“Non per il petrolio, ma con il petrolio.” Perché l’America ha invaso l’Iraq

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo - Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

Armi saudite nel conflitto siriano

Oggi dalla Siria ci giungono una notizia e una non-notizia.

La notizia. Alcuni jihadisti hanno attaccato nella notte una struttura dell’intelligence aeronautica alle porte di Damasco. L’attacco al compound nel quartiere di Harasta è stato rivendicato dal gruppo al-Nusra (info sul gruppo qui, qui e qui).

La non-notizia. La BBC ha mostrato la foto di una cassa di armi in una base dei ribelli anti-Assad nella città di Aleppo. Le casse (tre, per la precisione) provengono dall’Arabia Saudita. Nessun commento da Ryadh.
Globalist prova ad esaminare i dettagli:

Dalla foto, però, è possibile comprendere altri particolari. Ad esempio che l’origine del carico sia l’Ucraina, che la società venditrice sia la Dastan Engineering Company e che la casa produttrice dia la Lcw Lushansk, sempre ucraina. Il carico sarebbe partito da Gostomel, Ucraina, per arrivare a Riad. Da lì, per qualche via misteriosa, ai ribelli di Aleppo.
La Dastan Engineering Company è specializzata in armi navali, sistemi radio, componenti missilistiche e sistemi di protezione aerea.
Quindi è verosimile pensare che nelle casse ci fossero sistemi portatili antimissili.

Che le petromonarchie del Golfo stiano foraggiando i ribelli è il segreto di Pulcinella: tutti sanno da mesi che il Free Syrian Army riceve armi, soldi e supporto d’intelligence dall’estero (si veda qui, qui, qui, qui, qui, qui, ma l’elenco di riferimenti è sconfinato). La differenza è che ora l’informazione mainstream comincia a dirlo apertamente.
E quando certe notizie si dicono ad alta voce, spesse volte sono il segno che qualcosa sta per succedere.

Arabia Saudita, cosa succede se il petrolio si esaurisce?

La notizia è di tre settimane fa. L’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, potrebbe diventare un importatore netto della risorsa già entro il 2030. Con una produzione di 11,2 milioni di barili al giorno, Ryadh contribuisce al 13% dell’offerta mondiale dell’oro nero. Eppure i consumi di greggio per abitante sono dunque tra i più alti al mondo e crescono a un tasso del +8% annuo: circa un quarto della produzione viene utilizzata nel mercato interno, per produrre quasi la metà dell’elettricità necessaria al Paese. Se le cose non cambieranno, e in fretta, le conseguenze potrebbero essere nefaste – e non solo per i sauditi.

È quanto sostiene l’ultima ricerca di Citigroup sul settore. Il rapporto di 150 pagine a firma di Heidy Rehman sul settore petrolchimico saudita afferma che il consumo locale di elettricità si è impennato. Metà è dovuto agli usi residenziali (di cui i due terzi per l’aria condizionata), mentre buona parte di quello industriale è assorbito dal processo di dissalazione delle acque. Oggi i sauditi hanno un consumo pro capite di 250 litri d’acqua giornalieri: il terzo più al mondo, in crescita del 9% annuo.
Il risultato è che l’aumento dei consumi ha fatto crollare le esportazioni.

Già lo scorso giugno questo videoservizio di Antonio Ferrari su Corriere TV aveva lanciato l’allarme sull’esplosione del consumo saudita. Nel filmato viene citato, tra gli altri, uno studio pubblicato nel dicembre precedente dalla Chatham House intitolato Burning Oil to Keep Cool. Il grafico a pagina 11 – riprodotto nel servizio di Ferrari – mostra come, in mancanza di provvedimenti correttivi, le necessità interne andranno progressivamente ad annullare la capacità di esportazione.
Come spiegato su Petrolio:

Abbiamo notato il fenomeno già per altri Paesi: come l’Indonesia, il Messico, la Siria, l’Iran. E considero la questione come forse quella fondamentale per capire i sommovimenti del Medio Oriente, e anche del perché Paesi come l’Arabia o il Qatar sembrino partecipare più che volentieri alle guerre petrolifere e alle esportazioni di democrazia. In realtà, sono stretti tra due fuochi: non sono in grado di diminuire l’uso interno di petrolio senza rischiare rivoluzioni, ma non possono neppure rinunciare alle ricche esportazioni su cui si basa la loro economia.
E’ una bomba innescata tra popolazione in crescita e risorse in calo, e nella storia questo ha sempre significato una sola parola: guerra. Speriamo, del tutto irrazionalmente, che non sia oggi il caso.

Per allontanare questa inquietante prospettiva, i sauditi si sono mossi su più direzioni. Hanno rilanciato il loro programma nucleare e in più hanno annunciato un intenso piano di sviluppo dell’energia solare. Inoltre, vogliono comunque aumentare la produzione petrolifera, ufficialmente per calmierarne i prezzi.

In realtà Ryadh sta già pompando al massimo per compensare le minori esportazioni dell’Iran dovute all’ultimo round di sanzioni in vigore da luglio. Rispetto al 2006, l’Arabia Saudita produce il 6% di greggio in più, ma ne esporta sempre meno.
Il vero problema è cercare di capire non quanto petrolio esporta, ma quanto ancora ne conserva nel sottosuolo. Ripropongo – per l’ennesima volta  - quanto scrivevo lo scorso anno:

Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra.

Anche i dati sulle esportazioni sono opachi. Al punto che due anni fa la stessa IEA ha ammesso di affidarsi alle rilevazioni di una certa Petro-Logistics, società che sostiene di poter stimare il cargo di una nave osservando la linea d’acqua della nave caricata.
In altre parole, il mercato del petrolio – e, di riflesso, l’economia globale – si reggono sugli umori di un Paese chiuso e impenetrabile.  I cui dati sono verosimilmente falsi, o quanto meno inaffidabili.

Per maggiori approfondimenti sulla correlazione tra riserve e produzione petrolifera giornaliera si veda un post (“speculativo” per stessa ammissione dell’autrice, ma ricco di dettagli tecnici) su OsservaMondo. L’articolo è da leggere tutto, ma a noi interessa soprattutto questo passaggio:

Per quanto riguarda l’Arabia Saudita, il picco del ’85 dipende non da un aumento delle riserve, ma da una caduta della produzione. Da li in poi la produzione è lentamente aumentata, facendo scendere il RLI di qualche punto, fino all’89 quando in un anno aggiungono 2 milioni di barili di produzione al giorno. Allora il RLI sarebbe sceso di molto, se non nello stesso anno, l’Arabia Saudita aggiunge ben 100 miliardi di barili di riserve, arrivando a 260 miliardi ca. Questa cifra è rimasta tale e quale fino ad oggi. Non importa quanto estraggono, le riserve e quindi il RLI rimangono uguali.
In ogni caso la differenza tra paesi OPEC e non-OPEC è notevole. Fuori dall’OPEC il petrolio basta ancora per 10 anni, dentro all’OPEC ancora per 76 anni.
Potrebbe trattarsi di un ulteriore indicazione che l’OPEC esagera le riserve tremendamente. La Russia ha un RLI di 17, ma ha da 2 anni superato la produzione dell’Arabia Saudita, con un RLI di 75. I sauditi raccontano a chiunque ascolti che il paese potrebbe facilmente aumentare la produzione di altri 2 milioni di barili, senza però dimostrarcelo mai per davvero.

La formula RLI = riserve / produzione mi da che le riserve dell’Arabia Saudita dovrebbero aggirarsi intorno ai 57 miliardi di barili, da paragonare ai 60 della Russia. Molto meno dei 260 miliardi che non cambiano indipendentemente se il re ha ordinato un fermo della produzione o 100 rigs in più. 57 miliardi non sono neanche 2 anni di consumo mondiale.

Ok, è un’analisi speculativa. Ma che succederebbe se le cose stessero davvero così?

La corsa al nucleare nel Golfo Persico – aggiornamento

Per inquadrare lo sviluppo dell’industria nucleare nei Paesi del Golfo ripropongo alcuni passaggi che avevo scritto lo scorso anno:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma. È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Nonostante siano il terzo esportatore di petrolio al mondo, anche gli Emirati Arabi Uniti progettano l’installazione di centrali nucleari.

In tutto, sono tredici i Paesi arabi che puntano all’atomo, tra quelli che hanno annunciato l’avvio di programmi nucleari e quelli che hanno rispolverato vecchi piani mai realizzati. Gli Stati del Golfo hanno bisogno di una sempre maggiore quantità di energia. Da un lato per assicurarsi una crescita annua dal 5% in su; dall’altro per garantire le forniture ad una popolazione che cresce ad un ritmo anche maggiore, onde scongiurare la ripresa di pericolose tensioni sociali (peraltro tuttora in atto). Per centrare entrambi gli obiettivi basterebbero le riserve di idrocarburi esistenti, se non fosse che la maggior parte dell’output viene destinato alle esportazioni, sia in Occidente che (sempre di più) in Cina e India. Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile. Il regno saudita mantiene una coltre di nebbia intorno alla reale entità delle sue riserve. Il dato ufficiale comunicato all’IEA (264 miliardi di barili) non cambia dal 1989. Questo significa che ogni tanto scoprirebbero tanto petrolio quanto estraggono, ossia tre miliardi b/g. Impossibile. La prova è nel fatto che dal 2004 il Paese ha avviato nuove esplorazioni alla ricerca di giacimenti offshore, più costosi e meno accessibili di quelli onshore, cosa che si fa solo in assenza di importanti depositi a terra. Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata.

Ci sono alcuni interessanti sviluppi.
Citigroup ha detto che l’Arabia Saudita, attualmente il maggior esportatore di greggio al mondo, potrebbe diventare importatore di petrolio entro il 2030 a causa della crescente domanda interna di energia elettrica, che nelle ore di punta segna un aumento dell’8% rispetto ad un anno fa. Se il tasso di crescita si mantiene su questi livelli, entro tale data sarà necessario bruciare circa 8 milioni di barili al giorno.
Venerdì 21 settembre l’UPI ci informa che i futuri reattori di Ryadh (qui parla di 20 anziché 16) dovrebbero produrre 41 GW. Altri 4 GW verrebbero dai sistemi geotermici e altre fonti alternative. Allo stato attuale, la produzione di energia elettrica del regno è di 52 GW generati da 79 centrali elettriche, le quali consumano una quota sempre crescente dell’output petrolifero.

Per quanto riguarda le applicazioni militari, va detto che Ryadh potrebbe dotarsi delle armi atomiche ben prima del 2030. In luglio Press Tv ha rivelato che, secondo un rapporto, i funzionari sauditi stavano cercando di trovare un “accordo segreto” con il Pakistan per comprare le armi nucleari da Islamabad. La voce girava da mesi e ha ricevuto conferme anche negli ultimi giorni. In febbraio l’Australian ricordava che già nel 2008 i sauditi avevano firmato un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per ricevere assistenza nel campo del nucleare civile, a patto però di escludere ogni possibile applicazione in campo militare. L’Arabia Saudita è il più grande alleato dell’America, ma è anche stato il loro peggior nemico in Iraq ieri e in Siria oggi, dunque la prudenza è d’obbligo.
In ogni caso, Israele non permetterà mai l’eventualità di un’Arabia Saudita nuclearizzata. Innanzitutto perché il monopolio dell’arma atomica nel Medio Oriente è il presupposto fondamentale della propria salvaguardia. E poi, al contrario dell’Iran (la cui volontà di dotarsi dell’atomica è tutt’altro che provata), Ryadh sarebbe una minaccia reale per Tel Aviv.

Le due Guerre Fredde in Siria

La Russia ha ripetutamente affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarà considerato come un attacco alla sua sicurezza nazionale. Medvedev, con molta enfasi, si è spinto più in là: se gli Stati Uniti non rispetteranno la sovranità della Siria, la susseguente escalation di tensioni potrebbe condurre il mondo nel baratro di una guerra nucleare (si veda anche qui). Esagerato, certo, ma rende l’idea di come il Cremlino non tolleri alcuna interferenza nell’evoluzione della crisi siriana.
Queste sono le ragioni del sostegno russo alla Siria:

Con l’eventuale fine di Assad, Mosca perderebbe un grosso cliente nella vendita di armi, oltre ad un avamposto strategico – l’ultimo, probabilmente – nella regione. Inoltre, anche i russi hanno capito che per l’Occidente Damasco è una tappa obbligata sulla strada che porta a Teheran. Se i regimi in questione fossero rovesciati, Mosca vedrebbe i confini dell’ex Primo mondo spingersi fin dentro quello che considera il proprio spazio vitale. Inaccettabile come prospettiva. Di conseguenza ha sempre ribadito con fermezza la propria volontà di bloccare qualsiasi tentativo di intervenire in Siria con il benestare delle Nazioni Unite.

E queste sono le motivazioni per cui gli Stati Uniti auspicano un cambio di regime - quelle vere, scevra di ogni retorica pro-democrazia ma al contrario fondata su un preciso calcolo strategico:

Non potendo impegnarsi direttamente, gli USA ricorrono al vecchio strumento della proxy war, che consiste nell’offrire materiale (ossia armi) e finanziario al nemico del proprio nemico. Perciò i media concentrano la propria attenzione sul Free Syria Army, ufficialmente formato da dissidenti dell’esercito regolare ma in realtà creato e formato con l’appoggio dell’Occidente (non a caso si parla di “Brigate Feltman”). Benché sia stato dato molto risalto alla diserzione di un generale con cinquanta uomini al seguito, le forze armate di Damasco sono ancora intatte e disciplinate. Non vanno poi dimenticati i ribelli libici, di fede sunnita e dunque schierati contro Assad, come ad Hizbullah in Libano.
Dall’altra parte c’è l’Iran, fiero sostenitore di Assad e del primato sciita, la cui partecipazione diretta è dichiarata dallo stesso Jeffrey Feltman, assistente del Segretario di Stato USA. Alcune settimane fa il governatore della provincia irachena di al-Anbar, Qasim Al-Fahdawi ha detto di averele prove del coinvolgimento dell’Esercito di Mahdi di Moqtada al-Sadr negli scontri. Anche l’opposizione siriane sostiene che 100 autobus trasportanti almeno 4.500 uomini armati di al-Sadr avrebbero attraversato il confine siriano, diretti verso Deir al-Zour. Si segnala che pochi giorni fa la Turchia ha denunciato il sequestro di un cargo contenente armi diretto in Siria, di sospetta provenienza iraniana  (accusa smentita da Teheran).

La ragione per cui l’America segue da vicino gli eventi in Siria è perché spera che, una volta caduta Damasco, la prossima ad implodere possa essere  Teheran
.

Armi e navi verso la Siria

Le più chiare avvisaglie dell’escalation in corso sono rappresentate dalla progressiva militarizzazione intorno al Paese. BBC riporta che la Russia ha inviato una sette navi da guerra guidate da un cacciatorpediniere anti-sommergibile in direzione della sua base siriana di Tartus. Secondo fonti citate dall’agenzia stampa Interfax, le navi trasportano un contingente di militari in missione di addestramento, oltre che cibo e carburante per la base. Ufficialmente. Di fatto, Mosca vuole far capire a Stati Uniti Occidente – e alla Lega Araba – che intende difendere i propri interessi nella regione. Nel frattempo, gli Stati Uniti stanno inviando un terzo gruppo di portaerei nella regione del Golfo Persico.
Mosse giunte a meno di un mese dalla vendita di elicotteri d’assalto russi al regime siriano. Affare che a Mosca difendono in ragione del fatto che gli americani, dietro le quinte, stanno inviando armi e munizioni ai ribelli siriani - fatto noto da mesi, confermato dal New York Times in giugno così come dal velato monito di Kofi Annan pochi giorni fa. A proposito di ribelli, qui avevo spiegato cos’è davvero il Free Syrian Army e chi c’è dietro:

Il DamasPost rivela la vera storia dietro la formazione di questo gruppo. Lo scorso 20 Febbraio 2011 l’Assistente del Segretario di Stato Usa Jeffrey Feltman è stato a Beirut, accompagnato da un funzionario del Mossad di nome Amit Azogi (ex generale dell’esercito israeliano e ora trafficante d’armi), un ufficiale dell’intelligence giordana di nome Ali Gerbag e alcuni libanesi appartenenti al Movimento 14 marzo. Presente anche il Presidente del Partito di Liberazione Islamico in Turchia, Yilmaz Chelk. L’obiettivo dell’incontro era quello di formare gruppi di miliziani armati per lottare contro il regime siriano. Non a caso, il quotidiano parla dell’Esercito Libero come delle “Brigate Feltman”.
Non solo. Un servizio recentemente trasmesso dalla BBC mostra due interessanti dettagli. I miliziani sono basati nel nord del Libano, in una zona dove prosperano gli estremisti salafiti e wahabiti. Inoltre, va notato che essi imbracciano fucili M-16, gli stessi in dotazione all’esercito americano e che i siriani non hanno mai utilizzato [dopo quella svista, i ribelli sono sempre apparsi in video imbracciando dei più consueti AK-47 Kalashnikov]

Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte?

Lo scenario che emerge dal caos siriano induce a pensare che il mondo abbia fatto un salto indietro di trent’anni, all’epoca della Guerra Fredda. Allora i russi invadevano l’Afghanistan e gli americani finanziavano i ribelli che li combattevano – chi fossero questi ribelli e quali intenzioni avessero, l’America lo avrebbe scoperto un martedì 11 settembre di vent’anni dopo.
In realtà la Guerra Fredda è solo un eco del passato. Il Grande Gioco della Siria è molto più complicato.
Quasi sempre i media dimenticano di considerare l‘Iran e la Lega Araba (quest’ultima retta dalla premiata ditta Qatar-Arabia Saudita). Tali parti sono portatrici di interessi contrapposti, che – a prima vista – ricalcano quelli, rispettivamente, di Russia e Stati Uniti.

Il ruolo dell’Iran

L’Iran è il principale alleato di Damasco (con la quale mantiene un ferreo patto di mutua difesa), dunque sta con Mosca; sauditi e qatarioti premono affinché in Siria possa essere instaurata una democrazia, e appoggiano la posizione USA.
Dell’Iran abbiamo già detto: è il vero obiettivo della strategia americana in Siria:

Ciò che tutt’ora non ci dicono, ma che é facilmente desumibile da questa cartina preparata dagli amici di nocensura.com, é che le basi americane in medio-oriente sono davvero tante e, guardacaso, tutte intorno all’Iran. Mettere le mani sul territorio siriano, ponendo fine al governo antiamericano di Assad, permetterebbe di completare l’opera di accerchiamento all’Iran.

Inoltre, come scrivevo in un post di febbraio, citato più sopra:

Mosca ha rivelato che la bozza del CdS conteneva una clausola che autorizzava l’intervento militare. Un articolo su Pravda fornisce un’eccellente spiegazione del triangolo di rapporti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele. Quest’altro su al-Akhbar va oltre e spiega perché Occidente e Lega Araba spingono per un intervento militare: garantirsi un avamposto nella prospettiva di un prossimo attacco all’Iran, in una catena di eventi che porterebbe a ridisegnare la mappa della regione mediorientale.

Il mancato invito di Teheran all’ultima Conferenza degli Amici della Siria a Ginevra (giudicato un errore dai russi), nonostante l’apertura del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e di Kofi Annan, parla per sé. Non si chiede al tacchino di imbandire il pranzo di Natale.

Le trame di Qatar e Arabia Saudita

Dall’altra parte c’è la Lega Araba. Quale sia il suo scopo, lo spiegavo in un altro post citato più sopra:

[...] porre fine al dominio sciita per riportare al potere la maggioranza sunnita, in modo che in un futuro appuntamento elettorale il popolo possa consegnare la nascitura “democrazia” siriana nelle mani della Fratellanza Musulmana, sulla falsariga di quanto sta già avvenendo in Tunisia ed Egitto.
Non stiamo assistendo ai negoziati arabo-occidentali per la liberazione della Siria, ma ai tentativi sottotraccia del Qatar di trasformare il Paese in una nuova Libia. E a Washington fingono di non saperlo, troppo indaffarati a chiudere i conti con Teheran senza sporcarsi le mani.
L’unità di intenti dimostrata da americani e qatarini si rivela dunque un pericoloso passo a due in cui i primi credono di guidare i secondi e in realtà sono questi ad usare quelli. Ciò che Washington non riesce a capire è che l’apparente convergenza di interessi con Doha nasconde in realtà due obiettivi opposti e, in definitiva, inconciliabili.
Difficile immaginare cosa verrà fuori da questo ambiguo sodalizio. Non dimentichiamoci che al-Qa’ida, oggi incubo dell’Occidente, non è altro che il figlio illegittimo di quel matrimonio tra USA e Pakistan celebrato trent’anni fa in funzione antisovietica.

I veti della Russia sono il maggiore ostacolo alla realizzazione di questo programma.
In dicembre il Qatar aveva fatto un tentativo – senza successo – per indurre Mosca a più miti consigli. Come? Attraverso l’argomentazione a Doha più congeniale, ossia la corruzione:

Pochi giorni fa è scoppiato [nei primi di dicembre, appunto] un caso diplomatico tra Russia e Qatar dopo la notizia che l’ambasciatore russo a Doha aveva subito un “incidente” all’aeroporto della capitale qatariota. Il ministero degli Esteri russo Lavrov ha preteso le scuse formali dello Stato arabo, oltre alla punizione degli agenti di sicurezza coinvolti nel fatto.
L’agenzia di stampa russa RT riferisce che l’ambasciatore ed altri funzionari dell’ambasciata sono stati picchiati dalla polizia doganale. La ragione del gesto è spiegata da un anonimo diplomatico russo, il quale rivela che questo incidente “è un insulto a causa della posizione russa sulla Siria”.
Il quotidiano libanese Al-Nahar racconta un retroscenala Russia avrebbe respinto un’offerta di milioni di dollari per revocare il proprio appoggio ad Assad passando sul fronte antiregime. La reazione di Mosca è stata un rifiuto, accompagnato dalla conferma del proprio sostegno a Damasco. La Siria è l’avamposto russo sul Mediterraneo poiché le flotte di Mosca sono attraccate ai porti di Tartus e Latakia. Difficile che i russi rinuncino alla profondità strategica garantita da Assad.
Visto l’accaduto, Mosca ha ufficialmente degradato le proprie relazioni con Doha.

Quanto ai sauditi, quest’articolo tradotto da Medarabnews spiega che a Ryadh, il regime di Assad è dipinto come una dittatura atea, l’ultimo Stato guidato da una minoranza eretica che opprime i musulmani sunniti, mentre viene sostenuto dai russi. La crisi siriana diventa così un’occasione per regolare vecchi conti in sospeso:

Sconfiggere la Russia nel mondo arabo fu una priorità per l’Arabia Saudita, ancor prima di diventare un vero e proprio impegno in Afghanistan negli anni ‘80. L’attuale crisi siriana è forse l’ultima possibilità di compromettere definitivamente la già erosa sfera di influenza russa nella regione. I sauditi forse pensano che sconfiggere la Russia questa volta in Siria potrebbe dare nuovo vigore alla loro vecchia mitologia di sconfiggere l’ateismo nel mondo e sostenere i musulmani sunniti a livello globale. Mentre la Russia è cambiata negli ultimi vent’anni, il regime saudita è ancora molto dipendente dall’esigenza di proporsi come difensore dell’Islam sunnita. Simili pretese sono sufficienti a preoccupare i russi nel loro cortile di casa.

Fuochi incrociati

Ricostruiti tutti gli interessi in gioco, possiamo trarre una conclusione: la crisi siriana non è un nuovo capitolo della Guerra Fredda – non di quella “classica”, almeno.
In Siria sono in corso due confronti a distanza: USA-Iran, da un lato; monarchie arabe-Russia, dall’altro. I discorsi sull’imperialismo americano, sull’esportazione della democrazia e affini, a cui siamo abituati, mal si adattano alla complessità del rebus di Damasco. E sullo sfondo del bisticcio Washington-Mosca si stagliano nuove figure, più influenti e più direttamente coinvolte sul campo di quanto non possano esserlo le due ex (uniche) superpotenze.
La verità è che il nuovo ordine mondiale gira sempre più intorno a nuovi perni: innanzitutto i BRICS, di cui Cina e Russia – e in futuro anche l’India?sono la spina dorsale. Il loro peso è sufficiente a bloccare qualunque mossa di un Occidente che fatica ancora a riprendersi dalla crisi. E poi i Paesi arabi, forti del proprio ruolo strategico nell’approvvigionamento energetico mondiale, i quali non sono più disposti a recitare un ruolo subalterno nei dossier geopolitici che li riguardano.
Ai media nostrani rimane difficile spiegare che l’oligopolio della potenza condiviso tra Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono solo echi del passato. Un nuovo ordine mondiale si profila all’orizzonte. La crisi in Siria è solo l’inizio.

Iran e Occidente lottano non per il petrolio, ma con il petrolio

Come secondo le attese, l’ultima fase di negoziati con l’Iran in merito al suo programma nucleare non hanno ottenuto nessun risultato significativo. Il mese scorso, dopo i colloqui a Baghdad, gli ispettori dell’AIEA avevano sperato di raggiungere un accordo con Teheran per definire un “approccio strutturato” che permettesse loro il controllo dei siti di ricerca nucleare sospettati di essere adibiti ad usi militari, ma da allora non ci sono stati progressi. Alla buona notizia della ripresa di un dialogo dopo 18 mesi ha fatto seguito la cattiva notizia di un copione già visto.
Di nuovo c’è che dal 1 luglio la Repubblica Islamica dovrà fare i conti con le ultime pesanti sanzioni inflitte dall’ONU, che potrebbero seriamente danneggiare l’economia iraniana. Il nuovo pacchetto di misure ha lo scopo di punire chiunque intrattenga affari con la Banca centrale di Teheran, con l’effetto di colpire il settore petrolifero, vitale per il mantenimento dello Stato iraniano. Benché l’India, cliente abituale del greggio persiano, abbia deciso di ricorre a metodi creativi per aggirare il muro delle sanzioni, stavolta pare proprio che l’Iran sia con le spalle al muro.
Eppure lo strumento più potente che Teheran ha in mano non è la bomba (che secondo l’Occidente è in procinto di costruire), bensì proprio la sua ricchezza principale: il petrolio.

Il maggior pericolo di un’escalation di tensioni militari con l’Iran è che i prezzi del petrolio schizzerebbero alle stelle, mandando l’economia globale in tilt – come se non avesse già abbastanza problemi.
Lo scorso dicembre è bastato che circolasse la voce della possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, giugulare del mercato petrolifero mondiale, perché le quotazioni del greggio aumentassero di 3 dollari in un solo giorno.  Come ho scritto nell’occasione:

Razionalmente l’Iran non farà nulla, visto che il blocco danneggerebbe innanzitutto il proprio export, senza contare le inevitabili ritorsioni militari che il mondo scatenerebbe. Ma è importante che tutti credano che stia per fare qualcosa.

La posizione geografica della Repubblica Islamica rende l’operazione teoricamente possibile, ancorché improbabile. Inoltre, in gennaio il Segretario alla Difesa USA Leon Panetta, attraverso canali segreti, ha già fatto sapere alla Guida Suprema Khamenei che l’eventuale chiusura dello Stretto rappresenta la “linea rossa” oltre la quale sarà guerra. Segno che gli USA hanno preso la minaccia sul serio.
Ma l’Iran non vuole combattere; i suoi reali obiettivi sono altri. L’economia presta molta attenzione alle aspettative, e in una fase storica caratterizzata da volatilità e profonda incertezza come questa, la prospettiva di restare a secco di oro nero è una mossa di per sé sufficiente a far vibrare ulteriormente un sistema congiunturale già claudicante. I mercati sono molto sensibili ai rumors e gli iraniani lo sanno. Non a caso, in seguito all’annuncio sanzioni economiche più severe, sempre in dicembre il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Rahimi ha avvertito che se le misure previste entreranno in vigore “non una goccia di petrolio passerà attraverso lo Stretto di Hormuz”. Più di recente si registrano i contrasti con gli Emirati Arabi Uniti per la sovranità sulle isole Abu Musa, di grande importanza strategica poiché situate proprio al di qua dello Stretto.

Il succo della storia è questo: il petrolio è il coltello che l’Iran ha dalla parte del manico, lo strumento attraverso il quale esercitare il proprio leverage politico. Per questo le sanzioni in vigore da luglio si rivolgono proprio al petrolio: se esso è un’arma, bisogna cercare di disinnescarla.
Punto di partenza è diversificare gli approvvigionamenti per ridurre la dipendenza dal greggio iraniano. L’efficacia delle sanzioni è stata procrastinata di sei mesi proprio per consentire ai Paesi europei – in particolare Italia, Spagna e Grecia – di cercare alternative sul mercato. La Cina ha ridotto le proprie importazioni di un quarto. Anche la Turchia ha notevolmente ridotto gli acquisti. nondimeno, più volte il Dipartimento di Stato USA ha chiesto a India, Corea e Giappone di fare altrettanto.
Di per sé, la rinuncia ad un produttore petrolifero di primaria grandezza sarebbe un boomerang per tutto il pianeta. Ma il flusso di greggio sul mercato è stato mantenuto a livelli accettabili dall’Arabia Saudita, la cui produzione ha toccato i livelli più alti degli ultimi 23 anni. Circostanza non gradita a Teheran, la quale ha accusato Ryadh di violare le quantità stabilite secondo le quote OPEC. Peraltro, la capacità dell’Iran di turbare il corretto andamento del mercato era già stata ridotta lo scorso anno dall’annuncio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di mettere sul mercato 60 milioni di barili attingendo alle proprie riserve strategiche. Nell’ultimo G8 di Chicago le maggiori potenze mondiali hanno preso l’impegno di coordinare le proprie azioni per stabilizzare le quotazioni del greggio nel caso in cui le tensioni con l’Iran lo rendano necessario. Infine, i Paesi del Golfo, con gli EAU in testa, stanno progettando di bypassare lo Stretto di Hormuz tramite  un oleodotto, completato in maggio, che sbocca direttamente sull’Oceano Indiano, dove l’influenza di Teheran non può arrivare.

Benché tutte queste risposte hanno sensibilmente ridotto il margine di manovra di Teheran sulle quotazioni, la prospettiva di un nuovo shock petrolifero rappresenta ancora un incentivo potente in mano alla Repubblica Islamica. Se nel lungo periodo le soluzioni alternative potrebbero bastare per sostituire completamente il greggio iraniano, le ripercussioni nel breve periodo sarebbero notevoli. E’ questo a preoccupare i mercati. Con una nuova spirale recessiva all’orizzonte e la crisi dei debiti sovrani ad aggravare la già fragile situazione dell’Eurozona. Va anche detto che India e Giappone, al momento, non possono rinunciare ad abbeverarsi dai pozzi iraniani: la prima perché deve mantenere in corsa un’economia in preoccupante rallentamento, il secondo perché non può più contare sull’apporto dei propri reattori nucleari, precauzionalmente spenti in seguito al disastro di Fukushima.
Mentre il mondo si preoccupa per una bomba atomica che l’Iran non ha – e nemmeno vuole, ma è un’altra storia -, e in attesa che i negoziati sul nucleare conducano da qualche parte, il ricatto del petrolio (vero o presunto) rimane una spada di Damocle sulla testa di un Occidente dal presente critico e dal futuro incerto.

Egitto e Arabia Saudita, ora i due poli si guardano con diffidenza

L’ondata della primavera araba ha messo in crisi non solo l’apparato politico tradizionale dell’Egitto (si veda la bagarre elettorale in corso), ma anche la sua rete di relazioni estere. A parte la rinata atmosfera di tensione con Israele, è interessante dare uno sguardo ai rapporti tra l’Egitto e l’altro peso massimo della regione mediorientale. L’Arabia Saudita.
Con la caduta i Mubarak i rapporti tra la repubblica egiziana e il regno saudita si sono incrinati. La crisi delle relazioni tra Il Cairo e Ryadh si è recentemente inasprita in seguito all’arresto dell’avvocato ed attivista per i diritti umani Ahmad Gezawi in Arabia Saudita, con l’accusa di vilipendio al re ed in seguito anche di contrabbando di stupefacenti. Le conseguenti manifestazioni di protesta di cittadini egiziani davanti all’ambasciata saudita del Cairo hanno provocato la decisione saudita di chiudere l’ambasciata.
In realtà i rapporti tra i due Paesi sono tesi fin dallo scoppio della rivoluzione egiziana. Questo articolo su al-Quds, tradotto da Medarabnews, spiega cosa c’è dietro:

La rabbia dei sauditi, data la loro avversione nei confronti dei Fratelli Musulmani, è cresciuta in seguito alla conquista, da parte degli islamisti, di 75 seggi al Consiglio del Popolo, tanto da spingere il principe Nayef  Bin Abdulaziz, attuale ministro degli interni, a definire la confraternita come  “l’origine dei flagelli della regione”.

Il problema fondamentale è che i responsabili sauditi non hanno capito che l’Egitto è cambiato, che Hosni Mubarak non tornerà a governarlo e che il suo regime è scomparso definitivamente; perciò è necessario che si adattino a questo cambiamento e che imparino a conviverci. L’arresto di egiziani o di arabi in generale, e la detenzione senza processo, come accadeva un tempo, non sono più accettabili all’epoca delle rivoluzioni arabe e della rivoluzione informatica e digitale.

La crisi Gezawi non è tra il popolo egiziano e quello saudita, bensì tra il popolo egiziano e le autorità del regno, e rappresenta un monito per tutte le altre autorità arabe che abusano  dei cittadini arabi perché i loro governi, deboli o corrotti, non difendono i propri cittadini come dovrebbero.

L’Egitto è cambiato, ed anche i popoli arabi, e ciò che si taceva prima delle rivoluzioni non verrà più nascosto dopo di esse. Riconosciamo che alcuni media egiziani hanno superato il giusto limite nella critica nei confronti della monarchia saudita, ma anche molti autori sauditi sono andati troppo oltre insultando il popolo egiziano, ed entrambe le cose non sono ammissibili.

La reazione scomposta di Ryadh è solo l’ultima dimostrazione dell’incapacità della dinastia saudita di affrontare una serie di sconvolgimenti  a cui non era preparata.
La ciliegina sulla torta delle incomprensioni politiche è rappresentata dalla riapertura dei rapporti bilaterali con l’Iran, acerrimo rivale di Ryadh. Uno smacco per la Casa di Sa’ud. Ma quest’ultima sa bene quali argomentazioni mettere sul tavolo per ricucire i rapporti con i vecchi amici. L’ottimo blog Lissnup segnala che il 10 maggio l’Arabia Saudita ha effettuato un deposito di un miliardo di dollari presso la Banca Centrale del Cairo come contributo per la ripresa dell’economia egiziana:

Saudi Arabia has made a deposit of USD 1 billion in the Central Bank of Egypt (CBE), a senior Egyptian official has said.
Egypt’s Minister of Planning and International Cooperation Fayza Abul-Naga expressed last night her country’s appreciation and gratitude to Saudi Arabia and the custodian of the two holy mosques King Abdullah bin Abdulaziz for the contribution and support, aimed at improving the condition of the Egyptian economy during its current circumstances.

The last remaining USD 500 million sum of the amount was signed in Marrakech, Morocco, by minister Abul-Naga and the Saudi Minister of Finance Dr. Ibrahim bin Abdulaziz Al-Assaff, which targets the financing of priority state development projects in Egypt.
The amount also includes USD 250 million for the purchase of petroleum products intended for the Egyptian public and a USD 200 million non-refundable grant to support small to medium-sized enterprises.

Tuttavia si tratta di briciole in confronto ai sontuosi aiuti che Ryadh aveva promesso nelle settimane successive alla defenestrazione dell’alleato Mubarak. Ciò che la Casa di Sa’ud non riesce ad accettare che ora in Egitto, oltre ad un regime, ad avere voce in capitolo ci sia anche un popolo. Soggetto col quale la casa regnante nutre una malcelata diffidenza, se non addirittura timore. All’indomani della decisione di Riyadh di chiudere l’ambasciata in Egitto, ad esempio, centinaia di blogger egiziani e sauditi hanno fraternizzato su Twitter scambiandosi messaggi di solidarietà. Episodio che ha aumentato le preoccupazioni della casa regnante circa una possibile ripresa delle manifestazioni nel cuore del regno.
Tutto ciò, sul piano concreto, si è tradotto nella riluttanza a sostenere finanziariamente la fragile economia del Cairo. Nell’attesa di conoscere il nome del successore di Mubarak alla guida del Paese.

Perché l’Arabia Saudita vuole il Niger?

In metà maggio il presidente del Niger Mahamadou Issoufou si è recato in Arabia Saudita accompagnato dai principali ministri del suo governo, dove ha incontrato re Abdullah, così come importanti leader religiosi, funzionari di governo e imprenditori. Scopo del viaggio è il miglioramento delle relazioni bilaterali e, in particolare, la promozione di investimenti arabi nel Paese nordafricano. Issoufou ha affermato come l’agricoltura, le risorse naturali (uranio in primis) e gli appalti per infrastrutture rappresentino le maggiori opportunità di investimento per le aziende straniere.  Opportunità di cui il Niger, attualmente uno dei Paesi più poveri del mondo, avrebbe davvero bisogno. L’unico settore dove Niamey ha finora attratto capitali esteri è quello estrattivo, complice la fame di uranio del colosso nucleare francese Areva  e la sete di petrolio di quello cinese CNOOC.
Da quando è salito al potere nell’aprile 2011, Issoufou ha cercato di impegnarsi nel ricostruire una rete di relazioni internazionali per il Niger, dopo gli anni di isolamento sotto il precedente regime di Mamadou Tandja. Ma la visita nel regno saudita ha un significato ulteriore. Affari a parte, è da rimarcare l’enfasi sui legami storici tra i due Paesi che entrambe le delegazioni hanno tenuto a sottolineare:

Earlier in his opening remarks, Al-Mobty [presidente del Consiglio delle Camere Saudite, n.d.r.] said the two countries enjoy friendly relations based on common understanding and feelings of fraternity. He recalled the historical visit of the late King Faisal, who went to open the first Arabic school in Niger in 1962. He said that the current ambassador of Niger in the Kingdom is a graduate of that school.

Se il Niger ha interesse ad attrarre capitali stranieri, è da vedere quale interesse nutrano i sauditi verso lo Stato nordafricano.
Allargando lo sguardo, scopriamo che la petromonarchia di Ryadh è molto attiva in tema di investimenti in Africa. In frebbaio la Derba group, società di proprietà di un miliardario saudita, ha concluso un accordo da 4,3 miliardi di dollari per sette progetti industriali in Etiopia. Oppure pensiamo ai 376.000 di terreno acquistati in Sudan tra il 2004 e il 2009 per coltivarvi cereali. Ed è solo la punta dell’iceberg. Anche in Argentina i sauditi hanno concluso un accordo da 83 milioni di dollari per la gestione di un terreno da 30.000 acri dove allevare animali da macello – contro il quale non sono mancate le proteste. L’Arabia Saudita è capofila nel fenomeno del land grabbing in giro per il mondo. Anzi, ne è stata l’iniziatrice. E il Niger, benché prostrato dalla crisi alimentare che sta affliggendo il Sahel, potrebbe essere la prossima tappa.


C’è anche un altro dettaglio. Abbiamo detto che il Niger è ricco di uranio, che viene estratto nella regione dell’Agadez. Nel 2006 il Paese ne è stato il quarto esportatore al mondo, con riserve accertate per 272.900 tonnellate (5% a livello mondiale). Uranio e altri minerali costituiscono il 40% dell’export del Paese. Una ricchezza che fa gola a molti: soprattutto ai francesi di Areva.
Ma anche gli arabi – sauditi in testa – sembrano interessati. In dicembre scrivevo:

Ryadh teme che entro il 2030 la sua produzione di petrolio sarà interamente destinata al consumo interno. Attualmente il regno produce quasi 9 milioni di barili al giorno, due terzi della sua capacità totale. Il programma saudita prevede un investimento di oltre 100 miliardi di euro per la realizzazione di 16 reattori entro il 2030: i primi due entreranno in funzione tra dieci anni; in seguito, ne saranno inaugurati uno o due all’anno fino al completamento del programma.
È probabile che tra le ragioni che hanno convinto Ryadh ad abbracciare la scelta nucleare ci sia anche l’intenzione di uno sviluppo per scopi militari, vista la palese incapacità dell’Occidente di arrestare l’analogo programma dell’Iran, nemico assoluto dei sauditi.

Prendiamo il caso dell’Arabia Saudita. Nel giro di vent’anni occorreranno 3 milioni b/g in più per sostenere una domanda interna che cresce al ritmo del 7% annuo, sottraendo risorse alle esportazioni – ossia all’Occidente. La Casa di Sa’ud ritiene quindi necessario assicurarsi per tempo un’alternativa per la produzione di energia elettrica di base. La dissalazione delle acque consuma 1,5 milioni b/g, pari al 40% del consumo energetico interno. Considerato che la maggior parte dell’acqua prodotta era appannaggio dell’agricoltura, due anni fa Ryadh ha scelto di ridurre la produzione alimentare interna compensandola con maggiori importazioni. E’ evidente lo scopo di preservare le riserve di greggio il più possibile.

Il nucleare consentirà di alleggerire la pressione su una ricchezza sovrasfruttata

La ragione dell’interessamento di Ryadh potrebbe essere proprio questa. Gli indizi ci sono tutti.I legami storici e religiosi con Niamey consentirebbero ai sauditi di godere di una via preferenziale nella corsa all’uranio nigerino.
Inoltre, il colosso Areva è sempre più impopolare. A fine aprile i lavoratori dell’impianto estrattivo di Imouraren, ora in costruzione, sono entrati in sciopero in segno di protesta per le condizioni disumane in cui operano a fronte di un salario misero. E i sindacati hanno minacciato di estendere la mobilitazione a tutti gli stabilimenti di Areva presenti in Niger.
Al solito l’Occidente è percepito come invasore e accaparratore di risorse (come effettivamente è). Per calmare la sollevazione, Niamey potrebbe decidere di rivedere i propri accordi con la compagnia francese a vantaggio dei sauditi. Così come potrebbe affidare il business del petrolio ai cinesi, nel caso in cui la produzione di oro nero dovesse aumentare in accordo alle previsioni del governo.
Uranio e petrolio dovrebbero garantire al Niger una crescita del 14% per il 2012. Un miracolo economico che fa gola  a molti, ma forse noi europei non saremo in prima fila.

Arabia Saudita e Bahrein, uniti nel nome dell’ancient régime

Domenica scorsa Samira Rajab, ministro per l’informazione del Bahrein, ha rivelato l’esistenza di un progetto di fusione tra il suo Paese e l’Arabia Saudita. Formalmente, entrambi i regni manterrebbero ciascuno la propria sovranità e il proprio posto nelle Nazioni Unite, ma assumerebbero decisioni comuni in tema di politica estera e sicurezza:

Saudi Arabia and Bahrain are expected to announce closer political union at a meeting of Gulf Arab leaders on Monday, a Bahraini minister said, a move dismissed by the opposition as a ruse to avoid political reform.

Khalifa bin Salman Al Khalifa, Bahrain’s hardline prime minister, is believed to oppose concessions to the Shi’ite opposition. He backs the idea of a union.
“The great dream of the peoples of the region is to see the day when borders disappear with a union that creates one Gulf,” the official Bahrain News Agency quoted him as saying on Sunday.
Speaking after foreign ministers met in Riyadh, Khalid bin Ahmed Al Khalifa, Bahrain’s foreign minister, told Reuters on Sunday the plans for a union were ambitious.
All aspects of union are on the table, between all members,” he said.
Saudi Arabia and Bahrain are already joined at the hip, though the island’s social liberalism could come under threat if a merger took place.
Saudi Arabia allows Bahrain access to an oilfield it owns, providing 70 percent of its budget, while Saudis have traditionally flocked to Bahrain for weekend relief from Islamic restrictions on gender mixing, female driving and drinking alcohol.

L’entità che i due Paesi andrebbero a creare non è ancora chiara. Il Telegraph ipotizza un’integrazione simile all’Unione Europea. In ogni caso, il primato lo avrebbero sempre i Sa’ud: vedere i due reami in posizione di parità è semplicemente impensabile. Di fatto è un’annessione mascherata. Comunque sia è l’ultima trovata per fermare la rivolta che infiamma l’arcipelago, ancora in corso a distanza di un anno nonostante la repressione sponsorizzata dai sauditi e caratterizzata dal totale silenzio della stampa internazionale – a parte qualche titolone nella settimana del CP di Formula Uno.
OpenDemocracy, che in questa lunga analisi illustra uno scenario sottostante più complesso di quanto appaia ad un primo sguardo:

The reason it seems lies a little deeper than simply aligning forces to meet the Iranian threat. The most urgent question is to negate Shi’a political mobilisation from becoming a threat to Saudi energy security. A union with Bahrain would effectively subsume the Shi’a question, rendering moot the need for a longterm solution which gives too much ground to Shi’a interests.
Secondly, this huddling is driven by a fundamental mistrust of American intentions in the Persian Gulf. An increasing train of thought in the Gulf, to which Bahraini unionists enthusiastically subscribe, states that America is willing to enter a grand bargain with Iran to serve its long-term interests in the region. In such a future, Bahrain would simply be cast aside as inconsequential collateral in pursuit of the overarching US goal.
This thinking has also taken root in parts of the elite in Saudi Arabia, especially since America abandoned its long term ally in Hosni Mubarak in 2011, much to the horror of Saudi Arabia’s leadership. Indeed, arguably it was America’s decision to dump Mubarak which led as a direct consequence to the GCC Peninsula Shield Force ↑ ↑ entering Bahrain on March 14, 2011; and which now drives Saudi Arabia to push for a closer integrated Gulf Union, starting of course with Bahrain.
While the reaction of the other Gulf States is likely to be sceptical towards such a Union, it remains to be seen exactly how far King Abdullah can persuade his fraternal rulers to go. Therefore, it makes sense to see the push for a Gulf Union not as the first step in a regional alliance, but as the beginning of a merger between Saudi Arabia and Bahrain to fend off the chance that Shi’a political mobilisation will destroy vital Saudi interests.
Some in Bahrain are happy to embrace this path. But it is unlikely that it will herald positive changes in the Kingdom. Any merger between the nations will be likely to inflame the delicate sectarian balance in the tiny Kingdom yet further, a situation which requires genuine political reform, and not military and economic mergers.

Un anno fa, di fronte al ribollire della regione, il gigante saudita – culla dell’Islam e peso massimo della regione, nonché dell’equilibrio petrolifero mondiale -bha mostrato un atteggiamento di malcelata indifferenza, almeno all’inizio. Ma quando il vento di proteste è giunto fino in Bahrein, re Abdallah si è subito attivato affinché la (poi ribattezzata) Primavera araba si spegnesse in un fuoco di paglia. Per riuscire nell’intento, la casa regnante si è servita proprio del Consiglio di Cooperazione del Golfo (poi ribattezzato Consiglio di Contro-rivoluzione del Golfo), organismo internazionale che controllano e che riunisce tutti gli Stati della penisola arabica con la sola eccezione dello Yemen.
In concreto, l’azione delle petromonarchie capitanate da Ryadh ha seguito un piano ben preciso di Cooptazione e contenimento: dapprima hanno stretto un patto sottobanco con Washingon, assicurando il formale sostegno della Lega Araba alla crociata contro Gheddafi in cambio dell’immunità del proprio cortile; poi hanno sedato le proteste dei sudditi con una poderosa iniezione di sussidi; infine hanno aiutato il regime bahreinita inviando 1.500 soldati (1.000 sauditi, gli altri dagli EAU) a Manama.
Il tutto nella consapevole distrazione degli Stati Uniti, i quali sostennero persino di non essere stati informati dell’invasione saudita nonostante il Segretario alla Difesa Robert Gates si trovasse proprio in Bahrein appena due giorni prima dell’operazione.

L’Iran si oppone, invocando una manifestazione di protesta per venerdì. L’unione tra Bahrein e regno saudita (rectius: annessione del primo nel secondo). Albawaba riporta una panoramica delle iniziative iraniane per ostacolare l’operazione, domandandosi persino se il matrimonio saudo-bahreinita potrà, nel caso venga davvero celebrato, potrà sopravvivere alla presenza di un terzo incomodo così ingombrante.
Per Teheran, vorrebbe dire la fine delle speranze circa un cambio di regime a Manama in favore della maggioranza sciita. E’ questa la ragione per cui la sollevazione di Manama può essere definita una piccola rivolta dalle grandi conseguenze:

Per quanto anche in questo caso i manifestanti chiedano maggiore democrazia e riforme del sistema politico, nel piccolo atollo del Golfo, è centrale la questione religiosa.

In Bahrain esiste, infatti, un’incolmabile distanza tra la maggioranza sciita (circa due terzi della popolazione totale) e la minoranza sunnita, al governo da quasi tre secoli.

A un occhio disattento le rivolte del Bahrain potrebbero sembrare meno centrali nella politica internazionale rispetto ai contemporanei e terribili avvenimenti libici, ma così non è. Ciò che sfugge è la centralità geopolitica del piccolo arcipelago. Una vittoria dei rivoltosi con conseguente dipartita del sovrano porterebbe ad un totale rovesciamento dei rapporti di potere a favore della maggioranza sciita e, se questo avvenisse, le conseguenze potrebbero esseere enormi.

L’unione tra Ryadh e Manama potrebbe fare da apripista per la trasformazione del CCG in un’entità sovranazionale simile alla UE. Ma i pareri contrari non mancano neppure all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Se Arabia Saudita e Qatar che si dicono d’accordo, dall’altra parte ci sono Kuwait ed Emirati Arabi Uniti che hanno espresso riserve su alcuni punti del piano, nonché l’Oman che ha riserve sul piano in generale.
Il punto è che sessant’anni fa gli Stati europei decisero di associarsi per mettere in comune le energie con cui ripartire dopo il suicidio collettivo consumato in due sciagurate guerre mondiali. In altre parole, noi ci unimmo per andare avanti. I Paesi del Golfo, invece, vorrebbero unire le forze per spegnere le sollevazioni e garantire così la sopravvivenza dei propri regimi conservatori. In altre parole, vogliono unirsi per restare fermi, mantenendo lo status quo.
Impresa sempre più complicata. L’Arabia Saudita non ha solo una rivolta nel cortile di casa – e due guerre civili, quelle in Siria e Yemen, in corso rispettivamente a Nord e a Sud; deve anche fronteggiare una rivolta dentro casa. Quella nelle province orientali a maggioranza sciita, forziere delle riserve energetiche del Paese – e per estensione del mondo. A Qatif le manifestazioni, iniziate nel febbraio 2011, continuano ancora adesso. Segno che il tempo da solo non basta a spegnere il fuoco delle rivoluzioni.
L’unione col Bahrein potrebbe non essere sufficiente a riportare l’ordine a Manama. In compenso, potrebbe destabilizzare ulteriormente le province orientali saudite. Non sempre l’unione fa la forza. L’ancient régime è sempre in bilico.

Al-Jazeera stravolge i rapporti nel Golfo Persico

Nella civiltà dell’immagine, chi controlla i media è re. Meglio ancora: è demiurgo, poiché crea la realtà che afferma.
A nessuno è sfuggito il decisivo ruolo di al-Jazeera nel corso della primavera araba, dove si è distinta per attenzione e professionalità attraverso le dirette non stop da piazza Tahrir o da Tripoli assediata sotto le bombe. Tanto da meritarsi il Peabody award 2011 per la copertura full time nei giorni più caldi delle rivolte.
Quello che in pochi si sono chiesti è quale interesse abbia l’emiro del Qatar, proprietario di fatto dell’emittente, a dare voce alle richieste di libertà e diritti umani per altri popoli, al contrario negati in casa propria. Il Qatar e le aziende che ne fanno capo sono di fatto poco più di un patrimonio personale in mano alla sua famiglia. Come può parlare di democrazia proprio lui che è forse il sovrano più autocratico al mondo?
Al-Jazeera ha 65 uffici con 3.000 dipendenti e 400 giornalisti sparsi per il mondo, frutto di un bilancio da 100 milioni di dollari interamente finanziato dall’emiro. Con la sua reputazione e con questo capitale di avviamento, è sempre stata in grado di orientare l’opinione pubblica. Tra le iniziative promosse dal Qatar, è quella in cui maggiormente affiora la volontà di potenza del piccolo e ricchissimo Stato del Golfo: tutte le altre – diplomatiche, economiche e militari – non sarebbero state neppure immaginabili senza l’influenza di al-Jazeera. Si veda questa analisi.
Facile immaginare che un così ampio attivismo potesse condurre ad una ridefinizione degli equilibri geopolitici nel Golfo.

Il peso massimo della regione, com’è ovvio, è l’Arabia Saudita. Gli altri Stati sono più o meno satelliti di Ryadh, con la sola eccezione del Qatar.
Negli ultimi anni la casa di Sa’ud ha mostrato sempre più insofferenza verso il populismo di al-Jazeera, al punto da vietare ai propri cittadini di apparire sull’emittente – unico “trasgressore”, Osama bin Laden.
Poi sono arrivate le rivolte arabe a rivoluzionare tutto. La rimozione di Ben Alì e Mubarak, vista all’inizio come una minaccia per la stabilità della regione, si è poi dimostrata un’occasione per sostituire – democraticamente – due regimi laici con governanti nuovi di zecca espressione dei Fratelli musulmani e della costellazione salafita. Entrambi lautamente finanziati proprio dal Qatar e dall’Arabia Saudita. Un primo passo per la restaurazione de facto dell’islamismo nelle terre che furono parte del califfato medioevale.
Il comune interesse pilotare il corso della primavera araba ha portato ad un riavvicinamento tra i due Paesi.
Prova ne è la brusca virata nella linea editoriale di al-Jazeera Quando i movimenti di protesta hanno raggiunto gli Stati del Golfo – in particolare il Bahrain, per non parlare delle province orientali dell’ Arabia Saudita -, la copertura di Al Jazeera è stata inspiegabilmente addomesticata rispetto alle dirette fiume dei giorni di Tahrir. Il direttore generale della rete, Wadah Khanfar, che nel corso della sua direzione aveva stretto un buon rapporto con i governanti del Qatar e l’influente religioso Yousef al-Qaradawi, è stato costretto a dimettersi (benché insista che sia stata una sua scelta). Un doppio standard che non è sfuggito agli spettatori.

Per due rivali che tornano ad essere amici, ci sono due amici che rischiano di diventare rivali. Negli anni il Qatar ha instaurato una proficua relazione con l’Iran, non soltanto perché condividono il più grande giacimento di gas del mondo (North Field/South Pars). Doha si è attivamente impegnata in tutti i dossier più caldi che coinvolgono la diplomazia iraniana (non ultimo, il programma nucleare di Teheran), diventandone di fatto il volto presentabile. Sempre a Doha, ad esempio, sono in corso i negoziati per la risoluzione della controversia su Abu Musa e altre due isole di fronte allo Stretto di Hormuz occupate dall’Iran e rivendicate dagli EAU con l’appoggio degli altri Paesi del Golfo.
A guastare le relazioni c’è ora la crisi siriana, dove i due Paesi sono schierati su fronti opposti: Teheran è la prima sostenitrice di Assad, mentre Doha sta facendo di tutto per farlo cadere. Una divergenza che traspare sempre di più a livello mediatico.
Si veda questa intervista a Jihad Ballout, ex Media Relations Manager di al-Jazeera, sul canale satellitare iraniano Press Tv. Egli accusa l’emiro del Qatar di pilotare la linea editoriale dell’emittente, ricordando la raffica di dimissioni di dipendenti, soprattutto in Libano, in segno di protesta per la manipolazione delle informazioni sulla Siria.
Press Tv è prona agli interessi della Guida Suprema Ali Khamenei tanto quanto al-Jazeera lo è a quelli dell’emiro al-Thani. Non a caso apre ogni notiziario con le ultime dal Bahrein e da Qatif (dove la gente chiede la testa di re Abdullah), per poi dare ampio spazio alle manifestazioni di sostegno ad Assad.
Le schermaglie tra i contendenti sono appena iniziate.