L’Angola colonizza il Portogallo con la compiacenza dell’Europa

Una degli effetti collaterali della crisi economica è il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno caratterizzato le relazioni tra il cosiddetto Primo Mondo e il Terzo negli ultimi secoli. Una sorta di effetto boomerang che un Paese su tutti, il Portogallo, sta sperimentando sulla propria pelle.

Oggi l’Angola, dopo 400 anni di colonizzazione portoghese (1575-1975) approfittando di una crescita in doppia cifra e del momento di difficoltà dell’ex madrepatria, sta pesantemente investendo in Portogallo rilevando molte aziende. Un anno fa ne parlavo qui. Se poi aggiungiamo che una grossissima fetta di immigrati portoghesi – 150 mila secondo l’ambasciata portoghese – si è vista costretta ad emigrare a Luanda i cerca di lavoro, è evidente che i rapporti  i rapporti Nord-Sud come li abbiamo sempre conosciuti vanno sparendo.
Secondo Capire davvero la crisi:

Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni. Dopo aver acquisito quote sostanziali nel sistema bancario portoghese: 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni); gli investimenti si sono diretti verso le telecomunicazioni (28,8% di ZON Multimedia) e naturalmente il petrolio all’interno della compagnia petrolifera GALP e della piattaforma SONANGOL.

In un articolo apparso nell’aprile del 2013 sulla rivista Colombiana El Malpensante, lo scrittore e giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes in un lungo report sulla situazione attuale portoghese, riguardo ai rapporti con l’Angola scrive: “Ho già detto che il Portogallo non potrebbe esistere senza l’Angola. Questo comporta una questione di sovranità che però è ormai un problema nostro, non più del paese africano. Negli ultimi anni da Luanda sta arrivando un flusso di denaro e d’investimenti che mantiene a galla il paese. In cambio del controllo di posizioni chiave nel settore bancario, energetico, distributivo e della comunicazione, gli angolani stanno evitando che Lisbona vada a fondo.”  

L’ex potenza coloniale in crisi è diventata un supermercato dove i nuovi ricchi dell’ex colonia, a cominciare dalla famiglia del presidente Dos Santos, acquistano banche e immobili. Panorama (che ricorda come nel 2012 l’Angola sia cresciuta del 6,8%, ma si trovi anche al 157 esimo posto su 174 nella classifica dei Paesi più corrotti secondo Transparency) scende più nei dettagli di questi investimenti:

Con 30 miliardi di dollari di riserve, l’Angola sta investendoforte in Portogallo, dove ha già acquisito quote sostanziali di Banco Bpi e Bic, due dei maggiori gruppi bancari portoghesi, della compagnia petrolifera Galp e della piattaforma di telecomunicazioni Zon Multimedia. Fra i maggiori investitori figurano la compagnia petrolifera stataleSonangol e uomini d’affari vicini all’entourage presidenziale, tra cui la 40enne Isabel dos Santos, figlia del presidente angolano Eduardo dos Santos e capace donna d’affari recentemente definita da Forbes «la prima miliardaria donna africana». Il fratello José Filomeno dos Santos è invece presidente del fondo sovrano (forte di un patrimonio di 5 miliardi di dollari) alimentato dai proventi petroliferi. Gli investimenti angolani in Portogallo hanno raggiunto i 70 milioni di euro nel 2011, più che raddoppiando rispetto all’anno precedente. Secondo l’agenzia di stampa portoghese Lusa, solo nei primi cinque mesi del 2012 sono saliti a 126 milioni.

In prima fila tra gli investitori angolani in Portogallo c’è appunto Isabel Dos Santos. Laureata al King’s College di Londra, la “principessa” di Luanda è uno dei personaggi chiave di questa complicata saga postcoloniale. Per la stampa nazionale è la prova evidente di come anche l’Angola, un Paese dove il 70% degli abitanti sopravvive con meno di due dollari al giorno, può anche produrre delle storie di successo nel campo della finanza internazionale; per la rivista Forbes (secondo la stessa inchiesta citata sopra) è invece una creatura inventata di sana pianta dal padre per permettere al suo “clan” di accaparrarsi di una parte dei redditi pubblici, dal petrolio ai diamanti, per poi metterli al sicuro all’estero, cioè in Portogallo.

Linkiesta elenca i principali investimenti portoghesi di Isabel e di altri esponenti del clan presidenziale:

Secondo Forbes, Isabel dos Santos Fontes, la quarantenne figlia maggiore del Presidente dell’Angola, è la prima miliardaria africana della storia. Laureata in Ingegneria al King’s College di Londra, Isabel dos Santos si lanciò nel business nel 1997 – il Miami Beach di Luanda, un ristorante i cui considerevoli successi hanno accompagnato la trasformazione della capitale dell’Angola. Per entrare nella classifica diForbes ha però avuto bisogno di ben altri investimenti: 28,8% di ZON Multimédia (vale 385 milioni di dollari), 19,5% del Banco Português de Investimento (465 milioni) e il BIC Português (160 milioni). In più, Isabel dos Santos possiede un quarto di Unitel, il principale operatore telefonico in Angola, e ha progetti minerari e agricoli con Arkady Gaydamak e Lev Leviev, uomini d’affari israeliani di origine russa.

ZON (che è in processo di fusione con Optimus) e BPI (il cui maggior azionista è la Caixa spagnola) fanno parte del PSI20, l’indice principale della Borsa di Lisbona, mentre il BIC è cresciuto recentemente con l’acquisto del Banco Português de Negócios. Il fior fiore del capitalismo lusitano è (o è stato) socio di Isabel dos Santos e del marito Sindica Dokolo (di origine congolese, mentre lei è nata a Baku da madre azera): Américo Amorim (il re del sughero, uomo più ricco del Portogallo, che insieme all’impresa pubblica angolana Sonangol controlla Galp Energia dopo l’uscita parziale dell’ENI e che detiene 25% del BIC), Sonae (che controlla Optimus), il Grupo Espírito Santo (storico alleato della famiglia Agnelli, ha attività di credito, pesca e aviazione in Angola), Portugal Telecom (in Unitel), e Pedro Sampaio Nunes.

Per vari anni membro del consiglio d’amministrazione della Galp è stato Manuel Vicente, il presidente della Sonangol. La compagnia di Stato, oltre che in Galp, è presente nel Millennium Bcp – principale banca portoghese, in cui è il maggiore azionista. Vicente, che secondo la stampa specializzata è legato al fondo Carlyle, è stato nominato vice-presidente dell’Angola nel 2012 ed è dato come favorito nella corsa per succedere a Jose Eduardo Dos Santos, 71 anni, al potere dal 1979. Senza dimenticare i generali Hélder Vieira Dias, meglio noto come “Kopelipa”, e Leopoldino Nascimento “Dino”. Il primo è il più stretto collaboratore militare del presidente, il secondo ha diretto a lungo le telecomunicazioni. Possiedono un terzo dei 110 appartamenti all’Estoril Sol Residence, il più rinomato della località balneare, insieme ad altri facoltosi angolani. A questi nomi si è aggiunto proprio, prima di Ferragosto, António Mosquito che è entrato in Soares da Costa Construções con due terzi del capitale. Un’operazione, resa necessaria dall’esposizione del gruppo Soares da Costa verso le banche, in cui è intervenuto il BCP che ha identificato l’imprenditore angolano che ha già varie attività in Portogallo. Del resto in Angola la società di costruzioni nel 2012 ha realizzato 44% del fatturato (+8%, mentre in Portogallo c’è stata una flessione di 28%).

António Mosquito ha dimostrato interesse anche per il gruppo Controlinveste, proprietario del Diário de Notícias, del Jornal de Notíciase di altri media portoghesi. Se l’acquisto di cui si parla da mesi dovesse concretizzarsi, l’estensione del potere angolano nelle comunicazioni portoghesi raggiungerebbe livelli preoccupanti, dato che andrebbe ad aggiungersi a quelli della Newshold di Alvaro Sobrinho, che già controlla il settimanale Sol e ha partecipazioni in due periodici (Visão ed Expresso) e nei quotidiani Correio da Manhâ (il maggiore per circolazione) e Jornal de Negocios. Newshold si è detta interessata ad acquisire RTP (Radio e Televisâo Portuguesa) nel caso in cui il governo di centro-destra decidesse di privatizzare l’emittente.

Per avere un’idea di quale sia l’equazione di potere nei legami tra l’establishment di Lisbona e l’ex colonia basta osservare quanto accaduto negli ultimi due mesi. Lo scorso anno un settimanale di Lisbona ha pubblicato la notizia dell’inchiesta aperta nella capitale portoghese a carico di alcune figure pubbliche legate al governo angolano, provocando la dura reazione della stampa angolana. In questi mesi vari ministri si sono recati a Luanda per riallacciare i rapporti, fino ad arrivare alle scuse diplomatiche formulate dal ministro degli esteri portoghese Rui Machete a metà settembre. Il ministro ha però aggiunto che aggiungendo che “non è stato possibile” evitare l’inchiesta. Queste dichiarazioni hanno provocato grande scalpore a Lisbona, dove diversi politici ed editorialisti hanno fermamente disapprovato l’atteggiamento di sottomissione del ministro.

Ma la precisazione finale del ministro, unita al coro di dissensi verso il ministro, ha finito per offendere Luanda, accendendo dibattito sulla relazione di dipendenza che collega l’ex potenza coloniale sull’orlo del fallimento alla sua ex colonia in piena ascesa economica. Durante il suo discorso sullo stato della nazione, il 15 settembre, il presidenteDos Santos ha ritenuto che le condizioni per un “partenariato strategico” non erano più presenti, concetto ribadito anche in un successivo discorso di ottobre. A inizio novembre 14 deputati portoghesi si sono recati a a Luanda per cercare di migliorare le relazioni fra Lisbona e la sua ex colonia.

L’episodio no è passato inosservato. Il quotidiano francese online Mediapart è quello che più di ogni altro ha cercato di squarciare il velo di opacità intorno agli interessi di Luanda in quel di Lisbona. In una lunga inchiesta (via Presseurop) racconta perché la provenienza dei capitali angolani riversati nell’economia lusitana susciti parecchi dubbi. Nella prima parte dell’inchiesta si spiega:

La “rivincita del colonizzato” è più che ambigua. Un gran numero di “investimenti” angolani nel settore dell’edilizia di lusso sulla costa o nelle banche sono di dubbia origine e favoriscono solo un piccolo gruppo di imprenditori vicini al potere. Diverse persone contattate da Mediapart a Lisbona parlano di un sistema con enormi ramificazioni e di cui il Portogallo serve da centro di riciclaggio del denaro sporco per i nuovi ricchi angolani.

Per l’ex giornalista portoghese Pedro Rosa Mendes, oggi professore all’Ehess di Parigi, questa pratica di riciclaggio di capitali risale a molto prima della crisi attuale. La si può datare alla fine degli anni novanta, quando l’Angola, all’epoca in piena guerra civile, aveva emesso nuove concessioni petrolifere. La decisione aveva provocato l’esplosione della produzione di oro nero nel paese, rimpinguato le casse dello stato e rafforzato la sua influenza sulla scena internazionale. La recessione dei paesi dell’Europa meridionale, a partire dal 2008, non ha fatto altro che accelerare la grande trasformazione delle relazioni fra l’Angola e il Portogallo.

Nella seconda:

“Il Portogallo riveste un ruolo strategico per il potere angolano: permette all’élite economica e politica di prepararsi una via di fuga in caso di cambio di regime, e una parte delle sue ricchezze è custodita in Portogallo. Ma il paese serve anche al riciclaggio dei capitali angolani di dubbia provenienza”, riassume Jorge Costa del Blocco di sinistra, che a gennaio dovrebbe pubblicare un libro sui “padroni angolani del Portogallo”.

Un rapporto pubblicato nel 2011 dall’ong Global witness passa in rassegna i conti – particolarmente opachi – dell’industria petrolifera in Angola e afferma chiaramente che tra i registri tenuti dal ministero del petrolio e quelli del ministero delle finanze esiste una differenza di non meno di 87 milioni di barili di petrolio rispetto alla produzione complessiva dell’anno 2008. Questo è soltanto un esempio tra i tanti del fallimento delle istituzioni, che possono favorire prelievi illeciti di fondi pubblici.

Malgrado l’entità delle operazioni è già tanto se il dibattito scuote la scena portoghese. Il caso delle scuse diplomatiche di Rui Machete lo ha soltanto sfiorato e l’interessato ha finito per evitare le dimissioni. “Tutti i politici portoghesi, al potere o all’opposizione, hanno intrattenuto rapporti con le forze angolane, da un lato o dall’altro del conflitto”, precisa Pedro Rosa Mendes.

Il Movimento popolare di liberazione dell’Angola (Mpla), un tempo rigidamente marxista-leninista, ha aderito all’Internazionale socialista nel 2003. Intrattiene dunque rapporti stretti con i comunisti e i socialisti, ma anche con i socialdemocratici oggi al potere in Portogallo. “Col passare delle generazioni l’Mpla ha sempre saputo adeguarsi al contesto e cambiare alleanze a seconda delle evoluzioni politiche”, prosegue Pedro Rosa Mendes.

Secondo il resoconto di Jorge Costa dopo il ritorno del Portogallo alla democrazia nel 1974 26 ministri e segretari di stato hanno occupato o continuano a occupare poltrone nelle aziende angolane dopo essere passati attraverso un ministero pubblico. L’attuale primo ministro Pedro Passos Coelho ha trascorso parte della sua infanzia in Angola. La stampa portoghese fa anche congetture sull’esistenza di una “lobby angolana” all’interno del governo, costituita da vari ministri nati o cresciuti a Luanda.

In tutto questo contesto spicca l’assenza dell’Europa, sempre secondo Mediapart dettata da una precisa ragione:

Secondo l’eurodeputata socialista Ana Gomes l’Europa sarebbe addirittura complice di questa operazione: “L’austerità e i programmi di privatizzazione imposti a Lisbona dall’Europa hanno come effetto quello di aggravare la dipendenza del Portogallo dall’Angola. E non solo l’Europa non dice niente, ma addirittura spinge in questa stessa direzione”.

In ogni caso non ci si deve aspettare una reazione da parte della Commissione europea, tenuto conto delle elezioni europee dell’anno prossimo. José Manuel Barroso, a capo della commissione dal 2004, è stato uno dei primi ministri portoghesi più vicini a Dos Santos. Nel 2003 si era recato a Luanda in compagnia di dieci ministri. In qualità di presidente della Commissione ha effettuato una visita di due giorni in Angola nell’aprile 2012 per rafforzare la cooperazione dell’Ue con Luanda.

Nel 2003 Barroso è stato uno degli invitati d’onore al matrimonio di un’altra figlia del presidente angolano, Tchizé Dos Santos. Quest’ultima, più discreta della sorellastra Isabel, ha appena rilevato il 30 per cento di una società portoghese di spedizioni di frutta.

Spagna e Portogallo, da colonizzatori a colonie. Grazie alla crisi.

Una volta i flussi migratori si dirigevano dalle colonie verso i Paesi che ne furono la madrepatria. I capitali, invece, seguivano il percorso inverso: le industrie nazionali investivano nelle economie emergenti, sfruttando le opportunità (basso costo del lavoro, materie prime, ecc.) offerte dalle loro economie in crescita.
Oggi la musica è cambiata: i flussi migratori si sono rovesciati, e così sono i talenti del Vecchio Continente, lasciati senza prospettive nelle nostre lande, ad emigrare verso il Nuovo mondo, e non più viceversa. I capitali, al contrario, da qui affluiscono copiosi per sostenere le esangui economie mediterranee.
Spagna e Portogallo sono l’esempio più lampante di questa nuova tendenza. La crisi economica ha invertito i ruoli tra colonizzati e colonizzatori. Una versione moderna della (ri)colonizzazione in cui la storia sta decretando la rivincita di quelli su questi.

Spagna

La stampa spagnola parli addirittura di “esodo” per descrivere il fenomeno della migrazione dei giovani (e non solo) iberici in terra argentina: nel 2011 50mila persone hanno lasciato la madrepatria per raggiungere l’ex colonia. All’inizio di quest’anno il Wall Street Journal segnalava che nel 2011 per la prima volta negli ultimi vent’anni la Spagna ha registrato più partenze che arrivi – in altre parole gli emigranti hanno superato gli immigrati -, e che secondo i sondaggi il 62% degli oltre cinque milioni di spagnoli oggi senza lavoro sarebbero disposti a lasciare il Paese pur di ottenerne uno. Linkiesta aggiunge che Nei primi tre mesi di quest’anno il saldo negativo si rafforza. Sono stati infatti in 132.000 ad andarsene poco più di 100.000 ad arrivare: il primo paese di destinazione è sì il Regno Unito, seguito da Francia, Stati Uniti e Germania, ma le tendenze emergenti sembrano essere altre: Ecuador (+36%), Perù (+16%), Colombia (+11%) e Cile (+10%). Un vero e proprio ritorno alle ex colonie, soprattutto nei settori edili e dell’estrazione mineraria, ma che coinvolge anche i cosiddetti cervelli in fuga.
Secondo l’OCSE, accade addirittura che cittadini originariamente argentini, emigrati in Europa durante la crisi del 2001 e naturalizzati spagnoli, stiano ora facendo ritorno a Buenos Aires e dintorni. L’inquietudine riguarda anche il numero complessivo della popolazione spagnola destinata a ridursi, nei prossimi dieci anni, dagli attuali 47 milioni a poco più di 45.
Per Maurizio Stefanini su Limes racconta come al XXII Vertice Ibero-Americano il governo di Mariano Rajoy ha chiesto di facilitare l’emigrazione dei giovani spagnoli verso l’America Latina, esortando le multinazionali della regione ad investire in Spagna:

Il dato piuttosto imbarazzante sia per la Spagna che per il Portogallo è che ormai questo vertice non rappresenta più tanto un’occasione per offrire aiuto ai paesi latinoamericani, bensì per chiederlo. Clamorose, in particolare, le interviste con cui Jesús Gracia, sottosegretario alla Cooperazione e per l’Iberoamerica nel governo Rajoy, ha chiesto di “rendere più facile l’emigrazione dei giovani spagnoli nell’Iberoamerica”. “Di fronte alla crisi spagnola, molti ibero-americani stanno tornando ai loro paesi, con alcune capacità che prima non avevano, accompagnati da giovani spagnoli con buona formazione che cercano un’opportunità di impiego. Non va visto come un dato negativo. Si stanno sviluppando nuove forme di emigrazione per rendere più facile l’inserimento lavorativo. C’è un deficit di tecnici specializzati in paesi come Colombia, Perù o Brasile dove possono essere i benvenuti”.
Nel 2012, circa 50 mila spagnoli sono emigrati: 9 mila sono andati in America Latina, il cui pil a livello regionale dovrebbe crescere del 3,2% nel 2012 e del 4% nel 2013; nel 2006 solo 3600 spagnoli erano emigrati qui. L’impressione è che stia per scatenarsi un’ondata.
Rajoy ha chiesto “regole del gioco chiare” per le imprese spagnole che investono in America Latina, al fine di evitare nuovi casi Ypf. A tutt’oggi, le imprese spagnole quotate in Borsa hanno fatturato in America Latina 115 miliardi di euro, pari a un quarto della propria cifra di affari. Il premier spagnolo ha inoltre esortato lemultilatinas - le nuove multinazionali latino-americane, che quasi in contemporanea si riunivano in un forum a Bogotá – a investire in Spagna. “Se nel passato l’America Latina è stata un’opportunità per l’Europa, adesso l’Europa è un’opportunità per l’America Latina”.Dulcis in fundo, la Spagna sta chiedendo di essere ammessa all’Unasur.
Stiamo assistendo a un capovolgimento di prospettive di dimensioni epocali. Il prossimo appuntamento sarà a Panama, il 18 e 19 ottobre 2013, nel 500esimo anniversario dalla scoperta del Pacifico proprio da parte dei Conquistadores arrivati nel territorio dell’Istmo.

Portogallo

Lisbona non se la passa tanto meglio. Dal 2009 a oggi, 440 mila persone hanno lasciato il Portogallo, spinti da un tasso di disoccupazione altissimo – 13,6 percento nel 2011 – e da un’economia in pieno stallo. Solo nell’ultimo anno 70.000 lusitani hanno preso il volo per il Brasile attratti dalle opportunità di lavoro offerte in ragione dei massicci investimenti intrapresi per la Coppa del Mondo 2014 (500 miliardi di dollari, più del doppio dell’intero PIL di Lisbona).
Qualcuno ha optato anche per l’Angola: nel 2007 solo 156 portoghesi hanno chiesto un visto per l’Angola. Nel 2010 il loro numero è salito a 23.787. Luanda è sì una delle capitali più care al mondo, in stridente contrasto con l’infima qualità della vita, ma se in Portogallo lo stipendio di un ingegnere civile non raggiunge i mille euro, laggiù lo stesso ingegnere può arrivare a guadagnare quattro volte tanto.
Anche il Mozambico è una destinazione ambita: nel 2010, infatti, il Paese ha rilasciato quasi 12 mila permessi di residenza a cittadini portoghesi, il 13% in più dell’anno precedente. Il numero di residenti conta oggi 21 mila portoghesi e continua ad aumentare.
E poi c’è Macao, la Las Vegas del mondo lusofono.
Panorama riporta alcuni dati:

Il contatore dell’emigrazione corre al ritmo di circa 40 mila persone l’anno e il numero di cittadini portoghesi registrati in Angola, il più grande produttore di petrolio in Africa dopo la Nigeria, è cresciuto del 64% nel 2010, arrivando da quasi 92 mila presenze.
Il Mozambico segna +23% sul 2008 e il Brasile + 9%, con oltre 705 mila persone coinvolte. Il Primo Ministro Pedro Passos Coelho, consapevole del peso crescente dei sussidi di disoccupazione sugli sforzi per tagliare le spese e raggiungere i rigorosi obiettivi di bilancio stabiliti dal piano di salvataggio, ha invitato gli insegnanti disoccupati a prendere in considerazione le alternative in tutto il mercato di lingua portoghese.

Linkiesta aggiunge che inversione dei ruoli non riguarda solo il mercato del lavoro:

In cambio dei fondi concessi nel maggio del 2011 per evitare il default, 78 miliardi di euro, Europa e Fmi hanno imposto a Lisbona alcune condizioni, compresa una massiccia dose di privatizzazioni, a partire dalla Edp (Energias de Portugal) e dalla Ren (Reds Energéticas Nacionais). Sulla lista dei compratori l’Angola è in prima fila. Il campione degli investimenti esteri di Luanda è la Sonangol, il gigante petrolifero nazionale, che ha già una partecipazione del 14 per cento nella più grande banca privata portoghese, la Millennium Bcp. All’inizio del 2011 ha comprato una fetta della Escom Investments, del Grupo Espirito Santo, e adesso ambisce ad entrare nella Galp, la compagnia energetica statale di Lisbona.
Se in precedenza erano le banche portoghesi a dominare il mercato di Luanda, l’ex colonia è diventata colonizzatrice anche in ambito finanziario. Isabel dos Santos non è soltanto la quarantenne figlia del presidente angolano. È la manager che ha conquistato le cronache di Forbes grazie alle sue scorribande economiche. Dal 2008 è azionista di Portugal Telecom e fa parte del cda della Edp, del Banco Português de Investimento e del Banco Espirito Santo. Nel 2010 la sua Kento Holding ha comprato il dieci per cento di Zon Multimedia, leader nel mercato della pay tv e secondo provider internet portoghese. L’angolana Bic, di cui possiede una quota, ha comprato il Banco Português de Negócios – che era stato nazionalizzato nel 2008 in seguito a problemi finanziari – per una cifra molto inferiore a quella inizialmente richiesta.
In questo momento è Luanda a fare la voce grossa.

E la voce grossa, l’Angola, la fa davvero. Forte dei capitali investiti a Lisbona e attraverso l’influenza dell’onnipotente Sonangol, il regime di Luanda riesce a condizionare la libertà di stampa all’interno dell’ex madrepatria, al punto da far “dimenticare” ai media lusitani che l’Angola, dopo tutto, è e rimane un Paese non democratico. Ma non è il momento per le critiche: il Portogallo ha bisogno di soldi e di esportare beni, l’Angola, invece, di soldi ne ha a palate ma ha bisogno di tutto il resto. Domanda e offerta si incontrano, e così la situazione sociopolitica dell’ex colonia, sulla stampa portoghese, diventa un tabù.
Oggi 
i rapporti di forza sono questi.

In Angola si è votato per (non) cambiare

L’Angola è andata al voto per la terza volta dall’inpiendenza nel 1975.  E per la terza volta il Movimento Popular de Libertação de Angola del presidente José Eduardo Dos Santos, in carica da 33 anni, ha vinto (per tutti i risultati si veda qui). In questo modo Dos Santos si è già garantito la rielezione: dal 2010 è infatti in vigore la nuova Costituzione che ha abolito l’elezione diretta del Presidente, la figura del Primo Ministro (il Presidente sarà anche capo dell’esecutivo) e limitato – ma la norma non è retroattiva – il mandato presidenziale a due quinquenni. La Presidenza sarà appannaggio della persona a capo della lista che ottiene più voti.

2.000 osservatori internazionali hanno monitorato le operazioni di voto, nessuno dei quali inviato dalla UE. E come in ogni Paese tropicale – e con poca familiarità ai riti della democrazia – che si rispetti, non sono mancate le poemiche e le accuse di brogli.

Un’ottima panoramica del prima, durante e del dopo elezioni è offerto dal blog Africa Wild News, della giornalista Francesca Spinola. Il post Angola: al voto per la terza volta fra speranza e rassegnazione riassume i dati salienti di questo turno elettorale: partiti in corsa, candidati alla presidenza, sintesi delle precedenti consultazioni e altre note di rilievo. Ma al di là di nomi e numeri vari, è interessante l’analisi critica che troviamo nel post Angola: MPLA i numeri di una vittoria che dovrebbe far riflettere:

A prima vista in Angola ha vinto la continuità, ma vediamo cosa suggerisce il secondo sguardo…
Ha vinto il partito Mpla e il suo capolista, l’attuale presidente Josè Eduardo Dos Santos, con il 72,8 % delle preferenze, dati delle 12.00 del 2 settembre.
Segue l’avversario di sempre, l’Unita, con il suo capolista, Jonas Savimbi, che ha ottenuto il 18 % dei voti. In terza posizione arriva una nuova formazione nata da una costola dell’Unita, Casa-ce, con Abel Chivukuvuku, che ha ottenuto un totalmente inaspettato, 5,6 %.
E’ indubbiamente una vittoria, ma andando ad analizzare i dati qualche segnale di stanchezza emerge. L’Mpla ha perso in 4 anni il 10% delle preferenze, nel 2008 aveva ottenuto l’82% dei voti. L’Unita ne ha acquistati quasi altrettanti, l’8% in più, forse i delusi dell’Mpla?
Ma non è tutto. A Luanda, la capitale baciata dalle grandi opere infrastrutturali messe in piedi dal governo e fra le altre cose inaugurate proprio qualche giorno prima delle elezioni, in concomitanza con il 70simo compleanno del Presidente, l’Mpla ha ottenuto uno striminzito 58% di preferenze, mentre l’Unita ha raggiunto il 25% e Casa-ce addirittura il 13%.
Quel 58% per una città che fino a ieri, e ancora oggi a dire il vero, è tappezzata di immagini del presidente, è invasa di gabbiotti dell’Mpla, è martellata da radio, televisioni e giornali che parlano solo delle opere del primo cittadino, lascia pensare che tanti sforzi non sono bastati a convincere la vasta maggioranza degli abitanti di Luanda.

Grandi opere che hanno davvero cambiato la faccia di questa città, ora più vivibile, più accogliente e accettabile. Grandi opere di cui godono probabilmente gli stessi che comprano nel locale rivenditore di Porche e Jaguar, case automobilistiche che vantano l’apertura nella capitale angolana di due enormi saloni.
Ma a cosa servono le palme a chi vive in baracche senz’acqua e senza luce, indossa indumenti bucati, ciabattine usate e fa niente se hanno fiocchi e strass anche se chi le usa è un giovanotto muscoloso?

Le scuole, chiuse da più di un mese, hanno aule affollate da una media di 50/70 alunni alla volta e ce ne sono che vanno nel tardo pomeriggio perché le si frequenta su tre turni non essendocene abbastanza.

La famosa città satellite di Kilamba, finita agli onori delle cronache perchè ritenuta “fantasma”, ora fantasma non lo è più, ma non ha contribuito a risolvere il problema abitativo di decine di migliaia di abitanti di Luanda che quelle case, messe in vendita per una cifra che vai dagli 80.000 ai 200.000 dollari non possono permettersi. Con lo stipendio base che non supera i 200 dollari nessuna Banca è disposta a rilasciare un mutuo.  Così chi ha i soldi continua ad averli e chi non li ha resta dov’è malgrado tutte le inaugurazioni del partito del presidente.

Al-Jazeera aggiunge che, secondo l’UNICEF, l’87% degli angolani che risiede in città vive nelle baraccopoli, spesso senza accesso ad acqua potabile o a servizi di base. La maggioranza della popolazione vive con meno di due dollari al giorno. E questo nonostante dalla fine della guerra civile, nel 2002, l’Angola sia stata l’economia a più rapida crescita al mondo (con una media del 17% annuo nel periodo 2002-08) ed oggi è il secondo produttore di petrolio nell’Africa subsahariana, alimentando un boom edilizio che ha fatto la fortuna delle compagnie cinesi appaltatrici, ma non certo del popolo angolano.
Peraltro i cinesi, che in Angola sono diversi milioni, dal Paese importano petrolio e in cambio esportano criminalità, come dimostra il recente arresto di una pericolosa gang a Luanda.
Al di là della crescita in doppia cifra, la mancanza di educazione e sanità per la popolazione e la corruzione dilagante nell’amministrazione impediscono alla maggioranza della popolazione di tirarsi fuori dalla miseria. Pertanto, argomenta la BBC, l‘Angola non può ritenersi un modello di sviluppo.

Una realtà che la martellante propaganda di regime non è in grado di occultare. Nei giorni precedenti al voto, nelle strade di Luanda si sono visti in giro supporters del presidente con cartelli che lo definivano “l’architetto della pace”. Ma da mesi si verificano proteste contro una gestione del potere che non ha saputo garantire un’equa redistribuzione delle rendite petrolifere.
Il calo di consensi del MPLA è principalmente dovuto alla delusione dei tantissimi giovani, molti dei quali il 31 agosto hanno votato per la prima volta, che sono stanchi di un presente fatto di povertà e mancanza di prospettive, mentre il presidente e la sua famiglia ostentano lusso e ricchezze – si veda, ultimamente, lo sfarzoso matrimonio tra una delle sue figlie e un magnate portoghese.
Per Dos Santos non è l’unico problema: a molti, nel suo partito, non è piaciuto il cosiddetto “ticket presidenziale”, ossia la scelta del presidente di proporre Manuel Vicente, ex amministratore delegato della compagnia petrolifera statale Sonangol per la vicepresidenza, a scapito di molti fedeli alleati e alttri potenti membri del MPLA che ambivano allo stesso ruolo.

Angola, il futuro a metà tra lotte interne e boom petrolifero

L’Angola è il secondo produttore di petrolio d’Africa: sforna 1,8 milioni di barili al giorno, quota che il governo punta ad aumentare a 2 milioni entro il 2014. Una ricchezza che contribuisce per la metà alle entrate statali e addirittura per il 90% alle esportazioni. Il 15% di tutto l’oro nero estratto prende la via della Cina, per la quale Luanda rappresenta una delle più sicure fonti di approvvigionamento, oltre ad uno dei partner più fedeli (in Angola gli immigrati cinesi si contano a milioni). Dalla fine della guerra civile nel 2002, l’economia angolana ha fatto passi da gigante, tanto che per il 2012 dovrebbe registrare una crescita del 10%.

Ora nel Paese si respira aria di rinnovamento, almeno all’apparenza. Le elezioni previste per il prossimo 5 settembre dovrebbero segnare la fine dell’era di Jose Eduardo dos Santos, l’uomo forte di Luanda, al potere dal 1979 – così come il suo partito, il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola, al potere dall’indipendenza e diretto da ex veterani della guerra contro il Portogallo. Negli ultimi tempi si sono succedute diverse manifestazioni popolari per chiedere a dos Santos di passare la mano, che il regime ha pensato bene di reprimere.
Bloomberg prova a descrivere le manovre in corso dietro le quinte. La lotta per il potere è tra Manuel Domingos Vicente, ex presidente della compagni petrolifera statale Sonangol, designato da dos Santos come suo successore, e Fernando da Piedade Dias dos Santos, attualmente vicepresidente del Paese e gradito agli altri dirigenti del MPLA.
Tuttavia gli angolani non sembrano avere molte speranze di assistere ad un vero cambiamento.Il MPLA è troppo radicato nella società angolana, e i suoi leader ancora troppo forti ed influenti, affinché il Paese possa inaugurare una nuova fase politica solo attraverso il voto. D’altra parte sanno di non poter aspettarsi nulla da questa classe dirigente, considerato che per tutti questi anni il MPLA ha sfruttato la rendita petrolifera a proprio esclusivo beneficio, mentre le masse non hanno visto che le briciole.

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