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Riprendo un passaggio del mio post sulla strage di Boston:

un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca.

Ora, benché legami tra i fratelli Tsarnaev (presunti attentatori) e il jihadismo caucasico siano ancora da dimostrare, come era nelle previsioni l’attentato della scorsa settimana sta già producendo delle importanti conseguenze politiche, sia interne che esterne agli Stati Uniti. E tutte sfavorevoli al presidente Obama.

Per cominciare, mercoledì 17 aprile il Senato ha bocciato gli emendamenti proposti alla legislazione sulle armi. Una sconfitta per la Casa Bianca e una vittoria per la National Rifle Association.
Inoltre, negli Stati Uniti gli armamenti registrano vendite record, come spesso avviene nei giorni che seguono simili tragici eventi.
Gli attacchi a Boston, in altre parole, stanno vanificando gli sforzi del presidente per porre un freno alla proliferazione delle armi da fuoco.

Sul piano della politica estera, dopo le bombe alla maratona Obama ha parlato al telefono con il suo omologo russo, Vladimir Putin, convenendo sulla necessità di “proseguire sulla via della cooperazione nella lotta al terrorismo e sui temi della sicurezza”. Washington potrebbe dunque schierarsi con Mosca in nome dell’antiterrorismo. Secondo Limes:

Nell’attesa che le indagini chiariscano questo e altri aspetti, si vanno delineando alcuni possibili risvolti della vicenda sui rapporti Usa-Russia. Alle soglie del nuovo millennio, una serie di attentati (tra cui quelli ad alcuni edifici di Mosca del 1999) fornì a Vladimir Putin un valido pretesto per scatenare la seconda guerra cecena e riacquistare il (pressoché) totale controllo del Caucaso settentrionale.
Malgrado le proteste degli attivisti per i diritti umani, in America e altrove, Washington non obiettò a una guerra il cui fine (dichiarato e reale) era la preservazione dell’unità territoriale russa e la lotta al terrorismo jihadista, che nel caso ceceno traeva alimento dalla lotta per l’indipendenza. Specialmente dopo l’11 settembre e l’inizio dell’intervento in Afghanistan, gli sforzi di Putin per sradicare la guerriglia islamica dal Caucaso verranno benedetti apertamente dalla Casa Bianca.
Alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Soci, in programma per il 2014, Mosca è ansiosa di sradicare qualsiasi minaccia terroristica e a tal fine la vicenda di Boston sembra offrire una preziosa opportunità. La Russia ha a lungo sostenuto i legami dei jihadisti caucasici con al Qa’ida, trovando però nell’amministrazione Obama un interlocutore tiepido. Ora è possibile che queste tesi suscitino una rinnovata attenzione a Washington, cui Mosca ha già offerto piena assistenza alle indagini in corso.
L’esito finale potrebbe essere un incremento della cooperazione bilaterale in materia di antiterrorismo, peraltro funzionale all’auspicato riavvicinamento tra i due paesi, a lungo perseguito dall’amministrazione – da ultimo con la recente visita a Mosca del consigliere per la sicurezza nazionale Tom Donilon.
Sinora tali sforzi sono stati pregiudicati (tra l’altro) dalle divergenze sulla postura verso il regime siriano, dai propositi russi di riarmo e da episodi puntuali, come la vicenda delle adozioni statunitensi di bambini russi bloccate dal Cremlino, il giro di vite legislativo di Mosca verso le ong straniere e il parallelo processo all’attivista Viktor Navalnij. Ma anche dal Magnitskij Act, la legge con cui il Congresso statunitense ha inteso punire i russi accusati di violare i diritti umani.
Sulla scia dei fatti di Boston, alcune di queste divergenze potrebbero essere accantonate in nome del superiore interesse alla lotta al terrorismo. Purché la pista terroristica risulti effettivamente confermata e il Cremlino non interpreti eventuali aperture di credito americane come un’acquiescenza implicita a un inasprimento della repressione interna, specialmente (ma non solo) nel Caucaso settentrionale.

Per Obama si tratta di un’altra sconfitta: la proposta di cooperazione a Putin giunge proprio nei giorni in cui i rapporti con la Russia (mai del tutto normalizzati, a dispetto del “reset” annunciato nel 2009) registrano una nuova altalena di alti e bassi.

In queste settimane, schiaffi e carezze si sono susseguiti senza sosta. Dapprima la mini-guerra fredda sulle adozioni di bimbi russi da parte di famiglie americane. Poi la pubblicazione dell’americana lista Magnitskij per la messa al bando di 18 alti funzionari russi, seguita da quella russa contro altrettanti funzionari americani. Infine la visita a Mosca del consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale, Tom Donilon, il quale ha consegnato ai suoi omologhi russi una lettera a firma del presidente Obama.
Adesso, la cooperazione tra i due Paesi in tema di sicurezza potrebbe scattare anche nelle indagini sugli attentati di Boston, sebbene i servizi segreti russi abbiano lasciato filtrare di non aver fornito alcuna informazione sui fratelli Tsarnaev.

Al di là di quelli che saranno i risultati finali, per Obama è l’implicita ammissione di non poter affrontare il problema della lotta al terrorismo prescindendo dall’aiuto di Mosca. E per Putin, l’occasione di incassare un tacito consenso alla repressione - di quel che resta – della guerriglia cecena, sullo sfondo delle crescenti preoccupazioni per la sicurezza delle Olimpiadi invernali di Soci 2014, a breve distanza dal nord del Caucaso.

Organizzare un attentato a Boston significa colpire un emblema della memoria patriottica americana: difficile ignorare il valore simbolico dl giorno e del luogo dell’atto terroristico, chiunque ne sia il responsabile.
Internazionale 
(qui il liveblog) ricorda che quello del 15 aprile a Boston è l’ultimo di una storia di attentati contro gli Stati Uniti. Non sorprendiamoci se ci sarà una prossima volta.
Una storia che l’America – 11 settembre a parte – sembrava aver rimosso. Come puntualizza Fulvio Scaglione su Avvenire:

sul termine “terrorismo”, così intensamente usato in queste ore, occorre intendersi. È chiaro che gli americani, dalle massime autorità al cittadino della strada, intendono soprattutto un attacco organizzato dall’esterno, se non proprio dall’estero. Da qualcuno che odia loro, il loro sistema e il loro Paese, e non da qualcuno che, dall’interno, detesta il governo o qualche sua decisione. Come furono, per fare solo un paio di esempi comunque legati alle bombe, Timothy McVeigh (168 morti a Oklahoma City nel 1995) o Eric Rudolph (1 morto ad Atlanta nel 1996). E questo è un lascito indubbio dell’11 settembre e della cicatrice che quegli attentati hanno lasciato nella coscienza collettiva degli Stati Uniti.
Una sicurezza, anzi, un’innocenza perduta ai propri occhi che le imponenti e peraltro efficaci misure dell’ultimo decennio non sono mai riuscite a ricostruire. Tra il 2001 e l’altro ieri, ben 380 individui sono stati arrestati per aver cercato di mettere a segno negli Usa attentati di stampo terroristico.

Secondo Linkiesta (che propone sia le immagini che la mappa dell’attentato), mentre sale la psicosi di altri attacchi in tutto il Paese, le piste più accreditate sembrano essere tre:

  1. un dilettante che ha operato in completa autonomia;
  2. un gruppo terroristico interno agli Stati Uniti, forse di estrema destra, come quello dei cosiddetti “white supremacists”, esponenti del “potere bianco;
  3. un gruppo legato ad al-Qa’ida.

Per qualche ora si era diffusa la notizia (poi smentita) del fermo di un cittadino saudita che si trovava sul luogo dell’attentato al momento dell’esplosione, senza che però ne fossero diffuse le generalità o altri particolari.
L’assenza, per il momento, di una rivendicazione della doppia esplosione alla maratona di Boston esclude una pista d’indagine esplicita per gli inquirenti. Pertanto non rimane che procedere per induzione.
In un primo momento si è pensato al nemico di sempre: al-Qa’ida. In particolare si è pensato all’iniziativa “spontanea” di uno o più soggetti, ispirati dall’organizzazione che fu di bin Laden o da gruppi che operano in franchising nell’ambito della stessa, come sostenuto da LimesQuella delle bombe in sequenza è una tecnica collaudata nelle file qaidiste e fra jihadisti solitari che si radicalizzano su internet, ma la scelta dei cestini della spazzatura appare inusuale. Secondo Paolo Magri, vicepresidente e direttore ISPI, in un’intervista rilasciata a Lettera 43, al-Qa’ida appare l’indiziata meno probabile poiché le bombe dei terroristi islamici in genere non sono rudimentali come quelle impiegate a Boston e, inoltre, la maratona non sembrava un obiettivo sensibile. Tuttavia l’ipotesi qaidista non può essere del tutto esclusa.
Gli inquirenti hanno allora ipotizzato una pista interna, studiando analogie con la strage di Oklahoma City o altri eventi sanguinosi come quelli di Columbine e Wako, avvenuti nella stessa settimana di quello di Boston.
Non è però da escludere che si sia trattato del gesto di un lupo solitario, un Giovanni Vantaggiato spinto da chissà quale motivazione. Non fosse altro perché le bombe sono il risultato dell’assemblaggio di ingredienti comuni del valore di 100 dollari in tutto.
Le ipotesi complottiste non sto nemmeno ad illustrarle.

Infine, un’analisi dell’ISPI – che in coda riporta la cronologia dei principali attentati terroristici in territorio americano degli ultimi anni – prende in esame i possibili risvolti politici dell’attentato:

Identificare la matrice dell’attentato riveste notevole importanza anche in termini politici. Infatti, come afferma il professor Mario Del Pero, università di Bologna, nel suo blog se la matrice risultasse islamica, ciò indebolirebbe Obama, che ha costruito la sua credibilità in materia di sicurezza grazie a una ferma azione nei confronti del terrorismo internazionale. Se la matrice fosse invece quella interna il presidente ne risulterebbe probabilmente avvantaggiato, impegnato com’è nella campagna per introdurre norme più stringenti sulla vendita e il possesso di armi da fuoco.

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la reazione della Casa Bianca. Al momento l’unica certezza è che l’attacco ha centrato il suo obiettivo: produrre paura. Nel giro di un paio d’ore dopo le esplosioni Boston si è svuotata, si sono moltiplicati falsi allarmi bomba in tutti gli angoli della città, hanno evacuato piazze ed edifici. L’America si è così sentita ancora una volta vulnerabile, esposta a un male che credeva di avere debellato.

La guerra in Iraq iniziò il 20 marzo 2003 con un attacco di terra e d’aria. La notte del 3 aprile gli americani presero l’Aeroporto internazionale, poi il 9 fu la volta della capitale Baghdad. L’11 maggio il presidente G. W. Bush dichiarò la fine dei combattimenti.

Gli effetti dell’invasione

Dieci anni dopo, si dice che “Gli americani hanno vinto la guerra, gli iraniani hanno vinto la pace e i turchi gli affari“. E gli iracheni, cosa hanno vinto?

Nel solo 2012 il PIL di Baghdad è cresciuto del 10,5% e le previsioni per il futuro parlano di un ulteriore 9,4%. Merito del petrolio, che contribuisce alle entrate dello Stato per il 90%. Eppure nello stesso tempo aumentano gli scioperi e le proteste proprio contro le compagnie petrolifere, a cui le leggi di Saddam (tuttora in vigore) consentono i licenziamenti indiscriminati e la messa al bando di tutte le organizzazioni sindacali. In altre parole, nell’Iraq di oggi crescono i profitti ma non i diritti.

L’invasione non ha portato che miseria, corruzione, e attentati terroristici quotidiani. Dal 2003 non c’è stato giorno in cui un iracheno non ha perso la vita. Oggi in Iraq una donna su dieci è vedova. Per ogni soldato occidentale ucciso durante l’occupazione sono morti 24 civili iracheni. Nel corso della guerra l’esercito americano ampiamente utilizzato uranio impoverito (si veda quiquiquiquiqui e qui), così come delle armi chimiche a Fallujah, probabile causa delle malformazioni riscontrate nei neonati (qui e qui). Oggi l’Iraq è uno e trino, lacerato dai dissidi tra sunniti, sciiti e curdi. Con i primi in attesa della loro primavera, e gli ultimi che ormai viaggiano per conto proprio, in attesa (forse) di dichiarare la formale indipendenza.

Ah bé, si dirà, qualche “effetto collaterale” c’è stato, ma gli iracheni hanno comunque guadagnato la democrazia. Sbagliato. Il governo guidato da Nuri al-Maliki sta assumendo sempre più i connotati della dittatura. Non a caso si vocifera di una possibile intesa curdo-sunnita per ritirare la fiducia al premier. E qualcuno si chiede se sarà quel Moqtada Al-Sadr, che tanto aveva contribuito ad infiammare L’Iraq, a salvarlo dallo sfacelo politico.

Per tutte queste ragioni sono in tanti a rimpiangere l’Iraq di ieri, quello di Saddam.

La non-vittoria di Washington

Il governo americano sostiene che la guerra in Iraq sia costata tra i 50 e i 60 miliardi di dollari i tutto. Secondo il Premio Nobel Joseph Stiglitz, invece, il costo complessivo potrà arrivare a 5 trilioni. Un nuovo studio, redatto dal Watson Institute for International Studies della Brown University, la cifra sfonderà addirittura quota 6 trilioni.

Oltre al danno, la beffa: Praticamente tutti i maggiori esperti di politica internazionale – sia quelli vicini ai democratici che ai neocon – concordano sul fatto che la guerra contro Baghdad abbia indebolito la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, anziché rafforzarla. Si veda quiquiquiquiquiquiqui, e qui.

E dopo aver tolto le tende da Baghdad – senza preoccuparsi troppo di ciò che si lasciava alle spalle -, la sfida di Washington è evitare che cada sotto il controllo dell’Iran.

La vera ragione della guerra

Perché gli americani hanno invaso l’Iraq? Per il petrolio, dice la vulgata. Ciò parzialmente è esatto. Perché nella visione strategica di Washington, l’oro nero di Saddam era uno strumento, non un obiettivo.

Procediamo con ordine. Il petrolio, dunque. La centralità del greggio nella decisione dell’attacco a Baghdad è stata confermata da molti tra gli stessi esponenti repubblicani che questa guerra l’avevano caldeggiata. Qualche esempio?

  • Chuck Hagel, ex Segretario alla Difesa, nel 2007:
  • Alan Greenspan, ex presidente della Fed, sempre nel 2007;
  • George W. Bush, proprio lui, l’ex presidente, nel 2005;
  • John McCain, senatore e sfidante di Obama nelle presidenziali del 2008, proprio nello stesso anno;
  • Sarah Palin, ex governatore dell’Alaska, semprenel 2008;
  • David Frum, principale autore dei discorsi di Bush, poche settimane fa;
  • John Bolton, ex sottosegretario di Stato, nel 2011.

Al di là della farsa di Cheney (chi non ricorda la provetta sbandierata davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?), tutti sapevano che l’Iraq non possedeva armi di distruzione di massa.

Quello che invece non sapevano, era che gli Stati Uniti avevano progettato la guerra in Iraq molto prima dell’11 settembre, come confermato dallo stesso Cheney già nel 2000 e, tra gli altri, dall”ex Segretario del Tesoro Paul O’Neill - che all’epoca dei fatti sedeva sul Consiglio di Sicurezza Nazionale -, dall”ex direttore della CIA George Tenet e da alcuni importanti funzionari britannici. Si veda anche qui e qui.

In verità, l’agenda neocon prevedeva un generale regime change in tutto il Medio Oriente fin dagli inizi degli anni Novanta, all’indomani della Prima Guerra del Golfo.

Non per il petrolio, ma con il petrolio

A convincere la Casa Bianca della necessità di intervenire fu una relazione presentata sul tavolo di Bush nella primavera del 2011, i cui contenuti sono stati rivelati da un articolo dell’Herald Sunday. Al centro della decisione di colpire l’Iraq per il petrolio c’era la cattiva gestione della politica energetica degli Stati Uniti nel corso degli ultimi decenni. Le frequenti interruzioni di corrente che avevano interessato alcuni Stati (soprattutto la California) imponevano a Washington l’urgenza di garantirsi nuove fonti di approvvigionamento. Non mancavano inoltre le pressioni delle Big Oil, soprattutto Shell e British Petroleum, ansiose di procurarsi nuovi giacimenti da trapanare.

Il petrolio iracheno sarebbe bastato da solo a placare la sete degli uni (gli americani) e degli altri (i petrolieri)? No. Ma come detto, era lo strumento, non l’obiettivo.

Gli Usa volevano indurre i sauditi ad aumentare la produzione petrolifera per adeguarla al proprio fabbisogno interno, in continua crescita. Già nel 2002 – ossia diversi mesi prima che l’invasione avesse luogo -, Margherita Paolini, coordinatrice scientifica di Limes ed esperta di fonti d’energia, nell’articolo “Il quarto mare aveva chiarito la portata di questa visione. Secondo l’autrice, il petrolio era funzionale alla nuova visione geopolitica che la Casa Bianca stava tentando di elaborare dopo l’11 settembre, e il possesso dei giacimenti iracheni sarebbe stata la chiave per il controllo di quelli di tutti gli altri Paesi della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita:

Dichiarando guerra al terrorismo, l’America ha costruito un inedito scenario internazionale, di cui si considera protagonista assoluta. Ciò esclude ogni forma di dipendenza da chicchessia e da qualsiasi cosa. Gli attentati dell’11 settembre hanno costretto gli americani a scoperchiare la pentola saudita. Washington vi ha trovato complicità con le reti terroristiche diffuse in Medio Oriente, in Asia centrale, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Particolarmente inquietante l’uso consolidato del wahhabismo – l’ideologia degli ‘ulamå’ sauditi – per infiltrare le aree asiatiche a grande potenzialità energetica, le ultime riserve strategiche dell’Occidente dopo il 2010. Di fatto l’Arabia Saudita appare oggi a molti americani come un rogue State occulto. Ma a differenza di Iran e Iraq, il regno saudita è connesso con l’Occidente grazie a imponenti filiere finanziarie. Inoltre è l’unico paese Opec in grado di raffreddare gli sbalzi parossistici del prezzo del petrolio in caso di grave crisi internazionale, immettendo sul mercato a tamburo battente fino a due milioni di barili/giorno extra quota.
Dunque non si può apertamente fare la guerra all’Arabia Saudita. Ma secondo gli americani quel regime va punito. Come? Demolendo il meccanismo dell’Opec, l’ex cartello dei paesi produttori dominato dai sauditi, oggi ridotto a calmiere per evitare una caduta eccessiva del prezzo del petrolio.

In questo contesto il petrolio diventa lo strumento per condurre la guerra ai rogue States dichiarati o coperti. L’immissione sul mercato di ulteriori significative quantità di greggio farà saltare l’equazione Opec della domanda e dell’offerta. Tanto meglio se tali nuove forniture proverranno da ricchi giacimenti a basso prezzo di estrazione e vicini alle infrastrutture di trasporto: il ritratto del petrolio iracheno. Per punire l’Arabia Saudita bisogna dunque riaprire il serbatoio dell’Iraq, eliminando Saddam.

Dal punto di vista americano, il petrolio iracheno è soprattutto uno strumento di pressione nei confronti degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dotati del diritto di veto. Per ottenere il consenso alla spedizione punitiva contro Saddam, Washington ha minacciato russi, francesi e cinesi di tagliarli fuori dalle risorse e dal mercato petrolifero iracheno.

L’America è scontenta dell’Arabia Saudita. E non solo per essere stata colpita da sauditi l’11 settembre (Osama bin Laden e soci). Ma anche per ragioni di geopolitica energetica. Secondo le proiezioni sull’aumento della domanda di petrolio negli Usa, di cui Riyad è il primo fornitore energetico, nel 2020 la dipendenza dalle importazioni dei paesi Opec passerà dagli attuali 5,4 a 9,7 milioni di barili/giorno (b/g). Più della metà di queste importazioni dovrebbe essere garantita dall’Arabia Saudita, dato che nessun altro paese del Golfo è in grado di tenere un tale ritmo produttivo. Ma finora i sauditi non hanno fatto nulla per mettersi su questa strada.

Data l’attuale inaffidabilità geopolitica di Iraq e Iran, questa arretratezza saudita diviene intollerabile. Gli americani pensano dunque di prendere in mano direttamente la gestione della ricerca e della produzione in Arabia Saudita: il cosiddetto upstream, che finora i sauditi non hanno voluto mollare. Non si tratta dunque per gli Usa di mera commercializzazione, ma di riprendere il controllo politico del territorio, a fronte di riserve per 259 miliardi di barili a basso prezzo di estrazione. Esattamente quanto ci si accinge a fare in Iraq. Solo con altri mezzi.
Se il prezzo del petrolio scenderà molto, con l’immissione a breve di petrolio iracheno post-Saddam, l’Arabia Saudita sarà per forza costretta a mettere sul mercato il suo attuale eccesso di capacità – circa due milioni di b/g. Ciò per mantenere la quota di introiti necessari alla casa di Saud, ma anche per gli investimenti volti a sviluppare il settore energetico e il paese in generale. Probabilmente, se già non lo stanno facendo, i sauditi cercheranno di recuperare parte dei 750 miliardi di petrodollari depositati all’estero (60% in Usa, 30% in Europa). In ogni caso, i sauditi non potranno fare a meno di comprare know-how e di attrarre investimenti delle grandi compagnie: in altri termini, venire a patti con loro. A quel punto Washington avrà preso due piccioni con una fava: da Baghdad a Riyad.

giovedì 6 dicembre il sito israeliano Debka (si veda anche Russia Today) riporta che di fronte alla Siria sono d’istanza 10.000 uomini, 17 navi da guerra, 70 cacciabombardieri, 10 tra cacciatorpedinieri e fregate, inviati lì dagli Stati Uniti in attesa dell’ordine di intervenire. Non sono soli: ci sono anche inglesi, francesi e uomini della NATO. E non dimentichiamo che lungo il confine con la Turchia ci sono delle batterie di missili Patriot dell’Alleanza Atlantica.
La ragione dietro un tale dispiegamento di forze è semplice: il terrore dell’America è che il regime di Assad, ormai alle strette, possa giocare l’ultima carta che ha in mano. Quella delle armi chimiche. Alcuni (anonimi) funzionari del Dipartimento di Stato accusano la Siria di essere sul punto di farne uso, ed anche la BBCcitando fonti del Foreign Office, afferma che la leadership di Damasco è pronta a utilizzarle.

Alcune notazioni.

La prima. Secondo alcuni funzionari del Pentagono, non vi è alcuna prova che la Siria impiegherà le armi chimiche, e che non è nemmeno chiaro se siano state spostate dai siti di stoccaggio oppure no. Inoltre, anche a fronte di una situazione disperata è improbabile che Assad ricorra a questi strumenti: l’uso del sarin (gas nervino di cui Damasco avrebbe centinaia di tonnellate), ad esempio, è strategicamente inadatto nel contesto delle lotte urbane che finora hanno caratterizzato la guerra civile.

La seconda. Onestamente, è difficile dire se il timore americano per le armi segrete di Assad sia reale o piuttosto una false flag: l’esperienza irachena deve pur averci insegnato qualcosa. Tuttavia alla storia delle armi di distruzione di massa sembrano averci creduto gli israeliani, se è vero che squadre di forze speciali israeliane operano attualmente all’interno della Siria, nel tentativo di individuare e sabotare gli arsenali chimici e biologici del regime.

La terza. Gli Stati Uniti paiono non avere una grande cognizione di ciò che succede in campo. La decisione di sostenere la guerra dalla parte dei ribelli, senza sporcarsi le mani direttamente e purché il conflitto resti sigillato all’interno del perimetro siriano, rende impossibile controllarne il coinvolgimento e prevedere le conseguenze.
Ad esempio, in questi giorni Washington ha inserito il gruppo ribelle al-Nusra nella lista delle organizzazioni terroristiche (si veda anche qui). Nei mesi scorsi il gruppo ha orchestrato diversi attentati costati la vita a centinaia di persone, e nelle sue fila si contano alcuni ex qaidisti. Eppure è in prima linea nella lotta contro Assad, dunque essenziale nella strategia di proxy war che l’America sta attivamente sostenendo.

La quarta. Gli USA devono ridurre le spese militari per diminuire il loro cronico deficit di bilancio in doppia cifra, eppure ogni tanto si sente parlare di migliaia di soldati spediti qua e là nelle zone di crisi. Sempre in migliaia e sempre inosservati, visto che nessuno pare incrociarli lungo il loro cammino. In principio furono i 12.000 soldati spediti a Malta e pronti ad intervenire nella Libia post Gheddafi, come denunciato dalla deputata del Congresso Cynthia McKinney. Poi le forze speciali stanziate a Sigonella e Souda (Creta) e in procinto di entrare sempre in Libia all’indomani dell’attacco costato la vita all’ambasciatore Chir Stevens. E oggi i 10.000 a largo delle coste siriane, secondo quanto rivelato da Debka che, non dimentichiamolo, è un sito di spie israeliane, da prendere con le molle.
Ma gli americani come potrebbero spedire migliaia di uomini in un Paese in fiamme, posto che (al-Nusra deve far riflettere) non sanno neppure chi sono i ribelli che stanno sostenendo?

La quinta. Alla guerra sul campo se ne affianca un’altra mediatica (ne è un esempio questo video in cui i ribelli uccidono dei conigli con delle presunte armi chimiche). E ciascuno ha la sua posizione, come in ogni derby che si rispetti. D’altra parte il web abbonda di cretini 2.0, e loro sì, alla storia dei 10.000 soldati ci credono davvero. Loro credono a tutto, tranne che ai media tradizionali.

Sono le prime ore di mercoledì 7 novembre. Al McCormick Center di Chicago, Barack Obama ha appena finito di pronunciare il discorso della vittoria. Nel backstage, il presidente riceve l’abbraccio di Family and Friends, il gruppo di parenti e amici di una vita che è sempre intorno a lui nelle grandi occasioni della sua carriera. Tra i presenti, si staglia l’enorme figura di Allison Davis, l’avvocato dei diritti civili che molti anni fa accolse nella sua Law Firm il giovane Obama, fresco di laurea a Harvard. Il presidente lo indica agli altri: «Questo è l’uomo che mi ha assunto». Poi si abbracciano. «You made it», ce l’hai fatta, dice Davis. Obama lo guarda negli occhi, gli prende la mano stringendola forte e ribatte: «Allison, I don’t lose», io non perdo. Fa una pausa, poi ripete: «I don’t lose». Barack Obama è molto competitivo.
Paolo Valentino, «Io non perdo» Così Barack ai suoi amici, Corriere della Sera, 09/11/2012

Obama ce l’ha fatta. Sondaggisti e statistici (quelli seri, almeno), lo avevano previsto, ma lo psicodramma della rielezione (ce la farà? Non ce la farà?), su cui gli analisti di tutto il mondo si sono scervellati per due anni – dalla débacle delle elezioni di midterm del 2010 -, ha avuto il lieto fine solo nella notte di martedì 6 novembre. E’ il verdetto che esce da una tra le più drammatiche e combattute elezioni della storia recente degli Stati Uniti, in cui non sono mancate le accuse di frode e le minacce di strascichi giudiziari.
Il voto popolare mostra però un’America divisa esattamente in due: donne, giovani, afroamericani, ispanici sono tornati a votare il presidente democratico come quattro anni fa, ma rispetto ad allora la coalizione di gruppi che ne avevano decretato il trionfo ha perso molti pezzi. Tradotto in termini di voti, se il Senato resta sotto il controllo dei democratici, la Camera vede un rafforzamento della maggioranza dei repubblicani. Il che lascia a molti il dubbio se queste elezioni le abbia davvero vinte Obama o piuttosto le abbia perse Romney. E’ dunque probabile che i prossimi mesi presenteranno lo stesso panorama di divisioni e lotte che ha segnato questa campagna.
Una somma delle opinioni a caldo sulla conferma di Obama si trova su Internazionale Presseurop. Facciamo però un passo indietro e proviamo ad indagare sulle radici di questo risultato.

Di fatto, Obama resta alla guida di due nazioni ben distinte: l’America rurale bianca, profondamente conservatrice se non reazionaria, e quella urbana e cosmopolita che si è schierata con il presidente uscente. Che non è più lo stesso di quattro anni fa: nel 2008 Obama seppe comunque conquistare il cuore e la mente di tanti americani con il suo messaggio di cambiamento e di speranza, la bravura della sua squadra elettorale, le sue capacità oratorie, la sua immagine bella e vincente. Quattro anni dopo ha vinto un altro Obama: un presidente prudente e centrista, che ha dovuto gestire la peggiore crisi dal ’29 e che anche per questo, con la sola eccezione importante della riforma sanitaria, a dispetto delle attese non è stato artefice di nessuna rivoluzione.

Limes traccia un’anatomia della vittoria di Obama: il presidente ha vinto con un margine di voti minore rispetto a quattro anni fa, ma ha prevalso in tutti i battleground States: Colorado, Iowa, New Hampshire, Virginia, Wisconsin, Ohio e Massachussets – di cui Romney era stato governatore. Tuttavia il risultato non giustifica trionfalismi: al di là delle divisioni nel Congresso – preludio di un nuovo muro contro muro coi repubblicani a due mesi dalfiscal cliff -, la spaccatura è anche socioeconomica: avendo votato per Obama soprattutto i poveri e le minoranze, mentre Romney è stato preferito dalle fasce di reddito più alte e l’elettorato bianco. In generale, la chiave del successo di Obama sta nell’aver rimodulato il suo messaggio politico rispetto al trionfo del 2008: se la prima campagna faceva appello soprattutto alle emozioni, questa ha puntato in primo luogo sulle ragioni. E ha fatto centro.

Il risultato di queste elezioni era probabilmente inscritto nella mappa demografica del Paese: i repubblicani hanno ancora una volta fatto presa sugli uomo bianchi eterosessuali (il gruppo demografico che ha governato il paese dall’inizio); ma dall’altra parte, la maggiore partecipazione di nuovi gruppi etnici (ispanici) e sociali (gay, donne), insieme a giovani e afroamericani, prefigura la potenzialità di una maggioranza democratica stabile, una volta che essa sia sollecitata da opportune politiche e messaggi che vertono sui temi sociali. Non è infatti un mistero che Obama abbia riconquistato la Casa Bianca in virtù dell’attenzione mostrata per i diritti civili. Nello stesso tempo, con l’affermarsi di un movimento “da sinistra”  al suo interno, il Partito Democratico non è più il partito della mediazione, come era stato fin dai tempi di Lyndon Johnson.
Si segnalano comunque episodi di razzismo dopo la rielezione, a testimonianza del pericolo di polarizzazione nel mutato tessuto sociale americano.

Conclusa la sbornia elettorale, è già tempo di rimettersi al lavoro. E Obama ne ha molto. Foreign Policy individua i 14 temi principali che il rieletto presidente dovrà affrontare nel suo secondo mandato: dai cambiamenti climatici alla Cina, dal nucleare all’Africa, il settimanale ha sentito l’opinione di alcuni esperti.
In primo luogo ci sono i conti pubblici: il fiscal cliff vale 600 miliardi di dollari, fatti di aumenti fiscali e taglio di agevolazioni che scatteraanno automaticamente il 1 gennaio 2013 senza un accordo bipartisan; un termine che potrebbe far naufragare i suoi sforzi per risollevare l’economia e contenere un debito pubblico da 16.235 miliardi di dollari. Sempre spinoso il nodo del lavoro: Obama è il primo presidente Usa rieletto con un tasso di disoccupazione quasi all’8%.
In politica estera, il primo banco di prova è il Medio Oriente. Dove la crisi siriana, le trattative (segrete?) sul nucleare iraniano e i rapporti sempre più tesi con Israele (Netanyahu tifava per Romney) dipingono un quadro sempre più ingarbugliato per il presidente. Neppure la Cina non è contenta: la conferma di Obama significa stabilità, ma come ha sintetizzato il China daily «ha avanzato più critiche contro la Cina Obama in quattro anni che George W. Bush in due mandati».
C’è poi il tema dell’ambiente, trascurato da entrambi i candidati in campagna elettorale (nonostante i disastri del 2011 e la siccità dei mesi scorsi) ma tornato prepotentemente di scena dopo il devastante passaggio dell’uragano Sandy, che qualcuno considera la prova tangibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sullo sfondo c’è sempre lo scenario di una guerra permanente contro il terrorismo, che nel Nord del Mali potrebbe vedere il suo prossimo palcoscenico.

Se dunque il meglio per l’America deve ancora venire, dall’altra parte le sfide che attendono il presidente sono tante e complicate. Buona fortuna, Barack. Ne avrai davvero bisogno.

E’ una noia dover parlare del secondo dibattito tra Obama e Romney ma a meno di venti giorni dal voto certi eventi non possono essere ignorati.
Per una sintesi del confronto in dieci punti si veda qui. Dicono tutti che l’ha spuntata Obama, ma non è questo che conta. Gli spunti di riflessione sono altri.

Primo. I due candidati si sono avvicendati in un botta e risposta mirante non tanto a delineare le strategie future, quanto a respingere e contrattaccare le accuse di fallimento e ambiguità reciprocamente rivolte. A farne le spese, però, è stato il merito delle questioni. Le schermaglie mettono in secondo piano il fatto che a tre settimane dal voto i programmi di entrambi i candidati restano vacui e fumosi.

Secondo. La grande assente dalla campagna presidenziale USA 2012 è la politica estera. A parte l’attentato di Bengasi, fulmine a ciel sereno dell’ultim’ora, nessuno dei candidati pare interessato a ciò che succede fuori dai confini statunitensi. Da parte di Obama c’era da aspettarselo: nella campagna elettorale del 2008 si è concentrato quasi esclusivamente sulle questioni interne, mentre nel suo quadriennio ha gestito la politica estera americana alla stregua di un curatore fallimentare, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Romney, da parte sua, ha fatto ancora meno: si è limitato a rivolgere accuse allo sfidante Obama già trite e ritrite, proposte per il futuro modeste (che ricalcano manifestamente l’approccio dell’attuale amministrazione) e un rilancio poco entusiasta dei temi della Freedom Agenda di George W. Bush, peraltro mai citata per nome.
A proposito di Bush: il fantasma del presidente si è materializzato al 43esimo minuto del dibattito. Ecco come.

Terzo. In America esiste ancora il giornalismo indipendente: durante la sfida Romney ha affermato il falso dichiarando che Obama ha ammesso che l’attentato di Bengasi si trattava di un atto terroristico solo dopo due settimane dai fatti. Tutto falso. Al punto che la moderatrice, Candy Crowley della Cnn, è intervenuta per smentirlo:  Obama “Lo ha detto nel giro di 24 ore”. In America le regole del gioco sono queste. Dov’è la notizia? Provate ad immaginare una scena del genere in Italia (abituati come siamo allo pseudogiornalismo servile e interessato) e capirete quante cose abbiamo ancora da imparare. Provate…

Secondo Washington’s Blog, gli USA vogliono che il Giappone provveda al riavvio dei reattori reattori nucleari il più presto possibile. Si parte da due premesse:

1) I reattori nucleari di seconda generazione dello stesso modello di Fukushima – quelli ad acqua leggera, in gran parte realizzati dall’americana General Electric - furono scelti e diffusi non per ragioni legate alla loro sicurezza, bensì perché ritenuti i più idonei allo sviluppo di tecnologie militari. Segnatamente, perché potevano essere alloggiati su sottomarini nucleari.
Iruolo degli Stati Uniti nello sviluppo dell’industria nucleare in Giappone è testimoniato proprio dall’alto numero di questi reattori nella Terra del Sol levante. Ruolo che si è spinto fino ali aiuti – più o meno segreti – affinché Tokyo potesse sviluppare un proprio programma nucleare negli anni Ottanta.

2) Dopo il disastro di Fukushima, nel tentativo di proteggere le proprie industrie nucleari anziché i cittadini, Giappone, Stati Uniti e Unione Europea hanno alzato l’asticella del livello di radiazione ritenuto “accettabile”. Risultato? Le autorità americane e canadesi hanno praticamente smesso il monitoraggio quotidiano della radioattività perché considerata di livello “troppo basso”. Per sostenere l’economia di Tokyo, anche la Food & Drug Administration ha smesso di verificare i livelli di radioattività nel pesce importato dal Giappone.

Chiariti questi punti, eccoci al nodo della questione: il quotidiano giapponese Nikkei riporta che il presidente Obama e il Segretario di Stato Clinton hanno fatto pressione sul governo di Tokyo per una pronta ripresa del programma nucleare:

il governo degli Stati Uniti sta fortemente esortando [il governo giapponese] a riconsiderare la sua politica delle ” zero bombe nel 2030″, che era parte della strategia energetica e ambientale dell’amministrazione Noda, come “il presidente Obama desidera” .

L’8 settembre, il primo ministro Yoshihiko Noda ha incontrato il Segretario di Stato americano Clinton durante la riunione dell’APEC a Vladivostok in Russia. Anche in questo caso, rappresentando il presidente degli Stati Uniti, il Segretario Clinton ha espresso preoccupazione. Pur evitando di criticare palesemente la politica dell’amministrazione di Noda, [la Clinton] ha ulteriormente fatto pressione sottolineando che erano il presidente Obama e il Congresso degli Stati Uniti ad essere preoccupati.

L’amministrazione Noda ha inviato per una missione urgente negli Stati Uniti i suoi funzionari, compreso il Consigliere Speciale del Primo Ministro, Akihisa Nagashima, per discutere la questione direttamente con gli alti funzionari della Casa Bianca, frustrati dalla risposta giapponese.

(Secondo l’ex vice ministro dell’Energia Martin), il governo degli Stati Uniti ritiene che “La strategia energetica degli Stati Uniti subirà probabilmente un danno diretto” a causa del cambiamento della politica del Giappone verso la fine dell’energia nucleare. Ciò perché la politica nucleare giapponese è strettamente legata anche alle politiche di non proliferazione nucleare e ambientale finalizzate alla prevenzione del riscaldamento globale sotto l’amministrazione Obama.

Nell’accordo per l’energia atomica in vigore dal 1988, il Giappone e gli Stati Uniti hanno deciso in una dichiarazione generale che, fino a quando avviene nell’impianto di riprocessamento di Rokkasho, il ritrattamento del combustibile nucleare è consentito senza il preventivo consenso degli Stati Uniti. Il ruolo più importante del Giappone [nel contratto] è quello di garantire l’uso pacifico del plutonio senza possedere armi nucleari.
L’attuale accordo Giappone-USA in materia scadrà nel 2018, e il governo avrà bisogno di avviare delle preliminari, informali discussioni con gli Stati Uniti … già nel prossimo anno. C’è un pò di tempo prima della scadenza del contratto, ma se il Giappone lascia la sua politica nucleare in termini vaghi, gli Stati Uniti possono opporsi al rinnovo del permesso di ritrattamento del combustibile nucleare. Alcuni (nel governo giapponese) dicono: “Non siamo più sicuri di cosa accadrà al rinnovo del contratto”.

PS: riguardo a Fukushima, la Tepco ha ammesso che la centrale aveva già dei problemi prima che il maremoto la travolgesse…

Con la prospettiva della partenza dei soldati occidentali prevista per il 2014, la concorrenza per un posto al sole in  Afghanistan si sta facendo serrata. Allo stesso tempo, il governo afgano ha cercato di rafforzare i suoi legami con i Paesi vicini.
La Repubblica Popolare Cinese condivide solo pochi km di confine con Kabul, ma è già in prima fila per acquisire una significativa influenza nell’Afghanistan del dopo NATO. Si spiega così la visita a sorpresa a Kabul di Zhou Yongkang, capo della sicurezza interna cinese, nel corso della quale i due Paesi hanno sottoscritto un action plan che impegna la Cina a fornire al governo locale 150 milioni di dollari in aiuti alla ricostruzione e in assistenza tecnico-economica, oltre che ad addestrare la polizia afghana.

Da tempo gli analisti ripetono che la prima a beneficiare del ritiro americano sarà proprio Pechino. Perché l’obiettivo della Cina sono le ricche concessioni minerarie che il governo di Kabul è pronto a mettere all’asta: ne avevo già parlato qui; per contributi più recenti si veda qui e qui.
L’Afghanistan lasciato solo, finirà per buttarsi nelle braccia dei cinesi“, secondo il noto analista Ahmed Rashid. Per adesso pare essere proprio così. Dopo tutto, neppure i più ingenui avevano creduto che gli aiuti “disinteressati” (sic) promessi da Pechino al governo afghano nei mesi scorsi potessero essere veramente tali.

In questi anni, mentre gli USA perdevano soldi, soldati e popolarità, i cinesi si assicuravano importanti contratti e concessioni estrattive per le proprie companies. Massimo risultato col minimo sforzo. Ma l’Afghanistan non è ancora pacificato e questo potrebbe mettere gli investimenti di Pechino a rischio. Si spiega così, secondo Luigi Spera su Limes, la mano tesa verso l’Alleanza Atlantica:

La Cina ha assunto in Afghanistan un atteggiamento molto opportunista. All’indomani degli attacchi dell’11 settembre, Pechino non ha fatto mai mancare il suo appoggio alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu, per Enduring Freedom prima e per Isaf poi. La Cina si è tenuta apparentemente fuori da quello che sembrava un nuovo ‘grande gioco’ nell’area, facendo un lavoro tra le linee e puntando ai vantaggi che pure le sono venuti.
Ora che la strada è tracciata, gli investimenti ci sono e le aziende appaiono ‘esposte’ su un territorio dove la sicurezza resta una grande incognita, Pechino ha rivisitato la sua agenda afgana. Di fronte al fallimento di una missione che solo i governi impegnati maggiormente continuano a definire un successo e al rischio di una deriva balcanica dopo il ritiro nel 2014, la Cina ha mostrato il suo volto benevolo all’Occidente, dando a intendere negli ultimi mesi di essere pronta a correre in soccorso degli americani e della Nato. Come a dire che se finora le imprese e gli avamposti cinesi hanno beneficiato della sicurezza dovuta a un’occupazione che ne ha salvaguardato gli investimenti, ora si muovono per proteggere i propri interessi con il minimo sforzo economico e militare.
Così aiuterebbero sia loro stessi sia i governi occidentali, impegnati in una complessa ‘exit strategy’ elaborata per limitare l’enorme dispendio economico che le nazioni del Patto Atlantico – ma non solo – non sono più in grado di sostenere.
L’avvicinamento cinese alla Nato è qualcosa di effettivo, anche se ancora allo stato embrionale. Ma quello atlantico non è l’unico piano dove opera Pechino, che fa manovre anche in chiave regionale sfruttando principalmente le strutture dellaShangai Cooperation Organization (Sco), di cui sono membri Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche ex sovietiche: tutti paesi che hanno dato il loro benvenuto all’Afghanistan come osservatore (lo erano già anche India e Pakistan) solo pochi mesi fa.
In questo ambito, con il motivo ufficiale della lotta al traffico di droga e al terrorismo, i paesi dello Sca hanno collaborato principalmente con il governo Karzai e indirettamente con Nato e Stati Uniti. Appellandosi proprio alla stabilità dell’Asia centrale e alla lotta al fondamentalismo religioso (interessante per i cinesi anche in chiave di contrasto anti-islamico nello Xinjiang), Cina e Afghanistan hanno sottoscritto un accordo di collaborazione strategica per combattere il terrorismo e rafforzare la cooperazione nel settore della sicurezza.
Ma non è con la collaborazione nella Sco che Pechino e Kabul hanno iniziato a fare affari. Basti pensare all’attività estrattiva nel bacino dell’Amu, l’investimento cinese che sfiorerà i 400 milioni di dollari per la costruzione di pozzi e raffinerie e che vedrà finire il 70% dei profitti nelle casse dell’asfittica economia afghana senza che questi soldi passino per la popolazione. Proprio ciò che gli afghani debolmente e con voce solo raramente amplificata dai media contestano: l’abitudine cinese, molto visibile anche in Africa e Sudamerica, di impiegare manodopera formata da connazionali, senza dare di fatto beneficio al paese ospitante.
Le vecchie abitudini restano, ma in Afghanistan la Cina sperimenta anche una nuova dottrina di un’ambivalenza evidente: quella della mano tesa dal punto di vista strategico diplomatico e dello sfruttamento spinto sul versante economico-produttivo. Una strategia che rimescola le carte in tavola, mentre il riposizionamento strategico militare degli Stati Uniti nell’area rimane poco chiaro.

A Kabul i maligni dicono che dietro i recenti attacchi possa esserci anche la mano degli americani, che non apprezzano il protagonismo del Dragone in Afghanistan. Certo la partita afghana è solo un tassello nel più ampio mosaico di relazioni tra Stati Uniti e Cina, impegnate – in nome della corsa alle materie prime – in una corsa frenetica per estendere la propria influenza nei quattro angoli del globo: dall’Africa all’America Latina, dalle acque del Pacifico ai ghiacci del Polo, passando per le steppe dell’Asia Centrale. Senza mai dimenticare che Pechino è e rimane il primo creditore di Washington.
Tuttavia, costatare che la Cina fa affari in terra afghana, mentre lì l’America ha sprecato vite e denaro, e che ora chiede addirittura la protezione NATO per preservare i propri business, fa un pò effetto. Soprattutto se si ripensa alle speculazioni che si leggevano dieci anni fa sugli interessi petroliferi, minerari e infrastrutturali americani sottesi alla “guerra sporca di Bush” in quel di Kabul. Altri tempi, altre storie.

La notizia è di una settimana fa. La Voce Arancione:

Nella giornata di lunedì, 24 Settembre, il Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, ha dato il via all’attuazione di un Decreto per la costruzione di un sistema di difesa antimissilistico in Polonia.
Secondo Komorowski, il progetto sarà composto da postazioni radar e missili di medio e corto raggio dislocati sul territorio polacco. Tra gli scopi principali dell’operazione, il Presidente della Polonia ha illustrato la necessità di dotare Varsavia di una struttura all’avanguardia in grado di proteggere i confini nazionali e di modernizzare l’apparato militare del Paese.
Lo scudo spaziale polacco – che sarà parte integrante del costituendo sistema di difesa missilistico della NATO in Europa Centrale – è stato varato durante l’ultima riunione del Consiglio Nazionale per la Sicurezza e la Difesa: organismo che riunisce le massime cariche dello Stato e i Leader del delle forze politiche rappresentate in Parlamento.
Il perché della decisione della Polonia di costruire un proprio sistema di difesa missilistico è dovuto alla scarso impegno in materia prestato dal Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, che ha rimandato la realizzazione dello scudo spaziale NATO in Europa Centrale a dopo il 2018.

Komorowski ha motivato la sua decisione affermando che “lo scudo spaziale è essenziale” per il sistema di difesa di Varsavia. “Non ha senso“, secondo il presidente, “spendere grosse cifre per attrezzature militari nuove, se poi non siamo al riparo dai raid aerei“.
Quando nel 2009 il neoeletto presidente Obama annunciò l’abbandono dello scudo antimissile progettato da Bush, la Polonia andò su tutte le furie. In nome del proclamato “reset” nelle relazioni con Mosca, gli USA sacrificarono gli interessi di Varsavia sull’altare della realpolitik. Di fatto, l’annuncio di Komorowski rappresenta il punto d’arrivo di questa polemica a distanza con Obama iniziata tre anni fa. Secondo Komorowski: “Il nostro errore è stato che, accettando la proposta degli Stati Uniti, non abbiamo preso in considerazione il rischio politico legato al cambiamento del presidente degli Stati Uniti. Abbiamo pagato un prezzo politico troppo alto per quello“.
Per rimpiazzare il sistema ideato da Bush, gli Stati Uniti si impegnarono a dislocare una batteria di missili Patriot degli intercettori SM-3 in Polonia, ma Varsavia non è mai stata convinta di questo simpiazzo. I continui temporeggiamenti e rinvii di Obama – l’ultimo durante il vertice NATO del Maggio 2012, a Chicago, quando il presidente USA ha rinviato l’entrata in funzione dello scudo dal 2015 al 2018 – hanno finito per spazientare la dirigenza polacca. Volendo evitare un altro “errore”, Komorowski ha dapprima messo in discussione la redditività a lungo termine del sistema SM-3 made in USA, poi ha cercato la collaborazione della Francia e dell’alleata Germania per la realizzazione di uno scudo a tre, infine ha annunciato il progetto dello scudo solitario, che in ogni caso confluirà in quello targato NATO a partire dal 2018.
Per costruire il proprio scudo, la Polonia si propone di spendere tra i 2,5 miliardi e i 3,7 miliardi di dollari nel periodo che va dal 2014 al 2023. Peccato, però, che il vero dilemma polacco riguardo alla difesa non sia lo scudo, bensì l’esiguo numero di uomini su cui le forze armate possono contare (“un esercito senza soldati“: qui e qui).

La Russia ha già mal digerito la decisione degli USA di realizzare uno scudo di difesa nel Sudest asiatico, area del mondo che a Obama interessa certamente di più dell’Europa. Inoltre l’America sta facendo pressione anche sui Paesi del Golfo affinché questi ultimi provvedano a dotarsi di un proprio scudo. Pertanto i contini tentennamenti sull’implemetazione di un analogo sistema di difesa in Europa possono leggersi anche alla luce della necessità di non giocare troppo con i nervi di Mosca.
Obama sarà ricordato come il presidente americano che meno ha tenuto l’Europa in considerazione, anche sul piano delle sinergie militari. Non stupisce quindi che la difesa antimissile europea non sia in cima alle sue priorità. Nondimeno, la gestione complessiva della vicenda, nonché del rapporto con i tradizionali alleati europei, è stata quanto meno discutibile.
Tutto a vantaggio della Russia, che nelle divisioni interne agli alleati trova la sua linfa.

La questione del possibile attacco di Israele all’Iran per arrestarne il programma nucleare giunto già in fase avanzata è un’evergreen dei dibattiti di politica internazionale da vent’anni, ma in questi giorni se ne parla sempre con maggiore insistenza. Perché forse stavolta l’attacco potrebbe esserci davvero.
Per spieganre le ragioni, prendo le mosse da un articolo dell’analista americano John Hulsman intitolato pubblicato su sul quaderno speciale di Limes Media come armi“, intitolato ”Idi di settembre“.

Secondo Hulsman, le indicazioni trapelate dai i colloqui riservati tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca in marzo sono preoccupanti. Il premier israeliano ha assicurato di non aver preso nessuna decisione definitiva circa un eventuale attacco all’Iran, impegnandosi a concedere alle ultime sanzioni (in vigore da luglio) un periodo di prova per verificarne l’efficacia. Il problema è che i due alleati, pur trovandosi d’accordo su alcuni punti, traggono conseguenze politiche diverse. Un rapporto dello scorso febbraio afferma che l’Iran è in possesso di circa 100 kg di uranio arricchito al 20%: se arricchito al 90%, sarebbe una quantità sufficiente per fabbricare 4 bombe. Benché sia necessario almeno un anno per assemblare un ordigno nucleare e almeno altri 18-24 mesi per montarlo su un missile Shabab 3, i servizi segreti USA calcolano che al più tardi di Natale (2012) Israele perderà la possibilità di impedire militarmente l’acquisizione dell’atomica. Ma il ministro della Difesa israeliano Ehud Barak ha più volte affermato che il punto di non ritorno sarà varcato a inizio autunno. Per allora il reattore iraniano di Fordow, situato in una montagna vicino alla città di Qom a 60 metri di profondità e irraggiungibile alle bombe attualmente a disposizione dell’aviazione di Tel Aviv, avrà prodotto abbastanza uranio arricchito da rendere il programma nucleare di Teheran inattaccabile. Ma Obama non ha dato il via libera ad un raid israeliano, né ha promesso di intervenire direttamente in caso di fallimento delle sanzioni.
Ora, che Israele avrebbe attaccato l’Iran entro Natale (2011, questa volta) si diceva già un anno fa. Perché stavolta la minaccia israeliana dovrebbe essere più concreta? Secondo Hulsman, per il semplice motivo che i piani bellici di Netanyahu si legano a doppio filo alla congiuntura elettorale negli USA.
Tirando le somme, Obama ha gestito la politica estera americana in tono dimesso, smorzando gli eccessi di Bush senza però proporre una valida alternativa. Una prudenza che per il presidente in carica si è trasformata in un elemento di forza: secondo i sondaggi, gli americani considerano Obama un leader più capace in politica estera rispetto all’avversario Romney. Ma il dossier Iran potrebbe rimescolare le carte: i repubblicani rimproverano alla Casa Bianca di scarso sostegno ad Israele e fanno pressione affinché essa sostenga incondizionatamente qualunque decisione Tel Aviv sceglierà di adottare. La corsa di Obama per il secondo mandato passa anche attraverso la Florida, Stato elettoralmente strategico e a forte presenza ebraica. Stretto tra due fuochi – Israele da una parte, repubblicani dall’altra – a meno di due mesi dal voto, il presidente potrebbe essere costretto perseguire verso l’Iran una politica basata sulle priorità degli israeliani, anziché su quelle di Washington. Viceversa, in caso di rielezione Obama avrebbe una forza negoziale maggiore nei confronti di Netanyahu e potrebbe così opporre il suo rifiuto ad ogni iniziativa di quest’ultimo.
Pertanto, conclude Hulsman, l’attacco sarà a settembre, oppure non sarà. Il fatto che quindici giorni siano già trascorsi potrebbe autorizzarci a sperare in bene, ma i segnali che qualcosa può ancora succedere non mancano.

Innanzitutto, Netanyahu ha ribadito che farà di tutto per impedire all’Iran di dotarsi della bomba non più tardi di pochi giorni fa, accusando l’America di avere “troppe incertezze” in merito. In agosto un blogger israelo-americano ha pubblicato in rete un estratto di un dossier contenente un piano d’attacco. Sempre in agosto c’è stato un attentato a turisti israeliani in Bulgaria, e pur senza prove certe Ntanyahu non ha perso tempo ad accusare l’Iran della strage. Infine, l’ultimo rapporto del Mossad che parla di “conseguenze imprevedibili” nell’ipotesi di un Iran nuclearizzato risale a due settimane fa. Si vedano anche le recenti dichiarazioni del nostro ministro degli Esteri Giulio Terzi.
C’è poi lo strano caso del Canada, che di punto in bianco ha deciso di interrompere le proprie relazioni con l’Iran, inserendo quest’ultimo – insieme alla Siria – nella lista degli Stati che sostengono il terrorismo. Ok, tra i due Paesi  ci sono stati degli incidenti in passato, ma la repentinità della mossa solleva non pochi interrogativi. E’ da notare che l’annuncio è giunto per bocca del ministro degli esteri John Baird nel corso di una visita ufficiale in Russia, Paese alleato (seppur con riserve) della Repubblica Islamica, nonché fornitore di mezzi e know how per il suo programma atomico.
L’idea più accreditata presso gli analisti è che si sia trattato di una misura prodromica ad un possibile attacco militare a Teheran, posto che Ottawa tende sempre di più ad appiattirsi alle decisioni assunte da Washington (per gli approfondimenti sui rapporti USA-Canada rimando al blog BeYourOwnLeader).

Questo fino a martedì scorso, 11 settembre. Fino all’assalto alla sede diplomatica USA di Bengasi, che ha imposto ad Obama delle scelte nel momento in cui meno avrebbe voluto assumerle. La sua risposta, come nelle previsioni, è stata cauta e decisa nello stesso tempo: forte e irrevocabile presa di posizione sul piano diplomatico contro l’assalto, invio di soldati per proteggere i funzionari d’istanza nei Paesi teatro delle rivolte e dichiarazioni di rispetto nei confronti della religione islamica. Questo per limitare i prevedibili attacchi dei repubblicani che non hanno perso tempo ad accusare il presidente di scarso patriottismo e debole leadership.
Le proteste nel mondo arabo (e non solo) continuano, e gli eventi potrebbero suggerire a Netanyahu di alzare la posta per sfruttare l’ultimo scampolo di vulnerabilità politica del presidente americano. Il quale, in questo momento, ha in mente solo una cosa: la rielezione.

Capitolo Israele. La storia dimostra che, in caso di dubbio circa eventuali minacce alla propria sicurezza, Tel Aviv tende ad agire preventivamente: lo ha fatto contro l’aviazione egiziana nel 1967, contro il programma nucleare iraqeno nel 1981 e contro quello siriano nel 2007. Se fino ad oggi Israele non ha sferrato il colpo, almeno in parte, è perché un’azione diretta in territorio iraniano avrebbe una possibilità di successo solo col decisivo supporto delle forze armate americane. Il reattore di Fordow può essere distrutto solo tramite ordigni anti-bunker, che gli USA si sono sempre coscienziosamente rifiutati di vendere ad Israele, e in ogni caso è dubbio che l’aviazione israeliana, pur mettendo in campo gli oltre 100 aerei considerai necessari all’operazione, sia in grado di finire il lavoro senza l’ausilio di quella americana.
Ma la principale ragione per cui Israele non può attaccare l’Iran è politica, ed è costituita dalle divisioni interne su come affrontare la minaccia iraniana. Per agire, Netanyahu ha bisogno che il governo sia compatto nel sostenere la sua volontà d’attacco. Per tutto il 2011 il primo ministro ha provato a strappare il consenso sull’ipotesi di un’azione preventiva, sostenuto dal ministro degli esteri Barak e dal bellicoso ministro degli Esteri Avigdor Liebermann. Se dimostrerà di aver fatto di tutto per evitare la guerra (ma sono emerse prove che lui abbia falsato i dati sulla minaccia), alla fine il suo gabinetto potrebbe cedere e rassegnarsi all’ineluttabilità dell’attacco. A quel punto la palla passerebbe a Obama.
Sempre John Hulsman, in un precedente articolo sul tema, aveva spiegato che, se quando Israele deciderà di colpire, alla Casa Bianca ci sarà un neoconservatore come G. W. Bush, l’attacco è garantito. Se invece sarà un democratico, l’attacco potrebbe avvenire comunque se Israele incalza, i neocon fanno pressione e il presidente è debole.
La prima e la seconda condizione ci sono già. Sta ad Obama scongiurare l’ultima.

Chiariamo subito una cosa: il film su Maometto, con quanto accaduto a Bengasi, c’entra ben poco.
Per ricostruire cosa è accaduto a Bengasi dobbiamo partire dal contesto in cui l’episodio si inserisce. L’assassinio dell’ambasciatore Christopher Stevens ha riportato alla luce il problema della transizione in Libia dopo la caduta di Gheddafi. Si vedano i miei precedenti contributi sull’argomento.
Transizione che non ha visto la presenza degli Stati Uniti. Dalla fine delle ostilità, Washington non ha mostrato alcun interesse per quanto avveniva a Sud del Mediterraneo. Anzi, si può dire che sia stata attenta a non farsi coinvolgere. Ora però la Casa Bianca si trova nella necessità di dover assumere una chiara e definitiva posizione nel Paese nordafricano – proprio a due mesi dalle elezioni che decideranno chi ne sarà il prossimo inquilino.

Fonti diplomatiche USA attribuiscono l’attentato al gruppo Ansar al-sharia, benché il gruppo abbia ufficialmente smentito una sua partecipazione diretta all’assalto. Secondo il comunicato, l’attacco al consolato americano sarebbe opera di un “movimento popolare spontaneo”, pur ammettendo la presenza di alcuni miliziani armati tra folla.
Lorenzo Declich spiega chi sono gli Ansar al-sharia e quali rapporti hanno con al-Qa’ida (neretti miei):

sembrano essere un gruppo con ideologia simile se non identica a quella di al-Qaida, con collegamenti ad essa, ma meno “internazionale”, anzi locale (al-Qaida in Yemen è infarcita di sauditi) e con un’approccio al jihad basato sul combattimento più che sull’attentato (i recenti attentati in Yemen sono di “al-Qaida nella Penisola Araba”, non di Ansar al-sharia).

Sono in Libia, dove hanno attaccato in passato l’ambasciata tunisina.
Qui la vicinanza al qaidismo “classico” sembra maggiore.
Il 6 giugno scorso era esplosa una bomba proprio davanti al consolato americano poi preso di mira l’11 settembre.
L’unica rivendicazione proveniva da un gruppo evidentemente qaidista (sembra, anche, abbastanza piccolo), che prendeva il nome dallo “sceicco cieco”, Omar Abd el-Rahman.
L’attentato era stato perpetrato in risposta alla notizia della morte di Abu Yahya al-Libi, un famoso qaidista libico di al-Qaida “centrale”.
L’attacco dell’11 settembre al consolato americano avviene nel giorno in cui Ayman al-Zawahiri, leader di al-Qaida “centrale”, conferma la morte di Abu Yahya e secondo diverse fonti l’attacco al consolato avrebbe anche il secondo fine di vendicarsi di questa uccisione.
In Libia gli Ansar al-sharia sono “una milizia”, un po’ come in Yemen. Nel loro comunicato (che non ho trovato in originale ma di cui ho trovato uno stralcio) affermano di non essere stati loro, direttamente, a fare morti e feriti, ma di aver partecipato in quanto parte di un “sollevamento popolare contro “l’occidente”.
Secondo DEBKAfile (da prendere sempre con le molle) invece l’attacco sarebbe stato addirittura ordinato direttamente da Ayman al-Zawahiri per vendicare Abu Yahya.
Dunque il film “anti-Muhammad” non ci entrerebbe niente, o quasi.

Per anni al-Qa’ida ha cercato di ripetere un attacco ad alta visibilità in occasione dell’anniversario dell’11 settembre. Non solo i qaidisti sembrano esserci riusciti, ma hanno anche ottenuto due risultati.
Il primo è l’eliminazione di Stevens, che uno dei maggiori fautori dell’amicizia tra il governo USA e quello libico. Oltre ad essere il primo diplomatico americano caduto dai tempi di Adolph Dubs, ucciso in Afghanistan nel 1979.
Il secondo è spiegato in questa lucida e competente analisi di Lucio Caracciolo su Repubblica (via Limes online):

L’obiettivo strategico dei jihadisti che hanno assassinato l’ambasciatore americano a Tripoli è la strana ma efficiente alleanza Stati Uniti-Fratelli musulmani emersa dalla “primavera araba”. L’identico bersaglio dei salafiti che nelle stesse ore si sono scatenati contro la sede diplomatica Usa al Cairo per protestare contro il provocatorio film su Maometto prodotto da un oscuro uomo d’affari israelo-americano, sponsorizzato da donatori ebrei, cristiani copti egiziani e ultrareazionari protestanti americani. La coincidenza con l’anniversario dell’11 settembre e con l’avvio della fase decisiva della campagna per la Casa Bianca accentua l’eco di eventi già traumatici.

Interpretazione che allarga il campo all’Egitto, aprendo un altro scenario. Per il New York Timessarà proprio l’Egitto - e non la Libia - la vera sfida per gli USA nel medio-lungo periodo. Nella terra dei Faraoni gli USA hanno instaurato una proficua relazione coi Fratelli Musulmani. Legame mal visto dai salafiti - che contano su un quarto dei seggi in parlamento e su qualche milione di adepti nella popolazione – e che ora potrebbe entrare in crisi. Al Cairo le proteste davanti all’ambasciata USA per il film sul Profeta si sono sentite eccome, e il clima potrebbe ulteriormente infiammarsi. Sul piano diplomatico, le prime incrinature sono già visibili. Secondo Globalist:

Barack Obama ha detto che il governo egiziano non è né alleato né amico degli Stati Uniti ed ha messo in guardia contro un «vero grande problema» nel caso in cui il Cairo non sarà in grado di proteggere l’ambasciata americana nella capitale egiziana. Obama ha dichiarato: «Non penso che li consideriamo alleati, ma neppure nemici. Si tratta di un nuovo governo che sta cercando di trovare la sua strada. È stato eletto democraticamente».

A proposito di Obama, l’attentato di Bengasi si tratta di un duro colpo per la sua immagine. Nell’immediato il presidente ha un unico obiettivo: la rielezione. Ora in serio dubbio non soltanto per i poco confortanti dati macroeconomici. Romney non poteva augurarsi occasione più ghiotta per attaccare l’avversario, accusandolo di debolezza.
Pertanto, complice la congiuntura elettorale, la risposta di Obama non poteva che essere muscolare: 300 marines americani e due cacciatorpedinieri sono in viaggio verso la Libia. Inoltre il Pentagono sta preparando la protezione dei suoi uomini nel Paese, mentre annuncia che invierà i droni (omettendo di dire che in Libia ci sono già) per individuare e neutralizzare gli accampamenti e le basi jihadiste attive nella regione.
Difficile dire se basterà questo ad allontanare l’opinione pubblica interna dai ricordi dell’invasione dell’ambasciata americana a Teheran.

PS: Per spiegare ciò che succede al di là del nostro recinto, i mezzi di (dis)informazione tendono a “semplificare”, senza curarsi degli errori che questa operazione può generare. Sempre Lorenzo Declich sottolinea la disinvolta leggerezza con cui il giornalismo made in Italy ha illustrato ai profani i fatti di Bengasi. Lascio a voi ogni commento.
Se poi qualcuno vuole tirare fuori quell’evergreen che è lo “scontro di civiltà“, consiglio la lettura di questo commento su Globalist.

Carta tratta da Abrocoma.com – clicca sopra per vedere questa e altre sei mappe sulle sfere di influenza in Africa

Per gli Stati Uniti l’Africa sta diventando sempre di più una priorità strategica. Dopo aver incrementato la propria presenza militare nel Continente Nero, l’America cala ora la carta della diplomazia.
Col suo arrivo a Dakar martedì 31 luglio, Hillary Clinton ha dato il via ad un tour in Africa di 11 giorni che la porterà a visitare almeno sette nazioni del Continente Nero: Senegal, Sud Sudan, Uganda, Kenya, Malawi, Sud Africa e Ghana. Ad Accra il Segretario di Stato USA parteciperà al funerale di stato per defunto presidente John Atta Mills, improvvisamente scomparso la settimana scorsa.
Se in cima all’agenda della Clinton c’è il problema della sicurezza (con particolare riferimento a quanto accade in Mali, Nigeria e Somalia), fin da subito è apparso chiaro l’altro – implicito – scopo della sua missione. Per capire qual è, basta dare un’occhiata alla trascrizione del discorso pronunciato in Senegal (traduzione mia):

L’Africa ha bisogno di collaborazione, non di clientelismo [partnership, not patronage, n.d.t.]. E noi abbiamo cercato di proseguire questa sfida. E per tutto il mio viaggio in Africa di questa settimana, parlerò di ciò che vuol dire un modello di partenariato sostenibile che aggiunge valore piuttosto che  strapparlo. Questo è l’impegno dell’America in Africa.

Allora il legame tra democrazia e sviluppo è un elemento che definisce il modello americano di partnership. E riconosco che in passato le nostre politiche non sempre sono state allineate con i nostri principi. Ma oggi, stiamo costruendo rapporti qui in Africa occidentale e in tutto il continente che non sono transazionali o transitori. Sono costruiti per durare nel tempo. E sono costruiti su una base di valori democratici condivisi e del rispetto dei diritti umani universali di ogni uomo e donna. Vogliamo aggiungere valore ai nostri partner, e vogliamo aggiungere valore alla vita delle persone. Così gli Stati Uniti lotteranno per la democrazia e i diritti umani universali, anche se potrebbe essere più facile o più redditizio l’opposto, per mantenere il flusso delle risorse. Non tutti i partner fanno questa scelta, ma noi lo facciamo e lo faremo.

Curioso intervento. La Clinton è riuscita a parlare della Cina senza mai nominarla.

Che l’attivismo di Pechino desti la preoccupazione di Washington non è una novità. La Cina investe ingenti risorse in Africa. Proprio  giovedì 19 luglio, il presidente Hu Jintao ha dichiarato che il suo governo sta considerando l’ipotesi di raddoppiare i finanziamenti in favore delle popolazioni del continente fino ad arrivare alla somma di ben 20 miliardi di dollari, senza però specificare ulteriori dettagli.

Secondo il Washington Post (link sopra), è probabile che la Clinton inviterà anche gli altri leader africani a considerare con attenzione i progetti proposti dall’Estremo Oriente suscettibili di incoraggiare la corruzione e il malaffare a danno degli abitanti di alcune delle nazioni più povere del mondo.

Quante probabilità di successo ha la missione della Clinton? Poche. La retorica americana non basterà a dissuadere i Paesi africani dall’accettare gli investimenti cinesi. Pechino promette sanità, istruzione ed infrastrutture in cambio di risorse, a fronte di un Occidente che dalla decolonizzazione in poi ha trafugato il Continente Nero attraverso la schiavitù del debito. 11 giorni di cortesie non potranno cancellare cinquant’anni di saccheggi. Pechino è percepita come un partner più affidabile rispetto a quello più tradizionale d’oltreoceano: non cerca di imporre principi, ma solo di concludere scambi. Tratta coi governi in posizione di parità, senza  pretende di essere per loro una guida. E non predica democrazia alla luce del sole per poi fomentare l’instabilità sottobanco.
Infine, i cinesi hanno un’arma in più: 3.500 miliardi di dollari di riserve valutarie da investire in giro per il mondo. E il denaro è sempre più eloquente delle parole.

La scorsa settimana un rapporto del Department of Homeland Security americano ha rivelato che diverse società di gestione della rete gas sono state colpite da attacchi informatici:

A campaign of cyber attacks has been targeting US natural gas pipeline operators, officials acknowledged Tuesday, raising security concerns about vulnerabilities in key infrastructure.
The Department of Homeland Security “has been working since March 2012 with critical infrastructure owners and operators in the oil and natural gas sector to address a series of cyber intrusions targeting natural gas pipeline companies,” DHS spokesman Peter Boogaard said in an email to AFP.
He said the attack “involves sophisticated spear-phishing activities targeting personnel within the private companies” and added that the FBI and other federal agencies are assisting in the probe.
Spear-phishing is a technique used to target a specific company or organization by sending fake emails    designed to get employees to divulge passwords or other security information.

Il servizio ICS-CERT (Industrial Control Systems Cyber Emergency Response Team) del Dipartimento di Siurezza ha lavorato dal marzo 2012 con i gestori delle infrastrutture sensibili e gli operatori del settore energetico per affrontare una serie di intrusioni informatiche volte a carpire informazioni riservate tramite attraverso sofisticate attività di phishingChristian Science Monitor, che della vicenda offre un ampio resoconto, segnala che gli attacchi sono iniziati iniziati lo scorso dicembre.
Il timore è che sia stato possibile ingannare qualcuno all’interno di una società del gas per depositare qualche trojan o malware nell’archivio informatico della stessa, capace di rubare files o di sabotare l’operatività della gestione. Un pò come ha fatto il virus Stuxnet con l’impianto nucleare di Bushehr, in Iran.
Quello della sicurezza informatica è un problema comune un pò a tutte le aziende: attraverso le reti pubbliche o sfruttando canali non protetti, l’attacco è sempre possibile. Vulnerabilità nei sistemi di controllo sono state rinvenute nella rete elettrica, in quella idrici nonché in altre società di servizi e public utilities. Rimane da capire come mai tali attacchi abbiamo finora colpito soltanto i gestori di gasdotti. Perché questi episodi stanno interessando la maggior parte delle infrastrutture gassifere degli Stati Uniti. Al momento non si sa neppure se il bersaglio delle incursioni siano i sistemi informatici in sé o addirittura le tubazioni. In altre parole, gli esperti conoscono la natura della minaccia, ma non l’intento.

La domanda su chi si nasconda dietro gli attentati potrebbe avere già trovato una risposta. Sempre Christian Science Monitor rivela in esclusiva che, analizzando le tracce lasciate dai tentativi d’intrusione, gli inquirenti hanno trovato interessanti somiglianze con un attacco ad una società di sicurezza informatica avvenuto un anno fa. Un episodio per il quale un funzionario del governo degli Stati Uniti aveva apertamente accusato la Cina:

Investigators hot on the trail of cyberspies trying to infiltrate the computer networks of US natural-gas pipeline companies say that the same spies were very likely involved in a major cyberespionage attack a year ago on RSA Inc., a cybersecurity company. And the RSA attack, testified the chief of the National Security Agency (NSA) before Congress recently, is tied to one nation: China.

Along with the alerts, DHS supplied the pipeline industry and its security experts with digital signatures, or “indicators of compromise” (IOCs). Those indicators included computer file names, computer IP addresses, domain names, and other key information associated with the cyberspies, which companies could use to check their networks for signs they’ve been infiltrated.
Two independent analyses have found that the IOCs identified by DHS are identical to many IOCs in the attack on RSA, the Monitor has learned. RSA is the computer security division of EMC, aHopkinton, Mass., data storage company.

Discovery of the apparent link between the gas-pipeline and RSA hackers was first made last month by Critical Intelligence, a cybersecurity firm in Idaho Falls, Idaho. The unpublished findings were separately confirmed this week by Red Tiger Security, based in Houston. Both companies specialize in securing computerized industrial control systems used to throw switches, close valves, and operate factory machinery.
“The indicators DHS provided to hunt for the gas-pipeline attackers included several that, when we checked them, turned out to be related to those used by the perpetrators of the RSA attack,” says Robert Huber, co-founder of Critical Intelligence. “While this isn’t conclusive proof of a connection, it makes it highly likely that the same actor was involved in both intrusions.”

Gen. Keith Alexander, chief of US Cyber Command, who also heads the NSA, told a Senate committee in March that China was to blame for the RSA hack in March 2011.

Le potenzialità del Dragone in campo informatico sono note da tempo. L’8 aprile 2010 il 15% di tutto il traffico internet statunitense è stato dirottato in Cina per 18 minuti. Tempo sufficiente per registrare e poi decriptare la massa di informazioni trasmesse, comprese quelle, da e verso siti del Pentagono, del Senato, della Nasa o dei servizi di intelligenze.
Si sa anche che in Cina alcune società private e gruppi di hacker hanno promosso diverse operazioni con lo scopo di acquisire informazioni sensibili su progetti tecnologici stranieri, vere e proprie campagne di spionaggio informatico contro le aziende ed i governi di altre nazioni.
Secondo la Reuters, la guerra informatica cinese costituirebbe un rischio reale per l’esercito americano in un eventuale conflitto. Ipotesi tutt’altro che fantascientifica viste le crescenti tensioni nel Mar Cinese Meridionale e lungo il confine tra le due Coree. Senza contare Taiwan, che Pechino sogna di riportare sotto il proprio controllo.
Non a caso, anche il Segretario di Stato Hillary Clinton, nel corso dell’annuale Dialogo Strategico ed Economico con i leader cinesi ha sottolineato che Pechino e Washington devono sviluppare norme comuni sulle questioni informatiche. Una sorta di mutua deterrenza sul piano cibernetico.

Non possiamo ancora sapere se dietro gli attacchi ci sia davvero la mano di Pechino. In ogni caso il pericolo dall’etere esiste. Nell’ultimo quaderno speciale di Limes intitolato “Media come armi” si affronta anche il tema della guerra informatica. Scott Borg, in un articolo dal titolo “Logica della guerra cibernetica”, chiarisce che gli attacchi informatici riguardano principalmente non le reti di comunicazione, bensì i software dei sistemi di controllo. Se, come detto in precedenza, quasi tutti i processi produttivi sono regolati e coordinati tramite computer che eseguono istruzini, vi è la possibilità che i sistemi possano essere alterati da agenti nocivi in grado di manipolarli. Cosiderato che gli attacchi informatici possono aggirare tutte le difese militari convenzionali, i danni materiali potrebbero essere incalcolabili. E non vi sarebbe alcun modo per risalire con certezza all’autore o al Paese di provenienza.
Il Pentagono considera il cyberspazio il quinto dominio operativo dopo la terra, il mare, il cielo e lo spazio, ma si tratta di un’interpretazione fuorviante. L’Information Technology non è che una nuova modalità che si inserisce nelle operazioni militari tradizionali, non una tipologia di operazione. Un caso di guerra informatica lo abbiamo avuto quattro anni fa, nella guerra russo-georgiana: il 7 agosto 2008, giorno precedente all’attacco, i siti governativi di Tbilisi furono resi inaccessibili probabilmente da un gruppo di hacker russi, paralizzando le capacità di reazione dei georgiani.

Oggigiorno quasi tutti i processi industriali si basano sui computer, per cui assumendo il controllo remoto di una centrale diventa possibile gestire lo snodo del gas attraverso le condutture, arrivando persino a sabotarne il trasporto. Teoricamente, sarebbe possibile arrestarne il flusso, lasciando intere città a secco.
Negli Stati Uniti la rete gas si estende lungo 200.000 chilometri di tubature, che forniscono al Paese un quarto dell’energia consumata ogni giorno. E’ facile intuire come l’integrità e il corretto funzionamento dei gasdotti costituiscano una questione di sicurezza nazionale.

1. Quando, nel 2009, Barack Obama fu insignito del Premio Nobel per la Pace, furono in molti a storcere il naso: il suo primo anno di mandato non era stato stepitoso e l’America era ancora impantanata nei teatri di Iraq e Afghanistan. Una diffidenza cresciuta in modo esponenziale negli utlimi mesi: dopo l’interventismo in Libia, l’indifferenza per la Siria e il silenzio assordante sull’invasione saudita in Bahrein c’era perfino chi, come Giulietto Chiesa, lo aveva ribattezzato “Barack Obush”.
Tuttavia chi vede una continuità tra l’interventismo di Bush e la politica militare di Obama si sbaglia. Se è vero che nei primi due anni il presidente in carica ha mantenuto una postura non dissimile, seppur addomesticata, da quella del suo predecessore, lo stile di governo del primo è radicalmente diverso rispetto a quello del secondo. Guido Moltedo su Europa offre un’interessante disamina del modo di agire di Barack Obama: il tratto distintivo della sua personalità è il realismo e il suo approccio politico è basato sul calcolo scevro di ogni elemento ideologico, al contrario di quello di Bush, spiccatamente mosso dall’ideologismo neoconservatore intriso di fondamentalismo religioso. D’altra parte lo stesso Obama, nel suo discorso alla consegna del Nobel, riconosceva che: “Il male esiste, la promozione dei diritti umani non può essere solo un’esortazione. Ci saranno momenti in cui le nazioni, da sole o di concerto, troveranno l’uso della forza non solo necessario ma moralmente giustificato. Difficile immaginare una guerra più giusta [della Seconda Guerra Mondiale, n.d.a.]. Un movimento non violento non avrebbe potuto fermare le armate di Hitler. I negoziati non possono convincere i capi di al-Qa’ida a deporre le armi. Dovremo pensare in modo diverso alle nozioni di guerra giusta e pace giusta,” ammettendo così che i valori di pace e giustizia non possono realizzarsi senza una sana dose di pragmatismo. Leggi l’articolo completo »

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