Tag Archive: Al-Qa’ida


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Non solo Sahel. L’ultimo rapporto del Centro Internazionale per gli Studi terrorismo (ICTS) avverte che al-Qa’ida nel Maghreb Islamico (AQMI) sta estendendo la sua portata in tutto il Nord Africa, con un occhio al resto del continente.
L’aspetto più preoccupante è che l’organizzazione provvede al reclutamento di nuove milizie direttamente presso i campi profughi sovvenzionati dagli aiuti internazionali, come quello vicino a Tindouf, in Algeria. Rifugi che peraltro stanno in piedi grazie ai milioni di dollari versati dall’Occidente e in particolare dagli USA.
Lo studio analizza inoltre i crescenti legami tra AQMI e il Fronte Polisario, che lotta per la liberazione del Saharawi. Tale connessione è stata dimostrata in occasione del rapimento di Rossella Urru assieme ad altri due operatori umanitari, considerato che i terroristi hanno portato a termine il sequestro anche grazie alle indicazioni ricevute da alcuni membri del Polisario.
In generale, nel decennio che va dall’11 settembre alla Primavera araba, i sequestri, gli attentati ed altri attacchi di matrice qa’idista nella regione sono praticamente quintuplicati. L’arco di instabilità alimentato dai jihadisti si sta pian piano allargando verso Sud, addentrandosi nell’Africa subsahariana. Si parla delle relazioni con Boko Haram in Nigeria e al-Shabaab in Somalia (formalmente aderita ad al-Qa’ida da qualche settimana), nonché del traffico di armi libiche prelevate dagli incustoditi arsenali gheddafiani.
Per finanziarsi, AQMI sta collegando il proprio business sugli stupefacenti a quello dei cartelli della droga latinoamericani, attraverso una rete di traffici nel Sahel – anche qui – in condominio con il Fronte Polisario.
In definitiva, il rapporto ICTS afferma che al-Qa’ida e gli altri gruppi insurrezionalisti nella regione cercano di sfruttare l’instabilità generata dalla Primavera araba per estendere la propria influenza in tutta l’Africa, allungando i tentacoli anche in Europa e nelle Americhe. Per far fronte al crescente rischio di reclutamento nei campi profughi, lo studio raccomanda di concentrarsi non solo sulle modalità con cui gli aiuti vengono utilizzati, ma anche sui programmi di rimpatrio volontario e di reinsediamento dei rifugiati, in modo da sottrarli all’indottrinamento di cui sarebbero oggetto nei campi stessi.
Per preparare il terreno ad una soluzione reale al dramma dei rifugiati, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha chiesto all’UNHCR di effettuare un censimento della popolazione dei campi di Tindouf. 35 anni di conflitto nel Sahara occidentale hanno costretto migliaia di persone alla fuga. Strutture come quella di Tindouf sono costate oltre un miliardo di dollari in vent’anni (un terzo dei quali pagato dagli USA), di fatto col solo risultato di perpetuare le già precarie condizioni della gente in questi campi.
Gran parte degli aiuti è poi finito direttamente o indirettamente nelle mani del Fronte Polisario senza che i funzionari preposti al loro controllo se ne accorgesse. E non si tratta neppure del primo caso in cui la negligenza nell’impiego dei dollari dei contribuenti americani finisce per sovvenzionare terroristi, trafficanti di droga, e mercenari.

Venerdì 6 gennaio, Qatar e Mauritania hanno firmato una serie di accordi e protocolli d’intesa al fine di rafforzare le relazioni bilaterali a seguito di un round di colloqui ufficiali tra l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al-Thani e il presidente mauritano Sidi Mohamed Ould Abdel Aziz a Nouakchott.
Ma l’incontro si è rivelato meno cordiale del previsto quando l’emiro ha iniziato a esortato il presidente Mohamed Abdel Aziz ad aprire un dialogo con i movimenti islamici nel Paese, in particolare con quello guidato da Sheikh Mohammed al-Hassan (qui il suo sito. Ha inoltre chiesto il sostegno del presidente affinché faccia pressione sul presidente siriano Bashar al-Assad per fermare lo spargimento di sangue.
Il presidente Aziz, visibilmente stizzito, ha respinto tali richieste, criticando l’atteggiamento del Qatar contro la Siria ed esprimendo il suo pieno appoggio ad Assad. Rifiuto che la delegazione del Qatar ha preso come un insulto.
Ora, lo scorso anno anche la Mauritania è stata scossa dal ciclone della Primavera araba, uscendone tuttavia indenne. Le manifestazioni di piazza hanno avuto scarso seguito e in breve tempo la situazione si è normalizzata. Il Paese è povero, afflitto dalla schiavitù (ufficialmente abolita, di fatto ancora praticata), indebolito dalla corruzione e governato dal dittatore Aziz con la compiacenza della Francia, ex madrepatria e principale investitore estero.
Nel vortice della disperazione e delle rivendicazioni sociali, il fondamentalismo trova sempre un fertile terreno. Nella regione del Sahel, da mesi divenuto il nuovo feudo di Al-Qa’ida, i jihadisti avrebbero già iniziato a reclutare nuovi membri in località tranquille e isolate. Il fenomeno sta attirando l’attenzione delle forze di sicurezza di Nouakchott, le quali intendono intensificare i controlli ai confini per prevenire ulteriori infiltrazioni.

La domanda se si tratti di un pretesto del Qatar per inaugurare un nuovo scenario libico da quelle parti dovrebbe farci riflettere. Benché la Mauritania appaia lontana e marginale rispetto a noi, il suo destino si intreccia strettamente col nostro.
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Nei mesi caldi della Primavera araba, tra i tanti attori internazionali coinvolti ci si chiesti che fine avesse fatto il più temuto: al-Qa’ida. Le sue varie diramazioni prosperano nei luoghi tribali, dove le autorità statuali non arrivano: Sinai, Yemen, Sahel.
Al-Qa’ida è un cancro e il Medio Oriente è coperto delle sue metastasi. Rapimenti, traffico di droga e di armi sono le sue attività quotidiane, nonché le principali fonti di reddito.
Nella regione del Sahel (letteralmente: “riva”) questa situazione è stata incoraggiata dalla crisi libica e dall’afflusso di armi provenienti dagli arsenali gheddafiani ora incustoditi.

Di fronte alle crescenti sfide alla sicurezza, Mauritania, Mali e Niger stanno potenziando le proprie capacità militari acquistando armi dalla Francia. Il governo francese è legato con dieci paesi africani in una serie di contratti di vendita di armi. Il giro d’affari rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria francese, ma è anche indice di un problema sempre più urgente.
Soprattutto la stabilità del Mali è messa in serio rischio. L’aspetto più preoccupante, come ricordato dall’ambasciatore di Parigi a Bamako, è la totale assenza di un dibattito parlamentare in proposito. In un Paese da 1,24 milioni kmq di superficie e 7243 km di confini, Aqmi ha molte opportunità di prosperare, anche grazie alla complicità delle tribù Tuareg.
Consapevoli che, tra gli Stati del Sahel, il Mali costituisce forse l’anello più debole della catena nella lotta ad Aqmi, anche gli Stati Uniti hanno fornito aiuti militari all’esercito maliano del valore di 9 milioni di dollari, tra cui 75 veicoli, tra cui 44 fuoristrada, 18 camion Mercedes 1517 e sei ambulanze, oltre a grandi quantità di abbigliamento e attrezzature

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1. I delicati sviluppi della fase post rivoluzionaria in Egitto disorientano tanto gli osservatori esterni quanto i suoi stessi cittadini. Innanzitutto, era prevista una multa di 500 lire egiziane (circa la metà di uno stipendio medio) per i non votanti, per cui l’entusiasmo per la grandiosa partecipazione di un popolo che di fatto tornava al voto dopo trent’anni di regime va ridimensionato.
In breve, il primo turno è stato vinto dai partiti islamici: il Partito di Libertà e Giustizia (ossia i Fratelli musulmani), ha ottenuto oltre il 40%; il Partito Al-Nour (salafiti) il 20% e il Partito Al-Wasat (Movimento Islamico) circa il 6%.
Quanto ai partiti tradizionali, Al-Wafd è quarto. Altre forze variano dal 2% all’1%. Alcuni addirittura sono addirittura allo 0%.
Se i Fratelli Musulmani (40-45%) si alleassero con il raggruppamento salafita (20%), l’Islam politico si troverebbe a dominare la Camera bassa egiziana. Ufficialmente gli stessi Fratelli Musulmani hanno escluso un tale scenario, ma il movimento non è nuovo a rimangiarsi la parola data. Non dimentichiamoci che si è presentato nel 77% dei seggi nonostante la formale promessa di limitarsi a meno della metà per placare i timori dell’opposizione laica.
Un’analisi a caldo delle elezioni è offerta da In 30 secondi (qui e qui). Medarabnews afferma che il problema della transizione egiziana non sta nella volontà di partecipazione democratica dei cittadini egiziani, ma nello scontro per il potere in atto tra la giunta militare e le principali forze politiche del Paese.
I principali attori politici hanno dimostrato di anteporre spesso i propri interessi a quello generale. A beneficiarne è stata proprio la giunta, la quale ha mantenuto il potere gestendo a proprio vantaggio le rivalità e le fratture esistenti nel panorama politico e nella società egiziana. I militari peraltro controllano ampi settori dell’economia nazionale, sia nell’industria che nell’agricoltura. Settori che in gran parte risparmiati dalla liberalizzazione economica.
Tirando le somme, gli scontri e le tensioni che hanno preceduto l’apertura delle urne,il controverso e ingarbugliato sistema elettorale e l’ormai evidente riluttanza dell’esercito a porsi sotto il controllo di un governo democraticamente eletto, non possono che raffreddare le speranze in un’evoluzione democratica del Paese.

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La Shar’ia alla base della futura costituzione, la frammentazione di Tripoli tra le varie tribù, le vendette personali a margine della lotta contro i lealisti, lo spettro di al-Qa’ida tra le istituzioni e le forze di sicurezza. E l’inquietante prospettiva che i ribelli di Bengasi, ai quali l’Occidente ha concesso fiducia ad occhi chiusi, faranno (forse) rimpiangere il pur sanguinario Gheddafi.
Qualcuno comincia finalmente ad interrogarsi sulle intenzioni dei ribelli che hanno partecipato alla presa di Tripoli. In un primo momento accolti con tutti gli onori, ora i vari miliziani di Misurata, Bengasi e Zintan non hanno intenzione di lasciare la capitale, ciascuno dietro il pretesto di garantirne la sicurezza .
Intanto il cancro del fondamentalismo sta già iniziando a disseminare le sue metastasi. Un gruppo non meglio identificati di ribelli, islamisti e (forse) esponenti di al-Qa’ida, autodefinitosi “Comitato della distruzione degli idoli”, ha profanato le tombe della madre e di altri membri della famiglia Gheddafi, bruciandone i resti.
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Forse la bandiera di al-Qa’ida sul tribunale di Bengasi è solo un fotomontaggio, ma i qaidisti in Libia ci sono davvero. Erano tra i ribelli supportati dalla Nato in Cirenaica; hanno combattuto contro le forze di Gheddafi a Sirte [da notare il graffito "al-Qa'ida è stata qui" nel video]. Per mesi l’Occidente ha offerto supporto militare e politico a quegli stessi terroristi a cui dà la caccia da anni, in una sorta di teatro dell’assurdo. Ora che la guerra è (formalmente?) conclusa, in Libia si sta aprendo un pericoloso ciclo di vendette tribali. Migliaia di persone sono già fuggite dalle città per paura di ritorsioni. La fragile pace raggiunta dopo la morte di Gheddafi è già a rischio, vista l’incapacità del Cnt di frenare la crescente ondata di vendette. L’unico modo per scongiurare un tale scenario è quello di disarmare le milizie ribelli. Ma la cosa si sta rivelando più difficile del previsto. I capi tribù hanno dichiarato di non avere intenzione di abbandonare le armi: ufficialmente per preservare la propria autonomia, di fatto per condizionare le decisioni politiche che rifediniranno il futuro della Libia. O più semplicemente per difendersi dalle tribù rivali. Depositi di armi in Libia ce ne sono ancora troppi e non sempre guarniti. La paura dell’Occidente è che l’immenso arsenale bellico di Gheddafi, trafugato, possa finire nelle mani sbagliate. Cosa che forse sta già avvenendo, se è vero, come afferma il Washington Post, che molte di quelle armi libiche stanno inondando l’Egitto – forse dirette verso il Sinai, dove al-Qa’ida sembra avere impiantato alcune basi sotto la protezione delle tribù del deserto. Allo smercio di armi avrebbe contribuito lo stesso Gheddafi: secondo il Cnt il qa’id ha venduto 12.500 missili Sam 7 ad al-Qa’ida del Niger (sebbene non si hanno conferme).

Altro punto. Il New York Times racconta che dopo la caduta di Tripli sono state rinvenute le prove del coinvolgimento di Gheddafi nel piano ordito da alcuni ex militanti del partito Ba’ath per rovesciare l’attuale governo iracheno. I dettagli del piano sono stati rivelati dal Primo ministro iracheno Nuri al-Maliki nel corso della visita a sorpresa a Baghdad del suo (ormai ex) omologo libico Mahmoud Jibril. In quei giorni, peraltro, in Iraq c’è stata un’ondata di arresti proprio tra gli ex baathisti. La verità è che non c’è alcun legame tra la cattura di questi ultimi e la visita di Jibril. La questione più urgente che il Cnt è chiamato ad affrontare è quella delle milizie armate, a Tripoli e nel resto del Paese. È probabile che il motivo del viaggio a sorpresa di Jibril sia stato quello di osservare da vicino il “modello Iraq”, che negli anni ha cercato di assimilare i combattenti jihadisti nelle proprie forze di sicurezza, includendo i loro leader nelle rinnovate gerarchie statali. Prendere esempio dall’esperienza irachena può essere la chiave per disciplinare le brigate a piede libero che in alcune zone (come Misurata, Zintan e la stessa Tripoli) hanno assunto de facto il controllo del territorio. Esattamente ciò che Jibril ha ammesso nella sua ultima conferenza stampa da Primo ministro: invece di aspettarsi lo scioglimento di questi gruppi, ha suggerito, il Cnt farebbe meglio a cercare di assimilarli. Significativo è che il primo provvedimento di Jibril al suo ritorno in Libia è stato la nomina di Sadiq al-Gharyan a Gran muftì della Libia (noto per la fatwa che aveva negato il funerale islamico a Gheddafi), a cui toccherà un ruolo unificante e di piacificazione come è stato quello di Ali al-Sistani in Iraq. Ma la Libia di oggi non è l’Iraq di ieri. Potrebbe essere molto peggio.


1. Non tutti sanno che in Libia vi è una forte componente islamica. Il conflitto che va profilandosi tra questa e quella liberale (l’unica mostrata dai media) potrebbe avere serie conseguenze per il futuro del Paese.
Oltre al ricco patrimonio detenuto all’estero (160 miliardi di dollari), laici e islamici si contendono la rappresentanza nei vertici della Libia che verrà. Essendo i primi la maggioranza schiacciante dei ribelli, è ragionevole pensare che ad avere voce in capitolo sul divenire dell’assetto istituzionale libico saranno soprattutto loro.
Secondo la prima bozza della nuova costituzione libica, la Libia del dopo Gheddafi sarà una “uno Stato democratico non centralizzato”, guidato da un presidente eletto con mandato quadriennale e rinnovabile una volta. Nel primo articolo della bozza si dice che la Libia è uno Stato indipendente, democratico e decentrato; l’Islam è la sua religione e principi della legge islamica (Shar’ia) sono la fonte della sua legislazione. Dal secondo al settimo si enunciano principi generali a tutela dei diritti fondamentali, del pluralismo, della libertà di opinione e associazione. L’articolo ottavo prevede l’istituzione del Parlamento (basato sul paradigma islamico del Consiglio della Shura) sotto il nome di “Il Consiglio Legislativo Supremo”, a cui spetterà il compito di emanare le future leggi. L’esecutivo è disciplinato dall’articolo nove: il governo è guidato da un Primo Ministro, responsabile del suo operato di fronte al Consiglio Legislativo. L’articolo tredici, infine, conferisce autonomia regolamentare e amministrativa ad alcune province.
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All’approssimarsi del 2001 ci siamo chiesti se il millennio sarebbe finito il 31 dicembre 2000 o si fosse già concluso l’anno prima. Per la cronaca, avevano ragione i primi.
Nessuno immaginava che il vero spartiacque sarebbe giunto nove mesi più in là, martedì 11 settembre alle 9:03, ora di New York. Quando il volo United Airlines 175 trapassò la Torre Sud del WWT fu chiaro a tutti che l’altro impatto, quello del volo American Airlines 11 nella Torre Nord avvenuto 17 minuti prima, non era stato solo un incidente. In quel preciso istante si chiuse un’era iniziata il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino unipolare. E con essa, il duopolio euro-americocentrico della storia.
Sono passati dieci anni da quando quattro aerei si schiantarono contro i simboli della potenza americana, da quando una rapida serie di attentati portò via le nostre certezze, assieme alla vita di 2972 persone, più altre 800 (stimate) negli anni a seguire.

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di Lorena De Vita – Limes
Dopo mesi di rivolta, le richieste della popolazione sono oscurate dalla lotta interna all’élite del paese. La rivalità clanica e il rischio di guerra civile. Eppure Saleh è andato bene agli Usa per anni…

Tutti gli articoli sullo Yemen | Tutti gli articoli sulla primavera araba


(Carta di Laura Canali)

di Luca Troiano

L’industria petrolifera irachena potrebbe diventare bersaglio di attacchi una volta che le forze americane si saranno ritirate. A denunciarlo è Nejmeddine Karim, governatore della provincia curda di Kirkuk, a nord del Paese. “La situazione rischia di precipitare di nuovo se le forze Usa si ritirassero ora”, ha avvertito il governatore lo scorso 15 giugno, che è anche capo della Commissione per la sicurezza di Kirkuk.
A poche ore dall’allarme, alcuni elicotteri Usa hanno aperto il fuoco contro un gruppo di predoni vicino a Bassora, nel Sud dell’Iraq, seconda città e fondamentale centro petrolifero del Paese. Gli aggressori avevano lanciato sette razzi contro l’aeroporto della città, prima di subire la risposta. Negli ultimi mesi gli attacchi terroristici hanno ripreso vigore, al punto da suscitare un aspro dibattito, sia a Baghdad che a Washington, sull’eventualità di mantenere un contingente in Iraq ben oltre il 31 dicembre di quest’anno, termine preventivato per il completamento del ritiro.

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Carta di Laura Canali per Limes

Secondo il New York Times gli Stati Uniti avrebbero intensificato i loro attacchi con i droni in Yemen contro le cellule di Al Qaida, temendo che l’improvviso vuoto di potere seguito al ferimento di Saleh possa rafforzare i gruppi estremisti.

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Paper no. 4484

13-May-2011

OBL: Some Significant Pointers – International Terrorism Monitor—Paper No.718

By B. Raman

1. It used to be said that Osama bin Laden moved around with a large number of bodyguards to protect him. They had instructions to kill him to prevent his being captured. It would be difficult for him to remain undetected in urban areas because of the presence of a large number of bodyguards with him. Leggi l’articolo completo »

La contemporaneità delle rivolte in Nord Africa e Medio Oriente ha fatto pensare a un comune denominatore per le sommosse in tutti i paesi. In realtà la situazione è più complicata: per quanto sussistano diversi fattori di convergenza, sono molti di più gli elementi di disomogeneità.
In tutta l’area assistiamo a monarchie “presidenziali” dove la mancanza di abitazioni, l’inflazione galoppante, la disoccupazione giovanile, i salari sempre più bassi, l’elevata percezione della corruzione nelle alte sfere e i tagli ai sussidi hanno spinto la gente a scendere in piazza a manifestare la propria rabbia.
Tuttavia le similitudini finiscono qui, e le reali motivazioni vanno cercate altrove. Caso per caso.

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1. Narra una leggenda islamica che l’Arcangelo Michele, inviato da Allah sulla Terra, appena vide lo Yemen esclamò: “questo lo riconosco, è uguale a come era al tempo della creazione!”. Questa semplice epopea rappresenta bene l’aspetto primordiale e selvaggio che caratterizza lo Stato arabico.
Balzato agli onori della cronaca tra Natale e Capodanno del 2009, in seguito al fallito attentato sul volo Delta in partenza da Amsterdam per Detroit, lo Yemen potrebbe rivelarsi il nuovo fronte della global war on terror proclamata dagli Usa all’indomani dell’11 settembre.
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In seguito all’annuncio di Hillary Clinton di rinnovare i contratti con le security agencies presenti in Afghanistan, il governo Karzai si è visto costretto a rimandarne la messa al bando dal paese. La Blackwater cambia il nome (ora Xe Services) ma non i metodi. In Afghanistan la guerra è una cosa “privata”.

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