Argentina vicina al (settimo) default

Chissà se l’Argentina vincerà il suo terzo titolo mondiale di calcio; per saperlo dovremo attendere la finale in programma per il 13 luglio, sempre che Messi e compagni ci arrivino. Nel frattempo il Paese potrebbe centrare un altro primato, meno appetibile del primo: quello di nazione più volte “fallita” della storia. Per saperlo ci basterà aspettare il 30 giugno, termine ultimo per pagare alcune vecchie pendenze legate al default del 2001.

Il 16 giugno scorso la Corte suprema di Washington ha respinto l’appello presentato dal governo di Buenos Aires contro una sentenza di Thomas Poole Griesa, giudice federale di New York che nel 2012 aveva avallato le richieste di alcuni fondi (tra i quali Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP., pari al 7,6% dei creditori totali) che dopo aver fatto incetta di bond argentini, svalutati per via delle ristrutturazioni del 2001, ne avevano chiesto il rimborso integrale. L’Argentina era così stata condannata a risarcire 1,33 miliardi di dollari ai richiedenti. La decisione prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default.

Ultima chiamata: 30 giugno Continua a leggere

L’Argentina tra la fine dell’era Kirchner e il rischio (evitato?) di un nuovo default

Sui media internazionali, ma anche quelli argentini, si sta già parlando della “fine di un’era”. Nelle elezioni parlamentari di medio termine in Argentina, tenute domenica 27 ottobre e necessarie per rinnovare la metà dei seggi della Camera e un terzo di quelli del Senato, la coalizione al governo, il Frente para la Victoria (FPV) guidata dalla presidente Cristina Kirchnerha subito una netta sconfitta, perdendo in 12 dei 24 distretti elettorali del Paese, inclusi i 5 più popolati.

Le elezioni di ottobre

Il FPV ha ottenuto il 32,7% dei voti, garantendo alla presidente una risicata maggioranza assoluta alla Camera (257 membri) e indebolisce la sua maggioranza relativa al Senato (72 membri), ma non arriva ai 2/3 dei seggi, ossia la quota necessaria alla riforma costituzionale che permetterebbe alla Kirchner di rimuovere il limite di due mandati presidenziali e candidarsi così per la terza volta consecutiva.

Oggi i riflettori sono puntati sul fronte del “peronismo dissidente” rappresentato da Sergio Massa, sindaco della città di Tigre, capace di conquistare il 20,6% dei voti a livello nazionale e il 42,6% dei voti nella principale e più popolata provincia del Paese, quella di Buenos Aires. Negli ultimi mesi il consenso intorno al volto nuovo della politica argentina sono progressivamente cresciuti, tanto da insidiare la coalizione della presidente anche nei distretti considerati fino ad ora una roccaforte del kirchnerismo. Ora Massa inizierà a preparare la campagna elettorale per le presidenziali del 2015, a cui – salvo sorprese – la Kirchner non parteciperà.

La legge sui media

Tuttavia, già due giorni dopo le legislative la Kirchner ha ottenuto un’importante vittoria politica, quando la Corte Suprema argentina ha dichiarato costituzionale la legge sui media (Ley de Medios) varata nel 2009 dal governo. Di conseguenza, il gruppo editoriale Clarin, mai tenero con la presidente, dovrà vendere parte delle sue licenze. Quello della Ley de Medios è l’ennesimo capitolo di una battaglia fra il Grupo Clarin – principale holding multimediale dell’America Latina – e i governi di Nestor e Cristina Kirchner. Ufficialmente nata con l’intento di contrastare i monopoli, secondo i detrattori non sarebbe altro che un tentativo di colpire la stampa nemica. Non è un mistero che la Kirchner abbia sempre avuto un rapporto conflittuale con i media.

La rottura con Clarin risale al 2008, quando il governo si trovò di fronte a una forte protesta agricola e cominciò ad accusare i media del gruppo di cavalcare le contestazioni. Questo portò a un misterioso incontro personale fra Nestor Kirchner e l’amministratore delegato, Hector Magnetto. Sull’episodio esistono versioni opposte e racconti di presunte minacce incrociate, ma da quel momento lo scontro tra presidente e gruppo è diventato “la madre di tutte le battaglie” politiche argentine, secondo le parole di un dirigente kirchnerista.

Secondo la nuova normativa, un gruppo editoriale potrà detenere un massimo di 24 licenze tv satellitari (Clarin ne controlla 237), 10 tra radio o tv e non oltre il 35% di partecipazioni di mercato nel settore audiovisivo. In teoria la misura dovrebbe aprire il Paese al pluralismo dell’informazione; in pratica l’unica cosa che aprirà sarà una voragine nei conti pubblici: lo Stato infatti dovrà risarcire le aziende dei rami ceduti, se queste non riusciranno a venderli prima.

Il default (almeno per ora) evitato 

A proposito di finanze pubbliche, l’Argentina sta vivendo una fase drammatica a livello economico e finanziario. A parole il 2014 sarà un anno positivo per l’economia argentina: secondo il rapporto presentato dal ministro del Tesoro Hernan Lorenzino in settembre, il Pil del paese sudamericano dovrebbe crescere del 6,2% a fronte di un tasso d’inflazione che si manterrà al 10,4%. Il ministro Lorenzino ha infatti spiegato che l’Argentina confida in una ripresa dell’economia dei suoi principali partner commerciali, Stati Uniti e Brasile che, a quanto detto dal suo vice, Axel Kicillof, “sono ancora in una zona grigia”.

La realtà è invece di ben altro tenore. Nel solo primo semestre del 2013, gli investimenti diretti dall’estero (IDE) sono crollati del 32,2%, così come le riserve di valuta straniera, mentre l’inflazione reale si attesterebbe tra il 25% e il 30%, ma sottostimata volutamente dalle statistiche ufficiali. L’inflazione è – almeno in parte – il frutto avvelenato del tentativo di sostenere la crescita reale del Paese attraverso la monetizzazione del debito pubblico, a cui la banca centrale è stata costantemente spinta (leggi: costretta) dal governo. Inoltre il governo ha deciso di stabilire un cambio quasi fisso con il dollaro pari a 5,54 pesos, circa i due terzi rispetto al cambio al mercato nero, pari a 8,51 pesos per dollaro.

Questo deprezzamento artificioso della valuta locale, però, ha provocato un costante deflusso di capitali proprio in un momento in cui il governo cerca disperatamente di recuperare valuta forte (come il dollaro) o quantomeno prevenirne la fuga. A tal fine il governo ha imposto dei controlli valutari molto rigidi, i quali tuttavia non hanno affatto arrestato l’emorragia finanziaria. A causa della svalutazione di fatto del peso, non tramutatasi in un adeguamento del tasso di cambio ufficiale, le riserve di valuta sono crollate del 33% a 35 miliardi di dollari. Ad oggi le riserve ufficiali consentono di pagare importazione di in beni e servizi ancora per pochi mesi.

Se le riserve dovessero continuare a ridursi, l’Argentina sarebbe costretta a svalutare ulteriormente il peso, e di conseguenza il governo  si troverebbe presto o tardi in serie difficoltà a ripagare un debito denominato dollari. Secondo Citigroup, le riserve della banca centrale finiranno sotto i 25 miliardi di dollari entro la fine del 2015, e ciò dovrebbe mettere sulle spalle dei possessori di debito pubblico argentino il timore che Buenos Aires possa cercare sollievo imponendo loro delle perdite: la possibilità di una ristrutturazione delle obbligazioni con scadenza nel 2015 risulta essere del 37,5% secondo la banca newyorkese.

In questo scenario il rischio di una nuova bancarotta (la settima nella storia del Paese), già paventato da diversi anni, era (ed è) tornato a farsi concreto. Nel 2002 l’Argentina aveva ristrutturato il proprio debito – pari a 132 miliardi di dollari – proponendo un accordo, supportato dal Fondo Monetario Internazionale, che prevedeva il pagamento dei titoli precedenti a valori molto più bassi, circa il 25,30% dell’obbligazione contratta, e con una dilazione significativa della scadenza. Il 93% dei creditori accettò questa soluzione, mentre il 7% restante – quasi tutti creditori privati americani, come i fondi speculativi o quelli pensionistici – decise di querelare l’Argentina al fine di ottenere i loro investimenti volatilizzatisi con il ripudio.

Alla fine del 2012, un giudice americano della Corte di Appello federale di New York, Thomas Griesa, ha avallato le richieste del 7% di irriducibili. condannando l’Argentina a risarcire 1,33 miliardi di dollari ad un gruppo di fondi che include Elliott Management Corp.’s NML Capital Ltd. & Aurelius Capital Management LP. La decisione in primo grado prevedeva che il Paese non potesse ripagare i suoi debiti ristrutturati a meno di stanziare nuovi fondi per i creditori che non avevano accettato il default, ma l’avvocato dello Stato argentino ha più volte ribadito che in caso di conferma della sentenza il governo di Buenos Aires non l’avrebbe rispettata, palesando così la volontà di procedere ad un nuovo ripudio del debito.

Il nervosismo dei mercati cominciava a farsi palpabile, tanto che in settembre l’Argentina era già il Paese più a rischio di default nel mondo, almeno guardando ai credit default swaps a cinque anni, con una possibilità pari all’80% da qui al 2018. Una situazione paradossale se si pensa che l’Argentina sta effettivamente ripagando i possessori di tango-bonds che hanno deciso di rinegoziare il debito ad una percentuale compresa tra il 60% e l’80% a seconda delle opzioni di rifinanziamento scelte. Ma il caos generato dalla decisione di Griesa stava rischiando di mandare all’aria l’intera operazione di ristrutturazione del debito.

A fine ottobre, pochi giorni prima delle elezioni, le parti in causa sono finalmente riuscire a trovare una (parziale) soluzione. L’ipotesi di accordo tra le parti su cui si sta lavorando si basa sul coinvolgimento dei nuovi bondholders che hanno in portafoglio i titoli argentini ristrutturati per 28 miliardi di dollari per contribuire al rimborso dei capitali reclamati dai fondi hedge. In sostanza gli obbligazionisti ristrutturati rinuncerebbero al 20% delle cedole per i prossimi cinque anni, corrispondendo così la somma pretesa dagli hedge fund.  Se la soluzione andasse in porto L’Argentina eviterebbe un altro default e potrebbe tornare a finanziarsi sui mercati internazionali. 

Se passasse, sarebbe una soluzione che accontenterebbe tutti. Ma per quanto l’ipotesi possa sembrare risolutiva, l’ex FMI, Charles Blitzer, ricorda come sia necessario il consenso di almeno il 75% degli obbligazionisti ristrutturati affinché il piano diventi operativo, trattandosi di una seconda forma di ristrutturazione del debito. Inoltre alcuni analisti si dichiarano scettici sulle probabilità che il piano venga concretamente approvato, dato che ad oggi l’Argentina si è sempre rifiutata di negoziare. Sarebbe alquanto difficile, in tal eipotesi, ristrutturare nuovamente il debito senza che il governo argentino partecipi all’operazione.

Conclusioni

In conclusione, forse è ancora presto per dire se la parabola di Cristina Kirchner – recentemente dimessa dall’ospedaleal termine di un periodo di convalescenza dopo il drenaggio di un ematoma cerebrale realizzato un mese fa – possa dirsi conclusa. Non dobbiamo dimenticare che già alle elezioni di medio termine del 2009 l’alleanza kirchnerista aveva subito un rovescio, in larga parte vendicato dal trionfo alle presidenziali di 2 anni dopo, a dispetto dei requiem declamati dalla stampa interna ed estera.

Tuttavia la crisi economica e finanziaria che l’Argentina vive da molti mesi, ma che il governo si ostina a nascondere, frutto delle spericolate politiche macroeconomiche volute dalla Kirchner in prima persona, si sono alla fine rivelate un boomerang per l’immagine della presidente. La sua politica fortemente demagogica, improntata ai sussidi di massa e alla lotta contro gli investitori stranieri, l’avrà pur resa celebre agli occhi di no global, indignados e grillini, ma ha aggravato la situazione economica del Paese al punto da comprometterne le capacità di ripresa.

Il responso delle  urne suona dunque come una bocciatura senza appello. E all’orizzonte si profila la figura di Massa, astro nascente di una società pronta ad archiviare definitivamente il decennio targato Kirchner.

Papa Bergoglio, molte luci e qualche ombra

L’altro giorno scrivevo che:

il dilemma che i cardinali elettori affronteranno non è trovare l’accordo sul nome del successore, bensì sulla sua agenda.

Ed è forse qui la chiave di lettura dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e noto come progressista, a 265esimo successore di Pietro.
Il Punto di Lucio Caracciolo:

La scelta di Jorge Mario Bergoglio è rivoluzionaria.
A cominciare dal nome, Francesco, che non si potrebbe immaginare più programmatico.
E dal fatto di non essersi mai chiamato papa nel primo discorso davanti alla folla di piazza San Pietro. Francesco ha parlato da vescovo di Roma, non da pontefice massimo.
Da vescovo che “presiede nella carità a tutte le chiese” da Roma, non da papa imperatore.
Una sottile ma evidente punta polemica Bergoglio l’ha riservata al suo predecessore, pur cristianamente invitando alla preghiera per lui: lo ha ribattezzato “vescovo emerito di Roma” così smentendo la scelta di Ratzinger di farsi chiamare “papa emerito”.
Il fatto che i cardinali abbiano scelto, 8 anni dopo, colui che fino all’ultimo contese il soglio di Pietro a Joseph Ratzinger, è molto significativo. Quasi una forma di pentimento per una elezione che molti di loro evidentemente hanno considerato infelice.
In questo modo il collegio cardinalizio ha inteso probabilmente sigillare, una volta per tutte, l’abdicazione di Benedetto XVI. È stata un’eccezione e tale deve rimanere.
Che un gesuita si chiami Francesco è piuttosto singolare. E impegna ancora di più il nuovo papa a una svolta pastorale nel segno di Assisi. In questo spirito la rinuncia, sia pure ovviamente temporanea, a presentarsi come papa è un formidabile segno di apertura alle Chiese cristiane, ortodossi e luterani in testa, con le quali il dialogo ecumenico promosso in particolare da Paolo VI e da Giovanni Paolo II era sembrato arenarsi durante il pontificato ratzingeriano.
Infine, tratto non secondario, Bergoglio sembra proprio un vescovo empatico. Molto più di un comunicatore, soprattutto un pastore.
Dalle sue mosse nei prossimi giorni, a cominciare dalla scelta del segretario di Stato, capiremo quanti di questi spunti potranno poi produrre realtà.

Il nuovo pontefice dovrà affrontare grandi sfide, sia sul fronte interno (scandalo Vatileaks, accuse di aver coperto casi di pedofilia) sia sul fronte internazionale (perdita dell’influenza della Chiesa cattolica, rapporto con le altre religioni, relazioni con la Cina).

Ma perché proprio Bergoglio? 

Il nuovo Papa è stato eletto al quinto scrutinio. In genere, quando un conclave termina repentinamente è perché si è trovato subito l’accordo su uno dei candidati forti della vigilia. Ratzinger, ad esempio, fu eletto alla sesta votazione.
E’ probabile che i due fronti, quello pro-Scola e quello pro-Scherer – dati per favoriti -, in qualche modo si siano come annullati a vicenda, non raccogliendo l’afflusso degli elettori “indecisi”. In particolare, sulla sconfitta di Scola ha pesato il marchio Cl e le diffidenze Usa verso il potere italiano. Inoltre, su di lui sono confluiti molti di quei porporati che spingevano per l’elezione di un non-europeo.
Di certo quello appena concluso è stato il primo conclave dove i cardinali americani erano realmente favoriti e dove alla fine si sono rivelati decisivi per eleggere il Pontefice. Esprimendo un voto, probabilmente, contro il “partito” della curia romana.

C’è poi un altro aspetto.
Dal diario segreto di uno dei cardinali partecipanti al conclave del 2005 apprendiamo infatti che Bergoglio era stato lo sfidante di Ratzinger per la successione di Giovanni Paolo II. Ma la scelta di puntare sul porporato argentino parve dettata più dalla volontà di sbarrare la strada all’ascesa del cardinale tedesco che di premiare il sudamericano:

Per le sue virtù spirituali il mite Bergoglio gode di una stima trasversale ai continenti e agli schieramenti tradizionali. Tutti sono coscienti però che è pressoché impossibile che il gesuita argentino possa diventare il successore di Wojtyla. Non è certo nemmeno che accetterebbe l’elezione. «Lo guardo mentre va a deporre la sua scheda nell’urna, sull’altare della Sistina: ha lo sguardo fisso sull’immagine di Gesù che giudica le anime alla fine dei tempi. Il volto sofferente, come se implorasse: Dio non mi fare questo».
L’obiettivo realistico dello schieramento di minoranza che intende sostenere Bergoglio è creare una situazione di stallo, che porti al ritiro della candidatura Ratzinger.

Forse è la conferma di quel “salto evolutivo e rivoluzionario” impresso dalla rinuncia di Benedetto XVI, che oltre all’abbandono di una concezione esclusivamente eurocentrica della Chiesa prova a mettersi alle spalle anni di intrighi e giochi di potere all’interno della Curia romana.
L’arcivescovo Bergoglio ne era consapevole. E stavolta ha accettato la sfida.

Tuttavia, la figura di Bergoglio, tra tante luci, presenta anche qualche ombra. Non fosse altro perché, nell’era di internet e dell’informazione in tempo reale, i detrattori non potevano mancare di dare il proprio benvenuto al nuovo Papa.
Tra questi c’è il giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente. Nel suo libro L’isola del Silenzio, Verbitsky sostiene che il nuovo Papa fu colluso con la dittatura, mettendo sotto accusa alcuni provvedimenti presi dal gesuita contro i suoi stessi confratelli.
Accuse rilanciate dalla stampa anglosassone e a prima vista confermate dalla denuncia di una ex detenuta politica in un carcere segreto della dittatura argentina che tre anni e mezzo fa scrisse una lettera aperta all’allora cardinale Bergoglio, accusandolo di aver prima collaborato con il regime fascista e poi di aver cercato di far calare un velo di oblio su quegli anni.

Ma non va dimenticato che Verbitsky scrive per il quotidiano Pagina 12, molto vicino alle posizioni della presidente Kirchner. E in Argentina si sa che i rapporti tra Bergoglio e i Kirchner sono sempre stati molto aspri.
Per la presidente, l’elezione di Bergoglio è praticamente il secondo smacco in due giorni, dopo il referendum consultivo nelle Falkland in cui il 98,8% dei votanti ha espresso la volontà di restare con Londra. Naturale che abbia il dente avvelenato, e che la stampa amica si scateni.

In ogni caso, il nuovo millennio della Chiesa è appena iniziato.

Sbaglia chi dice di fare come Argentina, Islanda ed Ecuador

Quante volte abbiamo letto, in questi anni di crisi economica, che l’Argentina, l’Islanda e l’Ecuador sono stati un esempio straordinario di sovranità popolare perché hanno ripudiato il debito, ribellandosi ai diktat del Fondo Monetario Internazionale? E quante volte le stesse sottolineano come dopo i rispettivi default, non più oppressi dalla schiavitù del debito, negli anni a seguire questi Paesi hanno registrato tassi di crescita così elevati da far invidia persino ai cinesi? Peccato che si tratti di un invito improponibile, poiché fondato su presupposti errati.
Il Post propone un interessante articolo per sfatare questa leggenda ad uso e consumo della gente comune, spiegando perché, dati alla mano, tali Paesi non sono affatto un esempio da seguire.

Ecuador

Il default di Quito rappresenta un caso particolare: il Paese aveva i soldi necessari per pagare il debito, ma una commissione governativa stabilì nel 2008 che 3,5 miliardi di dollari di titoli erano stati emessi in maniera irregolare. La scelta di non ripagare il debito fu politica, già annunciata dal presidente Correa nel corso della campagna elettorale del 2007. Pochi mesi dal default il governo di Correa ricomprò dai suoi creditori il 91% dei titoli di stato su cui aveva fatto default a un terzo del loro valore originale. L’operazione è andata bene: nel 2011 l’Ecuador ha registrato una crescita del 7,8%. Tuttavia:

Per capire come tutto questo sia stato possibile e perché l’esempio dell’Ecuador non sia un esempio che si può imitare, bisogna dare un’occhiata al paese un po’ più ravvicinata. L’Ecuador ha circa 15 milioni di abitanti e una popolazione molto giovane. Il suo Prodotto interno lordo è di 127 miliardi di dollari, meno della metà del PIL della Grecia e meno di un decimo di quello italiano. Oggi il suo debito pubblico è di circa 25 miliardi di dollari (un centesimo del debito pubblico italiano) e nel 2008 fece default soltanto su 3,5 miliardi di debito.
Ma c’è un fatto ancora più importante che distingue l’Ecuador non solo dall’Argentina e dall’Islanda, ma anche dall’Italia: circa metà della sua economia è basata sulle esportazioni di petrolio. Esportare petrolio è ancora più importante di quello che si può pensare: il primo problema di un paese che fa default è che avrà difficoltà a trovare paesi disposti ad acquistare nuovi titoli di stato. Non avere denaro in prestito significa avere meno denaro da investire in infrastrutture, stipendi, riforme, pensioni e tutto il resto della spesa pubblica.
L’Ecuador però aveva il petrolio e all’indomani del default la Cina si fece avanti, offrendo immediatamente al paese un prestito da un miliardo di dollari in cambio di accordi petroliferi. Il tasso di interesse chiesto dai cinesi, 7,5%, era tre volte più alto di quello dei prestiti offerti dal FMI, ma ottenere denaro a un tasso molto alto era certamente una situazione migliore che non avere denaro affatto. In questi ultimi anni il debito pubblico dell’Ecuador nei confronti della Cinaè arrivato a 7,3 miliardi di dollari.

Islanda

Sulla leggenda della rivoluzione islandese ho già ampiamente spiegato, ricevendo insulti, minacce e maledizioni, ma mai una smentita basata su uno straccio di fonte verificata (a parte il blog di Beppe Grillo…).
Il Post:

 l’Italia con più di 60 milioni di abitanti e l’Islanda, invece, con una popolazione più o meno pari a quella di Verona, circa 300 mila abitanti. Con un termine tecnico, l’Islanda è un paese non “sistemico”, che può compiere scelte anche molto azzardate senza che queste abbiano gravi conseguenze di portata planetaria. Ma non c’è solo questo: anche la ricostruzione della crisi in Islanda che viene diffusa più spesso è profondamente scorretta.

La leggenda del virtuoso default dell’Islanda deriva da un episodio che in realtà sembrerebbe molto più degno di biasimo che di merito. Una delle tre banche nazionalizzate dal governo, laLandsbanki, aveva tra i suoi fondi anche un fondo pensione chiamato Icesave. Con il collasso della Landsbanki cominciò un caso diplomatico e legale estremamente complicato che non si è ancora concluso. In sostanza: all’interno di Icesave avevano depositato i contributi per la loro pensione più di 120 mila cittadini inglesi ed olandesi per un totale di 1,7 miliardi di depositi.
La disputa cominciò per stabilire quanti di quei soldi il governo islandese, che ora controllavaIcesave, avrebbe dovuto ridare ai futuri pensionati inglesi e olandesi. Gli accordi ottenuti nel 2010 e 2011 tra i tre governi per restituire il denaro, in diverse forme e tutte molto complicate, furono tutti bocciati nel corso di due referendum, uno nel 2010 e l’altro nel 2011.

Per ulteriori conferme, si vedano anche questo lungo contributo su FalceMartello e questo video su Youtube.

Argentina

 l’Argentina, dopo il default, ha compiuto scelte economiche azzardate che si stanno rivelando devastanti per la sua economia.
(L’Argentina è di nuovo vicina al default?)

Quello che il governo argentino ha fatto negli ultimi anni è stato in sostanza un tentativo di comprare il consenso elettorale dei suoi cittadini aumentando la spesa pubblica, soprattutto sotto forma di massicci trasferimenti di denaro alla popolazione, cioè agevolazioni, sussidi e stipendi pubblici. Dal default del 2001 -che a differenza di quello dell’Ecuador fu causato dal fatto che in cassa non c’erano più soldi- l’Argentina è considerata un paese inaffidabile e quindi non può ricorrere al mercato per finanziare la sua spesa pubblica.
Le soluzioni trovate dai vari governi guidati dal presidente Cristina Kirchner sono state varie e tutte, potenzialmente, molto pericolose. Uno dei primi gesti fu quello di mettere sotto controllo governativo la Banca Centrale.

L’inflazione è proprio uno dei problemi più gravi dell’Argentina. Secondo fonti indipendenti l’inflazione argentina è ormai a più del 25%, mentre secondo il governo è ferma solo al 9%. In molti, tra giornali e analisti finanziari, hanno dichiarato da tempo di non utilizzare più i dati ufficiali del governo, ritenendoli truccati.

Per scampare all’inflazione gli argentini hanno cercato di acquistare monete stabili, in particolare dollari americani, finché i loro pesos valgono ancora qualcosa. Per evitare questo fenomeno, che fa scendere ancora di più il valore della moneta argentina, il governo ha messo in piedi una serie di ostacoli e divieti per impedire di fatto che i pesos vengano cambiati in dollari: ad esempio un argentino che oggi si trovasse in un paese estero non potrebbe prelevare dollari da un bancomat.
A queste limitazioni si aggiungono altre misure poco ortodosse per limitare le importazioni, un altro di quei fenomeni che, se superiori alle esportazioni, fanno scendere il valore di una moneta.
Questo insieme di cause, insieme a una diminuzione del prezzo delle materie prime di cui l’Argentina è un grande esportatore, unito alla crisi globale, sta facendo crollare il gettito fiscale del governo argentino, che non ha a disposizione il mercato del debito per fronteggiare i buchi nel bilancio. Come se non bastasse, pur di cercare di tenere l’economia in moto, la Banca Centrale sta abbassando i requisiti patrimoniali richiesti alle banche. In altre parole le banche potranno prestare più soldi, tenendo in minor conto i rischi che questi prestiti comportano e detenendo quantità minori di capitale di emergenza nelle loro casse.

Con l’espropriazione di YPF l’Argentina ha scelto di voltare le spalle al mondo

La notizia della nazionalizzazione di YPF da parte del governo argentino ha fatto destato molto scalpore. Possiamo analizzarla sotto sue aspetti: uno politico e l’altro economico, peraltro strettamente connessi.
Se esaminiamo gli ultimi sviluppi della politica estera di Buenos Aires, salta all’occhio come, dal giorno della sua rielezione, Cristina Kirchner abbia fatto poco per guadagnarsi amici fuori dalle mura di casa.
Prima l’annuncio di future restrizioni alle importazioni per tutelare il mercato interno, rivolte anche agli altri Paesi dell’America Latina e che secondo gli analisti segneranno l’inizio della fine del Mercosur. Poi la pretesa di riaprire la discussione sulla sovranità delle Falkland, nonostante una guerra persa trent’anni fa e il fatto che gli abitanti delle isole si considerino britannici. Poi lo spocchioso abbandono del summit delle Americhe di pochi giorni fa a causa del mancato sostegno dell’America Latina  a tale richiesta. Infine la vicenda YPF, di fatto espropriata alla compagnia spagnola Repsol a cui era stata (s)venduta all’inizio degli anni Novanta.
Complice una situazione economica meno rosea di quanto appaia, con una crescita prevista al 4,2% ma con un’inflazione 9,9% a cui il suo governo non appare in grado di porre un freno (se non manipolandola, secondo l’accusa di alcuni economisti), Cristina Kirchner è sempre più alla ricerca di consensi. Che per il momento sono arrivati: applausi ed acclamazioni hanno salutato la decisione di riprendersi YPF. Ma al contempo ha gettato il discredito internazionale sul Paese. Il governo Rajoy ha detto che l’amicizia tra Spagna e Argentina può considerarsi rotta. Il FMI ha criticato duramente la decisione della Kirchner. L’Unione Europea, che in questa storia non può incidere molto, si è limitata a sospendere l’incontro bilaterale in programma il 19 e 20 aprile, mentre gli USA, per adesso,  mantengono un profilo neutrale. In ogni caso l’Argentina è finita sotto il fuoco della stampa estera.

Yacimientos Petrolíferos Fiscales venne fondata nel 1922 con l’intento di sfruttare il petrolio il Paese. Nel 1993 la quota di maggioranza è stata ceduta a Repsol per 3 miliardi di dollari in contanti e 2 miliardi in debito. Nel 1999 il governo ha ceduto il resto, dando la possibilità alla famiglia Eskenazi (proprietaria della compagnia Petersen) e ai piccoli investitori di entrare nell’azienda. Fino ad oggi il capitale sociale era così ripartito: 57,4% a Repsol; 25,5% appartenente a Petersen (di proprietà della famiglia Eskenazi); 0,02% al governo argentino e il 17% di flottante.
Adesso il progetto di nazionalizzazione prevede che il governo rilevi il 51% delle azioni di YPF sottraendole a quelle degli spagnoli, Repsol resterà al 6,4%, mentre Petersen manterrà la sua quota e il restante 17% rimarrà sul mercato.
Secondo il governo, il petrolio è una questione di interesse pubblico, posto che l’economia cresce e il suo fabbisogno di energia aumenta di conseguenza. I consumi di petrolio e gas sono aumentati rispettivamente del 38% e del 25% dal 2003 al 2010, ma la produzione è calata del 12% e del 2,3%. Di conseguenza l’Argentina è diventata importatore netto di prodotti petroliferi, per l’equivalente di 10 miliardi di dollari solo nello scorso anno. Tutto ciò a causa di Repsol, che in virtù dell’accordo di vendita ai tempi di Menem ha il diritto di incassare il 90% dei dividendi di YPF senza reinvestirli in ricerca e produzione sul territorio. Circostanza confermata dall’IEA. Nelle scorse settimane, quando la prospettiva della nazionalizzazione iniziava a farsi strada sui media, Buenos Aires aveva accusato Repsol di occultare parte degli utili di YPF per non reimpiegarli in progetti di esplorazione ed estrazione. Repsol, dal canto suo, aveva allora tentato di vendere segretamente le proprie partecipazioni in YPF alla cinese Sinopec, ma il decreto di espropriazione l’ha battuta sul tempo.

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Falklands, trent’anni dopo. Adesso quella forte è l’Argentina

Ho già spiegato come mai la contesa delle Falklands si sia riaccesa proprio adesso, a trent’anni dalla guerra che ne decretò l’appartenenza al Regno Unito. La ragione è il petrolio, ma in politichese si preferisce non dire certe cose apertamente, preferendo ammantarle con motivazioni storico-sociologico-culturali – vere o presunte – che conferiscano un’aura di rispettabilità alle proprie pretese.
Chi volesse ripercorre la vicenda dal principio può dare uno sguardo a questo esauriente excursus.

Soffermandoci sul presente, la tensione diplomatica tra i contendenti ha subito una brusca impennata l’apice nelle ultime settimane. L’Argentina ha reagito con rabbia alla decisione della Royal Navy di inviare il suo distruttore Dauntless nell’Atlantico meridionale. Parimenti ha mal digerito la visita del principe William in “uniforme da conquistatore, giudicata una provocazione. Alle rimostranze politiche si sono poi aggiunte quelle di piazza, culminate nella manifestazione del 20 gennaio di fronte all’amabasciata di Londra, in cui alcune persone hanno anche incendiato una bandiera britannica.
Eventi a cui Londra ha replicato accusando Buenos di colonialismo e – fatto più significativo – rafforzando la difesa dell’arcipelago con l’invio di un sottomarino a propulsione nucleare Trafalgar, dotato di missili da crociera Tomahawk e siluri Spearfish. In proposito il ministero britannico della difesa ha rifiutato ogni commento ufficiale.
In ogni caso le Falklands sono ben guarnite.

L’aspetto sul quale vale la pena riflettere è che, rispetto al 1982, le parti sono invertite: ora quella forte è l’Argentina. Confortata da indicatori macroeconomici favorevoli (crescita tra il 7% e il 10%, povertà all’8.3% e disoccupazione al 7,2%), Buenos Aires sta vivendo un momento favorevole, benché in mezzo a tante luci non manchino le ombre (inflazione e surplus commerciale previsto in ribasso). Lo Stato è tornato ad essere protagonista della vita economica, dopo la scellerata parentesi liberista targata Menem. L’incremento dei prezzi di materie prime e prodotti agroalimentari hanno contribuito al rilancio dell’export, mentre l’istituzione di restrizioni all’import ha avviato il mercato interno verso la quasi totale autosufficienza.
L’economia di Londra, al contrario, è ancora in stallo a causa della crisi, anche perché appesantita da un debito (pubblico e privato) che cresce a vista d’occhio. Le estrazioni petrolifere sono diminuite di un terzo rispetto all’anno, e il referendum sull’indipendenza della Scozia previsto per il 2014 rischia di portare via anche ciò che resta dei giacimenti nel Mare del Nord.

Anche a livello internazionale la bilancia pende dalla parte dell’Argentina. Pressoché tutti i Paesi dell’America Latina sono schierati con Buenos Aires. Lo si era capito in dicembre, quando il presidente Cristina Kirchner, nel discorso di insediamento alla presidenza del Mercosur, ha ringraziato i presenti per il sostegno offerto al blocco navale argentino nei confronti di imbarcazioni delle Falklands. La prima di una serie di iniziative volte a tagliare fuori i keplers (gli abitanti delle isole) dal resto del mondo.
Londra, invece, parteggia da sola. Cameron è politicamente sempre più isolato dall’Europa. L’America mantiene un profilo neutrale, limitandosi all’augurio che le parti raggiungano un accordo attraverso il dialogo bilaterale.
Elementi che rispecchiano i mutati rapporti di forza sullo scacchiere globale. Non solo tra Argentina e Regno Unito.

Negli ultimi anni la fiducia del Sud America nelle proprie possibilità viaggia di pari passo con l’ascesa della sua economia. Il continente è riuscito a crescere a ritmi lusinghieri nonostante la crisi. I Paesi latinoamericani hanno capito che al mondo non ci sono solo Washington, Londra o Berlino. Così si sono impegnati a stringere solidi legami con le altre economie emergenti (Cina in primis), nonché a rafforzare i rapporti intracontinentali attraverso una serie di riuscite iniziative diplomatiche: Unasur e Celac su tutte.
Contemporaneamente sono cresciute le spese militari, motivata da ragioni diverse da Paese a Paese ma in definitiva volta a ridimensionare le mire straniere sui giacimenti del continente. Nel periodo 2003-2010 Il bilancio della difesa in America Latina è cresciuto con una media annua del 8,5%, fino a sfiorare i 70 miliardi di dollari. L’Argentina spenderà 5 miliardi di euro nel 2012, contro i 3,2 miliardi dello scorso anno. Oltre al completamento del programma di modernizzazione del TAM (Tanque Argentino Medium), Buenos Aires ha deciso di acquistare una cinquantina di elicotteri dalla Cina e di avviare i preparativi per la costruzione di un sottomarino nucleare (in un chiaro esempio di imitazione e/o deterrenza rispetto al Brasile). Previsto anche un programma di sviluppo nel settore dei droni.

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Cristina Kirchner (e il peronismo) stravincono in Argentina

Come nelle previsioni, Cristina Kirchner è stata rieletta alla guida dell’Argentina. E’ la prima donna alla guida di un Paese a venire rieletta per la seconda volta. Il 54% di responsi con il quale si è assicurata il secondo mandato non sorprende nessuno. Fa tuttavia impressione il distacco rispetto al secondo classificato, il socialista Hermes Binner, giunto appena al 17%: si tratta del più ampio divario tra vincitore e runner-up nella storia del Paese. Sarà sostenuta dal suo partito, il Frente para la Victoria, che si è guadagnato la maggioranza assoluta al Congresso.

Crescita economica e affetto popolare, accresciuto dalla scomparsa del marito, l’ex presidente Nestor Kirchner nel 2009, hanno contribuito all’impennarsi della sua popolarità. Subito dopo lo scrutinio dei voti la “presidenta” ha dichiarato di voler “migliorare la vita di 40 milioni di argentini“, davanti ad una festante Plaza de Mayo, a Buenos Aires.
I meriti di Kirchner si possono riassumere in tre punti:
1) La riaffermazione del ruolo dello Stato nell’economia. Nonostante una ferrea opposizione politica e lobbistica, per anni foraggiati da corruzione e privatizzazioni, Kirchner è riuscita a restituire all’autorità centrale la gestione e la pianificazione dei settori produttivi. Ricavando un vantaggio anche sul piano sociale;
2) La riconversione del welfare. I lauti introiti generati dall’export di materie prime, come la soia, hanno fornito allo Stato le risorse necessarie per completare il programma di sostegno, iniziato da suo marito, in favore delle fasce sociali più deboli;
3) L’apertura ai giovani. Grazie a lei, in Parlamento sono entrati deputati giovani che garantiranno al Paese una futura classe dirigente preparata.

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