. Clienti difficili da gestire e intenti dubbi.
Poi la questine curda. Durante il vertice di Doha vi è stata una intensificazione delle attività curde nel nord-est delle Siria dove militanti del “Partito dell’Unione Democratica” (Pyd), vicini al “Partito dei Lavoratori Curdi” (Pkk), hanno assunto il controllo di al Dirbasiyyah, Tel Nemer, Amuda e Malikieh, abbandonate dai lealisti. I curdi, ritenuti dall’Els vicini al regime damasceno e ostili alla Turchia, mantengono in realtà le distanze dall’uno e dagli altri nel tentativo di ritagliarsi con la forza delle armi anche in Siria quell’autonomia conquistata nel nord dell’Iraq dove esiste uno Stato curdo.
La somma dei fatti. Tali eventi, casuali o no, forniscono dati incontrovertibili. 1) Crescente destabilizzazione del Paese, non più in grado di provvedere alla sicurezza dei suoi cittadini e, in particolare, di quanti ne siano (o ne siano stati) sostenitori (alawiti e cristiani), costretti a fuggire e bersagliati dagli insorgenti, con conseguente delegittimazione davanti alla Comunità Internazionale. 2) Incapacità del controllo territoriale anche nelle città più importanti, Damasco e Aleppo, oggetto di continui attentati. 3) Aperta minaccia da parte di Israele e indebolimento della “mezzaluna sciita”.
Risultati prossimi. Dopo avere di fatto azzerato il tentativo dell’inviato speciale di Onu e Lega Araba, Lakhdar Brahim, resta ben poco spazio alla speranza del Presidente Assad di reggere sino alla Presidenziali del 2013. Il nuovo organismo dell’opposizione, pur diviso come è al suo interno tra salafiti, jihadisti nazionalisti, qaedisti internazionali e mercenari, non avrà l’intervento Nato ma otterrà la legittimazione della maggioranza Comunità Internazionale. E con essa il supporto per sconfiggere l’esercito siriano minato dalle diserzioni anche ad alto livello che continuano a crescere.

Il destino del regime di Damasco parrebbe segnato. Non soltanto per le defezioni di alto livello (ultima in ordine di tempo, quella di Jihad Makdissi, portavoce del ministero degli esteri), quanto perché potrebbe venir meno il supporto del suo più stretto alleato: l’Iran. Si sa da tempo che giornalmente la Siria riceve armi da Teheran via Iraq (forniture che proseguono ancora oggi), ma per quanto ancora la Repubblica Islamica continuerà a sostenere Assad prima di abbandonarlo a sé stesso?
L’analista Amir Taheri se lo chiedeva già un anno fa. Secondo la sua visione, l’Iran non voleva lasciare che fosse la Turchia ad avvantaggiarsi dalla possibile caduta di Assad, così Alì Khamenei aveva già iniziato a programmare il dopo. Proprio in quei giorni l’agenzia di stampa governativa iraniana, l’IRNA, dichiarava che Assad doveva “rispondere alle richieste della piazza”, dopo che per settimane non aveva speso una parola in merito. Nel frattempo il flusso di pellegrini iraniani al santuario di Sayyida Zaynab, a Damasco, si era arrestato. Segnali che lasciavano intuire un possibile cambio di campo di Teheran.
Ciò non è avvenuto, ma è di questi giorni la notizia che, secondo un rapporto riservato, l’appoggio dell’Iran ad Assad è in dirittura d’arrivo. Il deterioramento della situazione economica della repubblica islamica e limprobabile sopravvivenza del regime nel lungo termine suggeriscono di gettare la spugna. Ma non prima del giugno 2013, quando si terranno le elezioni presidenziali, alle quali Ahmadi-Nejad non potrà ricandidarsi.
Attenzione: l’Iran sta lasciando Assad, non la Siria. Il Paese levantino è troppo importante per la proiezione geopolitica di Teheran perché quest’ultima possa abdicarvi. Non c’è allora da stupirsi che lo scorso 19 novembre Iran e Siria, insieme all’Iraq, abbiano annunciato la costruzione di un gasdotto che dal giacimento di South Pars (in condominio col Qatar) porterà 110 milioni di mc3 al giorno di gas naturale verso Baghdad e Damasco, e da lì (forse) anche verso l’Europa. Il progetto legherà indissolubilmente i due Paesi all’Iran. A prescindere, dunque, da chi sarà al potere in Siria.
E Assad cosa farà? Secondo alcune voci, pare stia cercando asilo politico in America Latina.

Il Libano non è ancora sull’orlo dell’abisso siriano

L’idea che la guerra  in Siria possa far sprofondare anche il Libano comincia a diffondersi sulla stampa. Ache le cancellerie di mezzo mondo condividono la stessa preoccupazione. Il timore è che la destabilizzazione del Paese dei cedri possa essere il passo decisivo verso l’internazionalizzazione della crisi siriana:

Lo scorso 13 luglio, il vice-segretario di Stato Usa William Burns, al termine di una serie di incontri con le maggiori autorità del Paese, aveva rilasciato una dichiarazione ufficiale nella quale si ribadiva “l’interesse degli Stati Uniti d’America a mantenere il Libano isolato dalla violenza in Siria”, pur invitando il Paese dei cedri a proteggere gli oppositori del regime siriano, oltreché i profughi e i disertori.

Il 31 luglio poi, il gen. Jean Kahwaji, comandante in capo delle forze armate libanesi, in occasione del 67° anniversario della loro fondazione, aveva affermato che “qualunque sia la situazione in Siria, le forze armate libanesi sono sempre pronte ad assolvere il proprio compito e ad assumersi le proprie responsabilità nazionali in conformità con le decisioni prese dal potere politico, allo scopo di limitare le ripercussioni della situazione siriana sul Libano, per proteggere le popolazioni delle aree di frontiera ed evitare l’estensione del conflitto all’interno del territorio libanese”.
A tale scopo, ha aggiunto il generale Kahwaji, “l’esercito impedirà che il Libano si trasformi in un campo di battaglia dove si affronterebbero le fazioni siriane o le potenze regionali”: le forze armate libanesi quindi, “non permetteranno che si crei una zona tampone senza controllo da parte dello Stato e agirà efficacemente secondo piani adattati alle condizioni sul terreno”.

In effetti la situazione sul campo a Tripoli non è rassicurante: ad oggi si contano dieci morti e oltre un centinaio di feriti. Anche la stampa libanese è allarmata. I tanti, ripetuti episodi di violenza tra le fazioni pro e contro Assad, uniti alla crisi economica e alla precaria situazione situazione politica interna, risvegliano antiche paure:

Un confronto anche questa volta dalle molteplici chiavi: da una parte i riflessi della vicina Siria sono sicuramente centrali, dall’altra le due comunità sono da anni anche divise sulla politica interna, la prima sostiene Hariri mentre la seconda è da sempre vicina agli Hezbollah. 
C’è poi anche chi afferma che la tensione a Tripoli sia creata ad arte per allentare il controllo dell’esercito dai confini con la Siria sulla direttrice verso Homs e Hama per lasciare campo libero all’Esercito Libero Siriano.

Torna così inevitabilmente alla mente quella teoria del “caos costruttivo”, somma di provocazioni e sedizioni finanziate e promosse da apparati di intelligence, centri studi e ong, che così bene ha funzionato in Ucraina, Serbia, e nelle cosiddette “primavere arabe”. Il Libano da anni ne è palestra. Basta ricordarsi l’uccisione di Rafik Hariri nel 2005 e delle manifestazioni antisiriane, i fatti di Nahar al bared, il campo profughi palestinese distrutto nel 2007 dall’esercito libanese per stanare l’organizzazione sunnita Fatah al islaam, vicina agli ambienti qaedisti e finanziata da quella Banca Mediterranee tanto vicina alla famiglia Hariri. Oppure a quello che accadde l’anno dopo a Beirut, nel 2007, dove gli scontri armati fra seguaci di Hariri e Gea Gea da una parte e Hezbollah dall’altra hanno rischiato di riportare indietro le lancette dell’orologio ai giorni della guerra civile.

Un esempio di questo “caos” indotto è offerto dall’ondata di sequestri di siriani in Libano in questi ultimi giorni, in risposta alla mancata liberazione dei libanesi rapiti in Siria dall’ESL. Momenti così i siriani non li vivevano dal 2005, quando, dopo l’assassinio dell’ex premier sunnita Rafiq Hariri, in tanti furono costretti a fuggire dal Libano perchè minacciati dalle fazioni che accusavano Damasco di essere la mente di quell’attentato. Le accuse rivolte dai giudici di Beirut al generale Ali Mamluk, alto responsabile della sicurezza siriana sospettato di aver organizzato organizzare attentati in Libano, sono un chiaro indice che che gli equilibri di potere tra i due vicini stanno cambiando.

Eppure non tutti pensano che i venti di guerra di Damasco incendieranno anche Beirut. In maggio Lorenzo Trombetta, corrispondente in Libano per l’Ansa e per varie testate, e fonte affidabile sulle vicende sirolibanesi, sosteneva che l’eventualità di una nuova guerra civile in Libano è da esludere. Pensiero ribadito in questo più recente articolo, dove esordisce:

Ci provano in tutti i modi da più di un anno ma finora non sono riusciti a far scoppiare in Libano nessuno scontro armato, su larga scala, a sfondo confessionale.

Finora no, dunque. Con l’augurio che non ci riescano nel prossimo futuro.

In Siria l’informazione e la diplomazia hanno già perso

La principale ragione per cui la guerra in Siria passerà alla storia è l’overdose di disinformazione con cui viene raccontata. Analisti di mezzo mondo dichiarano che la terza guerra mondiale potrebbe avere avvio proprio a Damasco, trascurando che l’unica guerra combattuta su larga scala è proprio quella dei media. Quelli occidentali, che da mesi anticipano la probabile caduta di Assad alla faccia delle reali dinamiche sul campo. Quelli arabi (al-Jazeera e al-Arabiya), che si abbeverano di fonti non verificabili (i “citizen journalists”) per denunciare le efferatezze del regime, stando attenti a chiudere entrambi gli occhi su quelle dei ribelli. Quelli russi (RT), cinesi (CCTV) e iraniani (Press Tv) che parlano di “guerra in nome dell’imperialismo americano” per alimentare l’ampio dissenso all’intervento armato in seno ai Paesi occidentali.
Il nuovo fronte di questa guerra di carta è il web. Questa analisi della Reuters parte dalle incursioni dei ribelli su Twitter per diffondere voci fasulle sulla morte di Assad o su una Aleppo completamente in mano all’opposizione per concentrarsi sull‘ampio uso dell’hacking ad opera delle parti in campo. Qui si parla del Syrian Electronic Army, un gruppo hacker pro Assad che sul web combatte una battaglia parallela a quella in campo. Globalist aggiunge che Damasco blocca e spia le comunicazioni online dell’opposizione grazie a di sofisticati prodotti made in Usa, venduti all’Iraq, ma arrivati illecitamente in Siria.

A proposito di ciò che accade sul campo, la Turchia è pronta ad invadere il nord della Siria per combattere il movimento rivoluzionario curdo Pkk Le analisi di Globalist Lettera43.
Intanto negli USA riprende corpo l’idea di una no-fly-zone. La guerra civile siriana procede verso la soluzione libica:

Gli Usa e i paesi alleati, in Occidente e in Medio oriente, con ogni probabilita’ attueranno al piu’ presto una «no-fly zone» sulla Siria. Lo ha di fatto annunciato l’ex segretario alla Difesa statunitense, William Cohen, in un’intervista a «Political Capital with Al Hunt» di Bloomberg Television.
Secondo Cohen «stiamo arrivando ad un punto in cui la violenza è così grave, credo, che si assisterà ad una spinta in favore dell’istituzione di quelle no- fly zone“. Per l’ex segretario alla difesa tuttavia la partecipazione americana a questa possibile operazione di “no-fly zone” sarà legata a quella degli alleati. «Non credo che gli Stati Uniti procederanno da soli». 
Nei giorni scorsi John Brennan, consigliere del presidente Barack Obama in materia di sicurezza, aveva rivelato che l’Amministrazione Usa sta valutando l’ipotesi di una no-fly zone “molto attentamente”. Intanto oggi a Istanbul il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, ha detto durante gli incontri con gli alleati turchi che e’ un imperativo “rompere l’asse Iran-Siria-Hezbollah”.

La vera domanda è per quanto ancora il regime di Assad potrà resistere. Le defezioni degli ultimi giorni – compresa quella del primo ministro Riad Hijabnon hanno ancora destabilizzato la struttura portante del regime, contrariamente a quanto sostenuto da più parti. Tuttavia, nei giorni precedenti il regime pare aver perduto uno dei suoi pilatri portanti. Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes, spiega cos’è il clan dei Tlass e perché la loro uscita di scena potrebbe essere un colpo al cuore per Assad:

La notizia è passata quasi inosservata, ma potrebbe segnare una svolta nella crisi siriana. Si tratta della defezione, con fuga a Parigi via Turchia, del brigadiere-generale Manaf Tlass. Eppure, questo è un evento che colpisce al cuore il regime siriano, perché Tlass è una figura assai vicina a Bachar al Assad.
Nelle analisi usuali sulla struttura del potere di Damasco si parla di solito del clan alawita degli Assad e di quello dei Makhlouf, da cui proveniva la moglie di Hafez el Assad, ora saldamente rappresentato da Rami e Hafez, cugini del presidente Bashar. Queste due famiglie in effetti si sono divise il potere politico e non solo.

Ma in questa architettura c’è un terzo pilastro, fondamentale per la tenuta del sistema fin dall’inizio dell’era Assad. C’è infatti una terza famiglia nel cerchio del potere: quella sunnita dei Tlass, originari di Rostan nella regione di Homs. Questa famiglia ha acquisito importanza grazie alla strettissima collaborazione che più di 40 anni fa Mustafa Tlass ha fornito al compagno di accademia e futuro presidente Hafez el Assad. Mustafà Tlass, che poi è stato ministro della difesa per ben 32 anni, dal 1972 al 2004, è stato un personaggio potentissimo, fuori dalla scena ma in termini sostanziali, poiché ha coagulato a supporto del regime importanti élites sunnite militari e del mondo commerciale imprenditoriale. Il colpo di stato che ha portato al potere Hafez el Assad e la successiva esautorazione della vecchia guardia del partito Baath non sarebbero stati possibili contando solo sulla minoranza alawita, dominante nelle forze speciali e nell’aviazione, senza l’appoggio delle forze armate di terra.

I figli di Mustafa Tlass entrano nel potere economico e militare: Firas Tlass è uno degli uomini più ricchi del paese, secondo solo a Rami Makhlouf, mentre Manaf Tlass, giovane brillante amico e compagno di accademia di Bachar diviene generale nella Guardia repubblicana comandata da Maher el Assad; è incaricato della protezione di Damasco a capo della brigata 105. 

La defezione di Manaf Tlas apre un nuovo scenario. L’effetto è dirompente: ora molti sunniti, e molti ufficiali dell’esercito, sanno che non c’è più nulla da fare, che i loro punti di riferimento hanno abbandonato il regime. È il segnale di una svolta – ne sono il segno le defezioni di altri 45 ufficiali nei giorni scorsi, e probabilmente anche la ripresa di combattimenti a Damasco e Aleppo, o il fatto che la Lega Araba offra una «uscita con garanzie» a Bachar al Assad. Nella sua prima dichiarazione pubblica dopo la fuga, Manaf Tlass ha lanciato un appello all’opposizione a unirsi e ha chiesto ai militari siriani di abbandonare Assad. Pare che ora sia in pellegrinaggio alla Mecca (per rinverdire le sue credenziali musulmane?). Ma mentre l’opposizione siriana in questi mesi si è divisa, il nome del generale Tlass comincia a circolare come il possibile capo di un «Consiglio supremo delle Forze armate», stile egiziano, che potrebbe mantenere l’unità dell’esercito e farne un garante della transizione: sembra in ogni caso che sia i sauditi, sia la Francia e anche la Russia vedano con favore un suo ruolo.

Perché questa defezione ha avuto pochissimo risalto sui media mentre quella di Hijab è stata sbandierata come l’inizio della fine per Assad? Forse perché alla stampa internazionale non interessa davvero comprendere (e far comprendere) le dinamiche al potere di Damasco: per far presa sul pubblico è meglio puntare sulla spettacolarizzazione. Hijab ha avuto più spazio perché ricopriva un ruolo più elevato nella gerarchia. Il tutto a conferma della tesi iniziale: Assad ha già perso, sa di avere le ore contate e, non potendo più riprendere il mano il suo Paese, massacra la sua gente da efferato dittatore qual è.
A forza di ripetere una bugia, prima o poi questa si trasforma in verità. Un principio che stampa conosce bene.

A livello internazionale, il regime pare tutt’altro che isolato. L’Iran ha recentemente ospitato una conferenza sulla Siria (un’altra è in programma tra un mese) a cui hanno partecipato circa 30 nazioni, tra cui tra cui Russia, Cina, India, Pakistan, Indonesia, Sri Lanka, Ecuador, Afghanistan, Algeria, Iraq. Alcuni non mancano di notare che questi Paesi rappresentano complessivamente 3,4 miliardi di persone – trascurando il fatto che quasi nessuno di essi è una democrazia: dunque chi rappresenta cosa?
Spicca l’assenza di Paesi occidentali o della penisola Arabica, così come l’Iran viene puntualmente messo da parte ogni volta che una conferenza la organizziamo qui da questo lato del mondo. Segno che non è la Siria ad essere isolata: sono le potenze internazionali ad isolarsi a vicenda, arroccandosi in una divisione a blocchi in stile Guerra Fredda (due, per la precisione) che rende impossibile qualunque forma di dialogo.

Non è ancora chiaro chi vincerà in Siria. In compenso, l’informazione e la diplomazia hanno già perso.

Fallita la diplomazia, la guerra in Siria sarà decisa dalle armi

Se la speranza è l’ultima a morire, possiamo dire che dopo le dimissioni di Kofi Annan tramonta forse l’ultima possibilità di una soluzione diplomatica al conflitto in Siria. Secondo Giuliana Sgrena su Globalist:

La rinuncia non è una sconfitta di Kofi Annan ma della comunità internazionale. Ovviamente chi voleva l’intervento militare non aveva nessun motivo per sostenere il piano Onu in 6 punti, equilibrato e accettabile sia per il presidente sanguinario Bashar Assad che per gli oppositori che hanno militarizzato lo scontro, sostenuti dai paesi del Golfo, dai consiglieri occidentali e ora apertamente anche dalla Cia. Quelli che avrebbero voluto realmente un processo democratico sono rimasti isolati.

E’ una sconfitta per noi pacifisti che ci siamo dichiarati contro l’intervento militare senza essere in grado di qualsiasi azione politica, manifestazione di piazza che denunciasse i responsabili del bagno di sangue siriano e sostenesse una opzione diplomatica, a partire dal piano Onu, rafforzato con un aumento di osservatori protetti da un corpo Onu con compiti di polizia e anche da osservatori civili. Forse non era realizzabile, ma non ci abbiamo nemmeno provato, scontrandoci invece sulle “nostre verità” che non sono quelle sul terreno.

Putin piange lacrime di coccodrillo: si è detto dispiaciuto delle dimissioni, continuando a sostenere la necessità di una soluzione diplomatica, quando in realtà è stata proprio Mosca – in collaborazione con Pechino -, a condannare la missione di Anna al fallimento a suon di veti. Peraltro rifiutando l’unica condizione posta da Annan per cui la transizione avrebbe potuto avere senso, ossia le dimissioni di Bashar al-Assad.
Ma è ormai chiaro che la Russia è decisa a lasciare che il bagno di sangue prosegua pur di salvare il suo avamposto residuo in riva al Mare Nostrum – e in tutto il Medio Oriente.

Fallita la diplomazia, il piano B dell’amministrazione USA è molto meno rassicurante. Obama ha ufficialmente autorizzato la CIA a compiere azioni coperte in Siria a “sostegno” dei ribelli - con tutto il carico di ambiguità che questo termine porta con sé. Il governo americano ha messo a disposizione 25 milioni di dollari per l’assistenza “non-letale” in favore dell’opposizione siriana, da impiegare per lo più per le apparecchiature di comunicazione, e altre strumentazioni. Ha inoltre stanziato ulteriori 64 milioni dollari in aiuti umanitari per il popolo siriano, posto che la guerra civile sta provocando una grave crisi alimentare nel Paese.
Che gli USA stiano “sostenendo” i ribelli è cosa nota già da tempo. Tuttavia, la pubblica ammissione di questa realtà è un esplicito riconoscimento che la questione Siria sarà risolta dalle armi, più che dai tavoli nei piani alti.
Difficile esprimere un giudizio su questa scelta. Secondo il Washington Times, Obama finirà di fatto per armare al-Qa’ida (ammesso che la formazione sia davvero presente in Siria); per Foreign Policy, al contrario, la strategia di Obama sta funzionando.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes, all’indomani dell’attentato di Damasco scriveva:

Sul piano militare, nessuno può vincere. Da sole, le opposizioni armate non prevarranno. Nemmeno con i sostanziosi aiuti arabosauditi, qatarini e occidentali. Ma non potranno essere sradicate, a meno che i pretoriani di al-Assad non optino per la guerra di sterminio, mettendo mano financo alle armi chimiche.

In questa come in altre guerre civili le armi servono a manutenere il conflitto, non a risolverlo. Quando gli storici scriveranno la storia della crisi in Siria, scopriremo probabilmente che a deciderne le sorti sarà stato il denaro. Quello che scarseggia nelle casse del regime, mentre sovrabbonda nei conti dei petromonarchi della Penisola arabica. Ed è speso non solo per armare il raffazzonato Esercito siriano libero, ma soprattutto per convertire dirigenti e funzionari di Damasco alla causa dei rivoltosi.

Intanto le acque siriane si fanno sempre più movimentate:

Domenica 29 Luglio una nave da guerra cinese ha attraversato il Canale di Suez per dirigersi verso le coste della Siria.

Con i cinesi le acque intorno alla Siria e, comunque, intorno al medio oriente tutto, iniziano ad essere esageratamente congestionate di navi militari, portaerei, incrociatori di tutte le più grosse marine militari del mondo.

La possibilità di una guerra in Siria si avvicina sempre di più se è vero, come a noi sembra, che non c’è nulla di peggio e di più semplice, per scatenare una guerra, di un incidente causato dalla presenza di tante navi militari, di paesi diversi e storicamente contrapposti, in un piccolo specchio d’acqua.

La questione è approfondita da una blogger egiziana, la quale nota che il quotidiano egiziano Ahram (unico, assieme a Shourouk, a parlarne) parla addirittura di tre navi. Eppure, il lunedì seguente il ministro dell’interno del Cairo ha smentito il passaggio delle navi.
Nei giorni precedenti si era parlato anche dell’arrivo di una piccola flotta russa con 360 militari a bordo per una serie esercitazioni congiunte con la marina di Damasco, ma proprio oggi Mosca ha smentito che le navi fossero dirette in Siria.
Voci che testimoniano come gli USA non sono gli unici a muoversi sulla strada dell’escalation militare. E che adesso la partita geopolitica della Siria si gioca a carte scoperte.