Se l’Ucraina avesse ancora l’atomica…

Forse l’Ucraina è davvero sull’orlo della guerra civile. Nelle ultime settimane, i gruppi armati filorussi hanno sequestrato gli edifici governativi in diverse città dell’Est del Paese e hanno ucciso almeno un agente di sicurezza ucraino. Ora Kiev sta mobilitando le sue forze per riassumere il controllo su queste località, alimentando un’esclation dagli esiti al momento imprevedibili. L’unica certezza è che il Cremlino sta strumentalizzando la presunta istigazione alla violenza da parte di Kiev come pretesto per un’altra invasione Crimea styleBusiness Insider riporta una mappa con le possibili opzioni militari della Russia. 

Di fronte agli ultimi, preoccupanti sviluppi, qualcuno rimpiange lo smantellamento dell’arsenale nucleare ucraino. Lasciamo stare le parole di Yulia Timoshenko (personaggio non più limpido del vituperato Yanukovich,non dimentichiamolo), che al telefono avrebbe illustrato la sua “soluzione” suggerendo sarcasticamente l’uso di armi nucleari contro gli ucraini di etnia russa, e concentriamoci in una riflessione più seria.

Qualche giorno fa il Wall Street Journal scriveva che le nazioni che abbandonano il loro arsenale nucleare lo fanno a proprio rischio e pericolo. Durante il periodo della Guerra Fredda l’ipotizzato conflitto tra i due blocchi, minacciava, a causa del duopolio nucleare, di essere devastante, di investire intere aree del pianeta e, soprattutto, di essere difficilmente controllabile. Il potere nucleare, peraltro militarmente inutile in quanto, essendo totalmente distruttivo, faceva perdere l’interesse stesso di vincere la guerra, diveniva però “politicamente efficace” se impiegato in funzione dissuasiva. Ai nostri giorni, secondo il quotidiano d’oltreoceano, questo avrebbe garantito l’integrità territoriale di Kiev in quanto la Russia difficilmente avrebbe invaso un Paese confinante col rischio di vedersi puntare contro una batteria di testate nucleari. Continua a leggere

Il bluff della Corea del Nord

Dunque la Corea del Nord ha comunicato di essere pronta ad un attacco nucleare contro gli Stati Uniti in tempi brevi. Il Segretario alla Difesa Usa  Chuck Hagel ha detto che il Pentagono prende “molto seriamente” le provocazioni del Nord, annunciando che nei prossimi giorni installerà un nuovo sistema di difesa sull’Isola di Guam nel Pacifico. Precisamente si tratta del Terminal High Altitude Area Defense System (THAAD), un sistema che comprende diverse soluzioni integrate per intercettare il passaggio dei missili nemici e abbatterli, prima che possano causare danni esplodendo al suolo.

Secondo Limes, la minaccia non va sottovalutata: benché Pyongyang non disponga (ancora) di missili capaci di raggiungere la costa occidentale dell’America, infatti, il suo potenziale bellico nordcoreano resta di tutto rispetto. Inoltre, l’insidia nordcoreana pone all’amministrazione Obama un problema finanziario, oltre che strategico, posto che il sistema antibalistico statunitense risulta tecnologicamente obsoleto e complessivamente sottofinanziato.
Tuttavia l’America non sembra veramente spaventata. In Italia la stampa sta dando ampio risalto al rischio di una guerra atomica innescata dal regime nordcoreano, trascurando il fatto che la Corea del Nord minaccia da anni il Sud e gli Stati Uniti. Peraltro la realtà dei fatti parla di una macchina bellica meno temibile di quanto si pensi, nonostante le ingenti risorse che il regime investe nel suo mantenimento.
Il Post riassume perché non c’è davvero molto di cui preoccuparsi: Continua a leggere

Con l’ultimo test nucleare, la Corea del Nord ha scelto di sfidare il mondo

Nella mattinata del 12 febbraio la Corea del Nord ha condotto un test nucleare, il terzo nella storia del Paese – dopo quelli del 2006 e del 2009 – e il primo da quando a capo del regime c’è Kim Jong-un. L’esperimento giunge un mese e mezzo dopo che, in metà dicembre, era stato effettuato il quinto lancio (riuscito, a differenza dei precedenti quattro) di un missile a tre stadi a lungo raggio, potenzialmente in grado di raggiungere gli Stati Uniti.
La politica estera di Pyongyang ha abituato gli analisti ad un’altalenante serie di minacce e toni distensivi, e questo test non rappresenta che l’ultimo capitolo della retorica muscolare a cui il regime nordcoreano ci ha abituato.

Di nuovo, stavolta, ci sono due elementi.
Primo. l’esplicito riferimento alla “deterrenza nucleare” nei confronti degli Stati Uniti (con cui pure aveva raggiunto un accordo meno di un anno fa). Menzione che arriva proprio nei giorni in cui è in corso un’esercitazione congiunta tra le marine militari del Sud e degli Stati Uniti.
Secondo. A nulla sono serviti gli inviti della Cina – non privi di toni ultimativi – alla moderazione. Pechino è l’unico partner commerciale e politico di rilievo di Pyongyang, stante l’isolamento quasi totale del regime nordcoreano, e già in passato i suoi appelli avevano contribuito a placare le intemperanze del proprio controverso vicino. Ma non questa volta.
Analizzando il contesto internazionale dell’evento, risalta come il regime di Kim Jong-un abbia scelto di effettuare il test in un momento molto delicato, visto che in diversi Stati la leadership politica è cambiata da poco (Giappone) o sta per cambiare ufficialmente (Corea del Sud, Cina). Ciò rappresenta un messaggio molto negativo per le future ipotesi di denuclearizzazione della regione.

Questo aspetto ci aiuta a comprendere la valenza del gesto. Più che un risultato militare, la Corea del Nord sembra perseguire un duplice obiettivo politico. Primo: rimarcare agli occhi di amici (Cina) e nemici (Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone) l’intangibilità della nazione nordcoreana. Secondo: consolidare l’immagine di Kim Jong-un, ricompattando una popolazione le cui condizioni di vita rimangono molto dure.

Il test nucleare è anche il risultato di un errore di calcolo dell’amministrazione Obama, la quale ha sbagliato cercato di trattare l’affare nordcoreano con un mix di incentivi positivi (derrate alimentari ad una nazione prostrata dalla fame) e negativi (nuove sanzioni) allo scopo di coinvolgere costruttivamente la Corea del Nord nel contesto multilaterale dei colloqui a sei. Sotto la sua politica di “pazienza strategica“, il presidente ha chiesto più volte a Pyongyang di dare qualche segnale concreto della propria volontà di trattare.
Tuttavia, questo approccio ha i suoi inconvenienti. In primo luogo, concede a Pyongyang il tempo necessario per perfezionare il proprio programma nucleare. In secondo luogo, rende la situazione cronicamente instabile, lasciando alla Nord Corea il coltello dalla parte del manico.
Forse ha pesato troppo la convinzione che, con l’avvento del giovane Kim Jong-un, la Corea del Nord potesse intraprendere un percorso di riforme in analogia a quanto avvenuto in Birmania. Ma Pyongyang non è Napiydaw, come i fatti stanno dimostrando.

Eppure la Corea del Nord possiede la chiave sia per venir fuori dalla miseria che per suscitare l’interesse delle grandi potenze senza ricorrere agli esperimenti nucleari. Il sottosuolo del Paese potrebbe contenere un tesoro di risorse minerarie – comprese le cd. terre rare – dal valore potenziale di circa 6 trilioni di dollari.
Ma senza un concreto piano di riforme economiche, il tesoro resterà sotto terra, così come la miseria in superficie. Ora come ora, la Corea del Nord sta sacrificando l’opportunità di costruire un futuro più prospero in nome di una corsa agli armamenti fine a se stessa.

Il mondo è oggi un luogo più pericoloso di quanto non fosse appena 48 ore fa.

La corsa al nucleare nel Golfo Persico – aggiornamento

Per inquadrare lo sviluppo dell’industria nucleare nei Paesi del Golfo ripropongo alcuni passaggi che avevo scritto lo scorso anno:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma. È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, anche gli Emirati Arabi Uniti progettano l’installazione di centrali nucleari.

In tutto, sono tredici i Paesi arabi che puntano all’atomo, tra quelli che hanno annunciato l’avvio di programmi nucleari e quelli che hanno rispolverato vecchi piani mai realizzati. Gli Stati del Golfo hanno bisogno di una sempre maggiore quantità di energia. Da un lato per assicurarsi una crescita annua dal 5% in su; dall’altro per garantire le forniture ad una popolazione che cresce ad un ritmo anche maggiore, onde scongiurare la ripresa di pericolose tensioni sociali (peraltro tuttora in atto). Per centrare entrambi gli obiettivi basterebbero le riserve di idrocarburi esistenti, se non fosse che la maggior parte dell’output viene destinato alle esportazioni, sia in Occidente che (sempre di più) in Cina e India. Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile. Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra. Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata.

Ci sono alcuni interessanti sviluppi.
Citigroup ha detto che l’Arabia Saudita, attualmente il maggior esportatore di greggio al mondo, potrebbe diventare importatore di petrolio entro il 2030 a causa della crescente domanda interna di energia elettrica, che nelle ore di punta segna un aumento dell’8% rispetto ad un anno fa. Se il tasso di crescita si mantiene su questi livelli, entro tale data sarà necessario bruciare circa 8 milioni di barili al giorno.
Venerdì 21 settembre l’UPI ci informa che i futuri reattori di Ryadh (qui parla di 20 anziché 16) dovrebbero produrre 41 GW. Altri 4 GW verrebbero dai sistemi geotermici e altre fonti alternative. Allo stato attuale, la produzione di energia elettrica del regno è di 52 GW generati da 79 centrali elettriche, le quali consumano una quota sempre crescente dell’output petrolifero.

Per quanto riguarda le applicazioni militari, va detto che Ryadh potrebbe dotarsi delle armi atomiche ben prima del 2030. In luglio Press Tv ha rivelato che, secondo un rapporto, i funzionari sauditi stavano cercando di trovare un “accordo segreto” con il Pakistan per comprare le armi nucleari da Islamabad. La voce girava da mesi e ha ricevuto conferme anche negli ultimi giorni. In febbraio l’Australian ricordava che già nel 2008 i sauditi avevano firmato un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per ricevere assistenza nel campo del nucleare civile, a patto però di escludere ogni possibile applicazione in campo militare. L’Arabia Saudita è il più grande alleato dell’America, ma è anche stato il loro peggior nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, dunque la prudenza è d’obbligo.
In ogni caso, Israele non permetterà mai l’eventualità di un’Arabia Saudita nuclearizzata. Innanzitutto perché il monopolio dell’arma atomica nel Medio Oriente è il presupposto fondamentale della propria salvaguardia. E poi, al contrario dell’Iran (la cui volontà di dotarsi dell’atomica è tutt’altro che provata), Ryadh sarebbe una minaccia reale per Tel Aviv.

Ma l’America ha davvero vinto i negoziati sul nucleare nordcoreano?

A prima vista, la moratoria ai test nucleari, al lancio di missili a lungo raggio e all’arricchimento dell’uranio da parte della Corea del Nord può essere considerata un grande successo nell’agenda di politica estera di Barack Obama a pochi mesi dalle elezioni.
In realtà, la vera vincitrice è Pyongyang.
Ufficialmente Kim Jong-Un mira ad inaugurare una nuova stagione nelle relazioni con gli USA. Ma ciò non vuol dire che la reciproca diffidenza tra le parti sia venuta meno. I funzionari dell’amministrazione Obama sottolineano che la l’accordo rappresenta solo un modesto progresso verso la concreta denuclearizzazione della Corea del Nord. Nello stesso annuncio del Dipartimento di Stato si legge che gli Stati Uniti hanno ancora serie preoccupazioni in proposito. In effetti, la decisione del regime di arrestare la sua corsa all’atomica è giunta, quasi a sorpresa, a pochi giorni dagli infruttuosi colloqui di Pechino.

Nessuno si aspettava risultati tangibili dopo l’incontro in terra cinese. Invece Pyongyang ha stupito tutti con questa concessione. Probabilmente si è trattato di un atto di forza da parte del giovane presidente Kim Jong-Un per consolidare il proprio potere. Dalla morte di suo padre, il Caro leader Kim Jong-Il, appena due mesi fa, la dinastia Kim stava per essere marginalizzata e il potere stava scivolando nelle mani dei militari, i quali non vedono di buon occhio la sospensione del programma nucleare.
D’altra parte la Corea del Nord non ha sviluppato l’arma atomica per usarla. Hillary Clinton ha spiegato che, in cambio della moratoria, l’America provvederà alla distribuzione di un pacchetto di aiuti di 240.000 tonnellate di cibo necessarie a sfamare una popolazione ormai ridotta allo stremo. Formalmente, gli USA non riconducono la concessione di aiuti alla riuscita dei colloqui sul nucleare, ma è evidente come le derrate siano state la moneta di scambio con cui hanno convinto il regime nordcoreano a fermare il suo programma. Non una moneta qualunque, ma esattamente quella che Pyongyang cercava.

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Siria: secondo l’Iaea il reattore di Dair Alzour era destinato alla costruzione di armi nucleari

di Luca Troiano

La Siria non ha problemi solo al suo interno. Le cronache (non sempre nitide) dal Paese e l’indecisione dell’Occidente sul da farsi hanno eclissato il fatto che giovedì 14 luglio l’Iaea ha riferito ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu sulle sospette attività nucleari di Damasco.
Il riferimento, come era prevedibile, è al sito di Dair Alzour (Al Kibar), dove la Siria stava realizzando un reattore nucleare non registrato, poi distrutto da un attacco aereo israeliano il 6 settembre 2007. Continua a leggere

L’Arabia Saudita costruirà 16 reattori nucleari. Solo per scopi civili?

Il nucleare nel mondo

L'energia nucleare nel mondo. In rosso: le centrali attive; in blu quelle in costruzione; in verde quelle progettate. Fonte: Frankfurter Allgemeine Zeitung su dati dell'International Journal for Nuclear Power, al 31 dicembre 2008

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La Corea del Nord alza la voce

1. Erano le 14:30 ore locali (4:30 in Italia) quando la piccola isola di Yeonpyeong, nel Mar Giallo, vicina alla Corea del Nord ma territorio del Sud, è stata ripetutamente bersagliata da centinaia di colpi di artiglieria nordcoreana. Diversi colpi hanno scosso le acque, ma molti altri sono piovuti sull’isola, incendiando una settantina di edifici, alcuni pare già crollati. Per ora si registrano due vittime, entrambi militari di Seul, mentre l’intera popolazione (circa 1200 persone) è stata evacuata dalle abitazioni.
Lo Stato Maggiore della Difesa sudcoreana ha annunciato di aver risposto sparando 80 colpi e inviando alcuni jet dell’aeronautica, con l’avvertimento che nel caso le provocazioni dovessero continuare, la risposta sarebbe “durissima”.
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Quell’uranio in un pacchetto di sigarette

La cattura di due armeni che tentavano di introdurre un campione di uranio arricchito in Georgia suggerisce l’esistenza di un mercato nero più ampio. Nell’ex Urss diverse strutture contenenti il combustibile nucleare sono tuttora sprovviste di protezione. E l’incubo di un’atomica in mano al terrorismo torna ad inquietare l’Occidente, soprattutto dopo la scoperta della rete commerciale di contrabbando nucleare di Khan.

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