Rio+20, avanti con lo sviluppo (in)sostenibile

In prossimità di riunioni o eventi relativi a temi globali, gli osservatori – professionisti o semplici appassionati che siano – conoscono bene l’importanza di tenere le attese ben distinte dalle speranze. Prendiamo la conferenza sull’ambiente  Rio+20: nelle settimane precedenti aveva alimentato grandi speranze; ma in concreto non è servita a  nulla. Come era nelle attese.
Varie le ragioni dell’insuccesso:  la bozza di partenza stesa dai rappresentanti delle varie delegazioni era stata giudicata da più parti inadatta e poco incisiva, e nei giorni del meeting è mancata la capacità di migliorarla da parte dei presenti al tavolo. Ne è scaturito un documento (intitolato “Il futuro che vogliamo“) insoddisfacente, al punto che le associazioni ambientaliste e i gruppi della società civile hanno presentato una lettera alle Nazioni Unite e ai delegati di Rio+20 in cui hanno preso le distanze dal testo finale.

Uno dei più grandi fallimenti della conferenza di Rio +20 è la mancanza di misure concrete per eliminare le sovvenzioni ai combustibili fossili, anche a causa della mancanza di uninformità sul concetto di “sovvenzione”. Secondo l’International Energy Agency, nel 2010 sono stati impiegati 409 miliardi di dollari per calmierare il prezzo del petrolio e delle altre fonti fossili, in aumento del 36% rispetto all’anno precedente. Per contro, i sussidi alle fonti rinnovabili ammontano ad appena un sesto, in aumento solo del 10% all’anno prima. Per il 2012, si prevede che la cifra salirà a 775 miliardi (qui il dettaglio dei dati).  In stridente contrasto con la solenne promessa del G20, annunciata nel 2009 nel 2020, di eliminare del tutto questi contributi.
Alcuni governi si giustificano dicendo che la loro eliminazione avrebbe danneggiato i poveri, costringendoli a pagare prezzi maggiori per l’energia. In realtà, sarebbe meglio cercare forme più dirette di assistenza economica verso i bisognosi, permettendo loro di decidere come investire il denaro cercando al contempo di scoraggiare le soluzioni più nocive per l’ambiente.
I perdenti del vertice Rio +20 sono, innanzitutto, le generazioni future. Le quali erediteranno un mondo meno abitabile. Sviluppo sostenibile significa che l’umanità può e deve fare di più con meno, proposito più che mai necessario se messo in relazione al fenomeno dell’‘aumento demografico. Il quale, più che una sfida, rappresenta una vera e propria incognita sul futuro del pianeta.
Perdente, manco a dirlo, è pure la diplomazia internazionale, per lo meno per quanto riguarda la tutela dell’ambiente. Oltre al consueto immobilismo a cui le parti in causa ci hanno abituato, il vertice ha confermato l’esistenza di un nuovo ostacolo da affrontare. Considerato che l’equilibrio del potere globale non pende più verso Occidente ma è diluito in una moltitudine di centri d’interesse (come i BRICS), e che l’universo euroamericano è ancora alle prese con la crisi economica, raggiungere accordi condivisi è diventato molto più difficile.
Ci sono stati vincitori? Sicuramente i Paesi in via di sviluppo. Ossia i BRICS, per l’appunto. A cominciare dal Brasile, che non vuole compromettere la sua crescita, e la Cina, da sempre allergica  a qualunque interferenza esterna nella sua sovranità.
Alla luce di queste considerazioni, saremmo cinicamente tentati di contestare il valore di iniziative come Rio +20, dato il costo e l’impatto ambientale che comporta la mobilitazione dei circa 50.000 partecipanti al vertice.

Tuttavia, Rio ha fornito un forum per mettere in luce tante esperienze incoraggianti che vedono come protagonista la società civile.
Sul sito delle Nazioni Unite leggiamo che otto banche dello sviluppo (comprese la Banca Mondiale e la Asia Development Bank) hanno promesso 175 miliardi di dollari in investimenti per infrastrutture di trasporto sostenibili. Inoltre, tra le le realtà collaterali presenti al summit si sono distinte Greenpeace con la sua campagna per la salvaguardia dell’Artico, la Good Planet Foundation con il documentario Planet Ocean, e più in generale tutte le associazioni, puntiformi o più strutturate, che puntavano sul risvegliare le coscienze sul tema della tutela ambientale. Una menzione la merita anche il flash mob di protesta nei giorni precedenti al vertice, per protestare contro la scarsissima copertura mediatica riservata all’evento.

In nota, il concetto chiave espresso nel documento “Il futuro che vogliamo” è che la  green economy rappresenta la chiave con cui far fronte alla crisi ambientale. Ebbene, questi tre post su Linkiesta spiegano come tutela ambientale e green economy non sono affatto sinonimi.
Nel primo - Il verde che invoglia: green economy e grandi affari - leggiamo

quanto “verde” ci sia nella proposta della green economy bastano ad indicarlo gli immensi interessi in gioco: se i grandi capitali si sono decisi ad ammettere l’esistenza di quello che per lungo tempo hanno preferito celare, cioè di una crisi climatica e ambientale di proporzioni colossali, non è perché sono rinsaviti, ma perché – come si legge in un documento dal titolo “El trasfondo de la economía verde” diffuso il primo giugno da alcune organizzazioni ambientaliste – sono riusciti finalmente a intravedere le immense opportunità di guadagno legate alle alterazioni del clima e degli ecosistemi.

È esattamente a questo nuovo giro di affari – pari, secondo le stime più prudenti, almeno al doppio del Pil mondiale – che è stato assegnato il nome di “economia verde”, riconducibile non solo alle attività legate alle energie rinnovabili, ma anche alla commercializzazione di tutte le risorse naturali e persino dei servizi prestati dai diversi ecosistemi planetari.

Nel secondo – Disastri naturali o economia dei disastri, tutela ambientale o green economy? Questione di scelte e di democrazia:

Mettere in sicurezza il patrimonio edilizio o ricostruire (laddove possibile) a seguito di un terremoto, che prima o poi arriva? Incentivare l’uso delle biciclette per contrastare l’inquinamento da traffico urbano o promuovere l’uso dell’auto elettrica? Questione di scelte, quasi mai neutre in ragione dei profitti che generano e dei loro beneficiari.
E’ così che la tutela ambientale e la green economy, anziché sinergiche, diventano alternative; allo stesso modo in cui non investire nella prevenzione dei “disastri naturali” (terremoti, alluvioni) apre la strada all’”economia dei disastri”. Con qualche effetto collaterale, come tutte le guerre insegnano quotidianamente.

C’è bisogno di dire che la scelta non è, solo, tra diversi modelli di sviluppo e stili di vita ma, soprattutto, tra soggetti diversi chiamati a trarre un vantaggio economico da scelte alternative? I gruppi che si battono per la tutela dell’ambiente e della salute spesso non sono gli stessi che promuovono la green economy. Qualcuno conosce una multinazionale, impresa o associazione ambientalista, che difenda l’ambiente senza promuovere al contempo un modello di green economy che preveda investimenti economici importanti, i cui profitti sono concentrati nelle tasche dei soliti noti?

Nel terzo - Unicredit e WWF: green economy e tutela ambientale non sono sinonimi. So what?:

Basta non solo con Unicredit e con Enel, altro fenomeno del carbone green, basta con la green economy e con tutte le associazioni ambientaliste che con la green economy fanno affari, mentre i comitati locali sono alla canna del gas (per restare in tema). Sto aspettando una campagna di una associazione ambientalista che dica chiaramente che all’aumento di produzione di energia rinnovabile deve corrispondere una pari riduzione della produzione di energia da fonti fossili e che gli interventi di installazione di tecnologie rinnovabili deve essere abbinato al contestuale intervento di efficentamento energetico. Perché, contrariamente a quanto dice Unicredit con Officinae Verdi, sostenuta dal WWF, il punto non è la “parità di fabbisogno”, tanto meno l’aumento di fabbisogno (convertendo ogni cosa ad elettrico) ma la riduzione del fabbisogno.

Come dire, non è tutto verde quel che luccica.

Artico, trivellazioni e incidenti. I rischi della corsa all’oro nero

A due anni esatti dal disastro della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, l’industria petrolifera registra un nuovo incidente nel corso di attività offshore:

An oil spill in the Russian Arctic affected an area of up to 8,000 square meters after workers tried to open an old well, causing oil to gush uncontrollably for 37 hours, officials said Monday.
The spill at the Trebs field started on Friday and continued through the weekend, spurting out up to 500 tonnes of oil per day, the Nenets autonomous district administration said on its website Monday.
The government of the Nenets autonomous district estimated the area of the oil spill at more than 5,000 square metres (53,000 square feet), while the Russian natural resources ministry said 8,000 square metres (86,000 square feet) of land had been affected.

La fuoriuscita è avvenuta nel giacimento Trebs, situato nel Distretto Autonomo dei Nenet, nordovest della Russia, dove si stima siano contenuti 153 milioni di barili di petrolio. Qui le attività petrolifere, iniziate intorno al 1960, sono condotte da una joint venutre tra le compagnie Lukoil e Bashneft. Non è tanto la quantità di petrolio sversata in mare a doverci preoccupare, quanto l’ubicazione. Siamo in piena regione artica.
Come ho già spiegato in gennaio, l’Artico possiede le maggiori riserve mondiali di idrocarburi non ancora sfruttate, tanto che l’industria petrolifera considera la regione come l’ultima frontiera per la ricerca e l’estrazione di oro nero. Una percentuale significativa di tali ricchezze si trova in mare aperto, in fondali poco profondi e biologicamente produttivi. Ma le operazioni necessarie per lo sviluppo dei giacimenti presentano difficoltà e rischi di cui le compagnie non sembrano tenere conto.
Peraltro, non è la prima volta che gli ambientalisti denunciano la possibilità di disastri ecologici a causa delle attività offshore nella Siberia occidentale. Questa esauriente analisi sul sito di Greenpeace illustra le ragioni per cui gli sversamenti nell’Artico sono più probabili  - e potenzialmente più dannosi – che nelle altre latitudini:

The Arctic’s extreme weather and freezing temperatures, its remote location and the presence of moving sea ice severely increase the risks of oil drillingcomplicate logistics and present unparalleled difficulties for any clean-up operation. Its fragile ecosystem is particularly vulnerable to an oil spill and the consequences of an accident would have a profound effect on the environment and local fisheries.

In the Arctic´s freezing conditions, oil is known to behave very differently than in lower latitudes. It takes much longer to disperse in cold water and experts suggest that there is no way to contain or clean-up oil trapped underneath large bodies of ice. Toxic traces would linger for a longer period, affecting local wildlife for longer, be transported large distances by ice floes and leave a lasting stain on this pristine environment.

The oil industry has demonstrated time and time again that it is simply not prepared to deal with the risks and consequences of drilling in the Arctic

Le condizioni estreme della regione determinano un pericoloso mix di maggiori rischi e minori possibilità di quantificarli e contenerli rispetto alle operazioni di esplorazioni in aree più esotiche. Rischi che le compagnie non sono adeguatamente preparate (e disposte) ad affrontare.
La drammatica conclusione è che:

The oil industry cannot guarantee the safety of Arctic drilling and is recklessly putting profit before the environment. As Cairn’s recent operations prove, the immense technical, economic and environmental risks of drilling in the Arctic just aren’t worth it.

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Italia, nuove trivellazioni in vista. Ecco la mappa delle ricchezze da svendere

La carta, pubblicata dalla Prof. Maria Rita D’Orsogna, mostra i siti minerari in concessione nel nostro Paese.  In molti casi le aree interessate coincidono o sfiorano quelle dichiarate protette.
E non è ancora chiaro se il nuovo decreto “Cresci Italia”, quello sulle liberalizzazioni, consentirà alle compagnie di aggirare il divieto di trivellazione in qeste aree sancito dal TU sull’ambiente del 2006. Se la nuova norma contenuta nell’art. 17 del decreto fosse confermata, le ricerche petrolifere in queste aree del Mediterraneo meridionale potrebbero continuareanche dopo il decreto di delimitazione delle zone protette. A conferma della volontà di trapanare il Paese alla ricerca di nuovi giacimenti, nel (presunto) tentativo di ridurre a noi cittadini la bolletta del gas, il decreto  ha previsto incentivi per le località che accettano le trivellazioni. In proposito, c’è già chi come la Puglia, promette di alzare le barricate.

Tutto il territorio nazionale è interessato da trivelle e progetti d’estrazione, con la compiacenza delle amministrazioni locali e nell’indifferenza di quella centrale.
L’Italia non è membro Opec, né tanto meno una potenza petrolifera. Tuttavia da noi si trova il secondo giacimento petrolifero su terraferma in Europa (in Basilicata) e non meno appetibili sono quelli offshore. Eppure le royalties sulle concessioni di estrazione sono vanno dal 4% al 7 %, contro l’80% di Norvegia e il 90% in Libia. In pratica né lo Stato centrale né le comunità locali beneficiano dei proventi dell’attività estrattiva; in compenso queste ultime sono costrette a sopportarne i costi ambientali.

Questo articolo su Il Cambiamento ci racconta come il nostro Paese stia diventando un far west di trivellazioni. Citando un dossier del WWF, si rileva che su 136 concessioni onshore e 70 offshore attive in Italia nel 2010, rispettivamente solo 21 e 28 hanno pagato le relative royalties alle amministrazioni interessate. Su 59 società che nel 2010 operavano in Italia, solo 5 avevano pagato il canone: ENI, Shell, Edison, Gas Plus Italiana ed ENI/Mediterranea idrocarburi.
Apprendiamo inoltre che al 2011 sono 82 le istanze di permesso di ricerca e i permessi di ricerca di idrocarburi liquidi o gassosi offshore (74 dei quali nelle regioni del Centro-Sud, 39 nella sola Sicilia) presentati al Ministero dello Sviluppo economico. Sono invece 204 le istanze di ricerca e i permessi di ricerca onshore.
E il sistema Italia, denuncia il WWF, garantisce maglie troppo larghe a tali  istanze e permessi di ricerca e coltivazione a causa di una normativa inadeguata.
Complessivamente, i progetti di trivellazione in mare nel nostro Paese rischiano di coinvolgere una superficie vasta quanto la Sicilia.

La mancanza di un ritorno economico è dunque il minore dei problemi. Ad aggravare la situazione concorrono l’assenza pressoché totale di controlli e la totale impunità dei responsabili per i danni ambientali cagionati. Perforare ed estrarre in un mare chiuso come il Mediterraneo significa metterne a rischio l’intero ecosistema. La possibilità di perforare a 5 miglia dalla costa rende l’eventualità di un disatro ambientale  una terribile minaccia incombente. Già adesso il nostro specchio d’acqua vanta il triste primato mondiale per la concentrazione di catrame in mare aperto (pelagico): 38 mg/m2.
Analogo discorso vale per gli Appennini, dove le companies americane si contendono il diritto a trivellare, nonostante la ferma opposizione dei sindaci locali. Per non parlare della Basilicata, devastata dai petrolieri e ricompensata a suon d’elemosina.
Tutto ciò anche a seguito della depenalizzazione dovuta ad una legge del governo Berlusconi. Governo che voleva privatizzare i beni pubblici in nome del libero mercato anche e nonostante una volontà popolare contraria, come abbiamo visto in occasione dei quesiti referendari di giugno. Con l’aggravante di non ricavarne che briciole.

Per prelevare un petrolio quasi bituminoso, di bassa qualità, come quello italiano, si usano solventi che rilasciano immense quantità di micidiali veleni da smaltire. Ma anche in questo caso l’Italia paga il dazio di una normativa carente, che lascia spazio agli abusi più disparati come evidenziato dall’ultimo rapporto di Legambiente sulle ecomafie.
Sebbene il documento si soffermi in particolare sulla gestione dei rifiuti e sul ciclo del cemento, che assorbono quasi la metà dei reati ambientali, il testo offre un’idea delle dimensioni del problema. Una misura che sfugge ai dati ufficiali del Ministero dell’Ambiente, i quali si basano su autodichiarazioni rilasciate dalle ditte per poi essere elaborati secondo modalità espressamente sconsigliate dalla Ue, perdendo così la fetta di rifiuti illegali prodotti dalle stesse.

Allarme: siamo già 7.000.000.000

1. Da alcuni giorni i mezzi d’informazione segnalano (timidamente, per la verità) che, secondo un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato in primavera, il 31 ottobre la popolazione mondiale taglierà il traguardo dei 7.000.000.000. Una volta, il cambio ci cifra nella prima casella della popolazione era motivo di celebrazione, salutato come una pietra miliare dello sviluppo umano. Oggi, al contrario, il traguardo suona minaccioso, suggerendo ai più di avere molta, molta paura.

Popolazione mondiale stima 1800-2100, sulla base di proiezioni dell'ONU

2. È impressionante la velocità con cui la popolazione mondiale è aumentata dalle origini ad oggi: ci sono voluti 250.000 anni, fino al 1804, per toccare quota un miliardo; un secolo per arrivare a due miliardi (nel 1927); altri 32 anni per raggiungere 3 miliardi (nel 1959); appena la metà per salire a 5 miliardi (nel 1987); 12 anni per aumentare a 6 miliardi (nel 1999) e solo 11 per fare di nuovo cifra tonda a 7 miliardi (grafico interattivo del Guardian).
Questa bomba demografica è innescata principalmente da due fattori: da un lato, una sostanziale  riduzione della mortalità infantile; dall’altro, una riduzione troppo blanda dei tassi di fertilità. Il picco di crescita della popolazione è stata alla fine del 1960, quando il totale è stato in aumento di quasi il 2% l’anno. Ora il tasso è pari alla metà. Ad ogni modo, dal 1350 (quando l’umanità fu flagellata da una terribile pestilenza) la crescita non si è più fermata, e ora procede al ritmo di di 10.000 nuovi individui all’ora.
Per rendere l’idea di quanti siamo sulla Terra, immaginiamo di convocare tutti i nostri simili in un’ipotetica riunione globale. Per ospitarci tutti, anche stando stretti spalla a spalla, nel 1950 sarebbe bastata l’isola di Wight, 381 km2 a largo dell’Inghilterra. Nel 1968 John Brunner, uno scrittore britannico, ha osservato che sarebbe stata necessaria l’isola di Man, 572 km2 nel mare d’Irlanda. Nel 2010, ipotizzava Brunner, avremmo avuto bisogno addirittura di Zanzibar, 1554 km2. Da qui il titolo del suo romanzo sul tema della sovrappopolazione, “Stand in Zanzibar“, uscito nel 1968. è superfluo notare che si è sbagliato di un solo anno.
Secondo le Nazioni Unite potremo toccare quota 9,3 miliardi entro la metà del secolo, oltre la quale le ipotesi si divaricano in una forbice compresa tra i 6,2 e i 15,8 miliardi entro il 2100.

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L’Italia è una repubblica (af)fondata nel cemento

In Italia ogni volta che piove si apre l’ombrello e ci si fa il segno della croce. Questo perché l’Italia è il Paese dei santi, poeti, navigatori. E del cemento. Da noi il cemento uccide. Uccide il territorio, soffocando le campagne nell’asfalto; la legalità, poiché l’abusivismo rimane una piaga diffusa; la popolazione, in quanto l’acqua piovana, non più assorbita dal terreno, provoca allagamenti e frane.
In una penisola a rischio idrogeologico come la nostra, la cementificazione contribuisce in modo sostanziale all’incremento degli eventi calamitosi. L’ultimo rapporto sul consumo del suolo in Italia, presentato dal Centro di ricerca sui Consumi del Suolo lo scorso aprile, ha evidenziato come il pesante sovraccarico urbanistico stia sempre più deturpando gli ambienti naturali. Solo nelle regioni Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Sardegna , ad esempio, la cementificazione divora circa 10.000 ettari di territorio all’anno, di cui la metà coperta da vegetazione spontanea, dunque sottratta alla natura.
Nella sola Lombardia è come se ogni giorno sparisse una superficie equivalente a due aziende agricole (tanto che un quarto del terreno arabile è già stato cancellato); in Veneto il 22% del territorio è già stato cementificato; in Alto Adige il 28% di quello insediabile. Ma il fenomeno procede anche nelle regioni del Centro, per non parlare di quelle del Sud, dove il connubio tra politica, edilizia e criminalità ha prodotto un abusivismo dagli effetti devastanti.
Sebbene il boom edilizio sia collocabile tra gli anni Settanta e Ottanta, di fatto la cementificazione non ha mai registrato flessioni. Negli ultimi 20 anni il consumo del suolo è proseguito in modo abnorme e incontrollato, al punto che la quantità di cemento “pro capite” nello stesso periodo ammonterebbe a 14 tonnellate, il doppio della media mondiale. Non pochi dati evidenziano tutte le conseguenze connesse alla insostenibilità di questa urbanizzazione scriteriata.

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Il futuro dell’India è affidato al nucleare

fonte: Globalsecurity.org

Nonostante Fukushima, l’energia nucleare rimane tuttora un’opzione vitale per i Paesi in sviluppo. Neanche il disastro di Fukushima ha rallentato la corsa all’atomo. Ne è un esempio l’India, che pochi giorni fa ha ribadito i propri progetti futuri in merito.
Nel corso del raduno annuale dell’IAEA, il presidente della Commissione per l’energia atomica dell’India Srikumar Banerjee ha dichiarato che “Il ruolo del nucleare come fonte sicura, pulita e sostenibile per soddisfare le esigenze energetiche, nonché per affrontare adeguatamente i problemi del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, non può essere compromesso. Questo è tanto più vero per le economie emergenti, che mirano a fornire una migliore qualità della vita per i propri cittadini“.

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Nei disastri naturali c’è sempre più lo zampino dell’uomo

Di catastrofi e di banche

Nei disastri naturali c’è sempre più lo zampino dell’uomo: alla World Bank qualcuno riflette su un diverso modello di sviluppo